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Annotazioni per la riforma della Rai

 RAI: QUALE RIFORMA?

 La fatica dell’obiettività

di Stefano Balassone
rai logoL’informazione “obiettiva” è stretta parente della decisione “razionale”, libera dai ricatti dell’umore. Il punto è se i “decisori razionali” esistano davvero.
Se l’è chiesto Daniel Kahneman, Premio Nobel per l’Economia, ma psicologo di formazione, che, a quanto riferisce il New York Times, ha studiato le decisioni di un bel numero (208) di professionisti della decisione: giudici federali americani, gente che decide se assegnarti alla sedia elettrica, alla galera o mandarti libero e giulivo.

Tutti hanno accettato di prendere parte a un esperimento che gli chiedeva di deliberare in merito a 16 casi inventati dai ricercatori e fissati in report privi di colori o artifici narrativi. Gli anni di galera sono fioccati nella misura di sette in media per ogni caso, ma si è trattato del classico pollo statistico di Trilussa (il lo mangio intero, tu digiuni e risulta che ce n’è mezzo per ciascuno). Nella realtà, sulla base di delitti e prove uguali in molti se la sarebbero cavata con tre anni e mezzo di prigione mentre altri avrebbero languito per dieci anni e oltre.

Messi insieme dati e osservazioni è emerso che la sentenza dipendeva dallo stato psicologico del giudice: allegro, triste, depresso, affaticato, meteoropatico oltre che propenso a detestare un tipo di reato più di un altro. In sostanza, la Giustizia è cieca sì, ma come la Fortuna. Uguale l’esito di esperimenti analoghi condotti con analisti finanziari, radiologi, cardiologi, lettori di impronte digitali, cacciatori di teste per le più importanti aziende.

La criticità della decisione razionale
La criticità della “decisione razionale” mette alle strette ogni mass medium che pretenda di essere obiettivo. L’informare è infatti nulla più che un processo decisionale che consiste nel classificare di ogni situazione gli aspetti sostanziali rispetto a quelli di contorno e nel comporre una narrazione popolata di caratteri distinti. L’esperienza di Kahneman sembra suggerire che ad un prodotto “obiettivo” sia possibile soltanto “tendere” asintoticamente, attraverso un costante accanimento, oppure come fanno i giudici dei concorsi di ginnastica, che attenuano i torti dei singoli nella media di giuria.

Nel caso del linguaggio audiovisivo il problema è parecchio complicato perché, a differenza che in un pezzo scritto, lo spettatore trova mille dettagli sui quali si sofferma e divaga rispetto al filo principale del racconto. Di questo fenomeno dal lato dell’ascolto chi fa tv è talmente consapevole che, quando gli scrupoli non gli fanno d’imbarazzo, punta per catturare l’attenzione proprio sugli elementi apparentemente di contorno, quali i capelli blu di Prussia dell’omone, la voce chioccia, l’ospite illustrato e accomodato come se invece fosse illustre.

La fatica dell’obiettività
La difficoltà di costruire un percorso informativo razionale ed obiettivo è un problema non da poco per un Servizio Pubblico che operi nel campo della comunicazione. La Rai, or è mezzo secolo, scantonò la questione moltiplicando le proprie voci in molteplici Testate. Il prodotto nasceva da TG che inalberavano orgogliose bandiere di Partito, senza lo sforzo di aumentare lo spessore di quanto si narrava. Lo spettatore – e vagli a dare torto – non perdeva certo tempo a metterli a confronto e, com’era naturale, anticipò alla grande il fenomeno delle bolle social dove domina l’affiliazione precostituita tra la fonte e il ricevente nella misura in cui già si somigliano.
Una strada sbagliata. Lo sospettavamo da tempo, ma ora anche Kahneman lo ha certificato. Lo segnaliamo ai valorosi parlamentari che hanno giurato di porre mano per davvero a una Riforma, affinché non prestino il fianco al sospetto che poco gli interessi una Rai che sudi per essere obiettiva.

pubblicato su "DOMANI" 1 luglio 2021

 

 

 

 

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