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Sopra una disputa conviviale…fra sinistre

 OPINIONI&CONFRONTI

Basta un accenno all’attualità politica perché si accenda una serissima disputa

di Fausto Pellecchia
astensione Il cappello pensatore minQualche sera fa, eravamo riuniti nell’orto domestico di un amico, per una delle consuete libagioni conviviali. La conversazione si era piacevolmente incamminata lungo i ‘sentieri interrotti’ delle abituali facezie e amenità, condite da arguti doppi sensi sulle più disparate materie. Ma è bastato l’incauto accenno all’attualità politica, con particolare riferimento alle imminenti elezioni amministrative nella capitale romana, perché si accendesse la scintilla di una serissima disputa su una questione sistemica, che divide da sempre la sinistra italiana. Il punto dirimente, intorno al quale gli amici– pur richiamandosi tutti ai valori e agli ideali del socialismo- si sono dislocati in opposti schieramenti, si può formulare così: “È opportuno e/o doveroso astenersi dal voto in nome della coerenza con i propri ideali di sempre, o è necessario piuttosto superare la sterile tentazione dell’assenteismo, anche quando il candidato del centrosinistra (nella fattispecie: Roberto Gualtieri) non corrisponda alla fisionomia ideale di un vero leader di sinistra? ”; e ancora: “Il Partito democratico, al quale è possibile addebitare numerose oscillazioni e cedimenti di linea politica, va comunque sostenuto per arrestare le derive autoritarie e illiberali della destra italiana?”

Il primo corno dell’alternativa, a sostegno della scelta del non-voto, tipico di un certo radicalismo di sinistra, appare contaminato da un inconsapevole conservatorismo. La rinuncia al voto viene presentata come obolo sacrificale ad maiorem gloriam Dei sugli altari sconsacrati della fede nel futuro di una sinistra finalmente pura ed autentica. In questo senso, la dimensione politica della decisione viene sottratta alla sfera propria della prassi sociale e ricondotta alla sfera interiore, con un gesto propriamente religioso, nel significato etimologico dell’antica religio dei Romani, che già Lucrezio identificava con la superstizione: instancabile attività di re-visione e di ri-lettura che precedeva ogni rituale, al fine di ridurre al minimo la probabilità di un inatteso incidente di percorso. Ogni imprevista contrarietà al regolare svolgimento delle pratiche rituali viene interpretata come un temibile presagio negativo, segno prognostico di un rifiuto da parte della divinità e conseguente perdita della sua assistenza. Di qui la cura maniacale che gli addetti alle procedure del rito dedicavano alla loro perfetta riuscita.

Nella sua variante profana, l’attuale ‘religio’ del radicalismo di sinistra è pronta a classificare qualunque gesto o dichiarazione [quale che sia la rilevanza o il ruolo istituzionale del suo autore] che si allontani dal solco della tradizione come eretica, colpevole devianza dai cieli imperituri dell’ideologia. Vengono perciò semplicemente rimosse le domande che sollecitano l’analisi di una pertinente diagnosi critica. E cioè: “Quali sono state le ragioni che hanno concretamente contribuito all’attuale configurazione della prassi sociale, così distante e dissonante rispetto alle attese e alle speranze progressive coltivate sull’altare immacolato del socialismo?”; ma anche e soprattutto: “Qual è la mia (la nostra) responsabilità politica negli errori finora commessi dai partiti e dai movimenti nei quali avevo riposto la mia fiducia? Che cosa posso e devo rimproverare alla mia condotta e alle mie scelte affinché possa sentirmi di nuovo coinvolto nella lotta politica contro l’avanzata dei neofascismi?”

Ed infine: “Quali sono le prevedibili conseguenze della mia non partecipazione al voto? In quali altre forme, alternative al rituale elettorale, posso far valere il mio impegno di resistenza e di opposizione al potere oggi dominante?”. Credere di preservare l’innocenza e la purezza, rinunciando, perciò, anche all’esiguo spazio concesso al dissenso dalla democrazia liberale- significa trincerarsi nell’illusione solitaria dell’ “anima bella”, perfettamente coincidente con la resa incondizionata alla corrente distruttiva che permea il presente: atteggiamento certamente comprensibile ma non condivisibile, dettato dal narcisismo di una disperata acquiescenza al peggio.

Naturalmente, anche i paladini del secondo corno dell’alternativa, al quale aderiscono i gruppi della politica politicante, animati dal cinismo del calcolo elettorale e comunque soddisfatti per la vittoria del “meno peggio”, dovrebbe sentirsi interpellati da un analogo gesto di responsabilità. Agli imperturbabili fautori del pragmatismo della Realpolitik si dovrebbe, perciò, chiedere fino a quando può reggere una democrazia ridotta a democratura, alle interne, disonorevoli contese tra gruppi dirigenti, disinvoltamente dimentichi dei drammi prodotti dal neocapitalismo e disposti a contabilizzare il consenso solo attraverso la proiezione dei sondaggi, avendo da tempo abbandonato la costruzione di strategie e progetti, sorretti dalla lungimiranza della visione politica necessaria a realizzarli. Ed infine, come non sentirsi responsabili dello scetticismo che anima le diserzioni del fronte opposto? In quali nuove forme della prassi la partecipazione alla lotta politica può e deve trasformare la struttura e la direzione di marcia delle formazioni politiche (partiti, movimenti) per restituire rappresentanza e prospettiva agli strati sociali più colpiti dall’attuale assetto della società.

Hic Rhodus, hic salta! Questa sospensione ha segnato la fine della nostra disputa conviviale, che probabilmente resterà, ancora per molto, in attesa della prova del fuoco.

 

 

 

 

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