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Taranto: "è necessario un raccordo tra tutte le parti lese"

LAVORO E SALUTE

Intervista a Giovanni Faggiano, ex operaio Ilva di Taranto

di Nadeia De Gasperis
aria taranto GiornalediPuglia minGiovanni Faggiano è stato operaio ILVA, cosa è successo, perché non lavora più lì?

Sono stato un operaio ilva per quasi 15 anni. Ovviamente per un ragazzo avere un posto di lavoro fisso è una fortuna, specialmente quando ti ritrovi a vivere in una città con un alto tasso di disoccupazione. Non c’è stato un solo motivo scatenante per la mia decisione di andare via dall’Ilva ma tante situazioni che si sono concatenate. Mi sono reso conto che il siderurgico non è compatibile con la città e la vita dei cittadini. Un’industria dovrebbe portare lavoro e benefici alla città ma quando ti rendi conto che l’incidenza tumorale è altissima e che il lavoro della fabbrica va a incidere negativamente su altre realtà lavorative della città come la mitilicoltura, l’agricoltura e la pastorizia, il “tarlo” cresce e valutare gli aspetti negativi del siderurgico è inevitabile. Mandare al macero le cozze (prodotto di punta del territorio tarantino) perché coltivate in un tratto di mare inquinato, abbattere 600 capi di bestiame dopo aver riscontrato presenza di diossina o vietare la coltivazione entro un tot di chilometri dalla fabbrica è letteralmente creare disoccupazione e disagio sociale. Un’altra causa del mio licenziamento è stato senza dubbio l’incidente mortale di un mio collega del reparto Movimento Ferroviario, schiacciato tra un locomotore e un carro ferroviario. A causa di un accordo sindacale rifiutato da noi operai, nel 2012 ci si è trovati a condurre un mezzo pesante come un treno con una sola unità. Ad oggi non sappiamo realmente cosa sia successo quel giorno ma forse se fossimo stati in due, come si lavorava prima di quell’accordo, quell’incidente si sarebbe potuto evitare. La morte del mio collega è lo specchio di un altro grande problema della fabbrica: l’assenza del sindacato in quanto tale. Una vera e propria mancanza di difesa dei lavoratori che arriva proprio da chi invece dovrebbe tutelarli. Dopo la morte del mio collega, rientrati dopo uno sciopero durato più di due settimane, mi sono ritrovato anche a dover consultare uno psicologo perché la situazione era pesantissima e sono stato trasferito in un reparto che dopo poco tempo è stato chiuso, ad occuparmi di pulizie civili. Appena ho avuto l’occasione ho scelto di andarmene.

 

Secondo lei è necessario un “raccordo” tra tutte le parti lese? Lavoratori, bambini vittime e adulti vittime dell’inquinamento? Cosa può mettere insieme tutti?
Ovviamente è necessario un raccordo tra tutte le parti lese. L’unica cosa che può fare da collante è la consapevolezza di subire da anni l’inquinamento e il ricatto occupazionale da parte dell’industria a prescindere da chi ne muove i fili, che sia lo Stato o un privato. Per farlo è necessario scrollarsi di dosso divergenze e pregiudizi reciproci che molte volte emergono.

 

Lei purtroppo ha perso sua madre da poco tempo. In una intervista alla trasmissione Propaganda Live ha detto di sentirsi in colpa? Ci spiega questa cosa?
Più che in colpa mi sento concausa del problema. Le spiego meglio. Sono consapevole di non poter essere io, singolo lavoratore e cittadino, causa principale del problema che abbiamo a Taranto però aver lavorato per anni in quella fabbrica mi fa sentire come se anche io avessi contribuito. Negli anni passati, in quanto operaio seppur consapevole e impegnato, sono stato etichettato come “assassino” anche da una frangia di ambientalisti. Io non mi sono mai sentito né mi sento “assassino” ma dal momento in cui il tumore mi ha colpito in prima persona mi sono sentito ancora di più parte del problema. Certamente le responsabilità principali della situazione in cui ci troviamo sono quelle della classe politica e industriale degli ultimi sessant’anni. Se non posso darmi una colpa diretta per le malattie e le condizioni di lavoro all’interno della fabbrica - sicuramente peggiorate dal 2012, anno di sequestro degli impianti, ad oggi - posso però darmi un altro tipo di colpa: quella di non essere riuscito, nel mio piccolo, a far prendere coscienza del problema ai miei colleghi e ad altri concittadini. Questo per me è un fallimento. Si dice che bisognerebbe imparare dai propri fallimenti quindi non sono rassegnato a subire tutto ciò che quella fabbrica comporta ma sono convinto che sia necessario cambiare strategia nella mia lotta.

 

Sull’Ilva di Taranto ci sono state prese di posizioni, provvedimenti, in ultimo l’annuncio di una imminente bonifica. È cambiato qualcosa in positivo nel tempo?
Quando si parla di Ilva il passare del tempo e la positività sono due concetti che non si sposano bene. Dal 2012 ad oggi le cose sono solamente peggiorate per quanto vogliano farci credere che la mostruosa copertura dei parchi minerali o la cessione ad un privato con l’ingresso societario dello Stato siano effettivamente dei miglioramenti. Di fatto però non lo sono. La parola “bonifica” è sulla bocca di tutti ma ognuno le attribuisce un significato diverso. Per quanto mi riguarda l’unica bonifica possibile è quella conseguente ad una chiusura e smantellamento degli impianti, con il reimpiego della forza lavoro già presente. Ovvero riconvertire economicamente la città perché non sia più succube dell’acciaio.

 

Sulla vicenda della sua città si accendono e spengono i riflettori. Pensa che il problema sia guardato nel suo insieme o solo in parte? E da chi dipende?
Dipende da che punto di vista ne parliamo. Da un punto di vista cittadino i riflettori non si spengono mai visto che il siderurgico lo subiamo da sessant’anni 24 ore su 24 e purtroppo fa parte della nostra quotidianità. Per quanto riguarda i media forse il motivo per cui i riflettori si spengono e si accendono su Taranto è perché fa più notizia un licenziamento o la cassa integrazione degli operai piuttosto che la morte continua di bambini e adulti che subiscono l’inquinamento dell’industria. Di Ilva fondamentalmente si parla quando c’è di mezzo il PIL nazionale e non quando c’è da fare i conti con la salute e con una città del sud che cerca di emergere e di liberarsi dalla zavorra del siderurgico.

 

 

 

 

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