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Draghi a Washington. Cambio di stagione

CRONACHE&COMMENTI

Perché i riposizionamenti rispetto alla linea oltranzista angloamericana?

di Aldo Pirone
MarioDraghi 350 minLe cose che Draghi doveva dire a Biden non erano scontate. Ne riassumo alcune brevemente, tratte dalla Conferenza stampa dell’altro ieri a Washington. “L’Europa è l’alleato degli Stati Uniti, quindi le visioni europee non sono in contrasto con gli Usa. Sono però in fase di cambiamento ed è per questo che occorre affrontare questa diversità che si manifesterà tra poco. E’ una riflessione preventiva, bisogna riflettere sugli obiettivi di questa guerra e poi decidere”; occorre “cominciare a chiedersi come si costruisce la pace“; “Il percorso negoziale è molto difficile ma il primo punto è come costruire questo percorso negoziale, deve essere una pace che vuole l’Ucraina, non una pace imposta da un certo tipo di alleati o da altri“. Il segretario della Nato Stoltenberg e gli angloamericani non la pensano proprio così.

Poi, l’analisi del punto in cui è giunto il conflitto. “La guerra ha cambiato fisionomia“, ha osservato, “Inizialmente era una guerra in cui si pensava ci fosse un Golia e un Davide, essenzialmente di difesa disperata che sembrava anche non riuscire, oggi il panorama si è completamente capovolto, certamente non c’è più un Golia, certamente quella che sembrava una potenza invincibile sul campo e con armi convenzionale si è dimostrata non invincibile“; “All’inizio della guerra in parlamento si diceva in l’Italia che dovevamo avere un ruolo, io risposi che non bisogna cercare un ruolo, bisogna cercare la pace, chiunque siano le persone coinvolte l’importante è che cerchino la pace, non affermazioni di parte. Non bisogna cercare di vincere, la vittoria poi non è definita”.

Se si paragona la sua intervista al “Corriere della sera” del 18 aprile scorso a ciò che ha detto nella Conferenza stampa di ieri a Washington il cambiamento è evidente. Si dirà che sono parole, ma a quel livello delle relazioni internazionali anche le parole hanno un peso, sia quelle positive che quelle negative. Ieri l’altro, per esempio, Macron e Xi Jinping hanno concordato che bisogna non solo darsi da fare per la pace in Ucraina ma che va difesa l’integrità territoriale della medesima. Affermazione significativa, soprattutto da parte cinese che in qualche modo non ha contrastato l’aggressione di Putin agli ucraini pur distinguendosene.

L’aria di un cambiamento che metteva in primo piano la ricerca della pace da parte dell’Europa, o almeno della sua parte più occidentale, era già evidente nel discorso che Draghi ha fatto all’europarlamento il 3 maggio scorso sulla scorta di quello fatto dal Presidente Mattarella il 27 aprile al Consiglio d’Europa.

Perché questi riposizionamenti rispetto alla linea oltranzista angloamericana?

Vi hanno concorso, probabilmente, diversi fattori. La vittoria di Macron alle presidenziali francesi e la ripresa da parte sua di una tessitura diplomatica volta a una soluzione che “non umili la Russia”, la crescente resistenza degli ucraini sul terreno militare, l’aumento delle perplessità, per non dire dei contrasti, a un’azione italiana ed europea fondato solo sull’invio di armi agli ucraini, sugli aiuti umanitari e sulle sanzioni economiche alla Russia. Di qui l’ingrandirsi dell’insofferenza dell’opinione pubblica riflettutasi in alcune forze politiche della maggioranza: dentro al Pd, il M5s e Leu, più strumentale quella di Salvini. Perciò, dice Draghi, “Tutte le parti devono fare uno sforzo per arrivare sedersi intorno ad un tavolo, anche gli Usa”. E ieri, in Consiglio dei ministri, dove ha riferito dei colloqui con il Presidente statunitense, ha ribadito che l’obiettivo è portare al tavolo delle trattative tutti i protagonisti del conflitto e che Biden deve chiamare Putin. Per esempio, aggiunge alle sue considerazioni, potrebbe essere un segnale positivo per un cessate il fuoco sbloccare i porti sul mar Nero e quello d’Azov per consentire il commercio dei grani da parte dell’Ucraina che sono essenziali per evitare una carestia in Africa e non solo, con milioni di morti per fame.

Draghi non è andato in Parlamento prima di andare negli Stati Uniti. Ha fatto male, molto male. Ora ci andrà il 19 maggio a fare una comunicazione. Troppo poco. Se, come dice, “la guerra ha cambiato fisionomia” e il “panorama è completamente capovolto”, bisogna prenderne atto in un indirizzo all’azione del governo traguardato al cessate il fuoco e all’inizio di una trattativa, di concerto con i paesi europei (Francia, Germania, Spagna) più impegnati su questo versante trattativista. Per questo è indispensabile un dibattito politico che si concluda con una mozione di maggioranza che raccolga e renda impegnative le considerazioni che Draghi ha fatto a Washington.

In questo quadro andrebbe valutata, insieme a Macron, Sholz e Sanchez, anche la richiesta di entrare nella Nato della Finlandia e, a giorni, della Svezia. Una richiesta comprensibile da parte loro, ma sarebbe un segnale negativo, un elemento di escalation militare. Sarebbe molto più utile adoperare questa richiesta come arma di pressione, fra le altre, per indurre Putin alla trattativa.

Non è inutile ricordare che se c’è opposizione anche di un solo paese dell’alleanza militare la richiesta rimane bloccata.

 

 

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Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

 

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Draghi, l'informazione e la guerra

 COMMENTI

Lavorare per il Cessate il fuoco e un armistizio. Pensare seriamente al disarmo, innanzitutto, nucleare

di Ignazio Mazzoli
Draghi Biden laRepubblica 390 min«Pentagono alla Russia per "cessate il fuoco". Erdogan: "Adesione Svezia e Finlandia alla Nato sarebbe un errore" (Repubblica).» «L’Ue continuerà a fornire armi a Kiev (Corsera). Prima telefonata tra il capo del Pentagono e Shoigu. La richiesta Usa al ministro russo: “Cessate il fuoco”. Putin sente Scholz: “È l’Ucraina a bloccare i negoziati” (ilfattoquotidiano.it).» Alcuni titoli apparsi negli ultimi giorni sui giornali on line e cartacei. “Draghi smarca l’Europa dagli Usa e spiazza Biden” così titola “finanza.it” il suo servizio sulla visita del Presidente del Consiglio italiano in Usa al Presidente Biden dei giorni scorsi. Danno l’idea che qualcosa si muova in direzione opposta al temuto allargamento del conflitto.

C’è dell’altro che dovremmo sapere? Che si sono detti davvero Draghi e Biden? Perché mancano un comunicato finale e una conferenza stampa comune? Ci sono divergenze o soltanto convergenze non pubblicamente presentabili? Interrogativi legittimi soprattutto in Italia dove si confrontano tante informazioni, a volte diverse di poco, di molto in altri casi.
Infatti, su “Affaritaliani.it” si evidenzia, «Braccio di ferro tra Quirinale e Palazzo Chigi: il premier vuole "scappare" prima, ma il Presidente vuole tenerlo altri tre mesi». A firma di Alberto Maggi. Insomma, per non armeggiare con una rassegna stampa troppo lunga, diciamo che è diffusa la sensazione che ci siano troppe “cose” non dette.

Mentre si esalta l’impegno di Draghi per una posizione più autonoma dell’Europa e dell’Italia riferendo la frase ormai famosa «Siamo d’accordo sul sostegno all’Ucraina e sulle pressioni su Mosca, ma occorre anche chiedersi come si costruisce la pace. Inizialmente era una guerra in cui si pensava ci fossero un Golia e un Davide. Oggi non c’è più un Golia». Che significa? Nella mitologia Davide uccise Golia e oggi invece Golia non morirà? O che altro voleva dire? Per la verità ancora una volta una frase sibillina e soprattutto una rinuncia alla chiarezza. Infatti scopriamo che, stando alla “Rivista italiana difesa” con il nuovo decreto manderemo “APC cingolati M113 e obici semoventi da 155 mm PzH2000 ”. Per l’Ansa nella lista saranno presenti anche i “semoventi d’artiglieria M109”. Questa volta sappiamo anche i nomi delle armi. Ma aulacameraquesto sfoggio di partecipazione che senso ha se dobbiamo procedere averso una fase nuova, caratterizzata da trattative e iniziative politiche? Se si continua ad incrementare l’invio di armamenti si spinge verso l’allargamento del conflitto.

Vogliamo davvero arrivare ad un cessare il fuoco per un armistizio? Oggi è l’unico obiettivo credibile. In questi giorni la sensazione più forte è di avere a che fare con un “Draghi bifronte”. Uno per gli Usa e uno per l’UE e l’Italia? Questo può accadere quando si affrontano incontri internazionali senza un mandato del Parlamento di cui si è espressione. Accadono anche cose non dichiarate, o per meglio dire diverse da quelle dichiarate, come il pagamento in rubli del gas che ci arriva, dopo avere giurato e spergiurato che questo non sarebbe accaduto perché non previsto nei contratti. Nella giornata di venerdì 13 maggio la notizia era nei TG e nei talk show.

Che succederà il 19 maggio in Parlamento? Gli intendimenti politici dovrebbero disvelarsi ai cittadini italiani. Dobbiamo aspettare il dibattito parlamentare o ne sapremo qualcosa di più, prima?

Intanto una osservazione critica, anzi una protesta contro quella parte dell’informazione italiana che crede di essere depositaria della verità e della missione di portarla nelle menti del popolo italiano. Mi riferisco a quella macchina infernale che per decine di ore al giorno ci fa un inesorabile lavaggio del cervello su come osservare, valutare e interpretare questa guerra.

È incredibile come quest’area si auto assegni i titoli di indipendenza, obiettività e di correttezza. Qualità che sembrano incarnate essenzialmente dai conduttori dei talk show. Non mancano, certo, i direttori di alcuni grandi quotidiani cartacei.
È stupefacente come accusino di “disinformazione” tutti coloro che non sostengono la versione corrente del Pentagono USA. La disinformazione esiste, eccome! Me se vuoi fare solo informazione seria, devi mettere me, lettore o spettatore, nella condizione di farmi un giudizio autonomo. Non mi devi imbeccare. Altrimenti il confine fra informazione e disinformazione diventa tanto sottile da essere invisibile. Come lo diventa quando un conduttore dopo aver invitato il portatore di una posizione non condivisa dal potere lo contraddice violentemente e lo fa sbranare dagli ospiti che la pensano come il conduttore vuole. Le opinioni si devono confrontare, con pari diritti e pari rispetto, perché chi osserva possa giudicare. Altrimenti “si indottrina il pupo” e non altro.

Non vuol essere un giudizio critico tout court. È solo una richiesta di moderazione che raccolgo proprio da una trasmissione dedicola 350ok mini cui non condivido spesso l’aggressività del conduttore sicuramente bravo per professionalità e cultura, contro chi non la pensa come lui, (non è l’unico purtroppo), anche se non sempre come, nel caso che qui citerò fra un rigo e che questo giornale ha già proposto a suoi lettori con un video: un parere di "Selvaggia Lucarelli".
Chi vuole può riascoltarla nel video alla fine di questo scritto. Ella comincia col criticare tutta l’enfasi esagerata nel parlare del “Coraggio”, finalizzata dice a "rimuovere la paura, per alimentare i conflitti... mira a un fortissimo reclutamento emotivo...". La guerra dice sembra un “Videogioco”. Il conduttore azzarda che si tratti di una “strategia comunicativa molto sofisticata per simpatizzare con i combattenti ucraini." Può darsi?
La Lucarelli incalza: “Se non romanticizzi la guerra sei filo putiniano... Non puoi capire quando è nata questa guerra…Non puoi n
eppure dire un ma, altrimenti stai giustificando l'aggressore”. Straordinaria Selvaggia Lucarelli, riesce con poche e chiare parole come si sia di fronte ad un attentato dell’autonomia delle menti e dei cuori, più semplicemente dell’autonomia dell’intelligenza. E aggiunge “Sono venuta qui in un clima intimidatorio”, e denuncia che ci sono giornalisti che formulano vere e proprie “liste di proscrizione” dei giornalisti “filo Putin” e dichiara che non ci troviamo difronte “neanche al maccartismo”, ma a manifestazioni da destinare alla psichiatria. Questo è il metodo conclude “di non controbattere sulla sostanza, ma di delegittimare l'interlocutore”. Per fortuna Il conduttore aggiunge a sostegno che poi “arrivano i sondaggi che dicono che una maggioranza relativa degli italiani è contraria all'invio di armi”.

Selvaggia Lucarelli termina con un’accusa pesante e ricca di verità: “trovo destabilizzante che negli studi televisivi si siano create queste contrapposizioni fra giornalisti russi e giornalisti italiani che da anni da decenni sono i megafoni del potere qui, quelli russi rischiano la vita, qui tutt'al più finiscono a fare le cronache sportive.” L’invito al coraggio di alcuni giornalisti italiani la fa molto sorridere.

La realtà è che la gente ha paura, di cosa? Giustamente, dei costi economici che già oggi paga, del rischio di trovarsi dentro una guerra di cui le motivazioni appaiono artatamente costruite, c’è il timore di perder “tutto” per alcuni, un “tutto” fatto di assai poco, ma per questi certamente indispensabile e di cui non si vuole essere privati.

Trovo che sia ragionevole e razionale la paura che inducono quelle terribili immagini di violenza e distruzione totale rese oscene, per chiunque, dai corpi abbandonati all’autodistruzione. Sono un obiettivo e indiscutibile elemento di dissuasione razionale che dovrebbe costringere tutti a rifletter sulle soluzioni non accontentandosi di rammentarsi che le guerre portano con sé questi risultati.
Non si tratta di offrire l’altra guancia, chi è aggredito deve difendersi, non c’è dubbio. Ma nel 2022 la guerra fa soprattutto vittime innocenti e distrugge beni incommensurabili frutto di sudato lavoro e di tempi lunghissimi. A nessuno, neppure agli stati deve essere più concesso di farsi giustizia da sé come vale per ogni individuo. Se le conseguenze sono quelle che stiamo vedendo bisogna cominciare a pens
SelvaggiaLucarelli 390 minarci. Altro che continuare questo odiosa e stucchevole polemica contro i pacifisti!

Bisognerebbe sempre portare a estreme conseguenze logiche un'affermazione, perché è un buon metodo di verifica del valore, dell'attendibilità e della praticabilità di ciò che si pensa.
Anzi, direi è un ottimo metodo, da consigliare, come esercizio, a chiunque svolga un'attività di pensiero e di elaborazione che debba portare in primo luogo a delle decisioni che coinvolgono non solo chi sta pensando.
È vero, la vita non è solo la semplice e concreta esistenza biologica. Vita è, anche, come si vive. Essere in vita, però, è indispensabile a determinare i modi di vivere, cioè realizzare cosa si pensa per migliorare le proprie e altrui condizioni. Se così è, l'essere vivi è la condizione di ogni conquista. (banale?)

Se ogni volta per affermare le nostre presunte migliori condizioni di vita ci sfidiamo fino alla morte che otteniamo? Morire per un'idea.
Pensare e agire è vivere, se si sviluppa il pensiero nella realtà storica, sociale, di tutto ciò che ci circonda. Oggi la guerra è la peggiore fra quelle conosciute e se continuano saranno sempre peggiori e più distruttive. Siamo gli esseri viventi che sanno farsi più male di chiunque altro. Basti pensare alla bomba atomica.

In un mondo che ha prodotto mostruosi sistemi di morte e distruzione come applichiamo la nostra lotta per migliorarci e progredire? Questa domanda è legittima. Il contrasto civile, la dialettica sociale ci hanno dato uno straordinario strumento: la politica che sostituisce la barbarie delle distruzioni. E, quindi pensare seriamente al disarmo, innanzitutto e prima di tutto quello nucleare.
Saper fare buona politica e saperla usare è una preparazione doverosa per predisporci al disarmo totale, per garantirci il futuro e garantirlo all’umanità finché questo mondo non si estinguerà da solo. Da solo, non per colpa nostra.
SE MORIAMO TUTTI A CHI SERVIRANNO O CHE SARANNO SERVITE LE CONQUISTE STRAORDINARIE CHE RIUSCIAMO A IMMAGINARE E REALIZZARE?

Video reso disponibile su YouTube da PiazzaPulita

 

 

 

 

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Prima in Parlamento, non dopo

CRONACHE&COMMENTI

Più attento all’opinione pubblica preoccupata dal nostro coinvolgimento bellico

di Aldo Pirone
draghi ansa 390 minIeri Draghi ha parlato all’europarlamento di Strasburgo. Tutta la parte del suo discorso sul federalismo europeo, pratico e ideale, “che abbracci tutti gli ambiti colpiti dalle trasformazioni in corso, dall’economia, all’energia, alla sicurezza”, sul rapido superamento del principio intergovernativo dell’unanimità fino alla revisione dei Trattati istitutivi dell’Ue, è condivisibile. Bisognerebbe aggiungere a quegli ambiti anche quello sociale, ambientale e del lavoro, non riassumibili semplicemente nella categoria “economia”. Com'è condivisibile quanto detto, a proposito della guerra in Ucraina, sugli obiettivi dell’Italia. “L’Italia, come Paese fondatore dell’Unione Europea, come Paese che crede profondamente nella pace, - ha detto - è pronta a impegnarsi in prima linea per raggiungere una soluzione diplomatica”, “Aiutare l’Ucraina vuol dire soprattutto lavorare per la pace. La nostra priorità è raggiungere quanto prima un cessate il fuoco, per salvare vite e consentire quegli interventi umanitari a favore dei civili che oggi sono e restano ancora molto difficili”. Inoltre, ha sottolineato che “una tregua darebbe anche nuovo slancio ai negoziati, che finora non hanno raggiunto i risultati sperati. L’Europa può e deve avere un ruolo centrale nel favorire il dialogo”.

Diciamo che queste affermazioni si collocano più vicino al discorso di Mattarella al Consiglio d’Europa di mercoledì scorso – manca il forte riferimento alla necessità di una nuova Helsinkj e al multilateralismo come metodo di governo del mondo - che non alla strategia angloamericana di una guerra fino all’umiliazione di Putin e della Russia emersa nel vertice di Ramstein, svoltosi al suono dell’inno dei marines Usa. Discorso di Mattarella non a caso pubblicato integralmente sul sito dell’Anpi, citato dal segretario della Cgil Landini e da tutti quelli che chiedono un’iniziativa di pace urgente con proposte concrete da parte dell’Unione europea. Richiesta che viene anche da chi non è d’accordo con l’invio di armi, e da chi è contrario anche all’emanazione di sanzioni alla Russia. Mentre il discorso presidenziale è stato, e anche qui non a caso, pressoché obliterato dagli atlantisti pro Nato forever di casa nostra. Gli aiuti all’Ucraina dell’Italia, perciò, dovrebbero essere traguardati a questa iniziativa europea ancora assente che è cosa diversa dall’impostazione angloamericana.

Il luogo in cui Draghi ha svolto il suo intervento, l’europarlamento, è significativo. Le stesse cose dovrebbe dirle al Parlamento italiano, magari con una qualche respiro mattarelliano in più, andando incontro alle preoccupazioni maggioritarie dell’opinioni pubblica circa un nostro coinvolgimento bellico, senza se e senza ma, al seguito di Usa e Gran Bretagna.

Prima di andare a Kiev da Zelensky e a Washington da Biden per fargliele presenti, non dopo.

 

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Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

 

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Draghi senza europeismo

 CRONACHE&COMMENTI

L'UE non dovrebbe diventare protagonista sul piano diplomatico?

di Aldo Pirone
MarioDraghi 350 minA Pasqua il Presidente Draghi ci ha regalato un’intervista al “Corriere della sera”. A intervistarlo è stato, come si conviene in questi casi, il direttore Luciano Fontana che ha rilevato che era la prima volta che Draghi si concedeva in un’intervista ad un giornale dopo 14 mesi di governo. Oddio, non che Draghi sia stato silente, ha parlato tante volte in Parlamento e in Conferenze stampa sugli avvenimenti correnti e sui provvedimenti del suo governo per fronteggiarli. Inoltre, i suoi trombettieri di vario grado e colore non hanno mai smesso nei mass media di esaltarlo acriticamente anche quando non parlava, arrivando perfino a toni così irenici da risultare ridicoli e dannosi per l’oggetto stesso di tanta apologia.

Non è qui il caso, se non altro che per ragioni di sinteticità, di diffondersi e analizzare tutte le risposte e le posizioni di Draghi che, comprensibilmente, cerca di difendere quanto fatto dal governo in molti campi: economico, pandemia, guerra in Ucraina. Rilevo solo che sul piano economico, dall’approvvigionamento energetico alle sanzioni, dal Pnrr alle riforme fiscali, concorrenza, giustizia ecc., l’azione del governo appare non adeguata alla situazione creatasi. Con la guerra di aggressione di Putin all’Ucraina, detta situazione sta avendo conseguenze dirompenti sui livelli di vita di lavoratori, pensionati e ceti popolari e medi a causa dell’inflazione che se già prima aveva ripreso a galoppare ora va a spron battuto.

Quello che più colpisce nell’intervista di Draghi è la questione della guerra. Non per la difesa di quanto il governo ha fatto e sta facendo sul piano economico, delle sanzioni, degli aiuti anche militari, che certo non manca nelle parole del Presidente, ma per l’arrendevolezza fatalistica sull’immediato futuro. “Quello che ci aspetta – afferma ‘supermario’ - è una guerra di resistenza, una violenza prolungata con distruzioni che continueranno”.

La colpa di ciò è di Putin, tant’è che, dice Draghi, “Comincio a pensare che abbiano ragione coloro che dicono: è inutile che gli parliate, si perde solo tempo”. Ora che in questi 53 giorni di guerra Putin non abbia mostrato una grande volontà di trattare, è vero. A sentire alcuni esperti in materia, anche quelli che sulla guerra hanno posizioni diverse, forse aspetta di conseguire risultati militari tattici più tangibili sul terreno per sedersi al tavolo della trattativa. A quanto pare quelli strategici – conquista di Kiev e spodestamento di Zelensky – non li ha conseguiti nei tempi brevi che credeva e sperava.

Ma il problema politico non è quel che pensa e fa Putin di riprovevole e di orribile, cosa quotidianamente evidente, è quello che non fa l’Europa sul piano dell’iniziativa politica e della proposta per una soluzione di pace che contribuisca a costringere l’autocrate russo alla trattativa.

A ciò, Draghi manco accenna. Si domanda, è vero, “Qual è il modo migliore per aiutare il popolo aggredito?” ma la risposta è solo le sanzioni e l’invio di armi. Piuttosto poco. Certo, Draghi si aggrappa alla volontà dei leader europei, quelli che contano almeno, che non ci sarà un coinvolgimento dell’Europa e a quella di Biden, un po’ aleatoria, che la Nato se ne starà a guardare limitandosi all’invio di armi. E fa bene il Presidente ad aggrapparsi, ma sempre poco è rispetto all’urgenza di far finire la guerra.

Che a un europeista come lui venga meno in questo momento proprio l’europeismo la dice lunga sulle incertezze e le debolezze dell’uomo proprio sul suo terreno privilegiato. L'Ue non può limitarsi alle sanzioni economiche, agli invii di aiuti umanitari e di armi, all’accoglienza dei profughi, a vagheggiare di vittoria militare ucraina, a litigare sul calmieramento del prezzo del gas e quant’altro, e sul piano politico solo a predisporsi con favore ad accogliere l’Ucraina nell'Ue con gesti simbolici e voti dell’europarlamento.

L’Unione europea deve diventare protagonista sul piano diplomatico direttamente o indirettamente della soluzione di pace, indicandone almeno le grandi linee incentrate sulla neutralità dell'Ucraina, sulle garanzie reciproche con la Russia, sulla difesa della sovranità nazionale degli ucraini.

È qui che l’Italia deve avere un ruolo propulsivo e propositivo che Draghi non sembra percepire. Anche perché il nostro paese è stato chiamato in causa come eventuale garante della sicurezza ucraina. Altrimenti c’è solo l’atlantismo oltranzista a tenere campo; e con quello non si va alla pace mentre si può andare all’escalation nucleare.

Oppure c’è la rassegnazione alla “guerra continua” che non è nell’interesse dell’Europa, almeno dei suoi paesi fondatori o più occidentali, del mondo extraeuropeo e degli ucraini stessi che sono quotidianamente ammazzati da Putin. Forse è nell’interesse strategico degli angloamericani e delle scadenze elettorali di Biden.

Ma a questi interessi bisogna mettere un freno.

 

 

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Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

 

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Transizione ecologica: Lettera aperta al Presidente Draghi

AMBIENTE

Osservatorio sulla Transizione Ecologica – PNRR

Lettera aperta al Presidente del Consiglio Mario Draghi da parte dell'Osservatorio sulla transizione ecologica - PNRR, per accelerare le misure sulla transizione ecologica, firmato anche da 3 storici esponenti ambientalisti.

Promosso da: Coordinamento per la Democrazia Costituzionale, Laudato Si'...

Al Presidente del Consiglio Mario Draghi

economia circolare 390 minSiamo d’accordo con lei quando in Parlamento e in altre sedi pubbliche ha enunciato l’esigenza non solo di affrontare le emergenze, a partire dall’approvvigionamento del gas, a fronte dell’invasione russa in Ucraina e alle misure di pressione per costringere uno storico fornitore a scegliere la tregua e la pace anziché di proseguire la guerra di aggressione, ma soprattutto di puntare ad accelerare le misure per la transizione ecologica dell’economia con l’obiettivo di contenere l’aumento della temperatura del pianeta entro 1,5 gradi. Sono passati pochi mesi da importanti sedi internazionali che avevano la questione climatica come centro della discussione e oggi siamo precipitati in una situazione pericolosa, che provoca lutti e devastazioni in Ucraina e distorce gravemente l’attenzione dagli obiettivi climatici che dovrebbero riguardare tutti noi, tutti i Paesi della terra, in un grande impegno corale di collaborazione e cooperazione. Esattamente l’opposto della guerra come mezzo di regolazione delle contese.

Per questo ci rivolgiamo a lei consapevoli che l’Italia deve assolutamente accelerare nella transizione ecologica, utilizzando al meglio le risorse del PNRR.

Se la situazione è cambiata e occorrono decisioni radicali è inevitabile che le scelte del PNRR e la sua realizzazione vengano ripensate riguardo agli aspetti finanziari, alle localizzazioni, a partire dalla priorità del Mezzogiorno, e soprattutto a tempi di attuazione precisi e verificabili. Per questo sono indispensabili drastiche norme di semplificazione, visto che quelle decise sono o non attuate o inadeguate.

Intendiamo richiamare la sua attenzione sui ritardi, le incertezze, le lacune che rischiano di fare mancare l’obiettivo del cambiamento ecologico dell’economia italiana.

La cabina di regia del PNRR non sembra avere adempiuto al compito di rendere chiare e forti le scelte al paese; e, in particolare, non sembra avere funzionato un rapporto indispensabile con tutte le soggettività istituzionali e sociali, dalle Regioni ai sindacati, per passare al complesso delle associazioni ambientaliste che hanno avanzato proposte precise su cui non ci sono fino ad ora risposte.

È condivisibile l’iniziativa per porre in sede europea le nuove urgenti questioni energetiche che sono davanti a tutti i Paesi europei, sia pure con modalità e forme diverse da Paese a Paese. Se è chiaro l’obiettivo, anche i sacrifici immediati e transitori acquistano un significato diverso, altrimenti si rischiano reazioni negative e il prevalere di timori, paure, inevitabili in una fase di guerra aperta.

La prima proposta che ci sentiamo di avanzare è che il Governo promuova in tempi brevissimi una Conferenza nazionale in cui fare il punto sulla situazione, sulle modifiche degli interventi, ascoltando le proposte e gli obiettivi che vengono avanzati dai soggetti istituzionali e sociali. Queste proposte potrebbero diventare parte di un impegno comune, a partire dal Governo, delle aziende a partecipazione pubblica – che sono tenute a comportamenti ispirati ad una nuova disciplina degli obiettivi comuni –, delle forze sociali (imprese e sindacati), delle associazioni ambientaliste, delle comunità energetiche e di quanti hanno competenze e storia che motivano la validità del loro ascolto.

Un esempio, per intenderci. Si è molto parlato di semplificazioni e superamento di vincoli burocratici, ma finora non si sono fatti veri passi avanti. Anzi, si configura come un serio autogol il blocco delle energie rinnovabili ai livelli di 10 anni fa, mentre restano inevase preziose candidature dei privati ad investire risorse nel settore eolico off shore, in quello terrestre e nel fotovoltaico. Ad esempio, è grave che le lentezze burocratiche e le ordinanze di alcune Sovraintendenze contribuiscano ad un effetto nimby contro le energie rinnovabili, mentre il contrasto alle infiltrazioni mafiose e all’illegalità sono compito degli organi investigativi e della magistratura.

In ogni nuova costruzione o ristrutturazione radicale, a partire da quelle associate al bonus del 110 %, il PNRR deve prevedere l’obbligo del ricorso al fotovoltaico e all’efficienza nell’uso dell’energia, con una priorità su tutto il patrimonio edilizio pubblico.

Proposte come queste possono diventare realtà se i tempi di realizzazione diventano stringenti e l’allaccio alla rete è garantito entro la conclusione dei lavori.

Bisogna uscire dalla contraddizione per cui da un lato si parla di rinnovabili ma in realtà si agisce per il gas, il carbone, o peggio.

Interventi per alleggerire le conseguenze dell’aumento dei prezzi del gas e del petrolio, delle carenze di forniture conseguenti alla guerra sono indispensabili, ma l’obiettivo strategico è il quadro europeo, che ha fissato nel 55% la riduzione entro il 2030 dei gas climalteranti.

Per questo occorrono proposte precise come la riscrittura in tempi rapidi del Piano integrato energia clima (Pniec) giustamente proposta da Greenpeace, Lega Ambiente e WWF. Il Pniec riscritto deve prevedere un nuovo piano di risparmio energetico che accompagni gli investimenti nelle energie rinnovabili. In passato, sulla scorta di studi Enea il Piano di “efficienza energetica 2010/2020, divenuto indirizzo comune di Confindustria e Cgil, Cisl, Uil prevedeva il risparmio di 51 Mtep di combustibili fossili, 207 milioni di tonnellate di CO2 in meno, 1.600,000 nuovi posti di lavoro nel decennio. Obiettivi che vanno ripresi ed aggiornati (poco è stato realizzato)anche per il loro eccezionale valore occupazionale.

Il nuovo PNIEC deve indirizzare Amministrazione pubblica, Enti e Istituzioni preposte insieme a tutta le imprese, grandi e PMI, in un percorso rapido di massima elettrificazione nei diversi impieghi – industria, trasporti, usi domestici – con energia elettrica fornita prioritariamente e sempre più da energie rinnovabili (FER).

Ciò implica che il nuovo Piano fissi al 2030 per le fonti rinnovabili l’obiettivo ambizioso di 90 nuovi GW (basta pensare alla Germania che programma 150 nuovi GW in più) all’insegna dell’urgenza di far fronte alla minaccia del cambiamento climatico in una prospettiva di rapida indipendenza dal gas russo e, più in generale, da idrocarburi e fonti fossili. In conformità con la raccomandazione Next Generation EU di realizzare il 40% degli obiettivi energia/clima entro il 2025, il Piano deve valutare gli aspetti industriali, economico-sociali e finanziari perché si possa procedere nel prossimo quadriennio a un ritmo 8/9 GW all’anno di nuovi impianti FER, rispondendo così anche alla richiesta di “Elettricità futura”, che ha chiesto al Governo di autorizzare 60 GW di nuovi impianti da FER entro giugno 2022.

Un tale sforzo produttivo necessita di adeguati finanziamenti per tutto il periodo previsto, procedendo,ad esempio, con detrazioni fiscali di entità uguale a quelle dei superbonus.

Insomma, Signor Presidente, pensiamo che le conseguenze della guerra debbano spingere a trovare provvedimenti ancora più urgenti e tempestivi e la sapienza politico-istituzionale di realizzazioni energetiche fondamentali per il Paese e per la lotta al cambiamento climatico, con il massimo coinvolgimento dei cittadini, come consente la ricchezza delle forme di partecipazione che la nostra democrazia mette a disposizione.

Mario Agostinelli, Alfiero Grandi, Gianni Mattioli, Jacopo Ricci, Massimo Scalia, Gianni Silvestrini

29/3/2022

 

 

 

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Draghi. Le parole sono pietre. E pure i fatti.

CRONACHE&COMMENTI

Che coerenza c’è fra le parole di Draghi e l’agire del suo ministro Cingolani?

di Aldo Pirone
roberto cingolani AgenziaDire minMario Draghi, intervenendo l’altro ieri al Major Economies Forum on Energy and Climate (Mef) tra i rappresentanti delle 17 maggiori economie mondiali, responsabili dell’80% delle emissioni del pianeta, ha detto: “Con l’accordo di Parigi ci siamo impegnati a contenere il riscaldamento globale entro 1,5 gradi rispetto ai livelli preindustriali. La maggior parte dei nostri Paesi ha rinnovato questo impegno nelle recenti riunioni del G20. Tuttavia, dobbiamo essere onesti nei confronti di noi stessi: stiamo venendo meno a questa promessa. Se continuiamo con le politiche attuali, raggiungeremo quasi 3 gradi di riscaldamento globale entro la fine del secolo”, con “conseguenze catastrofiche … dobbiamo realizzare riduzioni immediate, rapide e significative delle emissioni. Non possiamo semplicemente contare sugli altri: dobbiamo tutti fare la nostra parte. In ambito Ue, abbiamo fissato obiettivi ambiziosi: dobbiamo onorare gli impegni presi in materia di clima e, in alcuni casi, essere pronti a prenderne di più audaci … gli effetti dei cambiamenti climatici sono già molto chiari. Negli ultimi cinquant’anni, il numero di disastri legati ad eventi meteorologici si è quintuplicato. Gli incendi stanno divorando le foreste, dalla California all’Australia. E dalla Germania alla Cina, stiamo assistendo a inondazioni sempre più devastanti. L’Italia sta fronteggiando l’innalzamento del livello del mare a Venezia e lo scioglimento dei ghiacciai sulle Alpi … Gravi carenze idriche e siccità sono fenomeni sempre più frequenti e colpiscono in maniera sproporzionata alcuni paesi tra i più poveri del mondo, ad esempio in Africa … dobbiamo muoverci velocemente e intraprendere una trasformazione radicale delle nostre economie in un tempo molto breve. L’ambizione è importante, ma ci sono costi significativi che dobbiamo coprire. Dobbiamo sederci insieme e ragionare molto attentamente a livello europeo. Nessuno di noi è disposto ad aumentare il costo sociale di questa transizione, ma allo stesso tempo nessuno di noi è disposto a ignorare le conseguenze disastrose dei cambiamenti climatici”.

In serata il premier ha rincarato la dose al vertice Eumed di Atene tra i capi di governo dei Paesi mediterranei: “L’esperienza che abbiamo vissuto con gli incendi in Turchia è forse la lezione migliore per procedere nella lotta al cambiamento climatico. È necessaria un’azione convinta e determinata. La trasformazione è gigantesca, e non c’è tempo, non c’è possibilità di dilazionare perché i costi che i nostri cittadini subirebbero sarebbero immensi. Da un lato siamo determinati a percorrere questa transizione, dall’altro siamo determinati a proteggere, specialmente i più deboli, dai costi sociali che, come abbiamo visto ora con l’aumento delle bollette, potrebbero essere veramente significativi”.

Ho riportato queste lunghe citazioni perché, come diceva il titolo di un celebre libro Carlo Levi, “Le parole sono pietre”. Quelle dette da Draghi non sono banali e sono più che condivisibili. Fanno solo sorgere spontanee alcune domande: ma il ministro Cingolani, allora, che ci sta a fare nel governo? E che c’entra con la transizione ecologica?

E, soprattutto, che coerenza c’è fra le parole di Draghi e l’agire del suo ministro?

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Draghi back

 CRONACHE&COMMENTI

 Il cashback secondo Mario Draghi

di Aldo Pirone
credit cards 390 minIl Presidente Draghi alcuni giorni fa ha spiegato il perché ha sospeso il cashback, la misura varata dal precedente governo Conte per favorire i pagamenti elettronici anche presso le piccole rivendite commerciali e aiutare in tal modo sia i commercianti che la lotta all’evasione fiscale. Ha detto, il Presidente, che non c’era una evidenza così eclatante sulla sua efficacia nella lotta all’evasione, anzi non era “presumibile”. Ora, che il provvedimento contiano dopo un periodo di rodaggio e di verifica sul campo avesse bisogno di essere migliorato, anche sotto il profilo sociale chiudendo la porta, per esempio, ai furbetti delle ripetute mini transazioni e mettendo un limite di reddito per gli incentivi, era del tutto necessario e, direi, scontato. Si sarebbe così ridotto anche il costo del cashback. Quanto alla sua efficacia nella lotta all’evasione pare del tutto prematuro fare dei bilanci “presumibili”, per questi occorrerebbe aspettare almeno un anno e mezzo di prova.

Fermo restando che l’incentivo a pagare con le carte di credito o con i bancomat non sarebbe dovuto rimanere in eterno ma solo il tempo necessario ad abituare gli italiani a usare il pagamento elettronico nelle transazioni commerciali anche minute perché è lì che si annida una parte dell’evasione fiscale; questa era la ratio del provvedimento. Ed è sicuro, d’altra parte, che l’incentivo di 150 euro ha aumentato di parecchio il numero dei pagamenti elettronici in questi mesi pre e post natalizi. Le mini transazioni al disotto dei 5 euro sono state pari al 16% circa (119.832.324) del totale. Con gli aggiustamenti che si sarebbero dovuti apportare e con il recupero di evasione fiscale, alla fine il cashback si sarebbe ripagato da solo. In altre parole poteva essere annoverato nella categoria, tanto cara a Draghi, del debito buono, ovvero un investimento che avrebbe potuto produrre un risultato positivo non solo in termini economici ma etici.

Draghi ha poi addotto un altro motivo per la sospensione del cashback: ha favorito i ricchi. Solo che il provvedimento non era stato pensato per redistribuire la ricchezza. Ma a parte ciò, c’è da dire che simile preoccupazione a favore dei meno abbienti il Presidente del Consiglio non l’ebbe di fronte alla proposta di qualche settimana fa del segretario del Pd Letta, ma anche di altri prima di lui, di aumentare la tassa di successione per i milionari. Lì, se non rammentiamo male, “supermario” disse che non era il momento di chiedere soldi agli italiani ma di darli. Il che, visto il tema posto da Letta di una piccola redistribuzione della ricchezza in chiave solidaristica, era una risposta del tipo, avrebbe chiosato Togliatti, “Dove vai? Porto pesci”. Sta di fatto che nel caso del cashback i 150 euro dell’incentivo non saranno più dati agli italiani.

Alla notizia della sospensione tutte le destre hanno festeggiato. Compresa l’opposizione della Meloni che aveva chiesto da subito non la sospensione ma la cancellazione del cashback che disturbava così tanto gran parte del suo elettorato.
Insomma, questa sollecitudine di Draghi a “dare i soldi agli italiani e non di chiederglieli” pare che abbia come destinatari non “tutti gli italiani” ma solo lorsignori.

 

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

 

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La validazione di Draghi

Cronache&Commenti

“Vi ringrazio della stima che mi avete dimostrato, ma anch’essa dovrà essere giustificata; validata nei fatti dal governo da me presieduto"

di Aldo Pirone
MarioDraghi 350 minIl governo Draghi viene dopo l’equilibrio più avanzato per il fronte progressista che è stato il Conte 2 con un presidente del Consiglio circondato da un discreto favore popolare. Ha ragione Bettini quando scrive (“Il Foglio” di ieri) che “Giuseppi” è caduto perché indigesto “Per il ‘salotto buono’ della borghesia italiana, che si è comprata giornali e ha preso d'assalto Confindustria. Per chi è sempre stato diffidente rispetto ad un'Europa autonoma, forte, centro di un dialogo mondiale tra Est e Ovest. Per chi vuole un'Europa che, prima di essere Europa, deve essere atlantica. Per diffusi interessi del tessuto industriale del Nord, che provano insofferenza verso il Mezzogiorno; non tanto per i suoi aspetti arretrati o per le sue zone di parassitismo e di rendita, ma per le sue possibilità di valorizzare i propri talenti e le proprie risorse, in un rapporto privilegiato con il Mediterraneo”. E, quindi, fu un errore di calcolo dello stesso Bettini quando invocò di immettere nel governo Conte le “energie migliori”, dando spazio oggettivamente all’iniziativa demolitoria di Renzi che ha riportato al governo sia FI sia la Lega.

Tuttavia sarebbe sbagliato considerare il governo Draghi una disfatta irreparabile. Parliamoci chiaro: noi stiamo valutando la situazione politica con i protagonisti che sono quelli che sono. Da una parte Meloni, Salvini, Berlusconi, Renzi e consimili, con tutte le loro differenziazioni (Meloni all’opposizione), contraddizioni e fobie caratteriali e il Pd, Leu e M5s dall’altra. Da una parte una destra aggressiva, trasformista quanto basta, una zona centrale popolata da un saltimbanco come Renzi, da rappresentanti, più o meno attempati, di lorsignori come Bonino e Calenda e piccoli cespugli di “responsabili” (Tabacci e altri) che si erano già mossi a sostegno di Conte, dall’altra una sinistra abbastanza sgarrupata e inadeguata con due partiti (Pd e M5s) l’uno balcanizzato in correnti e con molte remore renziane e pararenziane al suo interno e l’altro squassato da una scissione in corso con una parte integralista allergica alla concretezza politica.

Il discorso di Draghi al Senato e alla Camera, di cui non mi attardo ad approfondire i punti salienti: sanità, ambiente, giovani, donne, europeismo, povertà e diseguaglianze da contrastare, fisco progressivo ecc., è stato sostanzialmente in continuità programmatica con quello di Conte. Lo riconosce anche Travaglio. “Per metà – ha detto - era sostanzialmente un elogio nei confronti del Conte 2 e di continuità, e per l’altra metà era praticamente uguale al discorso che fece Conte nel settembre del 2019 presentando alle Camere il suo secondo esecutivo”. Nonostante ciò Travaglio è acidamente critico su tutto il resto con particolare attenzione alle scelte di Grillo e del M5. Questa continuità non c’è e non poteva esserci per evidenti ragioni nell’arruolamento di ministri/e. Per cui il governo di “supermario” nasce con una contraddizione fra gli obiettivi annunciati e le forze che li dovrebbero attuare. Forze divise in tre grandi aree: quella proveniente dalla maggioranza precedente (escluso Renzi) leggermente più numerosa, quella dei tecnici facenti capo a Draghi, e la destra di Berlusconi e Salvini. Fra questi ultimi le persone scelte, a quanto pare, non sono quelle che voleva Berlusconi per Forza Italia né quelle organiche a Salvini per la Lega. Ma non sono, comunque, di orientamento progressista e men che meno di sinistra. Forze, infine, fra loro alternative che nella loro componente di destra sovranista e xenofoba non tarderanno, come già stanno facendo, a tirare calci per non farsi sorpassare a destra dalla Meloni, costringendo la componente progressista ex Conte a continui bracci di ferro e Draghi a mediazioni continue oppure, com’è nettamente auspicabile, a secchi altolà come ha fatto parlando di euro ed Europa.

Ovviamente noi parliamo di un discorso di Draghi fatto di parole che, comunque, sono già di per sé un fatto politico. Ma a queste parole debbono seguire i fatti; ed è precisamente questo il terreno su cui dovrebbe svolgersi la battaglia dello sbrindellato fronte progressista. Lo stesso presidente del Consiglio nella sua replica al Senato ha avuto l’accortezza di avvertire, su quest'aspetto decisivo, la larghissima maggioranza dei suoi sostenitori. “Vi ringrazio della stima che mi avete dimostrato, - ha detto - ma anch’essa dovrà essere giustificata; validata nei fatti dal governo da me presieduto”.

Quali sono le aspettative drammatiche della stragrande maggioranza degli italiani? Abbattere la pandemia attraverso i vaccini il più presto possibile per poter riprendere a vivere e lavorare. Sicurezza sanitaria e lavoro, ripresa economica e protezione sociale sono le richieste urgenti dei lavoratori dipendenti e autonomi, delle masse popolari e della gente più in generale. Di qui la popolarità di Conte, il rammarico per averlo visto abbattere da Renzi in questa situazione di emergenza nazionale ma di qui anche l’apertura di fiducia a Draghi che è cosa diversa dai peana tributategli dai mass media di lorsignori contenti di essersi liberati di “Giuseppi” che li teneva lontani dalla gestione dei 209 miliardi del Recovery fund. E’ da queste aspettative e richieste popolari che deve ripartire l’alleanza dei progressisti e lo svolgimento in essa di un ruolo attivo e presente di Conte.

Il punto per Leu, Pd e M5s, perciò, ora è come stare nel governo con accanto alcune cattive ed indigeribili compagnie (renziani, berlusconiani, leghisti ecc.): sdraiati e pendenti dalle labbra di Draghi o con la schiena dritta per bloccare spinte restauratrici, salvaguardare i risultati conseguiti con il Conte2 e continuare a perseguire nel governo, nel Parlamento e nel paese le prospettive di riforma e rinnovamento di “Giuseppi” con il Recovery plan, sostanzialmente riaffermate dal discorso programmatico di Draghi. Pronti a riesumare, ove occorresse, “l’artiglio dell’opposizione” di berlingueriana memoria. Il Presidente del Consiglio è stato applaudito quando si è riferito al suo predecessore “che ha affrontato – ha detto - una situazione di emergenza sanitaria ed economica come mai era accaduto dall’Unità d'Italia”. A me è sembrato più significativo, politicamente, il riconoscimento del lavoro del Conte 2 sul Recovery plan: “Il precedente Governo ha già svolto una grande mole di lavoro sul Programma di ripresa e resilienza (PNRR). Dobbiamo approfondire e completare quel lavoro”. Smentendo così tutti gli attacchi beceri e convergenti del “salotto buono” di lorsignori e del loro portavoce principale (Renzi) e di quelli annidati nei mass media. Già smentiti, per altro, dalla lettera della Commissione europea (Dombrovskis e Gentiloni) a Gualtieri dell’11 febbraio. Del resto che quegli attacchi fossero strumentali ce lo dice la sparizione subitanea del Mes, della prescrizione, della delega ai servizi segreti ecc. dal tavolo del contendere.

Il fronte progressista ha subito una sconfitta ed è dovuto arretrare, ma la guerra non è persa.

 

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

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Il discorso del Presidente Draghi

 Il Governo Draghi

La crescita di un’economia di un Paese non scaturisce solo da fattori economici. Dipende dalle istituzioni, dalla fiducia dei cittadini verso di esse, dalla condivisione di valori e di speranze. Gli stessi fattori determinano il progresso di un Paese.

draghi alla camere 370 minIl primo pensiero che vorrei condividere, nel chiedere la vostra fiducia, riguarda la nostra responsabilità nazionale. Il principale dovere cui siamo chiamati, tutti, io per primo come presidente del Consiglio, è di combattere con ogni mezzo la pandemia e di salvaguardare le vite dei nostri concittadini. Una trincea dove combattiamo tutti insieme. Il virus è nemico di tutti. Ed è nel commosso ricordo di chi non c’è più che cresce il nostro impegno. Prima di illustrarvi il mio programma, vorrei rivolgere un altro pensiero, partecipato e solidale, a tutti coloro che soffrono per la crisi economica che la pandemia ha scatenato, a coloro che lavorano nelle attività più colpite o fermate per motivi sanitari. Conosciamo le loro ragioni, siamo consci del loro enorme sacrificio e li ringraziamo. Ci impegniamo a fare di tutto perché possano tornare, nel più breve tempo possibile, nel riconoscimento dei loro diritti, alla normalità delle loro occupazioni. Ci impegniamo a informare i cittadini con sufficiente anticipo, per quanto compatibile con la rapida evoluzione della pandemia, di ogni cambiamento nelle regole.
Il Governo farà le riforme ma affronterà anche l’emergenza. Non esiste un prima e un dopo. Siamo consci dell’insegnamento di Cavour: ”… le riforme compiute a tempo, invece di indebolire l’autorità, la rafforzano”. Ma nel frattempo dobbiamo occuparci di chi soffre adesso, di chi oggi perde il lavoro o è costretto a chiudere la propria attività.
Nel ringraziare, ancora una volta il presidente della Repubblica per l’onore dell’incarico che mi è stato assegnato, vorrei dirvi che non vi è mai stato, nella mia lunga vita professionale, un momento di emozione così intensa e di responsabilità così ampia. Ringrazio altresì il mio predecessore Giuseppe Conte che ha affrontato una situazione di emergenza sanitaria ed economica come mai era accaduto dall’Unità d’Italia.
Si è discusso molto sulla natura di questo governo. La storia repubblicana ha dispensato una varietà infinita di formule. Nel rispetto che tutti abbiamo per le istituzioni e per il corretto funzionamento di una democrazia rappresentativa, un esecutivo come quello che ho l’onore di presiedere, specialmente in una situazione drammatica come quella che stiamo vivendo, è semplicemente il governo del Paese. Non ha bisogno di alcun aggettivo che lo definisca. Riassume la volontà, la consapevolezza, il senso di responsabilità delle forze politiche che lo sostengono alle quali è stata chiesta una rinuncia per il bene di tutti, dei propri elettori come degli elettori di altri schieramenti, anche dell’opposizione, dei cittadini italiani tutti. Questo è lo spirito repubblicano di un governo che nasce in una situazione di emergenza raccogliendo l’alta indicazione del capo dello Stato.
La crescita di un’economia di un Paese non scaturisce solo da fattori economici. Dipende dalle istituzioni, dalla fiducia dei cittadini verso di esse, dalla condivisione di valori e di speranze. Gli stessi fattori determinano il progresso di un Paese.

Si è detto e scritto che questo governo è stato reso necessario dal fallimento della politica. Mi sia consentito di non essere d’accordo. Nessuno fa un passo indietro rispetto alla propria identità ma semmai, in un nuovo e del tutto inconsueto perimetro di collaborazione, ne fa uno avanti nel rispondere alle necessità del Paese, nell’avvicinarsi ai problemi quotidiani delle famiglie e delle imprese che ben sanno quando è il momento di lavorare insieme, senza pregiudizi e rivalità.
Nei momenti più difficili della nostra storia, l’espressione più alta e nobile della politica si è tradotta in scelte coraggiose, in visioni che fino a un attimo prima sembravano impossibili. Perché prima di ogni nostra appartenenza, viene il dovere della cittadinanza.

Siamo cittadini di un Paese che ci chiede di fare tutto il possibile, senza perdere tempo, senza lesinare anche il più piccolo sforzo, per combattere la pandemia e contrastare la crisi economica. E noi oggi, politici e tecnici che formano questo nuovo esecutivo siamo tutti semplicemente cittadini italiani, onorati di servire il proprio Paese, tutti ugualmente consapevoli del compito che ci è stato affidato.

Questo è lo spirito repubblicano del mio governo.

La durata dei governi in Italia è stata mediamente breve ma ciò non ha impedito, in momenti anche drammatici della vita della nazione, di compiere scelte decisive per il futuro dei nostri figli e nipoti. Conta la qualità delle decisioni, conta il coraggio delle visioni, non contano i giorni. Il tempo del potere può essere sprecato anche nella sola preoccupazione di conservarlo. Oggi noi abbiamo, come accadde ai governi dell’immediato Dopoguerra, la possibilità, o meglio la responsabilità, di avviare una Nuova Ricostruzione. L’Italia si risollevò dal disastro della Seconda Guerra Mondiale con orgoglio e determinazione e mise le basi del miracolo economico grazie a investimenti e lavoro. Ma soprattutto grazie alla convinzione che il futuro delle generazioni successive sarebbe stato migliore per tutti. Nella fiducia reciproca, nella fratellanza nazionale, nel perseguimento di un riscatto civico e morale. A quella Ricostruzione collaborarono forze politiche ideologicamente lontane se non contrapposte. Sono certo che anche a questa Nuova Ricostruzione nessuno farà mancare, nella distinzione di ruoli e identità, il proprio apporto. Questa è la nostra missione di italiani: consegnare un Paese migliore e più giusto ai figli e ai nipoti.

Spesso mi sono chiesto se noi, e mi riferisco prima di tutto alla mia generazione, abbiamo fatto e stiamo facendo per loro tutto quello che i nostri nonni e padri fecero per noi, sacrificandosi oltre misura. È una domanda che ci dobbiamo porre quando non facciamo tutto il necessario per promuovere al meglio il capitale umano, la formazione, la scuola, l’università e la cultura. Una domanda alla quale dobbiamo dare risposte concrete e urgenti quando deludiamo i nostri giovani costringendoli ad emigrare da un paese che troppo spesso non sa valutare il merito e non ha ancora realizzato una effettiva parità di genere. Una domanda che non possiamo eludere quando aumentiamo il nostro debito pubblico senza aver speso e investito al meglio risorse che sono sempre scarse. Ogni spreco oggi è un torto che facciamo alle prossime generazioni, una sottrazione dei loro diritti. Esprimo davanti a voi, che siete i rappresentanti eletti degli italiani, l’auspicio che il desiderio e la necessità di costruire un futuro migliore orientino saggiamente le nostre decisioni. Nella speranza che i giovani italiani che prenderanno il nostro posto, anche qui in questa aula, ci ringrazino per il nostro lavoro e non abbiano di che rimproverarci per il nostro egoismo.

Questo governo nasce nel solco dell’appartenenza del nostro Paese, come socio fondatore, all’Unione europea, e come protagonista dell’Alleanza Atlantica, nel solco delle grandi democrazie occidentali, a difesa dei loro irrinunciabili principi e valori. Sostenere questo governo significa condividere l’irreversibilità della scelta dell’euro, significa condividere la prospettiva di un’Unione Europea sempre più integrata che approderà a un bilancio pubblico comune capace di sostenere i Paesi nei periodi di recessione. Gli Stati nazionali rimangono il riferimento dei nostri cittadini, ma nelle aree definite dalla loro debolezza cedono sovranità nazionale per acquistare sovranità condivisa. Anzi, nell’appartenenza convinta al destino dell’Europa siamo ancora più italiani, ancora più vicini ai nostri territori di origine o residenza. Dobbiamo essere orgogliosi del contributo italiano alla crescita e allo sviluppo dell’Unione europea. Senza l’Italia non c’è l’Europa. Ma, fuori dall’Europa c’è meno Italia. Non c’è sovranità nella solitudine. C’è solo l’inganno di ciò che siamo, nell’oblio di ciò che siamo stati e nella negazione di quello che potremmo essere. Siamo una grande potenza economica e culturale. Mi sono sempre stupito e un po’ addolorato in questi anni, nel notare come spesso il giudizio degli altri sul nostro Paese sia migliore del nostro. Dobbiamo essere più orgogliosi, più giusti e più generosi nei confronti del nostro Paese. E riconoscere i tanti primati, la profonda ricchezza del nostro capitale sociale, del nostro volontariato, che altri ci invidiano.

 

Lo stato del Paese dopo un anno di pandemia

Da quando è esplosa l’epidemia, ci sono stati -- i dati ufficiali sottostimano il fenomeno -- 92.522 morti, 2.725.106 cittadini colpiti dal virus, in questo momento 2.074 sono i ricoverati in terapia intensiva. Ci sono 259 morti tra gli operatori sanitari e 118.856 sono quelli contagiati, a dimostrazione di un enorme sacrificio sostenuto con generosità e impegno. Cifre che hanno messo a dura prova il sistema sanitario nazionale, sottraendo personale e risorse alla prevenzione e alla cura di altre patologie, con conseguenze pesanti sulla salute di tanti italiani.

L’aspettativa di vita, a causa della pandemia, è diminuita: fino a 4 - 5 anni nelle zone di maggior contagio; un anno e mezzo - due in meno per tutta la popolazione italiana. Un calo simile non si registrava in Italia dai tempi delle due guerre mondiali.
La diffusione del virus ha comportato gravissime conseguenze anche sul tessuto economico e sociale del nostro Paese. Con rilevanti impatti sull’occupazione, specialmente quella dei giovani e delle donne. Un fenomeno destinato ad aggravarsi quando verrà meno il divieto di licenziamento.

Si è anche aggravata la povertà. I dati dei centri di ascolto Caritas, che confrontano il periodo maggio-settembre del 2019 con lo stesso periodo del 2020, mostrano che da un anno all’altro l’incidenza dei “nuovi poveri” passa dal 31% al 45%: quasi una persona su due che oggi si rivolge alla Caritas lo fa per la prima volta. Tra i nuovi poveri aumenta in particolare il peso delle famiglie con minori, delle donne, dei giovani, degli italiani, che sono oggi la maggioranza (52% rispetto al 47,9 % dello scorso anno) e delle persone in età lavorativa, di fasce di cittadini finora mai sfiorati dall’indigenza.

Il numero totale di ore di Cassa integrazione per emergenza sanitaria dal 1 aprile al 31 dicembre dello scorso anno supera i 4 milioni. Nel 2020 gli occupati sono scesi di 444 mila unità ma il calo si è accentrato su contratti a termine (-393 mila) e lavoratori autonomi (-209). La pandemia ha finora ha colpito soprattutto giovani e donne, una disoccupazione selettiva ma che presto potrebbe iniziare a colpire anche i lavoratori con contratti a tempo indeterminato.

Gravi e con pochi precedent storici gli effetti sulla diseguaglianza. In assenza di interventi pubblici il coefficiente di Gini, una misura della diseguaglianza nella distribuzione del reddito, sarebbe aumentato, nel primo semestre del 2020 (secondo una recente stima), di 4 punti percentuali, rispetto al 34.8% del 2019. Questo aumento sarebbe stato maggiore di quello cumulato durante le due recenti recessioni. L’aumento nella diseguaglianza è stato tuttavia attenuato dalle reti di protezione presenti nel nostro sistema di sicurezza sociale, in particolare dai provvedimenti che dall’inizio della pandemia li hanno rafforzati. Rimane però il fatto che il nostro sistema di sicurezza sociale è squilibrato, non proteggendo a sufficienza i cittadini con impieghi a tempo determinato e i lavoratori autonomi.

Le previsioni pubblicate la scorsa settimana dalla Commissione europea indicano che sebbene nel 2020 la recessione europea sia stata meno grave di quanto ci si aspettasse -- e che quindi già fra poco più di un anno si dovrebbero recuperare i livelli di attività economica pre-pandemia – in Italia questo non accadrà prima della fine del 2022, in un contesto in cui, prima della pandemia, non avevamo ancora recuperato pienamente gli effetti delle crisi del 2008-09 e del 2011-13.
La diffusione del Covid ha provocato ferite profonde nelle nostre comunità, non solo sul piano sanitario ed economico, ma anche su quello culturale ed educativo. Le ragazze e i ragazzi hanno avuto, soprattutto quelli nelle scuole secondarie di secondo grado, il servizio scolastico attraverso la Didattica a Distanza che, pur garantendo la continuità del servizio, non può non creare disagi ed evidenziare diseguaglianze. Un dato chiarisce meglio la dinamica attuale: a fronte di 1.696.300 studenti delle scuole secondarie di secondo grado, nella prima settimana di febbraio solo 1.039.372 studenti (il 61,2% del totale) ha avuto assicurato il servizio attraverso la Didattica a Distanza.

Le priorità per ripartire

Questa situazione di emergenza senza precedenti impone di imboccare, con decisione e rapidità, una strada di unità e di impegno comune.

Il piano di vaccinazione. Gli scienziati in soli 12 mesi hanno fatto un miracolo: non era mai accaduto che si riuscisse a produrre un nuovo vaccino in meno di un anno. La nostra prima sfida è, ottenutene le quantità sufficienti, distribuirlo rapidamente ed efficientemente.

Abbiamo bisogno di mobilitare tutte le energie su cui possiamo contare, ricorrendo alla protezione civile, alle forze armate, ai tanti volontari. Non dobbiamo limitare le vaccinazioni all’interno di luoghi specifici, spesso ancora non pronti: abbiamo il dovere di renderle possibili in tutte le strutture disponibili, pubbliche e private. Facendo tesoro dell’esperienza fatta con i tamponi che, dopo un ritardo iniziale, sono stati permessi anche al di fuori della ristretta cerchia di ospedali autorizzati. E soprattutto imparando da Paesi che si sono mossi più rapidamente di noi disponendo subito di quantità di vaccini adeguate. La velocità è essenziale non solo per proteggere gli individui e le loro comunità sociali, ma ora anche per ridurre le possibilità che sorgano altre varianti del virus.

Sulla base dell’esperienza dei mesi scorsi dobbiamo aprire un confronto a tutto campo sulla riforma della nostra sanità. Il punto centrale è rafforzare e ridisegnare la sanità territoriale, realizzando una forte rete di servizi di base (case della comunità, ospedali di comunità, consultori, centri di salute mentale, centri di prossimità contro la povertà sanitaria). È questa la strada per rendere realmente esigibili i “Livelli essenziali di assistenza” e affidare agli ospedali le esigenze sanitarie acute, post acute e riabilitative. La “casa come principale luogo di cura” è oggi possibile con la telemedicina, con l’assistenza domiciliare integrata.

La scuola: non solo dobbiamo tornare rapidamente a un orario scolastico normale, anche distribuendolo su diverse fasce orarie, ma dobbiamo fare il possibile, con le modalità più adatte, per recuperare le ore di didattica in presenza perse lo scorso anno, soprattutto nelle regioni del Mezzogiorno in cui la didattica a distanza ha incontrato maggiori difficoltà.
Occorre rivedere il disegno del percorso scolastico annuale. Allineare il calendario scolastico alle esigenze derivanti dall’esperienza vissuta dall’inizio della pandemia. Il ritorno a scuola deve avvenire in sicurezza.
È necessario investire in una transizione culturale a partire dal patrimonio identitario umanistico riconosciuto a livello internazionale. Siamo chiamati disegnare un percorso educativo che combini la necessaria adesione agli standard qualitativi richiesti, anche nel panorama europeo, con innesti di nuove materie e metodologie, e coniugare le competenze scientifiche con quelle delle aree umanistiche e del multilinguismo.

Infine è necessario investire nella formazione del personale docente per allineare l’offerta educativa alla domanda delle nuove generazioni.

In questa prospettiva particolare attenzione va riservata agli ITIS (istituti tecnici). In Francia e in Germania, ad esempio, questi istituti sono un pilastro importante del sistema educativo. E’ stato stimato in circa 3 milioni, nel quinquennio 2019-23, il fabbisogno di diplomati di istituti tecnici nell’area digitale e ambientale. Il Programma Nazionale di Ripresa e Resilienza assegna 1,5 md agli ITIS, 20 volte il finanziamento di un anno normale pre-pandemia. Senza innovare l’attuale organizzazione di queste scuole, rischiamo che quelle risorse vengano sprecate.

La globalizzazione, la trasformazione digitale e la transizione ecologica stanno da anni cambiando il mercato del lavoro e richiedono continui adeguamenti nella formazione universitaria. Allo stesso tempo occorre investire adeguatamente nella ricerca, senza escludere la ricerca di base, puntando all’eccellenza, ovvero a una ricerca riconosciuta a livello internazionale per l’impatto che produce sulla nuova conoscenza e sui nuovi modelli in tutti i campi scientifici. Occorre infine costruire sull’esperienza di didattica a distanza maturata nello scorso anno sviluppandone le potenzialità con l’impiego di strumenti digitali che potranno essere utilizzati nella didattica in presenza.

Oltre la pandemia

Quando usciremo, e usciremo, dalla pandemia, che mondo troveremo? Alcuni pensano che la tragedia nella quale abbiamo vissuto per più di 12 mesi sia stata simile ad una lunga interruzione di corrente. Prima o poi la luce ritorna, e tutto ricomincia come prima. La scienza, ma semplicemente il buon senso, suggeriscono che potrebbe non essere così.
Il riscaldamento del pianeta ha effetti diretti sulle nostre vite e sulla nostra salute, dall’inquinamento, alla fragilità idrogeologica, all’innalzamento del livelllo dei mari che potrebbe rendere ampie zone di alcune città litoranee non più abitabili. Lo spazio che alcune megalopoli hanno sottratto alla natura potrebbe essere stata una delle cause della trasmissione del virus dagli animali all'uomo.

Come ha detto papa Francesco "Le tragedie naturali sono la risposta della terra al nostro maltrattamento. E io penso che se chiedessi al Signore che cosa pensa, non credo mi direbbe che è una cosa buona: siamo stati noi a rovinare l'opera del Signore”.
Proteggere il futuro dell’ambiente, conciliandolo con il progresso e il benessere sociale, richiede un approccio nuovo: digitalizzazione, agricoltura, salute, energia, aerospazio, cloud computing, scuole ed educazione, protezione dei territori , biodiversità, riscaldamento globale ed effetto serra, sono diverse facce di una sfida poliedrica che vede al centro l’ecosistema in cui si svilupperanno tutte le azioni umane.

Anche nel nostro Paese alcuni modelli di crescita dovranno cambiare. Ad esempio il modello di turismo, un’attività che prima della pandemia rappresentava il 14 per cento del totale delle nostre attività economiche. Imprese e lavoratori in quel settore vanno aiutati ad uscire dal disastro creato dalla pandemia. Ma senza scordare che il nostro turismo avrà un futuro se non dimentichiamo che esso vive della nostra capacità di preservare, cioè almeno non sciupare, città d’arte, luoghi e tradizioni che successive generazioni attraverso molti secoli hanno saputo preservare e ci hanno tramandato.
Uscire dalla pandemia non sarà come riaccendere la luce. Questa osservazione, che gli scienziati non smettono di ripeterci, ha una conseguenza importante. Il governo dovrà proteggere i lavoratori, tutti i lavoratori, ma sarebbe un errore proteggere indifferentemente tutte le attività economiche. Acune dovranno cambiare, anche radicalmente. E la scelta di quali attività proteggere e quali accompagnare nel cambiamento è il difficile compito che la politica economica dovrà affrontare nei prossimi mesi.

La capacità di adattamento del nostro sistema produttivo e interventi senza precedenti hanno permesso di preservare la forza lavoro in un anno drammatico: sono stati sette milioni i lavoratori che hanno fruito di strumenti di integrazione salariale per un totale di 4 miliardi di ore. Grazie a tali misure, supportate anche dalla Commissione Europea mediante il programma SURE, è stato possibile limitare gli effetti negativi sull'occupazione. A pagare il prezzo più alto sono stati i giovani, le donne e i lavoratori autonomi. E’ innanzitutto a loro che bisogna pensare quando approntiamo una strategia di sostegno delle imprese e del lavoro, strategia che dovrà coordinare la sequenza degli interventi sul lavoro, sul credito e sul capitale.

Centrali sono le politiche attive del lavoro. Affinché esse siano immediatamente operative è necessario migliorare gli strumenti esistenti, come l’assegno di riallocazione, rafforzando le politiche di formazione dei lavoratori occupati e disoccupati. Vanno anche rafforzate le dotazioni di personale e digitali dei centri per l’impiego in accordo con le regioni. Questo progetto è già parte del Programma Nazionale di Ripresa e Resilienza ma andrà anticipato da subito.
Il cambiamento climatico, come la pandemia, penalizza alcuni settori produttivi senza che vi sia un’espansione in altri settori che possa compensare. Dobbiamo quindi essere noi ad assicurare questa espansione e lo dobbiamo fare subito.
La risposta della politica economica al cambiamento climatico e alla pandemia dovrà essere una combinazione di politiche strutturali che facilitino l’innovazione, di politiche finanziarie che facilitino l’accesso delle imprese capaci di crescere al capitale e al credito e di politiche monetarie e fiscali espansive che agevolino gli investimenti e creino domanda per le nuove attività sostenibili che sono state create.
Vogliamo lasciare un buon pianeta, non solo una buona moneta.

Parità di genere

La mobilitazione di tutte le energie del Paese nel suo rilancio non può prescindere dal coinvolgimento delle donne. Il divario di genere nei tassi di occupazione in Italia rimane tra i più alti di Europa: circa 18 punti su una media europea di 10. Dal dopoguerra ad oggi, la situazione è notevolmente migliorata, ma questo incremento non è andato di pari passo con un altrettanto evidente miglioramento delle condizioni di carriera delle donne. L’Italia presenta oggi uno dei peggiori gap salariali tra generi in Europa, oltre una cronica scarsità di donne in posizioni manageriali di rilievo.

Una vera parità di genere non significa un farisaico rispetto di quote rosa richieste dalla legge: richiede che siano garantite parità di condizioni competitive tra generi. Intendiamo lavorare in questo senso, puntando a un riequilibrio del gap salariale e un sistema di welfare che permetta alle donne di dedicare alla loro carriera le stesse energie dei loro colleghi uomini, superando la scelta tra famiglia o lavoro.

Garantire parità di condizioni competitive significa anche assicurarsi che tutti abbiano eguale accesso alla formazione di quelle competenze chiave che sempre più permetteranno di fare carriera – digitali, tecnologiche e ambientali. Intendiamo quindi investire, economicamente ma soprattutto culturalmente, perché sempre più giovani donne scelgano di formarsi negli ambiti su cui intendiamo rilanciare il Paese. Solo in questo modo riusciremo a garantire che le migliori risorse siano coinvolte nello sviluppo del Paese.

 

Il Mezzogiorno

Aumento dell’occupazione, in primis, femminile, è obiettivo imprescindibile: benessere, autodeterminazione, legalità, sicurezza sono strettamente legati all’aumento dell’occupazione femminile nel Mezzogiorno. Sviluppare la capacità di attrarre investimenti privati nazionali e internazionali è essenziale per generare reddito, creare lavoro, investire il declino demografico e lo spopolamento delle aree interne. Ma per raggiungere questo obiettivo occorre creare un ambiente dove legalità e sicurezza siano sempre garantite. Vi sono poi strumenti specifici quali il credito d’imposta e altri interventi da concordare in sede europea.
Per riuscire a spendere e spendere bene, utilizzando gli investimenti dedicati dal Next Generation EU occorre irrobustire le amministrazioni meridionali, anche guardando con attenzione all’esperienza di un passato che spesso ha deluso la speranza.

Gli investimenti pubblici
In tema di infrastrutture occorre investire sulla preparazione tecnica, legale ed economica dei funzionari pubblici per permettere alle amministrazioni di poter pianificare, progettare ed accelerare gli investimenti con certezza dei tempi, dei costi e in piena compatibilità con gli indirizzi di sostenibilità e crescita indicati nel Programma nazionale di Ripresa e Resilienza. Particolare attenzione va posta agli investimenti in manutenzione delle opere e nella tutela del territorio, incoraggiando l’utilizzo di tecniche predittive basate sui più recenti sviluppi in tema di Intelligenza artificiale e tecnologie digitali. Il settore privato deve essere invitato a partecipare alla realizzazione degli investimenti pubblici apportando più che finanza, competenza, efficienza e innovazione per accelerare la realizzazione dei progetti nel rispetto dei costi previsti.

Next Generation EU

La strategia per i progetti del Next Generation EU non può che essere trasversale e sinergica, basata sul principio dei co-benefici, cioè con la capacità di impattare simultaneamente più settori, in maniera coordinata.
Dovremo imparare a prevenire piuttosto che a riparare, non solo dispiegando tutte le tecnologie a nostra disposizione ma anche investendo sulla consapevolezza delle nuove generazioni che “ogni azione ha una conseguenza”.
Come si è ripetuto più volte, avremo a disposizione circa 210 miliardi lungo un periodo di sei anni.
Queste risorse dovranno essere spese puntando a migliorare il potenziale di crescita della nostra economia. La quota di prestiti aggiuntivi che richiederemo tramite la principale componente del programma, lo Strumento per la ripresa e resilienza, dovrà essere modulata in base agli obiettivi di finanza pubblica.

Il precedente Governo ha già svolto una grande mole di lavoro sul Programma di ripresa e resilienza (PNRR). Dobbiamo approfondire e completare quel lavoro che, includendo le necessarie interlocuzioni con la Commissione Europea, avrebbe una scadenza molto ravvicinata, la fine di aprile.
Gli orientamenti che il Parlamento esprimerà nei prossimi giorni a commento della bozza di Programma presentata dal Governo uscente saranno di importanza fondamentale nella preparazione della sua versione finale. Voglio qui riassumere l’orientamento del nuovo Governo.
Le Missioni del Programma potranno essere rimodulate e riaccorpate, ma resteranno quelle enunciate nei precedenti documenti del Governo uscente, ovvero l’innovazione, la digitalizzazione, la competitività e la cultura; la transizione ecologica; le infrastrutture per la mobilità sostenibile; la formazione e la ricerca; l’equità sociale, di genere, generazionale e territoriale; la salute e la relativa filiera produttiva.
Dovremo rafforzare il Programma prima di tutto per quanto riguarda gli obiettivi strategici e le riforme che li accompagnano.

 

Obiettivi strategici:

Il Programma è finora stato costruito in base ad obiettivi di alto livello e aggregando proposte progettuali in missioni, componenti e linee progettuali. Nelle prossime settimane rafforzeremo la dimensione strategica del Programma, in particolare con riguardo agli obiettivi riguardanti la produzione di energia da fonti rinnovabili, l’inquinamento dell’aria e delle acque, la rete ferroviaria veloce, le reti di distribuzione dell’energia per i veicoli a propulsione elettrica, la produzione e distribuzione di idrogeno, la digitalizzazione, la banda larga e le reti di comunicazione 5G.
Il ruolo dello Stato e il perimetro dei suoi interventi dovranno essere valutati con attenzione. Compito dello dello Stato è utilizzare le leve della spesa per ricerca e sviluppo, dell’istruzione e della formazione, della regolamentazione, dell’incentivazione e della tassazione.
In base a tale visione strategica, il Programma nazionale di Ripresa e Resilienza indicherà obiettivi per il prossimo decennio e più a lungo termine, con una tappa intermedia per l’anno finale del Next Generation EU, il 2026. Non basterà elencare progetti che si vogliono completare nei prossimi anni. Dovremo dire dove vogliamo arrivare nel 2026 e a cosa puntiamo per il 2030 e il 2050, anno in cui l’Unione Europea intende arrivare a zero emissioni nette di CO2 e gas clima-alteranti.
Selezioneremo progetti e iniziative coerenti con gli obiettivi strategici del Programma, prestando grande attenzione alla loro fattibilità nell’arco dei sei anni del programma. Assicureremo inoltre che l’impulso occupazionale del Programma sia sufficientemente elevato in ciascuno dei sei anni, compreso il 2021.
Chiariremo il ruolo del terzo settore e del contributo dei privati al Programma Nazionale di Ripresa e Resilienza attraverso i meccanismi di finanziamento a leva (fondo dei fondi).
Sottolineeremo il ruolo della scuola che tanta parte ha negli obiettivi di coesione sociale e territoriale e quella dedicata all'inclusione sociale e alle politiche attive del lavoro
Nella sanità dovremo usare questi progetti per porre le basi, come indicato sopra, per rafforzare la medicina territoriale e la telemedicina.
La governance del Programma di ripresa e resilienza è incardinata nel Ministero dell’Economia e Finanza con la strettissima collaborazione dei Ministeri competenti che definiscono le politiche e i progetti di settore. Il Parlamento verrà costantemente informato sia sull’impianto complessivo, sia sulle politiche di settore.

Infine il capitolo delle riforme che affronterò ora separatamente.

Le riforme
Il Next generation EU prevede riforme.

Alcune riguardano problemi aperti da decenni ma che non per questo vanno dimenticati. Fra questi la certezza delle norme e dei piani di investimento pubblico, fattori che limitano gli investimenti, sia italiani che esteri. inoltre la concorrenza: chiederò all’Autorità garante per la concorrenza e il mercato, di produrre in tempi brevi come previsto dalla Legge Annuale sulla Concorrenza (Legge 23 luglio 2009, n. 99) le sue proposte in questo campo.

Negli anni recenti i nostri tentativi di riformare il paese non sono stati del tutto assenti, ma i loro effetti concreti sono stati limitati. Il problema sta forse nel modo in cui spesso abbiamo disegnato le riforme: con interventi parziali dettati dall’urgenza del momento, senza una visione a tutto campo che richiede tempo e competenza. Nel caso del fisco, per fare un esempio, non bisogna dimenticare che il sistema tributario è un meccanismo complesso, le cui parti si legano una all’altra. Non è una buona idea cambiare le tasse una alla volta. Un intervento complessivo rende anche più difficile che specifici gruppi di pressione riescano a spingere il governo ad adottare misure scritte per avvantaggiarli.

Inoltre, le esperienze di altri paesi insegnano che le riforme della tassazione dovrebbero essere affidate a esperti, che conoscono bene cosa può accadere se si cambia un’imposta. Ad esempio la Danimarca, nel 2008, nominò una Commissione di esperti in materia fiscale. La Commissione incontrò i partiti politici e le parti sociali e solo dopo presentò la sua relazione al Parlamento. Il progetto prevedeva un taglio della pressione fiscale pari a 2 punti di Pil. L’aliquota marginale massima dell’imposta sul reddito veniva ridotta, mentre la soglia di esenzione veniva alzata.

Un metodo simile fu seguito in Italia all’inizio degli anni Settanta del secolo scorso quando il governo affidò ad una commissione di esperti, fra i quali Bruno Visentini e Cesare Cosciani, il compito di ridisegnare il nostro sistema tributario, che non era stato più modificato dai tempi della riforma Vanoni del 1951. Si deve a quella commissione l’introduzione dell’imposta sul reddito delle persone fisiche e del sostituto d’imposta per i redditi da lavoro dipendente. Una riforma fiscale segna in ogni Paese un passaggio decisivo. Indica priorità, dà certezze, offre opportunità, è l’architrave della politica di bilancio.

In questa prospettiva va studiata una revisione profonda dell’Irpef con il duplice obiettivo di semplificare e razionalizzare la struttura del prelievo, riducendo gradualmente il carico fiscale e preservando la progressività. Funzionale al perseguimento di questi ambiziosi obiettivi sarà anche un rinnovato e rafforzato impegno nell’azione di contrasto all’evasione fiscale.
L’altra riforma che non si può procrastinare è quella della pubblica amministrazione. Nell’emergenza l’azione amministrativa, a livello centrale e nelle strutture locali e periferiche, ha dimostrato capacità di resilienza e di adattamento grazie a un impegno diffuso nel lavoro a distanza e a un uso intelligente delle tecnologie a sua disposizione. La fragilità del sistema delle pubbliche amministrazioni e dei servizi di interesse collettivo è, tuttavia, una realtà che deve essere rapidamente affrontata.
Particolarmente urgente è lo smaltimento dell’arretrato accumulato durante la pandemia. Agli uffici verrà chiesto di predisporre un piano di smaltimento dell’arretrato e comunicarlo ai cittadini.

La riforma dovrà muoversi su due direttive: investimenti in connettività con anche la realizzazione di piattaforme efficienti e di facile utilizzo da parte dei cittadini; aggiornamento continuo delle competenze dei dipendenti pubblici, anche selezionando nelle assunzioni le migliori competenze e attitudini in modo rapido, efficiente e sicuro, senza costringere a lunghissime attese decine di migliaia di candidati.

Nel campo della giustizia le azioni da svolgere sono principalmente quelle che si collocano all’interno del contesto e delle aspettative dell’Unione europea. Nelle Country Specific Recommendations indirizzate al nostro Paese negli anni 2019 e 2020, la Commissione, pur dando atto dei progressi compiuti negli ultimi anni, ci esorta: ad aumentare l’efficienza del sistema giudiziario civile, attuando e favorendo l’applicazione dei decreti di riforma in materia di insolvenza, garantendo un funzionamento più efficiente dei tribunali, favorendo lo smaltimento dell’arretrato e una migliore gestione dei carichi di lavoro, adottando norme procedurali più semplici, coprendo i posti vacanti del personale amministrativo, riducendo le differenze che sussistono nella gestione dei casi da tribunale a tribunale e infine favorendo la repressione della corruzione.
Nei nostri rapporti internazionali questo governo sarà convintamente europeista e atlantista, in linea con gli ancoraggi storici dell’Italia: Unione europea, Alleanza Atlantica, Nazioni Unite. Ancoraggi che abbiamo scelto fin dal dopoguerra, in un percorso che ha portato benessere, sicurezza e prestigio internazionale. Profonda è la nostra vocazione a favore di un multilateralismo efficace, fondato sul ruolo insostituibile delle Nazioni Unite. Resta forte la nostra attenzione e proiezione verso le aree di naturale interesse prioritario, come i Balcani, il Mediterraneo allargato, con particolare attenzione alla Libia e al Mediterraneo orientale, e all’Africa.

Gli anni più recenti hanno visto una spinta crescente alla costruzione in Europa di reti di rapporti bilaterali e plurilaterali privilegiati. Proprio la pandemia ha rivelato la necessità di perseguire uno scambio più intenso con i partner con i quali la nostra economia è più integrata. Per l’Italia ciò comporterà la necessità di meglio strutturare e rafforzare il rapporto strategico e imprescindibile con Francia e Germania. Ma occorrerà anche consolidare la collaborazione con Stati con i quali siamo accomunati da una specifica sensibilità mediterranea e dalla condivisione di problematiche come quella ambientale e migratoria: Spagna, Grecia, Malta e Cipro. Continueremo anche a operare affinché si avvii un dialogo più virtuoso tra l’Unione europea e la Turchia, partner e alleato NATO.

L’Italia si adopererà per alimentare meccanismi di dialogo con la Federazione Russa. Seguiamo con preoccupazione ciò che sta accadendo in questo e in altri paesi dove i diritti dei cittadini sono spesso violati. Seguiamo anche con preoccupazione l’aumento delle tensioni in Asia intorno alla Cina.
Altra sfida sarà il negoziato sul nuovo Patto per le migrazioni e l’asilo, nel quale perseguiremo un deciso rafforzamento dell’equilibrio tra responsabilità dei Paesi di primo ingresso e solidarietà effettiva. Cruciale sarà anche la costruzione di una politica europea dei rimpatri dei non aventi diritto alla protezione internazionale, accanto al pieno rispetto dei diritti dei rifugiati.

L’avvento della nuova Amministrazione USA prospetta un cambiamento di metodo, più cooperativo nei confronti dell’Europa e degli alleati tradizionali. Sono fiducioso che i nostri rapporti e la nostra collaborazione non potranno che intesificarsi.
Dal dicembre scorso e fino alla fine del 2021, l’Italia esercita per la prima volta la Presidenza del G20. Il programma, che coinvolgerà l’intera compagine governativa, ruota intorno a tre pilastri: People, Planet, Prosperity. L’Italia avrà la responsabilità di guidare il Gruppo verso l’uscita dalla pandemia, e di rilanciare una crescita verde e sostenibile a beneficio di tutti. Si tratterà di ricostruire e di ricostruire meglio.
Insieme al Regno Unito – con cui quest’anno abbiamo le Presidenze parallele del G7 e del G20 – punteremo sulla sostenibilità e la “transizione verde” nella prospettiva della prossima Conferenza delle Parti sul cambiamento climatico (Cop 26), con una particolare attenzione a coinvolgere attivamente le giovani generazioni, attraverso l’evento “Youth4Climate”.

* * *

Questo è il terzo governo della legislatura. Non c’è nulla che faccia pensare che possa far bene senza il sostegno convinto di questo Parlamento. E’ un sostegno che non poggia su alchimie politiche ma sullo spirito di sacrificio con cui donne e uomini hanno affrontato l’ultimo anno, sul loro vibrante desiderio di rinascere, di tornare più forti e sull’entusiasmo dei giovani che vogliono un paese capace di realizzare i loro sogni. Oggi, l’unità non è un’opzione, l’unità è un dovere. Ma è un dovere guidato da ciò che son certo ci unisce tutti: l’amore per l’Italia.

 

 

 

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Non parlate al manovratore stava scritto. Ma.. a Draghi SI

Cronache&Commenti

Non parlate al manovratore stava scritto. Al contrario, bisogna farsi sentire da Draghi

di Alfiero Grandi
Parlamento 460 47kRicostruire una maggioranza politica dopo la crisi di governo provocata irresponsabilmente da Italia Viva è risultato impossibile. Proseguire nella ricerca di una nuova componente della maggioranza del governo Conte 2 si è rivelato impercorribile e un errore. Una diversa maggioranza politica non esisteva, come ha accertato con l’incarico esplorativo il Presidente della Camera.

Il Presidente della Repubblica non poteva che trarne le conseguenze, per questo ha spiegato con nettezza che non ci sono oggi le condizioni per convocare elezioni anticipate, perché la pandemia non è sotto controllo (quasi 93.000 morti), perché è in atto una crisi sociale ed economica devastante che drammatizza le disuguaglianze, perché c’è l’urgenza di decidere sull’impiego delle imponenti risorse europee previste per sostenere la ripresa dell’Italia, garantendone l’impiego migliore.

Per evitare il voto anticipato e uscire dallo stallo politico il Presidente della Repubblica ha incaricato Draghi di formare un governo per affrontare questi compiti impegnativi, senza dimenticare la fine del blocco dei licenziamenti a marzo, che rischia di aprire una fase di crescita drammatica della disoccupazione, e la chiusura di tante attività economiche. Perfino decreti del Governo precedente per interventi urgenti sono a rischio decadenza.

Il governo Draghi è conseguenza dell’assenza di soluzioni politiche. Renzi ha provocato la crisi del Conte 2 senza porsi il problema di un’alternativa possibile, ora cerca di mettere il cappello sul governo Draghi. Lui ha certamente destabilizzato, ma altri hanno dovuto risolvere la crisi che ha provocato per evitare il crollo di credibilità delle istituzioni e il rischio di una crisi senza precedenti della nostra democrazia. Questa è la critica più forte e feroce agli irresponsabili destabilizzatori che hanno provocato scientemente la crisi della maggioranza politica precedente, costringendo a scelte di emergenza democratica, senza alternative se non le elezioni anticipate, finendo per favorire l’entrata nel governo di Forza Italia e della Lega. Non a caso la richiesta di elezioni anticipate è scomparsa tranne la flebile richiesta di Fratelli d’Italia.

Certo il governo Conte 2 era in evidente affanno da tempo, prigioniero dei veti di Italia Viva e di suoi limiti politici.

Le difficoltà del governo Conte 2 si sono manifestate con il taglio del parlamento, che ha trovato purtroppo il consenso parlamentare di tutta la maggioranza, malgrado i 3 voti contrari dati in precedenza dal Pd e Leu a questa modifica della Costituzione, voluta dalla precedente maggioranza giallo-verde. Il taglio è stato un colpo pesante al ruolo e alla credibilità del parlamento, al suo ruolo di rappresentante dei cittadini, a cui avevano già pesantemente contribuito l’abuso dei decreti legge, dei voti di fiducia e dei maxi emendamenti, usati a raffica per costringere il parlamento ad approvare i provvedimenti del governo. Quando i governi comprimono il ruolo del parlamento in realtà prenotano una loro crisi politica e di credibilità, perché la loro forza e legittimazione viene proprio dalla fiducia di chi è stato chiamato a rappresentare il paese.

Per questo le sfide da affrontare sono paragonabili alla ricostruzione postbellica.

La risposta a questa fase richiede non solo un sussulto di responsabilità del parlamento ma un protagonismo dei soggettiLa Platea di Landini 350 min sociali, delle associazioni, delle persone che debbono con proposte e con la critica contribuire in modo non subalterno a costruire la nuova fase. Non è il momento di deleghe, occorre rivendicare un protagonismo della società che le rappresentanze politiche oggi non sono in grado di raccogliere. Alla luce dell’emergenza democratica e degli effetti nefasti del taglio del parlamento, è urgente anzitutto approvare una nuova legge elettorale proporzionale, senza soglie di sbarramento, senza liste bloccate decise dall’alto, con un collegio unico nazionale per garantire la massima proporzionalità, garantendo alle elettrici e agli elettori di poter scegliere direttamente i loro rappresentanti, ricostruendo anche per questa via un rapporto di fiducia tra eletti ed elettori. In più per il Senato occorre garantire la massima proporzionalità, dopo il taglio del parlamento, superando il vincolo costituzionale delle circoscrizioni regionali. Il compito di approvare una nuova legge elettorale, urgente ed indispensabile, è compito del parlamento. Votare con quella attuale vorrebbe dire mantenere in vigore una legge non costituzionale. Il governo non può sostituirsi al parlamento, come fece Renzi con l’Italicum imponendolo con voti di fiducia, ma può aiutarne il lavoro favorendo un’intesa sulla rappresentanza proporzionale e sul diritto dei cittadini di scegliere gli eletti.

Il governo Conte 2 purtroppo non ha capito l’urgenza di una nuova legge elettorale.

Certo la legge elettorale non basta, per ridare credibilità alla politica occorre anche regolare la vita democratica dei partiti, interrompendo la sciagura dei capipartito che decidono chi verrà eletto, e i partiti debbono ritrovare una capacità di progetto, mentre oggi sono ridotti a comitati elettorali. Occorre bloccare l’avventura politica ed istituzionale dell’autonomia differenziata tra regioni, chiesta da alcune regioni forzando la Costituzione e gli stessi referendum regionali, che finirebbe con l’indebolire l’unità nazionale e minacciare la parità di diritti previsti all’articolo 3 della Costituzione per tutti i cittadini italiani, a partire da settori fondamentali come il sistema sanitario nazionale e il sistema scolastico nazionale.

Il governo può e deve fare una scelta, respingendo queste istanze al limite della secessione.

La nostra Costituzione ha già subito fin troppi stravolgimenti che hanno peggiorato la funzionalità delle istituzioni italiane, per questo non deve essere al riparo da ulteriori modifiche, intervenendo solo quando è indispensabile correggere gravi errori compiuti con modifiche costituzionali precedenti. Ad esempio introducendo una norma costituzionale che garantisca l’interesse nazionale e obblighi il governo ad intervenire per farla rispettare in tutti i campi ritenuti essenziali, anche con poteri sostitutivi. Per il resto sarebbe meglio blindare la Costituzione contro ulteriori modifiche stravolgenti, ad esempio alzando la soglia necessaria per modificarla.

La lotta alla pandemia in questa fase ha bisogno di vaccinazioni di massa, di riconoscimento delle variazioni del Covid 19, di sperimentazione di cure di avanguardia per salvare al massimo possibile le vite umane, prevedendo investimenti massicci nella medicina territoriale, per alleggerire il carico di malati degli ospedali e per evitare il taglio di altri interventi. La sanità è un campo che richiede una chiara, forte inversione di tendenza con investimenti massicci dopo anni di tagli nel settore pubblico. Il sistema sanitario è una risorsa pubblica al servizio della salute di tutti, il suo funzionamento deve tornare ai livelli più alti nel mondo, come in passato, organizzando il personale sanitario e para sanitario come una risorsa permanente del sistema, finendola con la precarietà del personale e con un piano per riportare in Italia e in Europa la produzione di tutti i presidi sanitari considerati indispensabili per garantire la disponibilità delle risorse necessarie.

Per quanto riguarda il PNRR finalizzato all’uso delle risorse messe a disposizione dall’Europa, è indispensabile che l’utilizzo dellevalledelsaccoallariscossa 350 min risorse europee avvenga in tempi rapidi fino all’ultimo euro, in aggiunta alle risorse nazionali, affidando alla maggior crescita del Pil il risanamento delle finanze pubbliche, escludendo in radice futuri interventi socialmente inaccettabili e lavorando per superare definitivamente in Europa le regole dell’austerità. Le finalità di fondo del PNRR dovranno essere ben chiare, a partire da una scelta sull’ambiente e sulla tutela del territorio come cifra di tutto il progetto, prevedendo l’uscita dall’uso delle risorse fossili nel più breve tempo possibile, compiendo scelte radicali come la diffusione a tappeto di tutte le energie rinnovabili. Scelte radicali, insieme ad altri paesi europei, possono collocare l’Italia all’avanguardia nella ricerca, nell’innovazione tecnologica, nell’occupazione di qualità, offrendo ai giovani una prospettiva occupazionale di grande valore per il futuro. Gestire la transizione dalla dismissione di tecnologie nemiche dell’ambiente e della salute a quelle green, innovative, rispettose dell’ambiente e del recupero del degrado, in grado di finalizzare l’istruzione e la diffusione dell’innovazione digitale, è la scelta più impegnativa per il governo, per il parlamento, per i partiti, per le associazioni, per i cittadini che vogliono contribuire a costruire l’Italia del futuro.

Più partecipazione, più democrazia, più coraggio su ambiente e sviluppo green, sono le sfide davanti a tutti noi. Se il governo ascolterà le istanze più innovative darà un quadro di riferimento e di sviluppo alle energie migliori del nostro paese. Altrimenti verrà perduta un’occasione.

 

 

 

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