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UIL Frosinone: Incidenti sul lavoro sono in aumento. Anche i morti

UIL FROSINONE

“Nei primi sette mesi le denunce sono in aumento. Crescono anche le morti sul lavoro”

Anita Tarquini Uil Frosinone 390 minDei 34762 infortuni sul lavoro che si sono verificati nel Lazio da gennaio a luglio 2022, 1884 sono accaduti in Ciociaria, erano stati 1373 nello stesso periodo del 2021. Un numero che non accenna a diminuire e che - rispetto allo stesso periodo dello scorso anno – si concretizza con 511 casi in più. Solo nel luglio scorso abbiamo registrato 226 infortuni, contro i 149 del luglio 2021. Ma aumentano anche le morti sul lavoro: 9 in sette mesi, 7 tra gennaio a luglio 2021. Questo e altro emerge dal focus che la Uil del Lazio e di Frosinone hanno realizzato – elaborando i dati Inail – con l’obiettivo di fotografare i rischi quotidiani che corrono quotidianamente le lavoratrici e i lavoratori del nostro territorio.

“La nostra provincia è terza in graduatoria per incidenti mortali sul lavoro – spiega Anita Tarquini, Segretaria generale della Uil di Frosinone – un tributo ancor più elevato è stato pagato da Roma e Latina, rispettivamente con 33 e 10 vittime. In tutto il Lazio 52 lavoratori nel periodo in esame sono usciti di casa e a casa non hanno fatto ritorno. Stiamo assistendo a una lunga scia di dolore interminabile e intollerabile. Non a caso la Uil è da tempo impegnata nella campagna #ZeroMortiSulLavoro, una mobilitazione di civiltà del lavoro, per rendere i luoghi di lavoro posti sicuri”.

Analizzando i numeri nazionali, scopriamo che in sette mesi all’istituto nazionale assicurazione infortuni sul lavoro sono state protocollate oltre 440mila denunce di infortuni professionali, 569 con esito mortale. In evidenza poi nel focus del sindacato anche le malattie di origine professionale. “In questo contesto – spiega la Segretaria Uil – la nostra osservazione è quadrimestrale: da gennaio ad aprile 2022 in Ciociaria i casi sono stati 424, 355 invece nel primo quadrimestre dello scorso anno”. Ottantanove in più, un numero che equivale alla crescita più marcata di tutte le province del Lazio. Le patologie del sistema osteo muscolare e del tessuto connettivo, quelle del sistema nervoso e dell’orecchio rappresentano i casi più denunciati all’Inail nel quadrimestre in questione.

“Dopo la nostra provincia - conclude Tarquini - spiccano gli incrementi delle province di Rieti, Viterbo e Roma. Mentre in quella pontina si è registrato un trend decrescente da 269 a 241 unità. La somma del Lazio arriva comunque a 1407 casi, contro i 1276 del 2021. Stiamo parlando di un bilancio parziale, ma già da adesso possiamo affermare che il trend di crescita è preoccupante. Segno evidente che anche sotto il profilo della salute sui luoghi di lavoro il Governo dovrà compiere passi decisivi e risolutivi”.

 

 

 

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GD Frosinone: Battiamo la destra sul lavoro e sulla lotta alla povertà

VOTO 2022

Lavoro ed Uguaglianza. Appello di Lorenzo Vellone, Segretario GD Frosinone

GD Fr 390 min“L’Italia, ora più che mai, ha bisogno delle idee e delle proposte del Partito Democratico. Stiamo vivendo questa campagna elettorale da protagonisti quotidianamente al fianco delle candidate e dei candidati grazie alla forza e al coordinamento della Federazione Provinciale del PD.
Continueremo a farlo stando nelle strade, nelle piazze, nei luoghi di lavoro e di studio della nostra città insieme ai Giovani Democratici della provincia di Frosinone, con cui abbiamo lanciato dieci proposte per un’Italia più giusta.

Alla destra diciamo di smetterla con le chiacchiere e di affrontarci sul terreno degli argomenti, in particolare quello del Lavoro.

In questa fase di grande incertezza abbiamo il dovere di offrire agli elettori una nuova visione di questo tema, che sia in grado di superare modelli ed errori del passato.

La nostra proposta è chiara: salario minimo a dieci euro, tirocini retribuiti per giovani e neolaureati, lotta al lavoro nero e al precariato, incentivi per l’assunzione stabile di giovani. Ridurre le diseguaglianze è il nostro obiettivo.
Siano esse economiche, sociali, territoriali, culturali o di genere.
Vogliamo farlo portando avanti misure di dignità che vadano gradualmente a debellare il lavoro povero e discontinuo, che ostacola la piena realizzazione dell’individuo e la crescita del Paese.”

 

 

 

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8 agosto 1956. Marcinelle 265 morti sul lavoro

 

8 agosto: "Giornata nazionale del sacrificio del lavoro italiano nel mondo"

di Alessandro Barbero*
marcinelle 8 agosto 1956 390 minLa mattina dell'8 agosto 1956 nella miniera di carbone Bois du Cazier, a Marcinelle, vicino a Charleroi, in Belgio, avvenne un terribile incidente.
Persero la vita 262 minatori su 275 al lavoro quel giorno.

La causa fu un incendio innescato da una scintilla elettrica vicino a un condotto dell'aria che provocò la diffusione del fumo in tutta la miniera, soffocando i lavoratori presenti.
Persero la vita 136 operai italiani, 95 belgi e altri lavoratori provenienti da tutta Europa.
L'Italia aveva sottoscritto con il Belgio,il 20 Giugno 1946, un accordo nel quale si impegnava a inviare 50.000 lavoratori nelle miniere in cambio di carbone, 200kg di carbone alla settimana per ciascun minatore.

Questo avvenne perché il Belgio, non essendo molto popolato, aveva perso ancora più forza lavoro a causa delle vittime della guerra perciò aveva un forte bisogno di manodopera proveniente dall'estero. Per contro,la situazione dei lavoratori italiani era assai precaria e molti, provenienti dalle zone più povere del paese, scelsero di andare a lavorare all'estero in cerca di fortuna.

Per convincere le persone a emigrare in Belgio a lavorare in miniera, erano state avviate in Italia diverse campagne pubblicitarie in cui venivano presentati i vantaggi di questo mestiere: pensionamento anticipato, carbone e viaggio in ferrovia gratuiti, buono stipendio, assegni familiari ecc. Tuttavia non si faceva alcun cenno ai pericoli ai quali erano esposti i minatori, dovuti per la gran parte alla mancanza del rispetto delle elementari norme di sicurezza.
Dopo il disastro di Marcinelle, nelle miniere vennero introdotte le maschere antigas e maggiori misure di sicurezza ma il numero di immigrati in Belgio si ridusse notevolmente.

L'incendio dell'8 agosto,fu provocato da un errore umano probabilmente nato da un equivoco sui segnali che dovevano scambiarsi i minatori addetti a far partire i montacarichi verso la superficie. Nel caricare i vagoncini probabilmente due di essi sporgevano, per questo andarono a urtare una putrella d' acciaio che a sua volta andò a urtare il condotto di olio, il filo della corrente elettrica e le condotte di aria compressa. Tutti questi elementi innescarono un terribile incendio; alle 8:05 il fuoco divampò in una zona circoscritta della miniera ma il fumo si diffuse velocemente nelle condutture e in tutte le gallerie, provocando il soffocamento dei minatori. L' allarme venne dato alle 8marcinelle:25 quando un minatore risalì in superficie, ma la prima squadra di soccorritori arrivò solo alle 8:58.Fu però impossibile scendere a causa del troppo fumo; si riuscì a raggiungere i 1035 metri di profondità solo alle 15:00.

Le operazioni di soccorso terminarono il 22 agosto quando un soccorritore tornò in superficie gridando con angoscia, in italiano : "Tutti cadaveri!"

Fu avviata una commissione d' inchiesta che rilevò gravi mancanze di sicurezza,tra cui le riserve d' acqua piene solo per metà, così che i pompieri furono costretti ad attaccarsi alle utenze domestiche.
La tragedia poteva essere,se non evitata,sicuramente ridimensionata.
La giustizia non fece il suo corso poiché ci fu un solo condannato,un ingegnere,a sei mesi con la condizionale e una multa.

La società Bois du Cazier venne condannata a pagare una parte delle spese di risarcimento e la causa si concluse nel 1964 con un accordo tra le parti.

La tragedia di Marcinelle fu in gran parte una tragedia dell'immigrazione italiana.
Almeno fino a quel tragico 8 agosto, i nostri connazionali incontrarono grandi difficoltà ad integrarsi con la comunità belga. Erano ritenuti inferiori, incapaci, indolenti, sporchi, persino tendenzialmente delinquenti. Spesso apostrofati come "musi neri" e "sporchi maccaroni".

Sul quotidiano Le Monde, Patrick Baragiola scrisse:"La comunità italiana del Belgio ha pagato con il sangue il prezzo del suo riconoscimento".
Per non dimenticare ,la miniera di Bois du Cazier è patrimonio dell' UNESCO.
Ogni 8 agosto ricorre la "Giornata nazionale del sacrificio del lavoro italiano nel mondo".

(dal web, in particolare www.cultura.it/biografie online e www.focus.it)
 Articolo segnalato da Ermisio Mazzocchi

*Storico, accademico, scrittore. Specializzato in storia medioevale e in storie militari.

Note. È involontariamente divenuto un punto di riferimento della sinistra italiana in rete dopo aver rivelato che, da giovane, è stato iscritto al PCI e dopo aver dichiarato nel 2011 di essere comunista.. Barbero ha preso posizione contro la Risoluzione del Parlamento europeo del 19 settembre 2019 sull'importanza della memoria europea per il futuro dell'Europa, che condanna tutti i regimi totalitari sia nazifascisti sia comunisti], ritenendo che: «I Parlamenti di ogni tipo non dovrebbero mai esprimersi sulla storia, sulla memoria, anche con le migliori intenzioni. In questo caso le intenzioni non erano nemmeno le migliori. Il Parlamento è stato intrappolato in una risoluzione che veniva da Paesi la cui storia è totalmente diversa dalla nostra, che si ostinano a pensare che i nazisti erano meglio dei comunisti, come la Polonia, dove si cerca di non far ricordare l'entusiasmo con cui molti polacchi hanno partecipato allo sterminio degli ebrei. Nella loro concezione distorta può nascere l'idea che la falce e martello faccia orrore quanto la svastica»[. Barbero giudica inoltre «altrettanto limitata» la visione secondo cui il comunismo si identificherebbe «con lo stalinismo e con i regimi dei paesi del Patto di Varsavia»[. In occasione delle elezioni amministrative del 2021, si schiera a favore del collega e candidato sindaco di Torino Angelo d'Orsi, sostenuto da una coalizione di sinistra [Wikipedia].

 

 

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Contrattare il salario del lavoro e la qualità della vita sociale delle persone

LAVORO E LAVORATORI

 “il lavoro è la dimensione fondamentale dell'uomo sulla terra ...”

di Donato Galeone*
illavoroprimaditutto 350 250 minScrivevo su questo giornale, quattro anni fa, che la crisi economica e del lavoro stava privando le persone di una vita dignitosa e che necessitava dare “valore al lavoro” - non come slogan corrente - ma quale obiettivo da raggiungere per continuare a credere e avere fiducia, impegnandoci ogni giorno e lottare, insieme, per il lavoro.
Richiamavo l'affermazione dell'operaio prete, poi Vescovo di Roma e Santo Papa - Giovanni Paolo II - che ai 100 anni della

Rerum Novarum di Leone XIII scriveva : “il lavoro è la dimensione fondamentale dell'uomo sulla terra e, come tale, esprime la sua stessa essenza”.
A fine settimana scorsa il Segretario Generale della CISL del Lazio, Enrico Coppotelli ha dichiarato: “il venire meno della occupazione comporta un effetto domino negativo che si estende sul piano psicologico (e mentale) delle persone e delle famiglie” e ha sottolineato che “la centralità del lavoro deve essere integrata dalla contrattazione sociale territoriale sulla salute delle persone”.

Sono certo che il Segretario della CISL del Lazio intende dare – nel XXI secolo – un “significato nuovo al lavoro” quale fulcro della vita di ogni essere umano sia per se stesso che per la società in cui si vive, tanto prima quanto e ancora di più, negli attuali tempi di pandemia per comprendere - tutti - la “indispensabilità di un lavoro per la vita e un minimo di reddito per la sopravvivenza delle persone”.

I giovani e le donne - emarginati da almeno due generazioni - non trovano collocazione di lavoro stabile ma, prevalentemente e saltuariamente in diffusi rapporti di lavoro a termine o precari che tendono – giorno dopo giorno – a colpire anche la personalità psicologica di partecipazione sociale attiva e le tante persone che “perdono il lavoro” provano sentimenti simili ad “un lutto familiare” per la perdita di una persona cara.
Ritengo e continuo a pensare – non solo io – che la consapevolezza sulla “disoccupazione e la non occupazione delle persone” incide, notevolmente, sullo stato mentale delle persone: favorisce o aggrava l'insorgere di disturbi sanitari di vario genere che, peraltro, sono anche costosi per la società, mentre si tende verso l'isolamento, con perdita di speranza, collocandosi al punto più basso della scala sociale della propria comunità.

In questi ultimi decenni - con la sopraggiunta pandemia Covid - il lavoro sembra apparire non più come un fondamentale mezzo dignitoso di sopravvivenza ma quale merce indifferenziata da compensare con un “salario minimo” pur in presenza di contratti collettivi di lavoro vigenti e in corso di rinnovi, con retribuzioni orarie condivise che vanno rispettate e corrisposte in “legali buste paga” e che non sono novità, ma si vuole continuare a ripetere - anche nel XXI secolo e in un mondo globalizzato della economia - che “non è il lavoro della persona la priorità centrale” ma il mercato globale competitivo con la riorganizzazione profittevole tecnologicamente avanzata delle imprese - non valorizzando, nel contempo, il lavoro - che deve essere e a ogni livello svolto tanto contrattato quanto partecipato.

Sappiamo che il lavoro cambia con le innovazioni tecnologiche e richiede, sempre, un capitale fisso e una liquidità adeguata per acquistare i mezzi di produzione e materie primarie da trasformare, però, dobbiamo anche convenire che non ci troviamo neppure nel 1865 a fare impresa con la “merce lavoro” e neppure negli ultimi 150 anni con quella “forza lavoro” chiamata - oggi - anche “risorsa umana” in “flessibilità o precarietà a tutela crescente” con il Jobs Act dell'ultimo decennio 2000.
Queste nuove forme di lavoro nei piani degli investimenti produttivi sono e saranno sempre più variabili in tempi determinati - rinnovabili più volte - ma dipendenti nell'investimento aziendale quale mezzo di costo e di tornaconto unicamente profittevole dell'impresa, non certo in funzione sociale costituzionale, ma - si sostiene - solo a “costi umani in lavori ridotti” che viene definita “disoccupazione tecnologica” che abbiamo conosciuta e contrattata, in gruppi e settori produttivi , nella terza rivoluzione industriale moderna e fino alla metà del secolo scorso.

Oggi siamo, ormai, nella “quarta rivoluzione industriale” con innovazioni tecnologiche informatiche e delle comunicazioni e di “un futuro nella nuova organizzazione del lavoro e nel produrre beni e servizi” come già avvenuto in altre fasi storiche: dalla fine del lavoro schiavistico e servile al lavoro di fatica umana ridotta con la meccanizzazione anche in agricoltura e artigianato.
Ecco, allora, il “come questo passaggio epocale” deve coinvolgere il lavoro salariato definito, ancora, subordinato nei comparti manifatturieri e nei servizi oltre che nei lavori professionali intellettuali e del sapere autonomo - nei loro giusti valori - in quanto lavoro di persone che è anche ricchezza per la società.

In un recente meeting mondiale svoltosi a Davos (Svizzera) sul tema “come padroneggiare la quarta rivoluzione industriale” Papa Francesco scrive testualmente nel suo messaggio: “gli effetti della robotica e delle innovazioni scientifiche non conducano alla distruzione della persona umana a essere rimpiazzata da una macchina senza anima o alla trasformazione del nostro pianeta in un giardino vuoto per il diletto di pochi scelti, ma è l'essere umano che deve guidare lo sviluppo tecnologico, senza lasciarsi dominare da esso. La tecnologia serva a sviluppo, lavoro e natura”.

Si tratta di esaltare ed elevare a dignità il “valore personale del lavoro” e, insieme, del lavoro diversificato, specializzato e organizzato anche nelle forme associate cooperativistiche che sono le tipologie di valore che la nostra Costituzione riconosce quale “grande capitale sociale” oltre che economico e che può esprimersi con il lavoro.

Così come la “contrattazione sociale” lanciata da Coppotelli, Segretario Generale della CISL Laziale - integrata con le contrattazioni delle condizioni del lavoro che cambia – non potrà non essere accolta sia dalla Regione Lazio e dal Comune di Roma – essenzialmente – oltre che da specifiche intese con gli Enti locali territoriali, dalle Associazioni di volontariato e dalle Fondazioni con finalità formativi e divulgativi sociali.

(*) già Segretario Provinciale di Frosinone e Regionale CISL Lazio
 
 

 

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Roma 31 giugno 2022
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Non basta il salario minimo nel precario lavoro italiano

DIRITTI DEI LAVORATORI

“direttiva sul salario minimo” e “ruolo della contrattazione collettiva”

di Donato Galeone*
sindacati 400 minLeggiamo da più giorni che il nostro Parlamento non si trova impreparato sulla introduzione di un “salario minimo” proposto con l'accordo politico del 7 giugno scorso in sede istituzionale europea che, peraltro, rafforza il “sistema delle contrattazioni collettive nazionali” nel contesto delle relazioni tra le organizzazioni più rappresentative dei lavoratori e dei datori di lavoro.

Sappiamo che il nostro Parlamento - già con legge del 14 luglio 1959 n. 741 - approvò il riconoscimento della contrattazione collettiva, limitata nel tempo, e con rispetto dell'articolo 39 della Costituzione che sancisce il principio - come noto - della libertà di associazione sindacale e rinvia alla legislazione la disciplina di un “modello di contratto collettivo erga omnes” stipulato dalle rappresentanze unitarie dei sindacati dei lavoratori.

Su questo giornale online www.unoetre.it - nei mesi di maggio e luglio 2019 con i miei articoli “salari dei contratti di lavoro e salario minimo” - testimoniavo dopo oltre 60 anni e in attuazione della legge 741/1959, la consegna formale presso l'Ufficio Provinciale del Lavoro di Matera dei contratti collettivi integrativi provinciali per “garantire i minimi di trattamento economico e normativo ai lavoratori della Provincia di Matera.”

Quel Parlamento e Governo di oltre 60 anni fa nell'adempiere il dovere istituzionale di “garantire a tutti i lavoratori italiani un più sicuro e definito livello minimo di trattamento economico e normativo” riconfermavano e riconoscevano la primaria validità dell'azione sindacale nel regolare le condizioni di lavoro con la “contrattazione collettiva”.

Ritengo e ripeto - ancora oggi - di considerare molto positivo che dal 1959 e con il sostegno di milioni di lavoratori la CGIL,CISL,UIL hanno coperto dalla contrattazione collettiva oltre l'80% del lavoro italiano e in quel 15-20% dei “lavori e lavoretti poveri” sono coinvolti sia il lavoro nero che il caporalato non sempre controllato dagli organi di vigilanza dello Stato.

A seguito dell'accordo politico del 7 giugno il Parlamento europeo e gli Stati nazionali attendono a giorni – entro fine giugno 2022 – la emanazione della “direttiva sul salario minimo” entro cui la cornice di riferimento e l'obiettivo per definire il salario minimo non è quella di uniformare i sistemi nazionali ma di di promuovere la contrattazione collettiva sulla determinazione del salario rispettando le specificità di ogni ordinamento interno e favorendo, nel contempo, il dialogo tra le parti sociali rafforzando, ancora di più, il “ruolo della contrattazione collettiva”.

Nel nostro Paese non partiamo dall'anno zero ma da lontano: esattamente 9 anni fa con proposte tra parti sociali condivise (accordo sulla rappresentatività tra Confindustria e CGIL,CISLUIL e con l'adesione della UGL del 31 maggio 2013) e con la indicazione, anche, delle sedi istituzionali (INPS e CNEL) oltre le modalità con cui misurare la rappresentatività delle organizzazioni sindacali e le regole per validare e rendere esigibili i contratti nazionali di lavoro.
Il 14 gennaio 2014 - otto anni fa - con il “Testo Unico sulla rappresentanza sindacale” si concludeva un percorso iniziato ancora più lontano – accordo interconfederale del 20 dicembre 1993 proseguito con quello del 28 giugno 2011 – e successivamente integrati dagli accordi sia del 4 luglio 2017 che del 28 febbraio 2018.
Aggiornati gli accordi sottoscritti in data 9 marzo 2018 - relativamente ai “nuovi contenuti e indirizzi delle relazioni industriali e della contrattazione collettiva“ - mediante queste importanti modifiche in previsione di una misurazione certificata della rappresentanza anche delle organizzazioni dei datori di lavoro (come previsto anche dall'accordo interconfederale del 24 novembre 2016 tra datori lavoro associati in Confcommercio e CGIL,CISL,UIL); che in previsione di una possibile regolazione per legge di tutta la materia relativa alla rappresentanza e rappresentatività sindacale volta ad assicurare efficacia generale ai contratti collettivi; c) nella promozione, attraverso l'estensione della contrattazione di secondo livello, di processi di cambiamento culturale capaci di accrescere nell'impresa le forme e gli strumenti della partecipazione organizzativa.

Richiamati i precedenti storici ultra decennali si tratta, ora, di procedere sia in sede ministeriale del lavoro che parlamentare, con una “ricognizione conoscitiva e consensuale” della vigente contrattazione collettiva prodotta tra sindacati dei lavoratori più rappresentativi della CGIL,CISL,UIL e le associazioni dei datori di lavoro, quali sottoscrittori dei contratti collettivi di lavoro vigenti intercategoriali - parte economica e parte normativa - entro cui “ricostruire un salario minimo” da adeguare, volta a volta, alla evoluzione della contrattazione collettiva del lavoro italiano nella dimensione europea.

Ma se il “salario minimo” potrà dare garanzia legale ad un diritto previsti dall'articolo 36 della nostra Costituzione per un lavoro dignitoso equamente compensato sarà ed è necessario – sempre ed innanzitutto – una “sistematica azione di vigilanza coordinata territorialmente” di controllo continuo, nella considerazione che di fatto, sia in presenza di un salario riconosciuto anche con legge che di una persistente precarietà lavorativa per vivere tra disoccupati disperati in assenza di sicurezza in ambiente di lavoro - resta fondamentale e lo ripeto - che non basta soltanto contrattare e sottoscrivere condizioni economiche e normative tra organizzazioni sindacali dei lavoratori e associazioni dei datori di lavoro più rappresentativi ma, anche, prevedere e sanzionare “l'obbligo di regolare ed erogare in busta paga il salario nella quantità spettante contrattato” da validare con legge per settori produttivi e territori.

E' questa, oggi, con il basso livello di “salario minimo” italiano la complessa e vera questione sociale e del lavoro contrattato e partecipato da riprendere con il Governo al Ministero del Lavoro per definirne i contenuti – rispettando le parti sociali del nostro Paese – così come sono rispettate nell'accordo parlamentare europeo del 7 giugno 2022 nella previsione della imminente “Direttiva Europea” di fine mese.

(*) ex Segretario Provinciale di Frosinone e Regionale CISL Lazio

salariomin UE 600 min

 

 

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Aumentano a 3.150.000 i contratti di lavoro a termine

ASSISI - PRIMO MAGGIO '22 DEI SINDACATI UNITARI CGIL-CISL-UIL

di Donato Galeone*
Primo maggio ad Assisi 390 tgcom24.mediaset.it minIl 1° maggio 2022 con CGIL-CISL-UIL è celebrato in Assisi per lanciare un messaggio da un luogo di pace al mondo dove sono in atto conflitti e dove la “parola guerra” torna a riempire le nostre vite anche ai confini dell'Unione Europea nella tremenda realta ucraina.

Il Presidente della Repubblica Mattarella ha detto che “il lavoro è strumento di progresso e di affermazione delle persone e l'obiettivo deve avere zero morti sul lavoro” mentre il Ministro del Lavoro Orlando ha confermato che è “priorità del Governo il costruire regole nuove sulla sicurrezza del lavoro”.

Celebrando il 1° Maggio nella citta di San Francesco – i Segretari Generali dellle Confederazioni Sindacali dei Lavoratori – hanno sottolineato di lanciare anche da Assisi la rivendicazione di “un lavoro contrattualizzato e sicuro” congiunto al forte segnale di Pace per “fermare questa assurda guerra ai confini della Unione Europa”.

Ricordo che per tanti anni - escluso gli ultimi due che non ci sono state manifestazioni a Isola del Liri - ho voluto commentare ed evidenziare i contenuti rivendicati dai lavoratori nei più significativi momenti sindacali di anno in anno.
Mi permetto richiamare il dopo manifestazione del 1° Maggio 2014 quando - richiamando l'appello del Capo dello Stato Napolitano, auspicando la “indispensabilità della coesione sociale e sindacale” - soffermai l'attenzione sulle proposte divisive del Presidente del Consiglio Renzi che presentando la riforma della pubblica amministrazione veniva da lui stesso solennemente definita “non conflittuale” nei confronti dei dipendenti publici, perchè, il suo Governo intendeva “consultarli direttamente” superando il “confronto o la tradizionale concertazione” con le rappresentanze sindacali dei lavoratori del pubblico impiego.
Sempre in quel 1° Maggio 2014 il Presidente Napolitano richiamava alla “coesione sociale e sindacale per l'allarme lavoro” anche il cosiddetto “Decreto Lavoro” del Governo Renzi che intendeva “riformare le regole del contratto di lavoro a termine”(peraltro già definite con altre vigernti leggi dello Stato e dai contratti collettivi di lavoro).

Certamente, per me e non solo, quel primo decreto attuativo del Jobs Act di Renzi prevedeva allarmanti “novità” e, cioè anche “proroghe possibili di 8 o 5 volte fino a tre anni” del rapporto di lavoro a termine.
Con quel decreto veniva rafforzato il precariato e vergognoso rapporto quale “varco incerto di lavoro” che mi sembra giusto e doveroso richiamare in quanto di anno in anno ha coinvolto e obbligato nel rapporto lavorativo il soggetto più debole – la persona giovane e meno giovane che offre lavoro subordinato – con ansia e speranza di una limitata durata di lavoro.
Si commnentano da soli i dati l'Istat resi pubblici a tutto marzo 2022 che conta il numero di “3 milioni e 150 mila occupati a tempo determinato con contratti a termine”.

Con il primo maggio 2022 anche ad Assisi è stato ribadito:
il “lavoro non è solo fonte di reddito ma premessa di libertà personale e collettiva” e che Papa Francesco definisce il lavoro “una componente essenziale della vita umana, è spesso ostaggio dell'ingiustizia” (Sbarra Cisl);
superare la precarietà occupazionale significa che “la centralità del lavoro e dei diritti è priorità essenziale” (Landini CGIL);
per il dramma dei morti sul lavoro “serve più formazione, prevenzione e più controlli partendo dalle scuole” (Bombardieri UIL).
Tra le priorità immediate - come ha sottolineato Sbarra - il Sindacato dei Lavoratori nella sua unità e per contrastare le ingiustizie sociali e ridurre le disuguaglianze nei rapporti di lavoro deve ricostruire, nelle sedi di contrattazione collettiva e nelle sedi istituzionali, condivise e definite modalità del rapporto di lavoro supportata dalla legislazione, superando il lavoro precario, lo sfruttamento dei più deboli, dei giovani, donne ed emigranti, tenendo presente i raggiunti “3 milioni e 150 mila occupati con contratti a termine” congiunti ai salari, certamente tassati, ma fermi da anni.

Ecco che - alla ricontrattazione e redefinizione della modalità del rapporto di lavoro compreso quello a termine da passare a tempo indeterminato - va rivendicata la “equiparazione salariale italiana ai salari medi europei” considerando che negli ultimi 30 anni sono stati aumentati e “in Italia sono fermi ai livelli molti vicini agli anni 1990”.
Leggiamo dalla stampa europea che nel 2020, tra la pandemia, il salario medio annuale di un cittadino lussemburghese era il doppio di quello greco e quasi tre volte di quello di uno slovacco e che nei Paesi dell'Europa Nord occidentale (Lussemburgo, Paesi Bassi, Belgio, Danimarca) hanno “salari più alti” mentre il “salari più bassi” sono percepiti in Europa centrale e meridionale (Slovacchia e Ungheria, Grecia e Portogallo).

Le ultime notizie sull'incontro CGIL,CISL,UIL di Palazzo Chigi con il Governo - all'indomani del 1° maggio e prima del Consiglio dei Ministri - ci informano che la “questione salariale” va affrontata, innazitutto, con il rinnovo di tutti i contratti nazionali di lavoro pubblici e privati e, con il Governo, operare il più volte ribadito “adeguamento salariale all'andamento inflazionistico” - di una inflazione ripresa e in atto sia con l'aumento dei costi energetici che dei beni alimentari di prima ncessità – che tende a ridurre di giorno in giorno il “potere di acquisto dei salari e delle pensioni”.

E' certo che siamo in piena emergenza emergenza economica e sociale anche in questo dopo primo maggio 2022, ma non possiamo fermarci – anzi – va affrontato, ripreso e percorso il cosiddetto “cammino delle riforme” rilanciando gli investimenti pubblici e privati, impegnarsi sulla qualità e stabilità del lavoro con graduali passaggi dal contratto a termine a quello inderminato, partendo dall'attuazione articolato territorialmente del PNRR.

Tanto nella emergenza sociale che nell'impegno verso la ripresa economica e produttiva - nella dimensione nazionale, regionale e locale – è necessario quanto indispensabile sia il “confronto che la condivisione mediante un realistico patto” finalizzato e quantificato in graduali certezze programmate tanto di una visibile vera crescita dell'economia quanto del lavoro vero contrattato e partecipato.

 

Primo maggio ad Assisi 700 min

(*) già Segretario Provinciale di Frosinone e egionale CISL Lazio
Roma, 3 maggio 2022

 

 

 

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Alternanza scuola-lavoro in Acciaierie d'Italia ???

ASSOCIAZIONE GENITORI TARANTINI

Per formare i giovani su ILVA bisogna tenere corsi sul rispetto della legalità

Niente dacinziazaninelli 390 min fare. L’idea di voler mettere sotto scacco un intero territorio, mostrandosi come il “benefattore”, ha proprio messo radici solide nella testa dei dirigenti dell’acciaieria tarantina.
E’ notizia di oggi che l’A.D. di Acciaierie d’Italia, Lucia Morselli, ha incontrato venti studenti delle quinte classi del Pacinotti-Fermi che affronteranno un periodo di formazione professionale in azienda.

Lucia Morselli e Arturo Ferucci, direttore delle Risorse Umane, hanno accompagnato gli studenti e il dirigente scolastico alla scoperta dello stabilimento, nell’ambito dell’alternanza Scuola-Lavoro.

Per tre settimane, e per un totale di 72 ore a studente, gli allievi dell’Istituto si aggireranno in quello che Lucia Morselli ha definito, in un recente passato, lo stabilimento più moderno e sicuro d’Europa e che per noi resta ancora lo squallido esempio di come la produzione possa prendere il sopravvento sulla salute e sull’ambiente.

Se non fosse drammaticamente assurdo, ci sarebbe da ridere nell’apprendere che gli studenti dedicheranno la prima delle tre settimane alla formazione obbligatoria in materia di “salute e sicurezza sui luoghi di lavoro”, nell’azienda con una altissima percentuale di incidenti, spesso mortali, che sta cadendo a pezzi, che ancora oggi, con la produzione al minimo, rappresenta un rischio inaccettabile per la salute di lavoratori e cittadini.

Nelle due settimane successive, gli studenti, sulla base del loro indirizzo di studi, verranno assegnati a diverse aree lavILVA fumo 350 minorative, seguiti da insegnanti e tecnici dell’industria.

E’ inaccettabile che giovani della nostra provincia debbano frequentare una azienda altamente inquinante che non offre la totale sicurezza personale, come più volte accertato dalle indagini sui vari incidenti verificatisi in questi anni all’interno dell’area dell’acciaieria.

“Il lavoro nobilita”, si dice, ma il lavoro che nobilita è solo quello che non danneggia se stessi e gli altri; non c’è nulla di nobilitante in un’attività che procura danni alla salute e all’ambiente.

I nostri giovani meritano altro; i nostri giovani meritano di più. Il loro percorso scolastico non è necessariamente legato a quell’industria produttrice di inquinamento incompatibile con la vita e la salute.

Come associazione Genitori tarantini, chiediamo ai genitori di questi ragazzi di tutelarli, di affiancarli nella scelta di un futuro diverso da quello imposto dalla collusione del Governo con l’azienda.

Vogliamo sperare che un minimo di buon senso prevalga e che il dirigente scolastico, Vito Giuseppe Leopardo, ci ripensi per il bene degli studenti a lui affidati, per il loro futuro, per una Taranto che torni ad essere amata da tutti i tarantini, ad iniziare dai più giovani, qualsiasi sia il loro percorso scolastico. Le ripetute violazioni delle norme in materia di sicurezza sul lavoro hanno fatto del siderurgico tarantino una fabbrica da sempre dispensatrice di morte. Il colmo si è raggiunto in occasione dell'incidente che è costato la vita ad un operaio di 35 anni, Alessandro Morricella, bruciato vivo. Ebbene, in questo caso, secondo la Procura di Potenza, il rappresentante della proprietà degli impianti, e cioè il commissario Laghi, in concorso con il Procuratore di Taranto, Capristo, fecero di tutto per affossare l'inchiesta.

Se si vuole formare i giovani su ILVA bisognerebbe tenere corsi sul rispetto della legalità.

Associazione Genitori tarantini
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L'inflazione allarga la povertà assoluta e falcidia i redditi da lavoro

CRISI ECONOMICA

Cibo e bollette pesano di più sul bilancio delle famiglie

Il quadro generale

bollette 390 minInflazione, un milione di poveri in più. Cibo e bollette pesano di più sul bilancio delle famiglie
L’indice dell'inflazione corre verso il 6% e aumentano le difficoltà a sostenere le spese essenziali. I rincari rallentano la ripresa e il ritorno al pre-pandemia. Si allarga la povertà assoluta con l'inflazione che è la tassa dei poveri per eccellenza ed erode il potere d'acquisto soprattutto di chi ha più bisogno. Se quest'anno i prezzi volassero al +6% (il governo stima +5,8%), l'Italia conterebbe un milione di poveri assoluti in più, equivalenti a oltre 400 mila famiglie risucchiate dall'incapacità di affrontare il giorno per giorno, dal caro bollette al caro spesa.

La crisi del 2021 durante il lockdown
«Non una buona notizia, visto il record storico di poveri assoluti già segnato nel 2020 e confermato nel 2021 con tutte le sue storture: peggio al Sud, tra i minori, le famiglie numerose, gli stranieri, chi è in cerca di lavoro. Sul piano dei numeri l'anno scorso si è chiuso in linea con il drammatico 2020, nonostante un rimbalzo del Pil al +6,6% dopo il tonfo del - 9% pandemico: 1 milione e 950 mila famiglie povere assolute corrispondenti a 5 milioni e 600 mila individui, di cui 1 milione e 384 mila minori. In percentuale, siamo al 7,5% delle famiglie povere e al 9,4% delle persone povere in Italia. Osserva però Istat che se nel 2021 non ci fosse stata l'inflazione all'1,9%, i tassi di povertà sarebbero scesi al 7% delle famiglie e all'8,8% degli individui. Non certo il ritorno al pre-pandemia, ma l'inizio di una discesa». (di Valentina Conte da repubblica.it)
Il rialzo dei prezzi dell'1,9% nel 2021 davvero timido rispetto a quanto osserviamo ora,ha trascinato in povertà assoluta 134 mila famiglie e 364 mila persone in più. Con una fiammata inflattiva tre volte più potente quest'anno - perchè il % potrebbe essere anche superato - i nuovi poveri assoluti potrebbero salire oltre il milione, per 413 mila nuclei aggiuntivi.

Delle politiche sagge potrebbero invertire o attenuare questa tendenza. In parte l'esecutivo è già intervenuto sulle bollette di luce e gas che pesano molto negli aumenti dei prezzi e anche sulla benzina, sostenendo così le famiglie con Isee più basso. Ma da mesi oramai l'inflazione pesa sul carrello della spesa. E la guerra in Ucraina rende tutto più complicato, sia sul fronte energetico che su quello alimentare, tra gas e grano; purtoppo senza che ciò sia tenuto nel debito conto per quanto riguarda il convolgimento nella guerra. "Il Reddito di cittadinanza è un argine alla povertà: lo ricevono 1,1 milioni di famiglie per oltre 2,4 milioni di persone, 583 euro medi al mese. Ma il venir meno di altri sostegni messi in campo nel 2020 - come il Rem e i bonus - unito al fatto che il Reddito non sempre va ai più poveri tra i poveri che non sanno di averne diritto, rende il quadro ancora più complesso in un anno a forte trazione inflattiva rischi di stagnazione o addirittura recessione".

«"La situazione per ora non è drammatica, come nel 2020, come pure le file fuori dalle mense e dai centri d'ascolto", dice Walter Nanni dell'ufficio studi di Caritas Italiana. "Anzi solo un terzo dei nuovi poveri di allora è ritornato da noi nel 2021 e dopo: due terzi non si sono più visti o passano per ringraziare. Ma molte persone cominciano a non trovare più quei lavoretti che consentivano loro di mantenere la famiglia ed evitare gli aiuti perché le imprese, specie le piccole, sono in difficoltà con gli alti costi di energia e materiali e tagliano personale senza sostituirlo"».

«L'inflazione, non pesa allo stesso modo su poveri e ricchi. Nel 2021, dice Istat, a fronte di un +1,9% generale, si registra un +2,4% per le famiglie più povere e un +1,6% per quelle più abbienti. Nel primo trimestre di quest'anno il +6% generale (dell'indice Ipca, quello usato per rinnovare i contratti) si traduce in un +8,3% per le famiglie povere contro un +4,9% di quelle ricche: le prime acquistano più beni che servizi e i beni sono aumentati di più. E la spesa per questi beni, da parte delle famiglie più povere, non si è ridotta neanche nel 2020 - osserva Istat - perché si tratta di beni essenziali e irrinunciabili». (di Valentina Conte da repubblica.it)

E veniamo allo scontro di oggi, fra il Ministro del Lavoro e il Presidente degli Industriali, perché l'inflazione impatta anche sui lavoratori che poveri non sono, ma che quest'anno riceveranno salari più leggeri. Il ministro del Lavoro Andrea Orlando ieri ha rilanciato il tema auspicando che gli aiuti alle imprese contro il caro energia siano "subordinati al rinnovo e all'adeguamento dei contratti" perché "senza un aumento dei salari dei lavoratori ci sarà una crisi sociale e una drammatica caduta della domanda".

"Dare aiuti alle imprese con aumento dei salari è un ricatto. Che modo è di porsi da parte di un ministro della Repubblica? È questo il patto che ci proponete? Noi crediamo che sia un'altra strada", ha attaccato Carlo Bonomi, presidente di Confindustria, intervenendo alle celebrazioni per i 50 anni della confederazioni degli industriali in Emilia-Romagna, e riprendendo quanto scritto in un intervento sul Sole24Ore. "Il vero taglio che dobbiamo fare - ha aggiunto - è quello del cuneo fiscale: questa è equità sociale. Questa è la strada che dobbiamo perseguire". Il ministro Andrea Orlando risponde: "Reazione che sorprende" alle accuse del presidente degli industriali: "Se non sapremo essere capaci di far fronte in modo differenziato ad un aumento dell'inflazione rischiamo una crisi sociale". Letta: "Nessun ricatto, solo volontà di porre una questione che riguarda lavoratori e imprenditori, con un forte e strutturale intervento sul cuneo fiscale".

E Orlando precisa ancora alle accuse, sottolineando: "Mi sorprende questa reazione da parte di Confindustria perchè mi da l'idea di una inconsapevolezza di quello che si può produrre nei prossimi mesi in questo paese in termini economici e sociali. Se non sapremo essere capaci di far fronte in modo differenziato e con più strumenti ad un aumento dell'inflazione - avverte il ministro - rischiamo una crisi sociale, ma anche una caduta della domanda interna. Ed è di questo che si dovrebbero preoccupare".

Orlando ha quindi spiegato: "Non mi avventuro nel dire se l'aumento dei salari possa aumentare la produttività o se la produtività debba anticipare i salari". Una questione che, per il ministro, è strettamente legata alla scelta di molti lavoratori qualificati di lavorare all'estero: "Alcuni teorici della sostituzione etnica guardano ai complotti. Credo debbano guardare ai salari. In questi anni abbiamo riflettuto molto sull'immigrazione e forse dovremmo rivolgere di più l'attenzione all'emigrazio perchè questo Paese ha un patrimonio di capacità e talenti, di forza lavoro che se ne va".

A difendere il ministro del Lavoro dagli attacchi di Confindustria è il segretario del Pd, Enrico Letta, che intervenendo all'agorà "Retribuzioni giuste" sottolinea: "Non c'è alcun ricatto in corso, c'è la volontà di porre a tutto campo una questione che il governo pone, e riguarda i lavoratori e gli imprenditori, con un forte e strutturale intervento sul cuneo fiscale". E il vicesegretario dei dem, Giuseppe Provenzano, ha aggiunto: "Difendere il lavoro non è un ricatto. Porre questi temi è la nostra priorità".

fonte: repubblica.it

 

 

 

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UIL: Dinamiche imprenditoriali e lavoro in Ciociaria

UIL. SINDACATI

Anita Tarquini (Uil Frosinone): “Timidi segnali di ripresa che stanno per essere vanificati dall’attuale situazione internazionale”

UilFrosinone 350 minQuali sono state le dinamiche imprenditoriali e le ricadute sul mondo del lavoro in Ciociaria nel 2021? Quante aziende attive, quanti posti di lavoro? Quali i comparti in crescita? Domande alle quali risponde il dossier della Uil del Lazio e dell’Istituto di ricerca Eures che la Uil di Frosinone ha elaborato concentrando l’attenzione sulla sua provincia.
Al 31 dicembre dello scorso anno nel nostro territorio sono stati censiti 168400 occupati. Erano 157100 nel 2020 e 152400 nel 2019. “Un numero che indica un lieve dinamismo del territorio – dice Anita Tarquini, Segretaria della Uil di Frosinone - e che trova conferma nelle ore di cassa integrazione concesse: oltre ventisei milioni nell’anno dell’esplosione della pandemia, 19 milioni lo scorso anno. L’attuale crisi internazionale, l’aumento delle fonti energetiche, si abbattono adesso su questi dati rischiando di mandare in fumo risultati che fino a pochi mesi fa sembravano tratteggiare la linea per la ripresa economica post pandemia”.
Tornando al dossier dell’Eures, notiamo che imprese registrate a fine dello scorso anno sono state 49219, erano 48639 nel 2020. Il maggiore contributo all’incremento arriva dal settore delle costruzioni - sostenuto dal programma 110 per cento - che con 7.467 attività economiche ha registrato un incremento del 3,5 per cento sul 2020. In crescita anche le imprese dei servizi (da 13.939 a 14.261), mentre è proseguita anche nel 2021 la riduzione delle attività agricole, in calo dell’1,2 per cento (da 5.570 a 5.501).
Coerentemente alla dinamica imprenditoriale, anche sul fronte lavorativo i risultati sono stati positivi: nel 2021 i lavoratori della nostra provincia sono aumentati di 11mila unità, con un relativo tasso di occupazione del 54,8 per cento. La crescita è ascrivibile soprattutto all’edilizia, che – con 12,6 mila occupati nel 2021 – ha pienamente compensato le perdite subìte nell’anno precedente. In crescita anche i lavoratori dei servizi, con l’eccezione del commercio (-3,2%; da 24,5 mila a 23,7 mila unità), mentre risultano in calo quelli dell’agricoltura (-32,9%, da 1.600 nel 2020 a 1.100 nel periodo successivo) e del manifatturiero (-4,2%; da 41,4 mila a 39,7 mila unità).
“Sono oltre ventimila le donne e gli uomini che a fine dello scorso anno cercavano senza successo un lavoro in Ciociaria - aggiunge l’esponente sindacale – mentre gli inattivi (coloro i quali non fanno parte delle forze di lavoro) sono stati 115mila”.

Uno sguardo infine all’export. Dal dossier si scopre che in Ciociaria nei primi 9 mesi del 2021 le vendite all’estero hanno raggiunto i 4,9 miliardi di euro, un valore che mostra un primo parziale recupero rispetto alla forte flessione registrata nel 2020, quando l’emergenza pandemica aveva ridotto le esportazioni dell’11,5 per cento sull’anno precedente. Ma tuttavia, si tratta di un valore decisamente inferiore rispetto a quello osservato su scala regionale, dove al contrario tra gennaio e settembre 2021 le vendite all’estero sono cresciute del 10,9 per cento.
“I calcoli dell’Istituto di ricerca Eures – conclude Tarquini – ci dicono che la crisi innescata dall’emergenza sanitaria non è ancora alle spalle. Sebbene il nostro territorio abbia reagito meglio rispetto ad altri, i risultati su scala regionale sono stati disastrosi. Basti pensare che a fronte di una perdita di quasi 75 mila lavoratori tra il 2019 e il 2020, nel 2021 si è registrato un recupero di sole 7mila unità. E se a tutto ciò aggiungiamo le ricadute dell’attuale situazione internazionale, il rischio concreto che si ritorni indietro nel tempo come un interminabile gioco dell’oca è concreto”.

 

FROSINONE 25 MARZO 2022

 

 

 

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Alcuni vantaggi del lavoro a distanza

LAVORO E LAVORATORI

Risultati positivi realizzati attraverso il lavoro agile

di Angelino Loffredi
Lavorare Smart Axepta spa 390 minA due anni dall’inizio della Pandemia provo a fare qualche considerazione non tanto sugli aspetti sanitari e dei limiti evidenziati nel sistema (su cui l’attenzione deve rimanere sempre doverosa), ma sull’espansione e sui positivi risultati realizzati attraverso il lavoro agile, meglio conosciuto con il fastidioso termine inglese smart working. In tale drammatico e imprevisto evento va riconosciuto sia la diffusione che il positivo effetto ottenuti da tale modalità lavorativa. Positivo sotto vari aspetti. Ma ora che la curva pandemica tende a piegarsi sempre di più ed alla fine di marzo quando probabilmente verrà rimossa l’emergenza sanitaria si impone una necessaria discussione riguardante appunto il mantenimento o meno del lavoro agile.

Da sempre ho sostenuto il lavoro a domicilio, spesso in solitudine, oggi con soddisfazione mi accorgo che le mie valutazioni vengono ampiamente sostenute anche da uno studio del Codacons.Nello stesso infatti emerge che la gran parte dei lavoratori vorrebbe continuare ad usufruirne e con motivazioni valide e robuste poiché tale forma di lavoro garantisce ad ogni singolo lavoratore un risparmio annuale tra 2.845 e 5.115 euro, secondo se lo spostamento avviene con bus, su macchina o su distanze brevi o lunghe, inoltre, sempre nello studio, risultano esserci 7 giorni di minore tempo perso per lo spostamento casa-lavoro e, elemento importantissimo e da non sottovalutare, con una riduzione di emissioni per circa 1,8 milioni di tonnellate di CO2 all’anno, dovute appunto ai minori spostamenti.

Lo studio dell’Associazione dei consumatori esamina anche la situazione riguardante le imprese ed anche da questo punto di vista i risultati sono interessantissimi perché nel confermare l’aumento dei costi che stanno colpendo e colpiranno sempre di più le stesse aziende, per via dell’aumento delle spese legate al consumo dell’energia, il caro bollette, ma anche per altre spese vive quali gli affitti, utenze varie, manutenzioni, ecc.ecc., rilevano, sempre attraverso calcoli minuziosamente preparati dall’associazione Codacons, che le imprese in questi anni, attraverso il lavoro agile, hanno potuto ridurre le spese per circa il 30% ed addirittura fino a 10.000 euro a dipendente.

Ceccano 22 Febbraio 2022

 

 

 

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