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Lucio Magri visto da Simone Oggionni

I LIBRI DI DIEGO. Rubrica

Lucio Magri è una figura che non si può scindere da Il Manifesto

libro oggionni minDiego Protani intevista Simone Oggionni

1) Come nasce il libro? Ha inciso l'attualità del pensiero di Lucio Magri?

Il libro nasce da un debito di riconoscenza nei confronti di una figura politica e intellettuale, quella di Lucio Magri, che io penso sia tra le più complete, più interessanti e più affascinanti del Novecento italiano ed europeo.
Il debito di riconoscenza è pubblico, perché le sue idee sono feconde e indicano una traccia secondo me attualissima nell’analisi critica del capitalismo di oggi e nelle proposte riformatrici conseguenti. Ed è anche un debito di riconoscenza personale, perché l’incontro con lui (prima con i suoi saggi, i suoi articoli e poi con lui, direttamente) mi ha segnato.

2) Cosa pensi dell'introduzione che ti ha fatto Luciana Castellina?

È stata gentilissima. Le ho chiesto, prima di cominciare il libro, una sorta di autorizzazione politica e morale alla scrittura, perché è vero che siamo orfani di un grande partito ma non siamo orfani, per fortuna, di punti di riferimento politici e intellettuali. Luciana è una di questi e la sua vicinanza, il suo sostegno e, mi pare di capire, la sua approvazione sono per me importantissimi. A lei devo molte correzioni, molti spunti, e anche la copertina del libro, che è un suo dono. È la fotografia di una lettera - che Luciana ora custodisce a casa sua - che Jean Paul Sartre scrisse a Lucio Magri nel luglio del 1962 per informarlo che avrebbe pubblicato sulla sua rivista un saggio sul neo-capitalismo e per congratularsi con lui. Un cimelio vero e proprio che, da solo, vale il mio ringraziamento a Luciana.

3) Lucio Magri ha parlato spesso del "Lungo 68 italiano". Ad oggi come interpreti le sue opinioni in merito?

Magri è stato tra i primi a capire il senso profondo del Sessantotto, perché ha colto già nei primi anni Sessanta i caratteri di una trasformazione molecolare e incipiente del capitalismo che portava in sé i germi della contestazione. Quando scoppia il Sessantotto in Francia Magri prende l’automobile con Filippo Maone e Rossana Rossanda e va a Parigi. Sulla base di quell’esperienza diretta, scrive qualcosa di più di un libro di cronaca: Considerazioni sui fatti di maggio. Appena tornato, chiede al Pci di svolgere quel ruolo di cerniera necessario tra il movimento operaio organizzato e le nuove culture della contestazione, un ruolo di ponte ideale tra la tradizione comunista e il nuovo che maturava nelle teorie dei movimenti di massa. Lo chiede al Pci e si attrezza a farlo in prima persona, ipotizzando e perseguendo un’alleanza tra soggetti, pratiche, idee capace di trasformare tanto la cultura politica della sinistra quanto, in prospettiva, la società italiana ed europea. Questa mi pare l’idea-forza straordinaria di quello che Magri interpreta come il lungo Sessantotto: la necessità di un’innovazione profonda nella cultura tradizionale comunista e la consapevolezza della maturità di contraddizioni clamorose del modello di sviluppo capitalistico che il ’68 esprime (e che nel ’68 esplodono).

4) Dopo le elezioni del ’79 Magri ha auspicato una convergenza tra Pdup e Pci. Erano così abissali le differenze o possiamo definirla una lite condominale ciò che era avvenuto prima?

No, nessuna lite condominiale. Magri, insieme a tutto il gruppo del manifesto, esce dal Pci nel 1969 per un dissenso radicale nei confronti di un Partito comunista che non raccoglie gli stimoli che Togliatti aveva consegnato negli ultimi anni (il Memoriale di Yalta ma non solo) e che non capisce fino in fondo le novità che il Sessantotto indicava alla sinistra italiana ed europea. Viene radiato per questo e anche, non dimentichiamolo, per la questione cecoslovacca: l’invasione di Praga e il giudizio conseguente sull’esaurimento dei margini di riformabilità del sistema sovietico. Questioni non banali, quindi.
La decisione di ritornare nel Pci, che maturerà nei primi anni Ottanta sulla base della svolta di Berlinguer (dal compromesso storico e dalla solidarietà nazionale alla linea dell’alternativa), poggia su di un giudizio concreto, appunto, che attiene alla nuova linea politica del Pci.
Ma bisogna anche notare che - eccezion fatta per i primissimi anni dopo la radiazione, nei quali Magri e il manifesto frequentano con risultati non eccezionali la galassia dei gruppi della nuova sinistra - vi è sempre in lui un atteggiamento di grande apertura nei confronti del Pci. E la ricerca costante di un dialogo, di un rapporto. Anche in questo sta la straordinarietà di quell’approccio: fuori ma a ridosso, sempre riconoscendo e rispettando la dimensione di massa e il consenso popolare di cui godeva il Pci, sempre spinto dall’ambizione di rifondare su basi più avanzate l’area comunista italiana.

5) Hai scritto che Magri rivendica l'eredità gramsciana. In quali occasioni è più evidente?

Oltre che rivendicare direi che la rappresenta: in lui il genoma Gramsci (quello con cui nel Sarto di Ulm descrive la parabola storica del Pci) è evidentissimo. Evidentissimo, cioè esplicito, perché Magri chiama in soccorso l’eredità gramsciana in più tornanti. Lo fa persino quando nei primi anni Settanta il gruppo de il manifesto sembra dovere e volere prendere le distanze dai riferimenti culturali totemici del Pci.
Non soltanto Magri rimane fedele all’idea gramsciana di un concetto di rivoluzione intesa come rivoluzione molecolare, come processo permanente e progressivo di sfida all’equilibrio dominante, di accumulazione di forze, di massa critica, di idee, di consenso che fa nascere dentro il vecchio che muore il nuovo mondo.
Oltre a questo Magri recupera fino in fondo il Gramsci del Quaderno 22, quello dedicato all’americanismo e al fordismo e alla difesa, dentro la lettura della modernità e dello sviluppo produttivo, della dimensione dello «umanesimo del lavoro». E per dire così, applica il Quaderno 22 al neo-capitalismo e al 1968. Non soltanto nella forma dell’analisi critica dello sviluppo ma anche nella forma della politica. Qui si colloca la riflessione sui consigli, sul partito e sulla democrazia, che accompagnerà Magri fino agli ultimi anni, nei quali continuerà a invocare il ruolo di organismi permanenti di democrazia diretta, consigli che siano completamento degli istituti della democrazia rappresentativa e strumenti del processo storico necessario al superamento del capitalismo. Ho sempre sentito questa sensibilità consiliare molto viva e molto interessante.

6) Lucio Magri è una figura che non si può scindere da Il Manifesto. Quale era l'innovazione del giornale e quanto ha dato in quegli anni alla sinistra italiana?

Magri ha fondato e diretto il manifesto e a un certo punto, all’altezza del congresso del Pdup di Viareggio nel 1978, quando Rossana Rossanda e altri gli si contrappongono esplicitando un dissenso profondo rispetto alla linea del partito, le strade si dividono. Anche in quel caso il tema della discussione non era esattamente una quisquilia: il giudizio sul Pci, la previsione dell’evoluzione della sua linea politica, il giudizio sul movimento del Settantasette e persino sulla lotta armata e il terrorismo.
Poi mi piace ricordare che Magri tornerà a spendere energie intellettuali e politiche per l’esperienza della rivista del manifesto, fondata nel novembre ’99 con i compagni di sempre (Pintor, Parlato, Rossanda, Castellina ma anche Ingrao, Aldo Tortorella e Bertinotti). È un tentativo di fare politica ancora una volta attraverso le armi dello studio, dell’inchiesta, dell’analisi del mondo. Dopo 56 numeri, nel dicembre 2004 deciderà però che proseguire non serve più. Non c’è un partito che la possa utilizzare, un soggetto politico che traduca in militanza, proposta, conflitto quel fiume di parole.
Detto questo, il giornale ha sempre dato tanto alla sinistra italiana, è sempre stato una voce critica e intelligente, aperta al mondo, alle sue contraddizioni.

7) Chiudiamo con una domanda più personale. Senti il peso e la responsabilità di questo lavoro?

Sento il peso e la responsabilità delle radici. C’è un antico proverbio cinese che dice che per quanto un albero possa diventare alto, le sue foglie, cadendo, non si allontanano troppo dalle sue radici. Sono le radici, del resto, a spiegare il tronco, i rami, le foglie, a spiegare la loro evoluzione, la loro conformazione, la loro stessa natura.
Lucio Magri è una delle nostre radici più forti, una radice non recidibile, non sradicabile e per questo ho voluto dire: torniamo sui suoi passi, torniamo a leggere la storia e soprattutto il presente con quelle lenti.
Anche perché viviamo tempi in cui la politica, pure a sinistra, è spesso ridotta a tweet e a colpi di teatro o, meglio, di teatrino. Ecco, molto umilmente vorrei dire che in giro c’è di meglio, c’è di più. Possiamo fare di meglio, rifondare e ricostruire una sinistra più degna. Io ci credo, lavoro per questo obiettivo.

 

 

 

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Appello per il NO di Simone Oggionni in questa intervista

Simone OggionniDaniela Mastracci intervista Simone Oggionni, giornalista, saggista, fra gli ispiratori di Sinistra Italiana.

1. Quali sono le ragioni per cui Renzi , Boschi e verdini hanno promosso e proposto la riforma? Il quesito la promuove come uno snellimento, un risparmio, una semplificazione. Sembrano parole d’ordine difficilmente eludibili, dato il clima che pesa sull’elettorato italiano da ormai qualche decennio.

Questa è la proposta di revisione costituzionale firmata da Renzi, Boschi e Verdini. Ci sarebbe stata anche la firma di Berlusconi, che Renzi scelse da subito come interlocutore privilegiato, se nel frattempo non fosse saltato il patto del Nazareno, di cui oggi nessuno si ricorda più.
Semplificazione, risparmio, snellimento, dice Renzi. In realtà nessuno di questi obiettivi viene raggiunto.
Non ci sarà semplificazione. Il procedimento legislativo sarà più complesso, come dimostra il nuovo articolo 70, che porta da uno a tredici gli iter possibili, demanda ai presidenti delle due Camere il compito di risolvere eventuali controversie e consente a entrambe le Camere di richiamare le leggi non di propria competenza. Non si supera il bicameralismo paritario, lo si rende più confuso e più farraginoso. E quando sento dire che con questa riforma le leggi saranno più veloci sorrido, seppure amaramente. Per la legge salvabanche, per il Jobs Act e per cancellare l’articolo 18, per la buona scuola, per la legge Fornero sulle pensioni sono bastati dai 15 ai 40 giorni. Evidentemente quando si vogliono fare le leggi per tutelare e garantire gli interessi di certi poteri e di certi amici, il bicameralismo paritario non è poi questo grande impedimento. Quando invece si discute della legge sul caporalato proposta dalla Cgil, passa un anno e mezzo.
Non ci sarà risparmio, perché la Ragioneria dello Stato dimostra che il taglio del numero dei senatori ridurrà i costi di neppure 50 milioni di euro ogni anno, a fronte del fatto che lo stesso Senato potrà, tramite il proprio regolamento interno, definire nuovi rimborsi spesa (alberghi, ristoranti, treni e aerei) che ad oggi è impossibile quantificare. Se al governo fosse interessato il risparmio sarebbe potuto intervenire proponendo, per esempio, il taglio dello stipendio dei parlamentari. E non ci sarà, infine, alcuno snellimento. Le Province rimangono come enti di secondo livello, scompare soltanto il diritto dei cittadini di votarne i rappresentanti. Le Regioni mantengono competenze decisive, come quella che concerne la gestione dei servizi sanitari. Lo Stato rimane quello, con un Senato un po’ più contratto e composto da consiglieri regionali nominati nei consigli regionali. Il ceto politico locale che si autotutela e autopromuove, distribuendo al suo interno incarichi e guarentigie, a partire dall’immunità parlamentare.
Piuttosto il vero obiettivo di questo progetto di revisione costituzionale è un altro e basta leggere la relazione introduttiva della proposta (non quindi documenti oscuri o segreti) per capirla: rafforzare l’esecutivo a discapito degli altri poteri dello Stato e degli altri attori della democrazia. Si rafforza il governo contro i cittadini (triplicano le firme necessarie per presentare proposte di legge di iniziativa popolare), contro il Parlamento (obbligato dal governo con il voto a data certa a chiudere la discussione in 70 giorni), contro gli Enti Locali (con la clausola di supremazia, vero arbitrio che zittirà le Regioni e i Comuni su qualunque legge che il governo – a suo insindacabile giudizio – ritenesse di interesse strategico e nazionale), persino contro il presidente della Repubblica (che non avrà più il potere di sciogliere il Senato e che, grazie agli effetti dell’attuale legge elettorale, potrà essere messo in stato d’accusa da un solo partito).
E questa logica ferrea – rafforzare l’esecutivo e indebolire il protagonismo dei cittadini e il ruolo degli Enti Locali – è precisamente ciò che da anni chiedono le grandi banche d’affari al nostro governo per rendere la nostra democrazia più funzionale alle regole del mercato e della finanza, cioè agli interessi del grande capitale finanziario. Basta leggere i documenti pubblici di analisi e di indirizzo, a partire dal famigerato documento del maggio 2013 della Jp Morgan e dalle prese di posizione della Morgan Stanley.

 

2. Chi o cosa si sta davvero confrontando in questa campagna referendaria? Due schieramenti o due idee di Italia?

Io penso si stiano confrontando tante cose diverse e sarebbe sbagliato intellettualmente rappresentare in maniera manichea la realtà, anche perché è vero – ha perfettamente ragione Renzi – che il fronte del NO è composito ed eterogeneo e senza dubbio le nostre ragioni, le nostre argomentazioni, non sono le stesse di Grillo, Salvini o Meloni.
Ma è normale che sia così, dato che il 4 dicembre siamo chiamati a esprimerci nel merito della proposta di revisione costituzionale e non su altro. Quindi è normale che convergano nelle urne molti NO diversi, come accadde nel 2006 quando – in pochi lo hanno ricordato a Matteo Renzi – tutto il centrosinistra, Renzi compreso, votò insieme a Pino Rauti contro la proposta di riforma di Silvio Berlusconi.
Piuttosto mi sembra che il fronte del sì sia granitico e omogeneo, perché è formato da persone che sono al governo insieme, che vogliono continuare a starci e che questa nuova Costituzione l’hanno scritta insieme. Si chiamano, appunto, Alfano, Lorenzin, Renzi, Boschi, Verdini, Elsa Fornero. Loro un’idea precisa della Costituzione e del Paese ce l’hanno. Ed è quella che ho giudicato prima. E’ un’idea oligarchica, che guarda con fastidio ai pesi e ai contrappesi della Costituzione (principi fondativi di ogni Stato di diritto moderno), alla partecipazione dei cittadini, al ruolo e alla dignità del Parlamento.
Noi – dall’altra parte – abbiamo una visione molto diversa. Parlo di noi, appunto, non di Grillo, Salvini o Meloni. La nostra visione è che la Costituzione va applicata, dato che sin qui è stata disattesa. E che al contempo si può e si deve migliorare e aggiornare, in punti circostanziati e condivisi e senza stravolgerne lo spirito complessivo. È quello che ci indica l’articolo 138 e che il governo non ha voluto fare, preferendo forzare la mano e imporre al Paese, che oggi è ancora più diviso di quanto non fosse prima, una riforma che non funziona.

 

3. A chi ci risponde che chi vota NO si mette con Salvini, Grillo e Berlusconi. Quale risposta dare da una Sinistra che torni credibile?votoNO 350 260

Ho già risposto. La nostra convergenza con costoro finisce il 4 dicembre, perché per noi il voto del 4 dicembre ha il significato che dovrebbe avere per tutti, compresi i sostenitori del sì: un voto nel merito della proposta Boschi-Renzi, non altro. Ma non siamo certo noi ad avere parlato per quattro mesi di qualsiasi cosa purché non fosse il merito: di cambiamento, di velocità, di sbloccare il Paese, di Renzi che deve rimanere, del caos che ci sarebbe se vincesse il no. Dell’uscita dall’euro, della tempesta finanziaria, del governo tecnico. Sarebbe ora di piantarla. Renzi si sta assumendo la responsabilità gravissima di scaricare sulla Costituzione, la legge fondamentale dello Stato, le sue debolezze, le sue ansie da prestazione, le sue contraddizioni. Non è serio, questo terrorismo psicologico che proviene dai banchi del governo non è degno di un Paese civile, di una democrazia matura.

 

4. Nell’ “accozzaglia” Sinistra Italiana sembra non comparire mai: l’elettore dimentica che da quella parte ci sono forze di Sinistra, c’è l’Anpi, l’Arci...tutti a comporre un No che condivide che cosa?

Lei ha ragione. C’è tanta sinistra nel NO, anche se è più comodo parlare di Grillo o di Salvini. C’è l’Associazione Nazionale dei Partigiani, c’è la Cgil, c’è l’Arci, c’è un tessuto straordinario di associazioni, comitati, cittadinanza attiva e democratica. E si badi bene: noi, la sinistra italiana, non abbiamo il torcicollo né siamo conservatori. Siamo più riformatori di Renzi. Semplicemente vogliamo cambiare e riformare nella direzione opposta, salvaguardando il senso politico, morale, civile della Costituzione del 1948. Se davvero si fosse inaugurato in Parlamento e nel Paese un confronto nel merito delle proposte (e non intorno al plebiscito su Renzi) sarebbero emerse proposte chiari, semplici, condivise, utili a superare i limiti e gli errori. Diminuzione bilanciata del numero dei parlamentari senza toccare il diritto di voto; attribuzione alla sola Camera dei deputati della possibilità di esprimere il voto di fiducia; superamento della navetta parlamentare attraverso il ricorso al principio legislativo – vigente negli Stati Uniti – del testo prevalente; costituzionalizzazione della Conferenza Stato-Regioni.
Non credete a chi vi dice che non c’erano alternative e che se non passa questa proposta il Paese rimarrà bloccato per trent’anni. Un’alternativa c’è sempre, in politica come nella vita. Calamandrei valorizzava della Costituzione il fatto che contenesse un principio di speranza: la speranza di un Paese intero che si ribellava al fascismo e alla guerra e voleva risollevarsi, lo faceva rimboccandosi le maniche, guardando in avanti. Questo progetto di riforma afferma invece il principio della rassegnazione: state buoni, non osate alzare lo sguardo, pretendere di contare, di dire, di affermare la possibilità di un’alternativa. Noi invece quella possibilità la vogliamo affermare, osiamo dirla. Per questo il 4 dicembre votiamo NO, a testa alta e con la schiena dritta.

 

 
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