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Alleanza studenti-lavoratori per eliminare le stragi sul lavoro

STUDENTI MEDI

Percorsi (INADEGUATI) per le Competenze Trasversali e l’Orientamento

di Angelino Loffredi
lorenzo parelli chi era il 18enne morto nel suo ultimo giorno di stage 380 minIl 4 febbraio 2022 è stata una giornata che merita di essere ricordata. Ha rappresentato l’avvio di un movimento di studenti capace di coniugare questioni legate alla selezione scolastica ( prove di esame di maturità) con la sicurezza sui posti di lavoro.

La morte, il 21 gennaio, di Lorenzo Parelli, 19 anni, studente presso il Centro di formazione di Bearzi, in provincia di Udine, schiacciato da una trave di acciaio di 150 chili nell’ultimo giorno di stage nell’azienda Burimeci di Lauzacco, la pronta ed eccezionale risposta studentesca chiamano altri momenti di lotta e sollecitano tutti a ragionare sul problematico rapporto esistente tra scuola e lavoro.
Infatti il lavoro e la scuola, la sicurezza e la salute chiedono idonei strumenti normativi ed operativi per proteggere le persone impegnate in tali attività.

La catena delle vittime sul lavoro si allunga sempre più, a volte sono tre a giorno e temo di perdere il conto. La morte di Lorenzo Parelli inoltre fotografa una caratterizzazione nuova e inquietante perché è avvenuta all’interno del sistema dell’istruzione. Per questi ingiustificabili misfatti 100.000 studenti, sostenuti da alcuni sindacati, il 4 febbraio, sono scesi nelle piazze italiane per chiedere di porre fineb agli stessi. Come risposta, incomprensibilmente, hanno ricevuto solo manganellate e tanti silenzi.

Vista la sordità del Ministro e la repressione del ministro di polizia gli studenti si sono dati nuovamente appuntamento per venerdi11 di febbraio. La lotta dunque continua, senza arretramenti. Nello stesso tempo credo che la stessa debba essere accompagnata da idee che correggano le situazioni esistenti, innovino e propongano partendo da un tema centrale, quale rapporto deve esserci tra scuola e lavoro? Come va avvicinata l’istruzione a contesti e ambienti nei quali le ragazze e i ragazzi si verranno concretamente a trovare da adulti, senza però svalutarla funzione che la Costituzione affida alla Scuola? La scuola, da non dimenticare mai, deve essere un luogo in cui si formano i cittadini di domani e non luogo di semplice addestramento a una professione.

Ricordo che l’alternanza scuola-lavoro non è un’opzione perchè attraverso la legge 1071 del 2018 è diventata obbligatoria e necessaria per accedere all’esame di Stato, camuffata dall’ingannevole termine “Percorsi per le Competenze Trasversali e l’Orientamento” (PCTO)

I fatti dimostrano che i “percorsi “non sono adeguati e si configurano come lavoro non pagato dalle aziende, le quali molto spesso non sono capaci di dare nemmeno una vera formazione. Il sistema complessivo scuola-lavoro è composto da una macedonia di diversi istituti che oltre tutto non hanno prodotto alcun posto di lavoro in più. Inoltre bisogna dare risposte concrete sulla sicurezza per evitare ulteriori vittime.

Temi, argomenti questioni aperte che oggettivamente possono costituire la base per una solida alleanza fra studenti e lavoratori per eliminare le stragi sul lavoro, l’obbligatorietà dell’alternanza e per una vera formazione.

Ceccano 9 Febbraio 2022

 

 

 

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Il perno è l’alleanza progressista

 CRONACHE&COMMENTI

I “perni” e i “baricentri” di Letta rischiano di favorire gli intenti di “lorsignori”.

di Aldo Pirone
Enrico Letta 350 minIl segretario del Pd Letta ha detto, commentando a caldo i risultati positivi del suo partito alle elezioni amministrative e ai collegi nelle suppletive, che il Pd è tornato “in sintonia con il paese”.

E’ comprensibile che un segretario esalti i risultati positivi della politica del suo partito, soprattutto quando i suoi nemici interni - in questo caso i renziani e loro seguaci lasciati a far da guardia nei dem - ed esterni, il complesso delle forze che fanno capo a “lorsignori”, non aspettano altro che un suo passo falso per azzannarlo ai polpacci. Ma bisognerebbe essere sobri, soprattutto perché vicini si stagliano i ballottaggi a Roma, Torino e Trieste che, se persi, potrebbero far cambiare di segno al risultato rendendolo più problematico e meno riconoscibile come una vittoria netta su sovranisti e neofascisti.

Roma si presenta come la partita che può fare la differenza in un quadro generale dove certamente l’alleanza Pd, M5s e sinistra ottiene un risultato positivo a Napoli e Bologna, ma che rimane assai preoccupante perché dominato da un astensionismo dal voto che è parecchio aumentato, scavalcando, in alcune grandi metropoli come Torino, Roma, Napoli, la soglia del 50%. Non importa se oggi quel dato è richiamato con una certa insistenza da chi se n’era disinteressato prima – il fenomeno era già ben presente ed è andato aumentando nel corso degli anni passati - per meglio nascondere la sconfitta della destra di Salvini e Meloni al primo turno a Milano, Bologna e Napoli. Sta di fatto che quando al trionfo dei progressisti a Bologna si accompagna una partecipazione di poco sopra il 51% quello che suona come allarme per la democrazia partecipata non è un campanello ma campane a stormo.

Il popolo delle periferie sociali non ha partecipato al voto non sentendosi in sintonia né con il Pd né con la destra né con altri. È sbagliato che Letta dia per come già compiuto un percorso che è ancora lungo e che per arrivare alla meta comporta ben altro che la radunata attorno al Pd di cespugli e cespuglietti; un ritorno a un Ulivo che assomiglia tanto a un heri dicebamus quando tutto è cambiato da allora. I dem e tutta la sinistra ne devono fare di strada per tornare alla piena “connessione sentimentale” con il paese e, soprattutto, con la sua parte sociale più sofferente e con i lavoratori. A tale scopo è del tutto errato tornare a esaltarsi come “perno” o “baricentro” di un nuovo centrosinistra che si allarga in tutte le direzioni come se Calenda, Renzi e Conte fossero politicamente componibili e dando l’impressione che ormai il M5s contiano sia diventato ancillare. Anche perché il voto grillino alle amministrative - salvo casi eclatanti come fu in un’altra fase politica Parma e poi Torino, Roma, Livorno e altri pochi - non è mai stato esaltante per tanti motivi che non è qui il caso di approfondire. E molto di quel voto “populista”, che per ragioni diverse oggi si è rifugiato nell’astensione, tornerà a ripresentarsi nelle elezioni politiche nazionali e se non troverà accogliente – anzitutto nei contenuti programmatici popolari e progressisti - la proposta politica corroborata da una novità politica e organizzativa di sinistra unita e plurale, potrebbe riprendere le vie del sovranismo e della demagogia.
Il “perno”, perciò, è l’alleanza progressista e i suoi contenuti di giustizia sociale, non i dem così come sono oggi.

A definire come irrilevanti quantitativamente e qualitativamente i pentastellati di Conte sono, non a caso, i grandi giornali del “lorsignori” e tutto il mondo giornalistico e intellettuale che gli ruota intorno e ne esprime pensiero politico e interessi di classe. Fa parte di quel movimento avvolgente ed egemonico neocentrista e moderato in atto da tempo che mira strategicamente a rompere la prospettiva dell’alleanza progressista fra Pd, M5 e Leu per rendere, invece, super attraenti i cespugli neocentristi ben oltre la loro consistenza numerica e inconsistenza politica. Il risultato elettorale di Roma rende Calenda, obiettivamente, il candidato federatore di quest’area, dove, però, fra i galletti a cantare ammalati di egolatria c’è anche un tenore come Renzi. Sempre che il risultato capitolino di Calenda sia trasferibile tout court sul piano nazionale, il che è tutto da vedere.

I “perni” e i “baricentri” di Letta rischiano di favorire gli intenti di “lorsignori”.

 

 

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

 

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Alleanza nazionale e regionale contro la povertà

di Donato Galeone - Abbiamo scritto e sollecitato a riflettere sul passaggio dal “rischio povertà alla esclusione sociale” e auspicato un “piano regionale laziale contro la povertà e la esclusione sociale”.
Dopo gli incontri di luglio scorso – nella dimensione nazionale e ministeriale – sono state condivise a Roma, nel novembre 2013, le linee guida per la costruzione di una “alleanza nazionale contro la povertà” da articolare, gradualmente, mediante conoscenze e interventi di sostegno verso la “inclusione sociale” contrastando – con azioni coerenti locali – le crescenti condizioni di povertà.
Era presente, con Acli, Caritas, Cgil, Cisl, Uil e di altre Associazioni nazionali, anche l'Assessore alle Politiche Sociali del Lazio, Rita Vicini in rappresentanza della Conferenza delle Regioni che, condivideva l'iniziativa sia con gli Enti Locali che il Terzo Settore e le Organizzazioni Sociali.
Tutti hanno riconfermato l'importanza di possibili e adeguate stime economiche mirate alla graduale realizzazione, certa, degli investimenti per sviluppare competenze e programmazione degli interventi nei territori.
E' stato rilevato e ripetuto che la crisi, dal 2005, ha colpito e fa vivere nell'incertezza lavoratori e ceti medi con l'aumento degli indigenti. Così come leggiamo dalla statistiche che, negli ultimi sette anni, la povertà assoluta è raddoppiata, aumentando da 4,1% a 8,0% della popolazione italiana (circa 4.814.000 di italiani e 1.725.000 famiglie).
L'Istat misura la “povertà assoluta” nella capacità o meno di accedere ai beni ritenuti essenziali e primari per “conseguire uno standard di vita minimamente accettabile”. E per le famiglie - il 15,8% in condizione di povertà relativa - la misura di spesa media mensile per due persone non deve superare 990,88 euro (circa 9.563.000 italiani e 3.232.000 famiglie).
Personalmente penso e ritengo di non essere tra i pochi che la lotta alla povertà può avere un graduale successo se operiamo non solo nella dimensione del sostegno economico immediato con il “dare prima a chi sta peggio” ma innanzitutto ed essenzialmente - giorno dopo giorno - con “l'inserimento nel lavoro elevato alla dignità della persona” tanto nelle professionalità riconosciute ed equamente compensate al fabbisogno personale e famigliare quanto nella “partecipazione” ai risultati gestionali delle attività produttive, già chiaramente indicati nell'esercizio effettivo dei diritti costituzionali vigenti nel nostro Paese sin dal primo gennaio 1948.
L'Assessore alla Politiche Sociali del Lazio, con la recente disponibilità finanziaria minimale dei dodici milioni di euro recentemente deliberata dalla Giunta Regionale – nella seconda quindicina del mese di ottobre 2013 – da rendere operativa mediante preannunciato Bando Pubblico per l'utilizzo di cinque milioni destinati ai soggetti attuatori, riconosciuti nel campo del contrasto alla povertà, potrebbe la Regione Lazio – in Italia – auto qualificarsi “apripista dell'alleanza regionale contro la povertà”nella predisposizione di linee guida territoriali, propedeutiche e innovative, nelle prestazioni sociali ai sensi dell'art. 117 della nostra Costituzione.
Si tratterebbe di una premessa operativa strutturata e di orientamento tra Comuni limitrofi verso la elaborazione di un “piano quadriennale 2014-2017 di alleanza regionale contro le povertà laziali”tanto nella condivisione quanto nei contenuti con “misure essenziali” da verificare e corrispondere: negli importi, adeguati, alla soglia di povertà e di accompagno nei servizi alla persona e nell'attivazione di percorsi verso l'obbligo scolastico e l'uscita condivisa dalla condizione di marginalità e di graduale inserimento sociale; nel collegamento immediato con il Centro per l'Impiego – da ristrutturare e adeguare alla domanda e offerta di lavoro – di tutti i beneficiari dell'aiuto di età 18-65 anni, ritenuti abili al lavoro e disponibili alla richiesta di formazione e riqualificazione professionale, contestuale, all'accettazione dell'inserimento lavorativo.
E' auspicabile, concluso il Natale 2013 e con il generoso impegno associativo anche delle comunità Caritas parrocchiali, un coerente quadro di orientamento della Regione Lazio, sia verso la piattaforma strategica dell'Unione Europea 2010-2020 che prevede, col suo 20% del bilancio europeo, un “sostegno solidale contro la povertà e l'emarginazione” e sia con le proposte, dal 2014, contenute nell'annunciato progetto aperto ai territori di “alleanza nazionale contro la povertà”.
Già la Regione Lazio dovrebbe avere coerenza operativa nel contesto dell'imminente pubblicazione del suo Bando Pubblico verso l'impegno informativo e divulgativo tanto con l'utilizzo
territoriale minimale dei dodici milioni di euro quale intervento straordinario per il contrasto alle situazioni di indigenza tramite i Comuni, quanto in collegamento con i Centri per l'Impiego per l'adesione ad ogni offerta di lavoro del beneficiario dell'aiuto pubblico, alla esecuzione di lavori socialmente utili e alla disponibilità per la formazione e riqualificazione professionale.
Ma richiamandomi al recente passato e alle proposte suggestive attivate nel Lazio verso il “reddito di cittadinanza” - legge regionale n.4/2009 - riproposto anche in questi giorni con il nome non nuovo di “reddito minimo garantito” - fu applicata solo per un anno.
Quella legge regionale laziale più che ambiziosa dimostrò - nella concretezza - l'offerta di uno spaccato molto falsamente popolare per il potenziale di iniquità distributiva monetaria dei 7.000 euro tra persone molto vicine e di altre molto lontane dalla soglia di povertà ed, anche, tra persone che vivevano sole o in nucleo famigliare numeroso.
Da non dimenticare, ripeto, che quella legge regionale del 2009 – sperimentale – sul “reddito minimo garantito” ma scarsamente orientata verso “l'inserimento lavorativo” fu applicata solo un anno e non tre annualità come prevedeva.

 

27 dicembre 2013
ALLEANZA NAZIONALE E REGIONALE CONTRO LA POVERTA'

 

 

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Landini: 'Una nuova alleanza è necessaria'

compagno maurizio landini segretario generale cgil 490 mindi Rachele Gonnelli, da sbilanciamoci.info 8 Febbraio 2019
Videointervista: Maurizio Landini, neo segretario della Cgil, incontra Giulio Marcon, portavoce di Sbilanciamoci! alla vigilia della manifestazione sindacale unitaria di San Giovanni di sabato 9 febbraio. Per parlare di politica e di una nuova unità del mondo del lavoro in alleanza con reti e movimenti.

 

 

 

“Contrattazione inclusiva”, chiede Landini, “piano per il lavoro e per gli investimenti” “nuova organizzazione sindacale e della rappresentanza che includa anche i precari ed estenda le tutele a tutti, perché nessuno deve essere lasciato solo. Si deve anche ricomporre una cultura dei diritti, senza guerra tra poveri”. È un discorso articolato su questi assi quello del nuovo segretario Cgil, Maurizio Landini, fresco di elezione e alla vigilia del suo battesimo del fuoco: la grande manifestazione unitaria, con Cisl e Uil, che sfilerà nel centro di Roma sabato 9 febbraio. Una manifestazione che, per Landini, segnerà un cambio di passo, addirittura una “nuova fase” politica e sociale in Italia. E proprio alla vigilia dell’appuntamento il segretario Cgil si è reso disponibile a confronto – un faccia-a-faccia videoregistrato da Sofia Basso – con il portavoce della campagna Sbilanciamoci! Giulio Marcon. I temi sono la piattaforma della mobilitazione e l’impostazione della segreteria uscita dal congresso di Bari di due settimane fa.

La prima domanda di Marcon è politica. Riguarda le aspettative che in un vasto mondo di associazionismo e di attivismo sociale, sindacale e politico, si caricano su questa nuova mobilitazione e fase del sindacato. “Ci si aspetta un segnale di impegno per il cambiamento, dopo che aver visto gli esiti di questo governo che pure si era posto come governo del cambiamento”, lo pungola il portavoce di Sbilanciamoci! Marcon.

“La manifestazione del 9 è stata preparata nei mesi non nei giorni scorsi – risponde il segretario Cgil – in particolare attraverso un confronto con le altre organizzazioni sindacali. Occorre ricostruire l’unità del mondo del lavoro, cogliendo il disagio e la rabbia sociale e dando una prospettiva di cambiamento”. Non però difendendo l’esistente o volendo tornare al passato “cogliendo le trasformazioni” che riguardano anche il lavoro su piattaforma digitale, “l’enorme questione salariale”, “il lavoro povero”, trovando soluzioni che riguardano un “nuovo welfare territoriale” e che non sono certo risolte da provvedimenti come ill Reddito di Cittadinanza varato dal governo “un provvedimento ibrido”, solo triennale e che crea nuove precarietà come quello dei Navigator e dà un ruolo centrale ai centri per l’impiego mentre “il lavoro si crea con gli investimenti non con in centri per l’impiego” e “bisogna anche capire su cosa investire, cosa si produce e con quale qualità”. E le adesioni alla manifestazione del 9 febbraio dalle indicazioni dei territori sono consistenti, “sembra che sia scattato un meccanismo di volerci essere, di partecipazione, in un momento in cui il governo non accetta di discutere con nessuno, né con il Parlamento e nemmeno con i sindacati”. Tanto che la piazza conclusiva è stata spostata da piazza del Popolo a San Giovanni. Ma dal problema delle delocalizzazioni, agli sconvolgimenti produttivi e occupazionali, servirà anche un livello di confronto europeo, “per rilanciare un’Europa fondata sui diritti”, perciò è già previsto un altro appuntamento, una mobilitazione a livello europeo di tutti i sindacati per il prossimo 26 aprile. Mantenendo “l’autonomia delle organizzazioni sindacali attraverso l’unità d’azione” rispetto alla politica.

Il rapporto tra Sbilanciamoci! e il sindacato è di vecchia data, ricorda Marcon, e va nella stessa direzione indicata da Landini verso una riconversione ecologica dell’economia, verso nuovi consumi etici, una mobilità sostenibile, piccole opere di manutenzione del territorio, nuovo welfare inclusivo. “Questo governo non ha voluto discutere neanche con le organizzazioni del Terzo settore, in modo del resto poco difforme dai governi precedenti”. E ricorda anche le relazioni ricercate da Landini quando era segretario Fiom attraverso la Coalizione sociale con reti, associazioni, campagne. “Si tratta di fare massa critica, voi sindacati siete 12 milioni di iscritti ma anche noi associazioni rappresentiamo milioni di persone, come vedi una nuova alleanza?”

“Fondamentale sarà questa alleanza tra organizzazioni sindacali e forze della cittadinanza attiva perché c’è una domanda diffusa nel Paese che noi con Cisl e Uil individuiamo come in direzione di una contrattazione inclusiva di tutte le forme di lavoro, una contrattazione preventiva che non si limiti ai luoghi dio lavoro ma parli di un’idea di città e di rapporti sociali”. Questa procedura, spiega il segretario Cgil, dovrà basarsi anche su un cambiamento del sindacato. “Una nuova fase, che si apre con la manifestazione di sabato”.

 

 

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Alleanza per la democrazia e l'eguaglianza

Teatro Brancaccio pienodi Daniela Mastracci - Quali sono le parole del 18 giugno?
Revisione dei trattati europei, abolizione dell'articolo 81, progressività fiscale, patrimoniale, redistribuzione della ricchezza, riduzione dell'orario di lavoro, investimenti pubblici, politiche industriali, scuola gratuita, sanità pubblica, sostenibilità ambientale, ruolo dell'Italia in Europa come traino per riconquista diritti sociali, politiche dei flussi migratori senza respingimenti né centri per rimpatrio, accoglienza e integrazione.


A memoria sono queste le parole che hanno attraversato gli interventi dei relatori che si sono avvicendati sul palco del Brancaccio.
Come ha detto Montanari, giusto per citare solo chi ha promosso l'iniziativa insieme alla Falcone, la forza politica che deve emergere dall'appello da loro lanciato, è una forza CONTROCORRENTE. Dalle politiche dove "meno Stato, più privato" alle politiche PIU' STATO, MENO PRIVATO
Uno Stato che riprenda in mano economia e società. Politiche che stanno dalla parte di chi fino ad oggi è rimasto SOMMERSO. Politiche che facciano parlare e contare "l'altra metà del Paese", la metà che oggi non conta nulla. A cominciare dai Giovani, dai lavoratori che pagano il prezzo di politiche orientate a far crescere i profitti dei privati, a dare loro bonus, incentivi fiscali e tutto il potere di contrattazioni sempre meno contrattazioni fino ad arrivare agli odiatissimi voucher.

4 dicembre: la piazza della protesta

L’abbiamo chiamato noi stessi, su questo giornale, il Popolo del No come il Popolo senza voto
Abbiamo interpretato il 4 dicembre come la piazza dove si è consumata la protesta. Abbiamo scritto dei milioni che sono andati a votare per dire NO all’austerità, alle politiche assoggettate al capitale finanziario.
Così come abbiamo scritto che il popolo del no votava contro una deforma della costituzione che l’avrebbe piegata ad essere lo strumento di chi è al potere per perpetrare un colpo alla democrazia e alla partecipazione democratica, perpetuando se stesso e diventando una oligarchia “inespugnabile”.
Abbiamo votato per la democrazia, per la partecipazione, per le nostre voci dal basso.
Poi siamo rimasti profondamente delusi dal mutismo della politica e dal suo reiventarsi uguale a prima e più di prima: una camaleontico processo che Renzi ha pilotato, dimettendosi, ma tornando sotto le mentite spoglie di Gentiloni, con leggi uguali e peggiori di prima.
Questa è la nota diversa da altri esperimenti simili. Questa è la critica a chi sta provando a disinnescare l’assemblea di domenica 18 giugno. E se proprio la penna di Paolo Mieli si prova a disinnescare, a sminuire l’effetto Falcone-Montanari, significa che l’effetto potenziale è davvero dirompente. Perché stavolta non è come le altre volte. Stavolta abbiamo una reale chiamata alle urne che ci ha portato il 68% degli aventi diritto, e dove il 60% ha votato NO. In quel 60% sta il popolo che oggi si può riconoscere nella proposta del 18 giugno.
Questa è la nota diversa perché c’è davvero un popolo dietro all’appello “Assemblea Popolare per la Democrazia e l’Eguaglianza”, un popolo del no costituito da chi a votare non ci andava più
Un popolo di giovani cui ha dato voce Marco, in un eccellente intervento fato di denunce ma anche di proposte chiare
Un popolo che, se non partiamo in fretta, a votare non ci tornerebbe oppure voterebbe sempre più a destra
Allora nulla è come già altre esperienze sono state
Vogliono occultare il 4 dicembre, dicendo che ci sono già stati appelli, e poi il nulla. Non oggi.
Vogliono occultare chi dice no al Pd e lo riconosce come partito di destra. Si, lo è, e le sue sciagurate riforme lo dimostrano: dal jobs act alla Minniti-Orlando. Per finire con lo scippo democratico che si è consumato con la reintroduzione dei voucher.

Il centrosinistra è un non luogo

Vogliono oscurare chi dice che il centrosinistra è morto. Lo è. Perché è diventato un non-luogo: per parlare a tutti ha finito per non parlare a nessuno e a mettersi a braccetto con Marchionne
E a chi dice che c’è ambiguità a proposito dei 5stelle, io dico: attenzione perché c’è un popolo di sinistra dentro l’elettorato pentastellato, ed è ora che ce lo andiamo a riprendere. Sono i delusi, gli arrabbiati, certo! populisticamente. Ma appunto perché è mancata la struttura di un partito nel quale riconoscersi, viceversa sono presi nella morsa dell’uomo solo al comando, sfidiamoli oggi a confrontarsi con noi e con le nostre parole d’ordine, piuttosto che con il verticismo antidemocratico del loro leaderismo, schiacciati adesso su questioni inammissibili a sinistra. Vediamo cosa farebbero. Alle ultime amministrative hanno avuto una forte battuta d’arresto, perché? Già non si riconoscono più. Ed è questo il momento per parlare con loro e trovare di nuovo l’unità di intenti comuni. Unoetre ne è la prova provata a proposito del reddito minimo garantito: una proposta che è nata dentro i 5stelle laziali, quella che poi è diventata la nostra proposta, perché lì abbiamo riconosciuto una battaglia di sinistra. Ovvero là abbiamo imparato che dentro il movimento dei 5 stelle c’era del nostro, ma che la sedicente sinistra non aveva colto appieno. Quindi c’è da riflettere a proposito della lontananza o vicinanza di posizioni. Senza strumentalizzare le incompatibilità. E senza fermarsi, altrettanto strumentalmente, in superficie, rispetto alle ultime brutte pagine di questi giorni: sta là, di nuovo, il popolo di sinistra, che deve tornare ad avere Sinistra, e a non cadere ulteriormente nel voto di rabbia indeterminata
E con Montanari e Falcone, e con tutti gli intervenuti, sfidiamo il popolo dei sommersi a riemergere e a farsi sentire. Quella metà dell’Italia che non guarda più nessuno dei politici al governo: sta là chi voterebbe per chi pronuncia oggi parole nette, controcorrente
E poi guardiamo le nuove generazioni, che sabato 17 giugno sfilavano dietro allo striscione “generazione voucher”. Sono loro che vanno ascoltati e il popolo cui ridare il futuro.
Sta qui la risposta a tuti gli incerti. Ma anche a chi prova a svilire dicendo che è un percorso partito maluccio: da dove venga venga questa critica. Si vuole affossare un processo a tutti i costi: perché dietro ci sono le due cifre, e ci sono per davvero se si guarda al 4 dicembre.

Chi non lavora non ce la fa più

Altre esperienze prima di questa avevano un popolo reale alle spalle? Un popolo oggi chiamato a fare assemblee e a discutere e poi indicare i propri candidati? Cioè non verticismo, ma al contrario democrazia partecipata dal basso verso l’alto?
Chi dice No al Pd chiama quei milioni che hanno detto NO al referendum. Quei milioni che volevano rovesciare il sistema di potere. Che finalmente hanno avuto l’occasione per votare contro, e per votare, intanto. Le urne sono state le piazze che non abbiamo il coraggio di riempire, forse. Ma se pure così è, come prendersela? Chi non lavora non ce la fa più. E chi lavora senza tutele e senza articolo 18, sa quanto può essere rischioso esporsi, manifestare. Anche solo denunciare è sentito come un pericolo perché si può essere licenziati senza giusta causa e non si ha più il diritto di reintegro. Ad un popolo così tanto ricattabile, soltanto le urne possono consentire un voto contro.
E da ultimo ripenso alle poche ombre di domenica: è vero qualcuno si è risentito perché non gli è stato dato lo spazio per intervenire. Ma la causa oggi è più grande di ogni individualismo: dobbiamo tutti saper tenere a freno l’istinto di mettersi davanti, oppure di criticare perché non ci si riconosce abbastanza. Anche Ingroia ha scritto cosi. Ma credo che dobbiamo dire se ci riconosciamo intanto standoci e partecipando e vedere assieme passo dopo passo come ci organizziamo e ci diamo reciproco riconoscimento: ci vuole tempo e tanto coraggio, ma anche tanta buona volontà.
Io ritengo che le condizioni storiche siano giunte al più alto grado di contraddizione: possono esplodere e reinventare un’Italia a misura dell’essere umano. Non più gli interessi al centro, non più il capitale, ma l’essere umano. E per chiudere momentaneamente un articolo che potrebbe continuare, seguendo il continuum del processo avviatosi, riportiamo la citazione sui migranti. Montanari ha detto così “È a Lampedusa, è nel disastro umano e democratico di Ventimiglia – non qua a Roma – che si capisce cosa vuol dire essere eguali, o non esserlo.”

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Berlusconi, Salvini e l’alleanza che non c’e’

berlusconi salvini 350 260di Elia Fiorillo - Riuscirà Salvini a trasformare le scritte perentorie e a effetto delle sue magliette in punti declinabili di un possibile programma di governo? E Silvio Berlusconi ce la farà ad inventarsi tematiche in contrapposizione ai cavalli di battaglia di Renzi, che una volta erano i suoi, a partire dalle tasse?
di Elia Fiorillo
Forse la voglia di lasciare la politica l'ex Cavaliere Silvio Berlusconi l'ha avuta non poche volte. Sia quando stava in auge, sia quando - come nell'attuale situazione - le cose nel "suo" partito giravano male. E, probabilmente, si sarà ricordato in quelle occasioni del dissenso di mamma Rosa quando le comunicò che sarebbe sceso nel campo della politica. È vero che poi lei, la mamma, nell'arco di poche ore si ricredette e pronunciò la memorabile frase: "Silvio, solo tu puoi salvare l'Italia". Ma è anche vero che fare l'imprenditore è tutt'altra cosa che fare politica. Silvio l'ha capito a sue spese nel corso del ventennio in cui è stato con alti e bassi sulla cresta dell'onda. Se potesse con molta probabilità oggi getterebbe la spugna, ma non può. Specialmente dopo certe dichiarazioni fatte anche da amici e da possibili compagni di cordata che lo ritengono: “cotto, stracotto e biscottato". Il capitano non abbandona la nave prima di portarla in porto. Il problema è tutto qui: in quale porto e a quale banchina far approdare Forza Italia?
Gli ex compagni di cordata, Verdini e Fitto, non stanno fermi nella ricerca del consenso, e soprattutto di voti, all'interno del loro ex partito. Tutti ben sanno però che alla fine il mondo del centrodestra, Forza Italia in primis, qualcosa si dovrà inventare se vorrà competere all'elezioni con il Pd di Renzi e con il Movimento Cinque Stelle. È vero che il Pd e il Movimento di Beppe Grillo in questa fase sono avvantaggiati. Il primo perché sta al governo e "il potere logora chi non l'ha". Il secondo sta all'opposizione e riesce bene a raccogliere il consenso-dissenso tra una grande fetta di cittadini, soprattutto giovani. C'è anche da dire che mentre nel partito del "rottamatore" Renzi figure non proprio in "odor di santità" ce ne sono, nell'altro, quello di Beppe Grillo, c’è un mondo nuovo tutto da scoprire. Il rischio per l'ex presidente del Consiglio Berlusconi e che se non riesce a trovare una "quadra" ragionata nell'arcipelago del centrodestra il bipolarismo non vedrà in campo né Forza Italia, né gli altri suoi possibili alleati.
Un discorso a parte va fatto per Matteo Salvini. Dopo il declino della Lega bossiana è riuscito, soprattutto mediaticamente, a rilanciare l'ex partito della Padania provando a farlo diventare italiano: "Nord e Sud uniti nella lotta". Le idee non gli mancano nel pescare il dissenso nelle viscere della gente e nel rappresentarlo teatralmente. Il più temibile rivale di Berlusconi è proprio il leader della Lega. E l'ex Cavaliere sa che l'abbraccio di Matteo Salvini può essere per lui e per Forza Italia esiziale. Bisogna fare però buon viso a cattivo gioco sapendo che se si vuole competere con Renzi e con Grillo "compromessi" vanno fatti con gli alleati. Ma su quali basi? Sull’ipotesi, appunto, di arrivare a occupare le stanze di Palazzo Chigi. E, allora, le esagerazioni propagandistiche vanno bene fino ad un certo punto. Serve un programma credibile di governo del paese. Riuscirà Salvini a trasformare le scritte perentorie e a effetto delle sue magliette in punti declinabili di un possibile programma di governo? E Silvio Berlusconi ce la farà ad inventarsi tematiche in contrapposizione ai cavalli di battaglia di Renzi, che una volta erano i suoi, a partire dalle tasse? E se per miracolo alla fine si riuscisse a metter giù un programma credibile e realizzabile chi sarebbe il “conducator”?
Il giovane Salvini lo sta ripetendo da tempo: per scegliere il leader della coalizione ci vogliono le primarie. Silvio Berlusconi questa parola “primarie” non la sente proprio. Non è nel suo DNA. La tarantella degli incontri, dei veti, delle ipotesi, delle indiscrezioni continuerà a tutto vantaggio di Matteo Renzi. Lui, comunque, nel suo partito, con tutti i malumori possibili è l’unico gallo a cantare.

 

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