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PSI: Solo con Iacovissi l'alternativa per il futuro

CAPOLUOGO VOTO 2022

Il voto del 12 giugno è decisivo per il presente ed il futuro di Frosinone

psi 350 mindi Gian Franco Schietroma* La nutrita sfilata, in atto a Frosinone, di big politici nazionali è sempre comunque positiva, se non altro perché serve a far sapere ad essi che esiste anche la nostra città.

Però la mia lunga esperienza mi induce ad avvertire che non è assolutamente il caso di farsi illusioni perché Frosinone, se vuole risollevarsi dall'attuale condizione di paesone che ha perso abitanti, peso politico e funzione di capoluogo di provincia, può e deve contare soltanto sulle proprie forze.

Ed allora, se si vuole arrestare davvero l'inesorabile declino della nostra città, occorre attrezzarsi diversamente. E l'unica strada è puntare decisamente sui giovani. Bisogna avere il coraggio di innovare la politica, abbandonando i personalismi che bloccano il futuro.

Quindi mi rivolgo ai cittadini di Frosinone e chiedo: ma è proprio impossibile determinare in politica un deciso cambio generazionale? Possibile che il nuovo sindaco della nostra città debba essere scelto tra candidati, certamente rispettabilissimi, ma che appartengono ad epoche politiche lontane, l'uno essendo stato sindaco dal 1998 al 2007 e l'altro essendo stato eletto deputato nel 1994?

Certo, è legittimo puntare ancora sul passato, ma poi non lamentiamoci che a Frosinone non cambia mai nulla, che le cose vanno sempre peggio e che i giovani continuano ad abbandonare la città verso lidi più ospitali.
Tornando alla passerella dei big politici nazionali, ho apprezzato l'intervento della vicepresidente della regione Emilia Romagna, Elly Schlein, invitata a Frosinone da una lista civica che sostiene Marzi, la quale ha sollecitato la sinistra a puntare sui giovani.
Cara Elly, noi socialisti siamo pienamente d'accordo, anche perché riteniamo che i giovani vadano candidati e votati. Però il PD a

Frosinone è duro di comprendonio su questo argomento; ed infatti, piuttosto che candidare a sindaco un giovane, ha preferito ripescare Marzi, il quale peraltro era molto restio a ricandidarsi.

Il voto del 12 giugno è decisivo per il presente ed il futuro di Frosinone. Non sprechiamo questa grande occasione ed eleggiamo sindaco un giovane serio e preparato, Vincenzo Iacovissi, per cambiare davvero.

*Gian Franco Schietroma Coordinatore PSI Lazio

 

 

 

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PSI Capoluogo: "Siamo noi la vera alternativa"

  • Pubblicato in Partiti

COMUNICATO PSI - CAPOLUOGO '22.(gratutito)

Le elezioni si avvicinano ed il quadro degli schieramenti ormai si va delineando

psi 350 minL’amministrazione uscente, ovviamente, sta cercando di valorizzare in ogni modo il lavoro compiuto negli ultimi dieci anni, candidando a sindaco, nel segno della continuità, Riccardo Mastrangeli.

Il Pd, in contrapposizione a ciò, ha puntato a mettere insieme tutto ed il contrario di tutto pur di vincere le elezioni. Una coalizione, impropriamente definita “campo largo”, ma che in realtà è un’aggregazione trasversale di personale politico e di addetti ai lavori, senza alcuna idea forte per il rilancio di Frosinone, salvo la candidatura amarcord a Sindaco di Memmo Marzi in sostituzione di quella iniziale di Mauro Vicano, il quale si candida comunque in via autonoma.

Poi c’è il Nuovo Centrosinistra, coordinato da Ivano Alteri e formato da noi Socialisti, da Più Europa, dal gruppo politico “Il Cambiamento” e da quello civico di Pier Paolo Segneri, che costituisce l’unica vera novità politica di queste elezioni con la candidatura a Sindaco, nel segno della discontinuità, di Vincenzo Iacovissi e con un progetto nuovo imperniato innanzitutto sulla Città Intercomunale con i Comuni vicini, con l’obiettivo di far recuperare a Frosinone peso politico ed il ruolo di capoluogo di Provincia, dopo che negli ultimi venti anni sono stati persi quasi cinquemila abitanti. La sola possibilità di realizzare questo obiettivo è che Vincenzo Iacovissi diventi Sindaco perché Vincenzo è l’unico, tra i candidati a Sindaco, a credere veramente nel progetto del Grande Capoluogo, ideato proprio da noi Socialisti.

Quanto al resto, noi Socialisti riteniamo che, se il campo largo del personale politico e degli addetti ai lavori può funzionare alle elezioni provinciali perché in quella sede votano soltanto i Sindaci ed i Consiglieri Comunali, molto diverso è il caso delle elezioni comunali, dove votano direttamente i cittadini e, quindi, non è detto che il campo largo, ossia l’ammucchiata trasversale, porti alla vittoria. E poi, ammesso e non concesso che si vinca, in ogni caso sarebbe impossibile governare con un personale politico così eterogeneo.

Noi Socialisti, invece di mettere in campo alleanze trasversali larghe ed ingovernabili, puntiamo al dialogo diretto con i cittadini, presentando idee e facce nuove, come quella di Vincenzo Iacovissi, il quale, pur essendo giovane, ha una grande preparazione politica ed amministrativa e progetti innovativi nel segno di una netta discontinuità con il passato.

Dunque, la scelta è tra il candidato sindaco del Nuovo Centrosinistra Vincenzo Iacovissi, che è l’unica vera novità politica, ed il passato rappresentato dagli altri candidati a Sindaco. Siamo noi la vera alternativa all’amministrazione uscente. Ci auguriamo che tutti i cittadini vadano a votare, anche quelli che cinque anni fa si sono astenuti, perché si presenta un’occasione irripetibile per cambiare davvero Frosinone, per contrastare sul serio la povertà, per superare l’emergenza ambientale e per aumentare la qualità della vita delle persone, con una particolare attenzione alle nuove generazioni.
Frosinone, lì 20 aprile 2022

Gerardina Morelli
Segretario Psi sezione di Frosinone

 

 

 

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Grave è l'assenza di una netta alternativa alla destra

COMMENTI

Pesa la difficoltà di contrapporre alla destra uno schieramento nettamente alternativo

di Alfiero Grandi
Parlamento vuoto 350 minLa crisi del sistema politico italiano (in particolare dei partiti) rischia di diventare istituzionale e di fare scivolare il nostro paese verso una modifica dei valori, degli obiettivi, costruendo nuove gerarchie sociali che sono il contrario dell’inclusione, mettendo in crisi il ruolo della Costituzione e quindi minacciando la stessa tenuta sociale del nostro paese.

Apparentemente il governo Draghi rappresenta una fase anestetizzata. In realtà non è affatto una pausa, nel paese si agitano tensioni e si sviluppano iniziative. Ci sono movimenti profondi che stanno cambiando collocazioni e orientamenti dei partiti attuali, le loro alleanze e tendono a modificare in profondità il futuro politico del paese. In altre parole i problemi non risolti di identità, di radicamento, di capacità di rappresentare dei partiti stanno portando a convulsioni sempre più profonde, a cui non corrispondono reazioni adeguate, all’altezza dei problemi da affrontare.
La stanchezza e la sfiducia hanno portato in pochi anni alla rapida crescita di partiti, o simil partiti, e al loro altrettanto rapido declino. Questa fase non è conclusa perché la ricerca di punti di riferimento, affidabili, riconoscibili, tra loro alternativi non si è conclusa e quindi le convulsioni del sistema politico continuano e i voti si spostano con rapidità, anche verso l’astensione.

La debolezza del sistema politico dei partiti ha dato spazio a tentativi di occupare le istituzioni cercando di stabilire un rapporto diretto con gli elettori. Questo è stato il tentativo di Renzi che ha cercato di ottenere sul versante istituzionale la conservazione del potere conquistato, che il Pd non era in grado di garantirgli. Solo la sconfitta nel referendum costituzionale del 2016 lo ha fermato nella rincorsa al potere, ma il Pd che avrebbe dovuto cogliere l’occasione per una riflessione di fondo, per fare i conti con il renzismo, ha glissato e il nodo non è affatto risolto, visto che – sia pure dall’esterno del Pd – le azioni corsare hanno portato prima alla crisi della maggioranza del governo Conte 2 e ora continua a pesare sul quadro politico la difficoltà di contrapporre alla destra uno schieramento nettamente alternativo. Difficoltà nella quale sono particolarmente esposti sia il Movimento 5 Stelle che Italia Viva. Due situazioni molto diverse ma accomunate da percorsi a zig zag, come per le elezioni nei Comuni di ottobre, e sulla legge Zan.
Elettrici ed elettori hanno bisogno di chiarezza, di riferimenti coerenti. Il tempo del pensiero debole dovrebbe essere considerato concluso. Occorre tornare ai valori, ai riferimenti certi, alle risposte convincenti, superando un tatticismo che è diventato – largamente – diffuso opportunismo.

La formula né di destra né di sinistra è in crisi, sia pure perché la destra si è manifestata in modo chiarissimo in occasioni importanti ed emblematiche, e promette di farlo ancora di più in occasione delle prossime elezioni politiche.
Se il governo Draghi non può essere inteso come il periodo della ricreazione per i partiti e tanto meno può bastare caratterizzarsi nella competizione politica come il sostenitore più fedele (il partito di Draghi) occorre di conseguenza affrontare i problemi, cercando di spostare l’asse dell’azione di governo sul piano sociale, economico e dei diritti. Quindi la competizione con la destra deve essere aperta e forte.

Il PNRR è decisivo per il futuro dell’Italia. È un’occasione irripetibile, non va mai dimenticato. Tuttavia ci sono scelte che debbono essere fatte e l’Europa ha già richiesto di spostare risorse per miliardi di euro per affrontare obiettivi dimenticati, e per togliere quattrini a scelte non coerenti con gli obiettivi della transizione ecologica. Quindi la Commissione europea è l’unico interlocutore, per ora, del governo Draghi.
Nulla del genere è arrivato dal parlamento italiano. Certo il parlamento è ancora sotto scopa dopo il taglio dei parlamentari confermato dal referendum popolare. Eppure il parlamento non ha trovato la forza di reagire neppure in questa occasione. Non ha avuto la forza e la consapevolezza di dovere non solo approvare ma soprattutto condizionare e correggere, qualificare positivamente le scelte indicate nel PNRR, sbarrando la strada ai conservatori e agli interessi economici che difendono le scelte precedenti per fini di profitto aziendale.

Nell’ambito del PNRR ci sono scelte diverse possibili: di destra e di sinistra, innovative o conservatrici, questo dovrebbe portare ad affrontare un duro confronto con i conservatori, che si annidano anche in aziende a partecipazione pubblica. Ma tutto questo è lontano, rarefatto, sostanzialmente delegato al governo, che è oggetto di pressione e di lobbismo degli interessi economici e finanziari dominanti, che allo stato non trovano contrappesi adeguati.
Il decreto legge governance lascia seri dubbi sulle procedure indicate, non tanto sulla velocizzazione ma sulle modalità conclusive di decisione, sulla reale apertura alle opinioni degli esperti, delle associazioni, dei cittadini organizzati a livello territoriale. Al di là delle formule come sarà possibile avere voce in capitolo e come si potrà impedire che il governo vada oltre i limiti nelle decisioni conclusive? L’approvazione del PNRR è automaticamente una delega su tutti i singoli interventi? Questi problemi non riguardano il ruolo dei partiti? C’è un’unica delega in bianco su tutto?

Tra questi c’è il problema principe dello sblocco dei licenziamenti. Dopo il duro periodo della pandemia, che non è detto sia realmente finito, ci troviamo di fronte al riconoscimento che il mondo delle imprese che più ha sofferto la crisi aveva ed ha bisogno di sostegno, non altrettanto verso i lavoratori che hanno beneficiato del blocco dei licenziamenti nel periodo della pandemia. I sindacati sono rimasti fin troppo soli ad affrontare questo tormentato capitolo. Tutti sapevano che lo sblocco rischiava di creare un’alluvione di licenziamenti ma non ci sono stati interventi adeguati verso il governo. Notizie di stampa dicono che il ministro Orlando ha minacciato di andarsene ma non è bastato a modificare a sufficienza le decisioni del governo, fortemente condizionate da Confindustria. Una controprova generale si trova nella composizione della cabina di regia decisa dal decreto legge sulla governance che non prevede la presenza permanente in questa sede dei ministri che si occupano del Lavoro e del Mezzogiorno. Se il lavoro non è considerato un problema permanente, né lo è la qualificazione meridionale degli investimenti non si tratta solo di una dimenticanza o di una sottovalutazione, ma di una scelta discutibile, soprattutto se dovesse uscire confermata dall’approvazione del parlamento, senza modifiche.

La questione riguarda anzitutto il Pd e la sinistra nella maggioranza, ma non solo perché anche altre posizioni politiche sono coinvolte da una ricerca di ruolo. C’è ancora tempo per modificare, ma se non avverrà si capirà meglio perché il sindacato è stato lasciato solo nel contrastare lo sblocco dei licenziamenti.
Il buono ottenuto è merito del sindacato e i limiti dell’intesa con il governo sono figli del mancato impegno dei partiti della maggioranza.
Se questo è il modo di concepire il ruolo dei partiti che stanno nella maggioranza e nel governo non ne deriverà nulla di buono. La crisi politica continuerà. La frattura con la vita reale dei cittadini aumenterà e quindi la capacità di rappresentanza ne risentirà, ma anche in questo caso la situazione non sarà uguale per tutti. La destra ne beneficerà, altri faticheranno non poco a spiegare come mai hanno fatto le guardie svizzera delle politiche del governo Draghi senza cercare di condizionarne le scelte e di cambiarle. Meglio parlarne apertamente ora prima che le conseguenze politiche portino ad una deriva destinata a modificare in profondità la nostra democrazia e non certo in senso migliorativo.

 

 

 

 

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Ceccano: "La vera e unica alternativa, oggi.."

Ceccano voto 2020 - Commenti

...all'inizio sembrava a pochi un'idea giusta e vincente, oggi è per tutti la vera alternativa alla destra. Commento al voto di Italia Viva Ceccano

Grazie dottoressa Piroli,
ITALIAVIVA simbolo 350 mingrazie perché, se quella che all'inizio sembrava solo a pochi un'idea giusta e vincente, rappresenta oggi unanimemente la vera alternativa alla maggioranza di destra, è solo grazie al tuo impegno, al tuo coraggio e al tuo sorriso, che sempre ci ha accompagnato in questi mesi di campagna elettorale.

Questa campagna elettorale è stata molto particolare. Iniziata a gennaio e durata ben 9 mesi, con un risultato che sinceramente non ci aspettavamo. La vittoria con questi numeri dell'ex sindaco Caligiore non era preventivabile e, per questo, i nostri complimenti a lui e alla sua coalizione sono d'obbligo. Speriamo, però, che questa maggioranza gli dia la forza di fare quello che non ha fatto nei primi cinque anni di amministrazione. Lo speriamo per Ceccano.
Purtroppo si conferma ancora una volta che le unioni elettorali, basate sui numeri e non sulle idee non sono funzionali al risultato. Quando non c'è chiarezza nei programmi, negli schieramenti e nella collocazione, gli elettori tendono a non concedere fiducia; quella fiducia che la dottoressa Piroli ha guadagnato ben oltre la propria coalizione, con un risultato personale notevole.

Italia Viva Ceccano, nata nel pieno della campagna elettorale, ha volutamente mantenuto un ruolo di secondo piano, lasciando spazio a chi dall'inizio ha supportato la coalizione ed ha svolto larga parte del lavoro che si accompagna alla realizzazione della campagna elettorale, coscienti anche della piccola forza da noi rappresentata. Abbiamo voluto però partecipare con tenacia, ed una menzione particolare la vogliamo riservare ai nostri tesserati, candidati nella lista Cives; ad Alessandra Anelli, Valentino Bettinelli e a Giulio Pizzuti che, ognuno a suo modo, hanno aiutato la coalizione a crescere e ad ottenere il buon risultato raggiunto.

Eravamo coscienti dall'inizio che queste elezioni sarebbero state molto difficili, e che avrebbero rappresentato solo Valentina Calcagniil primo passo di un cammino ben più lungo, e di conseguenza difficoltoso. Un cammino che durerà anni e sarà complicato dagli eventi che nel corso del tempo si verificheranno. Abbiamo, però, avuto la conferma di aver trovato dei compagni di viaggio estremamente validi. Donne e uomini, ancor prima che esponenti politici; persone serie, coraggiose e preparate, con le quali sarà un piacere continuare a fare politica per il bene della nostra comunità.

Ci prepariamo, adesso, ad affrontare una consiliatura di opposizione, e la faremo nel modo più duro e leale possibile, in supporto alla Dottoressa Piroli e al Dottor Querqui, che ci rappresenteranno in consiglio comunale. Faremo opposizione senza disperdere la passione che più di 3000 elettori ci hanno regalato, convinti che, con la pazienza e il dialogo, si potranno presentare occasioni di confronto con tutti quelli che hanno davvero a cuore Ceccano.

Il coraggio di cambiare c'è ancora e, se possibile, è ancora più forte!

 

Italia Viva Ceccano

 

 

 

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Ceccano, si profila la novità e l'alternativa?

ceccano palazzo antonelli 350 253di Valentino Bettinelli - Si prepara il campo per la prossima tornata amministrativa che nel 2020 vedrà Ceccano protagonista.

Dopo lo scalpore creato dalla notizia dell’appoggio di PD e PSI al candidato Marco Corsi, il gruppo di centrosinistra, formato da partiti e realtà civiche, palesa le proprie intenzioni attraverso un comunicato ufficiale.

«In vista delle prossime elezioni amministrative del 2020, nella serata di mercoledì 18 Dicembre 2019, presso la sede della “Federazione dei Verdi Europei di Ceccano”, al fine di contrapporre alle forze di destra che si ripropongono alla guida della città dopo il fallimento della passata legislatura, si è tenuto un confronto tra numerosi partiti e liste civiche composte da Forze democratiche, di sinistra, progressiste e ambientaliste.
Gli interventi si sono focalizzati sulle tematiche che interessano la città e soprattutto su quelle riguardanti:
- Ambiente e salvaguardia del territorio;
- Acqua pubblica e beni comuni;
- Scuole e relative problematiche sulle strutture;
- Lavoro;
- Cultura;
- Situazione economica dell’Ente;
- Sanità;
- Diritti e parità di genere.
La discussione si è focalizzata sul come affrontare i prossimi mesi che ci dividono dalle elezioni per perseguire obiettivi comuni ed efficaci in alternativa alla inconcludente e disastrosa gestione della passata amministrazione.
Dall’incontro è emersa la volontà di lanciare alla città di Ceccano un’alternativa politico-sociale rispetto alle proposte di destra finora scese in campo.
Le forze presenti si esprimeranno a breve su una candidatura unitaria accompagnata da un progetto alternativo e radicale per la città di Ceccano».

 

Alla riunione erano presenti:
- Federazione dei Verdi Europei;
- Lista civica “Cives”;
- Lista civica “Riformismo Progresso e Libertà”;
- Rifondazione Comunista – P.C.I., Possibile (Coordinamento della sinistra);
- Lista civica “Insieme per Ceccano”.

 

 

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L'alternativa è la Costituzione

Costituzione 350 260I rischi per la democrazia crescono, e il modo stesso con cui in Italia si svolge la campagna elettorale – percorsa da ripetuti episodi di violenza e di intolleranza, e da spinte dichiaratamente fascistiche e autoritarie – ne è la conferma evidente e preoccupante. La riduzione dei numero dei parlamentari, sostenuta dai 5 Stelle e approvata di recente dalla Camera dei deputati, si situa in questo contesto. Non si può dire però che rappresenti il maggior rischio per la nostra democrazia, sebbene tenda a depotenziare ulteriormente il ruolo del Parlamento e della rappresentanza.

 

In realtà ci troviamo di fronte a un complesso di fenomeni negativi che stanno disgregando la società fino al punto di mettere in discussione l’unità della nazione. Come giustamente è stato osservato, la cosiddetta autonomia differenziata delle Regioni, su cui punta la Lega, non è altro che un’espressione istituzionale dell’egoismo secessionista dei ricchi. Qual è allora la vera materia del contendere, in questa nuova fase che si è aperta con crescenti spinte di destra in tutta Europa, e con l’affermazione in Italia del governo pentaleghista?

 

Nel Paese è sì sotto attacco la democrazia. Ma quale democrazia? Non la democrazia in astratto, la tanto magnificata democrazia liberale, peraltro in crisi in tutto il mondo, per la quale si straccia le vesti il vecchio Scalfari, e alla quale sembra restare incollato anche il più giovane Zingaretti. Ma la democrazia nostra, la democrazia costituzionale. Che fonda sul lavoro la Repubblica «una e indivisibile», e va ben oltre i principi del diritto liberale per progettare una più alta civiltà.

 

Non più solo l’uguaglianza formale davanti la legge - pure essenziale - che spoglia i cittadini della loro qualità sociale, ma l’uguaglianza sostanziale. Che ridefinisce il concetto stesso di libertà in relazione alle condizioni sociali e culturali delle donne e degli uomini, i quali sono chiamati a cooperare e solidarizzare in modo da elevare la qualità della vita di tutti e di ciascuno. Quindi, non solo la democrazia rappresentativa (insieme a diverse forme di democrazia diretta), in cui si concretizzano le regole del funzionamento delle istituzioni a cominciare dal Parlamento. Ma la democrazia sociale e la democrazia economica, che attengono alla vita materiale e spirituale delle persone, e perciò riguardano i diritti sociali e la conformazione della proprietà, rispetto ai quali si definisce l’assetto delle medesime istituzioni. Questo è il disegno della Costituzione nata dalla guerra di liberazione e dall’abbattimento del fascismo.

 

Guardiamo bene in faccia la realtà. Senza falsificazioni e fake news, senza camuffamenti e anche senza retorica. La Costituzione repubblicana non è stata formalmente cancellata. È ancora in piedi nonostante i vari tentativi di metterla in ginocchio e le gravi lesioni inferte alla rappresentanza. Ma la democrazia sociale e la democrazia economica, fattori costitutivi della democrazia costituzionale che si invera nella fitta trama dei diritti sociali della persona e nella funzione sociale della proprietà, sono state in larga misura smantellate in questa fase di declino sotto la bandiera del “libero mercato” e delle privatizzazioni generalizzate.

 

Nel trentennio trascorso nessuno ha mosso un dito tra i partiti della sinistra (o presunti tali) per dare attuazione ai principi sociali ed economici, la parte più innovativa della Carta che (ancora) regge il patto tra gli italiani. Anzi, la cosiddetta sinistra riformista imperniata sul Pds-Pd e non solo - che sarebbe più appropriato definire sinistra del capitale - è stata un agente attivo dello smantellamento dei diritti e un promotore non secondario dello sfruttamento sfrontato del lavoro. Ancora oggi è incomprensibile che non si assuma con chiarezza e senza esitazioni la Costituzione come terreno di lotta e di programma per un cambiamento reale. Volto a risollevare l’Italia e gli italiani dai tormenti della disoccupazione e della precarietà, dallo sfascio della società e del territorio, dallo sfacelo dei diritti, dalla paura di un futuro senza prospettive. Un errore politico, o una scelta consapevole?

 

È arrivato comunque il tempo di prendere atto che non basta restare sul terreno istituzionale, pur con encomiabili e necessarie iniziative, per difendere la Costituzione. Soprattutto per attuarla nei suoi possibili sviluppi e uscire dalla crisi costruendo una reale alternativa. Occorre scendere nel profondo della società diversificata e devastata, lontana dalle istituzioni, e lottare perché lì, nelle diverse articolazioni del corpo sociale, si rianimi una forte presenza popolare e di massa in grado di far vivere nel nostro tempo i principi fondamentali di libertà e uguaglianza. Contrastando i tormenti della quotidianità, e riaccendendo fiducia e sicurezza nell’avvenire. Questa è la sfida.

 

A meno che non si considerino inutili rifiuti del passato, da far marcire nella discarica della storia - faccio solo qualche esempio - il diritto al lavoro «in tutte le sue forme ed applicazioni» e quindi la piena occupazione (articoli 4 e 35), «lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica» nonché la tutela «del paesaggio e del patrimonio storico e artistico» (art. 9), il ripudio della guerra «come strumento di offesa di altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali» (art. 11).

 

E ancora: «il diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del lavoro» e comunque sufficiente ad assicurare «un’esistenza libera e dignitosa» (art. 36); la parità di retribuzione e di diritti, «a parità di lavoro», tra uomini e donne (art.37); la tutela della salute «come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività» (art. 32); l’istruzione di base «obbligatoria e gratuita» per tutti, mentre «i capaci e i meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti dello studio» (art.34).

 

Non solo i diritti civili, ma una fitta trama di principi e di diritti nuovi cui nella Costituzione corrisponde l’indicazione dei doveri e delle condizioni economiche, sociali e politiche indispensabili alla realizzazione di una civiltà più avanzata che non sia fondata sul dominio del capitale, ossia sulla tanto sbandierata libertà di mercato. Primo fra tutti il dovere di concorrere alle spese pubbliche secondo la capacità contributiva. Ragion per cui «il sistema tributario è conformato a criteri di progressività» (art. 53).

Ma questo non basta. Per contrastare efficacemente disuguaglianze e povertà è necessario che l’iniziativa economica, ancorché libera, non si svolga – teniamolo bene a mente - «in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana» (art.41). La proprietà, a sua volta, non può essere monopolio esclusivo dei privati. Al contrario, «è pubblica o privata» e, «resa accessibile a tutti», deve svolgere comunque «una funzione sociale» (art. 42). Inoltre, determinate categorie di imprese di particolare interesse generale, oltre che allo Stato e a enti pubblici, possono appartenere anche «a comunità di lavoratori o di utenti» (art.43). Il caso dell’Ilva di Taranto, in proposito, conferma pienamente la modernità di tale indirizzo.

 

Nell’insieme il progetto costituzionale configura un’economia mista, che non abolisce la proprietà privata sugli strumenti di produzione e comunicazione e sui mezzi finanziari. Ma configura la proprietà in modo tale da renderne possibile il limite e il controllo, ponendo l’economia la servizio degli esseri umani, e non viceversa. Come confermano gli articoli relativi ai limiti della proprietà terriera (art. 44), alla funzione sociale della cooperazione (45), al diritto dei lavoratori di partecipare alla gestione delle imprese (46), alla tutela del risparmio e al controllo del credito (47).

 

Non è difficile osservare che se i principi e i diritti costituzionali fossero stati attuati, o comunque se si fosse coerentemente lottato per attuarli, l’Italia non si troverebbe in queste condizioni: nell’oscurità di una stretta tra due forze politiche che ci spingono entrambe verso il passato, mentre il Paese va alla deriva. L’una, la Lega, perché sta sdoganando razzismi e violenze tipiche del fascismo in un torbido intreccio con ambienti malavitosi. L’altra, i 5 Stelle, perché galleggiando in un’area di pensiero dove la cultura della Costituzione non ha cittadinanza, è esposta a tutti venti e a tutte le avventure.

 

Diciamolo con chiarezza. Questo è il risultato di un fallimento clamoroso delle classi dirigenti. E però anche dell’insufficienza delle forze di opposizione, che non sono state in grado di offrire un’alternativa credibile. Perciò è necessaria una svolta radicale rispetto al passato. E questa svolta si può compiere impugnando il progetto di nuova società tratteggiato dalla Costituzione, raccogliendo e unendo le forze per la sua attuazione.

 

L’operazione non è semplice perché occorre in pari tempo costruire la condizione primaria che è stata distrutta, e che la Costituzione medesima indica come imprescindibile per la sua esistenza in vita: la presenza di una classe lavoratrice politicamente organizzata nella società e rappresentata nelle istituzioni, capace di incidere nei rapporti di forza a tutti i livelli. In altre parole, nel tempo della rivoluzione digitale e del capitalismo globale finanziarizzato, si tratta di costruire una formazione politica di tutti coloro che dal capitale sono sfruttati, delle lavoratrici e dei lavoratori, uomini e donne, giovani e anziani, autoctoni e migranti, oggi divisi e in lotta tra loro.

 

Un compito di enorme portata, al quale non si può rinunciare. Da dove cominciare? Non c’è un prima e un dopo. Prima facciamo il partito delle lavoratrici e dei lavoratori, poi lottiamo per l’attuazione della Costituzione. Una formazione politica che faccia asse sul lavoro si costruisce nel fuoco delle lotte e dei movimenti. Nei territori, nelle fabbriche e negli uffici, nelle scuole, nei luoghi di e di studio, nelle periferie e nei centri urbani, portando in primo piano e coordinando le tre questioni che emergono con particolare acutezza dalle contraddizioni esplosive del capitale: lo sfruttamento del lavoro, la distruzione dell’ambiente, l’oppressione di genere.

 

Cominciare dunque dal basso è necessario, intanto con una diffusa campagna d’informazione che illustri la portata innovativa della nostra Carta. Ma non basta. È indispensabile agire anche dall’alto mettendo insieme le forze disponibili a lottare per l’attuazione di alcuni punti qualificanti della Costituzione, senza dannosi personalismi e distruttive personalizzazioni. In pari tempo è essenziale colmare il vuoto di una cultura critica della realtà, in grado di rimuovere il dogma su cui si è esercitata la vera forza egemonica del capitalismo moderno, ossia la negazione del conflitto di classe. La più grande falsificazione del secolo, diffusa nel momento stesso in cui con la globalizzazione si è compiuto il più esteso e massiccio dominio del capitale sul lavoro. Aver accettato questo dogma è stato il segno della resa e l’inizio della catastrofe della sinistra.

 

Nell’economia moderna, comunque tecnicamente configurata, permangono con tutta evidenza rapporti di dominio e di dipendenza tra chi dispone dei mezzi di produzione e di comunicazione e chi dispone esclusivamente delle proprie capacità fisiche e intellettuali. È su questa base che si compie lo sfruttamento della classe lavoratrice e in ultima analisi il destino di ogni essere umano, la sconsiderata distruzione della natura, l’oppressione sociale delle donne. Ed esattamente questo il nodo cruciale da mettere a fuoco, dal quale non si può prescindere.

 

La nostra Carta del 1948 non nega il conflitto tra le classi. Al contrario, riconosce il carattere costruttivo del conflitto promosso dalla classe lavoratrice, da tutti i subalterni e gli sfruttati, per l’affermazione della libertà e dell’uguaglianza, e per estendere una democrazia progressiva. Una conquista storica, da preservare e da arricchire per costruire il futuro. E da portare anche in Europa. La Costituzione degli italiani che fonda sul lavoro la Repubblica democratica è un buon punto di riferimento per costruire un’altra Europa. L’Europa dei popoli e dei lavoratori.

 

Paolo Ciofi www.paolociofi.it

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Dalla voglia alternativa al PD al voto con Zingaretti. Credibilità zero

liberiuguali 350 260di Ivano Alteri - Eravamo partiti con l'idea di una lista Unica, “civica e di sinistra”, radicalmente alternativa alle politiche del Pd, per arrivare a sostenere Zingaretti e le sue politiche? È questo il misero destino che attende la sinistra nel Lazio? E come si concilierebbe il sostegno a Zingaretti con le posizioni assunte da LeU a livello generale? Questo percorso rinunciatario dovrebbe portarci a ricostruire la sinistra?

Secondo voci sempre più insistenti, sembrerebbe che in queste ore si stia discutendo proprio di questo, all'interno di Liberi e Uguali del Lazio: di un'alleanza con Zingaretti alle prossime elezioni regionali. È un'ipotesi che circola da tempo, ma solo ora si starebbe concretizzando. Sembrerebbe anche che non tutti siano d'accordo, e che a livello regionale ci sia soltanto Mdp a perseguire tale obiettivo; mentre le altre due componenti, Sinistra italiana e Possibile, siano contrarie. Inoltre, sempre secondo queste voci, sembrerebbero contrari tutti i soggetti ciociari confluiti in LeU. Insomma, l'idea di questa contraddittoria alleanza sembrerebbe essere tutta di Mdp e, soprattutto, tutta romana.

Se queste voci fossero fondate, ci troveremmo di fronte ad una china disperante e ad un ingorgo di domande senza risposta.

Cosa ne pensano, Grasso e i leader nazionali dei tre partiti, di un'alleanza con Zingaretti? Perché in Italia LeU si dice radicalmente in discontinuità con le politiche del Pd e nel Lazio no? É sufficiente l'eliminazione del “listino” dalla legge elettorale regionale per considerare le politiche di Zingaretti dissimili da quelle di Renzi? Come spiegherebbero agli italiani la contraddittorietà di tale scelta? Sarebbe questo il percorso unitario per giungere alla creazione di un nuovo soggetto politico della sinistra?

E a livello locale? A meno che Zingaretti non chieda formalmente scusa ai ciociari e non s'impegni a smontare nei prossimi anni l'intera sua politica su questo territorio (cosa assai improbabile, ovviamente), per gli uomini e le donne della sinistra ciociara sarebbe impossibile votarlo. Anche volendo e potendo arrivare ad un compromesso a ribasso con la propria coscienza, cosa andrebbero a raccontare ai propri concittadini che sino ad ora hanno subito le scelte disastrose dell'attuale giunta? Come spiegherebbero la chiusura degli ospedali, i gironi infernali dei pronto soccorso, le liste d'attesa chilometriche, la desertificazione della sanità in provincia di Frosinone? Come spiegherebbero la pessima gestione dei rifiuti e la trasformazione della Ciociaria in una discarica romana? Come spiegherebbero le resistenze della giunta regionale ad una nuova gestione dell'acqua? E le sue complicità con Acea? Come spiegherebbero l'abbandono in cui la giunta regionale ha lasciato la Valle del Sacco e i suoi morti per cancro? O è sufficiente la conta dei cadaveri sul registro dei tumori per ripulire le coscienze? Come potrebbero, gli uomini e le donne della sinistra ciociara, spiegare tutto questo agli elettori?

Speriamo vivamente, perciò, che queste domande inducano a riflettere anche i tifosi più scalmanati (e interessati?) di Zingaretti all'interno di Mdp. E speriamo anche che i capi partito ciociari sappiano fondersi davvero in un blocco monolitico e farsi ascoltare, a livello regionale e nazionale, affinché Liberi e Uguali non diventi l'ennesima stampella a sinistra del Pd: una specie di lista civetta per raccattare i voti disperati di chi non sa più dove sbattere la testa. E speriamo, infine, che i capi romani di Mdp capiscano quanto sia dirimente, per la sinistra ciociara e non solo, la scelta che loro si accingono a compiere sul Lazio. Dirimente.

Frosinone 24 dicembre 2017

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"Realizzare patti sociali su concrete vertenze locali per costruire una forza nazionale di alternativa"

Maddalena 350 313Ivano Alteri intervista Marco Maddalena - In chiusura della tornata elettorale per le amministrative, conclusasi con i ballottaggi di domenica scorsa, abbiamo ritenuto utile ascoltare l'opinione dei vari esponenti politici delle diverse forze in campo, sul significato politico-amministrativo scaturito dal voto e su quanto accadrà nei prossimi mesi. Abbiamo iniziato intervistando Marco Maddalena, segretario provinciale di Sinistra Italiana, nonché consigliere comunale di Ferentino. (completata una pagina per continuare a leggere torna qui, sotto la foto grande e clicca sul titolino successivo)

 

  1. Parte 1
  2. Parte 2
  3. Parte 3

Cos'è stato il voto di questo giugno 2017?

 

Maddalena, innanzitutto, una sua opinione sul risultato del centrodestra, in generale: da cosa pensa sia stato determinato?

Queste elezioni ne hanno determinato il ritorno in alcuni comuni, come a Frosinone, con la conferma di Ottaviani al primo turno; o la sua affermazione, come a Rieti, dove fino ad ora aveva amministrato il centrosinistra. Quindi, c'è da essere preoccupati per questa avanzata delle destre.

C'è stato anche il crollo di roccaforti storiche della sinistra...

Sì, Sesto San Giovanni, Genova. E la cosa più preoccupante è che questo voto amministrativo non pesa solo a livello locale, ma anche nazionale. Perdere città importanti come quelle, o come Rieti nel Lazio, dimostra che è inutile guardare ad un modello di centrosinistra che di fatto non esiste più. L'elettore l'aveva già dimostrato il 4 di dicembre, votando No alla riforma costituzionale portata avanti da Renzi. Entrambe le circostanze rappresentano un giudizio negativo sul Partito Democratico, che oramai porta avanti politiche neo-liberiste. Come ha detto Montanari all'assemblea dell'Alleanza Popolare e Progressista del 18 a Roma, ormai il Pd è un partito di destra e non di centrosinistra.

Ma se l'orizzonte non è più quello del centrosinistra, quale potrebbe essere?

Io penso che già nel voto amministrativo vi sia l'indicazione di un diverso orizzonte; e questo è un altro fattore che non è stato valutato. Ci sono delle esperienze, prendiamo Catanzaro o la coalizione civica di Padova, le quali dimostrano che c'è un'altra formula politica possibile. Che è poi quella proposta da Montanari e Falcone.

Quale?

Quella di riunire la parte di sinistra che si è opposta al jobsact, alla riforma della scuola, al cosiddetto “sblocca Italia”, che prevede nuovi inceneritori nel Paese; quella sinistra che assieme ai comitati per il No ha respinto la riforma costituzionale... Essa in alcune realtà locali si è riunita, legandosi ad espressioni civiche e progressisteSinistra Italiana Logo Rosso Bianco 350 260 impegnate su quei territori.

Per esempio?

Per esempio la stessa esperienza di Frosinone, con l'aggregazione a sostegno di Stefano Pizzutelli, Frosinone in Comune: i sondaggi la davano quasi per inesistente, e invece in poco tempo è riuscita a creare una lista che è arrivata oltre il 5%, entrando in consiglio comunale. Mentre a Catanzaro, il candidato delle liste civiche, insieme alla sinistra, supera il 20%; così nella coalizione civica di Padova, o nel caso di Umberto Zimarri che a San Giovanni Incarico...

D'accordo, ma se consideriamo queste formule come possibili soluzioni sostitutive del centrosinistra, si pongono immediatamente alcuni problemi: ad esempio quello del rapporto con Pisapia, che si pone nel mezzo tra questa impostazione e il rapporto col Pd, che a sua volta, però, considera perdente il rapporto a sinistra, nonostante a perdere sia proprio il PD.

L'orizzonte del Pd, ormai, è quello della Grande Alleanza, con la destra. È per questo che, oggi, richiamarsi al centrosinistra non conduce a nessun approdo. L'unione si fa sui programmi, sui temi. A proposito di realtà locali, Napoli dimostra che si può vincere con un quarto polo, che si può ri-pubblicizzare l'acqua, o ri-municipalizzare la gestione dei rifiuti, perseguendo la strada dei “rifiuti zero”. Quindi, il problema oggi non è rimettere insieme pezzi della sinistra o sperare che il Pd cambi linea politica. Secondo me, invece, bisognerebbe guardare a quel che succede in Europa, con Podemos in Spagna, Tsipras in Grecia. Se noi riportassimo a votare tutti coloro che non votano più, avremmo il partito più grande d'Italia, un partito di governo. Piuttosto che aspettare che il partito democratico si autodistrugga o cambi politica, cerchiamo di intercettare quel popolo che non vota più, ma che il 4 dicembre ha votato.

(continua a leggere. Vai in alto sotto la foto grande e clicca sul titolino "Parte 2)

Come organizzare l'opposizione a Frosinone città?

 

Ma questo non tiene fuori anche altri pezzi della sinistra, per esempio i socialisti?

Io non penso a pezzi di ceto politico. Quali sono i temi in discussione? Questo interessa sapere: chi vuole una nuova carta dei diritti del lavoro, come quella proposta dalla Cgil? Chi vuole la reintroduzione dell'art. 18? L'abrogazione dei voucer? Un salario minimo garantito? La centralità della scuola pubblica? La riduzione dell'orario di lavoro? Una gestione dei rifiuti senza incenerimento? Una sanità pubblica?... Su questo si crea un'alleanza. Insomma, sulla Carta Costituzionale, si crea un'alleanza. Invece spesso si cerca l'unione dei leader politici; ma questo non rende. Noi di Sinistra Italiana stiamo cercando di realizzare un patto con la cittadinanza, con i cittadini; le nostre assemblee sono aperte, realizziamo continui momenti di confronto...

Ma nonostante gli sforzi, a Frosinone città la sinistra resta fuori dal Consiglio Comunale.

La sinistra non è fuori dal Consiglio; Stefano Pizzutelli è stato sostenuto da gran parte delle forze della sinistra.

Sì. Mi riferivo alla diretta espressione dei partiti della sinistra. Pizzutelli è “civico”.

Pizzutelli era civico ma sostenuto dalle forze politiche. D'altra parte, presentarsi con una propria soggettività alle elezioni comunali non era facilissimo, anche perché noi siamo nati da poco. Ma il problema non è presentarsi necessariamente col proprio simbolo, bensì vedere quali forze si riesce a portare in consiglio comunale. Non bisogna fermarsi ai confini della propria appartenenza, ma andare oltre, cercare oltre. A Frosinone abbiamo portato in consiglio Pizzutelli; a Ferentino speriamo di realizzare un laboratorio più ampio, affinché si vincano le elezioni comunali del prossimo anno. frosinonedematthaeisaerea 350 260

Come pensate di organizzare l'opposizione a Frosinone città?

Si stanno già tenendo degli incontri per definire la linea nel dettaglio, poi sarà Pizzutelli a rappresentare pubblicamente la posizione assunta. Certo sarà coerente con quanto detto durante la campagna elettorale, quando si escludeva di fare apparentamenti col candidato del Pd, qualora fosse andato al ballottaggio; a dimostrazione dell'alternativa costituita da Frosinone in Comune rispetto a quanto accaduto fino ad ora. A Frosinone l'opposizione è stata assente nei cinque anni di amministrazione Ottaviani, e questo lo ha portato a vincere al primo turno, cosa non accaduta l'altra volta. L'opposizione è stata assente su temi essenziali, come l'acqua pubblica, la situazione dei lavoratori della multiservizi, l'inquinamento atmosferico... l'impegno di Frosinone in Comune sarà quello di portare in consiglio le tematiche care alla sinistra, ai cittadini, come i beni comuni, l'eliminazione degli sprechi, la cura degli ultimi, una diversa mobilità sul territorio, l'investimento sulle piste ciclabili, sull'occupazione, facendo diventare Frosinone un vero e proprio laboratorio.

Su questi temi, pensate a qualche tipo di collaborazione con le altre opposizioni?

Su questo, come dicevo, si esprimerà pubblicamente Pizzutelli. È chiaro, comunque, che sui temi comuni si cercherà di fare opposizione comune. Ma l'importante è continuare a confrontarsi con la cittadinanza, trasformare il lavoro di opposizione una sorta di bilancio partecipativo condiviso.

Ritiene che la vittoria di Ottaviani, al primo turno e con quelle percentuali, sia più un suo merito o più un demerito dell'opposizione?

Sicuramente l'opposizione ci ha messo del suo. Poi, sicuramente, va riconosciuto che lui ha saputo muoversi bene sul piano comunicativo... ma non ha trovato ostacoli sul suo percorso. Praticamente si è trovato di fronte un campo libero, al di là della generosità del candidato del Pd, Cristofari, che sicuramente è un professionista rispettabile della città, si è impegnato; ma intorno a lui non c'era nulla. Quindi Ottaviani, essendo anche il sindaco uscente, ha avuto partita facile. Poi ha saputo anche cavalcare temi che avrebbe dovuto sostenere la sinistra o il centrosinistra, ad esempio la gestione dell'acqua; insomma un tema come l'acqua pubblica è stato lasciato nelle mani della destra a Frosinone.

(continua a leggere. Vai in alto sotto la foto grande e clicca sul titolino "Parte 3")

L'alternativa per la situazione locale e generale qual è?

 

Perché è avvenuto?

Perché in provincia il Pd non ha governato a tutela dei cittadini, ma a tutela degli “interessi”. Ancora oggi Acea è sostenuta dai sindaci del Pd e da tutti i suoi eletti ai vari livelli. Come avviene per la Saf, dove continuano ad essere bruciati i rifiuti romani. E così la politica locale, anziché tutelare il nostro territorio, si adopera per consentire a chi fa businnes sull'immondizia di continuare a farlo facilmente...

Qual è l'alternativa?

Facciamo l'esempio dell'acqua: la destra frusinate fa la battaglia contro Acea, ma qual è il modello alternativo che propone? Nessuno. Una risposta da sinistra per sfidare la destra dovrebbe essere: noi vogliamo una municipalizzata come Napoli; l'ABC: Acqua Bene Comune. Su questi temi possiamo dimostrare di essere alternativi alla destra. Ma se nei programmi elettorali del Pd ancora si dice che chiederà al gestore il rispetto del contratto, quando c'è già una delibera di rescissione contrattuale, come si fa ad essere credibili? Questo è oggi il Pd in questa provincia.

Ritiene che i Pd locale soffra soltanto dei mali che soffre in generale, o ne ha alcuni specifici della città e della provincia?

Io non sono un esperto di questioni interne al Pd e neanche mi interessa esserlo. Io so che mi sento alternativo al Pd...
Però è indubbio che il partito democratico condizioni tutto l'insieme del centrosinistra...
Ma il Pd è scollato dalla società. Non sta sui temi che interessano le persone in carne ed ossa. Le sue sono politiche di un partito di destra. IL lavoro è vita

Quindi non c'è speranza?

Piuttosto che sperare in un cambiamento delle politiche del Pd, preferisco costruire l'alternativa. Se Podemos in Spagna si fosse messo a rincorrere i partiti tradizionali del centrosinistra, non ci sarebbe Podemos. Altrettanto vale per Tziriza in Grecia: se non avesse prodotto quella rottura sociale che vi è stata, non sarebbe esistita quella esperienza. C'è un'intera generazione espulsa che deve tornare ad avere rappresentanza politica. Anche a Frosinone, un giovane su due non entra nel mercato del lavoro: quale fiducia può avere in chi fino ad ora ha gestito il territorio? Se quel giovane, invece, si fa esso stesso strumento di governo per il territorio, si crea un'alternativa ovunque.

Quindi, il tuo auspicio riguardo la situazione locale e generale qual è?

Il mio auspicio è racchiuso nel motto che utilizzavamo a Genova, quando volevamo cambiare il mondo: agire localmente e pensare globalmente. Se noi riuscissimo a creare un patto sociale con i cittadini al livello locale, potremmo trovare la forza per modificare anche le realtà più ampie, a livello nazionale e mondiale.

In che modo accadrebbe?

Oggi le vertenze locali, non sono chiuse in se stesse; poiché il cittadino che si oppone ad un inceneritore di rifiuti, non lo fa, come spesso si dice, per non averlo nel giardino di casa, ma perché ha una diversa concezione del mondo, che è fatta di decrescita, di una diversa gestione dei rifiuti e loro riduzione, di un diverso rapporto con la natura, diversi rapporti sociali. Così il cittadino che si oppone alla privatizzazione dell'acqua; non lo fa solo a causa della bolletta troppo esosa; ma perché ha una sua visione dei beni comuni diversa da quella delle lobby che lo stanno strozzando.

Quindi?

Quindi, come si è detto all'assemblea del 18 a Roma, realizzare un patto sociale a livello locale su concrete vertenze per arrivare alla costruzione di una forza nazionale. Tra i temi su cui cercare alleanze, il primo dev'essere senz'altro quello del lavoro. Ma non per limitarsi a dire No a quanto propongono gli altri, bensì per giungere alla definizione di un nuovo statuto dei diritti dei lavoratori, che includa anche quel 50% di giovani che non ne ha mai goduto.

 

Frosinone 28 giugno 2017


 

 
 
 
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La cultura della Costituzione per ripensare la sinistra

w la Costituzione 260hLa sinistra e il senso dell'alternativa. La Costituzione come progetto di cambiamento e la lotta per la sua applicazione. Una grande campagna di acculturazione costituzionale nei luoghi di studio e di lavoro. (continua a leggere completata una pagina. Vai in alto sotto la foto grande e clicca sul titolino successivo)

 

 

  1. Parte 1
  2. Parte 2
  3. Parte 3

 1. Sinistre, sinistra e il senso dell'alternativa

La sconfitta del capo del governo e segretario del Pd nel referendum istituzionale, che ha respinto - dopo quello messo in atto da Silvio Berlusconi - il secondo tentativo di conformare la Costituzione sugli interessi di una minoranza dominante organica al capitale finanziario, è stata clamorosa per effetto di una forte e inattesa (dagli esperti) partecipazione democratica seppure diversamente motivata. E ha aperto una stagione piuttosto convulsa di congressi, di fondazioni e separazioni, nonché di intenzioni spesso divergenti, nello schieramento del sistema politico denominato di sinistra. Cerchiamo allora, prima di tutto, di fare il punto su una situazione che al momento appare piuttosto confusa e tutt’altro che consolidata.

 

In estrema sintesi, il quadro si presenta ai nostri occhi con i tratti che seguono. È nata Sinistra italiana, fuoriuscita dal travaglio doloroso di Sel, il partito di Nichi Vendola, il cui scopo consiste «nel costruire una sinistra di tutte e di tutti, radicale, credibile, autonoma, popolare». Ma che, nel momento stesso in cui è venuta alla luce, ha perso una parte non irrilevante di se medesima, confluita nelle file di coloro i quali, a loro volta, fuoriusciti dal Pd di Matteo Renzi, hanno dato luogo a un’altra formazione politica. Con travagli più o meno dolorosi come quelli di Massimo D’Alema e poi di Pier Luigi Bersani.

 

Sebbene lo statista di Rignano sull’Arno confermi di voler procedere senza tentennamenti sulla linea del referendum costituzionale, bocciata secondo lui non perché era sbagliata ma perché il Pd non è riuscito «a far capire quanto fosse importante per l’Italia la riforma», l’obiettivo strategico del raggruppamento Articolo uno-Movimento democratici e progressisti sembra essere oggi quello di «un centro sinistra largo», come ha sostenuto Bersani. Cioè di un’alleanza di governo con il partito di Renzi, dal quale lo stesso Bersani alla fine è fuggito.

 

Una strategia alquanto contraddittoria, che in conclusione si risolve, a quanto sembra, in una tattica governista di non grande respiro, sebbene al momento non sia chiaro il destino del Pd e tutto lo schieramento politico sia in fibrillazione in vista delle elezioni politiche. Comunque, in attesa anche di ciò che deciderà di fare con il suo campo progressista l’avvocato Giuliano Pisapia, il quale a sua volta è in attesa di sapere se Renzi continuerà ad allearsi con il pluricondannato Denis Verdini o se invece si rivolgerà a specchiate persone della sinistra di governo, nel Mdp è emersa una divergenza non da poco sulla valutazione del Movimento 5 Stelle, e quindi sulla opportunità di aprire un dialogo o di alzare le saracinesche nei suoi confronti.

 

In questo quadro assai mosso, nel quale gli schieramenti prevalgono sui contenuti e sono visibili tendenze diverse se non addirittura opposte, Paolo Ferrero ha rilanciato al recente congresso di Rifondazione comunista, nella sua ultima relazione da segretario, un appello per dare vita a «un soggetto unitario della sinistra antiliberista, autonoma e alternativa al Pd». Dopo che, nel giugno 2016, si è costituito un altro piccolo partito della sinistra, denominato PCI, dalla trasformazione del PCdI e da militanti della stessa Rifondazione. Sostiene Ferrero che c’è bisogno di «un soggetto unitario e plurale», il quale, «senza chiedere scioglimenti a chicchessia, si presenti alle elezioni con un simbolo costante nel tempo e sia in grado di sviluppare iniziativa su tutti i nodi politici e sociali».

 NO 4dic201

Una proposta non nuova, di fatto lasciata cadere dai principali attori del dramma che ormai in chiave farsesca sembra ripetersi a sinistra, e ripresa solo da Pippo Civati. Una indicazione, peraltro, che può essere utile, come è accaduto in alcune città, per presentare liste unitarie nei territori dove si sono compiute esperienze comuni, ma che appare insufficiente per costruire un’alternativa politico-culturale ed economico-sociale al dominio totalitario del capitale. Il quale - non dimentichiamolo - nella fase della globalizzazione finanziaria, vale a dire nella massima espressione del suo trionfo, tende a distruggere l’equilibrio naturale del pianeta per effetto delle sue interne contraddizioni, e a sottomettere e svalorizzare gli esseri umani, comprati e venduti al mercato come ogni altra merce, o lasciati deperire nell’esclusione e nell’abbandono perché non funzionali alla realizzazione del profitto. Questo è il brillante risultato ottenuto dalla illimitata libertà del capitale, vale a dire dalla sua dittatura: gli esseri umani al servizio dell’economia, non l’economia al servizio degli esseri umani. In Europa e nel mondo, e così anche in Italia.

 

In tale condizione, dobbiamo constatare che nell’insieme gli orientamenti oggi prevalenti nel variegato mondo denominato di sinistra tendono, come nel passato, a porre in primo piano la questione elettorale, e quindi del governo. Sottostimando il tema cruciale posto dal persistere drammatico della crisi, che reclama una alternativa al sistema dominante, di conseguenza la costruzione di una sinistra in grado di misurarsi con le contraddizioni nuove della modernità capitalistica, e dunque con le concrete condizioni materiali e ideali in cui vive la stragrande maggioranza delle donne e degli uomini del nostro tempo. Come se il governo fosse il fine ultimo, l’obiettivo prioritario in sé indipendente dai contenuti, e non strumento per cambiare la società, che una sinistra non imbozzolata nella gestione (più o meno astuta) dell’esistente dovrebbe assumere.

 

Che senso ha oggi dirsi di sinistra se non ci si misura con le mutazioni profonde, peraltro in perenne movimento, che coinvolgono congiuntamente il capitale e il lavoro? Se non si lotta per dare organizzazione, rappresentanza e rappresentazione, alle lavoratrici e ai lavoratori del nuovo secolo, generati dalla rivoluzione scientifica e digitale in atto, che non abolisce il lavoro, ma cambia il modo di lavorare, di comunicare, di vivere? Se non si offre dignità e speranza, libertà e uguaglianza a tutti coloro i quali, bianchi, gialli e neri, uomini e donne, giovani e vecchi, di qualsiasi fede religiosa, per vivere hanno bisogno di lavorare? Se ai ceti intermedi impoveriti e a tutti coloro che soffrono per la crisi non si offre una sponda di vicinanza e di solidarietà? Se tutti insieme non si lotta per una civiltà più avanzata, oltre le colonne d’Ercole di un capitalismo decadente, e perciò feroce e distruttivo? Questo tema è nelle cose. E va posto con intelligenza e duttilità, al tempo stesso con la determinazione necessaria, se non si vuole che prevalgano forze nazionaliste, di destra e fascistiche, che attizzano la concorrenza e la guerra tra poveri. Con attenzione occorre guardare all’elettorato popolare, in particolare a quello dei 5 Stelle, che non sono la causa della crisi, ma il prodotto contraddittorio della crisi e di una politica asservita e corrotta che l’hanno aggravata.  (per leggere tutto vai in alto sotto la foto grande e clicca sul titolino successivo)

 

 2. Il riformismo è morto, serve una nuova cultura

Lasciamo andare le dissertazioni più o meno interessate sul populismo e restiamo ai fatti. Con la bocciatura della controriforma costituzionale da parte degli italiani, e con il successivo strappo di D’Alema e Bersani, è venuto in chiaro senza possibilità di equivoci il fallimento di un’operazione nata alla Bolognina il 12 novembre 1989 e conclusasi il 4 dicembre 2016. Doveva nascere una nuova sinistra di governo cancellando il Pci, si è prodotta invece la mutazione genetica della sinistra, con la conseguente espulsione del lavoro dal sistema politico. Fino al tentativo di mettere in discussione anche formalmente la Costituzione, vale a dire l’impianto democratico del Paese che proprio nel lavoro trova il suo fondamento.

 

In definitiva Renzi e il renzismo sono il prodotto del fallimento di un’intera classe dirigente, che ignorando la portata innovativa della Costituzione si è rivelata incapace di progettare il futuro dell’Italia e dell’Europa nella fase della globalizzazione del capitale. Dopo aver toccato con l’approvazione della Carta del 1948 e con le lotte per la sua effettiva applicazione la vetta più alta del nostro tormentato cammino verso la libertà e l’uguaglianza, muovendo da Occhetto e passando per D’Alema e Veltroni, inventore del partito a vocazione maggioritaria come espressione della borghesia dominante secondo il modello americano, siamo pervenuti con Renzi a una vera e propria retrocessione verso il passato, che rompe con l’interclassismo della vecchia Dc e ha ben poco a che vedere con la predicazione di papa Bergoglio. Vale a dire, al tentativo di stabilizzare la libertà totalizzante del capitale all’interno di un sistema politico monoclasse, garantendo l’alternanza tra diverse componenti della borghesia dominante rinnovata nei metodi e negli assetti del potere. Il tutto mascherato da un linguaggio demagogico e falsificante, volto a far apparire di sinistra ciò che nei contenuti e nei metodi di governo è sostanzialmente di destra.

 

A questo esito si è giunti per effetto di due processi concomitanti che hanno coinvolto la sinistra. Da una parte, sul fronte della sinistra cosiddetta governista, invece di muovere dai principi costituzionali per dare nuova linfa e contenuti più avanzati alla democrazia, il Pd si è blindato all’interno di vecchi assiomi liberali: la non trasformabilità del sistema, assunto come un dato di natura e come se il capitalismo fosse l’approdo definitivo della storia; l’abbandono dell’analisi di classe della società, considerata una somma di individui privi di qualità sociale; la presa di distanza dalla cultura della Costituzione come progetto di cambiamento, fondato sulla democrazia progressiva e sulla partecipazione popolare. Come è noto, è stato il compianto Alfredo Reichlin a osservare che il Pd ha confuso il riformismo con il liberismo. Ma in tal modo si è diffusa una crisi democratica devastante, aggravata dal ricorso a leggi elettorali maggioritarie, che trasformano una minoranza di elettori in maggioranza assoluta degli eletti.

 

D’altro canto, sul fronte opposto della sinistra cosiddetta alternativista, è emersa chiaramente l’enrico berlinguer leggeassenza di una strategia adatta alla trasformazione della società nell’Occidente avanzato, in Italia e in Europa. Ignorata di fatto quella tendenza del marxismo creativo, che da Gramsci attraverso Togliatti e Longo conduce fino a Berlinguer, e messo quindi in parentesi il progetto di nuova società delineato dalla Costituzione considerata poco più di un ammennicolo neoborghese, questa sinistra, nonostante l’impegno generoso di tanti e tante militanti, non è riuscita a uscire da uno stato di minorità politica e culturale, pur dichiarandosi rappresentante della classe operaia che però non l’ha riconosciuta come tale.

 

Perciò occorre un taglio netto rispetto al passato. Non serve la riproposizione, trita e ritrita, del riformismo. Cosa significa oggi riformismo? Una parola malata, ha osservato il vecchio riformista Cofferati, perché concausa della crisi che il mondo sta attraversando. Con la quale si sono coperte le più svariate operazioni pro business di Clinton e dei padri nobili della socialdemocrazia europea: da Blair e Schröder fino a Hollande. E che è servita a tradurre in termini politici le regole imposte dai mercati globalizzati. È arrivato il momento di prendere atto che la fase socialdemocratica del movimento dei lavoratori si è da tempo conclusa non con un compromesso tra capitale e lavoro, ma con la completa resa del lavoro al capitale: nel pensiero e nella prassi.

 

Non basta però la critica al liberismo, sulla quale sembrano attestarsi diverse componenti della sinistra alternativista. È necessaria una cultura critica della realtà, se vogliamo trasformarla. Questa realtà è il capitalismo globale, e la società in cui viviamo, al di là delle formule attenuanti per edulcorarla, ha un nome preciso: si chiama società capitalistica. Perché - uso le parole di Luciano Gallino - «ha nel capitale il suo motore, la ragion d’essere, la sostanza che lo alimenta e tiene in vita». Dunque, se si vuole rovesciare lo stato delle cose presente, non basta contrastare l’ideologia della classe dominante, è necessario conoscere e mettere a nudo il meccanismo di funzionamento del capitale, e gli effetti che provoca sull’insieme della società.

 

Se è vero che la cultura dominante è la cultura della classe dominante, allora c’è bisogno oggi di un sovrappiù nell’esercizio della critica per mettere in luce che il capitale non è una “cosa”, un accumulo di merci o di mezzi finanziari, e tantomeno un algoritmo, ma una relazione, un rapporto sociale che fissa la divisione della società in classi. Tra chi è proprietario dei mezzi necessari alla produzione di beni e servizi materiali e immateriali, e pertanto alla riproduzione della vita stessa, e chi al contrario è proprietario esclusivo delle proprie attitudini fisiche e intellettuali che porta al mercato in cambio dei mezzi per vivere.

 

Nella modernità il capitale si mostra in tutta la sua violenza e brutalità come un rapporto sociale in cui compare il proprietario e l’espropriato, lo sfruttatore e lo sfruttato, il dominante e il dominato. Questa è la realtà del mondo di oggi, con le specificità derivanti dalla storia e dalla cultura di ciascun Paese. Il problema allora non è il liberismo, bensì il capitalismo, con le sue contraddizioni e il conflitto tra le classi. Tuttavia, se il capitalismo scompare dall’orizzonte della cultura e della politica della classe lavoratrice e dei ceti subalterni, non c’è alcuna possibilità del suo superamento verso una civiltà superiore. Sebbene sia questo il tema che il nostro tempo ci propone, in un mondo sconvolto dalla crisi del capitale.  (per leggere tutto, completata una pagina, vai in alto sotto la foto grande e clicca sul titolino successivo)

 3. La Costituzione: il progetto di cambiamento per cui lottare

Redistribuzione! Di fronte alla crescita smisurata e insopportabile delle disuguaglianze, questo slogan si sta facendo strada in vari ambienti della sinistra. Ma c’è bisogno di chiarezza. Se il capitale, secondo l’analisi critica di Carlo Marx, oggi più che mai indispensabile per scoprire il codice genetico del capitalismo globale, è «un determinato rapporto di produzione sociale» ed è «costituito dai mezzi di produzione monopolizzati da una parte determinata della società», ne consegue che la distribuzione della ricchezza e del reddito dipende in un ultima analisi dalla distribuzione della proprietà.

 

Siamo realisti. C’è qualcuno che pensa di redistribuire sostanziosamente reddito e ricchezza senza toccare il rapporto di proprietà, vale a dire il rapporto di produzione capitalistico nella sua espressione giuridica? Non si farà alcun deciso passo in avanti restando nella sfera distributiva. Per ottenere risultati positivi a vantaggio della collettività è indispensabile intervenire nel processo di accumulazione della ricchezza reale e quindi redistribuire la proprietà, mettendo sotto controllo i detentori del grande capitale e della finanza. Come del resto la nostra Costituzione rende possibile se venissero applicate le norme del Titolo III riguardanti i rapporti economici, che sono sempre state un terreno di lotta e che oggi vengono del tutto ignorate.

 

Scopriamo una verità piuttosto imbarazzante: la cultura distributiva è rimasta molte spanne indietro rispetto alla cultura della Costituzione, la quale non teme di misurarsi con la questione cruciale della proprietà. E infatti, sul fondamento del lavoro, che da merce diventa inalienabile diritto e quindi ridefinisce sostanzialmente i principi di libertà e di uguaglianza, la nostra Carta del 1948 - la cui potente carica innovativa continua colpevolmente a essere sottovalutata - delinea un progetto di società molto avanzata, da costruire attraverso l’espansione progressiva della democrazia e il protagonismo delle lavoratrici e dei lavoratori sulla via di una civiltà più evoluta e più umana, che potremmo denominare nuovo socialismo.

 

Teniamo bene a mente l’articolo tre, dove si afferma che «è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese». Da cui discende: a) che l’applicazione di questo principio comporta il rovesciamento delle politiche economiche e sociali oggi vigenti in Italia e in Europa; b) che non è sufficiente intervenire nella sfera distributiva se si vogliono effettivamente garantire uguaglianza e libertà a tutti gli italiani, elevando le lavoratrici e i lavoratori al ruolo di classe dirigente.

 

Esattamente in ragione di ciò, nel Titolo III già menzionato si pone un limite alla proprietà, che, pubblica o privata, deve assolvere a una funzione sociale; si prescrive che comunque le diverse forme di iniziativa economica non devono recare danno alla sicurezza, alla libertà e alla dignità umana, e pertanto vanno indirizzate a fini sociali; si rende esplicita la possibilità di trasferire a comunità di lavoratori e di utecostituzione italiana 350nti imprese che si riferiscano a servizi pubblici o a fonti di energia e a situazioni di monopolio. Sono condizioni che i padri costituenti ritennero indispensabili perché i nuovi diritti, i diritti sociali, possano tradursi in realtà, nella vita reale di ogni persona. Non certo come graziose concessioni di un sovrano o come bonus di un qualsiasi uomo solo a comando, bensì come tessuto connettivo di una società rinnovata.

 

Premesso che «la Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto» (articolo quattro), mi limito qui a ricordare che la Costituzione garantisce il diritto a una retribuzione paritaria per uomini e donne a parità di condizioni lavorative, proporzionata alla quantità e qualità di lavoro, e comunque sufficiente ad assicurare «un’esistenza libera e dignitosa»; nonché il diritto al riposo settimanale e alle ferie annuali retribuite, alla tutela della salute, all’assistenza e alla pensione, all’istruzione. In poche parole: l’economia al servizio degli esseri umani, e non viceversa.

 

Sono diritti che nelle condizioni del mondo di oggi hanno valore universale. Come universale è il principio che ripudia la guerra in quanto «strumento di offesa alla libertà di altri popoli e di risoluzione delle controverse internazionali». La straordinaria modernità della nostra Costituzione si riscontra anche nel principio che assegna alla Repubblica - ed è questo un altro principio che trascende la dimensione nazionale - il compito di promuovere lo sviluppo della cultura e della ricerca scientifica, e di tutelare l’ambiente e il patrimonio storico e artistico.

 

In linea con una visione complessa dell’uguaglianza che non si riduce nell’impianto della Carta alla parità delle condizioni di partenza, Stefano Rodotà ha osservato che oggi «l’accesso alla conoscenza reso possibile da Internet non basta ad affermare in astratto il pari diritto di ciascuno, se poi le condizioni materiali e culturali creano condizioni di disuguaglianza e di esclusione». In altre parole, l’uguaglianza sostanziale che le innovazioni scientifiche e tecnologiche del nostro tempo reclamano a gran voce, e che consentirebbero a tutti e a tutte di vivere lavorando meno e meglio, è esattamente ciò che la Costituzione garantisce agli italiani. I quali, dopo la grande vittoria democratica nel referendum, dovrebbero essere chiamati a lottare per l’applicazione dei principi costituzionali, portandoli in Europa e nel mondo.

 

Alla domanda del che fare rispondo che questo dovrebbe essere il compito della sinistra, e al tempo stesso il mezzo per costruire una vera sinistra, una sinistra nuova con caratteristiche popolari e di massa: promuovere un vasto e articolato movimento di lotta per l’applicazione della Costituzione con obiettivi concreti, da sviluppare nei territori ma anche a livello nazionale ed europeo. Facendo leva su quell’inestimabile patrimonio di energie e di intelligenze messe in campo senza risparmio nella campagna referendaria da uomini e donne, giovani e anziani, che si sono uniti e mobilitati per un grande obiettivo, al di là delle tessere che avevano o non avevano in tasca. Un patrimonio, e un esempio da mettere a valore.

 

Intanto, un primo passo potrebbe essere una grande campagna di acculturazione costituzionale da promuovere nelle scuole, nelle fabbriche e in tutti i luoghi di lavoro per diffondere la conoscenza della Costituzione antifascista, la sua cultura della solidarietà, dell’uguaglianza e della libertà, contro la cultura del business, della disuguaglianza e della divisione. A tutti coloro che soffrono per gli effetti distruttivi della crisi la nostra Carta fondamentale offre un orizzonte, una speranza e motivazioni molto concrete per ribellarsi e lottare. A una sinistra nuova, che sul fondamento del lavoro voglia costruire in Italia e in Europa un’alternativa praticabile alla dittatura del capitale, offre una tavola di valori e di diritti su cui definire un programma di interventi a medio e lungo termine.

 

La Costituzione unisce i lavoratori e il popolo, e chiede un cambiamento radicale: facciamo la sinistra della Costituzione, per l’applicazione della Costituzione.

Scritto per Malacoda, webzine, il 9 aprile 2017

 

Paolo Ciofi
www.paolociofi.it
9 aprile 2017

 

 
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Appello. I "cittadini della tenda" per un'alternativa a Ottaviani

Multiservizi tenda Frosinone 350 260Appello alle forze che si presentano per un cambiamento alle elezioni amministrative a Frosinone.

Con l’operazione "una tenda per la dignità e per il lavoro" con la quale in maniera itinerante si mostrerà alla città le distruttive politiche della giunta uscente di Frosinone, i lavoratori ex multiservizi provano a costituire una lista che potrebbe concorrere alle prossime amministrative cittadine. Per questo motivo sono iniziate le iscrizioni e non si disdegna l’eventuale apporto di esterni.

Un punto importante è quello di incontrare le formazioni delineatesi e quelle che potrebbero esserlo, alcune delle quali hanno già dato disponibilità a cui però non si è data ancora risposta, non certo per mancanza di rispetto, ma, anzi, proprio per tentare di affrontare tali incontri con maggiore chiarezza. I lavoratori della tenda ritengono però che gli incontri debbano avere alcune basi sulle quali misurarsi già da adesso proprio per non rimanere sospesi nel limbo del “farò quando sono eletto”.

Il cambiamento è possibile individuando il soggetto che può esserne fautore e tale soggetto non può che essere la moltitudine. E questo processo implica una forte e reale pratica di coinvolgimento. Siamo davanti ad un nodo importante: la disoccupazione; la mancanza di reddito; lo scarso risparmio; l’esposizione debitoria delle famiglie impossibilitate anche a provvedere al pagamento dei servizi primari; la società che diventa anziana senza alcun progetto; le nascite che non ci sono; l’emigrazione tornata ai livelli degli anni ’60; l’esclusione delle persone dall’essere cittadini a cominciare dai migranti, vanno inquadrate anche nell’ottica della politica nazionale che disegna un quadro di sottrazione di momenti di decisione e risorse alla comunità – non ultima a Frosinone la vicenda delicatissima della restituzione del debito con il “piano di riequilibrio economico finanziario” e tutto ciò che ne consegue.

Si richiama altresì l’esigenza di rimettere al centro la democrazia partecipata nelle istituzioni e la legalità, confinata chissà dove, attraverso il recupero della gestione della cosa pubblica ostaggio di privati spesso sostenuti dalla politica/partitica, per aprire una strada al ripristino di una GIUSTIZIA SOCIALE a cominciare dal lavoro e dal reddito.

La vicenda della tenda è emblematica nel ripercorre le tappe forzate di esternalizzazione di servizi pubblici essenziali non economici. L’amministrazione attuale ha aperto delle autostrade a orde di privati che sono stati fatti accomodare alla tavola imbandita (con i soldi tutti, ovviamente) e continua a difenderne le azioni e le attività, anche se in palese contrasto con gli interessi della popolazione e con i valori ai quali la comunità è legata.

Con la nostra lotta, che è durata con la tenda 1000 giorni in difesa della DIGNITA’ e DIRITTI, si sta chiedendo alla città, e oggi lo chiediamo alla politica, RESPONSABILITA’, quella responsabilità di costruire attraverso l’approccio democratico partecipativo una visione della città altra rispetto a quella devastante di oggi.

I cittadini della tenda, le retrovie della città, SI APPELLANO a coloro che si presentano come soggetti per un cambiamento, a pochi mesi dalle prossime elezioni comunali, in un momento delicato, per dare vita alla sperimentazione di diverse forme di organizzazione per riuscire a mandare a casa l’indigesta amministrazione attuale dando priorità al programma, prendendo spunto proprie dalla pratica di Podemos nelle città spagnole.

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