fbpx

La sinistra democratica europea e la pregiudiziale anti-Nato

ANALISI, OPINIONI, DIBATTITI

Ma non è ora di liberarsi dagli strascichi “sentimentali” del bipolarismo del XX secolo?

di Fausto Pellecchia
Gregor Gysi, il nuovo presidente della Sinistra europeaQuesta nota, come le altre che seguiranno, è innanzitutto lo sfogo di un malessere e di un disagio crescenti che l’evento tragico dell’aggressione russa all’Ucraina ha innescato lungo il solco della mia antica adesione ideale alla cultura politica della sinistra italiana. Adesione che, se ancora sopravvive nel desolante ingombro di macerie ideologiche che delimitano il campo della sinistra democratica, è unicamente debitrice alla voce e al coraggio di testimoni esemplari che hanno misurato l’ampiezza della crisi.
Una di queste voci è senz’altro quella di Gregor Gysi, l’ultimo presidente del Partito Socialista Unificato nella ex Germania orientale, oggi esponente di spicco della Linke. Nelle prime settimane del conflitto, in un’intervista al giornale conservatore Die Welt, riferendosi alla politica anti-Nato della Linke, Gysi con dirompente spirito autocritico ha dichiarato: «Se fossimo stati noi al governo [e avessimo ottenuto la fuoriuscita della Germania dalla Nato] sarebbe stata una catastrofe»

D’altra parte, dopo le ultime elezioni tedesche (2021), che la Linke potesse entrare in una coalizione di governo era considerato un evento più che probabile. Il candidato della SPD, Olaf Scholz, oggi cancelliere sostenuto da una coalizione con Liberali e Verdi, non ha mai pregiudizialmente escluso l’ipotesi di un’alleanza con la sinistra. Tuttavia, il progetto tramontò all’indomani del voto, poiché la Linke ottenne un risultato elettorale molto deludente. Più recentemente, il tema della maturazione della Linke come possibile forza di governo è stato riproposto in numerose interviste da Gregor Gysi, sullo sfondo della sanguinosa invasione dell’Ucraina intrapresa da Vladimir Putin. Nel contesto sempre più drammatico della guerra, la Linke ha dovuto misurarsi con una serie di dilemmi strategici, gli stessi che hanno stimolato un acceso dibattito anche nella sinitstra italiana (ed europea): quale posizione assumere rispetto all’invasione della Russia? Quali interpretazioni politiche e storiche dare alla guerra di Putin? E infine: è opportuno sostenere l’Ucraina con l’invio di armi?

La questione peraltro è complicata dalle fittissime ed ancora perduranti relazioni politiche, culturali ed economiche con la Russia di Putin. Il principale partito di maggioranza, la SPD, non ha mai fatto mistero della cointeressenza che la lega alla Russia di Putin. Basti pensare che Gerhard Schröder, ex cancelliere socialdemocratico, è da anni membro dei consigli di amministrazione di industrie di stato russe e, più in generale, che tutti i governi tedeschi degli ultimi anni hanno fatto affari con Mosca.
Egualmente vincolante, ma di natura squisitamente politica, è l’interdizione impressa sulla Linke in ragione dei suoi orientamenti di politica estera, che la qualificano come un partito che ha sempre fatto della critica severa alla NATO un punto irrinunciabile del suo programma politico. Del resto, uno dei principali motivi per cui i socialdemocratici e i Verdi non sono riusciti a formare un governo federale con la Linke – anche quando ne avevano i numeri, come nelle elezioni del 2013 – è stato proprio l’incompatibilità dei rispettivi programmi in politica estera.

Lo scoppio della guerra in Ucraina e il dibattito nel Bundestag hanno nuovamente rinfocolato le posizioni fortemente critiche della Linke in rapporto all’alleanza nord-atlantica che hanno funzionato come premessa dell’avvicinamento alla politica di Putin. L’eccitazione della polemica antiatlantica ha sospinto la Linke verso una forma di giustificazione dell’invasione russa all’Ucraina, tanto da indurre Gregor Gysi a prendere posizioni fortemente discordanti da quelle del suo partito.
In una seduta straordinaria del Bundestag sulla invasione dell’Ucraina, la Linke ha esplicitamente criticato il governo, la NATO e le sanzioni economiche che puniscono ingiustamente il popolo russo. Inoltre, nella dichiarazione di opposizione della Linke rispetto alla risoluzione del governo, sostenuta anche dall’Unione europea, non si fa alcun accenno alla situazione problematica del popolo ucraino.

Da qui prende spunto la lettera di durissimo dissenso indirizzata da Gregor Gysi all’attuale dirigenza del suo partito, di cui mi limito a riportare alcuni stralci:
«Vi opponete fermamente – scrive Gysi - all’invio di armi all’Ucraina da parte della Germania, senza tuttavia fare riferimento alla particolare storia della Germania, facendo apparire questa presa di posizione come tipica della sinistra. Questo implicherebbe che la sinistra in Francia, nel Regno Unito così come in altri Paesi dovrebbe escludere l’invio di armi all’Ucraina. Con ciò voi negate all’Ucraina, il diritto di difesa e, indirettamente, proponete una resa incondizionata al suo aggressore. Io sono di un’idea completamente diversa: bisogna sempre concedere ai Paesi aggrediti il diritto all’autodifesa. Naturalmente, questo principio doveva applicarsi anche in Iraq, quando gli Stati Uniti lanciarono un’aggressione illegitimma a quel Paese, contro la quale giustamente insorse la protesta della Linke e di altri movimenti democratici. Analogamente, tutti i Paesi aggrediti da Hitler avevano il diritto a opporsi. Esiste un riconoscimento generale del diritto all’autodifesa dei paesi aggrediti […] Ciò che più mi sconvolge nella vostra dichiarazione è la totale mancanza di empatia verso i morti, i feriti e la sofferenza».

Ma la parte più interessante del messaggio di Gysi concerne l’avversione ideologica alla Nato che connota strutturalmente i programmi delle sinistre europee, e che gli imprevedibili avvenimenti bellici in Ucraina si sono incaricati di smentire, rinnovando il senso di una alleanza che sembrava ormai definitivamente obsoleta e pronta per essere sostituita da altri, più agili e più articolati meccanismi di difesa comune:
«Voi siete soltanto interessati – prosegue Gysi - a salvare la vostra vecchia ideologia. La NATO è il male, gli USA sono il male, il governo federale è il male e con ciò la questione è chiusa. Non dovremmo anche noi riflettere su noi stessi e prendere atto di una certa cesura storica? Naturalmente conosco le violazioni del diritto internazionale della NATO e dei membri della NATO. Ero a Belgrado quando la NATO ha attaccato la Jugoslavia. Il diritto internazionale non fa differenza tra democrazia e dittatura: non esistono buone o cattive guerre, ma soltanto attacchi vietati – e guerre di difesa consentite. Perciò, in base a tale criterio del diritto internazionale, alla NATO non si può addebitare alcun errore che giustificherebbe la guerra della Russia. Per questo motivo, le ragioni storico-ideologiche che la Russia di Putin ha invocato per giustificare l’invasione, non hanno il ruolo che voi le attribuite. Di fatto, Putin ha contraddetto anche la nostra posizione, contraria a un allargamento della NATO a Est, giacché è chiaro che non avrebbe attaccato l’Ucraina se essa fosse stata membro della NATO. Per questo, del resto, anche i governi della Svezia e della Finlandia chiedono con urgenza di diventare membri della NATO. Anche in questo senso, Putin ha provocato una catastrofe. Certamente, può darsi che non si sarebbe arrivati a questa ‘escalation’, se la NATO, dopo il 1990, non avesse accolto le deliberazioni di 14 Stati. Ma ora Putin sta favorendo esattamente il prevalere di un’opinione contraria in più governi europei. Prossimamente discuteremo quale altra politica dopo la fine della guerra fredda, avrebbe potuto evitare una simile ‘escalation’ fino all’attacco della Russia contro l’Ucraina. Ma ora non è il momento di soffermarsi nell’analisi delle distinte posizioni assunte. La Russia deve essere fermata. Il pensiero imperialista di Putin è catastrofico e deve essere coerentemente contrastato»

La parole di Gysi aprono uno squarcio di verità e hanno il merito di mettere in evidenza un limite nell’interpretazione della guerra in corso che, in Italia, Gianni Cuperlo ha definito ‘problema della sinistra con le armi’: “Se quel popolo invoca aiuto anche militare per non soccombere e per spingere l’aggressore a recedere dalla via imboccata, è legittimo garantire quell'aiuto? La risposta di molti, io tra tanti, è sì, quell’aiuto va garantito ... Il punto è che nulla giustifica l’invasione dell’Ucraina, l’uccisione di donne, bambini, ed è su questo che siamo chiamati a misurare il sostegno alla resistenza di un territorio martoriato” (Domani 23.3.2022). Anche Sergio Cofferati si è posto la domanda: «Che sinistra è una sinistra che non è solidale con un popolo aggredito e che non cerca di aiutarlo in tutti i modi? Pensiamo al nostro passato, alla Resistenza: senza gli aiuti, le armi e l’intervento degli altri Paesi non ci saremmo mai liberati dal fascismo e dal nazismo» (Corriere della Sera, 27.3.2022). Il problema, evidentemente, non è la divisa di pacifismo radicale, quanto astratto, né i limiti e la fitta sequenza di errori commessi NATO in altri territori di guerra (del resto l’ingresso dell’Ucraina nella NATO è da anni fuori dalle opzioni possibili), quanto piuttosto comprendere l’eccezionalità dell’invasione russa in Ucraina.

La guerra, per definizione, porta a polarizzazioni e decisioni scomode non solo dal punto di vista strettamente politico ma anche etico-morale. L’invio delle armi all’Ucraina è un tema rispetto al quale qualunque cosa si decida, non sarà mai una decisione completamente soddisfacente. Resterà indelibato comunque un residuo di incertezza e di dubbio.
Conviene, perciò, esaminare partitamente le ragioni della contrarietà dell’invio di armi. Al fondo essa poggia su tre convinzioni politico-strategiche: a) sostenere militarmente l’Ucraina comporta il rischio concreto di una radicalizzazione del conflitto (fino all’uso dell’arsenale nucleare) con un probabile incontrollato allargamento dello scenario di guerra; b) il conflitto in corso non è tanto tra russi e ucraini, ma mostra i lineamenti di una collisione geo-politica tra Stati Uniti e Russia ed, infine, c) il raggiungimento della pace può avvenire esclusivamente tramite il rafforzamento della mediazione politica e diplomatica.

Il limite di questa lettura è che non prende in considerazione un dato storico incontrovertibile. L’invasione russa iniziata il 24 febbraio scorso è già la seconda invasione dell’Ucraina. Nel 2014, la Russia ha invaso e annesso la Crimea e ha tentato, invano, anche l’annessione del Donbass. Allora si decise di avere una linea conciliante, contenuta nei limiti di un confronto diplomatico nei confronti di Putin. Il risultato è stato un nuovo conflitto, una nuova invasione ben più grave e su larga scala. Oltre all’invasione del 2014, non si deve inoltre dimenticare l’invasione dell’Ossezia del Sud e dell’Abcasia in Georgia. Ricollocate nel loro contesto storico, le azioni di Putin delineano pertanto un disegno neoimperiale che, ispirandosi alle nostalgie della “guerra fredda” tra URSS e USA, punta sull’apertura di una “pace calda”, fatta di guerre ibride, combattute per procura. Risulta, dunque tanto più evidente che la Russia di Putin debba essere fermata ora, così come ricorda Gregor Gysi.
Se così non fosse, non solo ci sarebbe da temere per l’ Ucraina dello sterminio di uno stato e di un popolo, ma anche di un inesorabile allargamento del conflitto; non tanto in Polonia, come viene spesso ricordato, quanto piuttosto in Moldavia, dove la Transnistria, una piccola repubblica russa, rivendica la propria indipendenza.
Per questo è assolutamente importante che la sinistra europea porti definitivamente a compimento il lavoro del lutto, superando il riflesso condizionato che le proviene dalle radici bolsceviche dell’URSS dopo il crollo del muro di Berlino.
È difficile per la sinistra stare dalla stessa parte del mainstream. In questi casi, prevale troppo spesso la sensazione di perdere il filo della propria identità storico-ideologica, di sottrarsi alla fedeltà richiesta dalla lotta, giacché coalizzandoci contro un attore dichiaratamente criminale (Putin), si finisce per contribuire a rafforzare il suo nemico, che anch’esso ha spesso assunto le fattezze del “grande delinquente” (Nato), permettendogli di apparire come buono e salvifico.

Dal 1917, questo è stato il caso della sinistra occidentale in rapporto con il blocco internazionale della Russia sovietica. Prima del 1917, la sinistra vedeva l’autocrazia zarista come l’apice della reazione autoritaria, un atteggiamento che ha facilitato la strada ai partiti socialisti dei nemici della Russia favorendo la decisione di impegnarsi nella prima guerra mondiale. Ma fin dalla rivoluzione russa, la sinistra democratica ha sempre mostrato grande cautela nell’unirsi a qualsiasi condanna borghese occidentale dell’URSS, nonostante non abbia risparmiato le sue obiezioni spesso feroci allo stalinismo o alla repressione della democrazia interna dell’Unione sovietica.

Ma non è giunto finalmente il momento di liberarsi da questi strascichi “sentimentali” del bipolarismo del secolo scorso, per prendere atto dei profondi cambiamenti epocali intervenuti nel frattempo, e per rinnovare finalmente gli strumenti dell’analisi politica, in concomitanza con i nuovi assetti socio-economici del secolo XXI? Gysi sostiene che siamo ormai già nell’urgenza di un rinnovamento al limite del tempo massimo consentito. Ed io credo che abbia sostanzialmente ragione.

Leggi tutto...
Sottoscrivi questo feed RSS

Privacy Policy

Privacy Policy

Sezioni

Pagine di...

Notizie locali

Strumenti

Chi siamo

Seguici