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Solo armi per l’Ucraina?

 CRONACHE&COMMENTI

 La guerra in Ucraina si addentra in una spirale perversa

di Aldo Pirone
ucraina militari 390 minPiù giorni passano e più la guerra in Ucraina si addentra in una spirale perversa segnata dall'escalation di parole, minacce e clangore di armi. Tuttavia bisogna sforzarsi di cogliere ogni elemento che possa portare l'aggressore al tavolo delle trattative prendendo spunto da quanto dice di volere. In questo c'è un interesse dell'Europa che però non riesce a esprimerlo attraverso un'iniziativa politica e una proposta di accordo, o, almeno, il disegno di una sua cornice possibile, distinguendosi dall'interesse americano dominante nella Nato a far logorare Putin nell'avventura e nell'aggressione da lui iniziate.

A dividere potenzialmente l'Europa, almeno la sua parte più occidentale, dall'America di Biden e dalla Gran Bretagna di Boris Johnson, divenuta più zelante del re, è, come ormai assodato, un interesse strategico e geopolitico diverso. La prima è vitalmente interessata alla conclusione della guerra, gli angloamericani a prolungarla. E questo si riflette sull'obiettivo strategico. L'Europa dovrebbe voler battere l'aggressore senza umiliarlo, costringendolo a un compromesso per lui e per la Russia, potenza nucleare, accettabile, che salvaguardi l'indipendenza e la sovranità dell'Ucraina; gli angloamericani, invece, dicono a gran voce di voler dare una lezione a Putin tale da scalzarlo dal trono autocratico su cui è seduto. Senza curarsi più di tanto che così facendo e dicendo rinsaldano ancor più attorno a lui il consenso di cui gode tra i russi, e non solo perché sono disinformati dal regime illiberale, il che è vero, ma anche perché è molto vivo tra loro il senso dell'accerchiamento fin dai primi anni dell’Urss che l'espansione sconsiderata della Nato a est degli ultimi vent'anni non ha fatto che rinfocolare.

Ma vediamo i fatti più rilevanti di questa settimana che sta per concludersi.

Martedì Guterres incontra Putin al Cremlino. Non è un successo. L'autocrate dice che l' "operazione speciale" non può che concludersi con l'acquisizione della Crimea e del Donbass. Non parla di corridoio sud. Naturalmente di Putin non ci si può fidare, le bugie e la menzogna sono insite nella dirigenza russa anche quando era sovietica. Berlinguer diceva che i dirigenti comunisti russi mentivano sempre, anche quando non ne avevano la necessità, così come l'agricoltura non funzionava e le caramelle si attaccavano alla carta. Erano le tre leggi del socialismo reale. Tuttavia Putin ha detto che Donbass e Crimea, sono i suoi obiettivi. Non ha neanche sollevato la neutralità dell'Ucraina. Intanto si parta da quel che ha detto. Zelensky disse che di Donbass e di Crimea si poteva discutere. Certo Putin non può pretendere che l’accettazione dell’annessione di Donbass e Crimea sia la precondizione per iniziare la trattativa con Zelensky o per un immediato cessate il fuoco.

Lo stesso giorno gli Stati Uniti convocano ben 40 paesi a Ramstein in Germania. Non solo paesi della Nato ma anche alleati extra: Giordania, Israele, Liberia, Marocco, Kenya e Tunisia, Svezia, Finlandia, Australia, Nuova Zelanda. Tutti a bordo per indebolire Mosca. Non esce dal raduno una volontà di pace e di trattativa ma solo di propaganda al suono di più armi all'Ucraina fino alla vittoria che spazzi Putin e umili la Russia. Per ricambiare Putin bombarda Kiev con due missili mentre c’è il segretario generale dell’Onu Antonio Guterres in visita da Zelensky. La guerra sta diventando sempre più una sfida fra Usa e Russia, l’Europa sta in mezzo e ne è sempre più schiacciata. L'altro ieri Biden ha annuciato un maxi stanziamento di ben 33 miliardi di dollari di cui 20 solo di armi moderne e sofisticate.

E l'Italia?

Il giorno dopo Ramstein il Presidente Mattarella parla al Consiglio d'Europa. I suoi toni, i suoi richiami alla Conferenza per la sicurezza dell’Europa del 1975 a Helsinki – “Bisogna prospettare una sede internazionale che restituisca un quadro di dignità a sicurezza e cooperazione, sul modello della Conferenza di Helsinki del 1975. Si tratta di affermare con forza il rifiuto di una politica basata su sfere di influenza, proclamando invece la parità di diritti e l’uguaglianza per popoli e persone” - le sue indicazioni di un mondo fondato sul multilateralismo e sulla cooperazione sono diverse e opposte a quelli uscite da Ramstein. “Dialogo, - dice - non prove di forza tra grandi potenze che devono comprendere di essere sempre meno tali”. Non c’è nelle sue parole giustificazione per l’aggressione di Putin o una qualche ritrosia a sostenere la resistenza dell’Ucraina in tutti i modi, ma non c’è l’oltranzismo atlantico di tanti epigoni con l’elmetto di casa nostra. Costoro, sui giornali atlantici, mostrano un certo imbarazzo a darne notizia e a commentarlo. Potremmo dire che Mattarella dà la cornice politica a quella che dovrebbe essere la posizione del governo italiano in questa fase della guerra e anche la piattaforma su cui dovrebbe muoversi l’Unione europea. Non a caso il discorso è a 46 membri del Consiglio, praticamente a tutta l’Europa, salvo la Russia.

Draghi non potrà non tenerne conto quando dovrà presentarsi, al più presto, in Parlamento a riferire qual è la posizione dell’Italia in questo momento. Prima di andare a Washington da Biden e a Kiev da Zelensky; non dopo.

La posizione è solo di mandare armi alla cieca senza obiettivi diplomatici di trattativa e di pace?

Il leader dei pentastellati Giuseppe Conte ha sollevato la questione in modo esplicito. Altri nella maggioranza e nelle forze politiche che ne fanno parte hanno espresso disagio. Nel Pd anche Delrio dice che “è il momento di dare forza alla politica e alla diplomazia, non alla forza delle armi”. E tanti altri con lui.

Non hanno torto.

 

 

 

 

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Meno armi più scuola

CRONACHE&COMMENTI

Contrastare l’aumento delle spese militari, anche perché nessuno ci minaccia

di Angelino Loffredi
no spese militari 390 minNon passa giorno senza essere sempre più convinto che le scelte del governo Draghi nei confronti della guerra ucraina siano sbagliate e dannosissime per noi Italiani. Da un’annunciata volontà a volere la pace si è passato ad una incomprensibile e autolesionistica corsa verso il riarmo. Risucchiato dalle richieste statunitensi il governo infatti ha deciso di aumentare le spese militari fino al 2% del PIL. Nello stesso va anche precisato che solo 10 su 26 Stati aderenti alla Nato hanno accettato tale impegno. Si tratta di un incremento complessivo di circa 13 miliardi di euro rispetto alle già alte spese previste nel 2021. Inizialmente la crescita di tale spesa doveva avvenire entro il 2024 ma l’opposizione del Movimento 5 Stelle, fortunatamente, ha fatto slittare la scadenza al 2028.

Alle grandi manifestazioni a sostegno della pace, il governo e la maggioranza che lo sostiene hanno risposto con un linguaggio e con iniziative che evocano invece una guerra infinita, facendo sparire dal dibattito politico termini quali “tregua” e “compromesso” abbandonando altresì ogni iniziativa diplomatica tendente a mettere in attività l’Onu, la stessa EU o altri stati disposti a svolgere un ruolo positivo per fermare la guerra.

Nello stesso tempo sono ugualmente convinto sia necessario seguire attentamente, direi quotidianamente, le ripercussioni che la politica delle sanzioni e l’aumento delle spese militari determinano nella vita reale dei cittadini. Insomma nella loro quotidianità.
Va rilevato pertanto che se aumentano le spese militari come indicato, conseguentemente diminuiscono gli interventi a favore dell’Istruzione. La diminuzione nel prossimo quadriennio, infatti sarà di 7,5 miliardi di euro.
Con nettezza questa previsione è riportata nel Documento Economia e Finanza ( DEF). La spesa per l’Istruzione negli anni 2022-2025 infatti scende dal 4 al 3,5%

Tale scelta suicida fortunatamente è stata contestata dal Francesco Sinopoli, segretario generale Flc/Cgil, il quale ha dichiarato .
"In questo modo ci allontaniamo ancora di più dalla media Ocse. Dopo due anni di pandemia, quando è diventato chiaro a tutti quanto sia fondamentale per il Paese il nostro sistema d'istruzione, dopo tanta retorica e pochissime risorse per affrontare l'emergenza, si torna esattamente alla stessa logica ragionieristica dei tagli degli ultimi venti anni".
Ricordo che il nevralgico mondo della scuola era stato già penalizzato nel 2008 quando si mandarono a casa ben 130.000 lavoratori, con un taglio alle risorse da cui la scuola pubblica si deve ancora risollevare e che gli attuali investimenti del Pnrr non riescono a risarcire.
Nel settore Istruzione è a rischio anche la tenuta degli stipendi di cui si ipotizza la riduzione fino al 2025.
Sempre il segretario Sinopoli a proposito di tale pericolo afferma che si tratta di “Una vera e propria beffa per una categoria di lavoratrici e lavoratori che già soffre di una disparità rilevante rispetto ai colleghi europei e agli altri lavoratori pubblici a parità di titolo di studio e che fatica, con salari già depressi, a recuperare potere d'acquisto di fronte di all'inflazione sempre più elevata".

Sono d’accordo con l’impegno del sindacato per contrastare l’aumento delle spese militari, anche perché nessuno ci minaccia, e per sostenere gli investimenti per l’Istruzione. In un contesto di aggravamento della condizione sociale l’aumento delle spese militari non può essere considerata una priorità
Se vogliamo immaginare un mondo diverso è necessario ripartire investendo concretamente in Istruzione e Ricerca.

Ceccano 13 Aprile 2022

 

 

 

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Il suicidio dell' Europa. Fra armi e assordante silenzio

 UCRAINA. COMMENTI E OPINIONI

D questo articolo Donatella Di Cesare* collabora con il “Fatto Quotidiano”

di Donatella Di Cesare*
DonatellaDiCesare 390 minLa parola Occidente, in questi giorni così spesso evocata, ha un significato articolato nelle diverse epoche. Non indica un sistema di valori, una forma politica, un modo di vivere. Occidente è l’orizzonte a cui guardavano i greci: la costa italiana, il continente europeo, una futura epoca nella storia del mondo. Nel periodo tra le due guerre mondiali i filosofi hanno pensato il destino dell’Occidente non come un tramonto, bensì come un passaggio: nel buio della notte europea non c’era solo morte e distruzione, ma anche la possibilità di salvezza. L’Occidente era l’Europa, l’Europa era l’Occidente. In questa prospettiva, che oggi – con un giusto accento critico – si direbbe eurocentrica, ciò che era oltre l’Atlantico, Inghilterra compresa, non era occidentale.

Dopo il 1945, il baricentro della Storia passa dal continente europeo a quello americano. Anche la parola “Occidente” cambia significato designando l’American Way of Life, lo stile di vita americano e tutto ciò che, tra valori e disvalori, porta con sé. L’Europa si uniforma, più o meno a malincuore. Se non altro per non perdere il nesso con l’Occidente di cui è stata sempre il cardine.

Quel che avviene in questi gravissimi giorni, dietro il millantato nuovo scontro di civiltà, è un’autocancellazione dell’Europa, che rinuncia a se stessa, alla propria memoria, ai propri compiti. Il 2022 segna l’ulteriore, definitivo spostamento, l’apertura di una faglia nella storia del Vecchio continente. L’Europa tace, sovrastata dai tamburi di guerra dell’Occidente atlantico, a cui sembra del tutto abdicare. L’algida figura di Ursula von der Leyen, questa singolare, inquietante comparsa, che spunta di tanto in tanto per annunciare “nuove sanzioni alla Russia”, compendia bene in sé un’Europa cerea e spenta, incapace di far fronte a una crisi annunciata.

Possibile che dal 2014 non si sia operato per evitare il peggio? Possibile che tra dicembre e febbraio non esistesse un margine per impedire l’invasione? Possibile vietarsi l’autorità di mediare per la pace? Si tratta di una vera e propria catena di errori politici imperdonabili, di cui i cittadini europei dovranno nel futuro prossimo chiedere conto a chi ora ha ruoli decisionali. Come se non bastasse, il silenzio fatale dell’Europa è squarciato dalle sguaiate provocazioni di Boris Johnson, il promotore della Brexit, e dalle temerarie parole di John Biden, forse uno dei peggiori presidenti americani.

Il suicidio dell’Europa è sotto gli occhi di tutti. Ed è ciò che ci angoscia e ci preoccupa. Perché riguarda il futuro nostro e quello delle nuove generazioni. D’un tratto non si parla più di Next Generation Eu – nessun cenno a educazione, cultura, ricerca. All’ordine del giorno sono solo le armi. C’è chi applaude a questo, inneggiando a una fantomatica “compattezza” dell’Europa. Quale compattezza? Quella di un’Europa bellicistica, armi un pugno? Per di più ogni Paese per sé, con la Germania in testa? Non è questa certo l’Europa a cui aspiravamo. In molti abbiamo confidato nelle capacità dell’Unione, che aveva resistito alle spinte delle destre sovraniste e che sembrava uscire dalla pandemia più consapevole e soprattutto più solidale. Mai avremmo immaginato questa deriva. La faglia che si è aperta nel vecchio continente, in cui rischia di precipitare il sogno degli europeisti, è anche la rottura del legame che i due Paesi storicamente più significativi, la Germania e l’Italia, hanno intessuto con la Russia. Chi si accontenta di ripetere il refrain “c’è un aggressore e un aggredito”, ciò che tutti riconosciamo, non si interroga sulle cause e non guarda agli effetti di questa guerra. C’è una Russia europea oltre che europeista. Nella sua storia la Russia è stata sempre combattuta tra la tentazione di avvicinarsi al modello occidentale e il desiderio di volgersi invece a Est con una ostinata slavofilia, testimoniata, peraltro, nell’opera di Dostoevskij. Durante la Rivoluzione bolscevica prevalse l’apertura per via dell’internazionalismo. Se Stalin cambiò rotta, la fine dell’impero sovietico segnò il vero punto di svolta. In quella situazione caotica andò emergendo la corrente nazionalistica che aveva covato sotto la cenere. Putin è il portato sia di questo nazionalismo, fomentato anche dal pensatore dei sovranisti Aleksandr Gel’evič Dugin, sia di una frustrata occidentalizzazione. Ma a chi gioverà una Russia isolata, ripiegata su di sé, rinviata a orizzonti asiatici?

In un’immagine suggestiva che ricorre in Nietzsche, in Valéry, in Derrida, l’Europa appare un piccolo promontorio, un capo, una penisola del continente asiatico. Nessuno ha mai potuto stabilire dove sia il suo confine a Est. Ma certo ha sempre avuto il ruolo di testa, di cervello di un grande corpo. È stata il lume, la perla preziosa. Ci chiediamo dove sia finita.

 

*Donatella Di Cesare, professoressa di Filosofia teoretica all’Università La Sapienza di Roma.
fonte del testo: infosannio.com
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Ancora 13 miliardi per i mercanti di armi

 CRONACHE&COMMENTI

"..dicono giaculatorie attorno alle bandiere dell’iride e poi si mettono l’elmetto"

di Angelino Loffredi
ucraina chernihiv 390 minAlla Camera il 16 marzo 2022 è stato approvato un ordine del giorno proposto da Roberto Ferrari, parlamentare della Lega, attraverso il quale si impegna il governo ad aumentare la spesa militare da sessantotto milioni di euro al giorno a 104. Questa scelta è stata votata da 391 deputati, è stata contestata da 19, fra questi dalla Ciociara Enrica Segneri del gruppo 5 stelle, mentre 7 sono stati gli astenuti.
PD, Lega, 5 stelle, Fratelli d’Italia, Forza italia e cespugli vari vanno indicate come le forze politiche responsabili di avere alzato l’asticella della spesa bellica portandola ad una previsione pari a 75.000 euro al minuto.

A conti fatti dunque la spesa militare annua passa da 25 miliardi del 2021 a 38 miliardi !
In tutti questi mesi, pur di fronte ad un aggravamento della condizione sociale italiana, ci veniva detto che mancavano disponibilità di bilancio per intervenire nella prevenzione e cura sanitaria, istruzione, ricerca, spesa sociale mentre ora dal cilindro saltano fuori altri 13 miliardi che i cittadini dovranno pagare.

Gli autori di tale misfatto sono gli stessi che tutti i giorni chiedono la pace, dicono giaculatorie marciano, si stringono attorno alle bandiere dell’iride e poi nei momenti decisivi si mettono l’elmetto. Parlamentari che più che essere difensori della pace sono i difensori dei mercanti di armi, di coloro cioè che finanziano terrorizzanti campagne giornalistiche, creano un clima bellicista per procurare (spesso riuscendoci) nuove guerre.

Ceccano 17 Marzo 2022

 

 

 

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Colleferro e la cultura delle armi

Yemen da Protestantesimo minda Re.Tu.Va.Sa. - Nel mondo la guerra, le guerre non si sono mai interrotte dai milioni di morti del Congo alla macelleria dello Yemen. La guerra continua ad essere strumento per risolvere conflitti e regolare l’accesso alle ricchezze del pianeta, devastando regioni di soluzione dei conflitti che nascono dalla volontà di appropriarsi delle risorse strategiche delle diverse regioni del globo. Guerre che distruggono le condizioni di vita di intere popolazioni, mentre il modello di sviluppo produce la migrazione verso le aree urbane con conseguente sviluppo di gigantesche megalopoli verso le nazioni più sviluppate. La guerra è un elemento fondamentale e necessario per il modello di sviluppo dominante, certamente non l’unico, ma ineliminabile.

Il nostro paese è diventato una posta in gioco simbolica dello scontro politico -la contesa è su poche decine di migranti salvati dalle ONG, mentre contemporaneamente centinaia di altri sbarcano autonomamente, senza contare quelli che nel frattempo sono annegati-, soprattutto da parte di chi punta ad esasperare le contraddizioni e le reazioni dei cittadini italiani, soprattutto le parte più povera esasperata dalle proprie condizioni di vita, incapace di mettere in piedi autonomamente un conflitto, una lotta per migliorare le proprie condizioni di vita, a cui è facile proporre un capro espiatorio.
In questo contesto globale, nazionale e locale è necessario fare i conti con il ruolo che gioca l’industria degli armamenti del nostro paese.

Un riconoscimento particolare va riconosciuto agli attivisti che combattono contro la RWM Italia e la sua fabbrica di Domusnovas-Iglesias in Sardegna, che esporta armamenti verso l’Arabia Saudita artefice -nel silenzio globale- dell’eccidio nello Yemen.
Nessuna voce si alza in difesa di quelle popolazioni vittime di un massacro quotidiano da parte dei governi del mondo: lo Yemen non ha risorse da depredare, quindi può tranquillamente affondare nel mare dell’indifferenza.
La produzione di armamenti -bombe per aereo- della RWM Italia -100% di capitali tedeschi-, prima S.E.I. Società Esplosivi Industriali SPA, è un'attività insediatasi da poco meno di venti anni, nell’Iglesiente, territorio piagato dalla disoccupazione, facilmente ricattabile.
Colleferro fa da contraltare, ha nel DNA la cultura delle armi, Colleferro ha quel marchio di fabbrica che poche città italiane hanno “l’onore” di avere. A Colleferro si è nati e cresciuti con gli esplosivi nel giardino di casa. Colleferro è stata strategica nelle guerre mondiali e nel panorama industriale del nostro Paese. Colleferro ha dato da mangiare al popolo contadino bisognoso di cibo, ha permesso a tanti giovani di studiare, li ha resi edotti e volenterosi di sapere.

Tutto ciò però è splendidamente terminato.

L’industria bellica è oggi il residuo di un apparato industriale che mentre produceva ed esportava strumenti di morte, produceva e diffondeva sostante che portavano malattia e morte in tutto il territorio circostante.
Come dicemmo anni fa “la morte dentro e fuori”.

Oggi l’innovazione tecnologica, la forte concorrenza, l’impatto di armamenti ipertecnologici rende l’assetto industriale bellico di Colleferro ridicolo rispetto agli allori del passato, ma la cultura delle armi permane, ridimensionata, non più eccellenza italiana come un tempo, da tempo proprietà straniera.
La relazione del Governo per le autorizzazioni alle esportazioni nell’anno 2018 parla chiaro, c’è il crollo dell’interesse per il prodotto locale, ma il signore della guerra non demorde e attende con calma che ci sia una ripresa, qualche nuovo conflitto che gli permetta di risollevarsi.

La Simmel Difesa Spa segue l’onda nazionale riguardo al netto ridimensionamento delle esportazioni di armamenti.
Nel 2018 il paese ha subito un -53,78% rispetto al 2017 (-66,71% rispetto al 2016) di valore di autorizzazioni alle esportazioni passando da circa 10mld di euro a circa 5 mld di euro -erano 14mld di euro circa nel 2016-, cifre che comunque dovrebbero far riflettere su quanto possa essere ghiotta l’economia delle armi, e se il mercato estero è in ribasso allora si passa ad alimentare quello interno.

Nel 2018 la fa da padrone il Qatar con circa 2Mld di euro di richieste di armamenti dall’Italia -in seconda posizione il Pakistan, in terza l’Egitto-, lo scorso anno il primato spettava all’Arabia Saudita, complice anche la RWM Italia. A lume di naso tutti paesi che i diritti umani non sanno proprio dove siano di casa, alcuni sono anche in guerra e ciò contrasterebbe con la Legge italiana di riferimento, la 185/90, ma si sa in alcuni casi le Leggi vengono lasciate a libera interpretazione.

La Simmel Difesa SpA nel 2018 riceve autorizzazioni alle esportazioni per circa 23,6mln di euro contro i circa 60mln di euro del 2017 e i circa 45,5 mln di euro del 2016.
Facile intuire che è una azienda in decrescita, difficile intuirne il destino visto che in questo ventennio di insediamento dopo l’acquisizione del comparto bellico della ex Snia BPD, ha visto prima la cessione in mani inglesi, Chemring Group PLC, e da qualche anno in mano ai francesi, Nexter, gruppo societario di proprietà dello Stato transalpino.

La tipologia di produzione è cambiata di poco, i francesi l’hanno acquisita con tutta probabilità per il know how, la Simmel Difesa è l’unica in Italia che produce proiettili per i cannoni navali della Oto Melara, calibro 76/62, oltre a classiche produzioni come le bombe da mortaio illuminanti, 81mm, che schiariscono i cieli di guerra, o la testa di guerra del Missile anti-missile Aster frutto di cooperazione internazionale a cui partecipa anche la AVIO Spa, stabilimento di Colleferro.

Colleferro ha da decenni l’Arabia Saudita come cliente, la stessa di RWM Italia; circa 5mln di euro di spesa dal più grande paese della penisola arabica, un buon 20% del totale autorizzato all’esportazione per il 2018. L’India però si attesta a circa 13mln di euro di acquisti (più del 50% del totale), poi le Filippine, l’Egitto, la Grecia.
Insomma un variegato parco clienti, da più di 100 anni contribuisce a rifornire di armi le guerre, nei decenni passati anche con strumenti poi banditi dalla comunità internazionale come le mine antiuomo, le armi chimiche -nel caso di Colleferro ancora più subdola perché si fornivano ai clienti i test per modificare gli armamenti "convenzionali" forniti come i razzi Firos o i proiettili di ariglieria da 155mm, in vettori chimici-, le cluster bombs.

Un’onta che non potrà mai essere lavata.

Ora in seguito all’intervento del precedente Governo, che con un provvedimento ha posto il veto alla vendita di RWM Italia all’Arabia Saudita, di cui peraltro non si riesce a trovare traccia documentale, ci si attende che si faccia luce anche sulle esportazioni di Colleferro.

Qualcuno ci potrebbe domandare che cosa se ne fa dei lavoratori in caso di crollo delle vendite.

Riconosciamo le complessità e le difficoltà di sviluppare produzioni alternative, proprio per questo come movimenti abbiamo aperto un percorso che punta a costruire una vertenza di tutta la Valle del Sacco con l’obiettivo dare vita ad un modello di società, di uso del territorio, di filiere produttive, non solo compatibile, ma capace di ricostituire gli equilibri ambientali devastati nei decenni passati, di valorizzare le risorse del territorio.

La sfida non è delle più semplici, ma credere nella Vita è la nostra forza.


Colleferro, 21.09.2019

Invitiamo a sintonizzarsi su Rai2 Protestantesimo, programma curato dalla Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia in convenzione con la Rai, lunedi 23 settembre ore 8.00 per un interessante servizio su Colleferro e Domus Novas-Iglesias.

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