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Il suicidio dell' Europa. Fra armi e assordante silenzio

 UCRAINA. COMMENTI E OPINIONI

D questo articolo Donatella Di Cesare* collabora con il “Fatto Quotidiano”

di Donatella Di Cesare*
DonatellaDiCesare 390 minLa parola Occidente, in questi giorni così spesso evocata, ha un significato articolato nelle diverse epoche. Non indica un sistema di valori, una forma politica, un modo di vivere. Occidente è l’orizzonte a cui guardavano i greci: la costa italiana, il continente europeo, una futura epoca nella storia del mondo. Nel periodo tra le due guerre mondiali i filosofi hanno pensato il destino dell’Occidente non come un tramonto, bensì come un passaggio: nel buio della notte europea non c’era solo morte e distruzione, ma anche la possibilità di salvezza. L’Occidente era l’Europa, l’Europa era l’Occidente. In questa prospettiva, che oggi – con un giusto accento critico – si direbbe eurocentrica, ciò che era oltre l’Atlantico, Inghilterra compresa, non era occidentale.

Dopo il 1945, il baricentro della Storia passa dal continente europeo a quello americano. Anche la parola “Occidente” cambia significato designando l’American Way of Life, lo stile di vita americano e tutto ciò che, tra valori e disvalori, porta con sé. L’Europa si uniforma, più o meno a malincuore. Se non altro per non perdere il nesso con l’Occidente di cui è stata sempre il cardine.

Quel che avviene in questi gravissimi giorni, dietro il millantato nuovo scontro di civiltà, è un’autocancellazione dell’Europa, che rinuncia a se stessa, alla propria memoria, ai propri compiti. Il 2022 segna l’ulteriore, definitivo spostamento, l’apertura di una faglia nella storia del Vecchio continente. L’Europa tace, sovrastata dai tamburi di guerra dell’Occidente atlantico, a cui sembra del tutto abdicare. L’algida figura di Ursula von der Leyen, questa singolare, inquietante comparsa, che spunta di tanto in tanto per annunciare “nuove sanzioni alla Russia”, compendia bene in sé un’Europa cerea e spenta, incapace di far fronte a una crisi annunciata.

Possibile che dal 2014 non si sia operato per evitare il peggio? Possibile che tra dicembre e febbraio non esistesse un margine per impedire l’invasione? Possibile vietarsi l’autorità di mediare per la pace? Si tratta di una vera e propria catena di errori politici imperdonabili, di cui i cittadini europei dovranno nel futuro prossimo chiedere conto a chi ora ha ruoli decisionali. Come se non bastasse, il silenzio fatale dell’Europa è squarciato dalle sguaiate provocazioni di Boris Johnson, il promotore della Brexit, e dalle temerarie parole di John Biden, forse uno dei peggiori presidenti americani.

Il suicidio dell’Europa è sotto gli occhi di tutti. Ed è ciò che ci angoscia e ci preoccupa. Perché riguarda il futuro nostro e quello delle nuove generazioni. D’un tratto non si parla più di Next Generation Eu – nessun cenno a educazione, cultura, ricerca. All’ordine del giorno sono solo le armi. C’è chi applaude a questo, inneggiando a una fantomatica “compattezza” dell’Europa. Quale compattezza? Quella di un’Europa bellicistica, armi un pugno? Per di più ogni Paese per sé, con la Germania in testa? Non è questa certo l’Europa a cui aspiravamo. In molti abbiamo confidato nelle capacità dell’Unione, che aveva resistito alle spinte delle destre sovraniste e che sembrava uscire dalla pandemia più consapevole e soprattutto più solidale. Mai avremmo immaginato questa deriva. La faglia che si è aperta nel vecchio continente, in cui rischia di precipitare il sogno degli europeisti, è anche la rottura del legame che i due Paesi storicamente più significativi, la Germania e l’Italia, hanno intessuto con la Russia. Chi si accontenta di ripetere il refrain “c’è un aggressore e un aggredito”, ciò che tutti riconosciamo, non si interroga sulle cause e non guarda agli effetti di questa guerra. C’è una Russia europea oltre che europeista. Nella sua storia la Russia è stata sempre combattuta tra la tentazione di avvicinarsi al modello occidentale e il desiderio di volgersi invece a Est con una ostinata slavofilia, testimoniata, peraltro, nell’opera di Dostoevskij. Durante la Rivoluzione bolscevica prevalse l’apertura per via dell’internazionalismo. Se Stalin cambiò rotta, la fine dell’impero sovietico segnò il vero punto di svolta. In quella situazione caotica andò emergendo la corrente nazionalistica che aveva covato sotto la cenere. Putin è il portato sia di questo nazionalismo, fomentato anche dal pensatore dei sovranisti Aleksandr Gel’evič Dugin, sia di una frustrata occidentalizzazione. Ma a chi gioverà una Russia isolata, ripiegata su di sé, rinviata a orizzonti asiatici?

In un’immagine suggestiva che ricorre in Nietzsche, in Valéry, in Derrida, l’Europa appare un piccolo promontorio, un capo, una penisola del continente asiatico. Nessuno ha mai potuto stabilire dove sia il suo confine a Est. Ma certo ha sempre avuto il ruolo di testa, di cervello di un grande corpo. È stata il lume, la perla preziosa. Ci chiediamo dove sia finita.

 

*Donatella Di Cesare, professoressa di Filosofia teoretica all’Università La Sapienza di Roma.
fonte del testo: infosannio.com
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Un puzzle assordante di ricordi chiamati "Amore"

ziadifausta 107anni 350 260unoetre.it ricorda con questo caloroso pezzo della nipote la vita ultracentenaria di Maria Dumano "un odore di edera mi emana il pensarla, l'edera della famiglia a cui mi aggrappo nei momenti in cui le difficoltà sembrano dirigere...". In lei si fondono storie di affetti e fatti di storia vissuta, di accadimenti tanti, lontani e non, tragici e umanamente gioiosi.

di Fausta L’Insognata Dumano - Io che gioco con le parole, non trovo quelle giuste per narrarti il grande senso di vuoto, accompagnata dalle note delle canzoni che hanno segnato la sua storia, nella chiesa di Sant'Antonio, la nobildonna, la partigiana dal sangue blu, la professoressa Maria Dumano ha salutato il suo lungo cammino, il suo emozionante percorso.
La custode dei ricordi del mio casato nobile, il sangue blu che scorre nelle mie vene, la sua presenza, negli ultimi anni silenziosa, ma carica di sguardi pieni di fili della memoria degli affetti. Con gli occhi di bambina aveva visto in Sicilia gli orrori della prima guerra mondiale. laureata negli anni in cui alle donne si negava il diritto al voto, negli anni 30 inizia a Bitonto ad insegnare,, una lunga carriera scolastica che le consegnerà attestati di stima e riconoscimento da parte di generazioni di studenti. Il suo animo generoso veniva assorbito dalla passione con cui educava le menti, adottando i suoi studenti. Uno di essi, il preside Mastropietro in occasione dei cento anni le ha dedicato una delle poesie più belle, pubblicate in un'antologia. Roberto Mirabella le dedicava un articolo in occasione dei compleanni di una delle prof più longeve della nostra città, Frosinone, dove da anni abitava.
Un uragano di ricordi danzano accanto a me, mentre un lacerante pugno allo stomaco mi fa confondere il prima e il dopo di questa lunga emozionante storia., mentre scorro le foto di questo intenso viaggio, penso a quell'attestato con marca da bollo in due lire rilasciato dall' Anpi di Roma in cui si attesta che a Pontecorvo ha rischiato più volte la vita nel suo ruolo di staffetta.
Nel vederla così minuta, così fragile sentivi la potenza della sua forza ......nel mio immaginario lei era la storia in cui si inserivano i tasselli degli eventi, le guerre mondiali, la resistenza, l'uomo sulla luna, le rivoluzioni epocali, il cambio monetario,,....ogni cosa scorreva , ogni cosa passava, ma lei restava li .....la roccia del casato, un odore di edera mi emana il pensarla, l'edera della famiglia a cui mi aggrappo nei momenti in cui le difficoltà sembrano dirigere la mia vita, ops il presente si insinua nel ricordare.
Sul computer il turbinio combinatorio degli eventi fa poggiare una farfalla, il battito delle ali, mi piace ricordarla nell'ultimo atto con quella camicetta bianca, vestita da nobildonna, senti trasudare il fascino dell'eleganza, mentre piccoli fotogrammi mi vengono in mente, spallette piccole che danno l' idea di spezzarsi con il peso di un'occhiata.....eppure la storia narra la sua resistenza.
Il ringraziamento più grande che debbo farle è di avermi educato inconsapevolmente o con taciuta intenzione al sorriso.......sono sempre corsa da lei a cercare le risposte, le indicazioni nei bivi sconclusionati del mio vivere, la ricordo a fotogrammi, ad attimi,, eppure sento tutti i tasselli, la verità è che non voglio assemblare, mi piace questo puzzle assordante di ricordi, l'odore della sua cucina, l'odore della sua cultura, ah senza di lei, quell'esame di geografia, mia madre gettava la spugna per la mia ottusità nel mondo scientifico, lei si armava di pazienza.
Sono crescita nella sua casa alla Prebenda, il mio porto, la certezza di trovarla come Penelope ad aspettare la mia voglia di correre alla ricerca del confine illimitato dell'essere. Stasera ascolto la musica di un tempo e mi piace immaginare che ad accoglierla nell'altrove ci siano i miei nonni, i miei genitori per scrivere insieme un viaggio chiamato AMORE.

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