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La sinistra democratica europea e la pregiudiziale anti-Nato

ANALISI, OPINIONI, DIBATTITI

Ma non è ora di liberarsi dagli strascichi “sentimentali” del bipolarismo del XX secolo?

di Fausto Pellecchia
Gregor Gysi, il nuovo presidente della Sinistra europeaQuesta nota, come le altre che seguiranno, è innanzitutto lo sfogo di un malessere e di un disagio crescenti che l’evento tragico dell’aggressione russa all’Ucraina ha innescato lungo il solco della mia antica adesione ideale alla cultura politica della sinistra italiana. Adesione che, se ancora sopravvive nel desolante ingombro di macerie ideologiche che delimitano il campo della sinistra democratica, è unicamente debitrice alla voce e al coraggio di testimoni esemplari che hanno misurato l’ampiezza della crisi.
Una di queste voci è senz’altro quella di Gregor Gysi, l’ultimo presidente del Partito Socialista Unificato nella ex Germania orientale, oggi esponente di spicco della Linke. Nelle prime settimane del conflitto, in un’intervista al giornale conservatore Die Welt, riferendosi alla politica anti-Nato della Linke, Gysi con dirompente spirito autocritico ha dichiarato: «Se fossimo stati noi al governo [e avessimo ottenuto la fuoriuscita della Germania dalla Nato] sarebbe stata una catastrofe»

D’altra parte, dopo le ultime elezioni tedesche (2021), che la Linke potesse entrare in una coalizione di governo era considerato un evento più che probabile. Il candidato della SPD, Olaf Scholz, oggi cancelliere sostenuto da una coalizione con Liberali e Verdi, non ha mai pregiudizialmente escluso l’ipotesi di un’alleanza con la sinistra. Tuttavia, il progetto tramontò all’indomani del voto, poiché la Linke ottenne un risultato elettorale molto deludente. Più recentemente, il tema della maturazione della Linke come possibile forza di governo è stato riproposto in numerose interviste da Gregor Gysi, sullo sfondo della sanguinosa invasione dell’Ucraina intrapresa da Vladimir Putin. Nel contesto sempre più drammatico della guerra, la Linke ha dovuto misurarsi con una serie di dilemmi strategici, gli stessi che hanno stimolato un acceso dibattito anche nella sinitstra italiana (ed europea): quale posizione assumere rispetto all’invasione della Russia? Quali interpretazioni politiche e storiche dare alla guerra di Putin? E infine: è opportuno sostenere l’Ucraina con l’invio di armi?

La questione peraltro è complicata dalle fittissime ed ancora perduranti relazioni politiche, culturali ed economiche con la Russia di Putin. Il principale partito di maggioranza, la SPD, non ha mai fatto mistero della cointeressenza che la lega alla Russia di Putin. Basti pensare che Gerhard Schröder, ex cancelliere socialdemocratico, è da anni membro dei consigli di amministrazione di industrie di stato russe e, più in generale, che tutti i governi tedeschi degli ultimi anni hanno fatto affari con Mosca.
Egualmente vincolante, ma di natura squisitamente politica, è l’interdizione impressa sulla Linke in ragione dei suoi orientamenti di politica estera, che la qualificano come un partito che ha sempre fatto della critica severa alla NATO un punto irrinunciabile del suo programma politico. Del resto, uno dei principali motivi per cui i socialdemocratici e i Verdi non sono riusciti a formare un governo federale con la Linke – anche quando ne avevano i numeri, come nelle elezioni del 2013 – è stato proprio l’incompatibilità dei rispettivi programmi in politica estera.

Lo scoppio della guerra in Ucraina e il dibattito nel Bundestag hanno nuovamente rinfocolato le posizioni fortemente critiche della Linke in rapporto all’alleanza nord-atlantica che hanno funzionato come premessa dell’avvicinamento alla politica di Putin. L’eccitazione della polemica antiatlantica ha sospinto la Linke verso una forma di giustificazione dell’invasione russa all’Ucraina, tanto da indurre Gregor Gysi a prendere posizioni fortemente discordanti da quelle del suo partito.
In una seduta straordinaria del Bundestag sulla invasione dell’Ucraina, la Linke ha esplicitamente criticato il governo, la NATO e le sanzioni economiche che puniscono ingiustamente il popolo russo. Inoltre, nella dichiarazione di opposizione della Linke rispetto alla risoluzione del governo, sostenuta anche dall’Unione europea, non si fa alcun accenno alla situazione problematica del popolo ucraino.

Da qui prende spunto la lettera di durissimo dissenso indirizzata da Gregor Gysi all’attuale dirigenza del suo partito, di cui mi limito a riportare alcuni stralci:
«Vi opponete fermamente – scrive Gysi - all’invio di armi all’Ucraina da parte della Germania, senza tuttavia fare riferimento alla particolare storia della Germania, facendo apparire questa presa di posizione come tipica della sinistra. Questo implicherebbe che la sinistra in Francia, nel Regno Unito così come in altri Paesi dovrebbe escludere l’invio di armi all’Ucraina. Con ciò voi negate all’Ucraina, il diritto di difesa e, indirettamente, proponete una resa incondizionata al suo aggressore. Io sono di un’idea completamente diversa: bisogna sempre concedere ai Paesi aggrediti il diritto all’autodifesa. Naturalmente, questo principio doveva applicarsi anche in Iraq, quando gli Stati Uniti lanciarono un’aggressione illegitimma a quel Paese, contro la quale giustamente insorse la protesta della Linke e di altri movimenti democratici. Analogamente, tutti i Paesi aggrediti da Hitler avevano il diritto a opporsi. Esiste un riconoscimento generale del diritto all’autodifesa dei paesi aggrediti […] Ciò che più mi sconvolge nella vostra dichiarazione è la totale mancanza di empatia verso i morti, i feriti e la sofferenza».

Ma la parte più interessante del messaggio di Gysi concerne l’avversione ideologica alla Nato che connota strutturalmente i programmi delle sinistre europee, e che gli imprevedibili avvenimenti bellici in Ucraina si sono incaricati di smentire, rinnovando il senso di una alleanza che sembrava ormai definitivamente obsoleta e pronta per essere sostituita da altri, più agili e più articolati meccanismi di difesa comune:
«Voi siete soltanto interessati – prosegue Gysi - a salvare la vostra vecchia ideologia. La NATO è il male, gli USA sono il male, il governo federale è il male e con ciò la questione è chiusa. Non dovremmo anche noi riflettere su noi stessi e prendere atto di una certa cesura storica? Naturalmente conosco le violazioni del diritto internazionale della NATO e dei membri della NATO. Ero a Belgrado quando la NATO ha attaccato la Jugoslavia. Il diritto internazionale non fa differenza tra democrazia e dittatura: non esistono buone o cattive guerre, ma soltanto attacchi vietati – e guerre di difesa consentite. Perciò, in base a tale criterio del diritto internazionale, alla NATO non si può addebitare alcun errore che giustificherebbe la guerra della Russia. Per questo motivo, le ragioni storico-ideologiche che la Russia di Putin ha invocato per giustificare l’invasione, non hanno il ruolo che voi le attribuite. Di fatto, Putin ha contraddetto anche la nostra posizione, contraria a un allargamento della NATO a Est, giacché è chiaro che non avrebbe attaccato l’Ucraina se essa fosse stata membro della NATO. Per questo, del resto, anche i governi della Svezia e della Finlandia chiedono con urgenza di diventare membri della NATO. Anche in questo senso, Putin ha provocato una catastrofe. Certamente, può darsi che non si sarebbe arrivati a questa ‘escalation’, se la NATO, dopo il 1990, non avesse accolto le deliberazioni di 14 Stati. Ma ora Putin sta favorendo esattamente il prevalere di un’opinione contraria in più governi europei. Prossimamente discuteremo quale altra politica dopo la fine della guerra fredda, avrebbe potuto evitare una simile ‘escalation’ fino all’attacco della Russia contro l’Ucraina. Ma ora non è il momento di soffermarsi nell’analisi delle distinte posizioni assunte. La Russia deve essere fermata. Il pensiero imperialista di Putin è catastrofico e deve essere coerentemente contrastato»

La parole di Gysi aprono uno squarcio di verità e hanno il merito di mettere in evidenza un limite nell’interpretazione della guerra in corso che, in Italia, Gianni Cuperlo ha definito ‘problema della sinistra con le armi’: “Se quel popolo invoca aiuto anche militare per non soccombere e per spingere l’aggressore a recedere dalla via imboccata, è legittimo garantire quell'aiuto? La risposta di molti, io tra tanti, è sì, quell’aiuto va garantito ... Il punto è che nulla giustifica l’invasione dell’Ucraina, l’uccisione di donne, bambini, ed è su questo che siamo chiamati a misurare il sostegno alla resistenza di un territorio martoriato” (Domani 23.3.2022). Anche Sergio Cofferati si è posto la domanda: «Che sinistra è una sinistra che non è solidale con un popolo aggredito e che non cerca di aiutarlo in tutti i modi? Pensiamo al nostro passato, alla Resistenza: senza gli aiuti, le armi e l’intervento degli altri Paesi non ci saremmo mai liberati dal fascismo e dal nazismo» (Corriere della Sera, 27.3.2022). Il problema, evidentemente, non è la divisa di pacifismo radicale, quanto astratto, né i limiti e la fitta sequenza di errori commessi NATO in altri territori di guerra (del resto l’ingresso dell’Ucraina nella NATO è da anni fuori dalle opzioni possibili), quanto piuttosto comprendere l’eccezionalità dell’invasione russa in Ucraina.

La guerra, per definizione, porta a polarizzazioni e decisioni scomode non solo dal punto di vista strettamente politico ma anche etico-morale. L’invio delle armi all’Ucraina è un tema rispetto al quale qualunque cosa si decida, non sarà mai una decisione completamente soddisfacente. Resterà indelibato comunque un residuo di incertezza e di dubbio.
Conviene, perciò, esaminare partitamente le ragioni della contrarietà dell’invio di armi. Al fondo essa poggia su tre convinzioni politico-strategiche: a) sostenere militarmente l’Ucraina comporta il rischio concreto di una radicalizzazione del conflitto (fino all’uso dell’arsenale nucleare) con un probabile incontrollato allargamento dello scenario di guerra; b) il conflitto in corso non è tanto tra russi e ucraini, ma mostra i lineamenti di una collisione geo-politica tra Stati Uniti e Russia ed, infine, c) il raggiungimento della pace può avvenire esclusivamente tramite il rafforzamento della mediazione politica e diplomatica.

Il limite di questa lettura è che non prende in considerazione un dato storico incontrovertibile. L’invasione russa iniziata il 24 febbraio scorso è già la seconda invasione dell’Ucraina. Nel 2014, la Russia ha invaso e annesso la Crimea e ha tentato, invano, anche l’annessione del Donbass. Allora si decise di avere una linea conciliante, contenuta nei limiti di un confronto diplomatico nei confronti di Putin. Il risultato è stato un nuovo conflitto, una nuova invasione ben più grave e su larga scala. Oltre all’invasione del 2014, non si deve inoltre dimenticare l’invasione dell’Ossezia del Sud e dell’Abcasia in Georgia. Ricollocate nel loro contesto storico, le azioni di Putin delineano pertanto un disegno neoimperiale che, ispirandosi alle nostalgie della “guerra fredda” tra URSS e USA, punta sull’apertura di una “pace calda”, fatta di guerre ibride, combattute per procura. Risulta, dunque tanto più evidente che la Russia di Putin debba essere fermata ora, così come ricorda Gregor Gysi.
Se così non fosse, non solo ci sarebbe da temere per l’ Ucraina dello sterminio di uno stato e di un popolo, ma anche di un inesorabile allargamento del conflitto; non tanto in Polonia, come viene spesso ricordato, quanto piuttosto in Moldavia, dove la Transnistria, una piccola repubblica russa, rivendica la propria indipendenza.
Per questo è assolutamente importante che la sinistra europea porti definitivamente a compimento il lavoro del lutto, superando il riflesso condizionato che le proviene dalle radici bolsceviche dell’URSS dopo il crollo del muro di Berlino.
È difficile per la sinistra stare dalla stessa parte del mainstream. In questi casi, prevale troppo spesso la sensazione di perdere il filo della propria identità storico-ideologica, di sottrarsi alla fedeltà richiesta dalla lotta, giacché coalizzandoci contro un attore dichiaratamente criminale (Putin), si finisce per contribuire a rafforzare il suo nemico, che anch’esso ha spesso assunto le fattezze del “grande delinquente” (Nato), permettendogli di apparire come buono e salvifico.

Dal 1917, questo è stato il caso della sinistra occidentale in rapporto con il blocco internazionale della Russia sovietica. Prima del 1917, la sinistra vedeva l’autocrazia zarista come l’apice della reazione autoritaria, un atteggiamento che ha facilitato la strada ai partiti socialisti dei nemici della Russia favorendo la decisione di impegnarsi nella prima guerra mondiale. Ma fin dalla rivoluzione russa, la sinistra democratica ha sempre mostrato grande cautela nell’unirsi a qualsiasi condanna borghese occidentale dell’URSS, nonostante non abbia risparmiato le sue obiezioni spesso feroci allo stalinismo o alla repressione della democrazia interna dell’Unione sovietica.

Ma non è giunto finalmente il momento di liberarsi da questi strascichi “sentimentali” del bipolarismo del secolo scorso, per prendere atto dei profondi cambiamenti epocali intervenuti nel frattempo, e per rinnovare finalmente gli strumenti dell’analisi politica, in concomitanza con i nuovi assetti socio-economici del secolo XXI? Gysi sostiene che siamo ormai già nell’urgenza di un rinnovamento al limite del tempo massimo consentito. Ed io credo che abbia sostanzialmente ragione.

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O si fa una buona legge elettorale o la competizione democratica è a rischio

COMMENTI

Una nuova legge elettorale è indispensabile prima delle prossime elezioni politiche

di Alfiero Grandi
camera dei deputati 350 minAbbiamo rischiato due volte di precipitare verso elezioni anticipate senza la cintura di sicurezza di una nuova legge elettorale, coerente con i principi costituzionali. Ora sbagliare ulteriormente sarebbe diabolico.

L’incostituzionalità della legge in vigore
È indispensabile anzitutto per le ragioni contenute nei ricorsi già presentati ai tribunali per incostituzionalità. Due principali.
Il voto unico “coatto” per l’uninominale e per le circoscrizioni proporzionali, a pena di nullità. È come invitare a pranzo qualcuno che si presenta con tutta la sconosciuta famiglia senza avvisare. Praticamente nessun elettore sa a chi si trasferisce automaticamente il suo voto per il collegio uninominale.

La negazione della parità del valore del voto degli elettori. Qualcuno è più uguale degli altri. Infatti c’è chi vota per 6 senatori come in Trentino Alto Adige, mentre in Basilicata con più o meno gli stessi abitanti si deve accontentare della metà. Un furto con destrezza che avviene solo perché nella legge elettorale in vigore le Province autonome sono parificate alla Regioni, ma nella Costituzione le circoscrizioni sono solo su base regionale, ecco spiegato il trucco. Questi due aspetti meritano un giudizio della Corte Costituzionale prima del voto, dopo sarebbe tardi.

I motivi di incostituzionalità non sono l’unica ragione per approvare una nuova legge elettorale rapidamente. La legge in vigore combinata con il taglio dei parlamentari (approvato purtroppo per subalternità al Movimento 5 Stelle che l’ha preteso, e oggi ne paga le conseguenze) e con la modifica costituzionale del voto a 18 anni per il Senato porterà all’instabilità politica.

La maggioranza per governare con questa legge è un terno al lotto
Il voto a 18 anni, giusto in sé, tende a parificare ancora di più i sistemi elettorali, peccato che la legge abbia perso per strada l’abbassamento dell’età per essere eletti. Gli effetti di questi provvedimenti, combinati tra loro, provocherà ancora più instabilità politica perché le maggioranze nelle due camere saranno diverse. Mentre per la Camera si può approvare una nuova legge elettorale, coerente con i principi costituzionali, che potrebbe essere proporzionale, con la ripartizione nazionale dei resti, per il Senato questo non è possibile perché la Costituzione prevede base regionale. Forse si può forzare qualcosa ma il proporzionale al Senato diventa molto difficile e nelle regioni piccole la soglia per essere eletti potrebbe arrivare al 30 %. Ci sono partiti che forse entreranno alla Camera ma al Senato no e quindi la maggioranza per governare, con questa legge, è un terno al lotto. I “conservatori” che vogliono tenersi la legge che c’è in realtà lavorano per l’instabilità politica.
Senza dimenticare quanto la rielezione (per fortuna) del presidente Mattarella non solo ha evitato di precipitare l’Italia in una crisi istituzionale e forse democratica, ma ha messo in luce con evidenza cristallina che le vecchie coalizioni centro destra e centro sinistra non sono più applicabili alla realtà attuale. La coalizione di centro destra è deflagrata per l’incapacità di Salvini e perchè Berlusconi ha perso interesse da quando ha capito che non serve più ai suoi obiettivi. Inoltre Meloni vuole il massimo lucro dall’opposizione ma insieme conservare la leadership che i sondaggi le consegnano sullo schieramento e gli alleati capiscono che non può funzionare, almeno per loro.
Lo schieramento opposto fatica a poter essere definito centro sinistra, formula del passato che oggi non dice granché. Il Movimento 5 Stelle è entrato in una crisi profonda e strutturale, nessuno è in grado di dire come finirà.

Il Parlamento non rappresenta più il paese
Quanti si affannano a usare vecchi schemi del passato non riescono a vedere una verità elementare. Il parlamento, che è il pilastro della nostra democrazia, rappresenta (o dovrebbe rappresentare) il paese, le sue articolazioni politiche, sociali e territoriali e oggi non è in grado di farlo. Perché ?

Certo, i partiti sono diventati in pratica dei comitati elettorali, non hanno capacità di rappresentare il paese, nel bene e nel male. Il costume interno dei partiti è cambiato in profondità, i passaggi democratici sono affidati al buon cuore dei capi. L’articolo 49 della Costituzione non è mai stato attuato. In passato forse era giustificabile, ora no. Basta pensare al Movimento 5 Stelle, quanta fatica ha fatto per darsi un grado di normalità politica. Gli accordi di governo definiti contratti, le regole democratiche affidate a terzi attraverso una piattaforma informatica. L’informatica può aiutare ma non diventare un nuovo Moloch. Ora il M5S è finito in tribunale, se esistesse una legge che regola la vita interna dei partiti, le modalità di partecipazione e di decisione per accedere a fondi pubblici destinati solo a favorire la loro vita politica attiva, che a torto è stata compromessa, al punto che si è costituito un personale politico per censo o esposto alla corruzione.

Rifondare e rilanciare i partiti
Rilanciare il ruolo dei partiti richiede un impegno straordinario di rifondazione, ma è indispensabile se si vuole tornare a progettare e a provare di realizzare il futuro dell’Italia, in Europa ovviamente.
Regolare la vita democratica dei partiti e insieme sostenerli nella loro attività politica in modo trasparente sono due punti essenziali, ma è decisivo che i parlamentari che verranno eletti siano rimessi in rapporto diretto con elettrici ed elettori che debbono poterli scegliere direttamente, o con preferenza o in collegi uninominali vincolati al sistema proporzionale come era al Senato o nelle Province, prima dell’ubriacatura maggioritaria. L’unica lista breve accettabile è la singola candidatura, con nome e cognome.

La legge elettorale non è un eccetera ma una condizione senza la quale anche gli altri aspetti non funzionerebbero. Nel bene e nel male, il parlamentare deve rappresentare gli elettori non il capopartito. La formazione di Italia Viva rappresenta bene il problema. Non siamo più a passaggi di singoli parlamentari ad altro schieramento ma alla costituzione ex novo di interi partiti che si muovono su indicazione del capo che li ha fatti eleggere e da cui dipendono.

L’idiozia del taglio dei parlamentari
Questo ha abbassato la qualità e l’autonomia dei parlamentari, con lodevoli eccezioni, al punto che il parlamento ha accettato di votare a maggioranza (di centro destra) che Ruby era la nipote di Mubarak e questo ha portato la credibilità sotto le scarpe. Ho sentito l’ex ministro Martino, che si dichiara liberale, arrampicarsi sugli specchi, spiegando che doveva obbedire all’ordine, dimenticando che il parlamentare agisce senza vincolo di mandato e deve confrontarsi con la sua coscienza. Peggio ancora il parlamento ha approvato il suo taglio. Oggi molti si rendono conto dell’idiozia compiuta, non fosse altro che per convenienza personale. Come può al parlamentare essere riconosciuta dignità se ha accettato di essere considerato con il taglio al livello di un ente inutile ? Quando Mattarella ha parlato più volte di dignità mi sono venuti in mente quei parlamentari che hanno accettato di precipitare la dignità del parlamento come organo collettivo sotto le scarpe, dimentichi che dovrebbero comportarsi con dignità ed onore. I parlamentari sono stati i peggiori nemici di sé stessi. Hanno subito le soperchierie dei governi che si sono succeduti fino ad arrivare a quello Draghi che ha compiuto il percorso di primazia del governo sulle scelte che dovrebbero essere proprie del parlamento, che viene stremato da i voti di fiducia, dai decreti legge, dai maximendamenti, dall’impossibilità di leggere i provvedimenti da votare. Questa deriva va fermata.

Gli omaggi al parlamento suonano come prese in giro e purtroppo i destinatari sembrano non accorgersene. Se si vuole ridare centralità al parlamento occorre che non solo ci sia proporzionalità nella rappresentanza, che ciascuno si presenti con le sue posizioni, così almeno sapremo quali sono. Gli elettori debbono decidere direttamente su chi eleggono e a sua volta il candidato deve capire che con loro deve stabilire un rapporto di fiducia altrimenti non verrà rieletto. Una cura radicale ma indispensabile.
Le soglie di cui si parla sono una lotteria. Facciamo un calcolo, oggi la soglia è al 3%, con il taglio per essere eletti occorre un 36,5% in più, quindi siamo tra il 4 e il 5%, per di più nelle regioni piccole la proporzionalità è difficile alla Camera, impossibile o quasi al Senato.

La Germania ci ha insegnato che la pretesa di conoscere la sera del voto chi ha vinto è una sciocchezza. Dopo il voto un grande paese come la Germania aspetta con tranquillità che venga raggiunto un accordo politico di maggioranza, fondato su un solido e dettagliato programma per la legislatura.

Sarà difficile che il Parlamento funzioni
Dopo il taglio non sarà facile fare funzionare il parlamento. Sarebbe molto peggio lasciarsi spingere, di nuovo per opportunismo, verso il presidenzialismo, intero o alla francese, cioè andare al voto diretto del Presidente. È una scelta da combattere senza risparmio, ma chi la propone deve avere il coraggio di dire cosa comporta. Eleggere direttamente il successore di Mattarella vorrebbe dire cambiare buona parte della Costituzione perché non si eleggerebbe più il rappresentante dell’unità della nazione e un garante ma il capo di una fazione vincente e quindi i contrappesi istituzionali dovrebbero essere del tutto diversi. A meno che non si pensi ad una democratura, in cui della democrazia resterebbe solo il voto, forse.

Perché proprio l’astensionismo è il drammatico problema della nostra democrazia. Sono contento che Cecilia D’Elia sia stata eletta con il 59% dei voti ma non posso dimenticare che ha votato l’11 % degli elettori. Questo è un problema democratico di prima grandezza. C’è chi ha pensato in passato che tanto gli operai non potevano che votare a sinistra e ora sappiamo come è andata. Ora c’è chi pensa che l’astensione è un male inevitabile. No, l’astensionismo è solo la conferma di una democrazia malata ed escludente, che la politica non presenta scelte per risolvere le condizioni reali delle persone, che non si sentono rappresentate e si allontanano. La democrazia senza partecipazione potrebbe precipitare in una crisi seria. Continuare ad ignorare la frattura tra politica e società è un rischio grave, reagire vuol dire capire che una nuova legge elettorale è indispensabile, qui ed ora, e deve servire ad affrontare disagi, disuguaglianze, povertà, diritti negati. Non sono i compiti che mancano, manca la volontà di affrontarli, di fare scelte nette e chiare, politiche appunto.

11 Febbraio 2022

 

 

 

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Ceccano. Una riscossa democratica è possibile e necessaria

ceccano monumento 350 260Oriano Pizzuti, Presidente del Circolo di Articolo 1 di Ceccano -  CECCANO Una riscossa democratica è possibile e necessaria.
La crisi politico amministrativa, venutasi a creare dopo la seconda chiusura anticipata del consiglio comunale, esige una risposta all’altezza della situazione in cui versa Ceccano.

Lo schieramento di destra Civico-populista-qualunquista, che è miseramente imploso travolto dalle proprie contraddizioni, incapacità e arroganti manie di protagonismo individuale di gran parte degli interpreti, si ripresenta oggi scisso in due tronconi.
Non programmi amministrativi seri, ma lamentose dichiarazioni che evocano scenari della più classica tradizione dei “Fratelli Coltelli”.

La realtà è che Ceccano oggi è un paese arretrato, peggiore di prima, dove molti abitanti hanno smarrito il senso della solidarietà, della collaborazione, della civiltà del vivere comune. All’insegna del “sovranismo”, del “populismo“ e del “qualunquismo” le colpe di ciò che non funziona sono sempre di altri: di chi c’era prima che non sapeva amministrare e degli stranieri, che “ci vengono a rubare il lavoro".

L’Amministrazione, negli ultimi anni, è stata garantita dall’impegno dell’apparato, che ha cercato di sopperire alla mancanza di indirizzo politico-amministrativo. Qualche volta intervenendo anche a “mettere una pezza” agli strafalcioni ed alle indebite ingerenze di chi avrebbe dovuto limitarsi a dare l’indirizzo di governo.

Ceccano ha bisogno di un “Governo Cittadino” che ci porti , pur se con ritardo, nel terzo millennio. Occorre mettere mano a problemi quali la riorganizzazione del vasto territorio; la ristrutturazione del centro storico; bisogna affrontare in modo serio e competente i variegati problemi dell’inquinamento (rifiuti, aria, acqua, rumore, luminosità, consumo del suolo, etc.); adeguare la viabilità e le comunicazioni fra le varie parti del territorio (una rete stradale in gran parte inadatta all’attuale traffico veicolare); coordinare, estendere ed intensificare il servizio di mobilità pubblica sopperendo alle difficoltà di tanta parte della popolazione; distribuire sul territorio impianti per l’attività fisica, sia sportiva che meramente aerobica e motoria; programmare iniziative culturali di livello nazionale, che contribuiscano alla crescita ed allo sviluppo di quelle presenti sul territorio; adeguare il servizio di assistenza all’infanzia con l’istituzione di asili nido pubblici gratuiti (utilizzando dopo oltre quarant’anni i finanziamenti statali previsti); rispondere ai problemi dei cittadini senza clientelismi, raccomandazioni, promesse che si sa già di non poter mantenere. Queste e tante altre proposte che debbono essere oggetto di dibattiti, incontri e confronti con la popolazione.

Si può uscire da questa crisi solo con la riscoperta dei valori che sono stati alla base della nostra comunità: Umanità; Solidarietà; Impegno Civile; Rispetto per l’altro; Competenza; Autonomia e Indipendenza da diktat esterni, nel rispetto dell’autonomo confronto fra i cittadini. Il confronto elettorale deve avvenire su tremi politici e amministrativi che riguardano i problemi della città ed il modo di vivere degli abitanti. Non può declinare su temi di carattere personalistico che, oggettivamente, si caratterizzerebbero come un oggettivo ostacolo al confronto delle idee.

Tutti i cittadini, i partiti e le associazioni democratiche che si riconoscono nella Costituzione della Repubblica Italiana , nel rispetto del pluralismo delle opinioni culturali e delle posizioni politiche, che riconoscono pari dignità a tutte le condizioni personali quali il genere, l’etnia, la religione, l’orientamento sessuale, debbono impegnarsi per costruire un percorso che consenta , nel quadro di una marcata discontinuità col passato, la realizzazione di una ampia coalizione in grado determinare una riscossa dei valori democratici contro l’inciviltà del “sovranismo”, del “razzismo”, del “populismo” del “neofascismo” del “pressapochismo”.

 

 

 

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Ceccano. Una riscossa democratica è possibile e necessaria

ceccano monumento 350 260Oriano Pizzuti, Presidente del Circolo di Articolo 1 di Ceccano -  CECCANO Una riscossa democratica è possibile e necessaria.
La crisi politico amministrativa, venutasi a creare dopo la seconda chiusura anticipata del consiglio comunale, esige una risposta all’altezza della situazione in cui versa Ceccano.

Lo schieramento di destra Civico-populista-qualunquista, che è miseramente imploso travolto dalle proprie contraddizioni, incapacità e arroganti manie di protagonismo individuale di gran parte degli interpreti, si ripresenta oggi scisso in due tronconi.
Non programmi amministrativi seri, ma lamentose dichiarazioni che evocano scenari della più classica tradizione dei “Fratelli Coltelli”.

La realtà è che Ceccano oggi è un paese arretrato, peggiore di prima, dove molti abitanti hanno smarrito il senso della solidarietà, della collaborazione, della civiltà del vivere comune. All’insegna del “sovranismo”, del “populismo“ e del “qualunquismo” le colpe di ciò che non funziona sono sempre di altri: di chi c’era prima che non sapeva amministrare e degli stranieri, che “ci vengono a rubare il lavoro".

L’Amministrazione, negli ultimi anni, è stata garantita dall’impegno dell’apparato, che ha cercato di sopperire alla mancanza di indirizzo politico-amministrativo. Qualche volta intervenendo anche a “mettere una pezza” agli strafalcioni ed alle indebite ingerenze di chi avrebbe dovuto limitarsi a dare l’indirizzo di governo.

Ceccano ha bisogno di un “Governo Cittadino” che ci porti , pur se con ritardo, nel terzo millennio. Occorre mettere mano a problemi quali la riorganizzazione del vasto territorio; la ristrutturazione del centro storico; bisogna affrontare in modo serio e competente i variegati problemi dell’inquinamento (rifiuti, aria, acqua, rumore, luminosità, consumo del suolo, etc.); adeguare la viabilità e le comunicazioni fra le varie parti del territorio (una rete stradale in gran parte inadatta all’attuale traffico veicolare); coordinare, estendere ed intensificare il servizio di mobilità pubblica sopperendo alle difficoltà di tanta parte della popolazione; distribuire sul territorio impianti per l’attività fisica, sia sportiva che meramente aerobica e motoria; programmare iniziative culturali di livello nazionale, che contribuiscano alla crescita ed allo sviluppo di quelle presenti sul territorio; adeguare il servizio di assistenza all’infanzia con l’istituzione di asili nido pubblici gratuiti (utilizzando dopo oltre quarant’anni i finanziamenti statali previsti); rispondere ai problemi dei cittadini senza clientelismi, raccomandazioni, promesse che si sa già di non poter mantenere. Queste e tante altre proposte che debbono essere oggetto di dibattiti, incontri e confronti con la popolazione.

Si può uscire da questa crisi solo con la riscoperta dei valori che sono stati alla base della nostra comunità: Umanità; Solidarietà; Impegno Civile; Rispetto per l’altro; Competenza; Autonomia e Indipendenza da diktat esterni, nel rispetto dell’autonomo confronto fra i cittadini. Il confronto elettorale deve avvenire su tremi politici e amministrativi che riguardano i problemi della città ed il modo di vivere degli abitanti. Non può declinare su temi di carattere personalistico che, oggettivamente, si caratterizzerebbero come un oggettivo ostacolo al confronto delle idee.

Tutti i cittadini, i partiti e le associazioni democratiche che si riconoscono nella Costituzione della Repubblica Italiana , nel rispetto del pluralismo delle opinioni culturali e delle posizioni politiche, che riconoscono pari dignità a tutte le condizioni personali quali il genere, l’etnia, la religione, l’orientamento sessuale, debbono impegnarsi per costruire un percorso che consenta , nel quadro di una marcata discontinuità col passato, la realizzazione di una ampia coalizione in grado determinare una riscossa dei valori democratici contro l’inciviltà del “sovranismo”, del “razzismo”, del “populismo” del “neofascismo” del “pressapochismo”.

 

 

 

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L’Italia democratica che non cede alla propaganda dell’odio

SPertini a bologna 1980 autorevoloItaliadelleIstituzioni mindi Elisa Tiberia - Scegliamo di essere l’Italia democratica che non cede alla propaganda dell’odio.
Sono nata nell’Italia democratica che resisteva all’ondata di sangue delle stragi terroristiche, ero troppo piccola per ricordare anche solo di aver vissuto il clima di terrore e di paura della gente comune.
Posso solo immaginare come si sentisse quell’Italia comune, come mio padre per esempio, che ogni mattina per andare al lavoro doveva prendere il treno per Roma mentre si rincorrevano le notizie degli attentati nelle piazze, ai treni e alle stazioni.
Non così giovane da poterla studiare sui libri di storia quella pagina tanto controversa che ancora si fatica a raccontare.

Eppure, quell’eredità la sento viva, sono figlia dell’Italia democratica che ha vinto la guerra contro il terrorismo interno grazie alla forza delle Istituzioni, della gente comune che continuava a vivere, a lavorare e a viaggiare, e grazie al coraggio di quanti hanno denunciato e isolato i terroristi.
Forte della mia eredità sento di condannare con fermezza qualunque tentativo di alimentare ancora odio civile, di riaprire per propaganda strumentale la pagina più sanguinosa della storia della nostra Repubblica.

Si legge tra le pagine di un decreto di archiviazione del tribunale di Savona:
“Dal 1969 al 1975 si contano 4.584 attentati, l'83 percento dei quali dichiara impronta della destra eversiva (cui si addebitano ben 113 morti, di cui 50 vittime delle stragi e 351 feriti), la protezione dei servizi segreti verso i movimenti eversivi appare sempre più plateale.”
E poi Bologna. Non avevo ancora compiuto vent’anni la prima volta che mi sono fermata nella sala d’attesa della stazione di Bologna e mi sembra di averlo visto ieri quello squarcio sul muro e la lista dei nomi delle 85 vittime, tanto è forte quell’immagine, ed era solo uno squarcio nel muro 20 anni dopo.

In questi giorni un condannato è stato assicurato alla giustizia del suo Paese, è normale.
E segue al clamore della notizia e alla parata per accoglierlo al rientro, il rimbalzo degli articoli di quotidiani che pretendono di raccontarci che fine abbiano fatto i terroristi (listandone magari una decina di cui solo 2 vicini agli ambienti della destra eversiva) e ancora dichiarazioni social che invocano il carcere a vita anche per un paio di altri terroristi già processati, condannati e liberati, beatamente ignorando che il problema non sono i processati, condannati o liberati, semmai lo sono le indagini insabbiate delle stragi che ancora cercano i mandanti.
E comunque, nello stato di diritto in cui vogliamo vivere, le sentenze e le disposizioni dei giudici si rispettano.LItaliache partecipa difendeilsuopaese min

L’Italia ha rischiato grosso e se oggi possiamo esprimerci tutti con estrema libertà è perché ha vinto l’Italia democratica, quelle delle istruzioni e del popolo che non cedeva ai ricatti.
Ha vinto l’Italia che condannava con fermezza gli atti di violenza, ricordo per esempio le parole di Nilde Iotti su quel periodo “Parlare di amnistia, nel caso degli anni di piombo, sarebbe fuori luogo. Non dimentichiamoci che la lotta armata fu scatenata contro uno Stato democratico, non contro un regime fascista”.
Con la stessa fermezza oggi è richiesto a ciascuno, in nome della storia e del sangue innocente che l’ha macchiata, di respingere al mittente la campagna di istigazione all’odio civile.
La dialettica democratica finisce dove inizia la propaganda e dobbiamo essere abbastanza forti da non farci trascinare e diventarne strumenti di risonanza.

 

 

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Sora: estrema destra contro insegnante democratica e antifascista

  • Pubblicato in da Sora

manifestoantifascista mindi Nadeia De Gasperis - Una immagine di Salvini tuona dai muri della mia città “meno buonismo, più giustizia”, e “prima gli italiani, stop all’invasione”.
Dunque i buonisti, come accezione negativa di persona buona chi sono? Perché poi succede che per l’azione di un ragazzo, maggiorenne, del Liceo Classico Simoncelli di Sora, si alzano voci “buoniste” di clemenza, per una “bravata” stigmatizzata con fermezza dalla insegnante di lettere.

Il problema non è che il ragazzo abbia elaborato una vignetta nella quale, parafrasando, si dice “se qualcuno ti dice di ricordare la shoah, tu ruttagli in faccia”, il problema è che l’insegnante lo abbia ripreso davanti a centinaia di compagni.

Che sgarro! Un vero affronto! Si direbbe che la professoressa abbia urtato la sua sensibilità. Se solo si riuscissero a rintracciare tracce di sensibilità, potremmo valutarne scientificamente le ammaccature e punire in maniera esemplare la signora. Ecco che puntualmente si alza il coro della pletora di estrema destra, che già in un’altra occasione aveva minacciato pesantemente l’insegnante, sempre per un episodio di condanna di manifestazioni di intolleranza nel ricordo delle Foibe. Lo ricordano ora come una “sceneggiata comunista” della professoressa, per sottolineare che non è nuova a queste provocazioni.

Ricordate? Del caso ne aveva fatto una interrogazione parlamentare il senatore Gasparri, niente di meno! (… ) LS e Forza Nuova intimano di presidiare i cancelli del Liceo se fosse necessario e le cose non dovessero “attenuarsi”. Perché non si può condannare una istantstory rendendo un povero ragazzo oggetto di scherno degli altri compagni di scuola. Una istantstory, per chi avesse delle idiosincrasie con il mondo moderno come la sottoscritta, non è altro che una formula di comunicazione istantanea, che può essere rimossa in poco tempo, insomma, una cosa che dura il tempo che dura.

Allora mi vengono in mente le parole della signora Brywczymska Petronela (suocera di un nostro concittadino, Emiliano Abbate ndr), sopravvissuta agli orrori del lager, che ha fatto dono della sua drammatica esperienza ai ragazzi delle scuole di Sora e Arpino in occasione della giornata della Memoria. Il padre di Petronilla, così deperita dagli stenti, la lascia credere morta. Petronilla dice “ho perdonato, mi ci sono voluti 60 anni, ma ho perdonato”.

Una istantstory, 60 anni, come quella delle donne, sì soprattutto donne, racconta il dott. Bortolo di Lampedusa, che arrivate sulla terraferma, si tolgono i vestiti e con essi viene via la pelle e la carne. È la “malattia dei gommoni”, così l’hanno nominata, le donne sono vicine alle taniche di carburante durante il viaggio e il mix micidiale con l’acqua marina rende la nafta ustionante, spesso letale.
Come suggerisce Alessandra, insegnante, lanciando una provocazione, forse sarebbe il caso di iniziare dalla storia contemporanea, “ci stiamo allontanando dalla storia più recente e le nuove generazioni sono sempre più alienate”.

Liliana Segre, da poco eletta senatrice a vita, racconta che arrivata a Milano, ormai salva, non riconosce il posto dove sta, si sente già vecchia, a 16 anni soltanto, senza padre, madre, parenti, ricorda che il suo papà, in un giorno d’orrore come un altro, si è scusato di averla messa al mondo e lei gli ha risposto di essere felice, tra l’orrore della morte e della paura, di essere lì, di essere nata. Si nasce per essere stati concepiti in pochi istanti, istantstories, bastano pochi istanti per concepire la stupidità umana, non basteranno secoli per capirla ed elaborarla.

 
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25 maggio 2014 giornata democratica europea

bruxelles parlamento-europeodi Donato Galeone - 400 milioni di cittadini possono accelerare il cambio di passo all'Unione Europea. La giornata del 25 maggio - rinnovo del Parlamento Europeo - è vicinissima e il confronto è prevalentemente mediatico, con vaghe dichiarazioni di intenti e scarsi contatti tra Elettori e Candidati proposti - nelle estese circoscrizioni elettorali - dai Partiti Europei il PSE, PPE ed altri, che se eletti, con sufficienti voti, saranno candidabili a Presiedere la Commissione, come previsto dall'art. 17, comma 7 e 8 del Trattato sull'Unione Europea.

Questi riconosciuti Candidati - presentati dal PSE e dal PPE o di altri Partiti - si interfacciano con i Candidati territoriali nazionali che in Italia - da nord, centro e sud - sono concorrenti per il seggio parlamentare e ripetono - tutti - di "usare più voce a Bruxelles o di battere i pugni sul tavolo".
E' raro sentire o ascoltare Candidati che si propongono sui territori circoscrizionali elettorali "come e cosa fare" - se eletti - per avviare a fronteggiare nei 28 Paesi dell'UE la disoccupazione – apripista delle povertà e della esclusione sociale - che a marzo 2013 è del 10,5% per un totale di 25,6 milioni di persone (dati Eurostat 2 maggio 2013) e che in Eurozona sale all'11,8% colpendo circa 19 milioni di cittadini che attendono lavoro.
E' prioritario, ritengo, quanto essenziale conoscere e discutere su questi dati veri per sapere il "come e cosa fare" - pur gradualmente - nei prossimi anni se si stima che nel primo trimestre del 2008 la disoccupazione era del 7,2% nella UE e nell'Eurozona del 7,6% e che ci vorrebbero più o meno 6-8 anni se si prevedesse lo stesso calo di disoccupati dello 0,2-04% rilevati a marzo 2013, per riprendere gli stessi livelli disoccupazionali, del 2008.
In questa prevedibile, non auspicabile attesa, di non lavoro è conseguente conoscere, anche, con quali ammortizzatori sociali e programmate risorse si dovrà garantire a milioni di persone un reddito minimo di sopravvivenza individuale e famigliare.

Il Candidato ad un Parlamento che deve rappresentare 28 Paesi sia che trattasi del proposto Martin Schulz del PSE o di altri Candidati a presiedere la Commissione e sia ogni altro "candidato nazionale" - di genere maschile o femminile - dovrebbe interfacciarsi continuamente con i livelli di "conoscenze socio-economiche europee" per informarsi, convenire e riconoscersi, nei propri elettori del 25 maggio, prima direttamente e poi in quella "dimensione istituzionale europea" se vuole davvero ripensare e proporre, nel concreto, il "come cambiare quelle regole e quei rigori vincolanti" che hanno frenato crescita e sviluppo.
Il Candidato oltre che riconfermare la sua disponibilità, non per riequilibri interni di Partito ma per convinta causa politica europeistica - sociale ed economica - è obbligato a contrastare, irreversibilmente, le tendenze di un euro scetticismo, non solo a parole, ma deve rivendicare e rendere visibile - con il lavoro vero ed un minimo reddito sociale - il "dovere sociale dell'Unione Europea"- essenzialmente – con il rivedere e ripensare tra e per ogni misura di settore produttivo, programmabile entro il 2020, la quota parte incidente e sufficiente per ridurre la disoccupazione e, con il lavoro ed il minimo reddito per inclusione sociale, di non distruggere quel capitale umano per lo stesso futuro dell'Unione Europea.
Si dovrebbe ripartire, a mio avviso ed innanzitutto, dalla basilare condizione di "conoscenza sociale dell'infanzia europea e nazionale" che in Europa conta una povertà minorile ed un rischio di esclusione sociale di almeno 27 milioni di bambini e la crisi economica corrente favorisce l'aumento di questo rischio.
Rilevo che, purtroppo, non si dice nulla in questi giorni, negli incontri elettorali, letture e dichiarazioni ai giornali locali per capire, motivare, avviare, verificare e tentare di misurare la "povertà minorile" anche in Provincia di Frosinone e nel Lazio - per impegnarsi sul "come raggiungere i ripetuti obiettivi strategici" che l'Unione Europea prevede di attivare anche nel territorio elettorale del Candidato e sul "come portare fuori dalla povertà" una quota parte di quei 20 milioni di bambini europei entro il 2020.
Io penso che rilevata nei Centri per l'Impiego della Provincia di Frosinone la conta di 111.476 persone che attendono lavoro, tra 60.317 donne e 51.160 uomini, potrebbe stimarsi da 25.000 a 30.000 famiglie già in povertà e di possibile esclusione sociale nella Ciociaria.

Sono famiglie private sia del "fattore reddito da lavoro" e sia del "fattore accesso alle prestazioni sociali" che aggiunte alle famiglie dei cassaintegrati e in mobilità (media di 137 su 1.000 occupati) rappresentano - nella Provincia di Frosinone - con "questi due fattori base" di privazioni, la "circoscritta identità della persona povera" verso i Centri della Caritas che è non solo visibile individualmente quanto è, spesso, esposta - con i suoi bambini - in una condizione di povertà minorile famigliare.

Sappiamo - ma riflettiamo poco - che la identificazione della "povertà infantile" non è neppure e non solo per la mancanza di denaro ma è, sopratutto, per il mancato o scarso accesso dei bambini alle strutture della prima infanzia, alla istruzione e alla abitazione, in particolare, congiunta alla bassa partecipazione nelle attività sociali, culturali e religiose e, conseguentemente, da collocare molto"lontano dal gruppo locale dei pari" e non solo di età.
Ecco la primaria azione di coinvolgimento, quindi, impegnata per "superare la disuguaglianza" che se non è soltanto causa di povertà ne è, però, anche una conseguenza.

Ogni giorno incontriamo e vediamo che i bambini nati in "condizioni svantaggiati" o appartenenti a "gruppi vulnerabili" non essendo alla pari partono, oggettivamente, con uno svantaggio che nel vissuto di tutti i giorni dell'anno lo svantaggio potrebbe ridursi, soltanto, con l'avvio di un solidale impegno sociale continuo.
Ma sia all'inizio del confronto elettorale ed anche in queste ultime settimane, tra gli impegni politici e sociali dei Candidati al Parlamento Europeo, si è rilevato una scarsa quanto nulla attenzione al richiamo europeo e ai vincoli della Convenzione ONU "sui diritti di ogni bambino a sviluppare pienamente il proprio potenziale sociale, emotivo, fisico e cognitivo".

Dovremmo rilevare e convenire "sulle radici portanti" del disagio sociale, per sradicarle e. comunque, agire per ridurre il rischio povertà che in l'Italia ha raggiunto il 33,8% e , mediamente, nell'Unione Europea è del 28%.
Queste ampie disuguaglianze, peraltro vissute in contesti svantaggiati, non si esauriscono in tempi brevi e si possono trascinare anche per generazioni.
Ecco, quindi, l'assoluta urgenza sociale di "rilanciare più solidarietà europea" per uscire dalla recessione e dalla disoccupazione, aggiungendo alla parola crescita, la "quantificazione degli investimenti pubblici e privati sia materiali che immateriali".
Sento affermare e ripetere dai Candidati europeisti dichiarati, inclusi quelli del mio Partito, il PD, che dal 25 maggio 2014, con il nuovo Parlamento si deve "cambiare segno, cambiare verso, cambiare passo" perché il disagio sociale, con le sue austerità, ha soffocato sviluppo e lavoro nel contesto della crisi economica e finanziaria di questi ultimi cinque anni, colpendo l'Europa e logorando le sue istituzioni nelle sue iniziative politiche erodendo, finanche, la fiducia di molti cittadini europei.
E' in questa articolata realtà europea, complessa e differenziata tra i 28 Paesi, il 25 maggio 2014, con i circa 400 milioni di cittadini europei, nell'esercizio dei diritti democratici di voto, siamo chiamati a votare il nostro Parlamento e indicare chi vogliamo alla guida dell'Esecutivo europeo.

Guida che, superando ogni demagogia su euro si euro no e proponendo condizioni di sostegno agli investimenti pubblici e privati, quale priorità doverosa dell'Unione Europea, potrà rilanciare una gestione certa e rapida del "pacchetto investimenti sociali" mirato a ridurre tanto gli alti livelli di povertà infantile e famigliare quanto, con il lavoro vero, riavviare una dignitosa inclusione sociale di cittadini, quale parte attiva nella costruzione dell'Unione politica degli Stati europei.
Frosinone, 10 maggio 2014.

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