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PSI Ceccano. Che dire della gestione del depuratore consortile?

PSI “SANDRO PERTINI” CECCANO

A proposito del consiglio comunale del sei maggio '22

psi 350 minSi assiste con sgomento ai consigli comunali, ormai dovremmo essere abituati ai loro continui sproloqui, ma il consiglio comunale del sei maggio c.m. è stato il più fantasioso.

Si premette che il problema ambientale, purtroppo presente assiduamente nella nostra amata terra, non ha colore politico. Si ricorda che il sindaco assume sia il ruolo di autorità sanitaria che di pubblica sicurezza, l’amministrazione deve farsi carico delle proprie responsabilità. L'interrogazione “del 11 novembre 2021 avente in oggetto le vicende che hanno interessato la gestione del depuratore consortile” presentata dal nostro consigliere, Emiliano Di Pofi, insieme agli altri consiglieri di minoranza, rivolta all’assessore Del Brocco è stata accolta dall’assessore con ilarità. C’è poco da ridere e da scherzare. Potrebbe incrementare i controlli, ad esempio sul depuratore dell’Asi e sulle aziende che emettono quella puzza acre che raggiunge in alcuni casi anche il centro storico della cittadina, ma più spesso avvolge come un manto velenoso la parte bassa. Il nostro territorio è profondamente ferito dall'inquinamento, non è difficile incontrare accumuli e piccole discariche di rifiuti.

C’è assolutamente bisogno di interventi strutturali, di diffondere la cultura dell’ambiente. Non basta farsi selfie.
Nascondersi dietro la solita frase faziosa che viene ripetuta come un mantra da questa amministrazione, non funziona più, Caligiore e la sua giunta siedono in consiglio comunale da ben 7 anni.

Ceccano, 10 maggio 2020. Comunicato stampa PSI sezione Sandro Pertini di Ceccano Angelo Belli, iscritto

 

 

 

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Tra il dire e il fare c'è di mezzo il mare e, tra il fare e il mantenere che c'è?

SANITA’, VOCI DAL TERRITORIO

...tra il fare e il mantenere c'è un cratere dove finiscono per bruciare milioni di investimenti

ASLRm5 Osp.Colleferro 390 minAbbiamo assistito nei giorni scorsi alla presentazione da parte della Regione degli investimenti PNRR nella ASL Roma 5. Fiumi di denaro che viene investito in sanità. L’investimento si annuncia come parte del più ampio piano riorganizzativo della sanità laziale che vede impegnati 700 milioni di euro fino al 2026.

A parte ogni considerazione sulla reale e completa fattibilità del piano e sui tempi lunghi di realizzazione, che avranno delle ricadute inevitabili sulla salute dei cittadini, ancora una volta siamo testimoni di decisioni calate dall'alto senza alcun coinvolgimento partecipativo dei cittadini del territorio. Ancora una volta l'opinione dei cittadini e la saggezza popolare del territorio vengono lasciati fuori dai palazzi. Ancora una volta le richieste dei cittadini in merito agli interventi urgenti sullo stato attuale della sanità vengono ignorate e ci si concentra sulle opere a media, lunga scadenza. Ancora una volta si perde di vista il problema più grosso che attanaglia il Servizio Sanitario Nazionale che è la carenza del personale.

Il cittadino si chiede: "Ma come faranno a riempire di personale i nuovi servizi quando la carenza del personale attanaglia già il sistema attuale con minori servizi? Ma come faranno ad affrontare i maggiori costi di gestione?”. Una volta chiusi i rubinetti del PNRR, il rischio è di trovarsi con altre cattedrali nel deserto, per abbandono di strutture modernizzate o ricostruite, con ricadute gravissime sul sistema socio sanitario.

In tutto ciò, c'è anche l'altra faccia della medaglia denunciata recentemente dal Forum delle Società Scientifiche dei Clinici Ospedalieri e Universitari, il quale rivela che il PNRR prevede "pochissime risorse" per l'assistenza ospedaliera, mentre invece gli ospedali andrebbero “rifondati, recuperando il gap esistente con quasi tutti gli altri Paesi della UE” sia dal punto di vista della carenza dei posti letto che per l’inadeguatezza degli operatori sanitari in rapporto alla popolazione, cosa molto evidente sul nostro territorio, più che in altri. (Per confrontare i dati si veda: https://www.ansa.it/canale_saluteebenessere/notizie/sanita/2022/02/02/societa-scientifiche-ospedali-vecchi-e-letti-sotto-media-ue_58138d71-cc64-4277-a573-50e044355ac3.html).
Tutto ciò sembra non scalfire minimamente le convinzioni dei nostri amministratori regionali, ma ci auguriamo invece che i sindaci si facciano sentire e non lascino soli i loro concittadini in questa lotta.

Presidente coordinatore del
Comitato Salute ed Ambiente ASL Roma 5
dott. Stefano Fabroni
Coordinatore del Comitato Libero
"A difesa dell'ospedale di Colleferro"
dott.ssa Ina Camilli

 

 

Edmon Karagozyan
Comitato Salute ed Ambiente Asl Roma 5
Vice Presidente con Delega per la Comunicazione

 

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I cittadini chiamano in causa ASL di Frosinone sul biodigestore

BIODIODIGESTORI: URGE PROGRAMMAZIONE REGIONALE

“la Asl si schieri a favore dei cittadini e dica un fermo no al biodigestore a Frosinone”

Biodigestore Wikipedia 380 minIn data 13 agosto 2021 i delegati del Comitato Genitori No Inquinamento Valle del Sacco, Comitato No biodigestori Frosinone e Valle del Sacco, Comitato Residenti Colleferro e Gruppo Consiliare Frosinone Indipendente, dopo esplicite richieste degli stessi, hanno incontrato il Direttore del Dipartimento di Prevenzione, Dottor Giancarlo Pizzutelli ed il Responsabile dell’UOC SISP della ASL di Frosinone, Dottor Giuseppe Di Luzio.

Le istanze erano volte a conoscere i motivi per cui la ASL di Frosinone non abbia partecipato ad un procedimento - la Conferenza di servizi - finalizzato ad acquisire in via preventiva, da parte dell’imprenditore proponente, la valutazione di impatto ambientale per il nuovo impianto industriale di biodigestione, sito in via Antonello da Messina, a Frosinone, della Maestrale s.r.l. In particolare si chiedeva la motivazione per cui la ASL di Frosinone non avesse né presenziato in Regione, né inoltrato parere scritto: a tale domanda la ASL, nella persona del Dottor Giuseppe Di Luzio, ha risposto che è stata scelta la strada amministrativa del silenzio-assenso, che di fatto esprime ed equivale ad un parere favorevole all’impianto in oggetto.

Negli interventi i delegati hanno richiamato tutte le risultanze degli studi prodotti sulla situazione sanitaria ed ambientale della Valle del Sacco che rendono incompatibile l’istallazione di un impianto di biodigestione per il trattamento di 50.000 tonnellate l’anno di FORSU (frazione organica del rifiuto solido urbano) e che rappresentano oltre 10 volte la necessità dello smaltimento del territorio del Comune di Frosinone (circa 4.000 tonnellate annue). Non dovrà ripetersi quanto accaduto per l’autorizzazione al biodigestore di Anagni, ben 84.000 tonnellate annue, contro una necessità anagnina di circa 2.000 tonnellate annue, dove il procedimento si è concluso a favore della realizzazione dell’impianto, senza il parere espresso da parte della ASL di Frosinone.

I delegati intervenuti hanno chiesto alla ASL di Frosinone di presenziare alla terza ed ultima conferenza dei servizi producendo un parere scritto di propria competenza affinché la posizione assunta dall’Istituzione ASL sia trasparente e motivata; i delegati hanno altresì sollecitato l’Azienda Sanitaria di Frosinone a richiedere in Regione l’avvio della VIIAS (Valutazione Integrata di Impatto Ambientale e Sanitario) per valutare l’impatto cumulativo a tutela del danno ulteriore da inquinamento alla salute, nel rispetto del principio di precauzione in un territorio già SIN (Sito di Interesse Nazionale).

Nel prossimo incontro, previsto nei primi giorni di settembre c.a., i suddetti delegati verificheranno se le richieste avanzate avranno trovato riscontro: si rappresenta che, seppure non decisionale, il NO della ASL sarà fondamentale per indurre anche la Regione a dire NO, poiché la ASL è quell’Istituzione che deve lavorare in difesa della salute dei cittadini.

Frosinone, 16 agosto 2021
Comitato Genitori No Inquinamento Valle del Sacco
Comitato No biodigestori Frosinone e Valle del Sacco
Comitato Residenti Colleferro
Gruppo Consiliare Frosinone Indipendente

 

 

 

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Dire NO non basta

Riportare i partiti alla loro funzione istituzionale

referendum taglio parlamentari no 370 minIvano Alteri - A proposito del referendum costituzionale del 20 e 21 settembre 2020, per confermare o meno la riduzione del numero dei parlamentari previsto in Costituzione, occorre fare una premessa, necessaria per rispetto della verità e dell’intelligenza delle persone: i proponenti hanno avuto, e in certa misura continuano ad avere, ottime ragioni per osteggiare un ceto politico che negli ultimi decenni ha mostrato con tutti i mezzi la sua propria lontananza dal corpo dei rappresentati. Quella lontananza, in termini politici, si traduce in un tradimento: coloro che dovevano rappresentare non hanno rappresentato.

Detto così potrebbe sembrare poco, ma immaginate un muratore incaricato e pagato per costruire case, che non ne costruisce; un medico incaricato e pagato per curare, che invece non cura; un insegnante incaricato d’insegnare che non insegna… e a questo, però, aggiungete che la mancata rappresentanza politica, per cattiva volontà o per inettitudine, non è una mancanza qualsiasi. Se a fronte di un muratore, di un medico, di un insegnante che non fanno il loro mestiere ne discende che non abbiamo una casa, le cure o l’insegnamento, se è il politico a non fare il suo mestiere vengono a mancare tutte le cose insieme; ossia, l’intera esistenza delle persone ne è compromessa. E non serve fare esempi, per dimostrare questo; basta guardarsi intorno e notare tutti i disastri economici, sociali, culturali, ambientali, materiali che appestano la vita di uomini e donne, giovani, vecchi e bambini.

Quindi, la mancanza di rappresentanza politica da parte di chi dovrebbe garantirla è un delitto senza possibilità di espiazione, sia commesso per accidente o, ancor peggio, deliberatamente (come è legittimo, almeno, sospettare). È giustificata, allora, quella rabbia dei cittadini più avveduti, nei confronti loro? È difficile non rispondere Sì. Ma a questi stessi cittadini, giunti a questo punto cruciale, occorre anche ricordare che la rabbia cieca non produce buoni frutti; e sarebbe opportuno che si ponessero, qui ed ora, una domanda fondamentale: ridurre il numero dei parlamentari risolve il problema della mancata rappresentanza politica dei cittadini? E qui è difficile non rispondere No; anzi, l’aggrava.

Ma allora i fautori della riduzione dei parlamentari dovrebbero prendere atto, e non sarebbe ancora troppo tardi, che il Sì al referendum non è la risposta giusta alla più che legittima domanda di rappresentanza. D’altra parte, però, anche gli avversari dell’ipotesi di riduzione dei parlamentari dovrebbero prendere atto che il loro No non sarebbe la risposta giusta a quella domanda, potendo constatare che neanche l’attuale numero dei parlamentari ha garantito quella necessaria rappresentanza politica.

I semplici Sì e No, quindi, sono entrambi risposte sbagliate. Rispondere Sì è sbagliato, perché aggrava ulteriormente il problema; rispondere No è sbagliato, perché non basta a ridare rappresentanza e può dare persino l’illusione che il problema sia stato risolto.

L’unica risposta giusta, alla luce di questo discorso, è un No consapevole della propria insufficienza, di dover andare ben oltre, e giungere ad una conclusione ineludibile: l’unico modo per ridare rappresentanza politica al “99%” dei cittadini è ridare ai partiti la funzione che la Costituzione ha loro assegnato, di tramite tra la società e le istituzioni democratiche. E l’unico modo per far questo è ricreare la partecipazione politica al loro interno.

Girarci intorno, è una disastrosa perdita di tempo per i cittadini e un affare inestimabile per i politicanti e il sistema parassitario che spesso effettivamente rappresentano.

Frosinone 11 agosto
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Smettiamola di dire Ormai

Grazie a Rossana Germani ora disponiamo su UNOeTRE.it di questa interessante e bella intervista a Mimmo Lucano Sindaco di Riace

Mimmo Lucano il Sindaco dellaccoglienza 350 min(due video) "Nessun essere umano può rimanere indifferente quando un altro essere umano chiede di essere aiutato". È stato Mimmo Lucano a pronunciare queste parole ed è stato lui che le ha messe in pratica costruendo dal nulla, anzi da una realtà politica territoriale molto ostile, un paese modello. Quando si parla di accoglienza e di integrazione e di come sia possibile che culture diverse possano coesistere nello stesso territorio senza alcun problema, è naturale pensare a Riace e a quel grande uomo che ha reso possibile tutto questo. Mimmo Lucano che, grazie alla sua tenacia e alla sua voglia di lottare per un mondo più umano senza alcun confine, è riuscito contro ogni aspettativa a portare la sua Riace a modello di accoglienza ed integrazione conosciuto in tutto il mondo.

È stato sindaco del suo paese per tre mandati consecutivi e grazie al suo operato ha ottenuto molti premi, riconoscimenti e nomine.
Nel 2010 è stato nominato 3°sindaco migliore al mondo nella World Mayor, il concorso mondiale della City Mayors Foundation;
è arrivato al 40°posto tra i leader più influenti al mondo secondo la rivista americana Fortune; nel 2015 ha ricevuto il premio per la pace e dei diritti umani a Berna; nel 2017 ha ottenuto il premio per la pace Dresda; nel 2018 gli è stata conferita la cittadinanza onoraria dal comune di Milano. La lista è ancora lunga ma mi fermo qui.

Nonostante le vicende giudiziarie che purtroppo lo hanno visto protagonista, finora risolte con assoluzione è, e resterà sempre, il sindaco che ha fatto dell'immigrazione una risorsa per il suo paese facendolo rinascere e vivere in un'armonia di culture diverse ma ben integrate tra loro. Un uomo che ha lavorato con il cuore ridando la dignità a tutte quelle persone che altri consideravano solo un peso e solo numeri in più da respingere. Senza mai guardare agli interessi personali o familiari, Mimmo ha portato avanti la sua battaglia contro ogni forma di potere grazie alla sua determinazione e alla sua umanità.
La fondazione "È stato il vento" continuerà a sostenere la sua missione per la vita integrata.

Grazie Mimmo, è stato un onore per me intervistarti. (L'intervista dopo questo primo video)

 

 

Smettiamola di dire Ormai

Doveva essere un'intervista. Ma con un uomo vero e sanguigno come Mimmo Lucano la prima domanda è bastata per farlo esplodere come un fiume in piena, senza argini. E così ci ha raccontato la “genesi” della sua vita politica e come è arrivato ad essere uno dei simboli più significativi dell’ACCOGLIENZA dei migranti.
Partiamo dallo scenario: Riace nella Locride. Regione Calabria. Anni 60.

Il padre era un insegnante, militava nella DC. Mimmo definisce la Democrazia Cristiana il “marcio religioso di una chiesa che fa parte della massoneria religiosa con dei rapporti di privilegio".
«La DC era il partito del potere, il partito della mafia. Strumento usato per mantenere i privilegi e lo status quo, dal dopo guerra agli anni 80».
Ma le sue influenze politiche furono di tutt’altra fonte. Da giovane frequentava il circolo di “Unita Proletaria”. E a scuola frequentava un prete missionario, un missionario che oltre che di chiesa, si occupava di politica, politica socialista, un elemento politico, nella sua zona, di riferimento della sinistra dell’epoca. Influenzò Mimmo e influenzò anche altri suoi compagni.
«Poi fu scomunicato...
Era ovvio. E questo dimostrava che, dopo il 68, le mafie dettavano le condizioni alla DC locale».

La sinistra che cominciò a frequentare come militante era una sinistra con una marcata ideologia. Avevano dei principi, si facevano dei ragionamenti. I suoi compagni facevano delle analisi lucide sul proletariato, la lotta di classe. Ed erano condivisibili.
L’errore fu il fatto che, non vedendo i loro obiettivi raggiungibili e non facendo passi avanti, passarono alla lotta armata. Il potere non gli dava scampo. «Io la pensavo diversamente: Se non si raggiungono gli obiettivi non si possono uccidere le persone».

Si stava creando una sinistra abbandonando il PCI. Si stava addolcendo l’ideologia del proletariato. Ma questo ha lasciato un vuoto.
«Hanno cercato di coinvolgermi, ma non volevo aderire alla lotta armata. Questo ci avrebbe portato all’oblio. Quando tornavo da Roma per gli incontri con i militanti, mio padre era preoccupato che io fossi coinvolto con il terrorismo rosso».
Poi arrivarono gli anni in cui si persero, molti emigrarono. E anche Mimmo si allontanò dalla sua terra per un po’. Ma dopo due anni rientrò; non poteva accettare di trasferirsi in un’altra città, magari cercando lì i propri paesani, pensando però di aver tradito la propria terra. «Non potevo stare lontano dal mia paese. Volevo essere protagonista della sua rinascita. Non facevo le cose per me e la mia famiglia, la mia famiglia era lontana. Io ero da solo e volevo solo la rinascita del mio paese».

E così, nel ‘95, si presentò alle comunali, con una sua lista, e fu una grande lezione: 12 persone in lista, 20 voti. mimmo lucano 390 min
Gli servì veramente da lezione. Capì che la società si organizza in funzione di sistemi mediatici. I poteri forti e le forze economiche determinano l’atteggiamento dei consumatori. Non gli ideali.
Ma gli altri si fecero scoraggiare dalla sconfitta. “Ci siamo persi." «L’epilogo di una generazione che, siccome non era riuscita a prendere la posizione di comando del comune, allora si era arresa. Per me invece non era un epilogo, ma una lezione da imparare.
LA PARTECIPAZIONE NON È RINUNCIARE MA È AVERE SEGUITO ANCHE DOPO LA SCONFITTA».

Mimmo continuò a frequentare il circolo, con tutte le difficoltà dell’epoca. Non c’erano soldi. Entrava acqua dal tetto, tutto era fatiscente. Ma per lui non era un sacrificio continuare a battersi.
«Volevo dire al mondo che c’è una situazione locale che può dimostrare che ci sono cose che si possono fare. Che non bisogna arrendersi.
Nel '95 cominciai a frequentare il vescovo della Locride e attuale arcivescovo di Campobasso Giancarlo Maria Bregantini e gli ambienti della Croce Rossa.» Il vescovo lo conquistò con una frase: “Smettiamola di dire ORMAI”.
Iniziò una militanza che aveva una forte influenza del PKK. I curdi avevano una via al socialismo a loro modo. "«Non ho mai conosciuto Öchalan di persona, ma mi influenzò con la sua idea di democrazia partecipativa.»

Nel '97 si interessò alla politica dell'accoglienza di Baudolato (comune in provincia di Catanzaro) e poi, a seguito dello sbarco dei curdi avvenuto nel '98, iniziò a pensare di ripopolare il centro storico chiedendo la disponibilità delle case abbandonate ai proprietari residenti in Argentina, in America del Nord e in Nord Italia. Così, con i curdi e con l'aiuto del vescovo, Mimmo realizzò un villaggio solidale con anche un frantoio.

«Questo da una parte dava l'impulso a reagire ad una realtà fortemente rassegnata e spopolata che stava facendo la fine di tanti paesi dell'entroterra ma dall'altra parte era anche una risposta, un risveglio per l'identità del luogo fortemente legato al concetto dell'ospitalità. Non c'è stato ostacolo da parte dei pochi rimasti della comunità locale e dei Rom che frequentavano abitualmente anche la mia casa.
Nel 2001 ho conosciuto Gianfranco Schiavone dell' ICS (Consorzio Italiano di Solidarietà) che era venuto in Calabria perché stava pensando di creare un sistema nazionale d'accoglienza attraverso il ministro dell'interno, l'UNHCR e l'ANCI. Così, eletto consigliere di minoranza, nel nostro comune feci questo progetto per realizzare i borghi con i rifugiati e il sindaco socialista pro-tempore aderì. L'accoglienza a Riace è nata con il programma nazionale d'asilo che è stato il primo progetto che ha anticipato lo SPRAR per effetto della legge Bossi-Fini del 2002. Così il comune di Riace partecipa al bando ministeriale e diventa uno dei primi comuni assieme a circa altri 80 comuni italiani a partecipare all'accoglienza organizzata.
Poi i curdi se ne andarono.
Arrivammo così nel 2004, con le elezioni comunali. Gli immigrati continuavano ad arrivare. Ma per continuare con la politica dell’inclusività e dell’accoglienza, il linguaggio doveva necessariamente cambiare. Le persone vogliono il vantaggio economico. Parlavo di una possibilità di rimanere in questi luoghi. Di non abbandonarli. Nessuna grande opera, ma rispettare l’anima del centro storico e dei suoi quartieri», ecco il valore che Mimmo prometteva.

Tutti dicono ormai, ma lui no!
«La partita si stava giocando a Riace Marittima. Consumando ogni metro di spiaggia. Dicevo di fermarci e rispettare il territorio. Abbandonare la visione consumistica e trasformare i territori per dare ricchezza.
Le mafie volevano il contrario».
La sua proposta fu: Recuperare l’esistente. Un risveglio di un identità.
Un forte esempio fu quello del riciclo dei rifiuti. Per raggiungere tutti i punti del paese, si organizzò con gli asini e i carretti di legno.
Riace era diventato un modello di inclusività e di accoglienza. Tutti avevano un vantaggio. Ripopolare un paese che stava cadendo nell’oblio significava dare valore alle case, ai terreni.

«Ma questo modello dava fastidio alla destra. Ribaltava la loro equazione.
“migrante=delinquenza”. Riace dimostrava che invece si poteva avere un’altra visione». «Era iniziata la mia persecuzione politica. Quindici anni di esperienza, bruciati da un prefetto simpatizzante di Forza Nuova.
Una campagna denigratoria, costruita su falsità che hanno portato ad un sindaco leghista. E sapete cos’ha fatto, il sindaco leghista il 26 marzo, in piena emergenza Covid-19? si è aumentato la propria indennità. L’ha fatto da solo. Come ha fatto da solo un atto amministrativo, pur non avendone la facoltà, quello di far tagliare l’energia elettrica ad una madre con due figli che non simpatizzava con la Lega». Riace avversava la teoria che l’immigrazione era un danno, era il completo opposto. Per questo era una realtà da chiudere.
Un laboratorio di umanità, di solidarietà e di cultura. Un ideale di una città aperta, non di fortezze e di chiusure, ma un ideale di Libertà.

Riace ha dimostrato che possono convivere persone di diverse etnie, con simpatie, antipatie, amori e legami.
Nessuno era migrante, tutti erano viaggiatori.

«Così, ho fatto il sindaco!

 

 

L'intervista e la sua presentazione sono state pubblicate entrambe su CiesseMagazine il 22 aprile 2020
Rossana Germani fa parte della redazione di CiesseMagazine e per essa cura anche la rubrica di cultura, libri e poesia.

 

 

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Si fa presto a dire "Didattica a Distanza"

Una riflessione.

didattica a distanza 350 minDa una mail ricevuta da Antonella Necci - La DaD (didattica a distanza) si esplicita in formule variegate e diversificate. La video conferencing è solo una di esse.

Un docente può produrre materiali, selezionarne di esistenti, adattarli secondo un percorso o anche secondo ‘suggestioni’ didatticamente significative.

Il video conferencing, nello specifico, porta con sé una serie di problematiche, tutte essenzialmente riconducibili alla privacy e alla mancanza di adeguata sperimentazione pregressa rispetto, per esempio, al feedback da parte degli studenti (tempi di attenzione, accessibilità alle piattaforme, disponibilità dei device), ma anche rispetto alla percezione della stessa come effettiva ‘didattica’ (e come didattica ‘effettiva’).

La Scuola e le scuole erano complessivamente impreparate a un’emergenza sanitaria di queste proporzioni. In realtà, il più delle volte la Scuola è impreparata da anni anche alla presenza di normali presidii igienico-sanitari come carta e sapone.
Allora, invece di mettere l’accento su piattaforme che funzionano o meno, docenti più o meno vecchi, scuole più o meno pronte a rispondere alle criticità, mettiamo l’accento, piuttosto, su anni di ‘disinvestimento’ sulla scuola pubblica, sull’uso di tecnologie solo a voce sbandierate, su un aggiornamento del personale docente quasi inesistente e lasciato in mano alle tasche e all’iniziativa dei singoli.

Vedo colleghi docenti di scuole di ogni ordine e grado letteralmente massacrarsi per non abbandonare i propri studenti, confrontarsi con realtà che nessuno ha mai spiegato loro e sentirsi un senso di responsabilità oltre ogni, e diciamolo, lecita aspettativa.

Allora leggo di hacker sulle piattaforme, di mamme che spiano le lezioni dei figli, di lezioni che girano sui gruppi whatsapp dei genitori.
Un titolo di studio non fa un docente. Un docente è professionalità, ricerca, confronto, buon senso, studi pedagogici e didattici, attenzione, cura. E se anche la scuola è un servizio pubblico e come tale se ne deve poter indicare un tasso di gradimento, non mi sembra che altri servizi pubblici siano mai stati attaccati frontalmente e da più fronti come la Scuola Pubblica.

Il giudizio bisogna darlo a posteriori, quando gli studenti di oggi saranno gli uomini di domani e magari ricorderanno con molta più indulgenza dei loro genitori e dei demolitori a prescindere quella prof. che faceva fatica a modificare le impostazioni dell’audio o che gridava troppo per paura di non essere sentita.

Eroi, anche gli insegnanti. Sempre con i ragazzi e per i ragazzi. E, in molti casi per fortuna, anche con quei genitori che li apprezzano.

Quello che qui allego è la mail-sfogo di un docente che, portavoce di tanti nelle sue attuali condizioni, chiede a gran voce chiarezza.
Chiarezza nella definizione del suo ruolo. Ora più che mai. Chiarezza nella definizione di programmi adatti alla didattica a distanza. Chiarezza nella definizione dei termini di valutazioni congrue e pertinenti. Pertinenti a cosa ci si deve aspettare da un'utenza sollecitata da fattori e distrattori mai consoni ed adeguati al dialogo educativo. E dunque, infine, chiarezza su cosa oggi si intende per dialogo educativo.

 

 

 

Modulo nuovo di Autocertificazione per ottemperare alle disposizioni dell'emergenza coronavirus da SCARICARE, STAMPARE e COMPILARE

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"Non mi venite a dire che in Italia non c’è razzismo!"

razzismoneilocalinotturni 360 mindi Antonella Necci - Diverso da me, ma uguale. Bolzano: È la festa della donna, venerdì 8 marzo. Mouhamedali Toumi va assieme ai suoi amici in una discoteca del capoluogo altoatesino per festeggiare il suo 24esimo compleanno. Indossa t-shirt bianca e blue jeans, così come diversi suoi compagni di serata, ma a differenza di loro non ha bevuto, perché per motivi religiosi non tocca gli alcolici. Lo stesso un suo amico originario del Pakistan (H.A.). Eppure sono proprio loro due, gli unici completamente sobri del gruppo, a non poter entrare nel locale.

«Verso mezzanotte e mezza abbiamo lasciato le giacche in macchina e siamo andati all’ingresso. Al nostro arrivo, il buttafuori ha controllato i documenti e mi ha detto di aspettare un attimo. Quindi mi ha guardato e mi ha detto: “Tu stasera non entri”. Poco dopo, è arrivata una coppia dell’Est, sui 25 anni, e lo stesso buttafuori non ha ammesso i due nel locale, sempre senza dare una spiegazione. Per loro fortuna, però, è arrivato un altro adetto della sicurezza che li conosceva e li ha fatti entrare».

Vista questa scena, Mouhamedali si innervosisce. «Non mi stava bene – continua –, quindi ho chiamato una Pr del locale che conoscevo ma non rispondeva. Poi casualmente lei è uscita, così ho visto un barlume di speranza e le ho spiegato l’accaduto, per vedere se potesse fare qualcosa». Ma è a questo punto che, secondo il racconti di Toumi la vicenda prende, se possibile, un piegha ancora peggiore. «Io fino a quel momento – dice Mouhamedali – avevo parlato in italiano, mentre il buttafuori si è messo a parlare con la Pr in tedesco, forse pensando che non lo capissi. Ma io invece capivo tutto… Alla domanda della ragazza sul motivo per cui io fossi rimasto fuori, lui le ha risposto: “Guardalo”».
«I motivi per cui qualcuno viene lasciato fuori – spiegano dal locale – non sono legati al colore della pelle, bensì a come il cliente si presenta all’ingresso, con riferimento sia al dress code sia al comportamento da tenere nella discoteca». Peccato che la sicurezza abbia tenuto fuori solo Mouhamedali e il suo amico di origine pachistana, gli unici due del gruppo che non avevano toccato alcol per tutta la serata e vestiti come tanti loro amici.

Torino. Una festa studentesca in un locale. Poi una telefonata: "Papà, non mi lasciano entrare in discoteca perché sono nero". L'episodio si è verificato lo scorso 23 dicembre, quando a un ragazzo di origine brasiliana di 16 anni è stato negato l'ingresso al Club 84, nel parco del Valentino, dove era in corso una festa natalizia organizzata dagli studenti del Curie Vittorini, la scuola frequentata dal ragazzo. Un giovane originario di Salvador de Bahìa e in Italia da quando aveva 8 anni, figlio adottato di una coppia torinese.
"Sono molto dispiaciuto per quello che è capitato", racconta il padre del ragazzo a La Stampa: "Lunedì scorso è stata organizzato un party, con prevendita degli ingressi, in occasione delle vacanze di Natale per tutti gli studenti del liceo. Quindi io e mia moglie abbiamo deciso di mandare anche lui con i suoi compagni". Ma a differenza degli amici, il ragazzo non è potuto entrare. Il padre racconta di aver ricevuto la telefonata poco prima della mezzanotte, e ha deciso di recarsi sul posto: una volta arrivato ha trovato il figlio in un angolo, insieme ad un gruppetto di ragazzi marocchini, probabilmente esclusi allo stesso modo per il colore della pelle.

"Ho parlato con il capo della sicurezza chiedendo spiegazioni, ovviamente non me ne ha date, ma ha guardato il documento e l’invito e lo ha accompagnato dentro. Devono ringraziare che il tragitto da casa alla discoteca è stato lungo e mi ha dato modo di calmarmi. Non mi venite a dire che in Italia non c’è razzismo. Certo, tutto questo è successo solo per entrare in discoteca, quindi alla fine nulla di così importante. Ma l’amarezza e anche altro mi rimane", ha continuato il padre del ragazzo.

Dal locale, nel frattempo, arrivano le giustificazioni. Il gestore del locale Enzo Catanzaro, contattato dal quotidiano di Torino, ha spiegato: "Ricordiamo perfettamente l’accaduto. Il ragazzo non aveva i documenti e siccome abbiamo avuto tanti problemi, la regola è che senza documenti non si entra". E ancora: "Dobbiamo fare attenzione, organizziamo tante feste in collaborazione con le scuole e basta vedere le foto su facebook per capire che ci sono giovani di qualsiasi colore e Paese. Ma proprio perché si tratta di minorenni non possiamo permetterci errori. Qui al Valentino siamo in trincea tutti i weekend"

Catanzaro ha quindi raccontato: "Abbiamo avuto per due anni consecutivi il problema dello spray al peperoncino, siamo riusciti a identificare una baby gang che fino all’altro inverno veniva a rubare nel locale aiutandosi con lo spray. I nostri uomini della sicurezza sono solo scrupolosi. Mi dispiace per quanto è capitato, ma io devo pensare a tutte le persone che sono nel locale per divertirsi. Aggiungo che da anni il Club 84 collabora con l’associazione Asai per promuovere percorsi di integrazione sociale e interculturale".
Ma il padre non ci crede e assicura che il ragazzo avesse con sé i documenti: "È stato escluso".

I casi di ragazzi dal colore della pelle un pochino più scuro di quello degli italiani, sono tanti e si concentrano molto sulla vita notturna.
Si parla di discriminazione se, a parità di condizioni, il bianco viene preferito al nero.
Si parla di razzismo se il nero non entra nello stesso locale del bianco.
Nei casi recenti si può parlare di entrambe le cose, visto che i casi riportati sia a La Stampa che al quotidiano locale di Bolzano sono discriminanti e razzisti.
Chi non ha i documenti sta fuori. Chi non ha l'outfit (equipaggiamento o abbigliamento ndr) griffato al punto giusto sta fuori. Chi non ha il colore giusto è fuori discussione.
Verrebbe da rispondere che grazie agli austriaci, anche Bolzano non vanta bianchi veri. Anche a loro dovrebbe essere negato l'accesso.
Torino, poi. Quanti torinesi veri ci saranno? Un centinaio?
Salvini ha una pelle scura spaventosa, la fidanzata idem. Sono orrendi quando si presentano nei locali soprattutto ora che l'abbronzatura ha assunto un tono giallognolo. Perché li fanno entrare?
Quale è il tono di bianco preferito dal sovranismo? E quale la tonalità di nero?

Di diversa entità sembra essere l'ultimo episodio accaduto a Falconara Marittima, poiché l'ombra del dubbio rimane dopo aver letto le versioni dei fatti sia del gestore del locale che del ragazzo lasciato fuori.

«Come ogni ragazzo di 25 anni volevo far serata con gli amici, ma son ritornato a casa alle 3 senza essere entrato e con me c’era la mia ragazza e Gianluca che per quello che è accaduto ha rifiutato l’ingresso. Ebbene sì è capitato anche a me in questo clima che si è formato in questa Italia di non aver passato la selezione semplicemente per il colore della pelle. Sono un ragazzo di colore, fiero di esserlo, cittadino italiano, adottato quando avevo 10 mesi dalla mia famiglia per me e spero anche per altra gente questa cosa non deve più esistere».

Così Anish Graziosi, 25enne di Falconara. Stamattina ha denunciato quella che a suo dire è stata una vera e propria discriminazione razziale nei suoi confronti. Secondo il giovane, infatti, ieri non l’avrebbero fatto entrare al Brahma di Civitanova per il colore della pelle e il post che ha pubblicato sul suo profilo Facebook sta impazzando sul web, con decine di commenti di solidarietà. Tutt’altra versione però quella del locale. «Non è stato fatto entrare perché era in uno stato che sembrava alterato. Questo locale si fonda sul concetto di integrazione e inclusione, noi rispettiamo ogni singolo individuo. E quella del ragazzo è un’offesa gratuita nei nostri confronti fatta solo per propaganda personale», spiega Edoardo Ascani.
Ma andiamo con ordine. Il 25enne ieri notte si è presentato all’ingresso del nuovo locale di Civitanova con l’amico Gianluca e le rispettive ragazze. «Mancavo 3-4 persone davanti a noi sentivo lo staff della discoteca che discuteva del mio outfit. – racconta Graziosi – Sia io che il mio amico indossavamo jeans strappati, ma lui sarebbe potuto andare io invece sarei dovuto andare a cambiarmi a casa. Ce ne siamo andati tutti e quattro. Siano risaliti in auto ma arrivati al casello dell’A14 ho deciso di tornare indietro per chiedere spiegazioni al ‘baker’ del locale che ha subito chiarito di essere laureato in Moda. Mi son sentito dire in faccia che la mia immagine, la mia presenza rovinava il locale. Il baker ha chiarito di non essere razzista perché la sua ragazza era cubana e la serata era anche a tema ‘Vita loca’. Ha precisato di tenere molto all’eleganza. Io lavoro alla Paima di Osimo che realizza capi per l’alta moda e so bene di che cosa si parlava. Nel confronto prima lui ha ribadito che il mio amico poteva entrare e io no, che dovevo andare a cambiarmi – continua ancora il giovane – Poi però dopo i dovuti chiarimenti ha cambiato idea: mi ha detto che sarei potuto entrare lo stesso. Perché a quel punto avrei dovuto farlo: prima l’abbigliamento era sbagliato poi era diventato adeguato? Mi sono sentito preso in giro e ci sono rimasto male. No, non era una questione di look, c’era qualcos’altro secondo me. Mi sono sentito discriminato, per questo ho voluto un chiarimento faccia a faccia. Non troviamo giustificazioni di fronte ad un atto che nel 2020 è inaccettabile».
Questa appunto la versione del giovane. Di tutt’altro avviso il gestore del locale. «Il nostro locale nasce e si fonda su un concetto di inclusione e integrazione – replica Edoardo Ascani – qui lavorano e vengono a passare la serata molte persone non italiane. Figuriamoci quindi se andiamo ad adottare come canone di selezione il colore della pelle, è una tesi assurda che non sta né in cielo né in terra. Il ragazzo vuole farsi pubblicità e questo mi dà fastidio. La nostra selezione all’ingresso si basa prima di tutto sulla sicurezza, quindi chi è in uno stato alterato o eccessivamente euforico; poi sull’abbigliamento. E il ragazzo in questione non è stato fatto entrare semplicemente perché era in uno stato alterato, per cui la sicurezza ha pensato fosse meglio che magari tornasse dopo un po’».

Il distinguo in alcuni casi deve avvenire. Ma la difficoltà risiede sempre nelle abitudini troppo radicate di una società bigotta e retrograda.
Se i social media ingigantiscono sia il bigottismo che il vittimismo essi devono essere moderati attraverso il pagamento di una multa che colpisca così tanto i loro interessi da fargli ridefinire le condizioni di libertà di pensiero.

Diverso da me, non significa non uguale a me.

 

 

 

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Ceccano. Il PRC non la manda a dire

bandiere rifondazione 360 260Il circolo di Rifondazione Comunista non la manda a dire ed i militanti per essere chiari scrivono al sindaco Caligiore una lettera aperta in cui lo invitano a sanare le preoccupazioni dei cittadini allarmati «da voci che danno per certo l’affidamento della gestione degli stalli (parcheggi per auto nelle strisce blu) a pagamento a privati; di aumentare a circa 400 i posti auto, fino ad oggi sono una sessantina; di prevedere, contestualmente all’aumento del numero degli stalli, il raddoppio dell’importo del ticket orario». Una richiesta di rassicurazioni e «di chiarire pubblicamente l’autenticità o meno di queste voci tenendo presente che per la nostra città i posti auto sono l’ultimo dei problemi.»

«A Ceccano - continua la lettera - in questa crisi strisciante e profonda stanno chiudendo negozi e officine di piccolo e vario artigianato, nel centro storico come nelle aree periferiche. La nostra città, che si sta svuotando, ha bisogno sia di interventi finanziari di sostegno alle attività in crisi, sia di interventi culturali che diano vitalità alle nostre strade e quartieri che da anni chiedono di risolvere l’assenza di collegamenti tra periferia centro storico e capoluogo. Mobilità interna ed esterna altro che parcheggi! Piuttosto che svendere a privati spazi collettivi, questa Amministrazione dovrebbe avviare una sistematica consultazione della città su un programma di rinascita economica e culturale non più rinviabile.»
La lettera, affermano i militanti di Rifondazione, è un atto dovuto perché l’esasperazione tra i nostri concittadini sta aumentando. Sono come noi stanchi di un’amministrazione che fa solo programmi con finalità poco chiare. Non vorremmo trovarci come con le tre rotonde programmate, di cui solo due realizzate, contrabbandate come arredo urbano inutile.

 

 

 

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“Ti voglio dire…”

violenza donne 225150Voglio parlare con te!!!
Si con te!!!
Con te che ti permetti di alzare le mani…
Con te che ti permetti di sfregiarle la faccia…
di buttarle l’acido addosso…
e addirittura di ammazzarla
e buttarla in un fosso
come fosse un oggetto vecchio.

Voglio parlare con te…
Con te che ti senti uomo
con te che pensi che ti sia tutto dovuto…
che confondi l’amore con “tu sei mia e basta”…
Con te che pensi e
sei convinto che la donna è unn oggetto…
per te non è una persona,
non è un essere umano
con i suoi pregi e i suoi difetti…

Voglio parlare con te…e dirti…
se la ami veramente ami tutto di lei..
i suoi difetti i suoi silenzi, e
se la storia finisce
rispetti le sue decisoni
rispetti i suoi pensieri..e
se proprio non ce la fai ..
la ami da lontano…

Ti voglio dire non esiste “l’amore malato”
esiste l’amore e basta!!!
L’ amore non ti fa menare
non ti fa ammazzare
Pero’ se tu pensi che io sto sbagliando…
se tu pensi che a fare così sei un uomo
..bhe allora ti dico…
Io non sono un “uomo”.

13 marzo 2018

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Migranti, nessuno potrà dire che non sapeva

xmarcia nuovi desaparecidos 350 260 minda milanosenzafrontiere su FB, Redazione Italia - “Certo, ma sì, si sapeva: tutti ricordavano le immagini degli sbarchi, la foto del bambino con la maglietta rossa sulla spiaggia turca, per un po’ tutti lo chiamavano per nome… Ora non lo ricordo più. E poi quel terribile naufragio del 2013 o 2015, con tutti quei morti, anche donne e bambini… C’è anche il “Giorno della memoria” per ricordarlo, ecco ora così sui due piedi non so dire la data… tanti disperati, con i barconi e i gommoni e gli scafisti, i “trafficanti di uomini”.

Ma tutto questo accadeva anni fa. Poi ci sono stati i trattati con la Turchia e con la Libia, che è un po’ terra nostra, come dire e non solo con la Libia e, insomma, le missioni europee nel Mediterraneo hanno finalmente risolto il problema. Adesso sono diminuiti gli sbarchi e quelle navi delle ONG non servono più, che poi, tanto generosi e puliti non erano se è vero che alcune sono state inquisite e le loro navi bloccate nei porti. Alla fine qualcosa di poco chiaro ci doveva essere: erano dei “taxi”, sa? Dei taxi del mare e tu il taxi quando lo chiami poi lo devi pagare, no? …”

Dal 2015 Milano senza Frontiere marcia in piazza della Scala a Milano portando le foto di persone migranti disperse, vittime di scomparsa forzata o decedute nel Mediterraneo.

Il primo giovedì di ogni mese ci mettiamo in fila e marciamo in tondo in silenzio portando foto e nomi di persone partite dalla sponda sud e mai arrivate. Ci ispiriamo alla marcia delle Madres de Playa de Mayo e come loro chiediamo verità e giustizia per i “nuovi desaparecidos”.

Denunciamo le politiche dell’Unione Europea e del governo italiano contro le persone migranti e il piano di esternalizzazione delle frontiere europee.

Denunciamo il rinnovo dell’accordo con la Turchia, gli accordi Italia-Libia, le vergognose campagne mediatiche contro le ONG, i codici di condotta e le accuse di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina per le navi che soccorrono e si rifiutano di lasciare le persone migranti in mano agli aguzzini libici (finanziati e istruiti dalle autorità italiane) o per chi le soccorre sulle montagne e tra le nevi.

Per questo oggi siamo ancora in piazza per denunciare l’Europa, un tempo patria del diritto e accusarla della strage ai suoi confini, una strage che non “avviene”, ma è causata dalle scelte politiche dell’Italia e dell’Unione Europea.

Ogni primo giovedì del mese – piazza Della Scala – 18.30-19.30

Per informazioni pagina fb: milanosenzafrontiere.

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