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Progrom, Ucraina, Polonia

STORIA

Una pagina della Storia all’insegna della efferatezza, tenuta in disparte e che oggi affiora grazie alla rete

di Michele Santulli
Marc Chagall Ebreo errante IlSecoloXIX 390 minPogrom è una parola russa che significa, si legge in rete, violenta sollevazione popolare, massacri, saccheggi,   da parte di una maggioranza contro una minoranza, con l’inerzia, non sempre, delle autorità. L’odio verso gli Ebrei risale agli inizi della storia e alle crociate e così le persecuzioni: la colpa imputata era la Crocifissione di Cristo; nei secoli successivi in tutta Europa subentrarono altre motivazioni e nuovi pretesti: soldi, invidia, il diverso, ecc. Basta sovente un gaglioffo insolvente che eccita e aizza la gente. Mostruose le persecuzioni e le prevaricazioni nel 1400 e 1500  in Spagna, i più feroci e spietati:  escogitarono tutti i mezzi  per ‘purificare il sangue spagnolo’ dalla presenza giudea  e da quella araba, un totale  di almeno ottocentomila soggetti,  una fetta sostanziale della economia e della cultura nazionali, da secoli,  perfettamente integrati nella società: eppure  spietatamente perseguitati e scacciati dal paese, tutti. Alla medesima epoca, con a capo il monaco domenicano Torquemada, assurto a simbolo di atrocità ed empietà, entrò in  attività la famigerata  inquisizione,  dovunque nell’Europa cattolica. Nei medesimi anni impiantarono  i cosiddetti ghetti dove venivano costretti gli Ebrei, nei quartieri più degradati delle città.  Un secolo più tardi sotto Luigi XIV il cosiddetto Re Sole, altre persecuzioni e massacri contro Ebrei e altre minoranze religiose, nel segno questa volta di ‘un re, una patria, una religione’. Perciò continue fughe nei luoghi meno fondamentalisti: Anversa, Amsterdam, Francoforte sul Meno, Colonia, Duesseldorf e poi in grande numero verso l’Europa orientale. Fu nei paesi dell’Est Europa che dal 1450 e poi continuamente, avvenne la diaspora, cioè la fuga dai persecutori: i più ‘ospitali’ furono la Polonia poi divenuta in gran parte Russia, la Ungheria, la Romania, anche la Bulgaria e poi gli Stati Uniti: qui le confessioni religiose erano varie, non solo cattolicesimo.

Ma pure in questa parte d’Europa non ci fu  pace per gli Ebrei  e le persecuzioni si comincia a chiamarle  pogrom, erano frequenti, centinaia, di solito di lieve entità, per i pretesti più vari. Il primo, rilevante, fu l’assalto al ghetto di Francoforte sul Meno: una folla incattivita e invelenita, debitrice di soldi verso gli Ebrei, capeggiata da un pregiudicato anche lui debitore, assalì gli Ebrei, smantellarono le attività e li costrinsero alla fuga, così distrussero o recuperarono tutte le obbligazioni firmate o i pegni dati a garanzia. Era l’agosto del 1614, poi molte altre sollevazioni ovunque nella Germania pur se limitate a pochi individui, poi più nulla fino al Nazismo. Terribilmente sanguinosi invece si registrano pogroms  già agli inizi del 1600  in  Polonia e in Ucraina, russa, dove furono massacrate e seviziate  centomila persone, la maggioranza Ebrei, pari a un terzo delle presenze nei due paesi

Data fatale è marzo 1883, l’assassinio dello Zar  di Russia, di cui falsamente fu incolpata una comunità ebraica, che diede inizio ai pogroms veri e propri in Russia ed esattamente in Ucraina per i motivi più disparati, soprattutto per soldi. Altre violenze in Slovacchia e Moldavia. E’ nel corso del 1900 che si verifica l’apocalisse della comunità ebraica, soprattutto  in Polonia e nella Ucraina russa.

Durante la guerra civile russa, dopo ottobre il 1917,  si contarono migliaia di pogrom come si legge in rete, in prevalenza da parte di  nazionalisti ucraini:  uccisi tra 50.000 e 200.000 ebrei, si contarono, circa 200.000 feriti o mutilati, migliaia di donne violentate, circa 50.000 vedove: un aspetto terribile e esecrabile fu: circa  300.000 bimbi  orfani!! Il grande pittore Chagall raccontava con commozione e terrore della sua esperienza giovanile di insegnante presso quegli orfanotrofi.

Nel marzo 1920 a Tetiiv, piccolo centro dell’Ucraina centrale,  nel corso di un pogrom durato 10 giorni, i nazionalisti  diedero fuoco ad una sinagoga affollata, uccidendo almeno 1.100 persone. La cronaca registra che dal 1917 al 1920 in Ucraina si ebbero circa 60.000 vittime. Prima della II guerra mondiale a Leopoli, oggi Ucraina, abitata da polacchi e ucraini,  maggioranza cattolica,  vivevano circa 200.000 ebrei: nel 1944 quando vi entrarono i russi liberatori, solo 200/300 vivi!  

A Odessa, anche Ucraina, sul Mar Nero, dove già negli anni precedenti numerose sollevazioni avevano devastato i quartieri ebraici, il 22-24 ottobre del 1941 e giorni successivi i rumeni in prevalenza con la partecipazione dei locali fucilano o bruciano migliaia e migliaia di inermi ebrei, le strade della bella città grondarono sangue: una città, Odessa, con un’impronta culturalmente ebraica, alla stregua di Vienna e di Berlino, con quasi 200 mila ebrei:  quando  i russi il 10 aprile 1944 liberarono  la città dai nazisti e compagni, trovarono, scrive la cronaca, solo 703 ebrei vivi!  

Ancora agli inizi della II Guerra Mondiale anche nella Polonia cattolica circa 250.000 ebrei furono vittime in vari pogroms!

In realtà la Polonia e la Ucraina russa evidenziavano le comunità ebraiche più numerose, perfettamente integrate nella popolazione.

Il 10 luglio del 1941 almeno 340 ebrei polacchi, tra uomini, donne e bambini, furono assassinati nel pogrom di Jedwabne in Polonia: la popolazione polacca  pretestuosamente massacrò e poi bruciò vivi una quantità di ebrei, dicono 340, in realtà, scrivono i ricercatori, almeno duemila, per odio contro il diverso.

Vicino a Kiev, Ucraina, si trova Babij Jar,  un enorme burrone, più di una Rupe Tarpea romana, molto più delle  Fosse Ardeatine: qui tra il 29 e il 30 settembre 1941 furono gettati i corpi di 33.771 ebrei, da nazisti  con la partecipazione di reparti ausiliari ucraini. Migliaia di persone, tra cui donne, bambini e anziani, furono condotte e uccise a Babij Jar anche nelle settimane e nei mesi successivi,  assassinate a sangue freddo altre minoranze. Gli ebrei di Kiev sterminati furono catturati in retate, dopo le denunce della popolazione locale. Alla fine della carneficina, si contarono duecentomila morti, metà dei quali a Babij Jar.

Nel 1946 e 1947, a guerra finita, gli ebrei scampati ai campi di concentramento trovarono  morte violenta che li aspettava in Ungheria e in Slovacchia, particolarmente odioso l’eccidio di Kielce del luglio 1946, in Polonia, dove la popolazione massacrò e bruciò vivi nelle abitazioni qualche migliaia di Ebrei, per impossessarsi dei beni, non solo per odio.   

Gli ebrei tutti abbandonarono la Polonia: in Ucraina oggi della ricca e colta e industriosa comunità originaria di qualche milione, si contano circa quattromila Ebrei! Tutti sterminati! Con la nascita dello Stato ebraico nel 1948, si calcola che almeno 250.000 Ebrei sfuggiti alle carneficine dei pogroms, abbiano abbandonato l’Europa orientale e tornati nella “terra promessa”.

 

 

 

 

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Fuori tempo massimo

Cronache&Commenti

I Savoia di perdoni ne dovrebbero chiedere due

di Aldo Pirone
emanuele di savoia 390 minIeri Emanuele Filiberto di Savoia ha chiesto perdono in nome di tutta la famiglia agli ebrei italiani per le leggi razziali fasciste firmate dal suo bisnonno. “dichiaro solennemente – scrive l’erede - che non ci riconosciamo in ciò che fece Re Vittorio Emanuele III: una firma sofferta, dalla quale ci dissociamo fermamente, un documento inaccettabile, un’ombra indelebile per la mia Famiglia, una ferita ancora aperta per l’Italia intera”. Non abbiamo notizia delle sofferenze che patì il poveretto a mettere la sua regale firma sotto quell’obbrobrio ma in questi casi si usa dire: meglio tardi che mai. Solo che il tardi – sono passati 82 anni dal misfatto fasciosavoiardo – non è di poco conto. Infatti, la Presidente dell’Unione delle Comunità ebraiche italiane Noemi Di Segni ha risposto per le rime. “Né l'Unione delle Comunità Ebraiche Italiane né qualsiasi Comunità ebraica – ha dichiarato - possono in ogni caso concedere il perdono in nome e per conto di tutti gli ebrei che furono discriminati, denunciati, deportati e sterminati” rilevando il ritardo del pentimento: “Un lasso di tempo molto lungo”. In effetti, Emanuele Filiberto poteva scrivere la lettera prima, molto prima; ha 48 anni suonati non è un giovincello di primo pelo. E prima di lui il pentimento e il perdono li potevano esprimere e chiedere suo padre e suo nonno, “il re di maggio”. Di tempo i Savoia ne hanno avuto parecchio a disposizione.

I reali savoiardi dovrebbero chieder perdono anche a tutti gli italiani per quel che hanno combinato con il fascismo e le guerre, non solo quella mondiale. Lo stiamo ancora aspettando. Invece, come si sa, nel 2007 Emanuele Filiberto e il padre Vittorio Emanuele non si vergognarono di chiedere il risarcimento dei danni dell’esilio per un valore complessivo di 260 milioni di euro oltre alla restituzione dei beni confiscati alla famiglia Savoia dallo Stato quando nacque la Repubblica Italiana.

Perciò, per tornare al tema iniziale, “la macchia indelebile” su casa Savoia di cui parla il pronipote del re fellone nella sua lettera, non riguarda solo l’approvazione delle leggi razziali ma anche il ritardo del pentimento solo ora esibito.
Di perdoni ne dovrebbero chiedere due.

 

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

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Pio XII desegretato

Papa Pio XII

Pio XII 350 mindi Aldo Pirone - Lunedì 2 marzo per volontà di Papa Bergoglio sono stati desegretati moltissimi documenti degli archivi vaticani riguardanti il pontificato di Pio XII, dal 1939 al 1958. Come annunciato dal cardinale Josè Tolentino de Mendonça, archivista e bibliotecario di Santa Romana Chiesa, si tratta di 121 fondi e ventimila buste e fascicoli. Decine e decine di migliaia di pagine da leggere e da studiare. L’attenzione più grande degli studiosi è sul rapporto del Vaticano e di Pio XII con l’Olocausto degli ebrei. Di cui per altro già si sa molto.

Com’è noto Papa Pacelli è stato accusato in sede storica di essere stato troppo silenzioso di fronte allo sterminio nazista del popolo ebraico. I sostenitori del Papa l'hanno difeso contrapponendo le azioni numerose che lui, la Chiesa e il Vaticano hanno fatto per salvare tanti ebrei. Naturalmente la contesa di giudizi si è ripetuta lunedì scorso. L’Osservatore Romano ha titolato: “Quelle ‘accuse’ che provano l’aiuto agli ebrei” seguito da un lungo articolo di Johan Ickx Direttore dell’Archivio Storico della Segreteria di Stato del Vaticano. Sulla stessa falsariga si sono mossi altri giornali laici e cattolici, nonché Agenzie di stampa come l’Ansa riproponendo lo stesso equivoco. Infatti, la questione posta da molti, infatti, non è se Pio XII abbia o no aiutato a scampare dalla persecuzione sterminatrice dei nazisti singoli ebrei, ma se da Capo spirituale della Cristianità cattolica abbia fatto quel che doveva di fronte all’Olocausto di ebrei, zingari, disabili, omosessuali e tanti altri. E quel che doveva era la denuncia aperta e mobilitatrice della coscienza cattolica in Europa e nel mondo dell’infamia nazista.

Tanti parroci, sacerdoti, suore hanno nascosto e salvato ebrei, aiutato partigiani, prigionieri alleati, antifascisti, rischiando la vita. E molti ce l'hanno rimessa. Ma Pacelli non era un semplice parroco, lui era il rappresentante del Dio cattolico sulla terra, il Capo del cattolicesimo universale, il Pontefice di Santa Romana Chiesa. Fa un po’ tristezza sentire il cardinale Josè Tolentino de Mendonça quando sull’Avvenire del 20 febbraio scorso cita i “milioni che uscivano, si può dire ogni giorno dal Vaticano” con cui “si sono aiutate tantissime persone: abbiamo uno schedario di ventimila e 500 schede di aiuti prestati". Non perché quegli aiuti non siano stati importanti, soprattutto per chi ne beneficiò ed ebbe salva la vita, ma perché furono ben poca cosa se raffrontati ai milioni di persone che intanto i nazisti sterminavano nelle camere a gas e sui campi di battaglia. Una denuncia dell’Olocausto e del nazismo Pio XII non la fece né prima, né durante e neanche dopo la guerra. Ben altro trattamento fu riservato da Sua Santità ai comunisti e ai loro alleati e amici.

La documentazione messa a disposizione degli storici sarà comunque importante per capire i processi decisionali che portarono il Papa ad avere l’atteggiamento “timido” che ebbe di fronte all’Olocausto e anche alla sua posizione di “equidistanza” e “al di sopra delle parti” nello scontro fra Nazioni Unite e nazifascisti. In questo contesto più generale come in quello più particolare dell’occupazione nazista di Roma va visto il rastrellamento del Ghetto di Roma il 16 ottobre del ’43. Nel suo articolo Johan Ickx accenna alla commovente lettera che alcuni ebrei, che si erano sottratti al rastrellamento, fecero arrivare il giorno dopo a Pio XII chiedendogli di intervenire “per queste povere anime martoriate” rinchiuse nel Collegio militare in via della Lungara. Il Papa rispose tramite monsignor Montini: “Fare sapere che si fa quel che si può”. Il 20 ottobre la Presseservice di Washington informa che “nella notte del 15-16 ottobre un numero considerevole di Ebrei sono stati arrestati in varie parti del mondo (stop) dopo essere stati tenuti 24 ore nel collegio militare sono stati trasportati ad una destinazione sconosciuta (stop) è detto qui che la Santa Sede si è interessata che simili accaduti non si ripetono e in favore di casi particolari”. Pacelli annota a margine: “è prudente che Presseservice mandi queste notizie?”. Monsignor Tardini gli risponde: “No davvero”.

Ickx oggi commenta: “Papa Pio XII, ben consapevole che non giovava di svegliare i cani che dormono, soprattutto non i nazisti, per azioni umanitarie che partivano dal Palazzo Apostolico”. Dimenticando che “quei cani” non erano per nulla addormentati né a Roma, né in Italia né ad Auschwitz. E quindi non giovò per niente. L’unica cosa che avrebbe giovato ad accorciare la guerra mettendo, tra l’altro, fine allo sterminio ebraico, sarebbe stato da parte del Papa schierarsi apertamente contro il nazifascismo. Certo avrebbe rischiato le ire di Hitler, l’invasione del Vaticano e la deportazione, ma avrebbe gettato contro la barbarie nazista tutto il peso del cattolicesimo mondiale, compreso quello tedesco, salvando così non qualche migliaio di persone ma milioni di esseri umani. Oltre ad essere all’altezza della sua missione spirituale.

Il Direttore dell’Archivio Storico vaticano si augura che sia perpetuata nelle nuove generazioni “la memoria storica dell’azione di Pio XII, radicata in un’autentica fede in Cristo, per la difesa dell’umanità e della civilizzazione”. Il che sembra non solo esagerato ma del tutto inesatto. Perciò è da sperare vivamente di no.

Più equilibrato e giusto è stato il giudizio che di Pacelli dette Indro Montanelli: “Fu in quei frangenti tragici più il Vescovo di Roma e il Sovrano dello Stato pontificio che il Capo spirituale della immensa comunità cattolica”.

 

Città del Vatoicano e l'olocausto

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

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Lo sterminio degli Ebrei nei lager nazisti non suscita solo orrore

Auschwitz entrance 350 260Gaetano Ambrosiano -. Scritto circa un anno fa ma il tempo lo rende sempre attuale.

Ricordare lo sterminio degli Ebrei nei lager nazisti non ci suscita solo orrore, né compassione, ci fa ragionare e riflettere e soprattutto ricordare perché un popolo che non ricorda è anche un popolo senza futuro che rischia di commettere sempre gli stessi errori.
Una delle pagine più nere, che la storia recente dell’intera umanità possa ricordare,
ci pone “prepotentemente” dinanzi a riflessioni sul senso della vita, sul ruolo della democrazia negli stati e della sua assenza, sull’etica, sulla dignità e il rispetto di ogni vita umana. Tramite il ricordo si evoca il passato: bisogna far sì che il tempo non cancelli le tracce dell’orrore, che l’oblio non riduca il dramma ad una favoletta. Ma che rimanga viva come un’opera d’arte, una testimonianza da ricordare che ci permette di tramandare, di non sopprimere, di non dimenticare.
Spesso tale massacro viene indicato con il termine Olocausto, ma questo vocabolo è inesatto, in quanto indica un sacrificio volontario, derivante dalla forma greca “olokauston”. Questa parola indicava un sacrificio religioso in cui la vittima animale era interamente bruciata. Ma in ciò che è accaduto in quelli che sono stati gli avvenimenti non troviamo nulla che possa ricondurre ad un sacrificio religioso. Il termine corretto è “Shoah”, un termine ebraico che significa catastrofe, distruzione totale, con cui si ricorda la “soluzione finale”, ossia lo sterminio perpetrato nei confronti del popolo ebreo.
Questa giornata avrà il duplice compito di commemorare le vittime della Shoah, ma anche di far sì che il loro sacrificio non cada nell’oblio, e che anzi diventi un punto di partenza per debellare ogni tipo di discriminazione. È bene precisare comunque che questa immane tragedia non è stato solo “nazisti contro ebrei”, ma intransigenza contro tutti i diversi serbi, , slavi, Testimoni di Geova, Zingari, Anarchici o Comunisti, Malati mentali e Omosessuali, tedeschi oppositori del nazismo, partigiani e Resistenti di tutte le nazionalità, delinquenti abituali disabili ed “asociali”, come, ad esempio, mendicanti, vagabondi e venditori ambulanti, ed il ricordo delle persecuzioni del popolo ebraico non deve farci dimenticare i militari ed i politici italiani deportati nei campi nazisti di sterminio.

Su quanto è accaduto va posta una seria riflessione in modo da conservare nel futuro dell'Italia la memoria di un tragico ed oscuro periodo della storia nel nostro Paese e in Europa, e affinché simili eventi non possano mai più accadere.

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Le autodenuncie di ebrei nel frusinate

manifesto-razzismo-italiano 350di Gianluca Coluzzi - Il 1938, come è noto, è l'anno in cui in Italia entrano in vigore le leggi razziali. A livello locale è interessante esaminare la documentazione che i comuni della provincia di Frosinone producono in risposta alla nota n. 12347 del sottosegretario agli Interni G. Buffarini Guidi, in seguito ministro degli interni della RSI, che imponeva ai cittadini ebrei di denunciare la loro appartenenza alla razza ebraica allo Stato Civile e ai podestà di comunicare i nomi degli ebrei autodenunciatisi presenti nei propri comuni.

In documento del comune di Ceccano del primo maggio del '39, indirizzato al Prefetto, avente come oggetto "Statistica ebrei", il podestà E. Bruni segnala i nominativi di quattro ebrei ricoverati nel locale ospedale psichiatrico: tre uomini e una donna. Sono questi gli unici ebrei presenti a Ceccano. In questo caso non si tratta di un'autodenuncia, ma di una denuncia avvenuta a opera della struttura sanitaria; sicuramente i soggetti in questione non erano in grado di autodenunciarsi:
A completamento delle notizie relative all'oggetto, rimesse con telegramma in data odierna, rimetto l'elenco degli ebrei residenti in questo comune, tutti cittadini italiani e ricoverati presso questo Ospizio S. Maria della Pietà per Cronici=Succursale del Manicomio Provinciale di Roma a cura del quale è stata fatta la denunzia a questa anagrafe (poi vengono elencati i quattro nominativi, nda).

E' consultabile, presso l'ASFr, anche il telegramma che si menziona in queste righe,Denincia di appartenenza alla razza ebraicaLe autodenuncie di cittadini ebrei nel frusinate sulla caratteristica carta gialla dei telegrammi dell'epoca, così come l'analoga documentazione per tutti i comuni della provincia. Dando uno sguardo a queste comunicazioni e a questi telegrammi nella stragrande maggioranza di casi si nota una assenza di autodenunce di cittadini ebrei in questi comuni. Un quadro riepilogativo della situazione lo si trova in un documento datato 10/5/39, inviato dal prefetto di Frosinone al Ministero dell'Interno, divisione Demorazza, oggetto "Censimento ebrei".
Ad Anagni sono riportate tre autodenunce, di cui una fatta da una donna anche per sua figlia e un'altra fatta da una persona per sua moglie. A Cassino sono registrate una segnalazione che una donna, vedova, fa per sè e i suoi quattro figli e un'altra, sempre di una donna, individuale, di cui si specifica che è "emigrata a Bologna fin dal 13 febbraio scorso".

Dopo le segnalazioni di Cassino vengono riportati i nominativi di Ceccano con la precisazione che la segnalazione è avvenuta ad opera del Manicomio. In Isola Liri due autodenunce: una di un uomo per sè e per la moglie, un'altra individuale. Per Filettino compare un nominativo femminile. A Frosinone anche un solo nominativo. L'elenco si conclude con Sora, anche qui con un caso individuale. E' opportuno riportare le parole con cui il Prefetto chiude questo documento:
"Massima contravvenzione è stata elevata per omessa e tardiva denunzia di appartenenza alla razza ebraica".
Altri documenti inerenti l'applicazione delle leggi razziali prodotti dai vari comuni riguardano i matrimoni misti, ad esempio, o l'accertamento della razza per i nati dopo il 1938¹.

1- Tutta questa poderosa documentazione è consultabile presso l'Archivio di Stato Provinciale di Frosinone, Prefettura I vers. b. 290.

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