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Gli equivoci del Medioevo

LIBRI DI DIEGO

C'è in luce un medioevo straordinariamente colto

Diego Protani intervista Carlo Ruta
Gli equivoci del medioevo CarlRuta 390 minCome nasce il saggio e quale è stata l’esigenza per affrontare questo tema?

Questo ragionamento sul medioevo nasce con lo scopo di fare chiarezza e porre un argine al dilagare dei luoghi comuni. Si fa ancora fatica a conoscere e a riconoscere quei secoli, che ancora oggi sono visti come sinonimo di decadenza, superstizione, ignoranza, pregiudizi. In realtà il medioevo fu un’età straordinariamente colta e l’età logica per eccellenza. Ereditò la logica dagli antichi, ma con pensatori come Abelardo, Anselmo d’Aosta e Duns Scoto portò il ragionamento logico alle soglie di una logica che oggi, ripensata da studiosi del secondo Novecento, viene considerata la più dirompente e complessa. Anselmo ebbe dimestichezza con il concetto di «necessità» portandolo molto avanti, nel Proslogion, rispetto alle concettualizzazioni del pensiero antico. Scoto, che la Chiesa chiamava non a caso il doctor subtilis, si arrovellò sul concetto di «possibilità», che, cosa davvero sorprendente, è l’elemento cardine dell’attuale logica modale, di Godel e altri. Con le dispute sugli «Universali», Abelardo, Giovanni di Salisbury, Tommaso d’Aquino e altri s’interrogavano inoltre i costrutti sottili dei nomi, dei generi, del linguaggio e le nervature della dialettica. Il Medioevo è da considerare già per questo, è il caso di ribadirlo, una età propriamente logica.

Quali altri motivi mettono in luce un medioevo straordinariamente colto?

Fu in quei secoli che nacquero, per «sedimentazione» secolare e infine per progetto, tra Duecento e il Trecento, le lingue che ancora oggi parliamo: l’italiano, il francese, il castigliano, il portoghese e altre. La strutturazione di una lingua, che in quei casi si arricchì appunto di una progettazione consapevole, è qualcosa di dirompente, che genera quesiti, visioni del mondo, argomenti, percorsi sintattici e altro ancora. E tutto questo richiama ancora le virtualità progressive di quel mondo. Da quel travaglio linguistico e letterario, che nel caso italiano raggiungeva il clou con lo Stil Novo e con Dante, prorompevano di lì a poco l’Umanesimo e il Rinascimento. Da quel lavorio logico e dialettico, durato per secoli, venivano inoltre sollecitazioni al pensiero scientifico, rivitalizzato intorno al XIII secolo attraverso l’impegno dei pensatori scolastici, che rileggevano l’aristotelismo scientifico e azzardavano nuove visioni del mondo empirico, come nel caso di Ruggiero Bacone.

Cos’altro propone il medioevo sotto questo profilo? Cos’altro appartiene a quell’età che lei definisce logica?

Le università. Proprio in quei secoli nasceva e si diffondeva in Europa l’università, lo Studium generale, destinato a modificare in profondo gli assetti degli studi e gli statuti della conoscenza, con effetti che ancora persistono nelle fondamenta dell’odierna organizzazione degli studi universitari. Non era esistito mai nulla di simile nel mondo antico, e il mondo moderno ne ha assunto in toto l’eredità. Insieme ai monasteri benedettini, gli Studia si possono considerare perciò la struttura portante del tempo logico. Tali istituzioni culturali ebbero in realtà una incubazione lunghissima, che risale per certi versi al periodo tardo antico, quando cominciavano formarsi le scuole delle cattedrali, che non prevedevano solo insegnamenti canonico-religiosi ma anche scientifici e dialettici. Studia come quelli di Parigi, Cambridge, Oxford, Tolosa, Bologna, Padova, Salerno e Napoli, nati quasi tutti nel XIII secolo, costituiscono il grumo profondo che rese possibile i rovesciamenti paradigmatici del pensiero scientifico della prima modernità. La formazione di Copernico fu, ad esempio, eminentemente universitaria, maturata nelle prime fasi soprattutto in Italia, presso lo Studium ferrarese, sorto nel 1391.

Lei parla di Boezio: quanto è stata importante la sua figura?

La figura di Severino Boezio, pensatore dell’aristocrazia romana e politico di primo piano nel regno goto di Teoderico, costituì il punto di raccordo tra il pensiero antico e quello che, in maniera anche tenace e originale, avrebbe acceso i «secoli bui». È da considerare quindi come primo rappresentante di un’età che già in quegli esordi andava logicizzandosi, malgrado le difficili condizioni materiali in cui versava l’Europa, attraversata da guerre e tensioni etnico-religiose. Boezio tradusse in latino e annotò, rendendole disponibili ai pensatori del tempo e dei secoli a venire, opere-chiave dell’analitica aristotelica, selezionando e focalizzando i temi logico-dialettici che più riteneva importanti. C’è poi il Boezio in disgrazia, tenuto in una prigione di Pavia negli anni venti del VI secolo, che prima di essere giustiziato, nel 526, stendeva De consolazione philosophiae, un dialogo incalzante con la filosofia, resa con le sembianze di donna: di fatto un dialogo con se stesso, una autoanalisi a tutto campo oltre che una impietosa e sottile critica della politica, che rimane una pietra miliare del pensiero morale.

Tommaso d’Aquino, Francesco d’Assisi: quanto erano distanti dalla Chiesa dell’epoca e quale il ruolo assunsero gli ordini mendicanti?

Entrambi, da postazioni molto diverse, erano in realtà parte attiva della Chiesa e ne difendevano l’unità, diversamente dai movimenti cosiddetti pauperistici, che si ponevano fuori dal sistema. In quel secolo, il XIII, la Chiesa romana era nel pieno della sua egemonia, che le permetteva di rivendicare con pienezza la primazia formalizzata nel dictatus papae dell’XI secolo, di epoca cioè gregoriana. Senza temere lo scontro con i poteri temporali, a partire da quello imperiale, essa andava ricomponendosi quindi, di volta in volta, di riforma in riforma, di scomunica in scomunica, in un universalismo assolutistico e funzionale. Traeva quindi a sé, approvandone la regula, diversi ordini mendicanti, tra cui i frati minori di Francesco e i domenicani assunsero presto ruoli «strategici». Per la Chiesa di Gregorio IX si trattava in realtà di una risorsa organizzativa su cui puntare, perché montava proprio allora l’invettiva contro i costumi del pontificato romano, ritenuti indecorosi. Era il tempo, ad esempio, in cui dilagava nel sud della Francia l’eresia cataro-albigese, contro cui Gregorio poté mobilitare soprattutto i domenicani. E l’ordine fu presto ristabilito, anche perché proprio allora veniva istituito il tribunale dell’inquisizione proprio in funzione antiereticale. Francesco e il suo movimento in questo quadro costituivano un mondo a sé, nello spirito di una religiosità dal basso che tuttavia permise al sistema ecclesiale di essere al passo con i tempi, più forse di quanto lo fossero alcuni regni potenti. Con l’impegno di questi frati, evangelizzatori e predicatori, la Chiesa di Gregorio IX, di Innocenzo IV e di altri papi poté stabilire relazioni con alterità che si affacciavano, anche in maniera traumatica, alla storia dell’Europa, come, ad esempio, quella mongolo-cinese. E gli esiti in questo caso, come si evince da numerosi rapporti dell’epoca, come quello del francescano Giovanni dal Pian del Carpine, furono molto produttivi. Dal canto suo, Tommaso, il doctor angelicus, che era domenicano, non si accontentava in fondo della fede e interpellava la scienza. Entrambi erano espressione allora di una Chiesa che sotto l’avanzata della steppa mongola, che apriva il mondo come una melagrana, riusciva a leggere i fatti e a restare in un equilibrio quasi perfetto tra le rigidità formali della tradizione e la necessità di misurarsi con i nuovi profili, materiali e politici, della temporalità.

Lei parla degli anni bui dei roghi. il 70-75% dei casi furono donne: si può parlare allora di femminicidio?

Il termine, legato alla realtà attuale, può fornire un’idea, ma non una chiara messa a fuoco, di quel che accadde non nei «secoli bui» ma, si badi bene, nel pieno della modernità. È documentata a sufficienza una violenza lunga e continuata con significative caratterizzazioni di genere, che attraversò il continente con una certa virulenza e con caratteri distinguibili dal XV secolo, quando venne istituita l’Inquisizione di rito spagnolo, al XVIII secolo. Non si può parlare allora di un lascito del medioevo. Ciò avveniva quando in Europa i più potenti regni nazionali, ormai di vocazione imperiale e di proiezione oltreoceanica, e l’ascesa di nuovi ceti sociali, borghesi soprattutto, ponevano argini ormai incontrastabili alle mire universalistiche della Chiesa. Si apriva allora l’età dei grandi scismi della cristianità, della controriforma, del gesuitismo di Ignazio da Lojola e della Congregazione del Santo Uffizio, che rielaborava e radicalizzava le pratiche dell’inquisizione. Era il tempo delle grandi e lunghe guerre di religione, che si sarebbero succedute fino alla metà del XVII secolo, quando venne sottoscritto il trattato di Vestfalia che definiva nuove regole riguardanti le relazioni degli Stati e le differenze religiose. Naturalmente anche nelle aree delle religioni riformate si ebbero fenomeni di «caccia alle streghe». Anche Stati e poteri laici dell’Europa e di altri continenti ne furono a vari livelli coinvolti. L’epicentro è ravvisabile tuttavia nei nuovi orientamenti della Chiesa. Si tratta poi di una fenomenologia complessa, che non manca ancora di zone d’ombra significative in sede storica e antropologica.

Giovanna d’Arco è forse il nome più famoso. Perché questa storia è rimasta così impressa nonostante siano passati secoli?

Gli scenari sono quelli di un Quattrocento europeo scosso e travagliato da tensioni dinastiche e guerre tra nazioni. La vicenda è quella di una giovanissima francese che dava al suo accostamento con il trascendente una forte connotazione politica e militare, di liberazione nazionale. Giovanna d’Arco assunse infatti, con il consenso di Carlo VII, la guida delle armate francesi portandole alla liberazione dell’Orleans e di altre aree del paese già assoggettate all’Inghilterra. Catturata infine dagli Inglesi venne messa al rogo, nel 1431, all’età di appena 19 anni, per eresia e stregoneria, oltre che per il suo abbigliamento maschile e altro, con un processo riconosciuto poi anche ufficialmente come una farsa. Può essere considerata, per tanti versi, una figura emblematica, anzitutto per i modi in cui fu imbastita l’accusa e il tipo condanna inflittale, che introducono un po’ il paradigma di quella che dalla prima modernità sarebbe diventata, appunto, la «caccia alle streghe».

 

 

 

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Equivoci e pretese

malato a letto si cura da sé.jpg 350 minDr. Antonio Colasanti - Anche la fiducia nella medicina scientifica puo essere di carattere improprio. Si va dalla fede cieca nel singolo medico, per la serie "dottore faccia lei, operi pure se vuole" agli scettici che collezionano pareri come se diagnosi e cure giuste potessero risultare da una media aritmetica. C'è chi suggerisce al medico la cura adatta, chi ne discute la durata magari con un ribasso delle dosi quasi comprasse un tappeto in tunisia. Molti si curano da se, comprano medicinali senza ricetta, si ordinano analisi cliniche e fisioterapie. La medicina si presta alla divulgazione ed i mezzi informativi, vedi internet, sono generosi di informazioni sanitarie, sicuri di interessare il publico. Tutti siamo potenziali malati.

Ed è per questo che siamo tutti potenzialmente medici. Così leggendo ed ascoltando qua e la si acquista la sensazione di potersi curare da soli. Ebbene, poche conoscenze sono meglio dell'ignoranza totale, ma la loro incompletezza confonde le idee. Un malato puo discutere con il suo medico la cura per avere un idea corretta di come stanno le cose. Occorre un comune terreno d intesa.

Un errore da non commettere è che la medicina sia geometria per cui c'è una soluzione ad ogni patologia invece questa scienza è condizionata da infinite varianti. Il medico deve valutare i pro ed i contro, valutare i costi-benefici: se avte 50 anni con l'ernia inguinale ed una amante di 25 anni l'operazione è indicata, ma se siete ottantenni non conviene affrontare i rischi dell'intervento e tirare avanti. il segreto dei giapponesi "the verde e soia e campi cent anni"? Magari!!

I fattori ereditari sono una complicazione. Non esistono le malattie, ma il malato. Siccome il patrimonio genetico varia nelle persone: pazienti diversi reagiscono in modi diversi.

La medicina è dunque una scienza, ma una scienza a parte, per orientarsi in essa occorre comprendere il linguaggio del contesto, ma a volte non si riconosce questo linguaggio, in altri casi non lo si capisce anche se si molto studiato.


Un "qui pro quo" in medicina puo costare caro. Molto caro

 

 

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Frusone: FCA, sgombrare gli equivoci generati ad arte

FCA_Piedimonte«La riconferma degli investimenti da parte dei vertici di Fca in Italia con lo stabilimento di Cassino che può assumere un ruolo centrale grazie all’ibrido e al Levantino (il suv più grande di Stelvio ndr) è una buona notizia, ma restano le difficoltà del comparto pagate a caro prezzo dai lavoratori» dichiara il deputato del MoVimento 5 Stelle Luca Frusone-

«Bisogna liberare il campo da un equivoco generato ad arte sulla questione - prosegue il deputato M5S -: chi continua a strumentalizzare la situazione per attaccare il nuovo governo fa finta di non tenere in conto, per propaganda o ignoranza sui numeri, che è il diesel, con i suoi fumi cancerogeni e i divieti di accesso che molte città stanno attuando verso tali veicoli, a trascinare il settore nella negatività mentre sistemi più rispettosi dell'ambiente come l'ibrido e l'elettrico hanno triplicato le vendite». «L’ecotassa/ecobonus, provvedimento del governo che sarebbe l’origine di tutti mali per gliLucaFrusone in Parlamento 350 260 esponenti di partiti che hanno abbandonato i lavoratori e le imprese come PD e Forza Italia - spiega Frusone - serve proprio ad accelerare la transizione dal vecchio all’innovativo, ma per i personaggi che vogliono imprigionare la Ciociaria nel passato è difficile da capire: al futuro bisogna correre incontro e noi, per colpa loro, abbiamo tanta strada da recuperare».

 

 

 

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