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L'equidistanza da torti, errori e furbizie

UCRAINA

IL PACIFISMO DELL’ANPI. In vista del 25 aprile si intensifica la polemica contro l’Anpi, per non essersi schierata senza distinguo con il nutrito fronte dei sostenitori di Kiev nell’attuale guerra in Ucraina. L’obiezione: Giusta l’equidistanza da torti, errori e furbizie

di Guido Liguori*
la guerra 350In vista del 25 aprile si intensifica la polemica contro l’Anpi, per non essersi schierata senza distinguo con il nutrito fronte dei sostenitori di Kiev nell’attuale guerra in Ucraina. L’obiezione che da diverse parti le è stata rivolta è la seguente: poiché l’Anpi nasce da una esperienza di lotta armata, essa non può essere «pacifista». Tale atteggiamento vorrebbe dire rinnegare le proprie radici, cioè quella lotta armata per la libertà che è stata la Resistenza italiana.

Dico subito che si tratta a mio avviso di una tesi – quella che vede una intrinseca contraddizione nella scelta «pacifista» dell’Anpi – di scarso fondamento.

Perché la Resistenza italiana ha dato vita a una Costituzione («la Costituzione nata dalla Resistenza», si è ripetuto infinite volte) che, nel momento in cui nasceva dalla guerra vittoriosa contro il nazifascismo, voleva anche che quella guerra fosse l’ultima; che gli orrori di cui si era stati spettatori o vittime o anche attori non avessero a ripetersi.

Per questo è una Costituzione che, nata da una guerra di liberazione vinta, dichiara di ripudiare la guerra non solo «come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli», ma anche «come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali».

Che non vi fossero più guerre era una aspirazione allora largamente condivisa e i costituenti la fissarono nell’art. 11, che certo non promuove un pacifismo assoluto, non congruo a uno Stato (che infatti ha e non può non avere un suo esercito e altri apparati basati sull’esplicazione della forza), ma dichiara che la guerra vada sempre evitata, che si debba sempre tentare di evitarla: con la trattativa, con il negoziato, con l’accordo preventivo, con l’interposizione di forze di pace, ecc.

È proprio questo che il cosiddetto Occidente (ovvero, oggi, gli Stati Uniti e la Nato da essi egemonizzata) non ha voluto fare nel caso della crisi ucraina sfociata nella guerra in corso. L’Occidente, infatti, non solo ha violato le promesse fatte a Gorbaciov di non estensione della Nato verso Oriente; ha anche fatto poi orecchie da mercante ai ripetuti avvertimenti russi, come è stato avvertito e segnalato da diversi esponenti della diplomazia e della politica internazionale; ha alimentato, all’opposto, la guerra civile in Ucraina, facendo di questo paese, dal 2014 in poi, un’arma contro la Russia; ha permesso che restassero inascoltate le mediazioni tedesche in extremis, ecc.

Per tutto ciò, oggi non si può dire che l’Ucraina e l’Occidente abbiano tutte le ragioni di un paese aggredito. Come ovviamente non le ha la Russia, che al passo terribile dell’invasione non sarebbe mai dovuta arrivare, in nessun caso, che porta la responsabilità pesante di aver dato inizio a una guerra disastrosa e distruttiva quando avrebbe dovuto tentare altri strumenti di pressione, altre vie di persuasione per costringere l’Ucraina e soprattutto i suoi protettori internazionali a dar vita a una conferenza internazionale in grado di garantire la sicurezza nella regione.

Giusta è perciò la posizione dell’Anpi, che chiede di far tacere le armi e di riaprire la strada negoziale, nonostante i torti che hanno tutte le parti in gioco. O proprio a muovere da essi. Giusta è la sua equidistanza da questi torti, e dagli errori, dalle furbizie, di entrambe le parti, la Russia e l’Occidente, in questo gioco al massacro che ha come prima vittima il popolo ucraino.

L’Anpi, in questo suo non schierarsi a-problematicamente, rappresenta le ragioni della Resistenza e di quella Costituzione che da essa è scaturita, e nel suo posizionamento critico si riconosce chi la guerra proprio non la vuole, respingendo la propaganda guerrafondaia unidirezionale di questi mesi.

*articolo pubblicato su ilmanifesto.it il 22 aprile 2022

 

 

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PCI. Riflettiamo sui ricordi e su di noi

PCI CENTANNI

PCI. Un grande, indimenticabile partito. Nel frusinate avremmo potuto fare di più? Forse si

conversazione 350 minAngelino Loffredi, in questo 2021, compirà 80 anni il 2 luglio prosimo. La sua memoria ricchissima di dati e avvenimeti ed il suo intelletto assai brillante mi hanno spinto ad una conversazione con lui. Che c'è di meglio, ho pensato, che ricostrure fatti e giudizi fra due vecchi che hanno condiviso tante esperienze importanti e spesso difficili di vita politica?

 

  1. Ricordi di lotte
  2. Ricordi dal PCI
  3. Le nostre scelte
  4. Un deficit?

Ripensare le lotte di ieri

Da dove partire? Dalla stagione che abbiamo vissuto direttamente e personalmente. Una esperienza molto recente mi ha suggerito il filo conduttore: le lotte dei discoccupati per il lavoro. I ricordi vicini della Vertenza Frusinate mi appaiono ottimi suggeritori. E, mi lampeggia la loro richiesta di documentare lo stato delle aziende sorte nell'Area industriale della provincia di Frosinone. Era il novembre del 2016 quando facemmo quella ricognizione. Iniziammo il giro partendo sull'asse attrezzato dell'ASI, dall’estremità posta in territorio di Anagni attenti a non finire nelle buche, voragini, del sistema viario di quel consorzio e filmammo alcune decine di stabilimenti chiusi, ormai da tanti anni.
Che ne è stato di questa industrializzazione che esplose negli anni '70 del secolo scorso? La prima risposta che si affaccia alla mente è: un fallimento. Ma è troppo facile, specialmente se guardiamo alla lunga teoria di opifici inattivi, e semplicistica, preferisco invece riflettere sulla complessità di tale industrializzazione, all’insieme del processo, alle speranze che alimentò, alle forze che lo guidarono, a chi si oppose e più in generale ai rapporti di forza fra le diverse visioni in campo.

Giro la domada a Loffredi. Che cosa ne resta oggi? Solo quella che una volta era semplicemente la Fiat di Piedimonte Svalledelsaccoallariscossa 350 min. Germano o per ulteriore semplificazione la Fiat di Cassino ed oggi si chiama Stellantis (FCA - Gruppo PSA) dove si produce in questa provincia? C'è una imprenditoria locale nata e cresciuta qui sul territorio?

“Ecco queste domande, anche se vengono fatte al termine di un lungo ciclo, possono costituire uno snodo centrale per una discussione che merita di essere avviata, corredata da fonti, documenti, prese di posizione tali da costituire un coerente e chiaro filo di discussione non solo fra noi due ma in particolar modo con chi voglia partecipare ed arricchire una non più rinviabile serena discussione".

D’accordo. Per collegarci alle scelte che furono fatte ed avviare una impegnativa discussione quale potrebbe essere il momento più importante dal quale partire?

«Penso che uno sovrasti tutti gli altri: l’apertura del casello autostradale che collega Frosinone con Roma e con Capua, nel giugno del 1962. È questa realizzazione che apre la pagina dell’ industrializzazione nella nostra provincia. All’indomani di questa opera nascono nuove idee, sollecitate da una continua ricerca sulle vocazioni produttive del nostro territorio. E’ l’undici ottobre del 1963 quando si insedia l’assemblea del Consorzio per il Nucleo di Industrializzazione della Valle del Sacco. Nasce cosi lo strumento che porterà avanti operativamente la politica industriale della nostra zona. È una giornata memorabile, perché essa rappresenta il crocevia fra due epoche. Al Consorzio aderiscono i Comuni di Frosinone, Ceccano, Ferentino, Veroli, Patrica, Supino e l’Amministrazione Provinciale di Frosinone. Ne fanno parte con propri rappresentanti anche la Camera di Commercio e l’ISVEIMER. L’ idea del Consorzio è dell’ingegnere Armando Vona, Sindaco di Frosinone. Proprio perché ne è l’ideatore e il principale animatore ne diventa, nell’aprile del 1964, il primo Presidente.
Il territorio interessato al processo di industrializzazione è di 400 ettari. E un’area compresa in larghezza fra l’autostrada del Sole e il fiume Sacco ed in lunghezza fra il bosco Faito e le sorgenti di Mola dei Frati, presso il confine di Ferentino. È dunque un’entità geografica omogenea.»

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Rocordi dal PCI

Visto che è aperta e vivace la discussione sul centenario della nascita del PCI, secondo te che ricordi ci ha lasciato il PCI provinciale in merito ad alcune questioni legate allo sviluppo della realtà del Frusinate? E proprio per questo puoi spiegare meglio quando dici che l’autostrada “rappresenta il crocevia fra due epoche”?

«Le epoche di riferimento sono quelle caratterizzate dalle grandi lotte contadine, aventi al centro il superamento dei vari contratti agrari, di colonia e contro il Patto Verolano e per la proprietà della terra a chi la lavora. Sono periodi che vanno dalla fine della seconda guerra mondiale, attraversano gli anni 50 e arrivano fino all’approvazione delle leggi 327 del 1963 e della legge 607 del 1966 riguardanti l’affrancazione delle terre. Sono iniziative portate avanti con continuità, con grande spirito unitario, che coinvolgono anche le Istituzioni (Convegno promosso dalla Provincia di Frosinone, nel giugno del 1960).
Da una memoria elaborata dall’Alleanza contadini predisposta all’indomani dell’approvazione della legge 607 risulta che in provincia di Frosinone la superficie interessata a questo trasferimento era così ripartita: 40.000 ettari condotti in enfiteusi, 10.000 a colonia perpetua, 16.0000 condotti a colonia migliorataria ultratrentennale.
In questo periodo esiste una dualità di iniziative fra l’Alleanza Contadini ed il PCI. Sono lotte che ai protagonisti creano unabuonascuolasiamonoi 350 260 coscienza di classe, determinano la formazione di nuclei dirigenti, oltre che l’aumento di voti al PCI nelle elezioni politiche del 1963 e del 1968. Merita di essere ricordato inoltre che è Angelo Compagnoni l’animatore e l’organizzatore di tali lotte, oltre che l’anello di congiunzione fra l’Alleanza Contadini e il PCI. È importante sapere che l’estensione ed il radicamento del movimento non contribuì ad accrescere solo l’influenza di tali organizzazioni, ma anche il peso di Gerardo Gaibisso e della Coltivatori diretti dall’interno della stessa Democrazia Cristiana. L’altra epoca è quella della nascente industrializzazione su cui dovremo discutere.»

Quali sono stati gli aspetti che meritano di essere evidenziati? Le due epoche ebbero momenti di connessione?

«A tale riguardo esistono importanti aspetti da evidenziare. Il primo riguarda la mancanza di una nuova e adeguata politica agraria all’indomani della legge 607 del 1966. Nel periodo successivo le organizzazioni contadine furono impegnate solamente al passaggio della proprietà della terra dai concedenti ai contadini. Fu un periodo di grandi soddisfazioni ma i fatti successivi hanno dimostrato che non bastava diventare proprietari della terra. Tale conquista non doveva essere considerata un punto di arrivo, il terminale di una gloriosa storia, ma invece precostituire l’avvio di una seconda fase. Era necessario mantenere attivo il movimento, dotarlo di una nuova elaborazione che avesse forza e volontà per chiedere un’adeguata politica agraria: interventi per moderne attrezzature, concimi, mangimi, individuare forme di cooperazione, una politica di trasformazione dei prodotti (industrializzare l’agricoltura) stabilire rapporti con le Istituzioni, mantenere e sollecitare iniziative dei partiti di riferimento.»

Quindi l’affrancazione non portò ad una crescita, ad uno sviluppo della produzione agricola nel territorio, non pose le basi per un ulteriore sviluppo?

«Potrei rispondere che tutto questo non avvenne, ma il fatto più sconcertante è che non abbiamo a disposizione dati significativi riguardanti l’ammontare complessivo della superficie affrancata nel Frusinate ed in Italia, il numero dei contadini coinvolti e l’entità dei miglioramenti apportati successivamente nelle culture affrancate.»

Possibile ?

«Io non le ho trovate. Lo stesso Angelo Compagnoni nel suo libro ”Il Riscatto” pubblicato nel 1997, dopo 30 anni dalle leggi riguardanti l’affrancazione, riporta con un grande efficacia documentale le vicende, le lotte, i dibattiti accaduti nel periodo 1944-1966 ma non evidenzia momenti e sviluppi successivi.»

Come dobbiamo considerare questo limite?, certamente con un occhio critico o autocritico.

«Senza assumere ora atteggiamenti certamente facili, con il senno del poi, precisiamo che se ci fu un limite, e certamente ci fu, non riguardò solamente l’Alleanza Contadini e il PCI ma anche la Coltivatori Diretti e le Istituzioni. Più che cercare facili bersagli da colpevolizzare mi sembra molto più importante evidenziare che tale mancata seconda fase si determina nel 1967-1968-1969 proprio nel momento in cui il processo d’industrializzazione è in pieno decollo.»

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Le nostre scelte

Ripercorriamo almeno un decennio con Angelino Loffredi, con il quale abbiamo collaborato nella direzione della federazione di quel partito. Angelino, allora Consigliere provinciale, ha vissuto il dibattito svolto in quell'Assemblea in particolare negli anni '70, prima di diventare sindaco di Ceccano. Palazzo Gramsci fu la sede istituzionale che sola ospitò la discussione e la elaborazione di una parte delle politiche di sviluppo economico della nostra realtà. Ma fu davvero la sede delle scelte? Le lotte della classe operaia nell’autunno caldo del 1969 sicuramente costrinsero i governanti italiani dell’epoca a farsi carico delle politiche di occupazione e operaie. Un grande evento in cui il PCI svolse un ruolo protagonista.

«Proseguiamo nella descrizione del succedersi degli avvenimenti: con il Decreto del Presidente della Repubblica del 5 maggio 1969 veniva riconosciuta la trasformazione da Nucleo ad Area. L’ importanza non era dovuta al cambiamento della denominazione ma a qualcosa di più corposo e sostanziale. Non riguardava più, infatti, solamente l’iniziale adesione di 6 Amministrazioni comunali, ma la presenza di 36 Comuni, con tutto quello che di nuovo questo allargamento rappresentava. L’Area veniva articolata in cinque agglomerati: quelli di ANAGNI, FROSINONE-CECCANO, SORA-ISOLA, CASSINO-PONTECORVO, CEPRANO. Si estendeva in prospettiva la superficie d’intervento e aumentavano le zone dove era previsto lo sviluppo industriale. Gran parte della Provincia oramai era coinvolta da questo grande fenomeno. Il 1969 mantiene, come l’anno precedente, il ritmo elevato degli insediamenti industriali ma in particolar modo è da ricordare come l’anno in cui si viene a sapere che la Fiat ha intenzione di creare un nuovo stabilimento nel Cassinate. Notizie imprecise, è vero, ma che anticipano un evento che sarà dirompente. Merita ancora di essere precisato che nell’interno di quello che oramai si deve chiamare «ex nucleo» la situazione alla fine del 1969 è la seguente: 25 industrie in funzione che occupano 6.000 addetti. Ma è ancora più significativo riportare che 17 industrie sono in costruzione con una previsione di occupazione di 1.500 addetti. Inoltre, sonoa schiena curva sui campi 350 min programmate 52 industrie per altre 7.000 unità lavorative.
E’ il momento delle grandi attese e delle speranze. Si afferma il mito dell’industrializzazione, della modernità. E’ un pensiero vincente che non trova oppositori e nemmeno si evidenzia qualche dubbio.
Anche nella nostra provincia si manifesta quello che viene chiamato autunno caldo. Proseguiva la stagione della battaglia contro le gabbie salariale e per le pensioni. È un fenomeno che rompe la narcotizzazione perche spesso avvengono scioperi e si costituiscono Commissioni interne. Nel gennaio 1970 a Frosinone il PCI tiene la prima Conferenza operaia per esaminare la situazione scaturita dalle nuove realtà e stabilire nuovi contatti. Nel marzo del 1970 a ridosso dell’arrivo della FIAT la federazione del PCI di Frosinone organizza una iniziativa a Cassino. Costituiscono le prime risposte ad una situazione che vede una crescita disordinata, senza regole non influenzata dal movimento operaio e dalle proposte del PCI. A giugno si tengono le elezioni per i Consigli Regionali a statuto ordinario.
Senza entrare nel merito di tutti questi passaggi ed avvenimenti una sintesi può essere rilevata. Nel momento stesso in cui il movimento contadino non mostra segnali di presenza e proposta, la crescita industriale è eccezionale. Tale situazione sarà determinante nel dibattito e negli avvenimenti successivi.»

Quali linee si confrontarono?

«Prima di arrivare a parlare di confronto vero e proprio è necessario tenere conto di alcuni momenti che lo precostituiscono. Da questo punto di vista ne colgo l’avvio nella riunione del Comitato Federale PCI del 9 gennaio 1971. All’indomani dell’elezione a segretario di Ignazio Mazzoli vengono presi provvedimenti organizzativi riguardanti l’Alleanza contadini, la CGIL e per lo stesso partito. Con nettezza il nuovo segretario pone l’obbiettivo che il partito dovrà essere un partito di operai e non più di contadini ma più in generale costituisce il tentativo per fronteggiare il mito dell’industrialismo e lo strapotere democristiano nella politica delle assunzioni. Sempre nel 1971 il PCI tiene Conferenze operaie ad Isola del Liri per esaminare la condizione dei cartai e in autunno con ad Anagni con Fernando di Giulio. A Ceccano si avvia una politica per la difesa dell’ambiente contro le porcilaie e per il risanamento del Sacco. Lo strumento è costituito dalla Tenda Rossa
L’attenzione verso l’industrializzazione e il rapporto che il partito comunista deve tenere con essa, dunque, diventano continui e centrali. Viene posto inoltre l’obbiettivo della creazione di organizzazioni di partito nell’interno delle fabbriche e con il passare del tempo si ottengono anche dei risultati ( Fiat, Videocolor, Enel ecc). In questi anni per il PCI diventano chiari i limiti, ma sono anche sempre più crescenti i momenti di presenza, di proposta e legame con i cittadini, che vedono il rafforzamento del tessuto democratico con l'arrivo di CNA, Confesercenti e Lega delle Cooperative..»

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Un deficit di elaborazione

Tu ha scritto dei libri, mi pare 14, è corretto? E, poi in una lunga intervista in video, rilasciata a Paolo Iafrate di "Oltre l'Occidente”, ricostruisci alcuni passaggi fondamentali. Ce ne parli anche qui?

La linea del nostro partito sosteneva la necessità di saldare l'industrializzazione allo sviluppo dell'agricoltura. Non avvenne. Perché?

«Si, questo tema in quel periodo faceva parte della linea politica ma non fu vincente anche perché come è stato indicato non esisteva un movimento contadino che spingesse in tale direzione. Un momento di vero e proprio confronto, comunque, lo avemmo in Consiglio Provinciale nella seduta del 3 maggio 1973. L’ordine del giorno era impegnativo “Assetto territoriale regionale e provinciale ed i problemi ad esso connessi”
In tale seduta, legata anche all’approvazione del Piano Regolatore dell’Area Industriale da parte della Regione Lazio, sostenevamo d’accordo con il PSI, il PRI e la Regione Lazio, la riduzione di 1.000 ettari da destinare all’industria a favore dell’agricoltura e di interventi ad essa collegati. Ma non ci limitammo solo a questo perché ponemmo la necessità che lo sviluppo industriale non avesse una linea verticale ma anche orizzontale supportato da assetti viari che dal Tirreno arrivassero all’Adriatico, a cominciare dalla realizzazione della Sora-Frosinone. Chiedevamo interventi per modernizzare l’agricoltura con una moderna politica di trasformazione e conservazione dei prodotti e la realizzazione del Mercato ortofrutticolo a Fondi. L’istituzione delle università di Cassino, Tor Vergata e della Tuscia. La nascita di comparto elettronico sulla Tiburtina. Ilzonaindustriale 390 min potenziamento dell’ospedale di Cassino. Inoltre con forza chiedevamo di scongiurare l’inurbamento attorno alla Fiat, richiesto dalla Fiat. Al contrario noi chiedevamo una politica per il trasporto pubblico attraverso un Consorzio Regionale e una politica a favore della casa per evitare nuove emigrazioni dalla Val Comino verso Cassino.
Mentre noi proponevamo questa politica, spingendo ad utilizzare lo strumento della programmazione, la Dc, d’accordo con il PSDI si accontentava di far approvare un ordine del giorno in cui si chiedeva alla Regione di mantenere nel Piano Regolatore dell’Area Industriale i 1000 ettari da destinare all’industria. Quel giorno le nostre posizioni venivano battute ma esse oramai costituivano la spina dorsale delle proposte del partito. Esse venivano portate nel territorio e costituivano il nucleo centrale della nostra iniziativa. Permisero di ottenere positivi risultati elettorali nel 1975. In Consiglio Provinciale passammo da 6 a otto consiglieri. In quel periodo le organizzazioni sindacali CGIL, CISL e UIL elaborano la ”Vertenza Lazio”, una piattaforma che rappresentava il punto alto di una elaborazione che innovava la proposta e stabiliva un buon rapporto con le Istituzioni. Nel febbraio del 1976 l’Amministrazione provinciale, su richiesta del Gruppo PCI indiceva la Conferenza per l’occupazione, e di cui il sottoscritto fu il relatore che si concludeva con un documento unitario. A giugno le elezioni nazionali dimostrarono che anche nella nostra provincia il partito aveva consenso e poteva porre le basi per il governo del paese. Nel 1978 l’assassinio di Moro riportò indietro gli assetti politici. Ma questa è un’altra, più inquietante storia.»

 

Esisteva una linea di politica agraria che consentisse questa relazione produttiva fra agricoltura e industria? Qual era la superficie coltivabile e come si caratterizzava per produzioni di trasformazione? Dopo la ricostruzione di Loffredi queste domande sono destinate a restare senza risposte, ma sostanzialmente resistono a sollecitare ulteriori approfondimenti. Primo dovremmo dare una risposta ad una curiosità: Oggi diremmo che la nostra posizione era un po' velleitaria? Forse si, ma a pensarci bene sembra piuttosto una linea disarmata ad affrontare, quello che nella conversazione è stato chiamato, il "mito della industrializzazione" infinita.
Dopo 50 anni, nel frusinate, ci sono produzioni orticole estese anche se purtroppo lungo il Sacco che è un fiume inguaribilmente inquinato, ma anche esperimenti produttivi molto aggiornati, ne cito uno per tutti: la riscoperta di grani antichi per produrre antiche farine che sembrano godere di una grande fortuna.
Erano tutte ipotesi impensabili o impraticabili? Cosa è cambiato e perché? Ancora altre domande in cerca di risposte che andranno trovate. Capire cosa è successo e gli errori che si sono fatti è indispensabile per tutti coloro che vogliono davvero cambiare l'oggi con le sue ingiustizie, diseguaglianze e disagi sociali.

 

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Frosinone paga due errori individuali, il Crotone passa allo “Stirpe”

Dionisi contrastato 26dic19 350 mindi Tommaso Cappella* - Secondo ko di fila per il Frosinone nella penultima giornata di andata del campionato di serie B. I giallazzurri, dopo aver perso immeritatamente a Benevento, si sono fatti sorprendere al “Benito Stirpe” dal Crotone che così li scavalca in classifica portandosi a ridosso della seconda posizione alle spalle del Pordenone. Per la squadra di Nesta quindi, oltre a perdere l’imbattibilità interna in campionato che durava dal 12 maggio nella gara interna con l’Udinese persa 3-1, un passo indietro rispetto alle ultime prestazioni prima di queste due consecutivi sconfitte. Hanno pesato anche due errori individuali sulla vittoria dei calabresi. La classifica non è compromessa perché il Frosinone è in piena zona playoff. Quella contro il Crotone doveva essere però la gara del riscatto e così non è stato.

La gara in avvio vede i calabresi più intraprendenti, mentre il Frosinone si affida a rapidi contropiedi. Tra il 7’ e il 9’ il Crotone costruisce tre palle gol ma la retroguardia canarina non si fa sorprendere. Al 5’ occasionissima per il Frosinone, ma il bel tiro di Haas dal limite colpisce il palo esterno. Al 24’ perde palla Maiello appena fuori della propria area, si inserisce Mustacchio che crossa dal fondo e l’ex Mazzotta dalla parte opposta sorprende la retroguardia giallazzurra per lo 0-1. Alla mezz’ora un evidente fallo in area su Dionisi non viene ravvisato dal direttore di gara. Poco prima del riposo arriva però il pareggio: gran giocata di Dionisi per Ciano il quale crossa per Paganini dalla parte opposta, gran diagonale per l’1-1 con cui le squadre vanno al riposo. Nella ripresa bisogna attendere il 22’ per vedere il Frosinone pericoloso con Paganini il quale in campo aperto avanza e dal limite tira ma Cordaz para a terra. Un minuto dopo clamorosa palla-gol per Dionisi, servito alla perfezione da Ciano, solo davanti a Cordaz si fa respingere la conclusione ravvicinata. Quando la gara sembra incanalarsi sull’1-1, al 45’ Brighenti perde palla a ridosso della propria area, se ne impossessa Messias sul quale viene commesso fallo. La susseguente punizione battuta da Barberis trova Marrone anticipare tutti e superare Bardi per l’1-1 finale.

Ora per Brighenti e compagni ci sarà l’impegno di fine anno per l’ultima gara del girone di andata. All’“Arena Garibaldi” domenica prossima, con calcio d’inizio alle ore 15,00, il Frosinone affronterà il Pisa dell’austro ciociaro Gucher che ha perso 1-0 in quel di Ascoli. Sarebbe auspicale chiudere in bellezza questo 2019 che ha visto i giallazzurri retrocedere dalla sere A ma in piena lotta per tornarci giù in questa stagione, magari dalla porta principale. Sarebbe il massimo anche per i suoi splendidi tifosi, delusi per l’inaspettato ko interno con il Crotone.

*Tommaso Cappella, Giornalista volontario in pensione

 

 

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«Riconosciamo i nostri errori e impegniamoci a non ripeterli»

partito democratico bandiera350 250di Emanuela Piroli* - La sconfitta elettorale del 4 marzo, in primis del PD, ma anche di tutto il csx, è stata definita in vario modo, epocale, tragica, disastrosa. Certo non è la nostra prima sconfitta, abbiamo forse dimenticato le sconfitte ai tempi d’oro di Berlusconi? Questa pare bruciare di più, pur se decisamente annunciata.
Ripartiremo dopo averne approfondite le cause, senza flagellarci, senza disperare, aprendo una discussione che per troppo tempo abbiamo evitato e rimandato, e che ora è diventata urgente e indispensabile. Con una consapevolezza nuova che ci permetterà di rimetterci in gioco e di tornare ad essere competitivi.

Il voto di protesta limpido, in alcune regioni “di massa”, indica una bocciatura franca e indica che, salvo per pochi fedelissimi, non esiste più il senso di appartenenza ideologico all’uno o all’altro partito. L’opinione pubblica è volubile, a seconda del grado di soddisfazione, cambia idea velocemente, così se un giorno ti porta alle stelle, il giorno dopo può portarti alle stalle, i consensi possono ribaltarsi repentinamente. Quindi, riconquistare la fiducia del nostro popolo è possibile.

La prima cosa da fare è togliersi i paraocchi, perché se è vero che c’è un vento di “populismo” che soffia non solo in Italia e che si accompagna alla crisi di tutte le socialdemocrazie, è altrettanto vero che ci siamo progressivamente allontanati dai più deboli, abbiamo perso di vista alcune priorità, ci siamo omologati ad una parte della società che con la nostra storia e i nostri principi non c’entra nulla. Siamo stati miopi di fronte ai cambiamenti di una società sempre più liquida e di fronte alle difficoltà percepite dal popolo, di fronte ad una forbice tra ricchezza e povertà che tende ad allargarsi, nonostante i dati positivi relativi all’economia e al lavoro. Di fronte al divario grande, mai colmato, tra nord e sud. Un’Italia divisa in due.

La sensazione è che l’ascensore sociale si sia bloccato a metà piano, e manchi la speranza che possa sbloccarsi, il futuro a molti appare incerto. Abbiamo continuato imperterriti a dipingere un paese senza più problemi, in ripresa, e in parte è vero, ma non è concepibile escludere dalla analisi le realtà di disagio e di povertà.
Non abbiamo ascoltato con la giusta attenzione alcune categorie professionali, che con forza hanno cercato di rivendicare una loro partecipazione attiva nelle decisioni del governo, la cui attività è la misura della civiltà di un paese. Mi riferisco in particolare agli insegnati e agli operatori della sanità pubblica e dei servizi sociali.
Più volte ho detto che ci sarebbe bisogno di una rivoluzione socioculturale, e ne sono convinta. Perché un popolo che, anziché chiedere politiche attive per il lavoro, si rassegna alla promessa del reddito di cittadinanza, è un popolo che ha rinunciato al lavoro. Un popolo che vota un partito che promette di cacciare gli immigrati, è un popolo ignaro anche della propria storia e concentrato sul proprio orticello, spaventato che “lo straniero” possa danneggiarlo, l’egoismo sociale cresce a discapito di una collaborazione che potrebbe essere costruttiva.

Ma non possiamo liquidare il tutto scaricando la responsabilità ad un elettorato ignorante, ingrato, incapace di comprendere e valutare. Non è giusto né utile. La responsabilità è della politica. E’ il segnale di un fallimento della politica, quella dei partiti tradizionali, ecco perché si premiano realtà diverse. Noi dobbiamo capire perché e cercare di dare delle risposte.

Possiamo farlo solo ricominciando a comunicare con le persone. Accorciando la distanza tra noi e loro. Mettendo da parte personalismi, autoreferenzialità, leaderismo, tifoserie, correnti, arroganza e presunzione. Tutto ciò ci ha inevitabilmente indebolito. Gli imprenditori sono diventati i nostri migliori amici, lo stile di vita di molti nostri referenti è paragonabile a quello dell’alta società, abbiamo perso il contatto con la realtà.
Siamo stati identificati come “poteri forti”, questa cosa mi fa venire i brividi. E allora di cosa ci stupiamo? Perché avremmo dovuto mantenere i consensi? Perché avremmo dovuto conservare una attrattività? Dovremmo essere i primi a mostrare sobrietà. E poi, dove sta il rinnovamento? Si è limitato allo scontro tra alcuni dirigenti storici a livello nazionale, bypassando i territori.

Esclusi, ignorati, abbandonati, non coinvolti nel processo di rigenerazione del partito, che poi non si è mai realizzato. Lasciando i territori in balia di una classe dirigente consumata. Così, quanto di buono è stato fatto, e con orgoglio dico che è molto, è stato offuscato da questa immagine negativa e non è stato percepito dagli elettori. Ed evito di soffermarmi sulla campagna denigratoria portata avanti dai nostri avversari, a colpi di fake news, a questo punto non mi interessa, non può essere un capro espiatorio.

Con umiltà e senso del dovere, riconosciamo i nostri errori e impegniamoci a non ripeterli, costruiamo un progetto unitario che abbia alla base le priorità del paese, quelle vere, quelle considerate tali dal popolo. Ricominciamo a parlare una lingua comprensibile, ad ascoltare, non sottovalutiamo l’insofferenza sociale in crescita, che abbrutisce, indispettisce e rende intolleranti.
Prevale ormai da tempo insoddisfazione, rassegnazione e disperazione, stati d’animo che hanno trovato una speranza nel voto, permettetemi la forzatura, “rivoluzionario” del 4 marzo. Avvisaglie ce ne erano state nelle ultime tornate elettorali, in cui il dato più eclatante era stato però l’astensionismo. Non siamo stati convincenti, e l’astensionismo si è trasformato nel voto che conosciamo.

Non abbiamo colto la gravità della situazione, presi da altre faccende. Ma con un certo ottimismo, mi sento di dire che in fondo siamo il secondo partito, considerando il movimento 5 stelle un partito, sicuramente l’unico con uno statuto ed un radicamento sui territori. Ecco, ripartiamo da qui, dal secondo posto, dai territori, dalle tante donne e dai tanti uomini di valore, dai nostri principi di base indiscutibili, anche se spesso ignorati, dalla base. Ribaltiamo i consensi riconquistando la fiducia del nostro popolo, riappropriandoci dei temi che sono nostri e che irresponsabilmente abbiamo lasciato ad altri, lavoro e giustizia sociale.
Gli Italiani ci hanno voluto all’opposizione, questo è oggi il nostro posto, che dovremmo occupare con senso di responsabilità, umiltà e di servizio.

*Emanuela Piroli (segretario circolo PD Ceccano)

 

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Gli errori della 'buona scuola'

Cristofari studentidi Paola Bucciarelli - Qualche giorno fa, nell’ambito di un dibattito a Reggio Emilia in cui era presente la Ministra Fedeli, la Ministra ha dovuto ammettere che degli errori con il mondo della scuola sono stati fatti, se tutto il mondo della scuola è arrabbiato con il governo e con il partito democratico.
In effetti, la Ministra Fedeli ha ragione, peccato che pur avendolo capito, non fa nulla per rimediare, ma, anzi, alimenta il forte disagio che il mondo della scuola ha covato e cova nei confronti delle politiche sulla scuola messe in atto dalla legge 107 in poi.
Il primo errore, è a mio avviso, le troppe agende aperte sul fronte scuola: continui cambiamenti, annunci di cambiamenti che provocano solo confusione e ansie, tra l’altro enfatizzate anche da dibattiti mediatici superficiali e di poco spessore.
Da ormai un decennio ogni ministro dell’istruzione ha la sua ricetta per riformare la scuola, invece, la scuola ha bisogno di cambiare certamente, ma avendo il tempo necessario perché il cambiamento possa avvenire nella scuola e non sulla scuola.
Il problema è che da tempo non si ascolta più chi la scuola la fa ogni giorno, tutti gli pseudo cambiamenti avvengono calandoli dall’alto e questo non fa altro che alimentare malcontento, senso di ingiustizia, di impotenza fra tutti coloro che operano nella scuola.
La cosiddetta buona scuola non è sfuggita a questa regola: errori e criticità che erano stati evidenziati fin dall’inizio, stanno ora emergendo man mano che se ne vede l’attuazione.
Vediamone alcuni: si era detto di voler eliminare il precariato, bene, non solo ciò non è avvenuto, ma si sono messi in ruolo migliaia di persone solo in base ad una sentenza della Corte di Giustizia europea,che minacciava di sanzionare l’Italia con una multa colossale, se non avesse messo in ruolo persone che lavoravano da più di 36 mesi su posti vacanti e disponibili.
Inoltre,invece di capire,studiare e analizzare chi andava stabilizzato e chi no, si è deciso di stabilizzare chiunque fosse nelle graduatorie cosiddette ad esaurimento (gae) e il risultato è stato che le gae non sono state affatto svuotate, soprattutto in determinate classi concorso (diritto ed economia,storia e filosofia, storia dell’arte, scienze naturali,tecnologia delle costruzioni), che si è stabilizzato anche chi non aveva mai messo piede in un’aula, in virtù di un mero requisito anagrafico che aveva permesso ad alcuni di stare in queste graduatorie. Ad aggravare la situazione,questa operazione di massiccia immissione in ruolo è stata affidata ad un algoritmo informatico che ha catapultato gente del sud nel profondo nord, persone con più punti in graduatoria costrette ad allontanarsi da casa, mentre chi aveva meno punti si è ritrovato nella scuola sotto casa.
Si è precarizzata tutta la classe docente creando un organico cosiddetto dell’autonomia che ha spinto i docenti a competere in maniera iper individualista per vedere riconosciuto il proprio ruolo (docente di ambito,di scuola,di potenziamento...) e il proprio salario (bonus premiale).
Con la cosiddetta buona scuola si è pensato a burocratizzare il lavoro dei docenti, invece che a stimolare i docenti ad innovare la didattica.
Sono stati sprecati migliaia di euro con la card docente da 500 euro che, tra l’altro, non si capisce per quale motivo non sia concessa anche ai docenti precari e al personale Ata (tecnico amministrativo-ausiliare) visto che la formazione e l’aggiornamento dovrebbero essere un diritto di tutti.
Altri migliaia e migliaia di euro sono stati sperperati nel concedere i bonus premiali con criteri spesso discutibili e poco trasparenti.
Mi chiedo, non si potevano investire tutti questi soldi aumentando gli stipendi (i più bassi in Europa) dei docenti? Lasciare liberi i docenti di scegliere quale formazione fare per aggiornarsi? Troppo liberale? Almeno,si poteva pensare di legare la formazione e l’aggiornamento dei docenti a quell’esperienze maturate nell’ambito accademico o nell’ ambito di enti ed istituzione il cui valore sia riconosciuto a livello nazionale ed europeo?
Altri denari pubblici spesi per la scuola hanno finito solo per finanziare progetti e progettini dalla dubbia qualità immettendo le singole scuole in una schizofrenia progettuale che vede soltanto perdere ore di didattica, aumentare carichi di lavoro e burocratici, senza nessun ritorno in termini di didattica alternativa o quantomeno di sviluppo del territorio.
Quindi, si’, sono stati fatti degli investimenti nel settore dell’istruzione ma sono stati pochi e soprattutto sbagliati
Per rimediare bisogna puntare a fare degli investimenti che sono di tipo economico, ma prima di tutto umano: non si può avere una scuola di qualità che sia motore di libertà, di uguaglianza sostanziale, senza pensare di risolvere la questione del precariato che umilia e demotiva tantissimi docenti giovani e non più giovani.

 

 Pubblicato anche su L'Inchiesta quotidiano del 22 settembre 2017
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Errori di calcolo dello Zar Putin su The Donald president

putin trumpdi Elia Fiorillo - Ammesso per ipotesi che Vladimir Putin sia stato il grande sostenitore occulto di Donald Trump a scapito della signora Clinton, certo non sta gioendo per l’aiuto fornito. Anzi, il freddo calcolatore senza sangue nelle vene è in preda a furiose “inca...volature”. L’uomo che avrebbe ordinato ai servizi segreti del suo Paese di screditare Hillary Clinton, prima donna candidata alla presidenza degli Stati Uniti, facendo pervenire a WikiLeaks migliaia di mail del Comitato nazionale democratico e di altri soggetti, puntualmente finite online, non si dà pace. E non solamente per quello che Trump sta di fatto facendo contro l’Unione Sovietica, ma anche per il discredito che a lui Putin, nuovo Zar della Russia - e non solo -, gli può venire dagli avversari politici interni, ma anche dai sostenitori. Come si fa a dar credito ad un soggetto talmente esuberante e volubile che in poche ore, dalla mattina alla sera, cambia idea? The Donald president non segue una politica, un disegno, recita a soggetto secondo l’umore e gl’interessi dei suoi elettori. Oggi è amico carissimo, domani l’incontrario e dopodomani non si sa. Puntare su uno così per condividere strategie e soprattutto per dividersi il mondo è da vero incosciente, a dir poco.

Molto meglio per Vladimir sarebbe stato l’appoggiare la sua nemica di sempre, Hilary Clinton. Perché la “signora” presidente, se fosse stata eletta, avrebbe continuato la politica del suo predecessore, Barack Obama. Certo, avrebbe mantenuto in Medio Oriente le posizioni di contrapposizione ed avrebbe anche continuato a premere sull’Europa per le sanzioni alla Russia, per via della politica espansionistica e soprattutto per l’annessione della Crimea, ma in fatto di guerra globale ci sarebbe andata cauta, come Obama. E come lui stesso, Putin, che in fatto di armi atomiche ci è andato sempre cauto. Sbandierarle è una cosa, un’altra è esagerare fino al punto da non potersi più tirare indietro dall’usarle.

I venti di guerra soffiano sempre più forti. “Una guerra nucleare potrebbe scoppiare da un momento all'altro nella penisola coreana”. Lo dichiara l’ambasciatore della Corea del Nord all’Onu Kim In Ryong. E aggiunge: “Gli Stati Uniti stanno disturbando la pace e la stabilità globale, insistendo in una logica da gangster”. Per il vicepresidente USA Mike Pence, al contrario, “l'era della pazienza strategica è finita” con la Corea del Nord. E, ancora, che gli Usa e i loro alleati utilizzeranno “mezzi pacifici o in ultima analisi qualsiasi mezzo necessario” per stabilizzare la regione. A sua volta Trump, nell’augurarsi che la “brutta storia” si concluda con una soluzione pacifica, afferma che però i nordcoreani: “Devono comportarsi bene”. Che vuol dire tutto e il suo contrario. “Comportarsi bene” significa stop agli esperimenti nucleari? Eppure Kim Jong Un, dopo che c’è stato l’ultimo lancio missilistico fallito di Pyongyang, a poche ore della grande parata che doveva celebrare il nonno fondatore, non può accettare uno smacco del genere proprio in pieno braccio di ferro con l’odiata America. L’escalescion degli esperimenti nucleari continuerà con maggiore intensità perché la Repubblica Popolare “Democratica” (sic) di Corea e il suo leader non possono accettare smacchi del genere. Un momento di vera crisi il mondo l’ha già vissuto all’inizio degli anni sessanta. Il tentativo da parte degli americani d’invadere Cuba, nell’aprile del 1961, e lo spiegamento difensivo nell’isola di Fidel Castro di missili nucleari sovietici scoperto dagli americani il 14 ottobre del 1962, portò al braccio di ferro delle due potenze nucleari. Dopo giorni di tensione, Nikita Chruščëv, vista la determinazione di Kennedy, ordinò il ritiro dei missili in cambio della promessa di non invasione dell'isola e del ritiro dei missili Jupiter installati nelle basi di Turchia e Italia (Basilicata e Puglia), avvenuto sei mesi più tardi. Andò proprio bene al mondo anche per la mediazione di Giovanni XXXIII che esortò i due contendenti a darsi una calmata. “Promuovere, favorire, accettare trattative, ad ogni livello e in ogni tempo, è norma di saggezza e prudenza, che attira le benedizioni del Cielo e della terra” Così, tra l’altro Papa Roncalli invitava i due contendenti a “ragionare” per la sopravvivenza del mondo. Altri tempi ed altri uomini.

Visto che Putin potrebbe avere la colpa della vittoria di Trump, allora dovrebbe darsi da fare per assumere il ruolo del “mediatore” che fu di Giovanni xxx nella crisi cubana. Certo, non con le stesse parole ed argomenti. Guadagnerebbe la posizione di primo attore sulla scena, ma anche avrebbe la possibilità di evitare un conflitto nucleare nel quale, in caso di scoppio, non si potrebbe tirare indietro.

Da queste congetture nasce spontanea un’invocazione non terrena: “Che Dio ci aiuti”, non siamo proprio ben messi in questo periodo in fatto di uomini e di idee per far girare il mondo normalmente. “Che Dio ci aiuti”, appunto.

20 aprile 2017

 
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Frusone,M5S. "Commissario ASL? Zingaretti persiste nei suoi errori"

LucaFrusone 350 260dall'Ufficio stampa del Deputatto Luca Frusone, M5S - «Ormai il caso della dirigenza della ASL ha un eco nazionale. Il ricorso vinto da Isabella Mastrobuono ha destato attenzione sulle modalità di assunzione dei direttori generali delle ASL e sicuramente in provincia di Frosinone se ne continuerà a parlare anche se il dott. Macchitella è stato confermato come commissario straordinario.»

Proprio su questa riconferma il Deputato dei 5 Stelle Luca Frusone torna a parlare dei vari incarichi conferiti a Frosinone. «Dopo il grande caos generato dalle modalità adottate per rimuovere la Mastrobuono, bocciate dal TAR, in Regione Lazio potrebbe scoppiare un altro serio problema. Infatti sto presentando un'interrogazione al Ministro e un'altra sarà presentata dai miei colleghi in Regione, riguardanti l’incarico conferito al Direttore del Distretto B di Frosinone»

E, prosegue spiegando che «Anche per questo caso, il Giudice del Lavoro ha dato ragione a chi si opponeva ad un incarico conferito non soltanto in assenza della deroga da parte della Regione, ma che avrebbe comportato anche un aumento di spesa. Ogni assunzione della ASL, avendo questa un debito spaventoso, deve essere infatti autorizzata dalla Regione e il motivo per cui venne annullata l’assunzione risalente al 2015 del dott.Carrano come Direttore di distretto, fu proprio la mancanza di questa autorizzazione. Il resto è storia, o meglio una storia che si ripete visto che la ASL ha ripetuto il bando con gli stessi vizi e si è ripetuto incredibilmente anche il vincitore» 

Il Portavoce del Movimento però non si sofferma solo su questo aspetto e prosegue spiegando che «La mancanza di autorizzazione non solo ha comportato la nullità della nomina del Direttore di Distretto B, ma secondo un decreto a firma proprio di Zingaretti, dovrebbe comportare la risoluzione contrattuale anche di chi lo ha assunto, ossia del commissario Macchitella». Questo è il nocciolo dell’interrogazione presentata dal Deputato pentastallato che mette al centro della vicenda la Regione stessa perché «La regione aveva non solo l’obbligo di vigilare sull'iter, ma una volta accertata l'irregolarità, avrebbe dovuto far partire, così come da decreto, una segnalazione alla Corte dei Conti. La domanda è se tutto ciò sia stato fatto o se qualcuno, stia omettendo qualche atto?»

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15 anni di errori hanno ingigantito il terrorismo

torrigemelle fondamenta 400 250di Loretta Napoleoni da ilfattoquotidiano.it - 11 settembre, perché lo jihadismo è diventato un’ideologia globale?
A 15 anni dall’attacco contro le torri gemelle una nebulosa di gruppi jihadisti ha rimpiazzato al Qaeda. Alcuni, come l’ISIS, con pretese nazionaliste sono riusciti a conquistare vasti territori e ad autoproclamarsi una nazione, il Califfato. Sebbene Osama bin Laden sia morto e il suo corpo sia stato dato in pasto ai pesci dell’Oceano indiano, nuove icone sono emerse e la minaccia del terrorismo e del fondamentalismo islamico continua ad essere presente nella vita quotidiana degli occidentali e dei musulmani. Se l’11 settembre passerà alla storia come un attacco terrorista, anche se eccezionale e spettacolare, il jihadismo contemporaneo verrà definito un’ideologia anti-imperialista globalizzata poiché così viene percepito da segmenti sempre più grandi della popolazione mondiale.
Un bilancio triste e surreale al tempo stesso perché stiamo parlando di azioni armate contro gli innocenti, cioè la popolazione civile, un bilancio appositamente tenuto nascosto dalla classe politica che negli ultimi 15 anni ha gestito la “guerra contro il terrorismo”. Perché? Ecco una domanda che a 15 anni dall’11 settembre dovremmo porci. Ma neppure i newyorkesi, prime vittime di quell’attentato, hanno voglia di farlo. A 15 anni dal crollo delle due torri gemelle, molti a New York hanno rimosso le immagini di distruzione di uno dei simboli del capitalismo finanziario occidentale e li hanno sostituiti con quelle del nuovo grattacielo e dei i monumenti ai “caduti dell’11 settembre”, costruzioni sorte dove un tempo c’erano le due torri. Ormai sonoun’attrazione turistica come tante altre, da vedere e fotografare, magari con un selfie, e mostrare agli amici.

I motivi veri del nostro fallimento

Anche la stampa tradizionale evita di rivisitare gli errori degli ultimi 15 anni. Chi vuole conoscere i motivi veri del nostro fallimento deve cercarli nell’internet, su siti che ancora credono e praticano il giornalismo vero o deve frugare su Twitter, alla loro ricerca.

Eppure oggi a 15 anni da quella tragedia c’è davvero bisogno di una riflessione sul perché lo jihadismo è un’ideologia globale mentre 15 anni fa era poco meno di un gruppo di terroristi che si chiamava al Qaeda. Cosa abbiamo sbagliato? La nostra sconfitta poggia su una serie di fattori negativi per l’Occidente, tutti legati alla scellerata risposta all’11 settembre: la guerra contro il terrorismo. L’errore che molti commettono è credere che sia stato l’attacco alle torri il motore della crescita dello jihadismo. Ed invece non è così! Rivisitare questi fattori può aiutarci a fare autocritica, un processo necessario se nei prossimi 15 anni vorremmo correggere tutti questi errori.
Sul piano economico: la sezione finanziaria del Patriot Act, una legislazione repressiva introdotta appena un mese dopo l’11 settembre, ha portato alla fuoriuscita di centinaia di miliardi di dollari dagli Stati Uniti, denaro arabo e musulmano che è stato rimpatriato per paura che fosse congelato. Il sistema di monitoraggio globale delle transazioni in dollari che il Patriot Act ha introdotto, ha ridotto il volume mondiale degli investimenti in dollari mentre la nascita di un sistema di riciclaggio nuovo, la cui moneta di scambio è l’euro e non più il dollaro, per aggiralo ha ulteriormente indebolito il dollaro.

La Riserva Federale ha cercato di contrastare la mini recessione innescata dall’11 settembre tagliando i tassi d’interesse, ma lo ha fatto in un momento in cui l’eccessivo indebitamento richiedeva una manovra esattamente opposta. Così facendo ha gonfiato a dismisura la bolla dei mutui subprime. L’amministrazione Bush ha incoraggiato la politica dei tassi bassi perché gli ha permesso di finanziare la guerra in Iraq con un crescente debito pubblico.

Dall crollo del 2007/2008 l’economia mondiale non si è più ripresaNewYork Erano Torrigemelle 350 260

Questa la genesi del crollo del 2007/2008, da cui l’economia mondiale non si è più ripresa.

Sul piano politico: l’attacco preventivo in Iraq, costruito su una serie di menzogne prima fra tutte quella che presentava al Zarqawi come l’ambasciatore di bin Laden alla corte di Saddam Hussein, non ha prodotto i frutti aspettati. L’Iraq è diventato un ginepraio di gruppi armati, con in testa Twahid al Jihad, il gruppo guidato da al Zarqawi che grazie alle menzogne dell’asse Bush e Blair, ha guadagnato la fiducia degli sponsor di al Qaeda. Attraverso varie reincarnazioni quel gruppo oggi si chiama ISIS.

Dal 2003 al 2007, la guerra in Iraq ha radicalizzato i giovani musulmani anche in Europa e negli Stati Uniti. Madrid, Londra sono state colpite e di colpo il terrorismo è tornato a essere di casa nel Vecchio continente. Il bilancio della guerra contro il terrorismo è particolarmente negativo in Europa, diventata teatro di attacchi di tutti i tipi: dall’assassinio di Theo Van Gogh in Olanda con un semplice coltello fino alle bombe all’aeroporto di Bruxelles o alla carneficina a Nizza.

Dalla destabilizzazione del mondo mussulmano un esodo gigantesco

Ma è nel mondo musulmano che l’impatto di questo conflitto si è fatto maggiormente sentire producendo un processo di destabilizzazione che rischia di far saltare lo status quo internazionale. Nel 2003, nasceva al Qaeda nel Maghreb Islamico (AQMI), un gruppo finanziatosi con il contrabbando di cocaina che dal 2002, a seguito dell’introduzione del Patriot Act, arriva in Europa attraverso l’Africa occidentale, il sahel e il Nord africa. AQMI è stata la prima organizzazione a rapire stranieri quale fonte di finanziamento, soldi con i quali ha reclutato giovani africani. Il cocktail di traffico di cocaina e jihadismo africano è stato letale per la stabilità delle nazioni dell’Africa occidentale, la cui economia nel giro di un decennio è diventata dipendente da queste attività illegali.

Dal 2003 tutti i gruppi armati del fondamentalismo islamico, ad esempio i talebani, al Qaeda nella Penisola Arabica, al Nusra in Siria, hanno imitato il modello africano. I rapimenti si sono moltiplicati diventando nelle zone di guerra come la Siria, l’Iraq, la Libia o l’Afghanistan, o negli stati falliti come la Somalia, la fonte primaria di sovvenzionamento non solo dell’attività terrorista ma per la sopravvivenza della popolazione intrappolata al loro interno.

Non solo l’Occidente non ha ancora vinto la guerra contro il terrorismo, ma la destabilizzazione del mondo mussulmano ha dato vita all’esodo più grande dai tempi della seconda guerra mondiale. Nel 2015, 1,5 milioni di rifugiati sono entrati in Europa. La crisi dei rifugiati sta mettendo a durissima prova l’Unione europea ed in parte è responsabile per la vittoria del fronte anti europeista nel referendum britannico dello scorso giugno.

A giudicare dai risultati abbiamo sbagliato tutto. E la conferma è che il terrorismo è una minaccia ben più grande di 15 anni fa.

 
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Ricordare Marta Russo anche per gli errori dello Stato

marta russo 350 260di Antonella Necci - Uno dei primi effetti della Buona Scuola è stato lo strombazzamento delle immissioni in ruolo a spasso per lo Stivale. Aspiranti docenti hanno trascorso notti insonni con l'incerta speranza di ''cadere" in ruolo in qualche paese vicino al proprio. Invece simili e pertinenti speranze sono andate via via scemando mentre giungevano, per via telematica, le "annunciazioni" a passaggi di ruolo a centinaia di chilometri di distanza da casa.
Lamentele giustificate, ma sempre più assopite, hanno accompagnato la mesta partenza per l'immancabile presa di servizio di inizio anno scolastico. Il ruolo non si rifiuta. Si deve accettare. Costi quel che costi. Pena una infinita serie di travagli che riporterebbero il malcapitato aspirante docente al punto di partenza, come se stesse giocando a Monopoli.
Questi i fatti. Nudi e crudi. E questa che invece voglio insinuare nella mente di chi mi vorrà leggere è la dura legge delle ingiustizie sociali con cui tanti docenti hanno fatto le spese nella loro carriera.
La notizia di stamattina che il neo assunto docente di Psicologia Giovanni Scattone, già uccisore della studentessa universitaria Marta Russo, in data 14 Maggio 1997, già docente supplente annuale di storia e filosofia presso il liceo scientifico Cavour, sito nel cuore di Roma, a pochi passi dalla sua abitazione, per impedirgli uno stress da viaggio e da eccessivo lavoro, insomma il professore assistente universitario che voleva dimostrare che esiste il delitto perfetto, ve lo ricordate? Beh, quella persona è rientrato nelle immissioni in ruolo. Certo, penserete, chissà dove lo avranno sbattuto ad espiare le sue pene e le sue colpe. A volte il mestiere di professore assomiglia a quello del Buon Samaritano, quindi chissà dove sarà andato il professor Scattone.lascenadeldelittodi MartaRusso
Se poco poco avrete seguito la vicenda, vi sarà parso strano che mentre tanti hanno preparato armi e bagagli per raggiungere luoghi lontani, il professor Scattone con soli pochi anni di precariato e con lo stesso concorso vinto da tanti altri come lui, sia rimasto bello bello a Roma. Si certo Roma Nord. non Roma Centro. Lo stress da viaggio in metro lo colpirà quest'anno, ne sono certa!
Magari si prenderà un'aspettativa per riposare la sua mente soggetta all'immancabile stress da " anno di straordinariato".
Sono queste le notizie che rendono la giornata degna di essere vissuta. Ma io indagherei sul punteggio acquisito da quel signor Giovanni Scattone. Chissà che, per errore o svista, abbia, grazie anche a qualche raccomandazione giusta, rubato il posto a qualche altro docente con maggiore punteggio e maggiore anzianità. Perché queste cose capitano nella nostra bella Italietta. E i controlli di graduatoria non sono mai abbastanza per sventare l'intrufolamento dei soliti furbi. Che oltre a prendersi la vita di una persona innocente, sono abilmente in grado di prendere anche il posto degli aventi diritto. Per dimostrare, magari, che esiste il passaggio in ruolo perfetto.

8 settembre 2015

 

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marta russo 350 260di Antonella Necci - Uno dei primi effetti della Buona Scuola è stato lo strombazzamento delle immissioni in ruolo a spasso per lo Stivale. Aspiranti docenti hanno trascorso notti insonni con l'incerta speranza di ''cadere" in ruolo in qualche paese vicino al proprio. Invece simili e pertinenti speranze sono andate via via scemando mentre giungevano, per via telematica, le "annunciazioni" a passaggi di ruolo a centinaia di chilometri di distanza da casa.
Lamentele giustificate, ma sempre più assopite, hanno accompagnato la mesta partenza per l'immancabile presa di servizio di inizio anno scolastico. Il ruolo non si rifiuta. Si deve accettare. Costi quel che costi. Pena una infinita serie di travagli che riporterebbero il malcapitato aspirante docente al punto di partenza, come se stesse giocando a Monopoli.
Questi i fatti. Nudi e crudi. E questa che invece voglio insinuare nella mente di chi mi vorrà leggere è la dura legge delle ingiustizie sociali con cui tanti docenti hanno fatto le spese nella loro carriera.
La notizia di stamattina che il neo assunto docente di Psicologia Giovanni Scattone, già uccisore della studentessa universitaria Marta Russo, in data 14 Maggio 1997, già docente supplente annuale di storia e filosofia presso il liceo scientifico Cavour, sito nel cuore di Roma, a pochi passi dalla sua abitazione, per impedirgli uno stress da viaggio e da eccessivo lavoro, insomma il professore assistente universitario che voleva dimostrare che esiste il delitto perfetto, ve lo ricordate? Beh, quella persona è rientrato nelle immissioni in ruolo. Certo, penserete, chissà dove lo avranno sbattuto ad espiare le sue pene e le sue colpe. A volte il mestiere di professore assomiglia a quello del Buon Samaritano, quindi chissà dove sarà andato il professor Scattone.lascenadeldelittodi MartaRusso
Se poco poco avrete seguito la vicenda, vi sarà parso strano che mentre tanti hanno preparato armi e bagagli per raggiungere luoghi lontani, il professor Scattone con soli pochi anni di precariato e con lo stesso concorso vinto da tanti altri come lui, sia rimasto bello bello a Roma. Si certo Roma Nord. non Roma Centro. Lo stress da viaggio in metro lo colpirà quest'anno, ne sono certa!
Magari si prenderà un'aspettativa per riposare la sua mente soggetta all'immancabile stress da " anno di straordinariato".
Sono queste le notizie che rendono la giornata degna di essere vissuta. Ma io indagherei sul punteggio acquisito da quel signor Giovanni Scattone. Chissà che, per errore o svista, abbia, grazie anche a qualche raccomandazione giusta, rubato il posto a qualche altro docente con maggiore punteggio e maggiore anzianità. Perché queste cose capitano nella nostra bella Italietta. E i controlli di graduatoria non sono mai abbastanza per sventare l'intrufolamento dei soliti furbi. Che oltre a prendersi la vita di una persona innocente, sono abilmente in grado di prendere anche il posto degli aventi diritto. Per dimostrare, magari, che esiste il passaggio in ruolo perfetto.

8 settembre 2015

 

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