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Imminente rivoluzione finanziaria globale: la Russia segue il copione Usa

ECONOMIA VALUTE

Ormai si profila “una nuova valuta internazionale”

Ellen Brown ha scritto un articolo imperdibile che spiega con rara lucidità quale sia la posta in gioco dello scontro in atto tra Russia e Stati Uniti. EllenBrown 360 minSe in Italia esistesse ancora un giornalismo economico (o anche solo un giornalismo), di questo si dovrebbe parlare.
Nessun paese ha sfidato con successo l’egemonia globale del dollaro USA prima d’ora.
L’articolo originale in inglese è nel suo blog e qui di seguito eccone la traduzione.

I critici stranieri hanno sempre stigmatizzato il “privilegio esorbitante” che ha il dollaro USA come valuta di riserva globale. Gli Stati Uniti possono emetterla sostenuti nient’altro che dalla “piena fede e credito degli Stati Uniti“. I governi stranieri, avendo bisogno di dollari, non solo li accettano nel commercio, ma acquistano titoli statunitensi, finanziando efficacemente il governo statunitense e le sue guerre estere.
Ma nessun governo è stato abbastanza potente da rompere quell’accordo fino ad ora. Come è successo e cosa significherà per gli Stati Uniti e le economie globali?

L’ascesa e la caduta del petrodollaro
Innanzitutto, un po’ di storia: il dollaro USA è stato adottato come valuta di riserva globale alla conferenza di Bretton Woods nel 1944, quando il dollaro era ancora sostenuto dall’oro sui mercati globali. L’accordo prevedeva che l’oro e il dollaro sarebbero stati accettati in modo intercambiabile come riserve globali, i dollari sarebbero stati convertibili in oro su richiesta a $ 35 l’oncia. I tassi di cambio di altre valute sono stati fissati rispetto al dollaro.

Ma quell’accordo è stato rotto dopo che la politica “guns and butter” del presidente Lyndon Johnson ha esaurito le casse degli Stati Uniti finanziando sia la guerra in Vietnam che i suoi programmi sociali “Great Society” all’interno. Il presidente francese Charles de Gaulle, sospettando che gli Stati Uniti stessero finendo i soldi, cambiò gran parte dei dollari francesi in oro. Altri paesi seguirono il suo esempio o minacciarono di farlo.

Nel 1971, il presidente Richard Nixon pose fine alla convertibilità del dollaro in oro a livello internazionale (nota come “chiusura della finestra dell’oro”), al fine di evitare il prosciugamento delle riserve auree statunitensi.
Il valore del dollaro è poi crollato rispetto ad altre valute negli scambi globali. Per sostenere la situazione, Nixon e il Segretario di Stato Henry Kissinger fecero un accordo con l’Arabia Saudita e i paesi OPEC i quali avrebbero venduto petrolio solo in dollari e che tali dollari sarebbero stati depositati nelle banche di Wall Street e della City di Londra. In cambio, gli Stati Uniti avrebbero difeso militarmente i paesi OPEC.

Il ricercatore economico William Engdahl ha presentato anche le prove di una ‘promessa’ per la quale il prezzo del petrolio avrebbe dovuto quadruplicarsi. Una crisi petrolifera innescata da una breve guerra mediorientale fece quadruplicare il prezzo del petrolio e l’accordo OPEC fu finalizzato nel 1974.
L’accordo è rimasto in essere fino al 2000, quando Saddam Hussein lo ruppe vendendo petrolio iracheno in euro. Il presidente libico Omar Gheddafi seguì l’esempio. Entrambi i presidenti furono assassinati e i loro paesi furono distrutti da una guerra con gli Stati Uniti. Il ricercatore canadese Matthew Ehret osserva:
Non dobbiamo dimenticare che l’alleanza Sudan-Libia-Egitto, sotto la guida combinata di Mubarak, Gheddafi e Bashir, si era mossa per stabilire un nuovo sistema finanziario garantito dall’oro al di fuori del FMI/Banca mondiale per finanziare uno sviluppo su larga scala in Africa.
Se questo programma non fosse stato minato dalla distruzione della Libia guidata dalla NATO, dalla spartizione del Sudan e dal cambio di regime in Egitto, il mondo avrebbe assistito all’emergere di un importante blocco regionale di stati africani che modellava i propri destini al di fuori dei giochitruccati della finanza controllata dagli anglo-americani per la prima volta nella storia.

L’ascesa del PetroRublo
La prima sfida di una grande potenza a quello che divenne noto come il petrodollaro è arrivata nel 2022. Nel mese successivo all’inizio del conflitto in Ucraina, gli Stati Uniti e gli alleati europei hanno imposto pesanti sanzioni finanziarie alla Russia, in risposta all’invasione militare.

Le misure occidentali includevano il congelamento di quasi la metà dei 640 miliardi di dollari USA di riserve finanziarie della banca centrale russa, l’espulsione di molte delle più grandi banche russe dal sistema di pagamento globale SWIFT, l’imposizione di controlli sulle esportazioni volti a limitare l’accesso della Russia alle tecnologie avanzate, la chiusura del loro spazio aereo e portuale ad aerei e navi russi, oltre a istituire sanzioni personali contro alti funzionari russi e magnati di alto profilo. I russi preoccupati si sono affrettati a ritirare i rubli dalle loro banche e il valore del rublo è precipitato sui mercati globali proprio come il dollaro USA nei primi anni ’70.

Le certezze riposte nel dollaro USA come valuta di riserva globale, sostenuta “dalla piena fiducia e dal credito degli Stati Uniti”, erano state completamente infrante.
Il presidente russo Vladimir Putin ha dichiarato, in un discorso del 16 marzo, che gli Stati Uniti e l’UE non hanno rispettato i loro obblighi e che il congelamento delle riserve russe aveva segnato la fine dell’affidabilità dei cosiddetti ‘asset di prima classe’.

Il 23 marzo Putin ha annunciato che il gas naturale russo sarebbe stato venduto a “paesi ostili” solo in rubli russi, anziché in euro o dollari attualmente utilizzati. Quarantotto nazioni sono considerate “ostili” dalla Russia, inclusi Stati Uniti, Gran Bretagna, Ucraina, Svizzera, Corea del Sud, Singapore, Norvegia, Canada e Giappone (e Italia n.d.t.)
Putin ha osservato che più della metà della popolazione mondiale rimane “amica” della Russia. I paesi che non hanno votato per sostenere le sanzioni includono due grandi potenze, Cina e India, insieme al Venezuela, Turchia e altri paesi del “sud globale”. I paesi “amici”, ha detto Putin, ora possono acquistare dalla Russia in varie valute.

Il 24 marzo, il parlamentare russo Pavel Zavalny ha affermato in una conferenza stampa che il gas potrebbe essere venduto in Occidente per rubli o oro e in paesi “amici” per valuta nazionale o bitcoin.

I ministri dell’Energia delle nazioni del G7 hanno respinto la richiesta di Putin, sostenendo che violava i termini del contratto del gas che richiedevano la vendita in euro o dollari. Ma il 28 marzo, il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha affermato che la Russia “non è impegnata in beneficenza” e non fornirà gas all’Europa gratuitamente (cosa che farebbe se le vendite fossero in euro o dollari che attualmente non può utilizzare nel commercio). Le stesse sanzioni sono una violazione degli accordi sulla disponibilità delle valute sui mercati globali.
Bloomberg riferisce che il 30 marzo Vyacheslav Volodin, presidente della Camera bassa del parlamento russo, ha suggerito in un post su Telegram che la Russia potrebbe ampliare l’elenco delle merci per le quali richiede il pagamento dall’Occidente in rubli (o oro) per includere il grano, petrolio, metalli e altro.

L’economia russa è molto più piccola di quella degli Stati Uniti e dell’Unione Europea, ma la Russia è un importante fornitore globale di materie prime chiave, inclusi non solo petrolio, gas naturale e cereali, ma anche legname, fertilizzanti, nichel, titanio, palladio, carbone, azoto e metalli delle terre rare utilizzati nella produzione di chip per computer, veicoli elettrici e aeroplani.
Il 2 aprile, il colosso russo del gas Gazprom ha ufficialmente interrotto tutte le consegne in Europa attraverso il gasdotto Yamal-Europa, un’arteria fondamentale per le forniture energetiche europee.

Il professore di economia britannico Richard Werner definisce la mossa russa intelligente, una replica di ciò che fecero gli Stati Uniti negli anni ’70. Per ottenere materie prime russe, i paesi “ostili” dovranno acquistare rubli, facendo salire il valore del rublo sugli scambi globali proprio come il bisogno di petrodollari sostenne il dollaro USA dopo il 1973. Infatti, entro il 30 marzo, il rublo era già tornato ai livelli di un mese prima.

Una pagina al di fuori della sceneggiatura del “sistema americano”.
La Russia sta seguendo gli Stati Uniti non solo nell’agganciare la sua valuta nazionale alla vendita di un bene fondamentale, ma in un protocollo precedente, quello che i leader americani del 19° secolo chiamavano il “Sistema Americano” di moneta e credito sovrano.
I suoi tre pilastri erano:
(a) sussidi federali per miglioramenti interni e per finanziare le industrie nascenti della nazione;
(b) dazi per proteggere quelle industrie;
(c) credito facile emesso da una banca nazionale.

Michael Hudson, un ricercatore professore di economia e autore tra l’altro di “Super-Imperialism: The Economic Strategy of American Empire”, osserva che le sanzioni stanno costringendo la Russia a fare ciò che è stata riluttante a fare da sola: tagliare la dipendenza dalle importazioni e sviluppare le proprie industrie e infrastrutture. L’effetto, dice, è equivalente a quello dei dazi protettivi.
In un articolo intitolato “The American Empire Self-destructs”, Hudson scrive delle sanzioni russe (che in realtà risalgono al 2014):
La Russia era rimasta affascinata dall’ideologia del libero mercato per adottare misure per proteggere la propria agricoltura o industria. Gli Stati Uniti hanno fornito l’aiuto necessario imponendole l’autosufficienza interna (tramite sanzioni). Quando gli stati baltici hanno perso il mercato russo del formaggio e di altri prodotti agricoli, la Russia ha rapidamente creato il proprio settore caseario mentre diventava il principale esportatore mondiale di cereali…
La Russia sta scoprendo (o è sul punto di scoprirlo) che non ha bisogno di dollari americani come supporto per il tasso di cambio del rublo. La sua banca centrale può creare i rubli necessari per pagare i salari interni e finanziare la formazione di capitale. Le confische statunitensi potrebbero quindi portare la Russia a porre fine alla filosofia monetaria neoliberista, come Sergei Glaziev ha sostenuto a lungo secondo la Modern Monetary Theory …
I politici americani stanno costringendo i paesi stranieri a fare ciò che non hanno avuto il coraggio di fare da loro stessi, cioè a sostituire il FMI, la Banca Mondiale e altre armi della diplomazia statunitense. Invece i paesi dell’Europa, del Vicino Oriente e del Sud del mondo che si non seguono i loro stessi interessi economici a lungo termine, l’America li sta allontanando, come ha fatto con Russia e Cina.

Glazyev e il reset eurasiatico
Sergei Glazyev, menzionato sopra da Hudson, è un ex consigliere del presidente Vladimir Putin e del ministro per l’integrazione e la macroeconomia della Commissione economica dell’Eurasia, l’organismo di regolamentazione dell’Unione economica eurasiatica (EAEU). Ha proposto di utilizzare strumenti simili a quelli del “Sistema americano”, inclusa la conversione della Banca centrale russa in una “banca nazionale” che emette la propria valuta russa e fornisce credito per lo sviluppo interno. Il 25 febbraio, Glazyev ha pubblicato un’analisi delle sanzioni statunitensi intitolata “Sanctions ande Sovereignty”, in cui affermava:
«[Il] danno causato dalle sanzioni finanziarie statunitensi è indissolubilmente legato alla politica monetaria della Banca di Russia… La sua essenza si riduce a uno stretto legame della questione del rublo con gli utili dell’export e con il tasso di cambio rublo-dollaro. Si crea, infatti, nell’economia un’artificiale penuria di denaro, e la rigida politica della Banca Centrale porta a un aumento del costo dei prestiti, che uccide l’attività imprenditoriale e ostacola lo sviluppo delle infrastrutture nel Paese.»

Glazyev ha affermato che se la banca centrale sostituisse i prestiti in essere con i suoi partner occidentali con prestiti propri, la capacità di credito russa aumenterebbe notevolmente, prevenendo un calo dell’attività economica senza creare inflazione.

La Russia ha accettato di vendere petrolio all’India nella sua valuta sovrana, la rupia; in Cina in yuan; e alla Turchia in lire turche. Queste valute nazionali possono quindi essere spese per i beni e i servizi venduti da quei paesi.

Auspicabilmente, ogni paese dovrebbe essere in grado di commerciare nei mercati globali nella propria valuta sovrana; ecco cos’è una valuta fiat: un mezzo di scambio sostenuto dall’accordo tra le persone come misura del valore dei propri beni e servizi, sostenuto dalla “piena fede e credito” della nazione.
Ma questo tipo di sistema di baratto globale potrebbe crollare, proprio come fanno i sistemi di baratto locali, se una parte del commercio non volesse più i beni o i servizi dell’altra. In tal caso sarebbe necessaria una valuta di riserva intermedia per fungere da mezzo di scambio.

Glazyev e le sue controparti ci stanno lavorando. In un’intervista tradotta pubblicata su The Saker, Glazyev ha dichiarato:
«Attualmente stiamo lavorando a una bozza di accordo internazionale sull’introduzione di una nuova valuta di regolamento mondiale, ancorata alle valute nazionali dei paesi partecipanti e ai beni scambiati che determinano i valori reali. Non avremo bisogno di banche americane ed europee. Nel mondo si sta sviluppando un nuovo sistema di pagamento basato sulle moderne tecnologie digitali con blockchain, dove le banche stanno perdendo importanza.»

Russia e Cina hanno entrambe sviluppato alternative al sistema di messaggistica SWIFT da cui alcune banche russe sono state sospese. Il commentatore londinese Alexander Mercouris fa l’interessante osservazione che uscire dallo SWIFT significa che le banche occidentali non possono tracciare le operazioni russe e cinesi.
L’analista geopolitico Pepe Escobar riassume i piani per un reset finanziario eurasiatico/cinese in un articolo intitolato “Salute all’oro russo e al Petroyuan cinese”. Lui scrive:
«Ci è voluto molto tempo, ma finalmente stanno emergendoalcuni lineamenti chiave delle nuove fondamenta del mondo multipolare».

Venerdì 1 marzo, dopo una riunione in videoconferenza, l’Eurasian Economic Union (EAEU) e la Cina hanno concordato di progettare il meccanismo per un sistema monetario e finanziario internazionale indipendente. L’EAEU, composta da Russia, Kazakistan, Kirghizistan, Bielorussia e Armenia, sta stabilendo accordi di libero scambio con altre nazioni eurasiatiche e si sta progressivamente interconnettendo con la Chinese Belt and Road Initiative (BRI).
A tutti gli effetti pratici, l’idea viene da Sergei Glazyev, il più importante economista indipendente della Russia.
Abbastanza diplomaticamente, Glazyev ha attribuito il concretizzarsi della sua idea alle “comuni sfide e ai rischi associati al rallentamento economico globale e alle misure restrittive contro gli stati dell’EAEU e la Cina”.

Traduzione: poiché la Cina è una potenza eurasiatica tanto quanto la Russia, devono coordinare le loro strategie per aggirare il sistema unipolare degli Stati Uniti.

Il sistema eurasiatico sarà basato su “una nuova valuta internazionale”, molto probabilmente con riferimento allo yuan, calcolato come indice delle valute nazionali dei paesi partecipanti, nonché dei prezzi delle materie prime.
Il sistema eurasiatico è destinato a diventare una seria alternativa al dollaro USA, poiché l’EAEU potrebbe attrarre non solo le nazioni che hanno aderito alla BRI ma anche i principali attori della Shanghai Cooperation Organization (SCO) e dell’ASEAN. Gli attori dell’Asia occidentale, Iran, Iraq, Siria, Libano, saranno inevitabilmente interessati.

Privilegio esorbitante o onere esorbitante?
Se quel sistema avrà successo, quali saranno gli effetti sull’economia statunitense?

La ‘stratega degli investimenti’ Lynn Alden scrive, in un’analisi dettagliata intitolata “The Fraying of the US Global Currency Reserve System”, che ci sarà dolore a breve termine, ma, a lungo termine, la cosa andrà a beneficio dell’economia statunitense.
L’argomento è complicato, ma la linea di fondo è che il predominio del dollaro come valuta di riserva ha portato alla distruzione della nostra base manifatturiera e all’accumulo di un enorme debito federale. La condivisione dell’onere della valuta di riserva avrebbe l’effetto che le sanzioni stanno avendo sull’economia russa: di alimentare le industrie nazionali come farebbero dazi, consentendo la ricostruzione della base manifatturiera americana.

Altri commentatori affermano anche che essere l’unica valuta di riserva globale è più un onere esorbitante che un privilegio esorbitante. La perdita di tale status non porrebbe fine all’importanza del dollaro USA, che è troppo fortemente radicato nella finanza globale per essere rimosso, ma potrebbe significare la fine del petrodollaro come unica valuta di riserva globale e la fine delle devastanti guerre petrolifere finanziate per mantenere il suo dominio.

fonte: https://storiasegreta.com/2022/04/10/limminente-rivoluzione-finanziaria-globale-la-russia-segue-il-copione-americano/
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Finanziaria 2020 e attese dei disoccupati

vertenzaFrus 18nov19 350 mindi Valentino Bettinelli - Nuova assemblea per il comitato dei disoccupati di Vertenza Frusinate. Come sempre, ad ospitare gli ex lavoratori dell’area di crisi complessa il Salone di Rappresentanza della Provincia di Frosinone. A nome delle parti sociali Anselmo Briganti e Dario D’arcangelis (CGIL) e Pasquale Legnante (CISL).

Al centro della questione, il tema dei fondi necessari per il rifinanziamento degli ammortizzatori nella prossima manovra economica.

Ad aprire il solito Gino Rossi, stoicamente presente nonostante l’infortunio fisico. “Dopo l’incontro con Di Berardino ancora non abbiamo riscontri dai tavoli con sindaci e associazioni datoriali promessi dall’assessore. Le altre regioni sono decisamente più avanti sul tema delle politiche attive”. Rossi continua richiamando le tante parole della politica sui territori con difficoltà e problematiche. “La nostra provincia ha tutti i problemi relativi al lavoro, ma per noi soluzioni non ci sono”. A preoccupare Gino Rossi e tutti i disoccupati l'incognita sul rifinanziamento per il prossimo anno. “Di Berardino disse che la Regione si sarebbe attivata per intercettare sul DEF le clausole di rifinanziamento per il 2020. Le aree di crisi complessa sono cresciute, arrivando a 20 in tutta Italia, creando dunque la necessità di maggiori fondi”.

A portare il suo contributo anche il segretario regionale del PCI, Oreste Della Posta. “Abbiamo avuto un incontro con Claudio Di Berardino per chiarire le questioni drammatiche del nostro territorio. Abbiamo proposto la rivoluzione copernicana per la gestione dei Centri per l’impiego. Riguardo le aree di crisi complessa abbiamo capito che i fondi per il rifinanziamento degli ammortizzatori sono scarsi, se non assenti”. Il segretario Della Posta propone “di andare dai deputati affinché nelle commissioni si impegnino a sostenere il finanziamento delle mobilità in deroga. È il primo passo per vincere questa battaglia. Abbiamo proposto anche una svolta politica, tornando ad avvicinarsi ai più deboli, recuperando fondi da soldi spesi per Nato o missioni all’estero”.

Anche Luigi Carlini partecipa alla discussione. “Come al solito tutti gli invitati politici hanno disertato il nostro incontro, tranne il segretario Della Posta. Altre aree di crisi complessa si stanno già preparando al percepimento di nuove deroghe, mentre nella nostra regione ancora non vengono chiuse le vecchie pratiche. La differenza è la squadra che non c’è tra istituzioni, politica e sindacati. Da noi questa squadra a difesa del territorio manca”.

Anselmo Briganti, a nome delle sigle sindacali, ha parlato per fare chiarezza sulle questioni della mobilità in deroga. “Bisogna parlare con franchezza del tema, prendendo in considerazione il percorso fatto e le carte in ballo. Nella proposta di finanziaria che è in Parlamento c’è la volontà di rifinanziare gli ammortizzatori. È chiaro che è necessario un reperimento di fondi, ma il Sindacato non è un’entità astratta in questa vicenda. Il lavoro che ha permesso il pagamento delle mobilità in tutta Italia, è partito proprio dalle battaglie partite dal nostro territorio”. Briganti continua nel merito. “È necessario capire quanti soldi servono, visti i nuovi numeri della platea, dovuti a pensionamenti o nuovi inserimenti al lavoro. Le regioni avranno a breve in incontro con il governo per fare le dovute valutazioni sulle risorse da mettere in campo. Siamo pronti anche a chiedere delucidazioni urgenti all’Inps riguardo i pagamenti ancora da saldare”.

Continuano i dubbi, dunque, per i disoccupati ciociari, a pochi giorni dalla chiusura dell’anno. L’approvazione della finanziaria è sempre più vicina, ma di certezze sul rifinanziamento per la mobilità in deroga ancora nulla.
Non si può ragionare solo su freddi dati, senza prendere in considerazione le condizioni di chi vive da mesi senza reddito, e che rischia di restare escluso dal lavoro e anche dalla sopravvivenza economica.

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I terribili interrogativi sulla finanziaria 2019

conte tria 350 260 mindi Valentino Bettinelli - Era un governo deciso ad imporre i propri standard, quello italiano. Eppure il costo della manovra economica risulta salatissimo per il Paese: tagli, aumenti delle tasse e investimenti per la crescita congelati.

Tornano da Bruxelles il Premier Conte ed il Ministro Tria con un documento, la cui fiducia al Senato è prevista per oggi, che conserva i provvedimenti bandiera dei due partiti di governo, rinunciando però a un bel corpo di soluzioni di sviluppo per l’Italia. L’esecutivo del “tiriamo dritto”, del “non arretreremo di un solo centimetro” torna in Parlamento con una finanziaria sostanzialmente rivista e corretta dalla Commissione Europea.

Il differenziale tra deficit e PIL, inizialmente previsto “irrevocabilmente” a soglia 2,4%, scende a quota 2,04%. Numerini secondo molti, ma cifre e decimali che costano al Paese una cifra come 10 miliardi di euro in meno per la spesa pubblica, quindi opere infrastrutturali, investimenti per il miglioramento e la crescita di beni e servizi.

Tra i tagli più clamorosi spicca quello all’ente infortunistico dell’INAIL. E si può notare una clausola di salvaguardia, per il biennio 2020-21, che rischia di imporre l’aumento dell’IVA al 26,5%. Due dettagli non di poco conto, visto che andranno ad incidere direttamente sulle tasche degli italiani, dipendenti e commercianti, ai quali verrà applicato un ulteriore salasso fiscale.
Oggi la giornata al Senato sarà lunga e probabilmente densa di discussioni. Ma ancora una volta, su uno snodo fondamentale come la votazione di un maxi emendamento alla legge di bilancio, il governo gialloverde si rifugia dietro lo scudo del voto di fiducia. Numeri sicuramente dalla parte dell’esecutivo guidato da Giuseppe Conte, che però rischia, in piena linea con i governi precedenti, di abbattere completamente il dibattito parlamentare, causando gravi problemi ad un Paese che ad oggi è fermo in una situazione di ristagno istituzionale.

Di nuovo l’Italia si trova a discutere di una manovra di bilancio guidata dai ferrei dettami della Troika. La procedura d’infrazione è stata scongiurata; la Commissione, ancora una volta, ha imposto le sue volontà e l’Avvocato del Popolo Giuseppe Conte ha patteggiato uno sconto di pena. La condanna all’oblio per il nostro Paese però, purtroppo, resta.

 

 

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Pompeo al CD dell’UPI: “Ridare autonomia organizzativa e finanziaria alle Province

Provincia Fr 350da Ufficio Stampa Provincia di Frosinone - Pompeo al CD dell’UPI: “Ridare autonomia organizzativa e finanziaria alle Province. Con il nostro decreto sul personale, a Frosinone più efficacia per i servizi, più dignità per i lavoratori”

Il Presidente Antonio Pompeo ha partecipato oggi, dopo la nomina dello scorso mese di novembre, alla prima riunione del Consiglio Direttivo dell’Upi a Roma, l’organismo nazionale ristretto di rappresentanza delle Province presieduto da Achille Variati.
Nel corso della riunione è stata ribadita la necessità di sollecitare Governo e Parlamento affinché le Province possano ritornare a svolgere le loro funzioni, importanti per la vita dei cittadini e lo sviluppo dei territori.

Il Presidente Pompeo ha evidenziato la necessità che le Province riconquistino il ruolo di enti politici capaci di coordinare lo sviluppo socio economico territoriale.

«Non ci si può limitare alle funzioni ordinarie – ha spiegato Pompeo - perché i nostri enti vengono percepiti dai cittadini come centrali rispetto ai temi del lavoro, dello sviluppo, dell’ambiente e della sanità.
Per quanto riguarda l’esperienza della Provincia di Frosinone, abbiamo ereditato un ente nel pieno del processo di riforma e abbiamo gestito l’intero percorso ridando dignità e centralità. Lo abbiamo fatto non solo sulle funzioni di competenza, strade, scuole, ambiente e ricordo, per esempio, i cinquanta cantieri sulla viabilità di questi giorni, le strade Fca, i 18 milioni per il potenziamento della raccolta differenziata, l’attenzione all’edilizia scolastica. Ma anche su problematiche non previste dalla legge 56: lo sviluppo economico e l’emergenza occupazionale, ottenendo risultati come l’Area di crisi complessa e non complessa. Ed oggi veniamo riconosciuti come un riferimento imprescindibile per il nostro territorio. Questo rinnovato protagonismo ha bisogno oltre che di risorse economiche anche di un personale qualificato e motivato. Per tali motivi, grazie all’impegno di tutta la mia maggioranza, la collaborazione della struttura amministrativa e il dialogo con le parti sociali, siamo arrivati ad approvare un piano del fabbisogno lungimirante tenendo conto dei trasferimenti in Regione a seguito della riforma Delrio e le importanti funzioni da svolgere. Questo atto garantirà non solo più efficienza ma soprattutto dignità per i lavoratori. Nel decreto dei giorni scorsi infatti, è previsto l’aumento delle ore per i dipendenti part-time e la stabilizzazione del personale precario. Per questo chiediamo al Governo e al Parlamento di approvare modifiche alla Legge di Stabilità e dare autonomia finanziaria e organizzativa alle Province».

2 allegati

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Niente è stato dato alla "priorità lavoro"

LAVORO 350-260di Donato Galeone - Capitale finanziario globale e lavoro locale.
E' prevedibile che con la ripresa del "confronto sociale" tra Governo Renzi e Sindacati - aggiornato al prossimo 27 ottobre - il sindacalismo confederale dei lavoratori al di la dei distinguo verbali e delle manifestazioni autonomamente decise dalla CGIL-CISL-UIL fino al 25 ottobre 2014, mi sembra prevalere (a fronte del continuo aumento della inoccupazione non solo giovanile oltre alle povertà crescenti) l'esigenza di un "ruolo partecipativo" non più di solo parole o su "questioni astratte" circa il "POTERE DI DECIDERE" su tematiche definibili e universali coinvolgendo gli italiani - nel contesto dell'Unione Europea - partendo dal Lavoro.
Si tratterà, se il dialogo col Governo durerà più di qualche ora, di esprimere responsabilmente capacità di "confronto ed anche di scontro sulle qualità delle proposte" dimostrando, essenzialmente, che quelle "proposte qualificanti e prioritarie" sono componibili mediante risorse spendibili in tempi certi e predeterminati.

Così come anche il "confronto nella dimensione regionale laziale e provinciale" tra parti sociali e rappresentanze politiche, dovrebbe superare le ritualità istituzionali locali per affrontare la sfida di una realtà socio-economica e industriale a capitalizzazione multinazionale, che appare incerta, pur annunciata anche nel basso Lazio e nella nostra Provincia.

Urgente e necessario, quindi, un confronto propositivo per rimuovere una realtà produttiva bloccata che dovrebbe coinvolgere tutto il mondo del lavoro territoriale riconoscendo compiutamente - pur nel rispetto delle pluralità e diversità personali e dei propri ruoli nell'esercizio di diritti e doveri politici costituzionali - che se oggi il "capitale è globale il lavoro deve essere locale" partendo dal sito Fiat di Cassino, con FCA, che passa da Piazza Affari a Wall Street, con sede legale da Italia a Olanda e luogo finanziario a Londra.

Una dimensione di soggetto economico e giuridico nuovo, da identificare, per fissare incontri tecnici e istituzionali propositivi e concludenti tra "capitale finaziario e lavoro umano" ai fini di conoscere - per riorganizzare adeguatanente - ogni infrastruttura favorevole all'ubicazione d'impresa locale congiunta ai fattori diretti - quantificando i posti di il lavoro professionalizzati – rapportati alle innovazioni tecnologiche e al nuovo modo competitivo industriale del produrre beni e servizi.

E tutto ciò – sia detto con rispetto di tutte le idee teoriche e pratiche - da non confondere con il modo "capitalistico della produzione" nelle forme storiche in cui esso si è presentato e si presenta nelle sue articolate nuove mode mondiali, essenzialmente, di capitalismo finanziario.

Si tratta di evidenziare, compiutamente, l'urgenza del condividere oltre il proclama dell'Unione Europea ripetuto anche a Milano l'8 ottobre scorso - sul come operare per la "crescita e il lavoro".

E' certo ed urgente, ormai, che si debba riconoscere l'apporto insostituibile tanto degli investimenti programmabili e possibili quanto del procedere con l'adeguata riorganizazzione del lavoro - "contrattato e partecipato" - nell'impresa sia verso il modo innovativo del produrre e sia nella quantificazione dei costi complessivi dei processi produttivi, non solo con le "regole riformate del lavoro italiano" ma, essenzialmente, con l'offerta di qualificati prodotti domandati dai comsumatori.
Il Presidente Renzi e Segretario del PD chiuso il summit Unione Europea di Milano e ottenuta la fiducia al Senato con il maxi-emendamento al Ddl di riforma del lavoro che - se non ha più toccato l'art.18 (licenziamenti) - resta, tuttora, vaga la delega sui casi di "reintegro" rinviati ai decreti attuativi del Governo e che alla Camera potrebbero meglio esplicitarsi quale legittima riconferma al lavoratore e lavoratrice del diritto di "liberta e dignità" nei casi di licenziamento disciplinare, soggettivo, già elencati o da ampliare nella parte normativa dei contratti collettivi di lavoro.

E' prevedibile che nei decreti attuativi del Governo saranno meglio esplicitate e richiamate – ripeto - tutte quelle norme contrattuali di lavoro quale sostegno legislativo anche ai "contratti a tutele crescenti" estensibili a tutti i rapporti di lavoro, superato i tempi di prova professionalizzanti.

Ricordo che nel giugno 2013 con CGIL-CISL-UIL a Piazza San Giovanni, c'era anche la Ciociaria in quel corteo e in quella piazza gridammo con migliaia di voci che il "LAVORO E' DEMOCRAZIA" e che "l'emergenza lavoro era ed è la priorità".

Diciamocelo indignati che non è stato dato niente alla "priorità lavoro" neppure in questi ultimi 15 mesi sia dal Governo Letta che dal Governo Renzi, quest'ultimo, con la proclamata e fastidiosa chiusura - oggi apertura - verso il dialogo sociale, peraltro già ritenuto essenziale anche dall'Unione Europea a fronte di un crescente disagio chiamata "disoccupazione e inoccupazione giovanile". Al contrario, nessuna discussione e nessun segnale vero, in Italia, nel PD, nel Parlamento, nella nostra Regione e Provincia di Frosinone sul monitoraggio dello stesso Ministero del Lavoro sul mercato del lavoro che al 4 agosto 2014 segnalava i "dati sui licenziamenti collettivi e individuali" per i quattro trimestri 2013 come segue:
in Italia nel 2023:
licenziamenti collettivi 115.907
licenziamenti per giusta causa 72.320
licenziamenti per motivi oggettivi
(economici/organizzativi aziendali) 714.284
licenziamenti per motivi soggettivi
(disciplinari) 20.739

Da annotare che nei due anni 2012-2013 i licenziamenti monitorati dal Ministerio del Lavoro sono stati pari a 1.961.392 molto vicini alla media di unmilione di licenziamenti/anno mentre i licenziamenti per motivi soggettivi per iniziativa del datore di lavoro, prima dell' eventuale ricorso al Giudice, sono stati nel 2012.2013 pari a 45.931. Nella nostra Provincia sono oltre 5.000 i licenziamenti segnalati dalla CGIL e la CISL il 4 giugno a Cassino aveva già rilevato che nel 2013 una persona su cinque ha lavorato mentre 115.000 persone attendono lavoro da almeno 2 anni.

Io penso che su questi dati certi ufficializzati necessita discutere anche con la Regione Lazio e sono anche insufficienti in assenza di dati sulle povertà crescenti e nella previsione che solo a fine anno 2016 saranno operative le nuove norme sulla riforma del lavoro italiano.

Ecco, quindi, che sin dal prossimo incontro del 27 ottobre 2014 tra Governo-Sindacati-Confindustria ed altre parti sociali urge che nella prossima Legge di Stabilità 2015 si propongano e si prevedano interventi mirati e cogenti, strutturali e certi, verso il "LAVORO PRODUTTIVO" che contribuirebbe a raggiungere quel pareggio di bilancio italiano riproposto dallo stesso governo Renzi a Bruxelles.

Frosinone, 13 ottobre 2014

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