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Tortorella: “Questa guerra è una sconfitta per l’Europa e per la sinistra"

 ANALISI&OPINIONI

La guerra e il giudizio su questa sinistra italiana oggi troppo dispersa

Ganni Cuperlo intervista Aldo Tortorella
aldotortorella 350 260Nascere in Italia nel 1926 a modo suo scriveva un destino. Mussolini era al potere da quasi quattro anni, Antonio Gramsci sarebbe stato arrestato ai primi di novembre e l’anno dopo condannato dal Tribunale speciale assieme a Umberto Terracini e Mauro Scoccimarro. Aldo Tortorella che a luglio di anni ne compirà novantasei appartiene a quella generazione lì. Nata sotto il fascismo e che il regime ha combattuto con una scelta di parte o, come avremmo detto una volta, di vita. Non ancora diciottenne era entrato nella Resistenza milanese, arrestato riuscì a fuggire e riprendere la clandestinità. Poi la lunga militanza nel Partito Comunista Italiano (“il più democratico e colto dei partiti comunisti, per questo ritenuto il più pericoloso”, mi dirà durante la conversazione). Tortorella è rimasto un difensore della storia dei comunisti italiani e, insieme, un assertore di una ricostruzione della sinistra a partire dalle fondamenta teoriche.
Viene classificato come “berlingueriano” fosse solo per aver condiviso con quella segreteria durata dodici anni, dal 1972 al 1984, i passaggi fondamentali. Più problematico sul “compromesso storico” era stato lui, da responsabile della politica culturale del Pci, a organizzare il convegno dell’Eliseo, era il 1977, quello dove Berlinguer spiazzando un po’ tutti aveva teorizzato la sua visione dell’austerità. Sarebbero seguite la tragedia di Moro, il preambolo democristiano, la chiusura a sinistra di Craxi sino alla svolta dell’Alternativa democratica dopo il terremoto del 1980 in Irpinia, insomma l’ultimo scorcio, il più discusso, della parabola di quel gruppo dirigente. È particolarmente a questo “ultimo Berlinguer”, con cui ebbe un rapporto di stretta e intesa collaborazione, che si richiama Tortorella. Incontrarlo oggi è anche tutto questo, ma non in chiave di ricordo, meno che mai di rimpianto, piuttosto è il tentativo di capire cosa di quella tradizione si proietti ancora nella sinistra di adesso. E allora non si può che muovere da questi due mesi, gli ultimi, perché hanno cumulato un bagaglio di cronaca già destinata a farsi storia.

Partirei da questa guerra nel cuore del continente. Ci sono decenni dove non accade nulla e settimane in cui si consumano decenni. Così, più o meno, Lenin sulla Rivoluzione d’Ottobre. Tu che giudizio dai di queste settimane? Credi che potranno condizionare il futuro dell’Europa come altri momenti storici sono riusciti a fare?

Aldo Tortorella
Mi pare ovvio che la guerra, sperando possa terminare senza estendersi e generare una catastrofe ancora maggiore, segnerà profondamente la realtà del dopo. A partire dalla Russia. A me sembra che sia assai difficile che il regime russo, colpevole di una aggressione ingiustificabile, ne possa uscire indenne. È dichiarato l’obbiettivo del governo americano di dare un duro colpo alla Russia. Ma già ora l’aggressione e le disumanità che l’hanno accompagnata segnano scacchi evidenti, anche tenendo a parte l’andamento dello scontro bellico: dal rinvigorimento dell’alleanza atlantica alla sua estensione. Tuttavia anche per l’Europa qualcosa può mutare. Un solco profondo è scavato nel rapporto con la Russia. Ma ci sono anche i segni di una qualche ricerca di una sia pur relativa autonomia rispetto agli Stati Uniti: segni, però, molto fragili e molto contrastati. Penso alle differenze di tono in qualche atteggiamento del presidente francese, e a quelle che emersero nell’incontro tra Draghi, informale portavoce europeo, e Biden. Ovviamente sempre nel quadro di un indefettibile legame atlantico considerato una sorta di doveroso viatico per il governare in occidente. Ma può tendere a farsi strada il convincimento che imboccare la via di una permanente contrapposizione tra Europa e Russia è a tutto danno reciproco. Anche se sinora è rimasto isolato il giudizio espresso da Giuliano Amato e confinato in una pagina secondaria dallo stesso giornale che ha pubblicato quell’intervista, giornale che si colloca tra i sostenitori della tendenza convinta che la sola via percorribile sia in un inasprimento della guerra.

Ti riferisci al racconto di Amato quando nel 2000 incontrò un giovane Putin ben disposto a un rapporto di cooperazione e forse inclusione in Europa e al senso di colpa, Amato usa quella formula, per non aver coltivato quell’apertura?
Sì, ma mi riferisco soprattutto al suo giudizio politico, la presa d’atto che questa guerra rappresenta una sconfitta per l’Europa. In queste settimane non l’ho sentito dire abbastanza, ma mi sembra del tutto giusto. Dopo la fine della guerra fredda con la vittoria degli Stati Uniti, la Nato si è comportata con la Russia come se esistesse ancora l’Unione Sovietica mentre quella era l’occasione per aiutare, coltivare, persino inventare, una vera trasformazione democratica che non c’è stata. C’è stata l’instaurazione di un capitalismo selvaggio con vivo compiacimento occidentale e grandi amicizie con Putin. Ora questa guerra potrebbe segnare, ma non ne ho la certezza, uno sforzo di maggiore autonomia dell’Europa nei confronti della potenza egemone. Il problema è che Washington nelle sue componenti politiche come nel complesso della sua dirigenza economica e persino morale, non pare avere alcuna intenzione di praticare una egemonia condivisa. Mi pare che la tesi del millennio americano continui a prevalere e temo che anche quel processo di relativa maggiore autonomia dell’Europa possa non avere la forza per imporsi.

È la tesi della subalternità dell’Europa alla linea giudicata più bellicista di Londra e Washington?
Se sto ai fatti anche su quel piano ho l’impressione che qualcosa si stia muovendo. Da una parte c’è chi teorizza un inasprimento della guerra fino ad una piena sconfitta della Federazione Russa con il pericolo di un’espansione del conflitto oppure con una ulteriore punizione e umiliazione di quel paese che – anche dopo la eventuale caduta del pessimo regime autoritario attuale, dominato da un pugno di oligarchi – sarebbe drammatica per le conseguenze nel tempo. Questa tendenza si scontra con l’altro indirizzo teso a cercare un compromesso accettabile. In questo senso francesi, tedeschi e noi italiani sembriamo relativamente più orientati verso una linea che si differenzia, seppure lievemente, dagli americani. La mia però è forse solo una speranza e non mi azzardo a fare previsioni.

Scusa se torno a quell’intervista di Amato, ma la si può leggere anche come una conferma della doppia morale che abbiamo usato nel non condannare violazioni delle norme democratiche, penso all’annessione della Crimea nel 2014 salvo continuare a comperare gas e petrolio russo e, non contenti, a vendere a Mosca armi nonostante l’embargo. Come se sui valori dell’Occidente si potessero fondare utili compromessi a seconda delle convenienze. Eppure chi era Putin lo si sapeva molto prima dell’invasione dell’Ucraina, almeno dal 2006 quando Anna Politkovskaja viene assassinata il giorno del compleanno dello “zar”.
Tu parli di una doppia morale, ma direi che c’è stato qualcosa di più. Nei paesi che definiamo di liberal-democrazia si è venuta via via spegnendo una dialettica autentica, e quindi anche gli errori che citi non sono stati solamente degli errori. Fu ignorato l’allarme di Schmidt, già cancelliere tedesco, per il colpo di stato (“fino al 1991 tutti abbiamo ritenuto che la Ucraina fosse russa…Sento un clima da 1914”) e persino voci come quelle di William Perry, l’ex segretario alla Difesa di Clinton, non siano state ascoltate nel loro allarme sulle scelte di allargamento a Est dell’Alleanza Atlantica. Tutto ciò, mi pare, è dipeso dal fatto che l’intera dialettica dell’Occidente si è completamente racchiusa dentro un pensiero che non conosce alternativa perché semplicemente non la legittima e questo è il problema che abbiamo davanti adesso. Diventava sospetta qualsiasi obiezione alla tendenza espansiva della potenza americana. Al fondo se osservi la situazione per come si presenta ora in questi paesi, Stati Uniti, Francia e Italia, ad esempio, dobbiamo concludere che siamo stretti tra un pensiero liberaldemocratico esausto (cioè che dimentica le proprie premesse anti oligarchiche) e un pensiero neo-autoritario, quello che comunemente viene chiamato populismo. Questa torsione dipende dal fatto che sono state considerate obsolete sia una alternativa pacifista – cioè propugnatrice del disarmo bilanciato e controllato – sia la prospettiva di un inveramento democratico, intendo una democrazia partecipata, una progressiva attuazione dell’eguaglianza come quella dell’articolo 3 della Costituzione italiana (che non si limita alla pur irrinunciabile ed essenziale eguaglianza formale), cioè l’idea di una libertà solidale. Queste idee sono venute via via decadendo non solo per l’assenza di soggetti in grado di esprimerle, ma perché i gruppi dirigenti, anche della sinistra, sono venuti smarrendo i motivi del loro esserci.

Ti riferisci anche alla tradizione e all’esito storico del Pci?
Pensa alla sorte del gruppo dirigente del comunismo italiano che arrivato al massimo della sua espansione, quando il Psi apre ai comunisti come forza di governo, vede le grandi democrazie liberali negare ogni spazio a quello sbocco. Henry Kissinger definì una partecipazione al governo del Pci come una rottura morale per l’Occidente. Ma quello era a tutti gli effetti, un partito “democratico” con una accettazione politica, quella pratica c’era sempre stata, del Patto Atlantico. Eppure non bastava perché si negava a quel partito la legittimità di coltivare una idea di alternativa non certo improntata al sistema sovietico, ma del tutto interna alla democrazia e coerente con una critica del modello di allora. Per altro era una critica fondata su premesse che successivamente si sono ampiamente realizzate e che hanno dato vita alla situazione attuale giustamente definita come “”post democrazia”. Certo, però, che se era giusto criticare la involuzione della democrazia (accusata di comportare un “eccesso di domande”) non bastava la cultura delle sinistre tradizionali per intendere i processi economici e sociali che intanto maturavano. Parlo degli assetti che il capitalismo globalizzato veniva assumendo. E alle trasformazioni che la rivoluzione scientifica e tecnologica, sino al digitale, ha indotto nelle relazioni umane e nelle coscienze. Questi processi che hanno investito l’economia, la cultura, le forme di protezione delle società, sono stati difficili da comprendere. Le nuove correnti di analisi della realtà (ad esempio il neo femminismo e l’ecologismo) nascevano al di fuori delle sinistre tradizionali. I loro successi alla fine del secolo (quasi tutta l’Europa e gli Stati Uniti avevano, come si sa un governo di centrosinistra) vollero accreditarsi mostrando una superiore capacità di applicare una politica di tipo liberista senza alcuna critica al modello di globalizzazione determinato dal mercato unico dei capitali e, in parte, delle merci. Il che se aiutava la Cina e molti paesi in via di sviluppo (con straordinario arricchimento degli investitori occidentali) impoveriva vasti strati di lavoratori delle metropoli. Vengono di qui il successo dei populisti e il ritorno nazionalistico e dunque anche la involuzione dei due partiti americani. L’uno con il “trumpismo” del “prima l’America”, l’altro con la riproposizione della missione salvifica degli Stati Uniti: “l’America è tornata” di Biden, cioè la ripresa della funzione egemonica degli Stati Uniti nella comunità internazionale. L’idea di una egemonia condivisa non appartiene a questo modo di pensare. L’indubbia vittoria nella guerra fredda ha sollecitato piuttosto la tendenza al dominio fondato sulla forza. Un’Europa unita e alleata alla pari non è mai stata negli auspici. La Brexit è giunta come opportuna. Il legame speciale desiderato dai paesi europei orientali non è certo scoraggiato. E per la Russia sconfitta andava bene un Boris Eltsin che prende il potere cannoneggiando un Parlamento che voleva sfiduciarlo (con 180 morti subito rimossi). Putin è stato la conseguenza di un tale impianto. E il suo bellicoso iper-nazionalismo l’unico modo per cercare un consenso popolare.

Quindi collochi l’errore dell’Europa nella mancata comprensione di quali ricadute avrebbe determinato un’egemonia dell’Occidente incapace di considerare la complessità di quella transizione alla democrazia?
Dico che Putin non lo vezzeggiava solo Berlusconi, o più di recente Le Pen o Salvini. In molti ambienti europei e occidentali si è imposta una logica che, in una certa misura, anche nel Pci aveva avuto seguito: un atteggiamento del tipo “ma che pretendete? Quelli la democrazia non l’hanno mai conosciuta e allora si torna allo zarismo, ma vedrete che questo sarà uno zar buono”. Però non c’è stata solo ignoranza. La accondiscendenza si accompagnava ad ottimi affari. E la rinascita nazionalistica o la tendenza alla esaltazione del potere personale non accadeva solo in Russia ma anche in tanti paesi d’Europa compreso il nostro. Ecco perché dico che non c’è stata solo una doppia morale, c’è stato il trionfo di una morale sbagliata. O, piuttosto, nella finzione della fine delle ideologie, il ritorno all’ideologia del capo salvifico in rapporto diretto con “la massa”. Per questo citavo Amato, perché almeno lui riconosce la radice di quell’errore che, però, non ha rivelato solo scarsa lungimiranza nello sforzo di aiutare una democrazia nascente. Quell’errore è stato la diretta conseguenza di una posizione culturale e politica che ignorava i problemi reali che sono nati dentro le stesse democrazie liberali e che oggi sono il cuore delle nostre post democrazie. Temi spinosi anche per il Pd o le forze della sinistra perché se i gruppi dirigenti accettano lo stato di fatto, le persone che vorresti conquistare semplicemente non ti seguono.

L’ultimo tema forse si collega a un passato meno recente. Sono cento anni dalla nascita di Enrico Berlinguer. Mi è capitato di ricordare quel giudizio che Fortebraccio gli dedicò sull’Unità: “È stato un uomo politico. Vi pare una banalità?”. Sappiamo quanto quella frase sia difficile da ripetere, ma oggi come definiresti un “politico”, quali caratteristiche quella branca del lavoro intellettuale dovrebbe riscoprire e recuperare? Al netto del settimo comandamento che darei per scontato.
Non sono un nostalgico e so quanto nel Pci la vita fosse difficile, vengo da quella storia, ma Fortebraccio, Mario Melloni, aveva ragione. La sua frase era giusta nel senso che presupponeva in quelle due parole, “uomo politico”, degli aggettivi che tutti potevano intuire e comprendere. Voleva dire che si salutava un politico galantuomo, cosa che in effetti Berlinguer era stato e la gente se ne accorgeva, non perché non rubava, ma perché faceva scelte che meditava a lungo, tanto che quando capisce che la sua politica non era più possibile passa a una nuova realtà e immagina un partito adeguato a quella politica. Una sinistra molto diversa da quella del passato, soprattutto nelle sue fondamenta culturali, perché il Pci ma anche il Psi avevano un impianto ancorato ad una critica di un’altra stagione del capitalismo. Alle loro origini, il movimento ecologista e il nuovo femminismo dal Pci furono persino avversati. Ma quel femminismo della differenza aveva compreso come il capitalismo si iscriveva nel patriarcato, e cioè nasceva entro l’idea del maschile come valore assoluto con tutto il carico di violenza che esso comporta. E l’ecologismo scopriva che era la concezione dello sviluppo a determinare una contraddizione con la possibilità stessa della sopravvivenza della specie. Si trattava di letture fondamentali. Quell’imporsi della logica del più forte ha regolato le forme della società e lo ha fatto anche attraverso le guerre imboccando una direzione di marcia verso la propria distruzione con una dose di assoluta incoscienza. Berlinguer era consapevole che stava mutando il paradigma culturale e quanto più il Pci, soprattutto nella ultima fase della sua vita, veniva cercando strade nuove pur senza ignorare le antiche (quelle della “contraddizione di classe”) tanto più era avversato non solo dagli avversari, ma pure dagli altri partiti comunisti. Con una violenta polemica dei sovietici. Tuttavia, anche noi di quella stagione avevamo svolto solo parzialmente una riflessione sul modello capitalistico per come stava cambiando e per come ridisegnava un modello sociale oltre che economico.

Mi fai tornare a mente uno scambio, poteva essere la metà degli anni ’80, tra André Gorz e Claudio Napoleoni che ragionava sui temi che hai appena accennato. In un convegno il primo interruppe Napoleoni chiedendogli “Claudio, dov’è la porta!”, sottinteso “per uscire dal capitalismo”. E la risposta fu: “Non c’è nessuna porta, il problema è distinguere più nettamente tra la società e il mercato”. Più o meno è questo il capitolo a cui ti riferisci?
Il rapporto tra mercato e società è tuttora il punto su cui si scontrano le resistenze a concepire un’alternativa possibile al modello egemone di economia e società. Prendi la lotta all’evasione fiscale. Abbiamo dovuto attendere la Merkel e Macron per dichiararci in conflitto con i paradisi fiscali, ma come si fa a combattere l’evasione in casa nostra senza risalire a una delle maggiori origini del problema? Oppure pensiamo alla sorte dell’appello a un’economia letta dal punto di vista manageriale. I grandi manager sono diventati talora peggio dei “padroni” (che rispondevano con i loro beni). Lavorano con capitale pubblico o diffuso, con stipendi moltiplicati a livelli stellari e se falliscono cascano sempre sul morbido delle loro inverosimili liquidazioni. Il grande economista Piero Sraffa e il suo preferito allievo Garegnani, carissimo amico, vedevano bene la differenza tra mercato e società. Inascoltati a sinistra.

Quindi scorgi principalmente qui la sconfitta culturale della sinistra?
Dico che all’origine del modello capitalistico in cui viviamo ci sono cose semplici come il desiderio, cioè l’individuo per quanto sociale, e la scelta, cioè il bisogno di libertà. Penso sia la premessa per capire che la società è strutturata in forme che muovono sempre dalla vita delle persone. Senza questo non puoi progettare alcuna vera alternativa. Il cuore del problema risiede nell’individuo e in una domanda di soddisfazione dei suoi bisogni. Come rispondere a quella spinta vitale è complicatissimo perché ha appunto a che vedere col come si ricostruisce il legame tra mercato e società. Persino durante il drammatico esperimento sovietico a un certo punto si sono scontrati con la irriducibilità dell’individuo e si inventarono i contratti di lavoro individuali, lo “stakanovista”, l’“uomo nuovo”. Erano espedienti, ma indicavano un tema irrisolto. Il primato della collettività non può nascondere la questione dell’individuo, o se vuoi, della persona. Il digitale in questo è certo un grande progresso anche se era illusoria una sua funzione automaticamente progressiva. Non cessano di contare il modo e i canali con cui ci si arriva, se come individui forniti di una qualche base culturale critica oppure no, e il tema riguarda già ora miliardi di persone mentre persino l’alfabetizzazione è tuttora assai relativa. Ognuno porta nella rete i suoi pregiudizi, la sua cultura o incultura, ecco perché tutto è divenuto così complicato. Ma anche perciò, ripensando alla risposta di Napoleoni, il tema non è la “porta”, che in ogni modo presuppone di voler uscire per andare da qualche parte, ma quale forma di evoluzione della società riteniamo ancora possibile. La cultura del primato della forza è alla lunga disastrosa ma durerà se non si pensa a un’altra prospettiva costruibile. Dinanzi a questa serie di problemi la sinistra, e il suo partito maggiore nel caso nostro, hanno scelto come unica risposta la strada del governo pensando fosse solo dal governo che si poteva condizionare “la realtà”. Ma la realtà va interpretata e deve poter essere criticata. È davvero “realistico” essere “realisti” o non si dovrebbe anche adesso andare alle radici dei conflitti aperti per comprendere se esiste una alternativa possibile?

A proposito di realismo c’è quella sintesi di Bruno De Finetti: “Occorre pensare in termini di utopia perché pensare di risolvere efficacemente i problemi in altro modo è una ridicola utopia”. Allora se ripensi alla storia del Pci e della sinistra venuta dopo, diresti che a lungo abbiamo avuto il “soggetto” senza avere il “governo”, poi a lungo abbiamo avuto il “governo” ma a costo di sacrificare il “soggetto”?
De Finetti era un grande. Comunque a proposito di “soggetto” e “governo” qualunque definizione della situazione italiana, deve fare i conti con noi stessi. Non dico che abbiamo mentito, ma abbiamo fatto finta di vivere in una democrazia se non compiuta, quasi compiuta, mentre non lo era. Nei fatti era sempre una democrazia controllata. Come dici tu avevamo il “soggetto”, ma potevamo avere un soggetto di quel tipo perché ci era negata la partecipazione al potere. Diciamo che avevamo la funzione di una opposizione permanente, e sino a un certo punto abbiamo avuto anche dei buoni risultati, ma ci era preclusa la via del governo. Al più ci era dato il vantaggio di svolgere una opposizione intelligente e capace di indicare vie corrette da seguire, ma fingevamo di essere un’opposizione che al governo poteva aspirare concretamente, il che era impedito. Questo fu chiarissimo dopo il voto del 1976 quando, pure avendo accettato tutte le convenzioni, dovevamo accettare l’idea che a quel modello di società non vi fosse alternativa, al massimo delle correzioni formali. Quella logica è toccata in sorte persino agli ecologisti che miravano a una critica del modello sapendo che un modello diverso non esiste in atto, ma va costruito, e però la replica nei loro confronti è stata, “ma cosa volete, senza fonti fossili come pensate di vivere?”. Quello che voglio dirti è che il soggetto non era senza potere perché non lo avevamo, ma perché non potevamo averlo e quando si è capito questo alcuni, anche da dentro la sinistra, hanno detto facciamola finita. La conferma è che quando il potere finalmente lo abbiamo avuto, fino al Quirinale, il soggetto semplicemente non poteva più esserci perché quello precedente era senza la possibilità di una alternativa e quello che lo ha sostituito rinunciava di suo all’alternativa in cambio dell’esercizio del governo. La domanda è se esiste per un partito che si dica socialista qualcosa di diverso che non sia un miglioramento dello stato sociale. Dei punti su cui il modello attuale dichiari il suo fallimento. Mi guardo attorno e vedo che ci si avvia colpevolmente verso un cambiamento climatico dagli esiti infausti, ma manca la volontà di formulare un programma di svolta o addirittura si pensa sia impossibile immaginarlo, se succede è perché una volta di più non si pensa alla radice di quei problemi e a cosa rende quel modello così forte e allo stesso tempo così fragile.

Posso pensare che stesse qui la ragione della tua opposizione al superamento del Pci?
La mia avversione riguardava il modo che è sostanza. Si voleva un nuovo soggetto senza sapere quale. In realtà si negava il proprio esserci senza indicare il modo di costruire il “nuovo”. Naturalmente, l’opposizione era molto variegata e arrivò, contro il parere di Ingrao e il mio, a comprendere i nostalgici, rispettabili ma diversi. Ma anche tra coloro che si opponevano in nome di un altro mutamento ci furono discussioni. Ti racconto quella tra me e l’indimenticato Cesare Luporini. Lui diceva che il nostro essere comunisti non indicava qualcosa di raggiungibile, ma un orizzonte. Certo, obiettavo, un orizzonte si sposta sempre ma presuppone un oggetto, una cosa, un modello mentale sebbene irraggiungibile. Il mio punto di vista era ed è che la parola comunista deve essere significativa di un punto di vista critico da aggiornare continuamente in modo da produrre anche risultati. Il mio problema era che rinunciare a questo punto di vista e alla critica del modello in cui viviamo (perché senza quella critica non ci può essere sinistra), semplicemente non si costituisce un soggetto capace di indicare una strada nuova per un paese e più in generale per il genere umano. Il comunismo è stata l’unica idea laica, e non laica, di tipo internazionalistico (il “lavoratori di tutto il mondo unitevi”). La domanda è come si ricostruisce un pensiero con quella forza che era anche una debolezza perché universale non lo era dal momento che gran parte dei lavoratori del mondo quel modello di capitalismo se lo sognavano. Nel dire queste cose credo di essere stato poco chiaro anche per i compagni con cui condividevo quella posizione. Oggi però ne ho la conferma quando mi chiedo come fai a fare un partito che fonda il suo consenso solo sul fatto di giudicare una persona migliore di un’altra.

Se alzi lo sguardo all’Europa di questi anni trovi almeno qualche traccia che dal governo abbia sperimentato quello che hai chiamato un impianto alternativo di società?
Ti ho detto di Merkel e Macron sui paradisi fiscali perché da premesse culturali diverse hanno comunque usato un linguaggio che, magari senza volerlo, è stato di critica al modello attuale. Penso anche a qualche esperienza di governo che affronta il modello energetico e le sue regole, è già un segno che cerca di andare alle radici del fenomeno. Non ancora una strategia organica, ma singoli atti che mostrano come anche dal governo si possa agire se si risale all’origine di alcuni guai. Anche su questi terreni si può dimostrare un approccio diverso che non sia solo l’adesione ad una escalation militare, come rischia di avvenire, per affermare un padrone unico del mondo.

Allora chiudiamo da dove siamo partiti, dalla tragedia in corso. Non credo si possa “vincere” una guerra contro una potenza nucleare e so che una tregua e una trattativa sono oggi la sola via percorribile. Lo stesso aiuto militare all’Ucraina doveva e deve servire a fermare l’invasione, non a vincere la guerra sul terreno o dal cielo. Se fossi stato in Parlamento avresti votato per l’invio delle armi a Kiev?
Non so come avrei votato, avrei dovuto esserci. Certo avrei cercato di condizionare quella decisione. Adesso sono rispettosoGianni Cuperlo 390 min della scelta fatta, ma la mia critica riguarda l’ipotesi che sia una scelta incondizionata e in quanto tale pericolosa. L’Ucraina può pensare di vincere la guerra, ma se a pensarlo è il segretario generale della Nato con le armi occidentali il quadro cambia. Quando parlo di condizionamento di quella decisione intendo proprio la domanda se l’Ucraina la si debba aiutare affinché vinca sul campo e Putin sia sconfitto e magari rovesciato o per cercare di evitare il peggio. Sento evocare da più parti la questione della sovranità, ma perché non lo si è sostenuto per la Jugoslavia o per i palestinesi? Ci sono delle concause, è chiaro, e l’aggressore non ha mai ragione, ma in un esame oggettivo e se non vogliamo convivere con una guerra permanente l’unica via è che ognuna delle parti acconsenta a rinunciare a qualcosa.

Siamo proprio alla fine, posso chiederti che giudizio dai dello stato di questa sinistra italiana oggi troppo dispersa e che il partito più grande dovrebbe secondo me provare in ogni modo a riaggregare?
Non voglio dare giudizi, ti dico che quando nel 1999 in aperto dissenso con la decisione di bombardare la Serbia a opera della Nato, io con Beppe Chiarante e altri compagni decidemmo di uscire dai Ds lo facemmo quasi in silenzio, convinti delle nostre ragioni, ma senza invocare una scissione. Lo ricordo perché quando sei parte di una comunità e una posizione diventa insostenibile per te devi parlare per te, non per gli altri. A chi mi diceva che a sinistra c’era una prateria replicavo che se la classe operaia si sposta su Berlusconi e Salvini ci sono dei motivi materiali molto forti. Se vuoi il consenso di una parte della popolazione devi starci dentro. Se accetti di far parte a pieno titolo dell’establishment poi non ti devi stupire se quelli in fondo alla fila non ti credono più.

11 giugno 2022 da primopiano.info

 

 

 

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Fantascienza: Sull’orlo di una guerra civile americana e di un conflitto mondiale?

?FANTASCIENZA?

 Paure della fantasia o rischi possibili?

di Stefano Rizzo
disordini 6 gennaio 2021 400 minDopo l’omicidio di Floyd George a Minneapolis nel maggio 2020, e di altre centinaia di neri in tutto il paese, ci sono stati vari tentativi per riformare il corpo di polizia di quella e di altre città. Non hanno portato da nessuna parte. Dopo l’ennesima strage di bambini (e adulti) a Uvalde nel Texas la scorsa settimana ci saranno nuove iniziative per regolamentare le armi da fuoco, soprattutto i fucili semiautomatici. Non porteranno da nessuna parte. Dopo che nel settembre del 2021gli agenti di frontiera a cavallo (bianchi) avevano preso a frustate come buoi riottosi un gruppo di disgraziati (neri) che cercavano di passare il Rio Grande e il presidente aveva promesso di rendere “più umana” la gestione dell’immigrazione, non se n’è fatto (né presumibilmente se ne farà) nulla. Dopo i numerosi tentativi (falliti per un pelo) di annullare le elezioni del 2020 da parte di Donald Trump e vari esponenti politici a lui fedeli, in vari stati governati dai repubblicani sono state approvate molte norme restrittive per limitare la partecipazione al voto e porre il conteggio sotto il controllo del potere politico (repubblicano).

Non uno, ma due, tre o più sono i punti critici del sistema politico-sociale-istituzionale americano dove nei prossimi anni (o mesi) potrebbe verificarsi una rottura catastrofica, addirittura una guerra civile. Davvero? È probabile? No. È possibile? Sì, e tanto basta.

Quali sono le forze in campo di un simile possibile conflitto? Da una parte, una fetta consistente degli elettori repubblicani (una buona metà) che sono disposti ad accettare l’assassinio di bambini pur di garantire la piena libertà nel possesso delle armi da fuoco; che vedono nell’immigrazione dai “paesi di me*da” (copyright di Donald Trump) — cioè neri e latini — una minaccia esistenziale per il predominio dei bianchi; che considerano l’uccisione di neri da parte della polizia (circa mille morti all’anno di cui la metà neri) come conseguenza della loro innata natura criminale; che non sono disposti ad accettare la vittoria di un candidato alla presidenza che non sia il loro; e soprattutto che sono pronti a fare ricorso alla violenza, fino all’insurrezione armata, per fare prevalere la loro visione del mondo.contro Biden 400 min

Dall’altra i democratici, sulla carta al momento la maggioranza, che s’ispirano a valori vagamente progressisti e di buon senso, che vorrebbero porre fine alle stragi, rendere la polizia meno violenta, gestire l’immigrazione in modo meno disumano e razzista, consentire alle donne di abortire (entro certi limiti), avere qualche protezione sociale in più, togliere le armi da fuoco dalle mani di criminali e psicopatici – ma che non sanno come fare dal momento che nei singoli stati ognuno fa ciò che vuole, e a livello federale qualunque decisione, anche la più compromissoria, si scontra contro l’intransigenza dei repubblicani, che grazie alla norma dell’ostruzionismo hanno reso gli Stati Uniti una democrazia dove governa la minoranza e non la maggioranza.

Due gli scenari di una possibile catastrofe prossima ventura. Il primo: alle elezioni di midterm di novembre vincono i democratici ottenendo una robusta maggioranza sia alla camera sia al senato, tale da consentire loro di abolire l’ostruzionismo; cosicché subito dopo possono approvare una legge federale che vieta il possesso delle armi da fuoco più pericolose, quelle con cui si fanno le stragi. La legge richiede che siano consegnate alla polizia e distrutte, eventualmente indennizzando i proprietari (sul modello di quanto fatto dal governo neozelandese dopo un’orribile strage nel 2019). Negli stati repubblicani (e anche in qualche stato democratico) la gente si rifiuta di obbedire, e i governatori di quegli stati approvano leggi che annullano la legge federale. Come era già avvenuto nel lontano 1954, a seguito della sentenza che aboliva la segregazione razziale nelle scuole, il presidente, forte del “principio di supremazia” iscritto nella Costituzione, invia agenti federali per imporre il rispetto della legge e la consegna delle armi. Vari gruppi di estrema destra (Oath Keepers, Proud Boys, Three Percenters …) organizzano la resistenza armata. Scoppiano tumulti, come il 5 gennaio 2021, ma questa volta anche con scontri a fuoco e qualche morto in più. A questo punto il presidente invia l’esercito per reprimere la violenza. Uno o più governatori repubblicani per tutta risposta mobilitano la guardia nazionale per resistere a quello che considerano un sopruso del governo federale. Ci sono i primi veri e propri combattimenti tra forze armate: i morti si contano nelle migliaia, varie città vengono bombardate, si assiste a esecuzioni sommarie da parte delle opposte fazioni. A questo punto (se non prima) alcuni stati secedono dall’Unione, seguiti da buona parte degli altri del Sud e del Midwest. Una mattina all’alba un aereo della guardia nazionale del Texas sgancia una bomba atomica, prelevata a viva forza da una guarnigione federale, su New York. Il Nord risponde obliterando Dallas. Dopo cinque anni di guerra, il Nord vince, il Sud è completamente distrutto (come ai tempi della prima guerra civile). Poi, passata la tempesta, inizia la ricostruzione.

Il secondo scenario segue la stessa falsa riga, solo due anni più tardi. Alle elezioni presidenziali del 2024 vince, con un largo vantaggio nel voto popolare, il candidato democratico. Ma Donald Trump, o chi per lui, non accetta la sconfitta. Come nel 2020 parla di brogli diffusi e chiede agli stati repubblicani, sulla base delle norme approvate negli anni precedenti, di invalidare il responso delle urne e di nominare in rappresentanza dello stato grandi elettori a lui favorevoli. All’inizio di gennaio 2025 si riunisce il Congresso e Kamala Harris certifica l’elezione del candidato democratico. I governatori repubblicani si ribellano e rifiutano di riconoscerne la legittimità. Seguono tumulti diffusi e violenti da parte dei gruppi di cui sopra. La polizia e numerosi altri corpi armati federali intervengono anche con armi pesanti, la guerriglia imperversa in molte città d’America: saccheggi e incendi di edifici pubblici, linciaggi di neri. A fine gennaio, dopo il suo insediamento, il presidente ordina all’esercito di intervenire. I governatori degli stati ribelli mobilitano le loro guardie nazionali … per il resto come sopra.

Ci sono altri scenari, meno violenti e catastrofici per uscire dall’attuale paralisi del sistema sociale-politico-istituzionale? Forse sì, ma allo stato nessuno, ma proprio nessuno, è in grado di dire quali siano.

P.s. Mentre gli Stati Uniti sono impegnati a risolvere i loro problemi interni, la Russia completa l’invasione dell’Europa orientale, annettendo i Paesi baltici, la Polonia, l’Ungheria, e, a sud, la Georgia. La Cina occupa Taiwan scatenando la guerra con gli Stati Uniti e il Tibet scatenando la guerra con l’India. Volano missili nucleari da una parte all’altra del Pacifico: al termine del breve conflitto Stati Uniti e Cina potrebbero avere circa cento milioni di vittime ciascuno, ma la Cina, con una popolazione cinque volte superiore, dovrebbe assorbirle molto meglio ed emergere come unica incontrastata potenza dell’Indopacifico. Intanto in Medio Oriente l’Iran costruisce la sua prima bomba atomica con la quale la Guardia repubblicana annienta Tel Aviv. Gli israeliani rispondono annientando Teheran mentre le monarchie del Golfo guardano compiaciute per entrambi i risultati. In Africa imperversano guerre civili e carestie. Centinaia di milioni di immigrati affamati e terrorizzati si riversano sulle coste europee e vengono respinti a cannonate. In conseguenza dell’invasione nera e per respingere la minaccia della “grande sostituzione” le destre xenofobe vincono le elezioni in tutti i paesi europei e impongono rapidamente regimi autoritari e liberticidi. L’Unione Europea si scioglie, gli eserciti nazionali, che ormaiassorbono più del 20 per cento del PIL, si mobilitano: quello francese verso i confini tedeschi e quello tedesco verso i confini francesi (passando dal Belgio, come al solito)

 

30 Maggio 2022 ©ytali.com

 

 

 

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Il piano di pace italiano per la guerra Russia vs Ucraina

COMMENTI

Che fare? Il piano Italiano o aspettare che la guerra si fermi "spontaneamente"?

di Mario Boffo*
PianodiPace Italia.Tgcom24 MedisatInfinity 400 minSecondo notizie stampa, il piano di pace italiano per l’Ucraina presentato al Segretario Generale delle Nazioni Unite non piacerebbe all’Unione Europea, avrebbe suscitato l’opposizione di Kiev, ma sarebbe allo studio a Mosca. Le motivazioni riportate sono nel senso che a Bruxelles la proposta sarebbe considerata un’iniziativa di politica interna per placare le polemiche sull’invio delle armi, e per il Presidente ucraino i tempi non sono maturi, come avrebbe detto Zelensky a Draghi. Il quale, sempre secondo le succitate notizie, non intenderebbe insistere sul progetto. Il fatto che per ora solo la Russia stia valutando il piano, viene presentato, senza dirlo apertamente, come elemento critico.

In realtà, il piano italiano, pur incidendo in una situazione molto complessa, e pur segnalando per ora semplicemente una rotta destinata comunque al negoziato e agli inevitabili intoppi e compromessi, è la prima cosa sensata che sia stata avanzata dall’inizio della guerra. Malgrado quello che pensa Bruxelles, sono convinto che il piano non nasca affatto dalle segreterie dei partiti per ragioni di politica interna: ho lasciato il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale da circa sei anni, e non so nulla dei processi interni; ma sono stato in diplomazia per quasi quarant’anni; almeno intuitivamente, l’iniziativa mi sembra proprio che abbia il marchio della Farnesina.

In sintesi, il piano, consegnato a Guterres e illustrato ai Ministri degli Esteri del G7 e del Quint (USA, Gran Bretagna, Germania, Francia, Italia) prevede quattro punti. Preferisco usare l’espressione “quattro punti”, piuttosto che “quattro fasi”, o “quattro passi”, per i motivi che spiegherò più avanti. Il primo punto prevede il cessate il fuoco, da negoziare ovviamente mentre ancora si combatte; esso dovrebbe essere affidato a meccanismi di supervisione e accompagnato dalla smilitarizzazione del fronte. Il secondo punto consiste in un negoziato multilaterale sul futuro status internazionale dell’Ucraina, che dovrebbe contemplare per Kiev una neutralità internazionalmente garantita, concordata in una conferenza di pace e che non ostacoli l’eventuale adesione del Paese all’Unione Europea. Il terzo punto riguarda la definizione di un accordo bilaterale tra Russia e Ucraina, anch’esso internazionalmente garantito, sulla Crimea e sul Donbass, che dovrebbe contemplare temi quali la piena sovranità ucraina, l’autogoverno delle regioni critiche, i diritti linguistici e culturali, la libera circolazione di persone, beni, capitali e servizi, la tutela del patrimonio storico. Il quarto punto propone un accordo multilaterale sulla pace e la sicurezza in Europa, nel contesto dell’OSCE e della Politica di Vicinato dell’Unione europea, con un riassetto degli equilibri internazionali, a partire dal rapporto tra Unione Europea e Mosca; l’accordo dovrebbe contemplare la definizione di una stabilità strategica, il disarmo e il controllo degli armamenti, la prevenzione dei conflitti e misure di rafforzamento della fiducia. Il progressivo ritiro delle truppe russe dall’Ucraina e la progressiva levata delle sanzioni, farebbero da corollario al programma.

Se ho preferito parlare di “punti”, e non di “fasi” o “passi”, è perché mi sembra più interessante sottolineare gli aspetti olistici del pacchetto (benché la loro applicazione si articolerà inevitabilmente in una successione temporale) piuttosto che considerarlo un’elencazione di risultati fra loro propedeutici. L’aspetto più accattivante del piano, infatti, è che esso mette insieme gli aspetti tattici (cessate il fuoco, status dell’Ucraina, situazione delle aree contese) e quelli strategici (accordo sulla pace e sicurezza in Europa).

Lasciando infatti da parte una serie di ovvietà (c’è un invasore e un invaso, Putin è un dittatore, è meglio la democrazia, gli errori passati non giustificano la guerra… eccetera, eccetera), e sintetizzando al massimo gli accadimenti degli ultimi trent’anni, potremmo concludere quanto segue: la Russia si “arrese” alla fine della guerra fredda, sciogliendo l’Unione Sovietica e il Patto di Varsavia; Mosca propose l’istituzione di una “casa comune europea”; l’idea di una nuova architettura di sicurezza in Europa fu scartata dalla NATO; l’Alleanza dette il via a successive ondate di allargamento; i fori di consultazione e cooperazione offerti alla Russia come lenitivo non funzionarono perché ritenuti da Mosca poco consistenti a fronte della realtà e della sostanza dell’allargamento (per una trattazione più estesa, vedasi il mio articolo Ucraina. Le guerre si potrebbero sempre evitare, anche se non sempre succede). La Russia, quindi, nel timore che l’espansione della NATO potesse giungere alle proprie frontiere, ha avviato “operazioni militari” in vari Paesi un tempo parte dell’URSS, fra cui l’Ucraina. In definitiva, per carità, con tutti i torti del mondo per le modalità utilizzate, ma con qualche ragione per l’obiettivo di non sentirsi emarginata dalla sicurezza europea, Mosca è intervenuta su Paesi confinanti con la Russia per evitare che anche questi finissero prima o poi, di diritto o di fatto, nell’orbita dell’Alleanza Atlantica, come membri di diritto o semplicemente come sue postazioni avanzate. Considerato quanto sopra, si dovrebbe evincere che la Russia ha attaccato (tatticamente) l’Ucraina perché non ha potuto conseguire l’obiettivo strategico di una condivisa architettura di sicurezza in Europa entro la quale avere un ruolo paritario rispetto a Unione Europea e NATO.

La valenza “olistica” e omnicomprensiva dell’iniziativa italiana (pur nell’inevitabile successione dei momenti) permette di prospettare alla Russia l’obiettivo strategico di un accordo multilaterale sulla sicurezza in Europa, e credo che questo permetterebbe di ammorbidire le posizioni di Mosca sugli obiettivi tattici. In sostanza, Mosca potrebbe essere meno intransigente sulla sistemazione dell’Ucraina se potesse vedere possibile sin da ora il conseguimento di una “casa comune” in Europa. Se invece i quattro punti dovessero essere considerati propedeutici e successivi, il senso dell’iniziativa perderebbe slancio: perseguire il cessate il fuoco (primo punto) prima di negoziare lo status dell’Ucraina (secondo punto) e quello delle regioni contese (terzo punto), senza aprire contemporaneamente e subito la strada all’accordo sulla sicurezza in Europa, indurrebbe le forze in campo a inasprire i combattimenti per arrivare più forti ai vari negoziati successivi; prospettare il pacchetto come offerta complessiva, e i vari punti come contestuali e collegati, permetterebbe un avanzamento verso la pace comunque complesso, comunque soggetto alle inevitabili tempistiche, ma certo più coerente e decifrabile.

Se si comprende la rigidità di Zelensky, che insieme al suo ispiratore d’oltre oceano desidera l’indebolimento (destabilizzazione?) della Russia, meno si comprende l’asserita contrarietà di Bruxelles, la quale elabora ipotesi di piccolo cabotaggio piuttosto che guardare alle possibilità di un’iniziativa che ha almeno il merito di essere stata avanzata e di provare a guardare lontano. Meglio farebbe l’Unione Europea a sostenere l’iniziativa italiana, pur con tutti i necessari caveat, se non altro per manifestare un briciolo di autonomia e di consapevolezza collettiva. Forse l’Italia potrebbe lavorare con i partner europei, e in particolare con la Francia e la Germania, per realizzare una maggior coesione attorno al proprio piano, e renderlo più forte, anche come punto di differenziazione e di interlocuzione con gli Stati Uniti.

Autorevoli commentatori televisivi italiani affermano essi stessi che il piano italiano è “lodevole”, ma sostanzialmente irrealistico, perché non corrisponde alla situazione sul terreno. Certo, non è applicabile fra mezz’ora, e l’ho spiegato più sopra. Ma le alternative quali sarebbero? La sconfitta della Russia, che aprirebbe un buco nero nella stabilità europea e aggraverebbe il rischio nucleare? La sconfitta dell’Ucraina, con maggiori guadagni territoriali per Mosca? L’intervento diretto della NATO?
Oppure aspettare che la guerra si fermi spontaneamente per esaurimento delle forze o che si definiscano con le armi le posizioni sul terreno? A quel punto si sarà probabilmente costretti a riconoscere il Donbass alla Russia e la neutralità dell’Ucraina. Cioè le stesse cose che si possono almeno sostenere e negoziare subito; però dopo altre migliaia di morti e con rischi crescenti di escalation.

25/05/2022
da Il piano di pace italiano per l’Ucraina – Transform! Italia (transform-italia.it)
https://transform-italia.it/il-piano-di-pace-italiano-per-lucraina/

 

dott. MarioBoffo 400 min*Mario Boffo. Ambasciatore esperto con una comprovata storia di lavoro nel mondo degli affari e nel settore degli affari internazionali. Competente in Relazioni Internazionali, Strategia Aziendale, Analisi delle Politiche, Inglese, Organizzazioni Internazionali e Italiano. Forte professionista della comunità e dei servizi sociali con un Master in Scienze Politiche e Governo presso l'Università degli Studi di Napoli "Federico II".

 

 

 

 

 

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Draghi, l'informazione e la guerra

 COMMENTI

Lavorare per il Cessate il fuoco e un armistizio. Pensare seriamente al disarmo, innanzitutto, nucleare

di Ignazio Mazzoli
Draghi Biden laRepubblica 390 min«Pentagono alla Russia per "cessate il fuoco". Erdogan: "Adesione Svezia e Finlandia alla Nato sarebbe un errore" (Repubblica).» «L’Ue continuerà a fornire armi a Kiev (Corsera). Prima telefonata tra il capo del Pentagono e Shoigu. La richiesta Usa al ministro russo: “Cessate il fuoco”. Putin sente Scholz: “È l’Ucraina a bloccare i negoziati” (ilfattoquotidiano.it).» Alcuni titoli apparsi negli ultimi giorni sui giornali on line e cartacei. “Draghi smarca l’Europa dagli Usa e spiazza Biden” così titola “finanza.it” il suo servizio sulla visita del Presidente del Consiglio italiano in Usa al Presidente Biden dei giorni scorsi. Danno l’idea che qualcosa si muova in direzione opposta al temuto allargamento del conflitto.

C’è dell’altro che dovremmo sapere? Che si sono detti davvero Draghi e Biden? Perché mancano un comunicato finale e una conferenza stampa comune? Ci sono divergenze o soltanto convergenze non pubblicamente presentabili? Interrogativi legittimi soprattutto in Italia dove si confrontano tante informazioni, a volte diverse di poco, di molto in altri casi.
Infatti, su “Affaritaliani.it” si evidenzia, «Braccio di ferro tra Quirinale e Palazzo Chigi: il premier vuole "scappare" prima, ma il Presidente vuole tenerlo altri tre mesi». A firma di Alberto Maggi. Insomma, per non armeggiare con una rassegna stampa troppo lunga, diciamo che è diffusa la sensazione che ci siano troppe “cose” non dette.

Mentre si esalta l’impegno di Draghi per una posizione più autonoma dell’Europa e dell’Italia riferendo la frase ormai famosa «Siamo d’accordo sul sostegno all’Ucraina e sulle pressioni su Mosca, ma occorre anche chiedersi come si costruisce la pace. Inizialmente era una guerra in cui si pensava ci fossero un Golia e un Davide. Oggi non c’è più un Golia». Che significa? Nella mitologia Davide uccise Golia e oggi invece Golia non morirà? O che altro voleva dire? Per la verità ancora una volta una frase sibillina e soprattutto una rinuncia alla chiarezza. Infatti scopriamo che, stando alla “Rivista italiana difesa” con il nuovo decreto manderemo “APC cingolati M113 e obici semoventi da 155 mm PzH2000 ”. Per l’Ansa nella lista saranno presenti anche i “semoventi d’artiglieria M109”. Questa volta sappiamo anche i nomi delle armi. Ma aulacameraquesto sfoggio di partecipazione che senso ha se dobbiamo procedere averso una fase nuova, caratterizzata da trattative e iniziative politiche? Se si continua ad incrementare l’invio di armamenti si spinge verso l’allargamento del conflitto.

Vogliamo davvero arrivare ad un cessare il fuoco per un armistizio? Oggi è l’unico obiettivo credibile. In questi giorni la sensazione più forte è di avere a che fare con un “Draghi bifronte”. Uno per gli Usa e uno per l’UE e l’Italia? Questo può accadere quando si affrontano incontri internazionali senza un mandato del Parlamento di cui si è espressione. Accadono anche cose non dichiarate, o per meglio dire diverse da quelle dichiarate, come il pagamento in rubli del gas che ci arriva, dopo avere giurato e spergiurato che questo non sarebbe accaduto perché non previsto nei contratti. Nella giornata di venerdì 13 maggio la notizia era nei TG e nei talk show.

Che succederà il 19 maggio in Parlamento? Gli intendimenti politici dovrebbero disvelarsi ai cittadini italiani. Dobbiamo aspettare il dibattito parlamentare o ne sapremo qualcosa di più, prima?

Intanto una osservazione critica, anzi una protesta contro quella parte dell’informazione italiana che crede di essere depositaria della verità e della missione di portarla nelle menti del popolo italiano. Mi riferisco a quella macchina infernale che per decine di ore al giorno ci fa un inesorabile lavaggio del cervello su come osservare, valutare e interpretare questa guerra.

È incredibile come quest’area si auto assegni i titoli di indipendenza, obiettività e di correttezza. Qualità che sembrano incarnate essenzialmente dai conduttori dei talk show. Non mancano, certo, i direttori di alcuni grandi quotidiani cartacei.
È stupefacente come accusino di “disinformazione” tutti coloro che non sostengono la versione corrente del Pentagono USA. La disinformazione esiste, eccome! Me se vuoi fare solo informazione seria, devi mettere me, lettore o spettatore, nella condizione di farmi un giudizio autonomo. Non mi devi imbeccare. Altrimenti il confine fra informazione e disinformazione diventa tanto sottile da essere invisibile. Come lo diventa quando un conduttore dopo aver invitato il portatore di una posizione non condivisa dal potere lo contraddice violentemente e lo fa sbranare dagli ospiti che la pensano come il conduttore vuole. Le opinioni si devono confrontare, con pari diritti e pari rispetto, perché chi osserva possa giudicare. Altrimenti “si indottrina il pupo” e non altro.

Non vuol essere un giudizio critico tout court. È solo una richiesta di moderazione che raccolgo proprio da una trasmissione dedicola 350ok mini cui non condivido spesso l’aggressività del conduttore sicuramente bravo per professionalità e cultura, contro chi non la pensa come lui, (non è l’unico purtroppo), anche se non sempre come, nel caso che qui citerò fra un rigo e che questo giornale ha già proposto a suoi lettori con un video: un parere di "Selvaggia Lucarelli".
Chi vuole può riascoltarla nel video alla fine di questo scritto. Ella comincia col criticare tutta l’enfasi esagerata nel parlare del “Coraggio”, finalizzata dice a "rimuovere la paura, per alimentare i conflitti... mira a un fortissimo reclutamento emotivo...". La guerra dice sembra un “Videogioco”. Il conduttore azzarda che si tratti di una “strategia comunicativa molto sofisticata per simpatizzare con i combattenti ucraini." Può darsi?
La Lucarelli incalza: “Se non romanticizzi la guerra sei filo putiniano... Non puoi capire quando è nata questa guerra…Non puoi n
eppure dire un ma, altrimenti stai giustificando l'aggressore”. Straordinaria Selvaggia Lucarelli, riesce con poche e chiare parole come si sia di fronte ad un attentato dell’autonomia delle menti e dei cuori, più semplicemente dell’autonomia dell’intelligenza. E aggiunge “Sono venuta qui in un clima intimidatorio”, e denuncia che ci sono giornalisti che formulano vere e proprie “liste di proscrizione” dei giornalisti “filo Putin” e dichiara che non ci troviamo difronte “neanche al maccartismo”, ma a manifestazioni da destinare alla psichiatria. Questo è il metodo conclude “di non controbattere sulla sostanza, ma di delegittimare l'interlocutore”. Per fortuna Il conduttore aggiunge a sostegno che poi “arrivano i sondaggi che dicono che una maggioranza relativa degli italiani è contraria all'invio di armi”.

Selvaggia Lucarelli termina con un’accusa pesante e ricca di verità: “trovo destabilizzante che negli studi televisivi si siano create queste contrapposizioni fra giornalisti russi e giornalisti italiani che da anni da decenni sono i megafoni del potere qui, quelli russi rischiano la vita, qui tutt'al più finiscono a fare le cronache sportive.” L’invito al coraggio di alcuni giornalisti italiani la fa molto sorridere.

La realtà è che la gente ha paura, di cosa? Giustamente, dei costi economici che già oggi paga, del rischio di trovarsi dentro una guerra di cui le motivazioni appaiono artatamente costruite, c’è il timore di perder “tutto” per alcuni, un “tutto” fatto di assai poco, ma per questi certamente indispensabile e di cui non si vuole essere privati.

Trovo che sia ragionevole e razionale la paura che inducono quelle terribili immagini di violenza e distruzione totale rese oscene, per chiunque, dai corpi abbandonati all’autodistruzione. Sono un obiettivo e indiscutibile elemento di dissuasione razionale che dovrebbe costringere tutti a rifletter sulle soluzioni non accontentandosi di rammentarsi che le guerre portano con sé questi risultati.
Non si tratta di offrire l’altra guancia, chi è aggredito deve difendersi, non c’è dubbio. Ma nel 2022 la guerra fa soprattutto vittime innocenti e distrugge beni incommensurabili frutto di sudato lavoro e di tempi lunghissimi. A nessuno, neppure agli stati deve essere più concesso di farsi giustizia da sé come vale per ogni individuo. Se le conseguenze sono quelle che stiamo vedendo bisogna cominciare a pens
SelvaggiaLucarelli 390 minarci. Altro che continuare questo odiosa e stucchevole polemica contro i pacifisti!

Bisognerebbe sempre portare a estreme conseguenze logiche un'affermazione, perché è un buon metodo di verifica del valore, dell'attendibilità e della praticabilità di ciò che si pensa.
Anzi, direi è un ottimo metodo, da consigliare, come esercizio, a chiunque svolga un'attività di pensiero e di elaborazione che debba portare in primo luogo a delle decisioni che coinvolgono non solo chi sta pensando.
È vero, la vita non è solo la semplice e concreta esistenza biologica. Vita è, anche, come si vive. Essere in vita, però, è indispensabile a determinare i modi di vivere, cioè realizzare cosa si pensa per migliorare le proprie e altrui condizioni. Se così è, l'essere vivi è la condizione di ogni conquista. (banale?)

Se ogni volta per affermare le nostre presunte migliori condizioni di vita ci sfidiamo fino alla morte che otteniamo? Morire per un'idea.
Pensare e agire è vivere, se si sviluppa il pensiero nella realtà storica, sociale, di tutto ciò che ci circonda. Oggi la guerra è la peggiore fra quelle conosciute e se continuano saranno sempre peggiori e più distruttive. Siamo gli esseri viventi che sanno farsi più male di chiunque altro. Basti pensare alla bomba atomica.

In un mondo che ha prodotto mostruosi sistemi di morte e distruzione come applichiamo la nostra lotta per migliorarci e progredire? Questa domanda è legittima. Il contrasto civile, la dialettica sociale ci hanno dato uno straordinario strumento: la politica che sostituisce la barbarie delle distruzioni. E, quindi pensare seriamente al disarmo, innanzitutto e prima di tutto quello nucleare.
Saper fare buona politica e saperla usare è una preparazione doverosa per predisporci al disarmo totale, per garantirci il futuro e garantirlo all’umanità finché questo mondo non si estinguerà da solo. Da solo, non per colpa nostra.
SE MORIAMO TUTTI A CHI SERVIRANNO O CHE SARANNO SERVITE LE CONQUISTE STRAORDINARIE CHE RIUSCIAMO A IMMAGINARE E REALIZZARE?

Video reso disponibile su YouTube da PiazzaPulita

 

 

 

 

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Tra latrati di guerra e intenzioni di pace

 CROPNACHE&COMMENTI

“La sicurezza europea dovrebbe essere nelle mani degli europei stessi“

di Aldo Pirone
MacronPapa Francesco aveva detto che forse a innescare ancor più l’ira di Putin e la sua vergognosa aggressione all’Ucraina - guerra pericolosa per la pace in Europa -, era stato anche l’ “l’abbaiare della Nato alla porta della Russia”. In altri termini, l’espansione sconsiderata a est dell’organizzazione militare dell’Alleanza atlantica negli ultimi due decenni. Non aveva torto. A confermare quella considerazione del Papa sono arrivate, l’altro ieri, le parole di Jens Stoltenberg, il laburista norvegese segretario generale della Nato, che si è precipitato a fare il controcanto al tentativo di Zelensky di avviare una trattativa di pace con Putin dicendosi disposto a mettere sul piatto anche la rinuncia alla Crimea. Stoltenberg ha subito gelato Zelensky: “L'annessione illegale della Crimea – ha latrato - non sarà mai accettata dai membri della Nato”.

Per poi aggiungere, bontà sua, che “Saranno però il governo e il popolo ucraino a decidere in maniera sovrana su una possibile soluzione di pace”. Una grande ipocrisia. Poteva starsene zitto per incoraggiare il Presidente dell’Ucraina nella sua apertura, ha preferito politicamente dare una mano a Putin.

A seguire, domenica scorsa, c’è stata la riunione del G7 (Stati Uniti, Gran Bretagna, Germania, Francia, Italia, Giappone). A tenere banco la questione delle forniture energetiche di gas e petrolio dalla Russia. Per ciò che riguarda la guerra, nel silenzio dei tre paesi europei che ne fanno parte, la dichiarazione finale recita: “Il presidente Putin non deve vincere questa guerra contro l’Ucraina”. Senza, per altro, precisare che cosa significhi “Putin non deve vincere” perché su questo, fra alcuni paesi fondatori dell’Europa e angloamericani, le idee e gli obiettivi sono diversi. Il presidente ucraino Zelensky, che ha partecipato al vertice, ha detto che l’obiettivo è che i russi si ritirino da tutta l’Ucraina. Bruciava ancora la randellata assestatagli da Stoltenberg.

Ieri Putin, in occasione della parata della “vittoria” in ricordo della sconfitta imposta al nazifascismo, ha fatto un discorso sottotono, quasi difensivo, sebbene sempre propagandistico e nazionalista. Ha parlato della “operazione militare speciale” come di un atto preventivo per difendere la Russia dall’aggressione Nato che si stava preparando. Ha paragonato l’aggressione all’Ucraina alla “Grande guerra patriottica” contro il nazifascismo. Dimenticandosi che quella vittoria non fu solo russa, ma sovietica. Nell’Armata rossa combatterono tutti i popoli sovietici: uzbeki, kirghisi, tagichi, georgiani, armeni, lituani, estoni, lettoni, yakuzi, bielorussi, ucraini e tante altre nazionalità di cui quella russa fu certamente preponderante, ma non la sola. Alla difesa di Mosca, e alla decisiva vittoria di Stalingrado, per esempio, concorsero in modo determinante i siberiani dell’estremo oriente sovietico. Piegare, per utilità del momento, quel contributo di sangue, oltre 26 milioni di morti, al nazionalismo “grande russo” d’ispirazione zarista è vergognoso e disonorevole per l’esercito russo che ancora porta le insegne della Rivoluzione socialista d’ottobre che fu fatta per liberare i popoli non per opprimerli. Ma, a parte la solita balorda propaganda, Putin non ha fatto quel che si temeva: una dichiarazione di guerra all’Ucraina.

A rialzare le chances di chi nell’Ue vuole una soluzione politica della guerra, è stato Macron che, da Presidente di turno dell’Ue, ha parlato nel pomeriggio all’europarlamento di Strasburgo concludendo la Conferenza sul futuro dell’Europa. “Non dobbiamo cedere alla tentazione dei revanscismi. Domani avremo una pace da costruire” e “dovremo farlo con Ucraina e Russia attorno al tavolo. Ma questo non si farà né con l’esclusione reciproca, e nemmeno con l’umiliazione”. “Non siamo in guerra contro la Russia, - ha precisato - lavoriamo per la preservazione dell’integrità dell’Ucraina, per la pace nel nostro continente. Ma sta soloscholz xi jinping 390 min all’Ucraina definire i termini dei negoziati con la Russia. Il nostro dovere è essere al suo fianco per ottenere un cessate il fuoco”.

Agli angloamericani saranno fischiate le orecchie.
Infine è arrivato l’incoraggiamento della Cina. In un colloquio videotelefonico con il cancelliere tedesco Sholz, il Presidente Xi Jinping ha spronato l’Europa: “La parte europea dovrebbe mostrare la sua responsabilità storica e saggezza politica, concentrarsi sulla pace a lungo termine dell’Europa e cercare di risolvere il problema in modo responsabile”. “La sicurezza europea dovrebbe essere nelle mani degli europei stessi“.

Eh già.

 

 

 

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Informazione, propaganda e discernimento

CRONACHE&COMMENTI

Reporter senza frontiere 2022, sulla libertà di stampa: Italia al 58° posto, Russia al 155°

di Aldo Pirone
giornali in edicola 350 260Lo si dovrebbe sapere, ma c’è sempre qualcuno che cade dal pero. Le guerre non si combattono solo con le armi ma anche con la propaganda, l’informazione e la disinformazione. Ognuno avvalendosi, in questo campo, degli strumenti del tempo. In quello nostro c’è anche la dimensione cibernetica e informatica che è usata, soprattutto dalle grandi potenze, anche quando non si è in guerra aperta.

Il campo della propaganda sui mass media, TV, radio e giornali, è sempre molto usato, com’è noto. Così come su quelle tribune è veicolata anche un’informazione più seria e obiettiva dovuta innanzitutto ai corrispondenti in loco su come vanno i conflitti armati sul campo, sulle sofferenze dei civili, sulle nefandezze compiute dai militari, sulle distruzioni provocate da bombardamenti attraverso aerei, missili, droni, mortai cannoni e quant’altro.

L’intervista al ministro degli esteri russo Lavrov curata dal berlusconiano Giuseppe Brindisi trasmessa su Rete 4 Mediaset, ha sollevato il consueto vespaio di critiche e contro critiche in cui si sono esibiti i soliti atlantisti con l’elmetto dimentichi delle loro interviste genuflesse ai potenti, politici e non, di turno. Qualcuno ha perfino chiesto, con grave sprezzo del ridicolo, l’intervento del Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica (Copasir). La libertà d’informazione che è insita nei regimi democratici non prevede ostracismi ed è giusto che sui nostri mass media vadano in onda interviste anche con esponenti politici e propagandisti russi. Del resto, di là della questione di principio, è bene che parlino, così aiutano tutti a comprendere dove siano i torti e le ragioni fra aggrediti e aggressori con tutti i loro annessi e connessi di sfida fra grandi potenze, e, soprattutto, la sostanza del regime autocratico russo dove la libertà d’informazione è sconosciuta e giornalisti e dissidenti politici, intellettuali e di altra specie, di regola e non come eccezione, scompaiono morti ammazzati, suicidati o avvelenati.

Altra cosa è la professionalità del giornalista che ospita questi personaggi. Basterebbe fare il confronto fra l’intervista a Lavrov fatta dal berlusconiano Brindisi e quella di circa un mese fa fatta da Christiane Amanpour sulla Cnn a Peskov portavoce di Putin, per rendersi conto della differenza sostanziale fra uno giornalista zerbino che alla fine augura, con involontaria e macabra ironia, “buon lavoro” al ministro russo, e una giornalista vera.

Ho detto che la libertà d’informazione è insita nei regimi democratici. È vero in generale. Perché, anche in questo campo, vige la potenza del denaro ed è innegabile che in Italia le cose, anche qui, sono parecchio regredite rispetto al primo trentennio repubblicano, quando ad assicurare un certo equilibrio e una voce stabile alle classi popolari e subalterne erano i loro grandi partiti di massa con i loro giornali e con una molteplicità di apparati propagandistici e di controinformazione rispetto a lorsignori; almeno nella carta stampata che all’epoca contava molto di più.

L’ultimo indice annuale di Reporter senza frontiere, uscito qualche giorno fa, sulla condizione della libertà di stampa, assegna all’Italia il 58esimo posto a fronte del 41esimo dell’anno scorso. La situazione è assai peggiorata. Ma anche qui bisogna evitare, come fanno alcuni giornalisti esacerbati dalla faziosità, di far calare la notte per rendere i gatti tutti bigi. C’è un limite qualitativo fra regressione democratica, in cui è possibile e necessario per le forze popolari e progressiste impegnare una lotta per controbilanciare la strapotenza di lorsignori, e assenza dei requisiti minimi di democrazia in regimi semi totalitari e illiberali, dove la lotta per conquistare il terreno della democrazia è primordiale.

Non a caso nella graduatoria di Report senza frontiere la Russia di Putin è al 155esimo posto.

 

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

 

 

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La guerra, le sanzioni e l'invenduto "made in Italy"

CRONACHE&COMMENTI

 Un allarme che arriva dai produttori italiani

di Angelino Loffredi
Vini importanti 390 minIn questo periodo ho scritto ed affermato con convinzione che le sanzioni non hanno mai fatto cadere i governi colpiti ma anzi li hanno sempre rafforzati, avvicinati al popolo e tenuti in carica. Con una distinguo, mentre prima, nei decenni passati, l’economie erano nazionali e quindi il paese colpito lo era economicamente ma non dal punto di vista politico, ora invece con l’estensione della economia globalizzata e per la inevitabile interdipendenza bisogna mettere nel conto che anche i paesi sanzionatori potrebbero risultare colpiti e notevolmente danneggiati.

Ritorno quindi a riporre l’attenzione sulla necessità di conoscere concretamente i risultati delle sanzioni occidentali verso la Russia e le conseguenti ripercussioni..
Ricordate con quanta sicurezza si prevedeva, attraverso le stesse, l’inevitabile, rapido tracollo della economia russa? Tutto accompagnato da conseguenti sanguinose ribellioni popolari e dalla fine di Putin attraverso una congiura di palazzo. Qualche giornale statunitense proprio in questi giorni ha scritto che la popolarità di Putin nel suo paese è addirittura aumentata.

Indubbiamente la situazione in quel paese non deve essere buona, certamente le difficoltà saranno enormi. Anche io mi pongo la domanda: fino a quando?. Certamente non fino a domani. Nello stesso tempo rifletto anche sul fatto che gli occidentali sono arrivati al sesto pacchetto di sanzioni. Sei, non uno .Provvedimento che riconosce che finora risultati concreti non sono stati ottenuti. Ancora non vedo un’attenzione necessaria ad esaminare le ripercussioni che stanno determinando non solo in Russia ma anche da noi in Italia, nell’interno delle nostre famiglie, nel nostro tenore di vita. Qualche settimana scrivevo di economia di guerra, https://www.loffredi.it/l-economia-di-guerra-.html una prospettiva che poteva sembrare azzardata ma che ora purtroppo rimane ancora più realistica e minacciosa. Non scrivo della questione riguardanti il gas ed il petrolio, del pagamento in rubli e nemmeno delle risorse sostitutive all’energia russa, perché è sotto gli occhi di tutti la babilonia di discussioni e provvedimenti italiani ed europei..

Conosciamo con grande insistenza informativa delle confische delle proprietà degli Oligarchi russi,effettuate in Italia. Per Oligarchi intendo coloro che rapinarono, attraverso le privatizzazioni volute da Elsin e Putin le ricchezze pubbliche ex sovietiche. E vero sono contento quanto vengono colpiti i profittatori del Regime Putiniano ma nello stesso tempo, concretamente, chiedo: chi pagherà anzi chi sta pagando per la conservazione e la manutenzioni di tali proprietà ?
Avverto subito chi mi sta seguendo che non sono in grado di fare una descrizione dettagliata dell’accaduto ma provo ad evidenziare e divulgare solo quel poco che si riesce a conoscere.

Mi ha colpito notevolmente infatti venire a conoscenza, attraverso uno studio non dei Putiniani di casa nostra ma dellamadeinitaly benidilusso 390 min Coltivatori Diretti, che tra i prodotti alimentari “Fatti in Italia” più venduti in Russia ci sono i prodotti come vino e spumanti per un valore attorno ai 150 milioni di euro, il caffè per 80 milioni di euro, l’olio di oliva per 32 milioni di euro e la pasta per 27 milioni di euro. Le sanzioni ci hanno fatto ricordare che l’Italia è il primo Paese fornitore di vino in Russia, con una quota di mercato di circa il 30%, davanti a Francia e Spagna, ed ha registrato nel 2021 un boom della domanda di spumanti a partire da Prosecco e Asti. Inoltre abbiamo anche denominazioni apprezzate ma ora danneggiate dalle sanzioni quali anche i vini Dop toscani, siciliani, piemontesi e veneti, oltre che salumi , Parmigiano Reggiano, Grana Padano, Prosciutto di Parma e San Daniele.
E’ a rischio anche il nostro tartufo, sempre più apprezzato dai russi, per un valore di ben 30,2 milioni di euro.

Gli effetti delle sanzioni, volute dal Governo Draghi, rischiano dunque di cancellare completamente il “Fatto in Italia” dai mercati, dai ristoranti, dai salotti privati russi. Ecco perché seguito a preferire che in Ucraina si ipotizzino e realizzino corridori umanitari, tregue, compromessi, iniziative diplomatiche promosse da un’ Europa indipendente a cessioni di armi e a sanzioni boomerang.

Ceccano 3 Maggio 2022
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25 aprile. L'Italia si libera e ripudia la guerra

25 APRILE

La Resistenza italiana è una storia irripetibile e unica. Si svolgeva dentro una guerra mondiale e non pretese che la sua guerra diventasse la guerra di tutti

25 aprile2017Il 25 aprile, anniversario della Liberazione dell'Italia dal nazifascismo, è una festa nazionale della Repubblica Italiana.
Un giorno fondamentale per la nostra storia perché simbolo della vittoriosa lotta di resistenza militare e politica attuata dalle forze partigiane contro il governo fascista della Repubblica di Salò e l'occupazione nazista.

Una lotta iniziata a partire dal settembre del 1943 e terminata nel maggio del 1945, ma che ha origini lontane.
Quest'anno la sua celebrazione si svolge nel panorama delle guerra russo-ucraina sotto gli echi dei boati dei cannoni, di fronte a uno spettacolo agghiacciante di atti di distruzione, di morti civili e militari, di fughe di donne, vecchi, bambini.
Zelensky combatte contro le mire dell'aggressore russo nell'interesse esclusivo del proprio paese, in difesa della propria terra, della propria autonomia e indipendenza.

Il conflitto ha sconvolto l'Ucraina e ha creato nel contempo un'alterazione degli equilibri internazionali che garantivano il controllo dei mercati finanziari e la gestione delle risorse energetiche e alimentari del mondo.
Un terremoto geopolitico di proporzioni incalcolabili. Non è ipotizzabile a breve la fine della guerra russo-ucraina.
La difficoltà di giungere al "cessate il fuoco" e alla pace in parte è dovuta alle diversità degli obiettivi di Putin e Zelensky, ma, in modo più rilevante, alla volontà degli USA, della Cina e delle stessa Russia di ridisegnare le aree geografiche di propria influenza in un nuovo sistema globale che possa farsi garante della "pax economy".

In quest'ottica va visto il conflitto se si vuole comprendere quale siano le mire dei due contendenti e di chi sostiene con aiuti l'aggredito. Ciò non toglie che l'esercito ucraino combatta per salvaguardare l'autonomia e la libertà della propria nazione.
Esemplare è il suo sacrificio, ammirevole la sua resistenza.
Nulla a che vedere però, benché si siano fatte delle comparazioni, con la Resistenza italiana, la cui peculiarità è strettamente legata alla storia dell'antifascismo.
Esso affonda le radici nell'impegno politico che va da Matteotti ai fratelli Rosselli, da Gobetti a Gramsci, dalle organizzazioni clandestine del PCI e del PSI a quelle cattoliche e al Partito d'Azione. Nel sacrificio delle migliaia di antifascisti incarcerati, esiliati, uccisi dal Tribunale speciale fascista.

Una Resistenza che trova le sue fondamenta nella storia del movimento antifascista italiano e che opera nello scenario di una guerra mondiale. La lotta dei partigiani si svolse su due fronti, uno quello fascista e l'altro nazista

In questo giorno di celebrazioni è essenziale avere la memoria delle stragi operate dai fascisti.
Essi furono autori di ben 2.085 eccidi su un totale di 5.686 episodi di cui è stato possibile accertare la matrice delle stragi (fonte: Ministero degli Esteri, Portale: straginazifasciste.it).

Non possiamo dimenticare l'uccisione degli 11 oppositori del regime, trucidati dai fascisti a Ferrara, episodio narrato nel noto film di F. Vancini "La lunga notte del '43"; né la strage di Marzabotto con 779 civili assassinati; né le esecuzioni perpetrate dalla famigerata legione Tagliamento che si macchiò di gravissimi crimini e veri e propri massacri; né il sacrificio dei fratelli Cervi

Quella della Resistenza italiana è una storia irripetibile, unica, non traducibile in una diversa realtà.
Una Resistenza che ha consentito di restituire libertà e dignità all'Italia uscita dalla dittatura del ventennio fascista e dalla devastante guerra, pronta a edificare la democrazia repubblicana.
Qualsiasi equiparazione anche con la stessa resistenza ucraina risulterebbe incomprensibile e inesatta.
La storia non si ripete.
La Resistenza italiana, con la sconfitta del nazifascismo, pose fine a un regime autoritario e chiuse l'epoca monarchica con la conquista della libertà.
L'ANPI, erede del lascito ideale e morale dei partigiani e delle partigiane, celebra il 25 aprile nella piena convinzione che le dittature vanno combattute e sconfitte.
Il suo impegno è volto a concorrere alla creazione e allo sviluppo di un ampio movimento della pace che ponga le premesse per la costruzione di un nuovo sistema di sicurezza, di coesione e di cooperazione in tutto il mondo.
Il 25 aprile non deve essere solo un giorno di celebrazione.
Deve rappresentare la volontà di salvaguardare le libertà democratiche, la solidarietà e l'uguaglianza.
Sotto le bandiere della Costituzione partecipiamo uniti alle manifestazioni del 25 aprile per consolidare la democrazia e per diffondere i suoi valori indispensabili alla libertà e alla dignità di tutti.

Ermisio Mazzocchi
23 aprile 2022
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Ideologie di guerra: denazificare l’Ucraina?

 GUERRA RUSSIA-UCRAINA

 Qui non è in gioco uno scontro ideologico ma geopolitico

di Fausto Pellecchia
trincee nel Dobass 390 minNella “selva oscura” della disinformatia che ricopre l’invasione russa dell’Ucraina, accanto alle notizie frammentarie delle agenzie di stampa e dei reporter inviati al fronte, prolifica un inestricabile intreccio di fake news, manipolazioni propagandistiche e utopistici appelli per un immediato “cessate il fuoco” e per l’avvio dei negoziati, puntualmente disattesi e rigettati dallo zar del Cremlino. In questo clima di impenetrabili mistificazioni che dilaniano le già disiecta membra della sinistra italiana , croce e delizia dei “complessisti” nostrani, si innalza il vociare confuso degli intellettuali che si autoproclamano “pacifisti ad oltranza” il cui esasperato “problematicismo” viene spacciato come feconda, superiore equidistanza dalla narrazione corrente, a sostegno di una cultura del dubbio e dell’interrogazione critica rivolta alle dogmatiche certezze del cosiddetto pensiero unico.

Ora è del tutto evidente che tutti noi vogliamo la pace, ma gli appelli astratti alla pace non bastano: la “pace” non è più un termine che ci permetta di tracciare una linea di divisione essenziale. Resta infatti aperta la questione delle condizioni che rendano fin d’ora possibile una trattativa negoziale tra le parti in conflitto in grado di preparare nel prossimo futuro una pace duratura. È facile obiettare, infatti, che la “pace” di cui si fa parola come obiettivo ideale universale ha conosciuto nel ‘900 accezioni semantiche spesso discordanti e contraddittorie. È certo innegabile che gli eserciti occupanti desiderano sinceramente la pacificazione dei conflitti sul territorio che è stato militarlmente (e illegittimamente) occupato. Ad esempio, Israele vuole la pace in Cisgiordania, la Russia è in “missione speciale” per la pace in Ucraina. Giustamente, Etienne Balibar ha affermato in maniera volutamente brutale e provocatoria: “Il pacifismo non è un’opzione”. Nei primi decenni del sec. XX, Lenin pensava ancora che una grande guerra avrebbe potuto creare le condizioni di una rivoluzione; a distanza di un secolo, al contrio, abbiamo bisogno di una specie di rivoluzione per impedire la prosecuzione della guerra. Bisogna prevenire l’apocalisse di nuova Grande guerra , ma il solo mezzo per pervenirvi passa attraverso una mobilitazione totale contro la finta “pace” di oggi, che non può non incoraggiare guerre locali disseminate nelle zone “calde” del pianeta. Tanto per citare un dato significativo: dopo la caduta dell’URSS, Cuba ha proclamato un “Periodo speciale in tempo di pace”, nel quale si recensiscono le eventuali condizioni delle guerre locali (fredde o calde che siano) in un tempo di pace. Ed è forse questa l’espressione che vorremmo impiegare oggi: siamo sul punto di entrare in un periodo specialissimo del tempo di pace, che si presenta come una prosecuzione della guerra fredda nella forma di una “pace calda”, cioè di una guerra ibrida permanente.

Un dato ci pare tuttavia innegabile: certo: fino alla guerra attualmente in corso, la grande maggioranza delle persone in UcrainaUcraina guerra 390 min era bilingue, passava disinvoltamente dal russo all’ucraino e viceversa. L’invasione russa ha favorito non solo il ricompattarsi sul piano politico dell’Europa occidentale, ma ha altresì ridato uno slancio formidabile a ciò che la Russia rifiuta, cioè all’esistenza di una identità ucraina radicalmente distinta dall’identità russa. È la prosecuzione del processo di “ucrainizzazione” represso fin dal 1920, all’epoca della costruzione dell’URSS, e che ritorna un secolo dopo, questa volta con una differente connotazione politica.

È in questo snodo epocale che si inserisce la “vexata quaestio” della nazificazione dell’identità ucraina che la Federazione Russa ha assunto come comodo alibi per giustificare l’invasione militare, presentandola come una operazione militare di denazificazione, perfettamente omologa all’ “esportazione della democrazia” come finalità perseguita dagli USA e dagli Stati europei per giustificare gli interventi in Kossovo, in Afghanistan, in Iraq, Libia ecc.
Certamente, non si può sottacere che alcune azioni compiute dai governi ucraini e da alcuni Stati baltici nel corso degli ultimi decenni sono addebitabili all’insorgenza dell’ideologia nazista: esemplare è stata la riabilitazione di molti collaborazionisti (nelle liquidazioni di massa di ebrei e di prigionieri russi), celebrati come eroi tutelari della resistenza anticomunista. Il neonazismo di alcune formazioni ucraine, infatti, ha avuto, innanzitutto e per lo più, un significato reattivo, presentandosi come viatico simbolico dell’emancipazione politica dell’Ucraina dal dominio dell’Unione Sovietica, e successivamente, dopo la caduta dell’URSS, come veicolo dell’identità nazionale ucraina in funzione antirussa.

Per evitare un fatale fraintendimento, questi trascorsi non implicano nessun tipo di relativismo assolutorio dell’invasione russa, l’olimpica equidistanza sancita dall’adagio populista “nessuno ha le mani pulite…”. La Russia ha compiuto un atto orribile e inimmaginabile: ha brutalmente attaccato un paese indipendente, macchiandosi di crimini di guerra contro la popolazione civile. Questa è la verità dalla quale, salvo ipocriti scivolamenti ideologici, non è possibile né lecito discostarsi.
Nella sua brillante analisi degli imbrogli delle rivoluzioni europee moderne che sono poi sfociate nello stalinismo, il filosofo Jean-Claude Milner insiste sul fossato radicale che divide l’esattezza (= la verità fattuale, la precisione dei fatti) e la Verità (la Causa per la quale ci impegniamo) : “Quando si ammette la radicale differenza tra esattezza e verità, resta una sola massima etica: non contrapporle mai. Non fare mai dell’inesattezza e della mistificazione il mezzo privilegiato degli effetti di verità. Il che equivale a non trasformare mai questi effetti in sottoprodotti della menzogna. Non fare mai del reale (e della sua indistricabile “complessità”) uno strumento di conquista della realtà”.

Molti analisti fanno risalire quello che sta accadendo in Ucraina in queste ore alle proteste antirusse e pro-Europa di piazza Maidan del 2014. In quella piazza erano presenti anche non pochi esponenti di forze di estrema destra, se non espressamente neonaziste. Che ruolo hanno svolto allora queste forze?
In verità, con la rivolta di Maidan, il panorama del nazismo ucraino si è alquanto frastagliato. Tradizionalmente la formazioneok triincee GettyImages 350 min egemone in quest’area politica è il partito neonazista Svoboda, la formazione più antica, fondata nel 1991 quando si chiamava Partito Socialnazionalista d’Ucraina. È però a partire dal 2004, quando ha assunto la denominazione Svoboda, che ha iniziato a rafforzarsi. Il suo logo è una runa utilizzata dalle SS come mostrina militare (il gancio di Lupo), che è anche un simbolo del neofascismo e neonazismo a livello mondiale, spesso utilizzato in Italia per esempio da Forza Nuova e da Casa Pound. Il loro primo exploit avviene nelle elezioni parlamentari del 2012. Si tratta del periodo in cui si consolida la virata verso la Russia dell’Ucraina con Yanukovich che ha avuto un ruolo di primo piano dal 2002 ed è diventato presidente dell’Ucraina dal 2010 al 2014: una sorta di eterno leader di grande fedeltà putiniana. Risale a quel periodo, per esempio, l’accordo di Kharkov che concedeva ai russi delle basi navali, come quella di Sebastopoli. È qui che inizia la forte polemica antirussa, perché si aveva la sensazione di un paese quasi occupato dai russi. Svoboda cavalcò l’opposizione a Yanukovic auspicandone anche più volte l’impeachment e chiedendo per esempio di chiudere le basi navali russe aperte con l’accordo di Kharkov. Nel 2012 questa campagna antirussa molto brutale fruttò il 10,4% dei voti con 38 deputati. A Maidan poi faranno la parte del leone, tanto è vero che dopo la rivolta diventano in breve tempo una delle forze a sostegno del governo provvisorio, ottenendo dunque un riconoscimento politico da parte del post-Maidan. Stiamo parlando di un partito autoritario, neonazista, omofobo, xenofobo, che sostiene il diritto di portare le armi, chiede l’abolizione dell’aborto ecc..

Già a partire dal 2010, i dirigenti di Svoboda compiono una radicale svolta ideologica, diventando sostenitori dell’entrata dell’Ucraina nella NATO, in funzione naturalmente antirussa. Ed è canalizando questo diffuso sentimento antirusso che si rafforzano e riescono ad entrare nel governo provvisorio. Ma si tratta di una bolla destinata a sgonfiarsi presto. Poroshenko li caccia via rapidamente e questo rappresenta la fine di Svoboda che alle elezioni del 2019 si colloca appena al 2,15% dei suffragi ottenendo un solo deputato, il loro leader Oleh Jaroslavovyč Tjahnybok. Anche se è ancora presente in alcuni parlamenti regionali ed è piuttosto radicata in un quartiere di Kiev, stiamo dunque parlando di un partito oggi molto piccolo, che però è stato molto abile a capitalizzare il sentimento antirusso grandemente diffuso in Ucraina.

Il rapido tramonto politico di Svoboda è stato in seguito surrogato dalla nascita della formazione paramilitare e neonazista di Pravy Sektor. Si tratta di milizie informali, tollerate se non addirittura sfruttate dall’esercito ucraino per contenere i separatisti, piuttosto ben equipaggiate (da chi non è dato sapere…) e che ricevono rinforzi anche da combattenti neonazisti provenienti dal resto d’Europa. Un ruolo centrale nel ventaglio delle milizie informali, impegnate nella resistenza ucraina all’invasione russa, è occupato dal famigerato battaglione Azov, la cui composizione è costituita da gruppi volontari provenienti da partiti e movimenti politici legati all'estrema destra ucraina e integrati da volontari d'ispirazione nazifascista e neonazista provenienti anche da diversi paesi europei tra cui Italia, Francia, Spagna e Svezia. che si sta accreditando come una delle principali forze della resistenza ucraina all’invasione russa.

La Russia, intervenendo attraverso i suoi accoliti in Bosnia e in Kosovo e Lavrov una volta ha detto che l'unica soluzione definitiva sarebbe smilitarizzare tutta l'Europa, e dopo provvederebbe la Russia a mantenere la pace con interventi umanitari occasionali. Teorie del genere abbondano nella stampa russa: Dmitrij Evstafiev, commentatore e opinionista politico, ha dichiarato in un'intervista a un giornale croato: "È nata una nuova Russia che vi dice senza mezzi termini che nolaltra verita di Odessa non incidente ma stragen percepisce voi, l'Europa, come un partner. La Russia ha tre partner: Stati Uniti, Cina e India. Voi per noi siete un trofeo da dividere fra noi e gli americani. Non avete ancora capito questa cosa, ma ci stiamo avvicinando". Dal canto suo, Dugin, il filosofo di corte di Putin, ha ancorato questa posizione a una curiosa versione del relativismo storicista: "Il postmodernismo dimostra che ogni cosiddetta verità dipende dal crederci oppure no. Noi crediamo in quello che facciamo, crediamo in quello che diciamo. E questo è l'unico modo di definire la realtà. Abbiamo la nostra verità russa specifica, che voi dovete accettare. Se gli Stati Uniti non vogliono dare il via a una guerra, devono riconoscere che non sono più un padrone unico". E con la situazione in Siria e in Ucraina, la Russia dice: "No, non siete più voi che comandate. Questa è la questione di chi governa il mondo. Solo la guerra può realmente decidere".

D’altra parte, i gruppi neonazisti superstiti, dopo la svolta atlantista ed europeista, per quanto solo strumentale in chiave antirussa, si allonanano sempre più dalle altre forze di estrema destra europee. Infatti, tutte le forze che erano state loro alleate fino ad allora – da Fiamma Tricolore e Fratelli d’Italia a Forza Nuova, passando per il British National Party e al Partido Nacional Renovador portoghese – erano tutti fortemente anti-Nato e, a partire più o meno dal 2014, filo-Putin. È in quel momento, infatti, che si crea questa nuova famiglia sovranista europea affascinata da Putin, che va da Salvini a Le Pen. Non si tratta però di un fascino puramente ideologico: dietro ci sono anche precisi interessi: basti pensare all’associazione filoleghista di Amicizia Italia Russia fatta da imprenditori lombardi o ai chiacchierati legami di Salvini con il mondo russo o ancora all’enorme fideiussione che, è emerso, ha avuto Le Pen per ben due campagne presidenziali da parte di finanziarie russe. Per non parlare nel 2019 dello scandalo che ha coinvolto il sovranista austriaco Christian Strache e alcuni oligarchi russi, costatogli la fine della sua avventura di governo.

Perciò, nonostante la svolta ideologica, alla luce dell’invasione dell’Ucraina - che naturalmente rinfocola i sentimenti antirussi della popolazione- queste formazioni non possono realisticamente aspirare a ricoprire un ruolo di primo piano come ai tempi del Maidan. È sufficiente tener conto della forte disparità delle forze in campo: un conto è scontrarsi sulle barricate con la polizia a Maidan o anche con le milizie filorusse nel Donbass, tutt’altra cosa è affrontare l’esercito russo, la sua artiglieria pesante, la sua aviazione e le sue dotazioni missilistiche.
Del resto, formazioni e gruppi neonazisti si sono radicati anche in Russia, a partiree dalla regione del Donbass, come il battaglione mercenario “Wagner” che affianca l’esercito russo e come è testimoniato dalle teorie xenofobe sulla necessità di una pulizia etnica, preparata dai sogni pericolosi dei poeti e dei pensatori (nel caso della Russsia, dai libri del teorico nazionalista Alexandre
nuevo orden pax mundi 390 minDouguine e i film di Nikita Mikhalkov.

Perciò niente di meno attendibile di ciò che la retorica ideologica di Putin rivendica come la principale motivazione per giustificare l’ invasione: quella di voler “denazificare” l’Ucraina con metodi che appaiono contigui al medesimo ceppo ideologico nazi-fascista, in chiave imperial-nazionalista. La sublimazione di questa nuova “grande guerra patriottica”. Nel discorso di Putin l’epoca zarista, l’Unione sovietica e la sua coatta pacificazione autocratica si uniscono nella grande narrazione storica del secolare imperialismo russo.

Ma questo disegno egemone non ha alcun rapporto con la pretesa “denazificazione” dell’Ucraina, che non è affatto nazificata, pur avendo certamente una presenza di forze neonaziste. Qui non è in gioco uno scontro ideologico ma geopolitico. Del resto, chi potrebbe legittimamente invocare un’operazione di “defascistizzazione” dell’Italia dove le forze di estrema destra, alimentate e protette da partiti come Fratelli d’Italia e la Lega (che riscuotono oltre il 40% dei consensi)? Resta peraltro inevasa la domanda fondamentale: che cosa spinge i paesi dell’ex patto di Varsavia, insieme ai paesi di antica neutralità come la Svizzera, la Finlandia, la Svezia a chiedere l’ingresso nella Nato, se non il terrore di essere assorbiti nell’orbita della Federazione russa, sacrificando la loro indipendenza e la loro costituzione liberal-democratica?

 

 

 

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Mentre è guerra. Una vergogna di livello universitario

UCRAINA. CRONACHE&COMMENTI

Una studentessa russa scrive all’Alma Mater Studiorum

di Francesco Monini  "Una brutta storia. Bruttissima". (12 Apr 2022 da Periscopio, già Ferrara Italia)
college students 390 minChi sperava che almeno gli atenei italiani, i luoghi della cultura per eccellenza, fossero indenni dal furore atlantista di Draghi, dalla propaganda a reti unificate che santifica Zelens’kyj (da 3 anni presidente molto poco “democratico” e da un mese “martire della democrazia”), dalla fobia antirussa che sta montando nel Paese, che incolpa qualsiasi povero diavolo con passaporto russo di essere anche lui un dittatore sanguinario come Vladimir Putin. Chi pensava che la tragicomica censura di Dostoevskij al Politecnico fosse solo un piccolo equivoco o una grande gaffe, deve purtroppo ricredersi.

E’ una brutta storia. Che va raccontata dall’inizio.

La tragedia ucraina sembra non finire mai. Migliaia di morti, molti civili, tanti bambini. Almeno 80.000, secondo gli ultimi dati del Viminale, i profughi ucraini arrivati nel nostro Paese. Poi, e a volte ce ne dimentichiamo, c’è chi in Italia già ci stava – per lavorare o per studiare – prima dell’invasione russa. Sono parecchie migliaia in Italia le badanti dell’Est Europa. E sono migliaia gli studenti che frequentano le nostre università: studenti, e soprattutto studentesse, ucraine, russe, bielorusse, moldave, georgiane…

In tutte le città universitarie italiane, gli studenti dei Paesi in guerra si sono riuniti in assemblea. Tra di loro nessun contrasto, molti i legami di amicizia e di parentela, tutti egualmente vittime di una guerra insensata e fratricida. E tutti con i medesimi problemi di sopravvivenza.
Dalla Russia, grazie al boicottaggio generalizzato (e insensato), da più di un mese nessuno può ricevere un rublo: carte di credito e conti correnti bloccati. E vale per tutti, anche se non sei un oligarca o il cugino di Putin.almamater ok min

Ma torniamo alle ragazze russe, bielorusse e ucraine. A Bologna sono almeno trecento. L’assemblea si tiene il18 marzo: discutono e insieme decidono di chiedere un incontro urgente al rettore dell’Ateneo per esporre i loro pressanti problemi e chiedere un aiuto alla università che frequentano. La prorettrice le riceve, ma separatamente: prima il gruppo delle studentesse ucraine, poi le studentesse russe. Alle prime, ucraine, esprime la vicinanza e la solidarietà di tutto l’Ateneo Bolognese. Promette la pronta istituzione di Borse di studio a loro dedicate e la sospensione dell’obbligo di pagamento delle rate universitarie.
Infine (gesto assai generoso) l’università è disposta a prestare ad ognuna di loro 3.000 euro. Un prestito senza interessi, da restituire “con comodo”.

Quando è il turno del gruppo numeroso delle studentesse russe e bielorusse, una si loro interviene dicendo che la loro situazione è disperata, “come essere in pandemia”. “No – risponde la Prorettrice, – la pandemia è provocata da un virus, mentre qui c’è uno Stato che bombarda un altro Stato”. Ma chi sta bombardando? Sono gli studenti russi fuori sede? Fatto sta che l’università più antica e più famosa del mondo, l’Ateneo di Bologna non ha da offrire nessun aiuto, nessun sussidio, nessun prestito agli studenti russi.
Forse, chissà, in futuro: “Leggeremo le vostre lettere, vedremo, valuteremo, vi risponderemo…”. E’ passato quasi un mese dal 18 marzo e l’Università di Bologna non ha dato nessuna risposta. Che sia un problema burocratico? Avranno chiesto un parere sul da farsi al Presidente del Consiglio Draghi?

Non so come definire una scena (e una scelta) tanto surreale, quanto vergognosa. Un copione che si è ripetuto, con qualche variante, in diverse città e università italiane. Lascio il commento a Veronika, una giornalista russa di 32anni che frequenta l’Ateneo Bolognese per prendere una seconda laurea in Cinema.
Quella che leggete di seguito è la lettera che Veronica ha inviato per mail al Rettorato, appena dopo quell’incredibile incontro. Una lettera che assomiglia a una Lectio Magistralis.

«L’università è un luogo libero da pregiudizi di ogni genere; la dimora permanente del genio umano, garante e portavoce dei diritti e delle libertà civili. Dalla sua fondazione nella costituzione dell’Università di Bologna, con la cd ‘Authentica Habita’ (1158) [qui], sono stati stabiliti i diritti degli studenti fuori sede; fu proclamato il principio dell’indipendenza da ogni altro potere, e per secoli numerose associazioni di università difesero gli interessi degli studenti di tutto il mondo. Ancora oggi nella città universitaria giungono persone di diverse nazionalità, costituendo la maggior parte del totale degli studenti. Una volta anche noi abbiamo deciso di entrare a far parte di questa comunità, perché sapevamo per certo che qui tutti sono uguali.

Tuttavia, c’è un grande divario tra il “noi” di oggi e il “noi” di un mese fa, perché il 23 febbraio uno studente dell’Europa orientale era come un altro. In un istante, questa guerra criminale ha reso emarginati i cittadini bielorussi e russi, e li ha posti di fronte a un scelta: sopravvivere o andarsene. E sembra solo ieri quando hanno cantato con fervore Gaudemus Igitur, con questi versi: ‘Pereant dolores! Pereat Diabolus, Quivis antiburschius Atque Irrisores!’

Ma chi avrebbe mai immaginato che avremmo dovuto affrontare tali dolori? Sono disagi di un ordine diverso, non ovvi a prima vista, ma non meno insidiosi dei razzi sopra la testa: quando nessuno annuncia un allarme, ma la paura diventa la nostra più devota compagna.

Sappiamo che il nostro nemico comune è la guerra, ma non sappiamo chi siano i nostri amici.

Il 18 marzo si è svolto un dialogo con i rappresentanti dell’amministrazione universitaria, dove ogni studente russo e bielorusso ha potuto parlare delle nuove realtà della vita: carte bancarie bloccate, impossibilità di pagare l’affitto di casa, le utenze e persino il cibo; ottenere un lavoro part-time o volare verso casa! Siamo stati estremamente grati per la franchezza e l’opportunità di essere ascoltati, ma, purtroppo, dobbiamo affermare che non abbiamo visto un reale interesse per il nostro destino futuro.

Ogni nuovo giorno in uno stato di incertezza e nell’eloquente silenzio dei funzionari, fa dubitare dell’immutabilità di un principio, così fondamentale di qualsiasi comunità universitaria come la parità dei diritti (articolo 1 e articolo 10 della Carta dei diritti degli studenti), quindi lo consideriamo un nostro dovere di denunciare apertamente questo fatto e descriverlo come discriminazione etnica. Siamo inoltre convinti che, come contribuenti, abbiamo subito una violazione diretta delle nostre libertà economiche garantite dalla Costituzione della Repubblica Italiana (articolo 3). La situazione è tale che non solo il processo educativo è minacciato, ma anche i bisogni fondamentali dell’individuo e prima di tutto la sicurezza dell’esistenza.

Tuttavia, abbiamo molti esempi positivi di sostegno e vari tipi di istituti di istruzione superiore in Austria, Germania, Francia e altri indipendentemente dalla cittadinanza. La leadership di queste università ha dimostrato un impegno per i principi del pluralismo e la volontà di assumersi responsabilità in un ambiente politico turbolento. Nel 2021, grazie agli sforzi legali dell’Università di Bologna e la partecipazione attiva di migliaia di studenti premurosi, è stato raggiunto quasi l’impossibile: ottenere la liberazione di Patrick Zaki da un carcere egiziano. È stato un vero trionfo di un’unica volontà, un’unica visione del mondo circostante. Oggi gli studenti bielorussi e russi sono diventati come Patrick: da un lato, i nostri passaporti ci hanno reso complici involontari dell’invasione militare, dall’altro, ostaggi della guerra ideologica ed economica scatenata contro milioni di nostri connazionali. Però, noi, persone pacifiche, sappiamo per certo che la nostra unica arma è la nostra voce e questa voce suonerà finché la giustizia non prevarrà! Finché gli studenti italiani continueranno a consolidare la società civile capace di resistere alla burocrazia e di opporsi al prolungamento della guerra da parte del proprio Parlamento, non tutto è perduto.

Sappiamo chi siamo e dove stiamo andando! Abbiamo dei diritti e li proteggeremo! Diciamo a tutti voi – siamo per la pace!»

(Veronika Floria)

 

 

 

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