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Lettera di un guerrafondaio

 

Autosospeso dall’ANPI di Cassino

di Fausto Pellecchia
Fausto Pellecchia minEspongo qui le ragioni del mio dissenso con le posizioni assunte dalla Presidenza dell’ANPI - e prontamente condivise e rilanciate in un crescendo di vis polemica da alcuni compagni della costituenda sezione di Cassino- che mi inducono all’autosospensione della tessera.

Il 4 aprile 2022 l’ANPI (Associazione Nazionale Partigiani d’Italia) ha diffuso il seguente comunicato: “L’ANPI condanna fermamente il massacro di Bucha, in attesa di una commissione d’inchiesta internazionale guidata dall’ONU e formata da rappresentanti di Paesi neutrali, per appurare cosa davvero è avvenuto, perché è avvenuto, chi sono i responsabili. Questa terribile vicenda conferma l’urgenza di porre fine all’orrore della guerra e al furore bellicistico che cresce ogni giorno di più”.

L’apparente, asettica adiaforia del linguaggio utilizzato non basta a nascondere l’oscena ambiguità di questo comunicato, il cui senso tradisce e offende, già nella forma, la schiettezza e la forza ideale dei valori della Resistenza antifascista.
Il comunicato contiene infatti la richiesta di «una commissione d’inchiesta internazionale per appurare cosa davvero è avvenuto»; dunque, si ritengono insufficienti le testimonianze di ogni genere, che si confermano e rafforzano vicendevolmente ad ogni istante, i racconti dei cittadini scampati fortunosamente alla mattanza, le notizie diffuse dalle più autorevoli agenzie di stampa internazionali, la documentazione sconvolgente dei fotografi e dei giornalisti sul campo, le riprese aeree dei giorni precedenti che inchiodano le truppe di occupazione di Putin…Ma, forse l’ANPI preferisce coltivare la lezione cospirazionismo, alimentando il sospetto sull’unanimismo dell’informazione, catalogato come frutto dell’occhiuto controllo esercitato dall’imperialismo geopolitico della Nato. Per questo, si dice, il giudizio sulla crisi bellica ucraina va prudentemente rinviato … alle calende greche, cioè alle risultanze di “una commissione d’inchiesta internazionale guidata dall’ONU” che con ogni probabilità emetterà il suo verdetto quando di Putin si saranno perse definitivamente le tracce.

Molti arrivano a confondere il farisaico eccesso di prudenza (o di pavidità) che ispira il comunicato ANPI con le cautele tecnico-procedurali di raccolta e catalogazione delle imputazioni. Si vorrebbe, cioè, dare ad intendere che l’esercizio critico del dubbio sia sempre e comunque utile, nella misura in cui ci preserva dalle spire omologanti del cosiddetto Pensiero Unico, contro il quale si levano quotidianamente le geremiadi vittimistiche del pacifismo “duro e puro”. Quest’ultimo, com’è noto, è sempre impegnato a denunciare il violento “maccartismo” di coloro che si limitano ad esprimere dubbi e contrarietà circa l’opportunità di una resa incondizionata dei combattenti ucraini all’invasore russo. Giacché se è vero che la pace è un valore universalmente riconosciuto e perseguito nell’emisfero occidentale, non altrettanto lo sono i percorsi e i modi per realizzarlo, dal momento che essi presuppongono comunque una prevalente volontà di negoziato che, finora, è stata sempre disattesa dello Zar moscovita.

Le centinaia di cadaveri di cittadini torturati e massacrati a Makariv, a Mariopol oltre che a Bucha, ammucchiati nelle fosse comuni, lascerebbero persino sopravvivere, a giudizio dell’ANPI – nonostante la concordante messe di testimonianze-, il sospetto che si tratti di una astuta messa in scena della resistenza ucraina per infangare l’onore militare delle truppe putiniane. Il comunicato, tuttavia, con sordida miopia, finge di chiedersi: “Perché è avvenuto?”
I dirigenti dell’ANPI preferiscono avvolgere l’evidenza del comportamento criminale delle truppe “asiatiche” di Putin nella nebbia dell’incomprensibile. Si finge di ignorare che gli scherani della strategia neozarista dell’ex ufficiale del KGB, allorché sono costretti a ripiegare dalla resistenza dei combattenti ucraini, sfogano sulla popolazione civile la loro rabbiosa frustrazione di “liberatori” misconosciuti, trucidando i vecchi, stuprando e sterminando le donne, e abbandonandosi agli orrori dell’infanticidio.
Per colmo d’impudicizia, infine, il comunicato si chiede: Chi sono i responsabili? Anche i sassi ormai sanno che il responsabile di questa immane tragedia, in quanto mandante supremo dell’occupazione e delle depredazioni manu militari di uno Stato democratico, a cui si aggiungono le carneficine ai danni dellla popolazione civile ucraina, è Vladimir Putin al quale si deve la costruzione di un sistema di potere autocratico e vessatorio, fondato sulla corruzione e sul terrore. Peraltro, di questo sistema si conosce anche l’esecutore materiale, il tenente colonnello Omurbekov Azarbek Asanbekovich, comandante dell’unità di fucilieri motorizzati 51460 della 64a brigata, che si avvale altresì dei mercenari filonazisti del gruppo Wagner, arruolati al fianco delle truppe russe (unico esempio di “denazificazione” operata da filonazisti in armi contro il presidente Volodymyr Zelens'kyj, cittadino ebreo eletto democraticamente con oltre il 73 % dei voti…,!) . Di fronte alle aspre critiche suscitate dal comunicato dell’ANPI anche in alcuni esponenti del campo “pacifista”, il presidente dell’Associazione ha dettato all’Ansa una precisazione che invera il classico rimedio della “toppa peggiore del buco”. Infatti, Gianfranco Pagliarulo, già delfino del sen. Armando Cossutta, ha scritto:
“Sappiamo benissimo chi è l’aggressore, l’abbiamo sempre denunciato e condannato, anzi siamo stati probabilmente tra i primi a condannare l’invasione”.

Però nel comunicato si “condanna fermamente il massacro”, come fosse ancora anonimo e indeterminato in quanto si chiede di “appurare cosa sia avvenuto”, il perché, e i responsabili: tutti elementi ritenuti ancora incerti, e che perciò contraddicono la pretesa di aver, fin dall’inizio, indicato in Putin e nel suo “composito” esercito i massacratori della popolazione civile di Bucha e Makariv.
Naturalmente, queste ovvie considerazioni di carattere schiettamente politico non infirmano la necessità di istituire una commissione d’inchiesta del Tribunale internazionale dell’Aja che avrà il compito di precisare e graduare, sul piano giuridico-procedurale, il livello delle responsabilità individuali dei vari ufficiali e soldati coinvolti nel massacro dei civili; ma non quelle di Putin e del suo tenente colonnello, che risultano ormai abbondantemente acclarate sul piano politico.
Il vergognoso non expedit implicato nella posizione dell’ANPI è del resto confermato dalla frase finale del comunicato, che il presidente Pagliarulo non si è nemmeno sforzato di emendare: “Questa terribile vicenda conferma l’urgenza di porre fine all’orrore della guerra e al furore bellicistico che cresce ogni giorno di più”. La mattanza di civili ucraini da parte delle truppe di Putin diventa una sfocata, anonima “terribile vicenda” alla stregua di un increscioso, funesto incidente di percorso. “L’orrore” diventa quello di una ancor più nebbiosa e indecifrabile “guerra” il cui vero responsabile sarebbe “il furore bellicistico che cresce ogni giorno di più”; infatti, le equivalenti conseguenze di questo medesimo “furore bellicista” rimandano, secondo la visione cerchiobottista dell’ANPI, ad un’equa, salomonica distribuzione di responsabilità, addebitabili, in parte, all’invasione cruenta decretata dallo Zar moscovita e, in parte, all’ orgogliosa resistenza del popolo ucraino, nettamente inferiore per armi e per numero di milizie, ma non certo per motivazioni ideali.

Ma c’è di più e di peggio, giacché non passa giorno che il suddetto cerchiobottismo, sublimato a criterio metodologico dalla chiacchiera del pacifismo trionfante, alimenta l’esorcismo rituale di alcuni intellettuali, che intendono rinchiudere nel perimetro dei fraudolenti consiglieri “guerrafondai” tutte le voci critiche schierate a sostegno della resistenza ucraina [resistenza con la r minuscola, come vuole la farisaica distinzione filologica che la allontana dalla maiuscola Resistenza italiana]. Duuque: appoggi la reistenza ucraina? Dici che gli ucraini vanno aiutati a difendersi (perché come ci ricorda Liliana Segre, citando l’art.52 della nostra Costituzione, “la difesa della Patria è un sacro dovere del cittadino” che dovrebbe essere universalmetnte rispettato)? Che in certi casi diviene, perciò, un dovere anche l’invio di armi e di mezzi per contrastare le devastazioni e gli orrori di un esercito invasore? – ecco, dunque, che stai “indossando l’elmetto”, stai abbandonando la pacatezza e l’imperturbabile serenità del dialogo e dell’argomentazione logica. L’elmetto è l’oggetto simbolico che esorcizza qualsiasi considerazione divergente sulla guerra, equiparandola a giustificazione della violenza e della sopraffazione. L’evocazione dell’elmetto è la parola che taglia corto: da essa promana la suggestione che interrompe qualsiasi ragionamento, quasi sia stata partorita da oscure e persistenti pulsioni autodistruttive. Per la prima volta l’elmetto acquista la magica potenza capace di tacitare ogni pensiero sulla guerra. Eppure, molti degli intellettuali che oggi abusano di questa perversione verbale, non hanno mai proposto – e noi con loro- l’argomento “bellicista” dell’elmetto davanti all’aggressione del Vietnam da parte degli Usa.

Negli anni ’60 del secolo scorso, si stava con l’“eroica” (e lo era davvero) resistenza vietnamita, e non c’era nessuno che ti accusasse di voler indossare l’elmetto quando celebravi nelle piazze il coraggio e la saggezza di Ho Chi Minh, come di Che Guevara o di Fidel Castro. È noto, del resto, che il popolo vietnamita vinse perché ricevette aiuti anche in armi, perché aveva grandi leader militari, per le bare che tornavano negli Stati Uniti avvolte nella bandiera a stelle e strisce, e perché ci fu un movimento di opinione in tutto il mondo schierato con le sue insopprimibili ragioni. Non un movimento guerrafondaio. Non un movimento con l’elmetto. Ma un movimento che, nella temperie del Sessantotto, aveva un’idea forte e chiara di libertà e aveva consapevolezza che l’indipendenza dei popoli e dei Paesi non si tocca. Né ricordo di avere sentito sbucare per sbaglio quella parola quando, nel settembre del 1973 e nei mesi seguenti, si raccoglievano fondi per la resistenza cilena, che non combatteva un nemico esterno ma una dittatura interna. Essendo entrato in università nei tempi in cui quell’idea c’era, condannai senza se e senza ma anche l’invasione di Praga. Non accusai Dubček di essersi spinto “troppo in là” con la democratizzazione del suo Paese, così da rendere l’invasione sovietica “inevitabile”. Pur di spiegare che una guerra patriottica come quella ucraina non può essere accostata alla nostra Resistenza, un intellettuale abbastanza reputato è arrivato a dire che la Resistenza non fu affatto guerra patriottica, bensì internazionalista. Davvero i missili fanno male anche alle menti oltre che ai corpi e alle cose. Perché basterebbe prendere le lettere dei condannati a morte della Resistenza per capire quanto in loro, insegnante, contadino o parrucchiera, ci fosse di amore per la libertà della propria “patria”, come recita il troppo negletto art.52 della Costituzione, che sancisce la distinzione sostanziale tra il “ripudio” della guerra (art.11) e il “sacro dovere” della difesa della Patria (art.52) Basta rileggere i dispacci interni del movimento: “Bande di patrioti si sono diretti”, la “Brigata Patrioti Piceni di stanza in Colle San Marco”… Il fatto, temo, è che alla fine dovremo davvero metterci l’elmetto. Non foss’altro che per difenderci dalle granate della disinformazione e dai grappoli di idiozie miste ad insulti che ci piovono addosso.

 

 

 

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