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Anche negli USA temevano l'allargamento della NATO

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Le guerre si potrebbero sempre evitare, ma non sempre succede

di Mario Boffo*
NO guerre BlogdelleStelle minQuando scoppia una guerra, scoppia anche la guerra della retorica; e anche nel caso della guerra in Ucraina le parti in conflitto non sono state da meno, sbandierando, secondo lo schieramento, la difesa delle nazionalità o della democrazia, il retaggio della Storia o il diritto dei popoli, il confronto fra sistemi e il raffronto dei rispettivi valori. Tutte cose che hanno certo importanza nei destini umani, ma che nel confronto geopolitico vengono per lo più usati in termini di propaganda. Da sempre, e in varie forme, i paesi in guerra hanno proclamato: “Dio è con noi!”

Nel “territorio geopolitico”, però, paesi e alleanze, compresi quelli che “esportano la democrazia”, non si muovono a difesa di principi o ideali; si muovono piuttosto allo scopo di sostenere il proprio potere strategico, valorizzarlo e difenderlo, perché è sulla base del posizionamento strategico che si possono promuovere gli interessi nazionali o di schieramento, o il relativo modello politico-sociale; elementi che servono a loro volta a progredire, nelle rispettive sfere d’azione, nel controllo o nella partecipazione al controllo delle relazioni internazionali.
Questo non vuol dire che la sfera geopolitica sia un ambiente di brutale e selvaggia affermazione della forza con metodi violenti, anche se purtroppo talvolta è così. L’ambiente geopolitico è stato spesso sede di confronti non guerreggiati, anzi cooperativi, fra schieramenti e paesi a diverso orientamento o semplicemente portatori di differenti interessi strategici. Paradossalmente potremmo affermare che la stessa guerra fredda è stata un contesto entro il quale, nonostante la forte contrapposizione, ma grazie alla deterrenza nucleare, la geopolitica ha evitato il peggio.

Detto questo, e premesso che l’aggressore è sempre da condannare, che Putin è un autocrate che opera anche a sostegno della propria posizione e di proprie motivazioni interne (come tutti, del resto), e che avrebbe forse approfittato di qualsiasi situazione come pretesto per le proprie iniziative, cercare di comprendere come si sia arrivati alla guerra in Ucraina e alla pesantissima minaccia che questa pone alla pace mondiale, non vuol dire perseguire giustificazioni o accuse, né distribuire torti e ragioni, categorie che non hanno luogo in geopolitica. Serve invece a capire i processi che hanno portato a questo e come si sarebbe potuto fare meglio; non certo per criticare o studiare il passato, ma per preparare il futuro.

Propongo volentieri l’articolo di cui al link qui sotto. L’autore è Robert Hunter, che fu Rappresentante Permanente degli Stati Uniti alla NATO fra il 1993 e il 1998, gli anni in cui cominciarono gli allargamenti dell’Alleanza e nei quali sono da identificare i prodromi degli attuali rapporti con la Russia. In quegli stessi anni anche io servivo presso la Rappresentanza Permanente d’Italia presso l’Alleanza Atlantica, come membro del Comitato Politico, e in questa veste ebbi l’opportunità di seguire i temi dell’allargamento e dei rapporti della NATO con la Russia. Hunter, che non può essere certo sospettato di partigianeria pro-russa, illustra nei dettagli come dallo scioglimento dell’Unione Sovietica e del Patto di Varsavia si sia arrivati alla situazione attuale, attraverso successive amministrazioni americane e attraverso gli eventi internazionali che hanno caratterizzato gli ultimi decenni. Egli cita anche circostanze in cui la geopolitica ha espresso risultati saggi, piuttosto che bellicosi: la Conferenza per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (CSCE) e i vari accordi per il controllo degli armamenti che imposero elementi di stabilità fra schieramenti che pure si guardavano in cagnesco. L’autore cita anche la famosa crisi dei missili che Mosca tentò di collocare a Cuba nel 1962 come caso di grande pericolo in cui le parti seppero dimostrare equilibrio e saggezza. Invito a leggere con attenzione l’articolo di Hunter, e al fine di evitare ripetizioni nei concetti in esso espressi, mi limiterò a qualche considerazione aggiuntiva basata sulla mia diretta esperienza di quegli anni.

Quando Michail Gorbačëv sciolse l’Unione Sovietica, e soprattutto il Patto di Varsavia, si pose anche nell’area occidentale il tema della persistente utilità o meno della NATO. L’Alleanza, allora guidata dal Segretario Generale Manfred Wörner, decise di continuare a esistere, identificando altre sfide strategiche da cui dover difendere i paesi membri e avviando l’Euro-Atlantic Partnership Council (EAPC), che comprendeva tutti i paesi dell’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (OSCE), e la Partnership for Peace (PFP), un programma di collaborazione e scambi con gli antichi avversari, personalizzato paese per paese, basato su varie forme di cooperazione e omologazione di sistemi, e finalizzato allo stabilimento di mutua fiducia fra paesi un tempo contrapposti. A entrambe le iniziative prese parte anche la Russia, per quanto alla PFP con un proprio schema di cooperazione con la NATO. Benché la PFP fosse anche orientata a possibili future adesioni all’Alleanza dei paesi partner, nulla avrebbe impedito di considerare quest’ipotesi come una semplice petizione di principio, considerato che il programma avrebbe potuto evolversi verso un più ampio e consolidato ambiente di cooperazione per la pace nel quale tutti i precedenti avversari, compresi Stati Uniti e Russia, avrebbero potuto esercitare un ruolo. Gli stati un tempo contrapposti, infatti, si consultavano congiuntamente nell’EAPC, erano tutti membri di un’organizzazione di pace e sicurezza come l’OSCE e coltivavano programmi cooperativi con l’Alleanza.

Alla fine del 1994, invece, gli Stati Uniti imposero una decisa accelerazione: Washington intendeva procedere subito all’allargamento dell’Alleanza, cominciando con Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca. I membri europei, preoccupati per le reazioni russe, riuscirono a dilazionare i tempi. Si procedette quindi a uno studio sull’allargamento della NATO inteso a definire le condizioni cui gli aspiranti all’adesione avrebbero dovuto attenersi e si pensò anche alla formulazione di uno schema di rapporti speciali di consultazione e cooperazione con la Russia, inteso a coinvolgere Mosca in un’ampia congerie di temi di sicurezza al fine di prevenirne il possibile senso di isolamento e di emarginazione. Hunter indica bene i vari momenti delle successive ondate di allargamento e dell’evoluzione dei rapporti fra NATO e Russia. Egli indica anche come al momento della riunificazione della Germania Washington abbia assicurato a Mosca, più o meno implicitamente, che nessun altro paese del precedente Patto di Varsavia sarebbe entrato a far parte della NATO, e come questa rassicurazione abbia avuto altri momenti, benché collegata a successive ondate di adesioni che giunsero a riguardare addirittura i Paesi Baltici, che erano stati parte integrante dell’Unione Sovietica. Stando così le cose, nulla avrebbe logicamente impedito anche ad altri paesi, come Ucraina e Georgia, di entrare a un certo punto nell’Alleanza, e questa possibilità – ma soprattutto il modo come ci si sarebbe eventualmente arrivati – ha preoccupato la Russia al punto da portarla agli eventi cui stiamo assistendo.

La NATO, e soprattutto il suo “azionista di maggioranza”, gli Stati Uniti, che hanno vinto la guerra fredda, ottenendo la resa totale della Russia di Gorbačëv, hanno voluto procedere, finché è stato loro possibile, a quanti più avanzamenti possibile nel territorio dell’avversario al fine di consolidare al massimo il proprio vantaggio strategico, tradendo in tal modo anche le precedenti rassicurazioni. A dire il vero, anche se le rassicurazioni non ci fossero state, non sarebbe stato difficile comprendere che certi equilibri forse sorgenti, o almeno tentati, nei primi anni Novanta, si sarebbero rotti con conseguenze ingovernabili. La svolta autoritaria nella Russia di Putin ha forse peggiorato le cose, ma la crisi geopolitica si sarebbe comunque verificata.

Nel desidero di stravincere (perché eravamo alla “fine della Storia”, perché il modello economico neoliberista a guida americana si doveva affermare su tutto il pianeta, perché ci doveva essere un’unica e sola potenza globale…) l’area euro-atlantica ha perso una grande occasione di mettere in equilibrio la propria sicurezza, e quello che è mancato è stata la saggezza dei vincitori: la resa dell’Unione Sovietica e l’avvio delle istituzioni e dei programmi congiunti sopra menzionati avrebbero potuto essere infatti la base per un Europa di pace; l’Alleanza (e gli Stati Uniti) piuttosto che rispondere al desiderio (del resto ampiamente stimolato) di adesione dei paesi ex-satelliti dell’URSS, avrebbero potuto invece coinvolgerli tutti, insieme alla Russia, in un più ampio progetto di sicurezza basato sulla filosofia dell’OSCE e sul riconoscimento di tutti come importanti attori della stabilità mondiale. Perché è pur vero, come viene commentato in questi giorni, che ciascun paese ha diritto a scegliere le proprie alleanze, ma non è certo scritto che le alleanze abbiano il dovere di accettarli. Questi temi furono dibattuti all’interno dell’Alleanza Atlantica, alla ricerca di una nuova architettura di sicurezza, fra paesi ex-satelliti dell’Unione Sovietica che insistevano per l’adesione e gli alleati europei che avrebbero valutato volentieri formule innovative e più inclusive di tutti gli interessi strategici sul terreno. Prevalse però l’orientamento dell’”azionista di maggioranza”, timoroso che una nuova eventuale architettura di sicurezza avrebbe indebolito la NATO, e con essa potere di Washington in Europa.

Quando nel 1866 i prussiani sbaragliarono le forze austro-ungariche a Sadowa, a conclusione della guerra austro-prussiana, Bismarck trattenne i propri generali, che volevano marciare su Vienna, nella convinzione (e nella lungimirante saggezza) che si deve vincere, ma non si deve umiliare l’avversario, perché in tal modo si genera odio e spirito di rivalsa (Germania, unificata dalla Prussia, e Impero Austro-Ungarico, nonostante la guerra precedente, furono poi alleate). Negli stessi anni, il governo degli Stati Uniti offriva continuamente alle nazioni indiane trattati e assicurazioni che venivano regolarmente disattesi, nel perseguimento di una “frontiera” indistinta e sempre più avanzata, nel permanente allargamento del proprio potere e nel conseguente restringimento della sfera avversaria; analogia più che suggestiva con i nostri tempi.

In Europa ora la frittata è fatta. Evocare principi e ideali non serve a niente, e se si vuole preparare la pace dopo questa tragedia ucraina, bisogna riflettere agli errori commessi; tenendo presente che il blocco euro-atlantico non è l’unico centro di potere in Europa; che la Russia pretende, con qualche ragione, garanzie e ruolo; che l’Occidente non è più in grado di sostenere i lutti di una guerra che lo coinvolga direttamente; che una deprecata guerra mondiale contemplerebbe quasi certamente l’uso di armi nucleari; e che la Cina assiste intanto tranquilla al procedere degli eventi.

02/03/2022 - Ucraina. Le guerre si potrebbero sempre evitare, anche se non sempre succede – Transform! Italia (transform-italia.it)
https://transform-italia.it/ucraina-le-guerre-si-potrebbero-sempre-evitare-anche-se-non-sempre-succede/

 

dott. MarioBoffo 400 min*Mario Boffo. Ambasciatore esperto con una comprovata storia di lavoro nel mondo degli affari e nel settore degli affari internazionali. Competente in Relazioni Internazionali, Strategia Aziendale, Analisi delle Politiche, Inglese, Organizzazioni Internazionali e Italiano. Forte professionista della comunità e dei servizi sociali con un Master in Scienze Politiche e Governo presso l'Università degli Studi di Napoli "Federico II".

 

 

 

 

 

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Le guerre che non vengono chiamate guerre dal 1945 in poi

 

Tutto ciò che bisogna sapere perché si ponga nell’agenda delle relazioni internazionali l’obbiettivo del disarmo

di Stefano Rizzo*
una Mano 390 minDalla seconda guerra mondiale non ci sono state “guerre”, non in Europa, come si dice comunemente, ma nel mondo. Tutte sono state chiamate operazioni militari speciali. Quella del Vietnam, nonostante i 55.000 soldati americani morti (e i milioni di vietnamiti), non fu una guerra ma una “operazione di assistenza militare” guidata dal Military Assistance Command Vietnam. Anche la Russia nei suoi interventi militari all’estero (seppure meno numerosi di quelli degli Stati Uniti e di altre potenze occidentali) non ha mai parlato di guerra ma di “operazioni militari” per giustificare l’invio delle proprie truppe. Ogni volta attraverso l’utilizzo fantasioso di nomi evocativi delle buone intenzioni dell’aggressore: “Tempesta nel deserto”, “Serpente gotico”, “Sostenere la democrazia”, “Forza deliberata”, “Libertà durevole”, “Libertà irachena”, “Alba dell’Odissea”. Guerre non per la vittoria, ma per la trattativa, sotto la minaccia che queste “piccole guerre” si trasformino in grandi guerre con l’utilizzo di armi di distruzione di massa (atomiche, chimiche, batteriologiche) da parte di chi le detiene

QUESTO NON È un articolo sulla guerra in Ucraina. Non è un articolo sulle ragioni (pretesti) dell’invasione russa, né sul diritto (sacrosanto) dell’Ucraina a difendersi, né sulle intenzioni (ambigue) degli Stati Uniti, della Nato e dell’Europa nell’armare l’Ucraina. Non è un articolo sulle atrocità (evidenti) commesse dai russi e neppure sulla propaganda (abilissima) con cui viene glorificata una parte e demonizzata l’altra. Infine non è un articolo su Zelensky (coraggioso), su Biden (decisionista), su Putin (criminale), su Stoltenberg (ossequioso), su Scholz (timido), su Macron (occupato), su Draghi (assente). È un articolo sulla guerra, anzi sulle “operazioni militari speciali”, non su questa in particolare, ma su tutte quelle che l’hanno preceduta. Perché va notato che, anche se il termine usato dai russi per la loro aggressione è un eufemismo che vorrebbe nascondere la brutalità dell’aggressione, non si tratta di una novità, né nella parola né nella cosa.

Bambini sudvietnamiti guardano un soldato americano con in mano un lancia-granate a Bao Trai, 1 gennaio 1
Elicotteri USA in Vietnam 390 min966, in una guerra durata vent’anni (AP/Horst Faas)
Dalla seconda guerra mondiale non ci sono state “guerre”, non in Europa, come si dice comunemente, ma nel mondo. Non solo perché non ci sono mai state guerre dichiarate, ma perché sono state tutte chiamate (ancorché con vari nomi) operazioni militari speciali. Quella del Vietnam, nonostante i 55.000 soldati americani morti (e i milioni di vietnamiti), non fu una guerra ma una “operazione di assistenza militare” guidata dal Military Assistance Command Vietnam (Macv). Come quella, tutte le guerre successive vennero chiamate con nomi di fantasia evocativi delle buone intenzioni dell’aggressore: Tempesta nel deserto (Irak, 1991), Serpente gotico (?) (Somalia, 1993), Sostenere la democrazia (Haiti,1994), Forza deliberata (Bosnia 1995), Libertà durevole (Afghanistan, 2001-2021), Libertà irachena (Irak, 2003), Alba dell’Odissea (Odyssey Dawn, Libia 2011).

Naturalmente non solo gli Stati Uniti: anche la Russia nei suoi interventi militari all’estero (seppure meno numerosi di quelli degli Stati Uniti e di altre potenze occidentali) non ha mai parlato di guerra ma di “operazioni militari” per giustificare l’invio delle proprie truppe. Così in Ungheria nel 1956, in Cecoslovacchia nel 1968, in Angola tra il 1975 e il 1991, in Afghanistan dal 1979 al 1989, in Georgia e Abkhazia nel 1991-1993, in Transnistria l’anno dopo, in Cecenia nelle due guerre dal 1994 al 2009, in Dagestan nel 1999, in Georgia nel 2008, in Ucraina dal 2014 ad oggi, in Siria dal 2015, nella Repubblica Centrafricana dal 2018.
Dalla fine della seconda guerra mondiale i vincitori di quel conflitto (americani, russi, francesi, britannici — dei cinesi parleremo un’altra volta) hanno impiegato milioni di soldati e ne hanno persi centinaia di migliaia, che tuttavia non sono morti in guerra, ma in “operazioni militari speciali” in tutto e per tutto uguali a guerre che però di guerra non avevano il nome. Non è stata solo una questione di eufemismi per nascondere una “brutta parola” che non piace più alla sensibilità contemporanea. Il fatto è che si è trattato di guerre molto diverse per obbiettivi e metodi da quelle del passato a partire dall’epoca moderna.

Dopo la Seconda guerra mondiale quasi mai si è trattato di guerre di conquista, per annettersi territori da sottoporre al proprio dominio, ma di guerre condotte per vari altri motivi, reali o meno.
sovietici in Afghanistan 390 minLa prima differenza è che non si è quasi mai trattato di guerre di conquista, per annettersi territori da sottoporre al proprio dominio, ma di guerre condotte per vari altri motivi, reali o pretestuosi: la sicurezza di fronte a una minaccia (guerre di difesa preventiva), il controllo e l’influenza economico-militare su un dato territorio (guerre per l’egemonia), la liberazione dal dominio di dittatori (guerre per la democrazia), per assistere popolazioni coinvolte in conflitti intestini (guerre umanitarie). Queste e altre le motivazioni dichiarate, che tuttavia non sempre (o quasi mai) corrispondevano a quelle reali.

La seconda differenza tra queste “nuove guerre” e quelle “classiche” è che non vengono combattute per raggiungere la vittoria totale sul campo, ma per arrivare ad un qualche accordo che soddisfi il paese aggressore lasciando formalmente in vita il paese aggredito. Sono guerre non per la vittoria, ma per la trattativa: in esse l’aggressore cerca di risparmiare le proprie risorse e i propri uomini in vista del raggiungimento degli obbiettivi che si era prefissato (egemonia, sicurezza o quant’altro). Sono quindi guerre in cui non prevale la guida militare, ma la leadership politica, che avrà interesse a continuare la guerra solo fino a quando riterrà di avere raggiunto i propri obbiettivi e potrà godere nel farlo del consenso popolare.

Truppe aviotrasportate 390 minLa terza differenza è che si tratta di guerre meno distruttive delle guerre totali classiche (escludendo quindi le guerre civili). Di fronte alle immagini di distruzione e di morte di queste settimane è una affermazione difficile da accettare. La distruzione delle città ucraine, con le loro decine di migliaia di vittime civili, trova un parallelo in altre città rase al suolo nelle guerre di questi ultimi decenni: Grozny, Mosul, Falluja, Aleppo… E tuttavia le guerre di cui parliamo non hanno paragoni con quelle di epoche passate in termini di distruttività e di vittime militari e civili: i (forse) 10 milioni di morti della guerra dei Trenta anni (1600-1630), gli almeno 5 milioni delle guerre napoleoniche, il milione della guerra di secessione americana (non una guerra civile, ma tra eserciti), i 16 milioni della prima guerra mondiale, i venti milioni della guerra sino-giapponese (1937-1945), i 60 milioni della seconda guerra mondiale, i quattro milioni della guerra di Corea. 
Il minor numero di vittime delle guerre odierne non è dovuto al maggiore buon cuore dei generali e tanto meno della leadership politica, quanto al fatto che gli obbiettivi di queste guerre sono limitati — non la distruzione dell’avversario, ma condizioni più favorevoli per la pace. Episodi di atrocità gratuita si verificano (si chiamino My Lai, Vietnam 1968, o Bucha, Ucraina 2022), sono sempre troppi, ma sono altro da una guerra di sterminio sistematico, come le abbiamo conosciute in Europa nel secolo scorso.
Magra consolazione, anzi nessuna, per chi oggi cade sotto il fuoco russo. Ma non lo è neppure per noi che assistiamo preoccupati e sgomenti a quanto succede oggi in Ucraina ed è successo nel mondo in questo primo ventennio di secolo. Al contrario, ci sono due ulteriori considerazioni che aumentano la preoccupazione. La prima è che ciò cui assistiamo non è che il dispiegarsi, oggi come sempre, della fondamentale caratteristica della “società degli stati”: l’anarchia, per cui ogni stato fa ciò che ritiene nel proprio interesse senza che vi sia alcuna autorità internazionale in grado di fermarlo — soprattutto se è uno stato potente. E questa situazione di “anarchia internazionale”, con tutti i pericoli che comporta, non cambierà nel prevedibile futuro.

La seconda deprimente considerazione è la costante minaccia che queste “piccole guerre” si trasformino inSodato armato oggi 390 min grandi guerre con l’utilizzo di armi di distruzione di massa (atomiche, chimiche, batteriologiche) da parte di chi le detiene. Ma non solo questo. Il fatto è che le armi “convenzionali” di oggi sono solo lontane parenti di quelle ancora usate nella prima guerra mondiale: il moschetto, la baionetta, il cannone. Oggi, anche escludendo le bombe atomiche, la tecnologia assistita dall’informatica ha aumentato di migliaia di volte il potere distruttivo delle armi convenzionali rendendo più confuso il confine che le separa dalle atomiche.

Codice del computer su uno schermo con un teschio che rappresenta l’attacco di un programma informatico ostile per neutralizzarne le funzionalità
Per questo è indispensabile che fin da subito, ancor prima che finisca la guerra, si ponga nell’agenda delle relazioni internazionali l’obbiettivo del disarmo, della limitazione delle armi sia atomiche sia convenzionali, partendo da qui, dall’Europa. La sicurezza del continente non può essere affidata alla corsa al riarmo, come si chiede da più parti, ma alla riduzione delle armi, insieme a nuove misure negoziate per creare fiducia reciproca tra avversari partendo dal riconoscimento dei legittimi interessi di sicurezza di tutti.

 

5 Maggio 2022 da /italialibera.online  © RIPRODUZIONE RISERVATA

 

StefanoRizzo2CFotodiOlivieroToscani 200 minSTEFANO RIZZO
Giornalista, docente universitario, romanziere, ha insegnato relazioni internazionali all’Università la Sapienza di Roma. Ha collaborato con svariate testate a stampa e online scrivendo prevalentemente di politica e istituzioni degli Stati Uniti. E’ autore di svariati volumi di politica internazionale: Ascesa e caduta del bushismo (Ediesse, 2006), La svolta americana (Ediesse, 2008), Teorie e pratiche delle relazioni internazionali (Nuova Cultura,2009), Le rivoluzioni della dignità (Ediesse, 2012), The Changing Faces of Populism (Feps, 2013). Ha pubblicato quattro volumi di narrativa; l’ultimo è Melencolia (Mincione, 2017)

 

 

 

 

 

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Caro Gianni Cuperlo io la sinistra la vorrei così....

ANALISI OPINIONI DIBATTITI

Ucraina, guerre e ... quale sinistra

di Ermisio Mazzocchi
Gianni Cuperlo 390 minCuperlo si è di recente interrogato sul futuro della sinistra e della sua identità in un quadro di avvenimenti drammatici, tra i quali prioritario è quello della guerra russo-ucraina.
Una guerra che condanniamo, di cui è doveroso capire cause e motivazioni e per la quale è necessario che la sinistra avvii una riflessione e indichi i compiti da assolvere.
E' lecito pensare a una sinistra della globalizzazione che rompa e superi le categorie e i confini della sua cultura novecentesca, per rinnovarsi e confrontarsi con il nuovo mondo.

La vera questione che si pone è quella del governo della globalizzazione, la quale a oggi non è chiaro come si potrà gestire e chi dovrà farlo.

E' possibile presupporre che esso possa essere esercitato da un centro di potere strategico, finanziario e informatico, che "determini" gli andamenti dell'economia reale e orienti le coscienze. La logica del mercato senza frontiere ha rimesso in discussione, se non cancellate, le regole e gli strumenti che intervengono nei rapporti tra libertà, democrazia, sovranità politica e identità nazionale.
La crescita dei conflitti sociali e un'espansione delle guerre sono, tra le altre cose, la più evidente conseguenza.

Sostenere chi è aggredito e sottoposto a vessazioni, violenze, distruzione, credo che sia un obbligo morale imperativo, che deve essere perseguito sempre, ovunque e per tutti, senza che ci siano corsie preferenziali che rispondano a logiche di convenienza.
Oggi lo è per l'Ucraina aggredita dalla Russia, ma dovrebbe esserlo allo stesso modo per tutti i paesi devastati dalle guerre.
Ferma condanna della guerra, di chi la provoca, di ogni malvagità, di ogni dittatura e di ogni imperialismo.

La sinistra non può risvegliarsi solo e unicamente per un conflitto deflagrante sul sistema degli equilibri mondiali e drammatico per gli effetti tragici sul popolo ucraino.
Nel mondo ce ne sono molti altri. Si stimano 10 guerre e 869 conflitti presenti nel nostro pianeta, oggi ignorati dai media e anche dai partiti progressisti del nostro paese.
E' necessario che la sinistra riposizioni la sua funzione, che sia in grado di "vedere" i conflitti, i nuovi bisogni e di rigenerarsi per farsi strumento utile alla realizzazione di una comunità dei diritti e della democrazia.

E soprattutto combatta lo sfruttamento e le disuguaglianze, contro un capitalismo vorace e violento.

Una sinistra ripiegata su se stessa, chiusa in un recinto angusto, perde la percezione della realtà del XXI secolo, in cui i parametri di valutazione sono cambiati rispetto a quello precedente. Essa sembra che non abbia la forza di riqualificare i contenuti della sua cultura che va proiettata in uno spazio di giustizia, di democrazia, di diritti, dei principi dell'autodeterminazione, validi ovunque e sempre.

Su questo terreno si misura la prova di una sinistra che rimoduli le sue categorie politiche e sia in grado di affrontare una sfida su un campo inesplorato, disseminato delle sabbie mobili del populismo e contaminato da un sistema finanziario spietato.
Il problema della redistribuzione della ricchezza e del funzionamento dei livelli sociali, ma soprattutto quello della classificazione e del rapporto con le inedite forme organizzative del capitale finanziario, non è stato risolto.

Gli interessi finanziari sono immensi e, in una economia globale, il controllo delle fonti energetiche e alimentari resta fondamentale e prioritario.
Il conflitto russo-ucraino non ha posto solo questioni di relazioni tra gli Stati, ma ha aperto alla necessità di una revisione dei rapporti di tutto il sistema finanziario e l'utilizzo e rifornimento delle materie prime.
Tali mutamenti avrebbero dovuto sollecitare la sinistra a un aggiornamento e adeguamento anche con i conseguenti cambiamenti dei suoi paradigmi politici e culturali e a rispondere in difesa delle garanzie di equità e di giustizia. Essa dovrebbe essere referente di quella parte del mondo più debole, meno protetta dalle violenze ed esclusa dai diritti umani nelle aree di assoluta miseria, Asia e Africa, come in quelle progredite e di maggiore ricchezza, Europa e America del Nord.

Le conflittualità, le contraddizioni, le disuguaglianze molto diffuse e profonde, si potranno eliminare solo se si darà vita a una sinistra motore di ampi schieramenti di forze con progetti alternativi al vecchio modello di sviluppo e avversaria delle nuove forme di iniquità.
Una sinistra che riaffermi i principi di solidarietà deve essere sempre coerente con sé stessa. E non sempre lo è stata. Vedi il dramma dei Curdi, i diritti soppressi in Russia, in Cina, i conflitti interni all'Ucraina, la Catalogna...
Se vuole evitare che compia altri errori deve stare ferma entro un sistema di valori stabili e inflessibili.

La sinistra non può seguire la logica di due pesi e due misure, perché poggia sul fondamento della solidarietà tra i popoli e sull'impegno alla lotta contro lo sfruttamento, le aggressioni di comunità nazionali, le violenze su uomini, donne e bambini.
Se consideriamo giusto sostenere gli aggrediti che combattono contro l'aggressore anche con forniture di armi, dobbiamo ritenere che questo impegno, comprese le sanzioni più dure, debba valere, oltre che per l'Ucraina, anche per quegli altri paesi che, aggrediti, facciano richiesta di aiuti di ogni genere.

Ma non è questa la soluzione ai problemi conflittuali che hanno sempre alla loro base interessi economici di vasta portata, ammantati dai diritti di democrazia e libertà.
Ci sarebbe una escalation senza fine e una guerra senza fine.
Né è dato di pensare che si tratti di conflitti ideologici, come si vorrebbe definire il conflitto russo-ucraino.
Significherebbe commettere un grave peccato di irresponsabilità contro l’umanità abilitando il diritto a provocare guerre capaci di celare le vere ragioni dietro parole d’ordine mistificatorie.

In verità ciò che prevale sono gli interessi economici di portata mondiale e il possesso delle risorse essenziali all'umanità.
Occorrono azioni di pace e la mobilitazione delle coscienze fuori da logiche guerresche.
Questo dovrebbe essere l'obiettivo di una sinistra solidale, pacifista, sostenitrice della cooperazione.

Tutti siamo convinti che si debba esprimere solidarietà a uno Stato aggredito.
La solidarietà deve essere per tutti, ovunque. Oggi e domani.
Gaby Bichoff, vicepresidente del PSE, di recente ha dichiarato: "I ministri UE devono inviare un messaggio forte in cui si chiarisca che a tutti coloro che fuggono dall'Ucraina sia garantita protezione nell'UE.
Le denunce di un diverso trattamento dei rifugiati dell'Ucraina sono sconcertanti.
Ogni rifugiato, a prescindere dalla provenienza o dal colore della pelle, deve poter contare sullo stesso trattamento, la stessa dignità, rispetto e accoglienza, così come sullo stesso livello di aiuto pratico".

Sono affermazioni che la sinistra dovrebbe condividere.
Spesso invece tace e continua a ignorare la sofferenza di quegli oltre 80 milioni di persone che fuggono a causa di persecuzioni, conflitti, violenze, violazioni dei diritti umani (fonte UNACR).
La sinistra dovrebbe mobilitare l'opinione pubblica per sostenere quei paesi che a causa delle guerre hanno necessità di medicinali, di viveri e di altro.
I bambini dello Yemen, dell'Afghanistan, del Congo... hanno bisogno anche essi di assistenza medica e alimentare, di accoglienza.
Ma nessuno si è dichiarato pronto a ospitarli nella propria casa.

E dov'è l'accoglienza di quei diseredati in fuga dai loro paesi, bloccati ai confini Polonia - Bielorussia, confinati in un lager, esposti al freddo e alle intemperie, circondati da filo spinato e minacciati da uomini armati pronti a uccidere?
Forse perché essi sono neri, poveri, sporchi, ignoranti, con vestiti laceri.
Pace e solidarietà richiedono straordinarie iniziative.
Dove sono le grandi manifestazioni per la pace, che si sarebbero dovute fare giorno dopo giorno, incessantemente e per tutti i paesi in guerra? Molti si sono mobilitati. Il Papa, il Dalai Lama, i premi Nobel chiedono insistentemente la pace e esortano tutti a manifestare la loro avversione per la guerra.

La sinistra e per primo il Partito Democratico che pur hanno prodigato il loro impegno per un'azione di solidarietà nei confronti dell'Ucraina, dovrebbero lanciare un "grido" di pace e mobilitare milioni di persone a scendere in piazza per reclamare la pace in tutto il mondo.
Il Partito Democratico dovrebbe sollecitare il PSE a promuovere un "paeceday" da tenersi nello stesso giorno contemporaneamente nelle 27 capitali degli Stati membri dell'UE.
Sarebbe un forte messaggio che potrebbe contribuire alla fine della guerra.

Se persegue queste finalità la sinistra riacquista il suo ruolo di forza protagonista di progresso e di pace.

lì 4 aprile 2022

 

 

 

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Il femminile e le guerre

 DONNE. STORIA E FUTURO

 La guerra non è forza è al servizio del diritto, ma diritto assoggettato alla forza

di Fiorenza Taricone
rifugiati ucraina 390Recentemente, il Dipartimento di Lettere e Filosofia dell’Università di Cassino e Lazio Meridionale ha organizzato un incontro a più voci sulla guerra in Ucraina. Ho aderito anche perché avevo deciso di parlare di un argomento, quello del pacifismo femminile di cui poco si discute, mentre nella lezione straordinaria che gli studenti del mio corso di Storia della comunicazione politica mi avevano chiesto, avevo precedentemente disegnato un quadro storico politico.

Dalla definizione comune di pacifismo, come teoria e movimento che considera una pace durevole e universale come bene altamente desiderabile, tanto desiderabile che ogni sforzo per raggiungerla è considerato degno di essere perseguito, nascono molti interrogativi. La pace cui mira il pacifismo non è una pace qualunque d’equilibrio, ma una pace di soddisfazione, risultato di una accettazione consapevole, in cui le parti non hanno più rivendicazioni reciproche da avanzare.

Il primo interrogativo che mi sono posta riguarda la narrazione della guerra in atto in Ucraina da parte della società massmediologica, drammatica, in un certo senso vecchia, rivelatrice di tanti paradossi. Da una parte la geopolitica, che stavolta ha al centro l’Ucraina, terza riserva europea di shale gas (gas scisto), settima riserva mondiale di carbone, granaio per molti paesi, centro dell’Europa, secondo la targa apposta dalla Società geografica nel 1911; intorno alla guerra ruotano la cyberwar, le superpotenze, la lotta per le materie prime, i mercati finanziari. Dall’altra parte della narrazione, vediamo cortei di donne con bambini o singole donne isolate che mettono al riparo come possono gli affetti, sono immagini quasi senza tempo, che se non fossero così drammatiche, diventerebbero stereotipate. Voci che non sono decisore delle vicende cui mettono riparo, come sempre.

In una guerra di aggressione come questa, il consenso certo non è un fattore in gioco, ma per le donne vale ancora meno, e dei centri decisori di guerra e pace le donne non hanno fatto parte per secoli, oggi solo come minoranza; di regola i parlamenti che non funzionano aprono la via al dispotismo; il cosiddetto uomo solo al comando, più o meno sanguinario, ha dimostrato fino alla noia di non aver elaborato quel senso del limite, approfondito dal neofemminismo degli anni Settanta; di certo, non possiamo ancora oggi dire che la democrazia paritaria sia la cifra politica dell’Occidente: anche se nel 2019 il Parlamento ucraino in particolare ha registrato un record di donne, 86 parlamentari, circa il 20%, la parità è lontana; dal sito Women in national parliaments per altro, nei 140 paesi posti in ordine decrescente al 71° posto c’è l’America, la Russia è al 95° (13,6), l’Italia al 32° con il 31% di presenza femminile; possiamo legittimamente chiederci, visto l’assunto raramente contestato che le donne siano in massima parte pacifiste, se non altro per i prezzi che pagano, quale consenso diano alla politica interna ed estera e alla formazione di una opinione pubblica che conti.

La Russia, il paese aggressore, l’erede snaturato dello stesso Paese che fermò l’avanzata nazista perdendo nella seconda guerra mondiale più di venti milioni di persone, dove sono presenti 200 gruppi nazionali/etnici, non può certo essere un esempio oggi, mentre lo è stato in passato; la rivoluzione del ’17, ha aperto per le donne spazi di libertà uguali e superiori a quelli di altri paesi europei; è stato separato il matrimonio civile da quello religioso, resa possibile la scelta del cognome nella coppia, sancita la parità degli illegittimi, e i diritti alla tutela della salute. Al 1920 risale l’interruzione della gravidanza, il divorzio, il salario minimo, i congedi di maternità. Nei fatidici anni Trenta, che sono anche per l’Italia e la Germania anni di negazione della democrazia, l’aborto è di nuovo illegale, l’omosessualità un crimine, aumenta il numero delle donne presenti nei gulag, esonerate dal lavoro duro, ma non dagli abusi e dalle violenze sessuali. Solo dopo la morte di Stalin, nel ’55, il diritto didonneucraine 390 min interrompere la gravidanza è di nuovo ripristinato e dagli anni Novanta per la condizione femminile i problemi sono gli stessi dell’Occidente: gander pay gap, maggiore licenziabilità, molestie e violenze in aumento, stupri non denunciati. Nel 1996, stesso anno in cui in Italia viene approvata la legge contro la violenza sessuale impiegando venti anni, la Duma, aula inferiore dell’Assemblea Federale elabora la legge contro la violenza domestica, ma per l’opinione della maggior parte delle donne russe è colpevole solo chi reitera veramente. Nel 2017 è stata anche decriminalizzata la violenza domestica, semplice reato amministrativo, con l’effetto di aumentare la violenza contro le donne; lo stesso anno ha registrato la morte di una donna ogni 40 minuti a causa di un abuso domestico; se la Russia, il paese aggressore segna il passo come diritti umani e democrazia paritaria, anche in Ucraina si addensano ombre proprio sulle persone che intendevano modernizzare il paese e liberarlo dalle oligarchie modello russo; il The Guardian, nell’ottobre 2021, con il Pandora Paper, frutto di una lunga inchiesta, ha evidenziato il numero non denunciato di società off shore (Belize, Cipro, Isole Vergini), di Zelensky, e dei suoi ex compagni di recitazione.

Pur non contando come gli uomini in politica, certamente le donne sono ostili alla violenza, ma quali sono gli strumenti politici decisionali per opporsi? Le donne che fuggono dalla guerra, come fanno quando possono le donne di tutti i paesi dove c’è un conflitto in atto, aprono un altro paradosso: cercano riparo in paesi come la Polonia, fra i paesi del Patto di Visegrad, che certamente non sono dei campioni di garantismo dei diritti umani, soprattutto nei confronti delle donne; ricordo che in Polonia una legge recente impedisce l’interruzione di gravidanza anche in presenza di malformazioni del feto; pur di non “concedere” diritti fondamentali per la libertà femminile, riconosce persino l’omosessualità, ma manca una legge contro l’omofobia e sulle coppie di fatto. Per la prima volta, quindi il flusso delle persone che fuggono dall’Ucraina va ad interessare proprio i paesi che maggiormente erano contrari al sistema di accoglienza europeo, fra cui l’Ungheria che si era opposta anche al piano di ricollocazione.

Il secondo interrogativo che mi sono posta, oltre al rifiuto di una posizione manichea che veda da una parte Putin come avversario di una politica internazionale senza macchia, e gli Stati Uniti come eterni esportatori e protettori di democrazia, è la posizione dell’Europa rispetto ai profughi, rifugiati, migranti. La direttiva n. 55 della UE, Consiglio dell’Unione europea, del 2001 nata dopo la crisi nei Balcani detta anche direttiva Kosovo, mai stata attivata anche di fronte all’emergenza in Libia e alla recente crisi afghana, garantisce ai profughi attuali una forma di protezione finora sconosciuta; una protezione temporanea che accentua l’inadeguatezza di un sistema di accoglienza che per gli altri profughi rimane uguale. Polonia e Ungheria hanno evidentemente dimenticato in favore dell’Ucraina i muri e i fili spinati, così come i nostri Berlusconi e Salvini hanno messo da parte gli elogi a Putin e le sbrigative soluzioni verso i migranti, che consistevano nello sparare sui gommoni; molto recentemente, anche in Siria i bambini sono morti per le armi chimiche, anche in Afghanistan c’erano donne e bambini, anche dalla Libia arrivano i profughi, morti affogati, morti senza nome, morti assiderati o salvati dalle madri che sono morte per salvare loro. Il campo di Lesbo nel 2020 aveva donne e bambini che vivevano senza acqua pulita a pochi metri dal mare, senza fogne, senza assistenza sanitaria, senza riparo dal Covid, e senza illuminazione, il che sembra un dato meno grave, e invece questo li rendeva più esposti alle violenze e agli abusi. Nelle disposizioni urgenti di Draghi l’Italia riconosce ai soli ucraini la possibilità di accedere all’accoglienza anche senza aver fatto richiesta di asilo e inviare armi non ci sembra la soluzione migliore per un diritto alla pace.

Paradossalmente, la differenza oggi la fa una non guerra, cioè il nucleare, per definizione l’annullamento di una guerra tradizionale, che esclude ogni sofisma. Per il filosofo della politica Norberto Bobbio, vissuto nel Novecento, il secolo più sanguinoso della storia, due guerre mondiali, la bomba atomica, lo sterminio degli ebrei, la guerra nel Balcani, vi sono due modi di considerare la guerra come una via bloccata, ritenerla impossibile o ingiustificabile, oppure l’equilibrio del terrore e la coscienza atomica. Secondo il primo, la guerra non può più accadere, senza esprimere un giudizio di valore; per il secondo, con un giudizio di valore, la guerra è un male assoluto. «E’ davvero incredibile - scriveva non molti anni fa Bobbio - quanto grande sia il numero delle persone, soprattutto fra gli uomini di cultura che mi accade spesso di interpellare, le quali si sono adagiate nell’equilibrio del terrore. Si dichiarano soddisfatti del beneficio attuale. Considero quest’atteggiamento, oltre che politicamente ingenuo e storicamente superficiale, un tipico prodotto di falsa coscienza. Il carattere di un equilibrio fondato esclusivamente sul terrore reciproco è la sua precarietà: già oggi non esiste più o è in via di trasformazione. E se l’equilibrio del terrore è paralizzante, lo squilibrio libera almeno una parte del terrore».

L’idea di progresso tipica delle filosofie della storia del secolo scorso, quelle stesse che sono state al centro delle riflessioni femministe sul senso del limite, sia idealistiche che positivistiche, è servita anche per giustificare la guerra come un male necessario. La guerra serve al progresso morale: se non ci fosse la guerra non si svilupperebbero alcune virtù, come il coraggio, lo spirito di sacrificio e solidarietà; la guerra serve al progresso civile, è tra i cosiddetti fattori d’incivilimento, un grande mezzo di comunicazione fra gli uomini, attraverso essa le civiltà si scontrano e si mescolano, la guerra serve al progresso tecnico. La guerra poi che scoppia per una giusta causa, come questa, è un’offesa il cui scopo è la riparazione di un torto o la punizione di un colpevole, assimilando la guerra ad una procedura giudiziaria. Ma questo per Bobbio ha messo in evidenza la sua debolezza; in ogni procedura giudiziaria si distinguono il processo di cognizione e il processo di esecuzione, il primo è tanto più in grado di assicurare il giusto e l’ingiusto, quanto più si ispira ai due principi della certezza dei criteri di giudizio e della imparzialità di chi deve giudicare; ma nella dichiarazione e attuazione di una guerra i due principi non vengono rispettati perché non c’è stata guerra che non abbia trovato la sua giustificazione; inoltre, chi decide della giustizia o ingiustizia della guerra è la stessa parte in causa.

La guerra è quindi una procedura giudiziaria in cui il maggior male è inflitto non a chi ha più diritto, ma a chi ha più forza, per cui si verifica la situazione in cui non è la forza è al servizio del diritto, ma il diritto finisce per essere al servizio della forza.

 

Profughi ucraina 600 min

 

 

 

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Nelle guerre è la povera gente dei vinti e dei vincitori che fa la fame

 

Per aprire una finestra informativa partendo proprio da ogni aumento di prezzi

di Angelino Loffredi
Sos rincaro dei prezzi delle materie prime AgroNotizie minUn grande poeta e drammaturgo tedesco dell’altro secolo, Bertolt Brecht, scriveva
“La guerra che verrà non è la prima
Prima ci sono state altre guerre
Alla fine dell’ultima c’erano vincitori e vinti
Fra i vinti la povera gente faceva la fame.
Fra i vincitori la povera gente faceva la fame ugualmente”

Considerazioni vere ma purtroppo sempre dimenticate. Oggi le riprendo e le faccio conoscere sperando di vederle ulteriormente commentate.
Questo giornale, dopo aver giustamente e correttamente riportato la guerra in Ucraina, le sofferenze di quel popolo ma anche delle popolazioni russofile, le innumerevoli iniziative di solidarietà realizzate in Occidente a favore dei profughi, vuole completare il cerchio approfondendo ulteriormente le conseguenze di tale guerra, del clima bellicista oltre che delle sanzioni verso la Russia. Un groviglio di provvedimenti e di paure che stanno creando disagi al mercato portando a rincari di numerosi prodotti.

UNOeTRE.it intende aprire una necessaria finestra informativa partendo proprio da nuove stime che prevedono l’aumento del prezzo delle bollette di luce e gas, ma anche di farina, pasta, pane e nel settore cerealitico e siderurgico.
Va ricordato che Ucraina e Russia garantiscono un terzo delle esportazioni mondiali di grano pertanto il primo rilievo da fare lo riprendo da una allarmata dichiarazione della Coltivatoridiretti che il conflitto possa “danneggiare le infrastrutture e bloccare le spedizioni dai porti del Mar Nero, causando un crollo delle disponibilità sui mercati mondiali

Da inizio febbraio la Russia ha vietato l’esportazione di fosfati di ammonio e di altri fertilizzanti azotati prodotti dal metano per almeno alcuni mesi. Sono mesi decisivi per le coltivazioni e la mossa ha già fatto alzare i i prezzi sul mercato.
Non si conoscono gli sviluppi e le conseguenze di tale provvedimento ma in modo preoccupato riportiamo un dato certo: l’Italia nel 2021 ha importato 120 milioni di chili di grano dall’Ucraina e 100 milioni di chili dalla Russia.
Esiste un altro dato certo che merita di essere conosciuto e valutato: negli ultimi 4 anni si è passati da 543mila ettari di grano tenero coltivati in Italia agli attuali poco meno di 500mila ettari. Il dato riporta anche in questo settore l’aumento della dipendenza dall’estero.

Questa rapida, parziale ricognizione è stata fatto per sollecitare ulteriori conoscenze e proposte, per tenere desta l’attenzione; se non si crea un clima di pace e non si ferma la guerra in Ucraina, inevitabilmente si corre verso una catastrofe sociale.

E’ necessario far conoscere un altro dato finora per niente evidenziato: il ministro della guerra Guerini ha chiesto che “Ci deve essere una crescita della spesa della difesa e una riflessione e aggiornamento del nostro modello organizzativo”

Si tratta di una dichiarazione guerrafondaia e pericolosa che contrasta con la richiesta posta da milioni di cittadini che stanno scendendo in piazza per chiedere a gran voce una politica di pace. E’ ancora più inquietante, inoltre sapere, che in queste ore è stato approvato un decreto che decide di inviare armi in Ucraina contravvenendo l’art. 11 della Costituzione, aumentando anche le spese militari, la cui entità non viene fatta conoscere. Sempre lo stesso ministro con sfacciataggine ed arroganza ha reso noto che i contenuti del decreto saranno secretati. Insomma c’è il rischio di un allargamento del conflitto, c’è un sicuro aumento delle spese militari proprio nel momento in cui si amplifica la crisi sociali ma “lorsignori” decidono che chi sta pagando e ancor più pagherà il prezzo più elevato non deve sapere, deve obbedire silente a scelte scellerate.

Attraverso questo giornale vogliamo proseguire nell’impegno di fare conoscere tutto, sostenendo una politica di pace, per fermare la guerra in corso, per un accordo fra russi ed ucraini ma anche per contrastare l’aumento dei prezzi, sollecitando le necessarie iniziative di lotta e di contrasto e fermare la corsa bellicista.

Ceccano, 6 Febbraio 2022

 

 

 

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Gino Strada, un uomo contro le guerre

NON DIMENTICARE

"Una delle più straordinarie battaglie sindacali e di civiltà che io ricordi..." Quando la parola di Gino Strada arrivò anche nelle fabbriche di armi

di Dino Greco*
gino strada pensieroso 370adnkronos minEravamo nei primi anni novanta quando la Valsella Meccanotecnica di Castenedolo (Bs), controllata dalla Fiat, era leader nazionale nella produzione di mine anti-uomo, vendute all'Iraq in 9 milioni di esemplari. Vi lavoravano un pugno di ingegneri, pagati a peso d'oro, e 40 operaie, addette allo stampaggio, per 800 mila lire al mese. In assemblea ponemmo in tutta la sua gravità il problema della corresponsabilità anche di chi lavorava alla costruzione di quegli ordigni di morte. La prima risposta fu: "Noi non abbiamo le mani sporche di sangue; se non facciamo noi le mine le farà qualcun altro". Allora organizziamo un incontro in Camera del lavoro con Gino Strada al quale partecipò l'intero consiglio di fabbrica. La riunione fu introdotta da un documentario che zGino aveva portato con sé sui tragici e indiscriminati effetti delle mine, soprattutto sulla popolazione civile sui bambini, con mutilazioni permanenti, provocati da ordigni in qualche caso fatti a forma di bambole affinché suscitassero l'interesse dei più piccoli. Lo shoch fu potente ed innescò nelle lavoratrici una catarsi, una presa di coscienza che avviò una delle più straordinarie battaglie sindacali e di civiltà che io ricordi.

A quel primo incontro con Gino Strada ne seguirono altri, mentre maturata la decisione di chiedere l'interruzione della produzione delle mine e l'avvio di un processo di riconversione. Ma la Valsella non aveva alcuna intenzione di rinunciare ad una produzione lucrativa come nessun'altra. Cominciarono gli scioperi, via via più intensi, fino a trasformarsi in un blocco a oltranza dell'attività. Il prezzo era altissimo. Dopo mesi di lotta le operaie e le loro famiglie vivevano a credito. La lotta non aveva contenuti salariali o normativi. Era il grido di donne che dicevano all'azienda dove si fabbrica la morte: "Noi non saremo complici". Quelle operaie vinsero, perché la moratoria nella produzione di quegli ordigni infami ne bloccò la produzione. A quel punto si fece avanti un'azienda, la Vehicle Engineering&Design, che si candidò a rilevare l'impresa per produrre motori elettrici per automobili: indubbiamente un bel salto, dalle mine a motorizzazioni ecologiche. Ma la nuova azienda pose una condizione: potere vendere alla Spagna il brevetto dell'Istrice, un dispositivo per il disseminamento delle mine dall'alto, senza mappatura, con le conseguenze che ciascuno può immaginare. L'azienda promise che il denaro incassato sarebbe servito anche per saldare alle lavoratrici le mensilità arretrate. In assemblea intervenne la compagna più anziana, componente del consiglio di fabbrica e disse queste parole: "ragazze, in questi mesi abbiamo fatto tanta strada insieme e siamo cambiate. So che è dura, ma non possiamo tornare indietro. Quindi, nessuna macchia. Se la nuova azienda vuole subentrare, nessuna condizione". Le operaie approvano, tutte, con un grande applauso. A sera scrivemmo alla Engineering comunicando le decisioni assunte di comune accordo fra sindacato e lavoratrici. Per uno di quei rari casi che talvolta capitano, l'azienda rispose che rinunciava alla propria richiesta. Seguì una grande manifestazione, in realtà una festa. I brevetti furono restituiti al Ministro della difesa e gli stampi delle mine bruciati in piazza.

Sono certo che distanza di oltre vent'anni tutte le operaie ricordino questa vicenda come uno dei momenti più importanti delle loro vite e che il ricordo di colui che tanta importanza ebbe nella loro maturazione non è mai venuto meno.
Ben fatto, caro vecchio Gino.
La terra ti sia lieve.

*Dino Greco, di Futura Umanità, gia dirigente naz.della Cgil e Deputato del PCI

 

 

 

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Dalle guerre stellari a quelle con i virus?

Coronavirus la moderna bomba atomica

virus cina controlli mascherine 350 mindi Elia Fiorillo - Se solo qualche giorno fa un giornalista avesse ipotizzato gli scenari attuali causati dal Coronavirus lo avremmo considerato pazzo. «E che siamo ai tempi della peste?!» gli avremmo probabilmente risposto. Ci saremmo messi ad elencare le nostre eccellenze in campo sanitario ed anche i servizi di prevenzione e protezione a livello mondiale. Impossibile che un virus da solo possa scuotere il mondo. «Mica siamo nel 1347 – avremmo affermato - quando, sempre dalla Cina, partì la pandemia della ‘peste nera’ che fece 20 milioni di vittime stimate nella sola Europa?».

E chi avrebbe mai pensato che ci sarebbe stato vietato di uscire di casa, pene serie multe inflitte dagli agenti delle forze dell’ordine coadiuvati dall’esercito? Se avessimo letto in un romanzo l’attuale storia del Coronavirus avremmo certo apprezzato le doti inventive dello scrittore, ma non avremmo mai nemmeno lontanamente ipotizzato che il racconto fantastico si potesse tradurre in realtà. E invece il reale ha superato il fantastico.

Quando finirà la «peste nera» del 2020? E chi può dirlo?! Speriamo presto. Ad oggi si contano nel mondo diecimila morti, destinati purtroppo ad aumentare.

Alcune riflessioni vengono spontanee.

C’è chi sostiene che il Covid-19 sarebbe stato creato a fini bellici o, comunque, a fini di “potere”. Potrebbe pure darsi che una delle grandi potenze, accantonata la bomba atomica, abbia ipotizzato sistemi di guerra più “soft”. Ma, in quanto ad efficacia, non certamente inferiori all’atomica, anzi. Ma se così fosse “l’invenzione” a questa potenza, come si dice, «le è scappata dalle mani» visto che sta imperversando in tutto il mondo. E, per il momento, nessun Paese ha inventato un qualsiasi tipo di rimedio contro l’immane sciagura. Non vogliamo credere che il cinismo umano possa arrivare al punto da non «far tirar fuori» l’antidoto - se c’è - per non compromettere l’efficacia distruttiva del virus. Ma se così fosse, fino a quando la potenza «proprietaria» del batterio sarebbe capace di resistere?

Il 6 agosto del lontano 1945, alle 8,15, l’aeronautica militare USA sganciò la prima bomba atomica, denominata “Little Boy”, sulla città giapponese di Hiroshima. Tre giorni dopo venne lanciato un altro ordigno atomico, il “Fat Man”, su Nagasaki. Il numero complessivo dei morti è stimato da 100.000 a 200.000. Le morti a causa del Covid-19, ad oggi, si aggirano intorno a circa diecimila. Cifra destinata però ad aumentare.

Ma fa paura oggi più l’atomica o i virus «sganciati» nel mondo? Ormai la bomba atomica, diciamo, è storia passata. Certo, fa sempre paura. Appartiene però ad un’altra epoca, ad un altro modo di «fare le guerre». Oggi sono i «virus» ad essere armi micidiali che, al di là dei morti, riescono a fare danni incalcolabili sul piano economico per un Paese. Basta vedere l’andamento delle Borse. Più che i morti per vincere certe battaglie servono i «segni meno» agli indici borsistici. Sono le Borse che contano più delle vite umane, purtroppo. Ed è sicuro che il Coronavirus sull’andamento borsistico ha prodotto proprio tanti danni, facendo scattare i micidiali «meno».

Tante le ipotesi che girano in questi giorni sulla nascita del virus. Con i mezzi d’intelligence a disposizione delle grandi nazioni non sarà difficile appurare se il malefico virus è un evento naturale o c’è dietro la mano assassina dell’uomo. Se così fosse ci dovremmo preparare al peggio perché è naturale che chi è stato «economicamente» colpito dal Covid-19 non starà, come si dice, «con le mani in mano. Certo qualcosa s’inventerà per colpire il nemico. Cosa? Niente di apparente per non essere accusato di sovversivismo. Per non passare «dalla ragione al torto». Colpirà con altri virus o con che cosa? Difficile rispondere a questa domanda. Ma la reazione ci sarà più per punire il danno economico subito che per pareggiare il conto dei morti.

Una domanda viene spontanea: «Ma nel terzo millennio valgono più i soldi che la vita umana?». La risposta è, purtroppo, «i soldi. Chissà, forse un giorno l’umanità tutta capirà che ci sono dei valori che non hanno prezzo, che sono più importanti della vile moneta. Che con essi, con questi valori, veramente è possibile fare rivoluzioni non cruente. Forse un giorno….

Modulo nuovo di Autocertificazione per ottemperare alle disposizioni dell'emergenza coronavirus da SCARICARE, STAMPARE e COMPILARE

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Guerre: Stupri, furti, razzie e omicidi

stupridiguerra 1 mindi Roberto Salvatori - Le prime truppe coloniali francesi giunsero in Italia al seguito degli americani sbarcati in Sicilia il 10 luglio 1943, ed erano 980 goumiers¹ marocchini del 4° tabor, i quali cominciarono già ad esternare la loro indole violenta nei confronti della popolazione. Il grosso del Corps Expéditionnaire Française (CEF) costituito dalla 2a divisione di fanteria marocchina e dalla 3a divisione di fanteria algerina, giunse in Italia alla fine del ’43 al comando del generale Alphonse Juin. (per leggere tutto, completata una pagina, torna qui in alto sotto la foto grande e clicca sul titolino successivo)

 

  1. Parte 1
  2. Parte 2

 Gli schieramenti

A queste due grandi unità furono aggregati rispettivamente il 4° e il 3° groupement de tabor marocains. Posizionati all’inizio sulla Winter Line, sul fianco destro della V armata americana, con lo stabilizzarsi del fronte a Cassino e in previsione dell’operazione Diadem, furono schierate sulla linea Gustav altre due divisioni del CEF, giunte in Italia alla fine di marzo del ’44: la 4a marocchina da montagna e la 1a divisione di fanteria motorizzata.
Le truppe coloniali erano costituite, oltreché da marocchini e algerini, da tunisini e da senegalesi, quest’ultimi tradizionalmente ostili ai marocchini, con cui gareggiavano in crudeltà nei confronti dei prigionieri nemici. Fin da quando il primo contingente del CEF sbarcò a Napoli, le autorità alleate avevano dovuto adottare una serie di provvedimenti per garantire la sicurezza pubblica, già in fibrillazione sia per i trascorsi siciliani dei magrebini che per i disordini provocati. Ma una volta schierato in linea, il CEF diede prove di efficienza e coraggio, andando a snidare e sloggiare i tedeschi sulle montagne dove gli americani non erano riusciti a sfondare. E quando questi validi, ma crudeli combattenti, tornavano negli accampamenti, portavano con loro le teste mozze (e anche qualche altra cosa) come macabri trofei di guerra.
Fu proprio nella zona di competenza americana – dov’era assegnato il CEF – che furono commessi i primi atti di violenza sulle donne ciociare: monte Pantano, laStupridiguerra Marocchinate 350 260 min frazione di Mastrogiovanni e nelle zone dove più aspri furono i combattimenti: Casalcassinese, Acquafondata, monte Monna Casale, Santa Croce, Vallerotonda, Sant’Elia ecc. Nel corso del loro impiego, goumiers e algerini perpetrarono inaudite efferatezze a danno di civili e sfollati, a volte fortunatamente limitate per la presenza dei soldati americani. Dopodiché, a Viticuso e Vallerotonda ancora una sequenza di stupri, furti, razzie e omicidi, un percorso neanche troppo contrastato dai comandanti di reparto francesi. Passati sui monti Ausoni e sugli Aurunci, i coloniali raggiunsero Esperia, Ausonia, Vallecorsa, Pastena, Lenola e Campodimele, dove violentarono centinaia di donne di tutte le età: solo ad Esperia si parlò di circa 700 donne. Sul monte Polleca e nelle aree di Arve, Fraile, Serra del Lago, Madonna della Valle, Galluccio e sotto monte Camino si sentivano da lontano le urla delle donne. A Castro de’ Volsci i medici curarono 300 vittime di stupro.
L’incarico di inseguire i tedeschi sui Lepini fu assegnato ai goumiers della 4a divisione da montagna e della 2a divisione di fanteria. Quest’ultima occupò Morolo il 1° giugno ‘44, ma dovette arrestarsi davanti a Sgurgola perché i tedeschi opponevano una strenua resistenza. Tutte le violenze commesse sui civili italiani nella porzione di territorio compreso tra i Lepini e la vallata del fiume Sacco fino alla confluenza con il Liri, sono da addebitarsi alle truppe di queste due unità, molte volte spalleggiate dagli ufficiali francesi. Violenze sulle donne, ma anche sugli uomini, furono perpetrate a Pofi, Isoletta, Morolo, Patrica e Carpineto Romano. Nei comuni di Ceccano, Supino e Sgurgola furono violentate diciotto donne tra i 12 e i 66 anni e furono commessi ventinove omicidi e più di cinquecento rapine e furti². Dal diario di guerra di Norman Lewis, ufficiale britannico assegnato alla 312th Field Security Section, si evince che i vertici militari alleati sapevano delle violenze dei soldati del CEF: il 28 maggio a Ceccano gli inglesi avevano dovuto rastrellare e chiudere i nordafricani in appositi recinti per difendere le donne del luogo dalle aggressioni³. (per continuare a leggere. Vai in alto sotto la foto grande e clicca sul titolino successivo)

A 60 km da Roma

Giunti a circa 60 km. da Roma divenne necessario per gli Alleati avvicendare sia i canadesi, inviati in riserva, che la 3a divisione di fanteria americana, incaricata da Mark Clark di «correre» alla conquista della capitale. Venne quindi dato al generale Juin il permesso di oltrepassare a nord la zona di competenza del CEF, dopodiché questi ordinò alla 3a divisione algerina di raggiungere i Lepini, occupare Carpineto, Montelanico, Segni e scendere a Colleferro per ricongiungersi con la FSSF (le forze speciali USA-Canada) e avanzare sulla Casilina, mentre alla 2a divisione di fanteria di oltrepassare il Sacco e dirigersi verso Tivoli via Paliano, Genazzano, Cave e Palestrina⁴. Nella marcia di avvicinamento da Colleferro a Paliano, i goumiers raggiunsero la cresta di San Procolo, contrada a sud del paese, immettendosi sull’unica carrozzabile che da questa conduce a Paliano. Qui i marocchini attraversarono via Suburbana, una strada che correva al di sotto delle antiche mura castellane, per poi proseguire verso la valle di Fosso Palomba e da qui imboccare la via Prenestina in località Ponte Orsini. Dopo le brutalità perpetrate nella valle del Sacco e le ultime a Morolo e Sgurgola, nel loro cammino verso Genazzano, i coloniali furono prudentemente «scortati» dalla Polizia militare francese e da ufficiali americani. E proprio per questo motivo, l’accantonamento non previsto e anche perché tutta la popolazione era sfollata, nessuna violenza fu commessa a Paliano. laciociara 350 260
Queste, e i furti, ripresero però a Genazzano e a Cave. In quest’ultimo paese, dove si erano acquartierati, i marocchini sparsero il terrore per quattro giorni, razziando, bruciando case e assassinando tre persone, lasciando completamente indifferente il comandante francese. Dopo aver ricevuto l’ordine di sgombero e il trasferimento a Palestrina, nelle sue campagne i goumiers diedero sfogo all’ennesima violenza: un contadino di 43 anni venne duramente malmenato, mentre in contrada Moletta, nei pressi di Gallicano, un ragazzo di Palestrina venne aggredito e violentato.
Nel corso dell’operazione Diadem, il CEF perse all’incirca 11.000 uomini, risultando in percentuale la forza armata alleata più colpita. Scrive Costantino Jadecola che dopo il passaggio di questa orda famelica e crudele, il dottor Alfredo Bucciante sottopose a visita medica 800 donne «marocchinate» dell’area sud della provincia di Frosinone, rilevando che in 52 casi le vittime avevano un’età compresa tra i 12 e i 16 anni; in 80 casi avevano un’età compresa tra i 17 e i 20; in 250 casi un’età compresa tra i 21 e i 30; in 199 casi un’età compresa tra i 31 e i 40; in 141 tra i 41 e i 50; in 52 casi tra i 51 e i 60 e in 26 casi un’età compresa tra i 61 e gli 80. Nella quasi totalità dei casi esaminati si era avuto contagio venereo; il 2% di gravidanze e nel 3% dei casi la vittima si era uccisa per l’insopportabile stress emotivo⁵.

Note e Bibliografia

1 - Di etnia berbera e originari delle montagne dell’Atlante, erano detti goumiers perché appartenenti ad un goum (derivato dall’arabo «qum») che stava ad indicare un gruppo di persone, di famiglie o di villaggi. Un goum corrispondeva ad una compagnia, più goum formavano un tabor (battaglione), un gruppo di tabor formava una brigata. Il tabor era composto da 65 tra ufficiali e sottufficiali francesi e da 860 coloniali tra graduati e soldati.

2 - G. CHIANESE, «Quando uscimmo dai rifugi». Il Mezzogiorno tra guerra e dopoguerra (1943-46). Roma 2004, p. 124.

3 - N. LEWIS, Napoli ’44. Milano 1993, p. 171.

 4 - Dopo lo sfondamento della Gustav e l’avanzata verso Roma, gli Alleati avevano concordato tre direttrici di marcia con le rispettive aree di operazioni: il XIII Corpo d’armata britannico sugli Ernici, via Prenestina e a sinistra del fiume Sacco, il CEF sui Lepini e sulla destra del Sacco, il II Corpo USA nel settore tirrenico a ricongiungersi col VI Corpo del generale Truscott.

5 - C. JADECOLA, Linea Gustav. Sora 1994, pp. 448-449.

Bibliografia

T. BARIS, Tra due fuochi. Esperienze e memoria della guerra lungo la linea Gustav. Roma-Bari 2003
L. CAVALLARO, Cassino. Le battaglie per la Linea Gustav, 12 gennaio-18 maggio 1944. Milano 2004
B. D’EPIRO, Linea Dora. La battaglia di Esperia, 15-16-17 maggio 1944. Esperia 1994
P. GAUJAC, L’Armée de la Victoire. De Naples a l’Ile d’Elbe, 1943-44. Paris 1985
P. GAUJAC, Le Corps Expéditionnaire Française en Italie. Paris 2003
G. GRIBAUDI, Guerra totale. Tra bombe alleate e violenze naziste. Napoli e il fronte meridionale, 1940-44. Torino 2005
C. JADECOLA, Mal’aria. Il secondo dopoguerra in provincia di Frosinone. Sora 1998
A. LISETTI, Martiri ed eroi di guerra tra pastori aurunci (1940-1945). Campodimele 2005
M. LUCIOLI, D. SABATINI, La Ciociara e le altre. Il Corpo di spedizione francese in Italia, 1943-1944. Roma 1998
L. MANFELLOTTO, Acquafondata nell’ultimo conflitto mondiale. Cassino 2003
A. NEIER, La legge della guerra. Brutalità, genocidio, terrore e lotta per la giustizia. Milano 2000
J. C. NOTIN, La Campagne d’Italie (1943-1945). Les victoires oubliées de la France. Paris 2002
E. PISTILLI, Acquafondata e Casalcassinese. Acquafondata 2004
P. G. SOTTORIVA. Cronache da due fronti. Gli avvenimenti bellici del 1943-1944 sul Garigliano e nell’area Pontina. Latina 2004
G. VIGARELLO, Storia della violenza sessuale. Venezia 2001


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Intervista allo storico Franco Cardini

FrancoCardini 350 260Antonella Necci intervista il prof. Franco Cardini - Come avevo annunciato al termine del mio articolo sulla conclusione dell’anno innocenziano, avvenuta sabato 21 Gennaio, nella Sala della Ragione ad Anagni, il Prof. Cardini mi aveva promesso un’intervista.
Prima di tutto vorrei soffermarmi a ricordare che il Prof. Cardini è uno storico famoso che attualmente è professore ordinario presso l'Istituto Italiano di Scienze Umane (Sum) e fa parte del Consiglio scientifico della Scuola Superiore di Studi Storici di San Marino. Inoltre, è Direttore di Ricerca nell'École des Hautes Études en Sciences Sociales di Parigi e Fellow della Harvard University.
Il campo di studi principale di Cardini è quello della storia delle Crociate, affrontato con studi su scritti cristiani e arabo-islamici. Cardini ritiene che le crociate non siano state uno scontro di civiltà o guerra di religione, ma un "pellegrinaggio armato" volto a mettere la Terra Santa sotto il controllo politico di singoli potentati cristiani. Tutto questo senza che vi fosse la percezione, da una parte come dall'altra, dell'esistenza di due schieramenti nettamente distinti in funzione delle divisioni religiose: cristiani e musulmani si sono combattuti ma si sono anche alleati a seconda delle convenienze contingenti.
Sulla base di tale, breve premessa, risulterà più chiaro comprendere le posizioni del Professore di fronte a domande riguardanti la “divisione” tra Occidente e Oriente.
Qui di seguito, quindi, riporto la breve intervista che in parte riassume quanto lo stesso Professore aveva affrontato quella sera della conferenza. Risulterà forse un po’ sintetica, ma mi sono ripromessa di intervistarlo ancora. Se non altro perché su alcuni punti avrei voluto aprire una piccola discussione.

1. Prof. Cardini, cosa ne pensa del discorso d’insediamento del 45esimo Presidente degli Stati Uniti, Donald Trump? Pare che uno dei suoi primi propositi, oltre all’abolizione dell’obamacare, sia quello di sconfiggere definitivamente l’IS e bloccare il flusso dei foreign fighters.

Il discorso di Trump ha teso a dimostrare come il presidente intenda mantenere le sue promesse ai suoi elettori. C’era da aspettarselo. Vedremo in che senso manterrà le sue promesse.

 2. Professore, quali sono, secondo lei, i punti deboli della nostra cultura occidentale, rispetto al resto del cosidetto terzo mondo in rivolta? siamo a rischio implosione?

Il punto debole dell’Occidente è la sua forza, l’individualismo, primato dell’economia, volontà di potenza. L’esito della sua storia è stato una spaventosa concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi e un fenomeno di asservimento della politica alla finanza. Se l’Occidente non è disposto a procedere a una ridistribuzione generale della ricchezza nel mondo e a una restituzione di dignità alla politica nel senso migliore del termine, vale a dire a una restaurazione del principio del bene comune su scala planetaria, lo scontro o l’implosione saranno inevitabili.

3. Su quali valori cristiani si basa la sua ricerca della verità nel mondo contemporaneo? Perché Papa Francesco guarda con occhio attento l’evolversi della presidenza Trump?

Il cristianesimo è ricerca della giustizia e primato della misericordia. Trump vuol ristabilire il primato mondiale degli Stati Uniti, con il suo motto America First. Questa contrapposizione è insanabile.

4. Occidente e oriente troveranno mai punti in comune da condividere senza più inneggiare a guerre sante? Ed è davvero la religione ciò che maggiormente ci separa?

Oriente e Occidente sono astrazioni. Non ci sono guerre di religione, per quanto possano esserci istanze religiose che si mischiano alle tensioni di oggi. La lotta che si combatte nel mondo è da un lato quella per la conservazione e l’accrescimento del potere, dall’altro quella per la ricerca di un minimo di giustizia e di vivibilità per tutti.

 
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Sulla base di tale, breve premessa, risulterà più chiaro comprendere le posizioni del Professore di fronte a domande riguardanti la “divisione” tra Occidente e Oriente.
Qui di seguito, quindi, riporto la breve intervista che in parte riassume quanto lo stesso Professore aveva affrontato quella sera della conferenza. Risulterà forse un po’ sintetica, ma mi sono ripromessa di intervistarlo ancora. Se non altro perché su alcuni punti avrei voluto aprire una piccola discussione.

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3. Su quali valori cristiani si basa la sua ricerca della verità nel mondo contemporaneo? Perché Papa Francesco guarda con occhio attento l’evolversi della presidenza Trump?

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Oriente e Occidente sono astrazioni. Non ci sono guerre di religione, per quanto possano esserci istanze religiose che si mischiano alle tensioni di oggi. La lotta che si combatte nel mondo è da un lato quella per la conservazione e l’accrescimento del potere, dall’altro quella per la ricerca di un minimo di giustizia e di vivibilità per tutti.

 
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