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Draghi, l'informazione e la guerra

 COMMENTI

Lavorare per il Cessate il fuoco e un armistizio. Pensare seriamente al disarmo, innanzitutto, nucleare

di Ignazio Mazzoli
Draghi Biden laRepubblica 390 min«Pentagono alla Russia per "cessate il fuoco". Erdogan: "Adesione Svezia e Finlandia alla Nato sarebbe un errore" (Repubblica).» «L’Ue continuerà a fornire armi a Kiev (Corsera). Prima telefonata tra il capo del Pentagono e Shoigu. La richiesta Usa al ministro russo: “Cessate il fuoco”. Putin sente Scholz: “È l’Ucraina a bloccare i negoziati” (ilfattoquotidiano.it).» Alcuni titoli apparsi negli ultimi giorni sui giornali on line e cartacei. “Draghi smarca l’Europa dagli Usa e spiazza Biden” così titola “finanza.it” il suo servizio sulla visita del Presidente del Consiglio italiano in Usa al Presidente Biden dei giorni scorsi. Danno l’idea che qualcosa si muova in direzione opposta al temuto allargamento del conflitto.

C’è dell’altro che dovremmo sapere? Che si sono detti davvero Draghi e Biden? Perché mancano un comunicato finale e una conferenza stampa comune? Ci sono divergenze o soltanto convergenze non pubblicamente presentabili? Interrogativi legittimi soprattutto in Italia dove si confrontano tante informazioni, a volte diverse di poco, di molto in altri casi.
Infatti, su “Affaritaliani.it” si evidenzia, «Braccio di ferro tra Quirinale e Palazzo Chigi: il premier vuole "scappare" prima, ma il Presidente vuole tenerlo altri tre mesi». A firma di Alberto Maggi. Insomma, per non armeggiare con una rassegna stampa troppo lunga, diciamo che è diffusa la sensazione che ci siano troppe “cose” non dette.

Mentre si esalta l’impegno di Draghi per una posizione più autonoma dell’Europa e dell’Italia riferendo la frase ormai famosa «Siamo d’accordo sul sostegno all’Ucraina e sulle pressioni su Mosca, ma occorre anche chiedersi come si costruisce la pace. Inizialmente era una guerra in cui si pensava ci fossero un Golia e un Davide. Oggi non c’è più un Golia». Che significa? Nella mitologia Davide uccise Golia e oggi invece Golia non morirà? O che altro voleva dire? Per la verità ancora una volta una frase sibillina e soprattutto una rinuncia alla chiarezza. Infatti scopriamo che, stando alla “Rivista italiana difesa” con il nuovo decreto manderemo “APC cingolati M113 e obici semoventi da 155 mm PzH2000 ”. Per l’Ansa nella lista saranno presenti anche i “semoventi d’artiglieria M109”. Questa volta sappiamo anche i nomi delle armi. Ma aulacameraquesto sfoggio di partecipazione che senso ha se dobbiamo procedere averso una fase nuova, caratterizzata da trattative e iniziative politiche? Se si continua ad incrementare l’invio di armamenti si spinge verso l’allargamento del conflitto.

Vogliamo davvero arrivare ad un cessare il fuoco per un armistizio? Oggi è l’unico obiettivo credibile. In questi giorni la sensazione più forte è di avere a che fare con un “Draghi bifronte”. Uno per gli Usa e uno per l’UE e l’Italia? Questo può accadere quando si affrontano incontri internazionali senza un mandato del Parlamento di cui si è espressione. Accadono anche cose non dichiarate, o per meglio dire diverse da quelle dichiarate, come il pagamento in rubli del gas che ci arriva, dopo avere giurato e spergiurato che questo non sarebbe accaduto perché non previsto nei contratti. Nella giornata di venerdì 13 maggio la notizia era nei TG e nei talk show.

Che succederà il 19 maggio in Parlamento? Gli intendimenti politici dovrebbero disvelarsi ai cittadini italiani. Dobbiamo aspettare il dibattito parlamentare o ne sapremo qualcosa di più, prima?

Intanto una osservazione critica, anzi una protesta contro quella parte dell’informazione italiana che crede di essere depositaria della verità e della missione di portarla nelle menti del popolo italiano. Mi riferisco a quella macchina infernale che per decine di ore al giorno ci fa un inesorabile lavaggio del cervello su come osservare, valutare e interpretare questa guerra.

È incredibile come quest’area si auto assegni i titoli di indipendenza, obiettività e di correttezza. Qualità che sembrano incarnate essenzialmente dai conduttori dei talk show. Non mancano, certo, i direttori di alcuni grandi quotidiani cartacei.
È stupefacente come accusino di “disinformazione” tutti coloro che non sostengono la versione corrente del Pentagono USA. La disinformazione esiste, eccome! Me se vuoi fare solo informazione seria, devi mettere me, lettore o spettatore, nella condizione di farmi un giudizio autonomo. Non mi devi imbeccare. Altrimenti il confine fra informazione e disinformazione diventa tanto sottile da essere invisibile. Come lo diventa quando un conduttore dopo aver invitato il portatore di una posizione non condivisa dal potere lo contraddice violentemente e lo fa sbranare dagli ospiti che la pensano come il conduttore vuole. Le opinioni si devono confrontare, con pari diritti e pari rispetto, perché chi osserva possa giudicare. Altrimenti “si indottrina il pupo” e non altro.

Non vuol essere un giudizio critico tout court. È solo una richiesta di moderazione che raccolgo proprio da una trasmissione dedicola 350ok mini cui non condivido spesso l’aggressività del conduttore sicuramente bravo per professionalità e cultura, contro chi non la pensa come lui, (non è l’unico purtroppo), anche se non sempre come, nel caso che qui citerò fra un rigo e che questo giornale ha già proposto a suoi lettori con un video: un parere di "Selvaggia Lucarelli".
Chi vuole può riascoltarla nel video alla fine di questo scritto. Ella comincia col criticare tutta l’enfasi esagerata nel parlare del “Coraggio”, finalizzata dice a "rimuovere la paura, per alimentare i conflitti... mira a un fortissimo reclutamento emotivo...". La guerra dice sembra un “Videogioco”. Il conduttore azzarda che si tratti di una “strategia comunicativa molto sofisticata per simpatizzare con i combattenti ucraini." Può darsi?
La Lucarelli incalza: “Se non romanticizzi la guerra sei filo putiniano... Non puoi capire quando è nata questa guerra…Non puoi n
eppure dire un ma, altrimenti stai giustificando l'aggressore”. Straordinaria Selvaggia Lucarelli, riesce con poche e chiare parole come si sia di fronte ad un attentato dell’autonomia delle menti e dei cuori, più semplicemente dell’autonomia dell’intelligenza. E aggiunge “Sono venuta qui in un clima intimidatorio”, e denuncia che ci sono giornalisti che formulano vere e proprie “liste di proscrizione” dei giornalisti “filo Putin” e dichiara che non ci troviamo difronte “neanche al maccartismo”, ma a manifestazioni da destinare alla psichiatria. Questo è il metodo conclude “di non controbattere sulla sostanza, ma di delegittimare l'interlocutore”. Per fortuna Il conduttore aggiunge a sostegno che poi “arrivano i sondaggi che dicono che una maggioranza relativa degli italiani è contraria all'invio di armi”.

Selvaggia Lucarelli termina con un’accusa pesante e ricca di verità: “trovo destabilizzante che negli studi televisivi si siano create queste contrapposizioni fra giornalisti russi e giornalisti italiani che da anni da decenni sono i megafoni del potere qui, quelli russi rischiano la vita, qui tutt'al più finiscono a fare le cronache sportive.” L’invito al coraggio di alcuni giornalisti italiani la fa molto sorridere.

La realtà è che la gente ha paura, di cosa? Giustamente, dei costi economici che già oggi paga, del rischio di trovarsi dentro una guerra di cui le motivazioni appaiono artatamente costruite, c’è il timore di perder “tutto” per alcuni, un “tutto” fatto di assai poco, ma per questi certamente indispensabile e di cui non si vuole essere privati.

Trovo che sia ragionevole e razionale la paura che inducono quelle terribili immagini di violenza e distruzione totale rese oscene, per chiunque, dai corpi abbandonati all’autodistruzione. Sono un obiettivo e indiscutibile elemento di dissuasione razionale che dovrebbe costringere tutti a rifletter sulle soluzioni non accontentandosi di rammentarsi che le guerre portano con sé questi risultati.
Non si tratta di offrire l’altra guancia, chi è aggredito deve difendersi, non c’è dubbio. Ma nel 2022 la guerra fa soprattutto vittime innocenti e distrugge beni incommensurabili frutto di sudato lavoro e di tempi lunghissimi. A nessuno, neppure agli stati deve essere più concesso di farsi giustizia da sé come vale per ogni individuo. Se le conseguenze sono quelle che stiamo vedendo bisogna cominciare a pens
SelvaggiaLucarelli 390 minarci. Altro che continuare questo odiosa e stucchevole polemica contro i pacifisti!

Bisognerebbe sempre portare a estreme conseguenze logiche un'affermazione, perché è un buon metodo di verifica del valore, dell'attendibilità e della praticabilità di ciò che si pensa.
Anzi, direi è un ottimo metodo, da consigliare, come esercizio, a chiunque svolga un'attività di pensiero e di elaborazione che debba portare in primo luogo a delle decisioni che coinvolgono non solo chi sta pensando.
È vero, la vita non è solo la semplice e concreta esistenza biologica. Vita è, anche, come si vive. Essere in vita, però, è indispensabile a determinare i modi di vivere, cioè realizzare cosa si pensa per migliorare le proprie e altrui condizioni. Se così è, l'essere vivi è la condizione di ogni conquista. (banale?)

Se ogni volta per affermare le nostre presunte migliori condizioni di vita ci sfidiamo fino alla morte che otteniamo? Morire per un'idea.
Pensare e agire è vivere, se si sviluppa il pensiero nella realtà storica, sociale, di tutto ciò che ci circonda. Oggi la guerra è la peggiore fra quelle conosciute e se continuano saranno sempre peggiori e più distruttive. Siamo gli esseri viventi che sanno farsi più male di chiunque altro. Basti pensare alla bomba atomica.

In un mondo che ha prodotto mostruosi sistemi di morte e distruzione come applichiamo la nostra lotta per migliorarci e progredire? Questa domanda è legittima. Il contrasto civile, la dialettica sociale ci hanno dato uno straordinario strumento: la politica che sostituisce la barbarie delle distruzioni. E, quindi pensare seriamente al disarmo, innanzitutto e prima di tutto quello nucleare.
Saper fare buona politica e saperla usare è una preparazione doverosa per predisporci al disarmo totale, per garantirci il futuro e garantirlo all’umanità finché questo mondo non si estinguerà da solo. Da solo, non per colpa nostra.
SE MORIAMO TUTTI A CHI SERVIRANNO O CHE SARANNO SERVITE LE CONQUISTE STRAORDINARIE CHE RIUSCIAMO A IMMAGINARE E REALIZZARE?

Video reso disponibile su YouTube da PiazzaPulita

 

 

 

 

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Selvaggia Lucarelli e l'informazione a senso unico che la turba

 SelvaggiaLucarelli 390 min

 Selvaggia Lucarelli, durante il talk show "Piazza Pulita" di giovedì 5 maggio 2022, ospite di Corrado Formigli, illustra la sua opinione sull'informazione, che si dà prevalentemente in Italia, sulla guerra Russia VS Ucraina e spiega cosa non condivide e la turba moltissimo: "rimuovere la paura, per alimentare i conflitti,...mira a un fortissimo reclutamento emotivo...."

 

 

 Il video reso disponibile da La7

 



 

 

 

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Informazione, propaganda e discernimento

CRONACHE&COMMENTI

Reporter senza frontiere 2022, sulla libertà di stampa: Italia al 58° posto, Russia al 155°

di Aldo Pirone
giornali in edicola 350 260Lo si dovrebbe sapere, ma c’è sempre qualcuno che cade dal pero. Le guerre non si combattono solo con le armi ma anche con la propaganda, l’informazione e la disinformazione. Ognuno avvalendosi, in questo campo, degli strumenti del tempo. In quello nostro c’è anche la dimensione cibernetica e informatica che è usata, soprattutto dalle grandi potenze, anche quando non si è in guerra aperta.

Il campo della propaganda sui mass media, TV, radio e giornali, è sempre molto usato, com’è noto. Così come su quelle tribune è veicolata anche un’informazione più seria e obiettiva dovuta innanzitutto ai corrispondenti in loco su come vanno i conflitti armati sul campo, sulle sofferenze dei civili, sulle nefandezze compiute dai militari, sulle distruzioni provocate da bombardamenti attraverso aerei, missili, droni, mortai cannoni e quant’altro.

L’intervista al ministro degli esteri russo Lavrov curata dal berlusconiano Giuseppe Brindisi trasmessa su Rete 4 Mediaset, ha sollevato il consueto vespaio di critiche e contro critiche in cui si sono esibiti i soliti atlantisti con l’elmetto dimentichi delle loro interviste genuflesse ai potenti, politici e non, di turno. Qualcuno ha perfino chiesto, con grave sprezzo del ridicolo, l’intervento del Comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica (Copasir). La libertà d’informazione che è insita nei regimi democratici non prevede ostracismi ed è giusto che sui nostri mass media vadano in onda interviste anche con esponenti politici e propagandisti russi. Del resto, di là della questione di principio, è bene che parlino, così aiutano tutti a comprendere dove siano i torti e le ragioni fra aggrediti e aggressori con tutti i loro annessi e connessi di sfida fra grandi potenze, e, soprattutto, la sostanza del regime autocratico russo dove la libertà d’informazione è sconosciuta e giornalisti e dissidenti politici, intellettuali e di altra specie, di regola e non come eccezione, scompaiono morti ammazzati, suicidati o avvelenati.

Altra cosa è la professionalità del giornalista che ospita questi personaggi. Basterebbe fare il confronto fra l’intervista a Lavrov fatta dal berlusconiano Brindisi e quella di circa un mese fa fatta da Christiane Amanpour sulla Cnn a Peskov portavoce di Putin, per rendersi conto della differenza sostanziale fra uno giornalista zerbino che alla fine augura, con involontaria e macabra ironia, “buon lavoro” al ministro russo, e una giornalista vera.

Ho detto che la libertà d’informazione è insita nei regimi democratici. È vero in generale. Perché, anche in questo campo, vige la potenza del denaro ed è innegabile che in Italia le cose, anche qui, sono parecchio regredite rispetto al primo trentennio repubblicano, quando ad assicurare un certo equilibrio e una voce stabile alle classi popolari e subalterne erano i loro grandi partiti di massa con i loro giornali e con una molteplicità di apparati propagandistici e di controinformazione rispetto a lorsignori; almeno nella carta stampata che all’epoca contava molto di più.

L’ultimo indice annuale di Reporter senza frontiere, uscito qualche giorno fa, sulla condizione della libertà di stampa, assegna all’Italia il 58esimo posto a fronte del 41esimo dell’anno scorso. La situazione è assai peggiorata. Ma anche qui bisogna evitare, come fanno alcuni giornalisti esacerbati dalla faziosità, di far calare la notte per rendere i gatti tutti bigi. C’è un limite qualitativo fra regressione democratica, in cui è possibile e necessario per le forze popolari e progressiste impegnare una lotta per controbilanciare la strapotenza di lorsignori, e assenza dei requisiti minimi di democrazia in regimi semi totalitari e illiberali, dove la lotta per conquistare il terreno della democrazia è primordiale.

Non a caso nella graduatoria di Report senza frontiere la Russia di Putin è al 155esimo posto.

 

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

 

 

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Informazione e "verità" durante la guerra

 

Un caso concreto e testimoniato, sancito da dimissioni

Manlio Dinucci spiega i motivi per cui ha deciso di porre fine alla lunga collaborazione con il quotidiano il manifesto.
"L’8 marzo, dopo averlo per breve tempo pubblicato online il manifesto ha fatto sparire nottetempo questo articolo anche dall’edizione cartacea, poiché mi ero rifiutato di uniformarmi alla direttiva del Ministero della Verità e avevo chiesto di aprire un dibattito sulla crisi ucraina. Termina così la mia lunga collaborazione con questo giornale, su cui per oltre dieci anni ho pubblicato la rubrica L’Arte della guerra."
Qui a seguire l'articolo censurato:

di Manlio Dinucci*
manliodinucci 390 minUcraina, era tutto scritto nel piano della Rand Corp

Il piano strategico degli Stati uniti contro la Russia è stato elaborato tre anni fa dalla Rand Corporation (il manifesto, Rand Corp: come abbattere la Russia, 21 maggio 2019). La Rand Corporation, il cui quartier generale ha sede a Washington, è «una organizzazione globale di ricerca che sviluppa soluzioni per le sfide politiche»: ha un esercito di 1.800 ricercatori e altri specialisti reclutati da 50 paesi, che parlano 75 lingue, distribuiti in uffici e altre sedi in Nord America, Europa, Australia e Golfo Persico. Personale statunitense della Rand vive e lavora in oltre 25 paesi.
La Rand Corporation, che si autodefinisce «organizzazione non-profit e non-partisan», è ufficialmente finanziata dal Pentagono, dall’Esercito e l’Aeronautica Usa, dalle Agenzie di sicurezza nazionale (Cia e altre), da agenzie di altri paesi e potenti organizzazioni non-governative.

La Rand Corp. si vanta di aver contribuito a elaborare la strategia che permise agli Stati uniti di uscire vincitori dalla guerra fredda, costringendo l’Unione Sovietica a consumare le proprie risorse nell’estenuante confronto militare. A questo modello si è ispirato il nuovo piano elaborato nel 2019: «Over-extending and Un-balancing Russia», ossia costringere l’avversario a estendersi eccessivamente per sbilanciarlo e abbatterlo.
Queste sono le principali direttrici di attacco tracciate nel piano della Rand, su cui gli Stati Uniti si sono effettivamente mossi negli ultimi anni.

Anzitutto – stabilisce il piano – si deve attaccare la Russia sul lato più vulnerabile, quello della sua economia fortemente dipendente dall’export di gas e petrolio: a tale scopo vanno usate le sanzioni commerciali e finanziarie e, allo stesso tempo, si deve far sì che l’Europa diminuisca l’importazione di gas naturale russo, sostituendolo con gas naturale liquefatto statunitense.
In campo ideologico e informativo, occorre incoraggiare le proteste interne e allo stesso tempo minare l’immagine della Russia all’esterno.
In campo militare si deve operare perché i paesi europei della Nato accrescano le proprie forze in funzione anti-Russia. Gli Usa possono avere alte probabilità di successo e alti benefici, con rischi moderati, investendo maggiormente in bombardieri strategici e missili da attacco a lungo raggio diretti contro la Russia. Schierare in Europa nuovi missili nucleari a raggio intermedio puntati sulla Russia assicura loro alte probabilità di successo, ma comporta anche alti rischi.

Calibrando ogni opzione per ottenere l’effetto desiderato – conclude la Rand – la Russia finirà col pagare il prezzo più alto nel confronto con gli Usa, ma questi e i loro alleati dovranno investire grosse risorse sottraendole ad altri scopi.
Nel quadro di tale strategia – prevedeva nel 2019 il piano della Rand Corporation – «fornire aiuti letali all'Ucraina sfrutterebbe il maggiore punto di vulnerabilità esterna della Russia, ma qualsiasi aumento delle armi e della consulenza militare fornite dagli Usa all'Ucraina dovrebbe essere attentamente calibrato per aumentare i costi per la Russia senza provocare un conflitto molto più ampio in cui la Russia, a causa della vicinanza, avrebbe vantaggi significativi».

È proprio qui – in quello che la Rand Corporation definiva «il maggiore punto di vulnerabilità esterna della Russia», sfruttabile armando l’Ucraina in modo «calibrato per aumentare i costi per la Russia senza provocare un conflitto molto più ampio» – che è avvenuta la rottura. Stretta nella morsa politica, economica e militare che Usa e Nato serravano sempre più, ignorando i ripetuti avvertimenti e le proposte di trattativa da parte di Mosca, la Russia ha reagito con l’operazione militare che ha distrutto in Ucraina oltre 2.000 strutture militari realizzate e controllate in realtà non dai governanti di Kiev ma dai comandi Usa-Nato.
L’articolo che tre anni fa riportava il piano della Rand Corporation terminava con queste parole: «Le opzioni previste dal piano sono in realtà solo varianti della stessa strategia di guerra, il cui prezzo in termini di sacrifici e rischi viene pagato da tutti noi».

Lo stiamo pagando ora noi popoli europei, e lo pagheremo sempre più caro, se continueremo ad essere pedine sacrificabili nella strategia Usa.

 

*Manlio Dinucci, giornalista e geografo, è stato direttore esecutivo per l’Italia della International Physicians for the Prevention of Nuclear War, associazione vincitrice del Nobel per la pace nel 1985. Collabora con «il manifesto» ed è autore, tra l’altro, de Il sistema globale (2002) e, con Daniel Bovet, di Tempesta nel deserto (1991).
 Fonte
https://www.lantidiplomatico.it
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Un CdA non basta per cambiare la RAI

RAI DA RINNOVARE

I CdA del secolo XXI

di Stefano Balassone
foto cavallo viale mazzini Polisemantica 350 minLa Rai può apparire ai giovani, specie a quelli che maggiormente divorano news e racconti fra social e piattaforme, una sorta di Colosseo, teatro di azioni dal sapore antico, e privo tuttavia, del fascino delle pietre venerande. Qualcosa che a quei freschi occhi appare seducente quanto un comunicato del governo o le poesie di un ragioniere. È dunque immaginabile quanto poco gliene importi del prossimo rinnovo del Consiglio d’Amministrazione di quel rudere. Ma hanno torto i giovani, e qui glielo diciamo, a infischiarsene dell’azienda del Cavallo perché questa, fatti quattro conti, è al centro dell’intera filiera della produzione radiotelevisiva e di fiction nazionale, dove stanno moltissimi di quei posti di lavoro a cui aspirano i tanti che affollano le aule universitarie di lettere, filosofia, comunicazione. Ma qualche ragione, pur non sapendolo, ce l’hanno, perché l’esperienza dei decenni lascia pensare che comunque sia composto nessun Consiglio è davvero rilevante, nonostante che tanti s’appassionino, brighino a favore di qualche candidato o propongono se stessi al Parlamento per essere spediti in quella che pensano sia la stanza dei bottoni delle news e dello spasso. Tapini che non sanno (eppure si tratta in genere di gente che ha studiato) che, anche se assurgessero allo scranno e alle reverenze degli uscieri, gli toccherebbe un ruolo privo di qualsiasi carattere incisivo o tutt’al più simile a quello delle cariatidi di marmo che ad Atene usano la testa per sorreggere un soffitto. E per questo che offrire un incarico siffatto, risonante eppur passivo, non è ad essere sinceri cosa onorevole né per chi la propone né per chi l’accetta. Unica scusante è che entrambi siano molto ingenui o ignorantissimi.

I primi passi
Il primo tipo di CdA di cui torna conto di parlare era quello che esordì nel 1976, composto di 16 individui scaglionati nel “numero di telefono”, così definito da Craxi che non mancava d’ironia, 6-3-1-1-1 (sei dc, quattro PSI, tre PCI –assortiti per correnti – 1 PSDI, 1 PRI, 1 PLI). Persone spedite sulla cima dell’azienda da quando a fine anni ‘70 il monopolio Rai era terminato e che rappresentavano la Prima Repubblica del Cavallo. In quei tempi l’azienda si adattò agli equilibri politici correnti che le chiedevano di passare dal monopolio solitario alla combutta del Biscione, al fine di tenere fuori campo chiunque altro. Ma dopo diciassette anni, all’alba dei ’90, la Prima Repubblica crollò sotto il Muro di Berlino e con essa i partiti che fungevano da “editori di riferimento” (Vespa dixit). In quattro e quattr’otto nel 1993 si decise per il passaggio a un formato di Consigloi snello di cinque unità, perché quando i posti sono pochi si tengono meglio a bada partiti, correnti, camarille e cosche. Per contro, chi ci si trova dentro è indotto a farsi carico di un qualche grado di rappresentanza generale, a ragionare di testa propria e a metterci del suo. In più, a nominare i cinque di cui sopra, non provvedeva più la Commissione Parlamentare di Vigilanza, ormai ritenuta pari alle peggiori bettole di Caracas, ma badavano i Presidenti di Camera e Senato, a firma congiunta, nell’auspicio che l’altissima funzione li facesse refrattari alle pretese vergognose.

Il primo esito della nuova procedura fu nel 1993 il quintetto dei “professori”, cioè persone colte e assai per bene, assai valide ognuna nel suo campo: economia, filosofia, libri, diritto, stampa quotidiana. Da quelle altezze, si auspicava, avrebbero fatto levitare dalle sordide bassure la carne peccatrice dell’azienda lottizzata, compensando con questa magia il fatto che nulla sapessero di storia, dinamiche, linguaggi e pubblico della televisione. Cinque Giovanna d’Arco, ma con l’aggiunta di un freno a mano costituito dal Direttore Generale, che giornalista era per intero, dal cappello fino a giungere alle suole, e che, in effetti, subito s’intese con l’anima più corporativa e ramificata di quel mestiere nella Rai.

A rendere vulnerabile quel cinque+1 stava l’ennesima emergenza di bilancio ereditata dal passato che fu usata dal primo governo Berlusconi (1994) per sloggiarli poco dopo e fare spazio al secondo quintetto, composto da tre ricconi, un tirapiedi della politica romana e un brillante storico in funzione di foglia di fico dell’insieme. Concluso il biennio del mandato a rinnovare l’organo provvide nel 1996 l’Ulivo che aveva vinto a suon di Mattarellum. Ne derivò un CdA dal taglio mandarino, che fece qualche pasticcio sfidando le logiche dell’audience (del resto nulla ne sapeva tanto che alcuni membri giungevano perfino a detestarla). Così quel Consiglio inciampò nei lacci delle scarpe e giunse a dimettersi anzitempo.

Confessa di un Consigliere
A inizio ’98 ne prese il posto quello in cui anche noi - che c’eravamo dimessi dall’azienda un paio d’anni prima perché ci pareva avviata allo sbaraglio – fummo nominati, senza che l’avessimo mai chiesto, anche se siete padroni di non crederci, dall’Ulivo esteso a comprendere la stessa Rifondazione Comunista. Fu lì che, onorati di una considerazione tanto estesa, accesi di entusiasmo temerario, vogliosi di porre mano al rilancio dell’azienda, accettammo la proposta, fin dimettendoci, a scanso di conflitto d’interessi, dal ruolo e dal ben maggior stipendio che ci eravamo trovati nel privato. Insieme agli altri quattro e al Direttore Generale ci gettammo tutti a lavorare, tanto più che Mediaset, alias Forza Italia, aveva appena perso le elezioni e pareva meno in grado di condizionare, di riffa o di raffa, le sorti della Rai, tanto che proprio allora Berlusconi stava tentando di rifilare a Murdoch il suo Biscione.

Lo spazio pareva dunque sgombro per articolare in modo chiaro le funzioni dell’azienda, eliminare ridondanze e sovrapposizioni, riqualificare le strutture informative regionali, lanciarsi sulle piattaforme, allora nuove, del satellite, separare la commistione velenosa fra la risorsa pubblica e la pubblicità assegnandole a canali ben distinti e separati. In sei mesi era pronto e deliberato ogni disegno ed ebbe inizio la fase d’attuazione della “Divisionalizzazione” della Rai, che non era farla a pezzi, ma, al contrario, ricomporla per missioni: prendi questa struttura e spostala per intero, scindine un’altra, cancella quella e inventane una nuova. Un intenso lavoro cuci e scuci, condotto dai dirigenti stessi dell’azienda con la necessaria competenza. Ma campato, purtroppo, molto in aria perché la mappa vera dell’azienda non è quella formale, ma l’altra che, allora come oggi, guarda ai poteri esterni che non passano e per davvero lanciano o stroncano carriere.

La lezione
Perché la Rai cambi non basta (questa è la lezione che rapidamente apparve chiara) - operare solo su di essa se prima non l’hai resa autonoma e sovrana, capace di perseguire a modo proprio i fini che la politica (dal Governo al Parlamento) le assegna. Mentre è ovvio che se la politica bada solo ad avere i propri amici nelle stalle del Cavallo, il CdA diviene, ben che vada, un soggiorno di manager in vacanza, di anime belle e di simpatiche canaglie. Mentre chi dall’azienda attende lo stipendio vede il vertice aziendale come un meteorite di passaggio, bada a fare il suo lavoro, ma non sarà mai così incauto da rescindere i rapporti con il personale politico della maggioranza del momento o della minoranza che attende il turno proprio.

Ecco perché la grande impresa di riorganizzazione che auspicammo ed impostammo nell’invidiato ruolo di membri del CdA Rai si dissolse come neve al sole non appena il Centro Destra, vinte le elezioni designò nel 2002 un ulteriore quintetto di Consiglio, consociativo con le Opposizioni, ma diviso da confini politici più netti e per di più pressato, dall’interno e dall’esterno, dagli emissari dell’azienda di proprietà del Capo del Governo, che era, per chi non lo ricordi, Berlusconi.

Nel contempo era venuta tramontando, anche presso gli avversari più accaniti del Duopolio, l’idea che questo fosse un male e che andasse in ogni modo superato. A metterci un pietra sopra provvide il buon Gasparri, Ministro delle Comunicazioni nel secondo governo Berlusconi, che completò la marcia indietro portando a partire dal 2005, da cinque a nove i membri del Consiglio e riaffidando le nomine alla Commissione di Vigilanza per lottizzarli più di prima. Fossero, anzi, più agevolmente lottizzabili. Così i partiti di nuovo conio, vuoti di progetto e tutti presi dal far contento Tizio anziché Caio, trovavano in questa potestà la sola ragione per assecondare le sorti della Rai, ognuno avendoci dentro una sua cosa, ma non fino al punto da considerarla tutti insieme Cosa Nostra.

Noi nel frattempo, come capita a chi si fa educare dalle proprie Waterloo, spremevamo in qualche libro l’esperienza condotta a spese degli utenti. A ripensarci a distanza di decenni, la foga riformatrice che ci aveva spinto era giustificata, tant’è che nei vent’anni successivi la posizione del Servizio Pubblico non è di certo migliorata. Ma per intraprendere le sfide occorre che le circostanze siano coerenti e, quando così non è, occorre la prudenza di rinunciare a un’azione scapestrata.

I CdA del secolo XXI
Reso il mea culpa doveroso, era impossibile per noi non tenere d’occhio le imprese dei successivi CdA Rai, così come un ex alcolizzato non evita di sbirciare nel bicchiere del vicino.

Gli affollati Consigli voluti da Gasparri più che lasciare un segno sull’azienda le infliggevano ferite, con l’aiuto (a Roma si dice “aiuti per la scesa”) di Direttori Generali poco sensibili alla gloria. Poi sull’onda della crisi finanziaria arrivarono i “tecnici” di Monti che nel 2012 piazzò in Rai un vero Direttore Generale mentre i partiti, incalzati dalle chiacchiere di Grillo (allora in grande spolvero), auto certificavano purezza nominando qualche stimabile individuo. Gubitosi, il suddetto Direttore, fece cose rilevanti e serie, ma solo rispondendo a successive direttive del Governo e senza correre il rischio dell’audacia. Di suo ci aggiunse il progetto di ridurre le tante Testate giornalistiche a una sola, come accade del resto per ogni azienda tv in tutto il mondo. Per la Rai si tratta di una, forse “della”, questione capitale per emanciparsi dal passato. Ma l’astuto Gubitosi promulgò il progetto “in limine”, cioè quando era già con un piede fuori dall’azienda e diretto ad altri incarichi. Evidentemente, o i tre anni in Rai gli erano occorsi tutti interi per accorgersi di quel problema gigantesco oppure gli parve meglio lasciare un bel progetto ai Consigli successivi che parevano più idonei perché di nuovo snelliti nel 2015 da Renzi, che li ridusse a sette membri con il più dei poteri consegnati all’Amministratore Delegato. Sembrava il trionfo della politica del fare, ma invece l’inerzia prudenziale l’ebbe vinta anche stavolta e il progetto fu riposto in un cassetto, esposto alla rodente critica dei topi, come disse Marx di un suo possente e a lungo ignorato manoscritto.

Divenire soggetto
L’ultimo Consiglio, proprio quello che oggi giorno dopo giorno va svanendo, anziché correre rischi incontrollabili, ha tirato fuori dal cappello la trovata della “Società di consulenza”. Gente esperta del latinorum che imbelletta le piaghe dell’impresa, pronta a fornirti qualsiasi Piano, anche Industriale e perfino doppio, denso di dati e di prospettive mondiali, ricche e ben descritte. Opere ornamentali e ben pagate con le quali il triennio del mandato è stato ammazzato a suon di chiacchiere essendo tutti ormai scaltriti quanto basta a evitare le fughe in avanti e stare ben fermi per scansare le insidie d'ogni fare.

È possibile che i prossimi consiglieri (4) nominati dal Parlamento con voto consociato, insieme con il rappresentante dei dipendenti Rai e con l’aggiunta del Presidente e del Direttore Generale indicati dal Governo, debbano affrontare stavolta una sfida più incalzante. La tv tradizionale, di cui la Rai tuttora è parte, è infatti sotto attacco da parte dei giganti tecnologici, dei social, delle piattaforme sull’on line. Può dunque essere che la trippa del Duopolio sia finita e che gli stessi che ieri volevano tutto conservare oggi siano disposti a qualche rivoluzione, almeno mezza se non tutta intera. Sarebbe quindi gran cosa che anche i quattro nomi che emergeranno dagli accordi in Parlamento non siano pellegrini pieni di meraviglia a naso alzato, ma capaci di saldarsi con il resto del Consiglio e con l’azienda, per svolgere pedagogia riformatrice nei confronti degli stessi mondi politici che li avranno designati. Perché, mezza o completa, qualsiasi rivoluzione nella Rai deve essere accompagnata da un sommovimento delle volontà politiche e degli interessi economici che finora dall’esterno l’hanno resa impossibile a priori.

A dirla in breve, si tratta di premere il legislatore da ogni parte, come hanno fatto da ultimo i Sindacati Confederali della comunicazione e le 120 firme del Manifesto Nuova RAI, affinché con poche norme ben assestate l’azienda passi dallo stato di oggetto a quello di soggetto, capace in quanto tale di assumere la forma adatta alle tempeste del presente e del futuro e a generare sviluppo per chi ci lavora e per l’insieme della produzione nazionale.

 

Consiglieri da evitare
Il problema è che gli animali adatti a questo tipo di “fatiche da Consiglio” sono rari. Alcune specie, secondo quanto abbiamo visto e conosciuto, sono in particolare da evitare: gli scudieri politici di rincalzo, i profughi della tv commerciale, i commis di stato membri di cordata, specie nel ruolo di Direttori Generali nel quale si ricordano almeno un paio di tristissimi esperienze; lo sbriga faccende di provincia catapultato a Viale Mazzini per intrecciare relazioni che lo proiettino in un altrove più lucroso; l’esperto di finanza bravo a comprare invece che a produrre perché detesta la creatività industriale con tutte le sue rogne; il moralista che vede la televisione come un pulpito; quello che vuoto d’idee sul Servizio Pubblico si rifa al Maestro Manzi di cui ha sentito dire; il giurista convinto che la realtà si scolpisce con la legge mentre sovente è meglio che avvenga esattamente l’incontrario; l’infatuato della cultura e degli artisti, ma con un occhio attento alle modelle. Tutti costoro sarebbe bene che la tv se la guardassero da casa.

E mai possibile che da tante sabbie mobili prenda il volo una Riforma Strutturale della Rai? Può pensarlo solo un folle. Se non fosse che pareva impossibile anche avere in gestione 200 miliardi e passa di Fondi Europei, che fosse sospeso il Patto di Maastricht e che tutto avvenisse sulla spinta dei tedeschi che fino allora l’avevano impedito. È vero che a convincere i tedeschi c’è voluto il Covid19 e che solo questa pressione e il bisogno di quei soldi produrrà, vale sperarlo, lo sblocco di ben altre riforme strutturali: Fisco, Giustizia, Burocrazia. Con tempeste di problemi a fronte delle quali quella della Rai sarebbe un venticello.

 

 

 

 

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Sui silenzi della Regione Lazio

REGIONE LAZIO DOVE SEI?

Qualche riflessione

di Ermisio Mazzocchi
RegioneLazio 350 260Gli ultimi avvenimenti che hanno interessato in questi giorni la Regione Lazio ci inducono a qualche riflessione.

Oltre alla vicenda Tosini-Lozza sul riciclaggio dei rifiuti e quella dell'acquisto delle mascherine, oggetto di indagini della magistratura, un altro fatto che ha aperto un interesse da parte dei media e un aspro scontro tra le forze politiche è l'assunzione - che è comunque regolare - di personale alla regione Lazio. Quest'ultimo ha però aspetti che lo differenziano dagli altri due casi.

La questioni dei rifiuti non è stata risolta con una precisa strategia da parte delle istituzioni. La vicenda giudiziaria dimostra che si è aperta una falla nel sistema di programmazione, che è sfuggito al controllo della stessa istituzione regionale. Quello che più interessa in questo momento non è solo l'intreccio tra potere e informazione, che c'è sempre stato, ma le modalità di regolamentazione di quest'ultima che avrebbe dovuto garantire una oggettiva comunicazione.

Essa avrebbe dovuto far conoscere i processi di formazione delle scelte politiche e amministrative, gli autori e le finalità. Se ciò non è avvenuto si pone il problema del ruolo della politica e in concreto di quelle forze che hanno oggi responsabilità di governo a tutti i livelli. Il loro compito sarebbe stato quello di impedire fenomeni che sviliscono le istituzioni e avere la capacità di costruire progetti nell'interesse della collettività.

I molti interrogativi avrebbero richiesto una immediata e adeguata risposta politica e amministrativa che è stata invece insufficiente e poco chiara. Bisognava soddisfare le aspettative legittime dei cittadini e soprattutto aprire un confronto reale necessario per il rinnovamento della politica e rimodulazione della sua qualità e del suo prestigio.

lì 1 aprile 2021

 

 

 

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E' un obbligo l'informazione trasparente da parte dei Comuni

Comuni del Frusinate. Ferentino

Dal Consigliere Maurizio Berretta: Interrogazione urgente a risposta scritta

Ferentino municipio 350 260Al Sindaco di Ferentino Antonio Pompeo
Al Presidente del Consiglio comunale di Ferentino
Al Segretario Generale Franco Loi del Comune di Ferentino

Ferentino, li 22 Dicembre 2020
Oggetto: Interrogazione a risposta scritta e urgente sugli obblighi di pubblicità, trasparenza e diffusione di informazioni da parte del Comune di Ferentino - D.Lgs 14 marzo 2013, n. 33 e Rafforzamento dei controlli in materia di enti locali - Art.3 del d.l. 174/2012.

Il sottoscritto Consigliere comunale Maurizio Berretta, nell’esercizio delle proprie funzioni e nella fattispecie dell’Art.35 del Regolamento del Consiglio comunale e degli altri organi istituzionali
Premesso che:
-vige il D.Lgs n.33 del 14/03/2013 sul Riordino della disciplina riguardante il diritto di accesso civico e gli obblighi di pubblicità, trasparenza e diffusione di informazioni da parte delle pubbliche amministrazioni;
-vige il D.l. 174/2012 nel caso l’art.3 relativo agli obblighi di trasparenza dei titolari di cariche elettive e di governo;
- la struttura sugli obblighi di pubblicita’, trasparenza e diffusione delle PA e’ delineata dalle seguenti sottosezioni di 1° livello: Disposizioni generali , Organizzazione , Consulenti e collaboratori, Personale, Bandi di concorso, Performance, Enti controllati, Attività e procedimenti, Provvedimenti, Controlli sulle imprese, Bandi di gara e contratti, Sovvenzioni, contributi, sussidi, vantaggi economici, Bilanci, Beni immobili e gestione patrimonio, Controlli e rilievi sull'amministrazione, Servizi erogati, Pagamenti dell'amministrazione, Opere pubbliche, Pianificazione e governo del territorio, Informazioni ambientali, Strutture sanitarie private accreditate; Interventi straordinari e di emergenza, Altri contenuti e relative sottosezioni di 2° livello;
- il Comune di Ferentino e’ titolare del dominio internet www.comune.ferentino.fr.it;
- E’, oltre ad essere un obbligo di legge, un dovere da parte dell’ente comunale e dei suoi amministratori, ma soprattutto, un diritto di ogni singolo cittadino poter consultare le informazioni riportate;maurizioberretta 350

INTERROGA IL SINDACO

per conoscere i motivi per i quali diverse sottosezioni di 1° livello e di 2° livello sono totalmente carenti o riportanti informazioni parziali, cosi come le carenze informative per quanto compete il D.l. 174/2012 nel caso il comma 1 dell’art.3. per le quali esiste l’obbligo di pubblicazione e trasparenza;

Si chiede inoltre, ai sensi dell’Art.35 del Regolamento del Consiglio comunale e degli altri organi
istituzionali, RISPOSTA SCRITTA ed URGENTE.

Maurizio Berretta

 

 

 

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Aprire una discussione sull'informazione locale

Cosa è cambiato nella carta stampata locale dopo la chiusura de “La Provincia”?

valentino 350di Valentino Bettinelli - I venti anni anni del nostro giornale ci invitano ad una doverosa riflessione sull’informazione, in particolare per quel che riguarda la sfera locale.

Dopo la chiusura de “La Provincia”, la carta stampata locale è quasi unicamente rappresentata da “Ciociaria Oggi”. Un monopolio che, con fatica, “L’Inchiesta” prova a limitare, tra tutte le difficoltà e il grande impegno del direttore Stefano Di Scanno.
La mia critica al monopolio locale nasce dal ruolo interpretato da Ciociaria Oggi, giornale che ritengo estremamente polarizzato e, di conseguenza, polarizzante verso una direzione ben precisa; ne è esempio la partecipazione del suo editore, Massimo Pizzuti, ad un recente evento targato Gioventù Nazionale e Fratelli d’Italia, in barba ad ogni buona regola di pluralismo. Riscontro il rischi di un’informazione molto orientata solo a destra da parte di un giornale che vive su questa impostazione, per cui ritengo che UnoeTre.it possa rappresentare una via parallela, che garantisca ai lettori della nostra provincia una linea più democratica e progressista dell’attualità. 20anni1e3it min

Parlando di attualità credo sia necessaria una profonda analisi della deriva sociale in corso. Un report sociologico su una società contemporanea dove l’odio e la cattiveria dilagano. In questo panorama non penso che i recenti fatti di Ceccano siano scevri da questi condizionamenti. Negli ultimi mesi, infatti, sto riscoprendo una città abbrutita, non solo purtroppo dall’emergenza Covid, dove dilagano truffatori pronti a sfruttare ogni occasione per speculare. Un Paese che si sveglia, a distanza di pochi giorni, prima con la stazione data alle fiamme e poi con un cadavere abbandonato in pieno giorno in un carrello della spesa.

Come giornale di politica, attualità e società locale, penso, dunque, che si debba aprire una discussione su questi temi, puntando lo sguardo sulle nostre realtà territoriali, garantendo, come detto in precedenza, una via parallela e libera di informazione.

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Campagna d’informazione della Regione Lazio

Regione Lazio informa

RegioneLazio 350 260Coronavirus: parte campagna d'informazione per contenere la diffusione del virus

Dalla Regione Lazio una campagna d’informazione per illustrare ai cittadini quali misure assumere per contenere la diffusione del virus.

Sette regole da rispettare: mantenere una distanza di sicurezza tra le persone o evitare incontri con individui con sintomi respiratori; lavarsi spesso le mani o coprirsi bocca e naso con il gomito in caso di tosse o starnuto; ridurre la partecipazione a eventi pubblici o affollati; evitare di prendere l’ascensore con altre persone e porre la massima attenzione alla pulizia o igiene personale e di tutti i luoghi che si frequenta. Qui puoi scaricare locandina e vademecum: https://bit.ly/38s6lLY

In caso di febbre, tosse o dolori muscolari bisogna evitare il pronto soccorso e contattare il proprio medico di base o il 1500. In caso di prefisso 06 si può contattare anche il 112, mentre per gli altri prefissi del Lazio il numero verde 800 118 800.
In seguito a quanto disposto dal DPCM sulle "Misure per il contrasto e il contenimento sull’intero territorio nazionale del diffondersi del virus COVID-19", la Regione Lazio ha disposto con effetto immediato la sospensione di ogni attività formativa fino al 15 marzo, sia quella inerente la didattica frontale sia quella relativa a tirocini, stage e percorsi di alternanza scuola-lavoro: https://bit.ly/38sizE6

Nei giorni scorsi assessori e consiglieri della Regione Lazio hanno incontrato i rappresentanti delle categorie produttive per fare il punto della situazione sul Coronavirus e gli impatti sulla tenuta dell’economia regionale. Da parte sua la rappresentanza regionale ha sottolineato che tutte le segnalazioni del mondo produttivo saranno tenute attentamente in considerazione e riportate anche al Governo. In tempi brevi ci sarà un nuovo incontro per aggiornare tutti sulla situazione: https://bit.ly/3cwGSnL

Per restare sempre aggiornato sulle iniziative della Regione Lazio puoi seguire la pagina Facebook, l’account Twitter o il canale Linkedin.

 

 

 

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A chi fa paura l'informazione pluralista?

Repubbllica.it minInformazione

di Antonella Necci - Di questi giorni le minacce al quotidiano La Repubblica, tramite plichi provenienti da diverse parti d'Europa e contenenti buste con polveri sospette, attualmente al vaglio degli inquirenti.

Qualche settimana fa la sede romana era stata fatta sgomberare per un sospetto pacco-bomba, poi non rinvenuto.
I falsi allarmismi creati per far saltare i nervi a chi sta semplicemente svolgendo il proprio lavoro sono, in qualsiasi ambiente di lavoro, atti di mobbing. In una sede di un quotidiano nazionale, essi rasentano il terrorismo.
Un terrorismo del nuovo millennio.

Giocare tanti innocui scherzetti come prendersi la briga di far spedire pacchi sospetti da accoliti sparsi nel mondo, rende evidente lo spessore intellettuale oltreché che sociale a cui tali sedicenti individui appartengono.
In contesti diversi, simili individui sarebbero chiamati "balordi e fannulloni". Nel 2020, invece, i balordi vengono retribuiti più di chi lavora davvero e seriamente.
Qualcosa è andato storto.

Eugenio Scalfari, vittima designata dai balordi terroristi di polvere, cerca di interpretare il pensiero di tutti noi, chiedendosi a chi giova tutto ciò.
Scalfari pone in contrapposizione un giornale con valori, idee e ideali ben solidi, che si trova a fronteggiare il nulla. Il vuoto di valori, di idee, la mancanza di senso logico, la stupidità assoluta.

Così come tanti tra noi si trovano quotidianamente a fronteggiare le meschine cattiverie di colleghe gelose dell'altrui intelligenza, o si trovano a schivare i colpi bassi di colleghi ambiziosi. Cosa si pensa in quei momenti se non alla miseria che si trova in simili individui?
Non pensiamo forse, con un po' di compassione, a quanto ci fanno pena simili persone, vuote e prive di valori?
Così dobbiamo pertanto considerare coloro che si dedicano a forme di terrorismo così ridicole.
Essi sanno di procurare un danno minimo, ma uno scalpore grande. Quello scalpore, quella sorta di "gloria" lì fa credere invincibili e pure intelligenti.

Tutte doti che sanno benissimo di non possedere, ma guai a ricordarglielo. Potrebbero davvero fare una strage. E La Repubblica non merita niente di simile.

 

 

 

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