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“Anton Giulio Bragaglia tra innovazione e tradizione”

LIBRI

Anton Giulio e i suoi illustri fratelli sono nati a Frosinone nel centro storico

copertina libro bragaglia 350 minIl volume “Anton Giulio Bragaglia tra innovazione e tradizione” curato dal prof. Amedeo Di Sora ed edito da Ethica societas UPLI Edizioni, Roma, contiene scritti del curatore Amedeo Di Sora e di altri importanti studiosi sulla vita intensa e sull’opera multiforme dell’illustre artista e intellettuale frusinate, quali: Leonardo Bragaglia, Giovanni Fontana, Gerry Guida, Andrea Mancini, Massimiliano Mancini, Paolo Puppa, Loredana Rea, Roberto Tessari.

Anton Giulio Bragaglia (Frosinone, 1890 – Roma, 1960), regista teatrale e cinematografico, scenografo e scenotecnico, ideatore di testate letterarie, teorico e storico dello spettacolo, animatore culturale e promotore delle più diverse iniziative artistiche, fu un protagonista indiscusso della vita artistico-culturale del Novecento in Italia e in Europa. Con questo volume, di rilevante valore storico e culturale, Amedeo Di Sora, attore-regista e scrittore, direttore artistico e fondatore della “Compagnia Teatro dell’Appeso”, ha inteso rendere omaggio a un grande frusinate troppo spesso dimenticato o solamente nominato senza adeguatamente conoscerlo.

1) Come nasce l’idea del libro?

La pubblicazione raccoglie gli atti dell’omonimo Convegno tenutosi il 3 maggio 2019 a Frosinone, presso il Salone di Rappresentanza della Provincia, promosso e organizzato dall’Associazione Culturale Compagnia Teatro dell’Appeso, nell’ambito della XIII Edizione del Festival “Il Teatro e le Voci”.
Agli atti del Convegno sono stati aggiunti, allo scopo di rendere ancor più ricco e qualificato il volume, due importanti saggi di Paolo Puppa (“Bragaglia, Pirandello e il futurismo: un triangolo problematico”) e di Roberto Tessari (“A. G. Bragaglia e la Commedia dell’Arte”), teatrologi insigni, già apparsi sui numeri 112 e 113-114 della rivista Dismisura, diretta dall’amico Alfonso Cardamone, negli anni 1994-1995, nonché il mio saggio “Anton Giulio Bragaglia e le avanguardie teatrali del primo Novecento”, pubblicato su Saper Valorizzare (Ediz. dell’Università degli Studi di Cassino, 2007) e rivisitato per l’occasione. Infine, uno scritto dell’editore Massimiliano Mancini ha il merito di delineare un interessante e utile quadro di riferimento storico-temporale.
Le straordinarie immagini che impreziosiscono il volume provengono dall’Archivio “Poiesis” dell’amico Giovanni Fontana, che sentitamente ringrazio. Così come doverosamente ringrazio la Regione Lazio per il suo prezioso sostegno.

2) Qual è lo scopo del libro?

Il libro intende offrire al lettore, attraverso una serie di saggi, mirati e circostanziati, agili e competenti al tempo stesso, il senso e il valore di una personalità di primaria importanza nel panorama artistico e intellettuale del secolo scorso, le cui opere teoriche e prassiche hanno avuto una rilevante incidenza in ambito nazionale ed internazionale. Inoltre, trattandosi di un nostro conterraneo, il libro si propone di colmare un vuoto istituzionale. Infatti, non mi risulta che la Provincia e il Comune di Frosinone, che diede i natali ad Anton Giulio Bragaglia e ai suoi illustri fratelli, abbiano mai prodotto una pubblicazione in merito per salvaguardarne e valorizzarne la memoria.

3) Perché il sottotitolo recita “tra innovazione e tradizione”?

Anton Giulio Bragaglia fu un grande innovatore, soprattutto agli inizi del Novecento, quando partecipò all’esperienza d’avanguardia del Futurismo italiano e abbracciò molte delle ricerche e delle sperimentazioni che provenivano dai grandi “riteatralizzatori” europei soprattutto nell’ambito della scenotecnica e della luministica, ma, al tempo stesso, ebbe sempre presente il valore e l’importanza della tradizione italiana della Commedia dell’Arte e del Barocco di cui fu grande cultore. Egli seppe egregiamente contemperare le esigenze della ricerca e della sperimentazione di forme nuove attraverso le tecniche più recenti e del recupero non accademico della grande tradizione.

4) Quale fu l’importanza di Anton Giulio Bragaglia in ambito teatrale?

Bragaglia aderì alla condanna del teatro a lui contemporaneo formulata dal “Manifesto del Teatro Futurista Sintetico”AMEDEO OMBRE DEL VARIETA AmedeoDiSora 260q min muovendosi a difesa, innanzitutto, dell’improvvisazione come reazione al testo letterario che non fosse nato “sul” o almeno “per” il palcoscenico. Ma l’eredità più importante del futurismo – fotodinamismo a parte – riguarderà la lezione di Prampolini, per quanto riguarda l’esigenza di approntare nuovi meccanismi scenici, capaci di ricreare il meraviglioso in teatro. Convinto sostenitore di un “teatro visivo”, ovvero di un “teatro teatrale”, egli, sin dagli esordi, si impegnò in una sistematica ricerca delle infinite possibilità espressive inerenti l’illuminotecnica, iniziando già nel 1919 i primi esperimenti di luce psicologica. Egli, inoltre, incarnò la figura del “regista” che si stava affermando in ambito europeo; in particolare, sosteneva che bisognasse affermare l’autorità dello scenotecnico-regista, capace di cooperare armonicamente con l’insieme degli attori, senza svilire l’apporto allo spettacolo del letterato ma tenendo ben distinti i livelli della “scrittura drammaturgica” e della “scrittura scenica” che è di gran lunga più importante. Nella teatrologia bragagliana è inoltre centrale il riferimento alla Commedia dell’Arte, che viene accostata al grande Teatro Barocco come modello per una possibile rinascita del teatro italiano.

5) Quale fu il rapporto tra Anton Giulio Bragaglia e i suoi fratelli?
Anche se i fratelli Bragaglia erano cinque (Anton Giulio, Carlo Ludovico, Arturo, Alberto e Bianca), solo i maschi si dedicarono all’arte nelle sue diverse forme (fotografia, teatro, scenotecnica, cinema, pittura). Nati a Frosinone, andarono via presto. Il padre era ingegnere, si chiamava Francesco e a Frosinone, dove svolse attività politica e amministrativa (fu consigliere comunale e pro sindaco), lo chiamavano “Sor Checchine”. Nel 1906 dovette trasferirsi a Roma con la famiglia perché aveva ottenuto un importante posto di direttore generale nella “Cines”, prima grande casa di produzione cinematografica romana. La moglie, Maria Tassi-Visconti, apparteneva a una famiglia signorile, una dinastia di insigni archeologi ed era imparentata con l’ingegner Pouchain, che era stato tra i più geniali dirigenti delle fabbriche di pellicole Lumière a Lione. Carlo Ludovico fu a lungo collaboratore di Anton Giulio, soprattutto negli anni della Casa d’Arte Bragaglia e del Teatro Sperimentale degli Indipendenti. In seguito, negli anni ’30, iniziò la carriera di regista cinematografico e, dopo il primo film “O la borsa o la vita” (1933) ne girò oltre sessanta raggiungendo la veneranda età di 103 anni. Arturo fu fotografo-ritrattista e solo nel 1937 si dedicò alla recitazione con ruoli di caratterista in film come “Miracolo a Milano” di De Sica, “Bellissima” di Visconti e “Altri tempi” di Blasetti. Alberto non collaborò fattivamente con i fratelli se non in senso teorico, teorizzava e dipingeva, tanto da essere definito “pictor philosophus”. Alberto rimase sempre affettivamente e intellettualmente legato ai fratelli, salvo differenziarsi nettamente sul piano politico perché non fu legato al regime fascista. Fu amico di Errico Malatesta e simpatizzò fin da giovane per il movimento anarchico, firmandosi sul giornale “Umanità Nova” con lo pseudonimo di Alberto Visconti e Silverio Ormisda, ovvero il cognome della madre e i nomi dei santi patroni della città natale.
Anton Giulio e i suoi illustri fratelli sono nati a Frosinone in Via Campagiorni, nel centro storico, prima dell’arco Campagiorni, l’antica porta d’accesso alla città, via che oggi è appunto ad essi intitolata.

 

 

 

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Robots: il loro futuro decidiamolo noi

Fantasy Ironic look intelligent robot 350 260Innovazione, automazione e tutela dell'Umanità e del Lavoro. Discussione

di Ermisio Mazzocchi - I Robot e mondo del Lavoro, urge una nuova disciplina

Licenziati. Lavoratori di una fabbrica sono stati licenziati a causa dell'introduzione di robot per la sua produzione, lasciando solo qualche lavoratore addetto a mansioni marginali. Una storia che si ripete, come quando durante la rivoluzione industriale all'inizio del XIX secolo, le macchine sostituirono a poco a poco le mansioni di migliaia di lavoratori. (per leggere tutto, completata una pagina, torna qui in alto sotto la foto grande e clicca sul titolino successivo)

  1. Parte 1
  2. Parte 2
  3. Parte 3
  4. Parte 4

I Robot di 3ª generazione

Un sindacalista dell'inizio del '900, annotava che gli operai avrebbero dovuto avere coscienza che "la macchina moderna non è fatta per affamare i lavoratori, ma bensì per sgravare ai medesimi quel lavoro materiale che li abbruttisce". Identiche questioni rimangono nella nostra epoca. Quegli operai espulsi dalla produzione hanno ripiegato su nuovi lavori, creando nuove professioni. Forse.
Il problema si ripresenta su scala mondiale con la prospettiva che per la fine di questo secolo, si ritiene che il 70 per cento delle occupazioni attuali sarà rimpiazzato dall'automazione.
I robot, già oggi di terza generazione con “Artificial Intelligence" (AI), in grado di costruire nuovi algoritmi e quindi di ampliare automaticamente la loro AI, sono inevitabili e la sostituzione del lavoro sarà inevitabile, coinvolgendo ogni mansione, dal lavoro manuale a quello concettuale. Un vantaggio enorme per le condizioni di vita dell'umanità, ma apre scenari inediti e non facilmente prevedibili, soprattutto nel rapporto uomo - macchina e nelle definizioni dei nuovi lavori per l'uomo.
Tutto ciò porta inevitabilmente a riconsiderare la categoria del lavoro dell'uomo, non più secondo schemi del novecento, ma revisionato in considerazioni di nuove mansioni altamente specializzate, mentre i robot saranno impiegati in lavori non solo manuali, come già avviene in molti campi, ma di alta tecnologia. Non è una meta da raggiungere, esiste già di fatto.
Da tempo i robot hanno sostituito i lavoratori nelle catene di montaggio e sono ora utilizzati in altri luoghi, a esempio nei magazzini come quelli di Amazon dove recuperano scatole, le smistano e le caricano sui camion, oppure distribuire medicinali monodose negli ospedali, per arrivare ai robot per le pulizie di casa.
Il caso Amazon è significativo, considerato che è una di quelle aziende che stanno lavorando ad algoritmi di AI in grado di capire che cosa avremo bisogno nell’immediatoRobot.industriale futuro, prima che noi stessi ce ne rendiamo conto.
Così che Amazon, vendendo praticamente di tutto, dispone di un’enorme mole di dati sui gusti e gli schemi di consumo dei propri clienti, che gli consente con un sistema avanzato di robot, di elaborare e indovinare le nostre necessità e offrircele alle migliori condizioni.
È forse finita la nostra libertà di scelta, e siamo condizionati dalle macchine?
Nel 2050 si prevede che negli Sati Uniti saranno i robot integrati a guidare i camion in autostrada lungo le rotte dell'autotrasporto.
Se allarghiamo il nostro sguardo oltre questi impieghi, ci accorgiamo che siamo immersi, da tempo, in un sistema di robot che riteniamo facciano ormai parte della nostra esistenza.
Le smart Home sono le applicazioni più interessanti della AI, che si estende a molti interventi domestici, come i sistemi che gestiscono gli ambienti in termini di temperatura, illuminazione, sonorità in base alle nostre abitudini e alle nostre preferenze.
Termostati, come Nest di Google, che sono in grado di capire quante persone ci sono una stanza, ma anche reti elettriche che ottimizzano il funzionamento degli elettrodomestici in modo da sfruttare le migliori tariffe energetiche. Oppure tapparelle elettriche, collegate al nostro smartphone, che si chiudono da sole quando usciamo di casa e si riaprono al nostro ritorno. I sistemi di intelligenza artificiale imparano con l’esperienza, come apprendere cosa ci piace guardare in TV, cosa siamo soliti ascoltare alla radio o cosa ordinare al ristorante. Una volta scoperti i nostri gusti gli algoritmi di AI possono darci suggerimenti di consumo e di acquisto in linea con i nostri gusti. Le AI di Netflix per consigliarti i film; di Spotify per segnalarti la musica, per arrivare a Facebook il cui algoritmo sceglie quali post farci vedere su la basa dell'esperienza con un motore di AI.
Il passo per arrivare a utilizzare AI nel campo del giornalismo è breve tanto che già ora alcuni siti di news online tra cui AP, Fox e Yahoo!, utilizzano infatti sistemi automatici per scrivere brevi notizie di taglio finanziario o sportivo.
Coloro che possiedono un’auto di ultima generazione conoscono le applicazioni su la loro vettura di AI, che usa algoritmi di intelligenza artificiale che gli consentono di imparano a modificare il proprio comportamento con l'esperienza.
All'orizzonte, apparentemente pacifico, contrassegnato da molteplici implicazioni etico - giuridiche, si profilano aspetti inquietanti per quanto riguarda l'utilizzo di robot militari. (continua a leggere. Vai in alto sotto la foto grande e clicca sul titolino successivo)

 I Robot e le guerre

L'uso dell'AI nel settore militare, lascia molte perplessità sulla capacità di un robot killer di distinguere fra amici e nemici e le temutissime tecnologie intelligenti, in ambito militare, sono da tempo un dato di fatto in molti paesi.
In Inghilterra, la società Bae Systems ha costruito un drone militare autonomo costato 185 milioni di sterline.
La Corea del Sud ha avviato ricerche che applicano AI, basandosi su algoritmi di navigazione per veicoli sottomarini di grandi dimensioni senza equipaggio, sistemi di formazione per aeromobili e tecnologie intelligenti di localizzazione e riconoscimento degli oggetti.

In definitiva, Robot da combattimento e droni. Gli attacchi informatici, in cui si fanno esaurire deliberatamente le risorse di un sistema informatico che fornisce un servizio, fino a renderlo non più in grado di erogare il servizio al cliente richiedente, sono ricorrenti in guerre in cui vi sono ingerenze di Stati non coinvolti nel conflitto, ma interessati a soluzioni favorevoli a essi.
Come fu nel caso in cui un milione di computer fu utilizzato per un attacco ai siti web di società dell'Estonia, o in quello in cui un sofisticato software sabotò mille centrifughe usate negli impianti nucleari iraniani. Le armi robotiche costituiscono l'ultimo stadio, se non il definitivo, nel processo di industrializzazione della guerra, o meglio ancora l'inizio di uno sviluppo di conflitti informazionali.
Non abbiamo nessuna sicurezza che gli agenti software, dal cyberspazio ai robot in ambienti fisici, non abbiano una funzione violenta e i loro attacchi non siano letali. Le AI hanno reso più facili conflitti asimmetrici (non più un esercito conto un'altro, in posizione simmetrica) e hanno fatto scivolare il terreno di guerra all'interno dell'infosfera.
Nella guerra in Iraq, gli Usa usarono sul campo 21.000 robot e in Pakistan, i droni attivati dalla CIA degli USA, hanno ucciso più di 2.400 persone. Sistemi più efficaci, più precisi di una bomba, come nel caso di alterare i sistemi informatici e robotizzati di un ospedale o di un aeroporto per causare la perdita di vite umane. Robot in guerra
Sono scenari che hanno già modificato, in modo radicale, il nostro modo di pensare le questioni militari, politiche ed etiche.
Si potrà arrivare a intese per intraprendere iniziative di cyber - difesa, a definire protocolli tra gli Stati, simili a quella che fu la Convenzione di Ginevra o a quelli su l'uso delle armi chimiche?
A oggi non c'è nulla di tutto questo, non c'è un abbozzo di accordo internazionale relativo all'uso etico della robotica militare. Paradossalmente nell'uso civile dei robot esistono le tre regole dette di "Asimov" (il noto scrittore di racconti di fantascienza), ma non in quello militare.
Le tre regole furono pensate per vietare ai robot di compiere azioni dannose per gli essere umani.
In un futuro prossimo, se non già oggi, vivremo a fianco a fianco con i robot e nei prossimi anni la nostra relazione con i robot sarà sempre più complessa. In un prossimo tempo, verremo pagati in base a quanto riusciremo a cooperare sul lavoro con i robot.
Una prassi che si sta consolidando ai nostri giorni se pensiamo che quasi in tutti i settori lavorativi, si susseguono incessantemente aggiornamenti di formazione nell'uso delle macchine robotizzate. Un drone in ogni studio di architetto, che deve avere un patentino riconosciuto per utilizzarlo.

Alla fine non ci sarà una linea di demarcazione su ciò che facciamo noi e cosa i robot nel campo del lavoro che in quello privato. Un robot in ogni casa per usi domestici, come avviene per la pulizia dei pavimenti o per il taglio dell'erba in giardino. Assemblano automobili in fabbrica, sono presenti in sale operatorie. Negli aeroporti, nelle stazioni, nelle banche sarà possibile trovare un social robot a dare consigli e fare operazioni per noi.
Si pone, a questo punto, un problema etico - giuridico rivolto alla definizione di strumenti per gestire un nuovo mondo di relazioni sociali ed economiche, in particolare quelle tra gli operatori di rete, i fornitori di hardware, di software e lo stesso acquirente. Abbiamo bisogno di definire norme che disciplinino le responsabilità, definiscano principi e regole per le tecniche di robotica avanzata e di AI.
Il Parlamento UE, nel mese di febbraio 2017, ha approvato una risoluzione recante raccomandazioni alla Commissione europea concernente regole giuridiche sulla robotica, per l’individuazione di responsabilità civili e penali precise in caso di danni causati dagli automi.
Una esigenza che si è estesa anche alla necessità di un’etica della robotica, tanto che lo stesso Parlamento UE ha consigliato l’adozione di un codice che regoli i rapporti tra uomo e androide.
I bambini di oggi giocano con giocattoli - robot, piccole macchine autonome nei loro movimenti, domani potrebbero convivere con robot gemelli, indistinguibili dall'originale umano e trovarsi vicino un robot antropomorfo con parti di organi umani (robot biologico). (continua a leggere. Vai in alto sotto la foto grande e clicca sul titolino successivo)

Viene in mente "Io e Caterina" con Alberto Sordi

L'etica e le regole devono dare una risposta a una serie di interrogativi nuovi. È giusto che si costruiscono robot che replicano alla perfezione un essere umano. È giusto che i bambini vengano accuditi ed educati da un robot?
La situazione si complicherà ancora di più quando i progressi della robotica consentiranno di realizzare intelligenze artificiali così evolute da ipotizzare che possano sviluppare un sé, una coscienza e una vita interiore simile a quella umana.

Sembra di rivedere il famoso film "Io e Caterina" con Alberto Sordi, eppure siamo solo nel 1980!

Sarà ancora possibile pensare ai robot come macchine, così come li consideriamo oggi? E sotto il profilo etico, sarà ancora corretto potere parlare di proprietà e di possesso esercitato dall’uomo su macchine così evolute e autonome? Di chi sarà la responsabilità per i danni che queste macchine potrebbero causare con le loro azioni alle cose o alle persone per le quali lavorano?
Pensate a un robot badante per anziani o a un robot baby sitter e alla delicatezza dei ruoli che dovranno svolgere.
Regole ed etica che oggi non ci sono, cui dovremo provvedere al più presto. Pochi giorni addietro un auto robot, quindi senza un uomo alla guida, ha investito un pedone, chi pagherà i danni? Di chi sarà la responsabilità penale se ucciderà un uomo che sta attraversando su le strisce pedonali? La legge su i robot è urgente.Io e Caterina- con alberto Sordi

Per ora l'UE si è limitata ad avanzare la richiesta di una legge sui robot che riguarda le macchine robot, quelle che fra qualche anno dovremmo vedere sfrecciare sulle nostre strade.
Ma è in discussione anche la creazione di un’Agenzia europea per la robotica e l’intelligenza artificiale, che dovrebbe occuparsi di tutti gli aspetti legati alla convivenza sociale con gli automi. “Si potrebbe dotare i robot di una personalità virtuale”, ha spiegato la relatrice della risoluzione la deputata socialista Mady Delvaux. “Vogliamo creare un quadro giuridico per i robot che sono attualmente sul mercato o lo saranno nei prossimi 10 o 15 anni”.

La Daimler ha iniziato a sperimentare in Nevada il primo camion capace di guidare da solo. Solo negli Stati Uniti gli autisti di camion sono attualmente 3 milioni.
Pepper, il robot di Aldebaran Robotics, ha cominciato a fare le prime esperienze come commesso di negozio. Softbank, che commercializza Pepper in Giappone, ne ha già ideato una versione per le imprese. Si chiama Pepper for biz e per affittarlo bastano circa 400 euro al mese, ben al di sotto della paga di un operaio in carne e ossa.
Uno studio recente sottolinea come di qua al 2025 i robot potrebbero sopprimere in Francia 3 milioni di posti di lavoro. Agricoltura, costruzioni, industria, settore alberghiero, pubblica amministrazione, esercito e polizia, sono alcuni dei settori che soffriranno di più. Tutti i comparti, secondo questo studio francese, potrebbero perdere occupati, fatta eccezione per formazione, sanità e cultura.
I ricercatori dell’Università di Oxford, che in un altro studio hanno evidenziato come il 47% di lavori e professioni saranno a rischio robotizzazione e automatizzazione nei prossimi anni, comprese le professioni legali, la contabilità, e molti altre professioni. Una ricerca di Nomura Research e dell’Università di Oxford, svela quali sono le dieci professioni che la robotica metterà più a rischio negli anni a venire.
Tra questi ci sono lavori come quello di barista (Royal Caribbean ha già sperimentato robot barman a bordo delle sue navi da crociera) o di giornalista. Ma a essere interessati sarebbero anche artificieri, farmacisti, militari, cassieri di banca, magazzinieri. Una prospettiva di immense complicazioni, per di più non circoscritte a un paese, piccolo o grande che sia, ma è globale.
Le AI non sono di produzione esclusiva di qualcuno o di un unico Stato, come potrebbe essere per i carburanti, ma sono prodotti accessibili a tutta l'umanità. Martijn Gribnau, un manager di Ipsoft, ha ribadito che le intelligenze artificiali, i robot, non ci ruberanno il lavoro. Non ci sostituiranno, ha sottolineato, ma ci aiuteranno a liberarci di compiti e funzioni noiose e ripetitive.
Per l’europarlamentare lussemburghese Mady Delvaux, che , come abbiamo visto, è relatrice di una risoluzione per una legge sui robot dell’Ue, ha affermato che “il futuro è una incognita”, probabilmente “rimarranno pochi posti di lavoro per chi non ha elevata formazione e qualificazione”.

Per il resto è ipotizzabile, dice Delvaux, “una cooperazione” tra umani e automi. Per questo, il Parlamento ha chiesto alla Commissione anche un esame sui lavori potenzialmente più a rischio, in cui le persone saranno sostituite dai robot. Un tema delicato che vede anche posizioni più confortanti.
L’International Federation of Robotics afferma che la robotica sarà il principale driver per la creazione di posti di lavoro nel mondo nei prossimi cinque anni. L’IFR cita uno studio del 2011 della società di ricerche di mercato Metra Martech, secondo cui a livello globale dai tre ai cinque milioni di posti di lavoro, non esisterebbero se l’automazione e la robotica non fossero stati creati per la realizzazione di milioni di prodotti elettronici. (continua a leggere. Vai in alto sotto la foto grande e clicca sul titolino successivo)

I Robot restino un strumenti nelle mani dell'Uomo

Una posizione condivisa in un certo senso dall’Istituto di Biorobotica della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, secondo cui “la robotica più che sostituire l’uomo lo aiuterà nei lavori pesanti”, soprattutto se non più giovane. “Uomini e robot possono coesistere – affermano alla Scuola Sant’Anna – se i robot restano uno strumento nelle mani dell’uomo”.
In realtà non sappiamo se nei decenni a venire i robot distruggeranno veramente il mercato del lavoro così come siamo abituati a conoscerlo o “semplicemente” lo ridisegneranno.
L’unica certezza è che dovremo prepararci a cambiamenti radicali nelle nostre vite, legate proprio alla “invasione” delle intelligenze artificiali.
E' quasi certo che i ragazzi di oggi, come lo sono già i loro genitori, non metteranno mai piede in una banca o nell'ufficio postale, né andranno a ritirare un esame clinico, né acquisteranno in un negozio di abbigliamento o altro.
Basta spingere un tasto su la macchina smartfone per fare tutti i servizi necessari e desiderati o utilizzare il bancomat. E se non utilizzo lo sportello bancario, non ci sarà neppure l'impiegato. Una trasformazione già iniziata che sta cambiando gradualmente le abitudini di tutti.
La quarta rivoluzione industriale, come l’ha definita qualcuno, andrà oltre. Non interesserà solo i lavori manuali, ma anche i servizi, la maggior parte dei quali saranno automatizzati grazie ai progressi dell’intelligenza artificiale.
Le prospettive di nuovi lavori si presentano già oggi, che potrebbero essere orientati verso settori dell’ingegneria robotica, dell’ingegneria cibernetica, dell’ingegneria biomedica e della robotica biomedica e di profili professionali multidisciplinari, in grado di rapportarsi con una realtà dove saranno più diffusi sistemi capaci di mettere insieme fisica, biologia e digitale. Automazione indusitriale
A oggi, non siamo in grado di prevedere quale sarà il lavoro nel futuro, a chi sarà funzionale, quale saranno le nuove categorie del lavoro, quale saranno le nuove ricchezze e le nuove povertà. Uno studio sul mercato del lavoro britannico ha stimato che nei prossimi 15 anni i sistemi di intelligenza artificiale potrebbero sostituire le persone nel 30 per cento dei posti di lavoro nel Regno Unito.
Serviranno certamente lavoratori più preparati, ma probabilmente in numero molto inferiore a quelli necessari oggi ai sistemi produttivi. Difficile da compensare con la creazione di nuove opportunità di impiego, a meno che i governi non prendano provvedimenti.
Siamo entrati in una epoca non prevedibile nei suoi aspetti evolutivi della tecnologia informatica, che sostanzialmente provoca mutamenti radicali nei rapporti tra gli uomini e le sue comunità. Si potrebbe ritenere che siamo protagonisti di un processo di trasformazione della costruzione di una nuova società, di una nuova struttura economica e anche di un nuovo orientamento ideale e culturale.
Una rivoluzione intellettuale e morale potrà sembrare eccessivo, ma a ben considerare i nuovi modelli di comportamento e delle relazioni sociali, non è impossibile considerare la nuova epoca dominata dalla cultura delle AI come un avvenimento che cambia il nostro sistema sociale.
Nasce un nuovo pensiero di ricerca, che si può considerare egemone nel rapporto tra uomo e AI. In questa nuova evoluzione del sapere, sarà necessario comprendere chi sono le forze interessate a possedere il controllo della produzione dei robot e dei nuovi saperi.
Gli intellettuali della conoscenza e della ricerca di questo XXI secolo avranno una funzione determinate nel loro ruolo di produttori del sapere. Sapranno avere una capacità di autonomia e sostenere che l'utilizzo di questi nuovi strumenti della scienza, siano al servizio di tutti e non al servizio di alcuni, Stato o gruppi di potere finanziario o di altro genere.
La politica, nella sua eccezione democratica con la funzione di rappresentare i bisogni di tutti, sarà capace di interpretare le nuove e a volte oscure prospettive, di un mondo in continuo cambiamento, che non potrebbe essere favorevole per tutti, ma aumentare le differenze tra ricchi e poveri. Dare più potere a chi possiede gli strumenti per sostenere la ricerca e la costruzione di sistemi di tecnologia avanzata, orientata verso obiettivi di un proprio vantaggio rivolto a se stesso (Nazione, centri finanziari, società globali, ecc.) su altri.
Si ripropone un tema che ha attraversato tutta la storia degli uomini.
Quello del rapporto tra chi possiede e chi non possiede e quali dovrebbero essere le regole che compensano questa differenza, mettendo a riparo chi è più debole e ha meno forza per reagire.
Il robot è un prodotto. La domanda resta chi lo produce e per cosa.
Certamente non potremo aspettare il futuro per saperlo.
Pubblicato su “il regionale Perté” giovedì 12 aprile 2018


Pubblicato su “il regionale Perté” giovedì 12 aprile 2018

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Alta Velocità Roma-Cassino, storia di una innovazione mai nata

treno frosinone disagi roma cassino 350 260dal Comitato Pendolari Roma-Cassino - Alta Velocità Roma-Cassino, storia di una innovazione mai nata.
Sono passati 3 anni dall’insediamento della giunta Zingaretti e da altrettanto tempo l’Assessore Civita è stato assegnato al settore Trasporti. Sono passati 14 mesi da quando l’Associazione Roma-Cassino Express ha presentato un sistema di ottimizzazione del collegamento Roma-Cassino attraverso l’utilizzo della linea Alta Velocità.

Ma cosa è successo in tutto questo tempo? Non possiamo negare di aver notato diversi miglioramenti nel servizio e di questo riconosciamo il merito all’Amministrazione Zingaretti: il parco treni è stato rinnovato anche sulla nostra linea, la capienza di alcuni treni è stata aumentata e, a detta di Trenitalia, è migliorata anche la loro puntualità (ma questo vorremmo sentirlo dire dalla Regione che si sa, per l’oste il vino è sempre buono).

Ogni volta che si inaugura un nuovo treno assistiamo ai comunicati vittoriosi del Presidente Zingaretti e dell’Assessore Civita ed anche noi pendolari ne siamo felici per carità, ma non vendeteci lucciole per lanterne! In mezzo a tanta euforia per qualche nuovo Vivalto, noi rimaniamo lucidi e cerchiamo di distinguere tra ordinaria amministrazione e innovazione, tra uno studente che tra mille sacrifici porta a casa la sufficienza ed uno brillante che prende 8 o 9, magari studiando pure poco. È il caso di ricordare infatti che l’Allegato 9 al Contratto di servizio 2009-2014 già prevedeva un programma di rinnovo del materiale rotabile per un importo di 262,1M€. Si, avete letto bene, 2009-2014. Capirete quindi quanto sia fuori luogo certo clamore per qualcosa che a noi cittadini era dovuto fin dal 2014; ovviamente il Presidente Zingaretti avrà gioco facile nel dire che c'è stato un cambio di marcia rispetto all'Amministrazione precedente ma, per tornare al paragone scolastico, è come confrontare lo studente che prende 6 con quello che a scuola nemmeno ci va!

Solo solo una parte di normale amministrazione

A nostro avviso, aver dato seguito al piano di investimenti 2009-20014 significa, a ben vedere, aver gestito correttamente solo una parte della normale amministrazione. Si, perché nella "normale amministrazione” ricade anche il tema della trasparenza e allora noi utenti vorremmo capire come la Regione giudichi l’operato di Trenitalia: esiste un monitoraggio della qualità del servizio? Trenitalia ha mai maturato delle penali ai sensi dell’allegato 7 del Contratto di Servizio? Queste domande non sembrano tanto extra-ordinarie e noi le facciamo dal Luglio del 2014, ma di risposte non ne abbiamo mai avute. Non vorremmo dover pensare che la Regione non agisca in contraddittorio con Trenitalia (che è un suo fornitore), ma ne “subisca” la gestione.

Volendo alzare un po’ l’asticella invece proviamo a parlare di innovazione, che i nuovi treni sono belli, sono più comodi ed hanno pure le prese per ricaricare lo smartphone ma parliamoci chiaro, la vita non la cambiano a nessuno! Noi invece a Febbraio 2015 abbiamo pubblicato un progetto che, riducendo di circa 30 minuti i tempi di percorrenza tra Cassino, Frosinone e Roma, rischia di cambiare faccia ad una intera provincia (e di farci percorrere l'intera tratta prima che lo smarthphone si scarichi). Per questo progetto siamo stati inizialmente derisi da Dirigenti Regionali e del gruppo FS, oltre che da membri politici dell’Assessorato ai Trasporti. Sfortunatamente per tutti loro però, quando si è guardato alla proposta con maggior attenzione, nessuno è stato in grado di contraddirci confermandone non solo la fattibilità tecnica, ma anche la correttezza delle stime economiche (per quanto preliminari). Da quel momento l’aria è cambiata e siamo arrivati addirittura a sentire il Presidente Zingaretti che in due eventi pubblici (Cassino, 19 Settembre 2015 e Frosinone, 4 Marzo 2016) annunciava che il nuovo servizio Alta Velocità era considerato strategico da parte della Regione e che sarebbe addirittura entrato nel prossimo Contratto di Servizio. Che quello studente, dopo un quadrimestre un po' difficile, veramente possa ambire a qualcosa in più? Se così fosse però perché invece di comprare una flotta di Jazz e Vivalto, la Regione non compra anche dei treni politensione (in grado cioè di percorrere sia la linea Alta Velocità che quella storica)? Costeranno di più ma, essendo più veloci, riuscirebbero pure a fare più viaggi. Perché del progetto Alta Velocità Roma-Cassino non si parla più? che questa idea possa piacere poco a Trenitalia lo possiamo intuire, ma la Regione ha un minimo di capacità di contrattazione o supinamente prende atto del volere dei propri fornitori?

Se la Regione ha deciso che l'Alta Velocità sulla linea Roma-Cassino non è più strategica, qualcuno ci inviti in Assessorato per spiegarci che succede o, ancor meglio, ce lo dica pubblicamente che i giornali mica servono solo per i vostri annunci vittoriosi e propagandistici. Se qualche consigliere regionale è ancora interessato a questa vicenda, porti queste domande in aula e costringa il Presidente Zingaretti e l'Assessore Civita a fare chiarezza.

Nel frattempo noi ci limitiamo a rinnovare i complimenti per i nuovi Vivalto attesi dal 2014, per i nostri smartphone sempre carichi e per un altro anno senza essere rimandati a nessuna materia. Evviva!

 
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Agricoltura, innovazione, sostenibilità nella terza tappa del #Il verso giusto tour, a Sora

  • Pubblicato in da Sora

Sora Bianchi LaPietra 350 260di Nadeia De Gasperis - Il giorno 14 dicembre, si è tenuta a Sora la terza tappa del #Il verso giusto tour, dedicata ai temi dell’agricoltura, innovazione, sostenibilità.
I lavori si sono aperti con l’intervento di Bruno La Pietra, portavoce del gruppo di Sora della Sinistra Unita, che ha chiosato il suo intervento con un riferimento storico, ricordando di come l’importanza di una differenziazione nella coltivazione, abbia sollevato dalla crisi la città di Sora già ai tempi del Regno delle due Sicile, quando la crisi dei prezzi piegò l’agricoltura specializzata. La Pietra ricorda come il liberismo sfrenato abbia messo in competizione temi che dovrebbero lavorare in sinergia: il tema dell’ambiente non può essere slegato da quelli del lavoro, sviluppo e dell’agricoltura, ma dovrebbero integrarsi nel contesto di un adeguato piano di sviluppo rurale.
Federica Sperduti, attivista dell’agricoltura sociale, ne ha introdotto poi il concetto, che nuovo come è, vanta molte definizioni, perchè solo con la legge 141 si giunge a una definizione unificata che dia alla agricoltura sociale un valore di unicità con il fine esplicito e diretto di perseguire fini sociali. Fino ad ora, vi è stata una interpretazione libera del modus operandi. Ci tiene a ribadire che non stiamo così parlando di assistenzialismo ma di integrazione lavorativa dei soggetti svantaggiati, che diventano partecipazione attiva e di co-costruzione tra questi soggetti le parti coinvolte.

 Dare valore economico autonomo alle aree rurali e periurbane

In aree rurali e periurbane, lo scopo è quello di dare valore economico autonomo a queste realtà che non possono avvalersi si assistenza economica. Attori importanti sono le cooperative sociali, le politiche socio sanitarie, le scuole (con accordi educativi, refezione scolastica, attività educative), le politiche del lavoro e dell’istruzione, le startup, i carceri, i disabili, i rifugiati. Risulta difficile un censimento ma una stima realistica colloca l’Italia ai primi posti in Europa.
È la volta di Daniela Bianchi, che ricorda che il tema “agricoltura” sia stato scelto con i referenti locali, proprio per la sua importanza sul nostro territorio. La Bianchi stigmatizza quanto si sia smarrita la nostra matrice identitaria, abbiamo cancellato secoli di storia. Ricorda come si possa essere a favore dello sviluppo senza contemplare le vituperate pratiche di crescita, ma pensare a un PSR che sposi la causa dell’agricoltura sociale, anzi che diventi perno in un piano di sviluppo tout court. Ci fornisce qualche cifra per dare la stima dell’investimento, soprattutto emotivo, non solo economico in questo settore, la crescente occupazione del fatturato, e ci tiene a sottilineare quel 74% che si ritiene orgoglioso di avere intrapreso questa strada. Rimarca poi L’importanza di non demandare la linea di sviluppo alla classe dirigente, che decide in maniera sistematica e oramai non ha più numeri per farlo. Ci informa di come siano stati stanziati per il periodo 2014-2020, 780 milioni di euro per il PSR. Finora i fondi per i PSR sono stati mandati indietro o impegnati all’ultimo momento con bandi improvvisati che non facevano sistema perchè non inseriti in una programmazione di sviluppo. Tanto più hai una identità, tanto più puoi stare nel sistema economico in continua evoluzione. La politica deve tenersi ancorata a questi temi, il paradigma con cui fare i conti è ancorato all’oggi, alle richieste dei cittadini, che bisogna ascoltare. Al tema dei diritti va affiancato quello dello sviluppo. È necessaria una più incisiva capacità progettuale, un metodo di lavoro comune, maggiore visibilità alle esperienze di tutti, un maggior peso negoziale, creare partenariati pubblico/privato, fornire supporti tecnici. Tutto ciò non è politica ma “politiche”. Le provincie devono cominciare a pensare come parte di uno, ognuno con la propria specificità, il collante è la sfida identitaria, mettere a fattor comune le identità di tutti. E costringere così la politica a stare dietro alle esperienze dei cittadini.

Verso un convegno tematico sull’agricoltura sociale

Questo è stato solo il primo passo verso un convegno tematico sull’agricoltura sociale che si terrà a Sora il prossimo 14 gennaio. La innovazione di questo incontro, a differenza di altri incontri tematici proposti finora dalla destra, è stato dare voce alle esperienze locali, che lamentano di non essere mai state chiamate in causa, paradossalmente, proprio quando si parla di loro. Questo ha consentito il confronto diretto, delle potenzialità e delle criticità di ognuno. É emersa la necessità di fare rete, di avere un intermediaro per la fornitura di mezzi, solo così si fa sistema e si entra a pieno titolo nel mercato ad ampio spettro.
Il signor Giannetti, presente da anni sul territorio con il con il suo marchio BIOSI è importante fare mettere a sistema l’intero territorio, con elementi di pubblico e privato. Promozionare un ente intermediario per l’acquisto di mezzi, crare cooperative che non diano assistenzialismo ma che producano, sarebbe meno svilente per le persone disagiate e per le loro famiglie, che vanno pensate come parte in causa.
I coniugi Gravaldi, dopo varie esperienze imprenditoriali, hanno iniziato la produzione dello zafferano in Valcomino.
È stato necessatio superare lo scetticismo della gente con la sua partecipazione diretta, coinvolgendo con una operazione di marketing i cittadini a partecipare al processo produttivo, retribuiti. Ora c’è bisogno di un laboratrio per la lavorazione secondaria.
Pia Maria, dell’azienda agricola San Maurizio, a Picinisco ha iniziato lavorando con l’azienda di famiglia poi ne ha aperta una sua per la produzione di latte e formaggio, e forse un giorno di lane e saponi, ma questo è un sogno tutto suo. Da due anni è terminato l’iter di conversione della sua azienda al biologico, manca la certificazione ancora in itinere. Ci sono criticità come il reperimento di cereali bio per gli animali, ma si auspica che presto l’azienda arrivi alla produzione di carne biologica. Con lo scopo di creare un ponte tra strutture ricettive e produttive nasce poi l’associazione Valcoglienza, racconta Maria Pia. Si può creare turismo alternativo solo con un a rete di supporto, suggerisce Maria Pia, quello che è importante è conoscere l’altro, e mettere in rete le varie competenze facendo emergere le peculiarità di ognuno. A Valledicomino Bio hanno aderito finora, 20 delle 80 aziende bio. La crisi porta a guardarsi intorno e fare rete.
La concretezza di questo incontro è emersa dalla scelta di lasciare poco spazio ai saluti di rito dei soggetti politici presenti numerosi in sala, e dare voce alle esperienze delle realtà locali, a un loro confronto diretto, a un confronto con il pubblico, spesso ignaro di queste presenze sul nostro territorio perchè non forti delle operazioni di marketing della grande distribuzione e spesso a causa del nostro approccio ancora timido con i prodotti di buona qualità lavorati localmente.

Quello che si respira è la passione per il proprio mestiere, quel famoso 74% che si dice orgoglioso, qui ne abbiamo testimonianza. La timidezza è presto superata quando gli interlocutori inizano a raccontare la loro esperienza, l’esigenza di un rapporto diretto e duro con la terra, il desiderio di rivalsa che ci vuole appiattiti su una logica di mercato capitalistica. Emerge forte il desiderio di condivisione, di essere “guardati” non per una velleità di protagonismo ma per trasmettere il germe della passione, per risolvere insieme le criticità e per creare sinergia tra le potenzialità. C’è una profonda geniunità nei racconti di queste persone, le loro parole non hanno l’aria dei discorsi a colpi di spot e slogan della grande distribuzione. Si va via, con la voglia di sporcarsi le mani... di terra e sudore.

 

 

 
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