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La "sorveglianza" è ineluttabile

TV E WEB DI STEFANO BALASSONE

Lasciamo i nostri byte sequestrati dai server d’oltre oceano e non ne garantiamo la disponibilità piena per la libera ricerca

di Stefano Balassone
5g 370 minInternet è l’unico, efficace e permanente osservatorio di della vita associata sotto ogni prospettiva perché supporta, senza farsi percepire, miliardi di funzioni quotidiane come spedire lettere, “portarsi” un film a casa, smuovere il conto in banca, lavorare per l’ufficio senza lasciare il domicilio. La possibilità di fare tutte queste cose, e un’infinità di altre ancora, senza passare dall’Ufficio delle Poste o dal negozio, affascina i solipsisti, fondamentalisti della disintermediazione, che detestano di rivolgersi a qualcuno e sognano di fare a meno di chiunque.

Ma, fuori dal sogno, Internet è la più organica, diffusa e profonda “intermediazione” che sia mai esistita perché, se il sistema è detto Rete, il protagonista del servizio è, piuttosto, il “Centralino” che connette le persone a quanto vogliono.

Il Centralino è peraltro la inaggirabile funzione che ipso facto conduce alla possibilità, o meglio alla ineluttabilità dello spiare. Negli anni ‘20 la signorina con le cuffie sui capelli alla maschietta era in grado non solo di connetterti, ma anche di dedurre dai tuoi contatti l’evidenza di alcune relazioni; oggi l’Algoritmo che smista le richieste è il terzo funzionale ad ogni connessione digitale e coglie non solo le relazioni dei soggetti tra di loro o la propensione a specifiche materie, ma “legge” costantemente i testi che si muovono, come se ai suoi tempi la signorina con le cuffie oltre a infilare lo spinotto fosse restata ad ascoltare. È grazie all’accumulo di questa conoscenza che le imprese che gestiscono la Rete affinano senza posa l’algoritmo per conoscere sempre più a fondo sia quello che pensiamo sia il nostro stesso modo di pensare.

Da qui discende l’assortimento degli orrori da parte dello Stato e del Denaro. Il Potere dello Stato è esemplificato dal caso cinese, autentico e raccontato dal New York Times, della giovane Chen che, all’estero per studiare, si rendeva anonima e chattava solidale con Hong Kong, quand’ecco che una notte i genitori la chiamano dopo cinque ore di polizieschi ammonimenti a badare maggiormente alla figlia scapestrata. Il Potere del Denaro è quello dei miliardari di Cambridge Analytica che nel 2015 s’erano procurati da Facebook, come e quanto non è chiaro, i dati di decine di milioni di utenti per forzargli la mano alle elezioni americane.

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La capillarità del comunicare

Tuttavia, fatto lo sconto degli orrori, Internet è nato per restare, insieme con la conseguente “sorveglianza” perché, dopo lo sviluppo degli smartphone, è divenuta la forma di comunicazione più capillare che si possa immaginare. La capillarità che spalanca la via ai social grazie alla propensione umana al dirsi e darsi e nel contempo crea le condizioni strutturali per i cataloghi on line e il just in time globale, che stanno alla produzione di merci almeno quanto l’aratro al coltivare.

Just in time vuol dire “giusto in tempo”, ma anche “al tempo giusto” e per la produzione delle merci significa realizzarle solo quando i clienti sono assicurati. Quando la cosa riesce, non serve accumulare scorte e costruire magazzini, si risparmia un monte di quattrini e si scansa il rischio mortale dell’invenduto e del naufragio delle imprese.

La capillarità di internet pare fatta apposta per sventare questi rischi sostanzialmente in due maniere: con gli avvisi pubblicitari su misura riguardo a merci mirate a uno specifico profilo se non addirittura a singoli individui; con i “campionari consortili” esposti in rete, relativi agli articoli ad alta diffusione e basso prezzo che, forti dell’efficacia dei grandi numeri, inventariano le scelte, colgono i trend dell’immediato futuro e danno le dritte alle manifatture distribuendo ricavi e sforzo produttivo.

Con Internet in sostanza, comunicare e produrre si confondono dando luogo a due rilevanti conseguenze. La prima è la messa a terra della astratta idea di perfetta concorrenza, che postula produttori numerosi e trasparenti di fronte a una folla di clienti potenziali, competenti e liberi di scegliere. Ma quest’idea, se giunge a terra grazie alla capillarità globale di una Rete sempre attiva, cancella il rischio delle imprese, ovvero l’unico fattore che, alla fin fine, legittimi la remunerazione del capitalista agli occhi delle masse. Il fatto è oggettivo e ci limitiamo a evidenziarlo, tralasciando per ora di fantasticare su quanto e come possa intervenire nelle narrazioni fra politica ed elettori.

 

Politica e Ricerca sociale

La conseguenza seconda, non per importanza, della capillarità di internet è che i movimenti “sorvegliati” in rete riguardano e rappresentano tutte le dimensioni della società dall’A alla Z. Un esito formidabile, a cui però siamo arrivati guardando tutto con l’occhio del commercio e accecando nel contempo le capacità cognitive della Politica e della filosofia sociale ridotte al ruolo di utenti più o meno intelligenti come, nel suo torbido, è dimostrato dalla stessa eccezionalità della forzatura attuata da Cambridge Analytica.

Così per la Politica Internet è quel miracolo tecnico e maldestro che fa di sicuro tante cose interessanti, ma ha anche accelerato l’evaporazione delle “classi” novecentesche e privato i Partiti della polpa. Dopo di che le loro sigle fanno quel che possono latrando con le Bestie e tirando a cavalcare, sostanzialmente a naso, i movimenti della Rete. Per questo vediamo la leadership di idee rimpiazzata dai leader usa e getta mentre non percepiamo la presenza di un uso della Rete a fini cognitivi, invece che banalmente diffusivi.

Simile alla Politica ci pare al momento la posizione della “filosofia sociale” e non per caso giacché, se la Politica è a secco di visioni, la responsabilità sta a monte, nelle mancate elaborazioni intellettuali che dovrebbero fornire le sponde adeguate per l’azione.

Ma qui casca il vero asino di questa storia. Per un uso cognitivo della Rete volto ad analizzare i comportamenti sociali e coglierne le “regole” servono infatti non i dati (pochi e raccolti con fatica) di ricerche estemporanee, ma quelli perennemente rinfrescati del metamondo chiuso nei server delle Big Tech americane. È ovvio che Google, Facebook, Amazon, Netflix e compagnia si tengano stretto questo ben di Dio e che lo condividano semmai (lo diamo per scontato) con i poteri concittadini dell’FBI e della CIA, anche quando sono generati dall’azione di utenti non americani.

Ma possono la Politica e la Ricerca sociale italiane (lo stesso vale con ogni probabilità per spagnoli, tedeschi francesi e tutti gli europei fino a comprendere gli inglesi), fare la parte dei gattini ciechi, in stato di minorità perenne rispetto al mondo interno e, sul piano dei rapporti di potenza, rispetto agli Usa che invece hanno sotto gli occhi l’intero panorama? È sopportabile che, mentre discipliniamo con ogni cura la materia degli archivi per non sottrarre documenti alla riflessione degli storici, lasciamo i nostri byte sequestrati dai server d’oltre oceano e non ne garantiamo la disponibilità piena per la libera ricerca? Esiste, infine, un altro modo per riuscire di rendere adulta la Politica, se non mettere a fuoco nei fondamenti e nelle variazioni giornaliere, la visione di noi stessi, rimbalzando senza posa fra una adeguata empiria e la relativa riflessione?

 

fonte: "DOMANI" del 20 aprile 2022

 

 

 

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Oggetti intelligenti e un'Internet tutta nuova

INTERNET E INTELLIGENZA ARTIFICIALE

Oligopoli USA, copyright, privacy e tasse

di Stefano Balassone
5g 370 minDai giorni dell’assalto al Campidoglio Trump è stato privato degli account da cui chattava col popolo sovrano. Buon per noi e peggio per il trumpiano che s’infuria, ma intanto accade che il potere di attizzare o spegnere le fiamme nei mass media sia nelle mani del MAGAF (dalle iniziali di Microsoft, Apple, Google, Amazon, Facebook), il pugno di oligopoli USA che ha requisito l’Internet negli ultimi decenni accumulando fatturato a livello di trilioni.

Questo regno potrebbe intravedere il suo tramonto non per la virtuosa e democratica indignazione di eletti e popolani, che badano solo a scambiarsi messaggini, ma perché dopo l’Internet sociale “delle persone” (io, tu, il fidanzato perso nel passato) avanza quella “delle cose”: l’elettrodomestico, l’automobile, il semaforo, la metropolitana, il cassonetto e tanti altri compagni della vita, trasformati in Pinocchi dalla magia di chip e sensori che li fanno reagire a quello che succede dentro e fuori. Come potrebbe l’internet delle cose mangiarsi quella delle persone e rivoluzionare l’equilibrio del business e del potere? Lo abbiamo capito scorrendo un pugno di tabelle di Antonio Sassano, davvero illuminanti.

L’Internet delle persone

L’Internet delle persone è come una ragnatela che vede fermo al centro il ragno, cioè il potere del calcolo e dell’algoritmo che si collega agli utenti con i fili, gli propone le forme dell’agire, ne raccoglie gli input e spedisce a ognuno in contraccambio un risultato. Quest’andirvieni di segnali attraverso mezzo mondo, cavi sottomarini, nugoli di server, sorvoli di satelliti è al servizio della Potenza di Calcolo centrale, il cuore del sistema, sorvegliato dalle guardie armate MAGAF e assai caro a CIA ed FBI, che anche così ci tengono sott’occhio. È un cuore ultrapotente, che sbriga milioni di richieste perché è velocissimo, ma non al punto da azzerare il tempo, detto “latenza”, che corre fra la domanda e la risposta. Il social ci fornisce comunque l’adrenalina di una specie di diretta della vita che non soffre per il ritardo del segnale e che non ci disamora del sistema perché siamo umani, mossi a socializzare attraverso lo scambio di concetti e sentimenti o anche solo di foto di gattini. Anche la pubblicità, la principale risorsa del sistema, non soffre il mal della “latenza” e bada essenzialmente a finirci sotto gli occhi. Così sono contenti gli utenti, soddisfatti i pubblicitari e ultraricchi i monopoli che hanno costruito la baracca.

L’Internet delle cose

Quando si entra nel mondo delle cose “intelligenti” la musica è diversa perché gli oggetti vengono dotati di chip al fine di fronteggiare esigenze operative nelle quali ogni minimo istante di ritardo può essere fatale e provocare tamponamenti, crolli, incendi, alluvioni. Di conseguenza non c’è spazio per le attese, le risposte agli allarmi debbono essere istantanee, dritte e fulminee, corredate di diagnosi, prognosi e rimedi per quello specifico oggetto affidato allo scambio di informazioni con la Rete. Ecco perché nell’Internet delle cose non esiste la lavatrice generica, uguale a tante uscite dalla fabbrica, ma quel preciso esemplare della serie, dotato del pedigree del comportamento d’ogni vite e giuntura che nelle concrete condizioni d’uso rivela il suo caratterino.

Un siffatto servizio, immediato, individuale e “intelligente”, non si concilia con la latenza di reazione propria della struttura accentrata dei social dominanti. Pretende invece: 1) che la rete di comunicazione sia molecolare, il che pare possibile solo col 5G che punteggia di fitte antenne il territorio; 2) che ogni oggetto accumuli il diario delle proprie prestazioni in una memoria a blocchi, in sostanza una block chain, inalterabile e inaccessibile agli intrusi, così da evitare scherzi e sabotaggi; 3) che l’algoritmo di una smagata Intelligenza Artificiale si sparpagli lungo la rete, a ridosso degli oggetti e si specializzi nel prendersi cura dei piccoli guai di un aspirapolvere o delle catastrofi incombenti sulle auto a guida autonoma.

Una sola Internet, ma nuova.

Un sistema tarato a misura delle esigenze estreme delle cose, può ben provvedere anche a fornire il social alle persone, per non dire di posta, messaggistica e telefonia. In più la tecnica della block chain, allargandosi dalla lavatrice al suo padrone, libererebbe quest’ultimo dall’ansia per la privacy e gli darebbe il potere di cambiare app e provider portandosi appresso come roba sua l’insieme dei file con le azioni compiute ed i contatti.

Da qui, se non capiamo male, l’evidenza di una sfida inusitata agli attuali padroni del vapore: i MAGAF e gli Stati Uniti, che ne sono patria e protettori. Con tanto di guerre politiche e commerciali attorno al 5G, tanto che la proprietaria di Huawei, la compagnia cinese pronta a realizzarlo, da oltre un anno è ostaggio nelle prigioni canadesi. Le motivazioni vanno dal furto di conoscenza al puro e semplice spionaggio, e quella signora forse non è un’anima innocente, ma è ovvio sospettare dello zampino USA volto anche ad evitare che la tecnologia matura, sia troppo rapidamente resa obsoleta dalla nuova sia sul piano tecnico che riguardo al business.

 

Stati e Big Tech

Nel mentre che la nuova internet, chissà come e chissà quando, appare all’orizzonte, le comunità politiche e d’interessi dell’Occidente sono ferme alle tematiche di copyright, privacy e tasse.

L’Unione Europea ha adottato ormai da anni il GDPR (General Data Protection Regulation) che spalleggia il diritto d’autore, per frenare l’uso gratuito di contenuti a fil di Rete, ed ha enfatizzato la privacy, seppellendoci di moduli e intimazioni da accettare. Tutto è rimasto uguale a prima, ma forse l’intento era soltanto di piazzare qualche bastone europeo nelle ruote dei monopoli d’oltre Atlantico per meglio negoziare la questione delle tasse. Tutti i MAGAF, come è noto, le eludono col semplice fare marameo dalla sede legale del Paese UE che gli offre un paradiso fiscale, per avere i suoi dannati quattro soldi danneggiando tutti gli altri. La questione pareva inamovibile, ma si è da ultimo sbloccata a partire dal Governo USA. Come se ai MAGAF, al di là di speculare sulle tasse, interessasse essenzialmente restare monopoli grazie al favore di Governi, Parlamenti e Ministeri del Tesoro che, altro che antitrust, parteciperanno alla mungitura di monopolistici quattrini compiuta dagli oligarchi di quella compagnia.

Di sicuro, non si ravvisano fremiti antimonopolistici al momento, a meno di non prendere sul serio i progetti di legge emersi in questi giorni nel Senato americano per chiedere ai monopoli una qualche dose di morigeratezza, come garantire parità d’accesso ai pubblicitari e l’astenersi dal risucchiare coi miliardi le start up potenzialmente concorrenti. Se son queste le guerre contro i monopoli, non ci resta che sperare negli oggetti intelligenti.

pubblicato su "DOMANI" del 19 agosto 2021

 

 

 

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Sacco di pulci

Web Amazon

Web 350 mindi Stefano Balassone - Fleabag, (sacco di pulci) su Amazon Prime e giunta a tre stagioni, è una produzione BBC che, puntando agli smartphone dei giovani dai 16 ai 34 anni, appare solo in streaming. Protagonista Phoebe Waller-Bridge, una sorta di Litizzetto d’oltre Manica, carina quanto basta e pluripremiata commediografa.

Phoebe si spende, come tanti, in commerci precari, sesso variegato, taccheggio, approcci avventurosi, rapporti d’amore e d’odio fra parenti. Ma al di là della materia picaresca, il racconto è incisivo e il lato comico esplode grazie al costante ricorso al doppio piano di racconto. Intendiamo dire l’artificio per cui il protagonista si assenta per un momento dall’azione, volge lo sguardo in camera, vi fissa negli occhi e rivela i risvolti impliciti di quanto accade e, in Fleabag soprattutto, i suoi più intimi pensieri. Attraverso questi varchi lo spettatore viene trascinato dentro un universo di moventi, di non detti, di timori e obiettivi che generalmente non si confessano, se non sul divano della psicanalisi.

Accade così che le giovani spettatrici, impegnate a rompere il guscio dell’età ingrata, sentano nominare e, per così dire “normalizzare”, la propria materialità di intestini, ghiandole e vagine e si alleggeriscano di quanto celano a causa di timidezza o galateo.

Per contro, l’adolescente maschio ce lo immaginiamo stupito dalla rivelazione del backstage del femminile. Privilegio raro, cui si unisce la rassegna di modelli negativi del maschile, fragili o impettiti, ma tutti comunque un po’ ridicoli. Qui Phoebe si è tolta parecchi sassolini dalla scarpa, ma offrendo ai maschi qualcosa da imparare.

Da sottolineare che Fleabag, col suo linguaggio senza peli (ovunque), esibisce in Inghilterra le insegne del Servizio Pubblico pagato dagli abbonati, e con buone ragioni perché la tv commerciale mai rischierebbe di spingersi per prima oltre i confini del normale. Non ricordiamo traccia in Italia, sia Rai o altrove, di qualcosa anche lontanamente simile.

 

La Repubblica, Onda su onda, 25 febbraio 2020

 

Cronache Tv, Web, Film

 

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Sugli acquisti online ci sono ora garanzie speciali

acquistionline 350 260 mindi Chiara Arroi da laleggepertutti.it (segnalato da Vincenzo Grande) - Sugli acquisti online ci sono garanzie speciali, non solo per i prodotti rovinati. Anche un acquisto che non piace può essere restituito.
Era un abito delizioso, colorato e sfiancato, proprio quello che cercavate. Indossato da quella modella alta con i capelli lunghi, perfetta (probabilmente photoshoppata) vi aveva poi convinto definitivamente. Era il vestito che faceva per voi e meritava di essere acquistato subito a quel prezzo tanto conveniente! E invece no. Il corriere bussa alla porta, consegna il pacco e, sorpresa delle sorprese, non è l’abito da cenerentola che avevate visto nell’immagine pubblicizzata da quel sito, ma una orrenda tunica che sembra cucita da un apprendista tessitore ubriaco. O perlomeno indosso a voi fa quell’effetto. In breve, a orecchie basse e con la bocca amara dovete ammettere che l’acquisto portato a termine online si è rivelato una mezza ciofeca. Non una fregatura, perché tecnicamente quel vestito non ha nulla che non vada, solo che su quella modella faceva tutto un altro effetto, mentre a scatola aperta l’incantesimo della perfezione è svanito e resta quel che vi trovate in mano, un prodotto che proprio non vi piace e che non indosserete mai.

Niente paura, è successo a tutti e a tutto (o quasi) c’è una soluzione. Gli acquisti online non graditi possono essere rispediti al mittente, facendo valere il diritto di ripensamento e quello alla restituzione: non è cioè necessario che il prodotto acquistato sia rovinato o rotto all’arrivo per volerlo restituire, ma semplicemente può non piacervi.

L’idea è quella di tutelare maggiormente il consumatore che sceglie di acquistare non potendo vedere con i proprio occhi quello che compra, come nel caso degli acquisti a distanza e online. È chiaro che guardare una foto non è lo stessa cosa del toccare con mano (e semmai provare di persona) quello che si sceglie. Dal momento dell’acquisto del prodotto si hanno quindi 14 giorni di tempo per restituirlo, se non gradito. Vediamo come.

Il diritto di recesso da un acquisto online. Che cos’è e in quali casi vale
La legge lo dice chiaramente: il cliente, dal momento in cui conclude un contratto di acquisto di un bene o servizio a distanza e fuori dal tradizionale negozio, ha 14 giorni di tempo per recedere dal contratto senza per questo dover fornire alcuna motivazione e conservando il diritto a ottenere il rimborso della spesa effettuata, incluse le spese di spedizione originarie, cioè quelle sostenute per far arrivare a casa il prodotto acquistato. Attenzione quindi a rispettare questi termini.

Entro 14 giorni dall’arrivo del prodotto a casa, il cliente che ha intenzione di recedere deve informare il venditore online presso cui ha effettuato l’acquisto che quel prodotto non lo vuole più. Deve cioè comunicargli la sua volontà di recedere dal contratto di acquisto e lo può fare attraverso:

· Un modulo tipo sul diritto di recesso che il venditore stesso può mettere a disposizione sul proprio sito

· Oppure presentando una qualsiasi altra dichiarazione in cui esplicitamente viene comunicata la volontà di recedere.

Dopo la compilazione e l’invio del modulo, spetta al venditore inviare una conferma della ricezione. Attenzione quindi a conservare con cura questa copia, perché è quella che serve, in caso di contenzioso, a dimostrare che avete deciso di recedere e restituire il prodotto e che lo avete fatto entro i termini stabiliti per legge. E spetta a voi dimostrarlo carte alla mano!

Acquisti online: come restituire l’ordine e ottenere il rimborso
Dopo aver compilato e spedito il modulo di recesso, il cliente ha poi diritto di essere rimborsato per quel televisore o per quell’aspirapolvere, per quel frullatore o, tornando al nostro caso, per quel brutto vestito scelto. Ovviamente dovrà occuparsi di restituirlo a chi glielo ha venduto.

Innanzitutto il venditore ha a sua volta 14 giorni di tempo per rimborsare tutti i pagamenti ricevuti dal cliente, spese di consegna comprese. E questo lasso di tempo inizia dal momento in cui è stato informato della decisione presa dal consumatore deluso. Sulla modalità di rimborso è una sorta di ‘occhio per occhio, dente per dente’, nel senso che il rimborso deve avvenire utilizzando lo stesso metodo di pagamento scelto dal cliente per effettuare la transazione.

Ricordate che dovete essere rimborsati di tutto quello che avete tirato fuori dalle vostre tasche per quel prodotto. Nessun venditore deve porre limiti né al diritto di recesso tantomeno a quello di rimborso. Le uniche due armi in mano al venditore sono quelle che gli consentono di:

· non rimborsare i costi supplementari: esempio, il venditore vi propone un tipo di consegna standard, economica e poco costosa, ma voi scegliete comunque una tipologia di consegna rapida, premium e molto onerosa (il corriere espresso). Ecco, questo rimborso accessorio non vi è dovuto.

· Trattenere il rimborso fino al momento in cui non riceve concretamente il prodotto restituito o fino a che il cliente non abbia almeno dimostrato di averlo spedito

Se volete riavere i soldi quindi, preoccupatevi di restituire quel vestito orrendo che non vi piace. E fatelo entro i termini, cioè entro 14 giorni dalla data in cui avete informato il venditore della vostra volontà di recedere dal contratto. Ci sono casi in cui è il venditore stesso che si offre di ritirare il prodotto rinnegato. In quel caso la vita vi viene resa ancora più facile.

Nel caso in cui siate voi a rispedire indietro quella tunica bianca orrenda, dovrete sostenere solo il costo della spedizione diretta, quindi il costo della restituzione, a meno che il venditore non abbia omesso di comunicarvi che avreste dovuto pagare voi per rispedirgli indietro la merce. Qualora abbia avuto questa mancanza, tranquilli, perché il tutto sarà completamente a suo carico.

Non siete tenuti a pagare costi di cui non siate stati prima informati

A proposito: se il venditore non vi fornisce tutte le informazioni dovute sulle clausole di recesso, il vostro diritto di ripensamento si protrae per ben oltre il tempo dei 14 giorni stabiliti: il vostro diritto di recesso scade 12 mesi dopo la fine del recesso iniziale (14 giorni).

Esempio: avete ricevuto a casa quel brutto vestito il 1° gennaio 2017. Se il venditore online vi ha dato tutte le informazioni dovute sul diritto di recesso, voi inviate il modulo compilato con la vostra volontà di recedere dall’acquisto entro il 15 gennaio 2017 (entro 14 giorni dal possesso fisico dell’oggetto acquistato). Se il venditore non vi informa prima sul vostro diritto di recesso, avete tempo 12 mesi + 14 giorni (cioè il tempo di recesso iniziale maggiorato di 12 mesi. Avete tempo quindi fino al 14 gennaio 2018.

Acquisti online: quando non vale il diritto di recesso
Come in tutto nella vita, anche nel caso del diritto di recesso per gli acquisti online ci sono eccezioni. Non si possono restituire con diritto di rimborso:

· I prodotti confezionati su misura e personalizzati sulla persona che li ha scelti

· I prodotti a breve scadenza o ad alto rischio deterioramento

· I prodotti sigillati appositamente, la cui apertura causerebbe problemi di igiene o di protezione della salute

· I prodotti alcolici con un prezzo concordato in fase di vendita, la cui consegna possa avvenire solo dopo 30 giorni e con un valore che dipende dalle fluttuazioni del mercato (quindi indipendenti dalla volontà del venditore)

· Registrazioni audio/video sigillati, prodotti software sigillati che sono stati aperti a consegna avvenuta

di Chiara Arroi

fonte https://www.laleggepertutti.it/author/ditelo-voi

 
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Internet e gli italiani

internet italianidi Matteo Oi - "Ha deciso il popolo di internet!" una frase che in Italia dovrebbe far paura e far riflettere. Nell'era della politica su facebook, twitter e i blog in cui non sono più le sedi, i circoli e le sezioni i luoghi della democrazia e del dibattito politico bisogna fare i conti con la realtà.

Perché in Italia, al netto dei vari spot del "bisogna digitalizzare..." per finire puntualmente con il costruire un gigante di ferro con i piedi d'argilla perché mentre buona parte della burocrazia, dell'amministrazione ed anche della scuola è in formato digitale gli italiani non lo sono, non tutti sono in condizione di accedere ad internet.

La fotografia dell'Istat parla chiaro: il 40% delle famiglie italiane non ha accesso ad internet da casa, tra il nord e il sud del paese c'è una forbice di quasi 10 punti percentuali e il divario tra le famiglie in cui il capofamiglia è un operaio e quelle in cui è un dirigente, un imprenditore o un libero professionista risulta di circa 19 punti percentuali.

Questi sono problemi risolvibili abbastanza facilmente, si tratta d'investire, costruire infrastrutture, ridurre il costo della banda larga o ampliare i progetti delle "smart cities". Il vero problema è l'uso che gli italiani fanno d'internet perché mentre la comunicazione tramite mail, chat e social network è una pratica con cui non si hanno più difficoltà e il 58% consulta siti d'informazione, e qui si dovrebbe aprire una grossa parentesi sugli italiani che credono alle numerose bufale che circolano su internet, solo il 20% esprime sul web la propria idea su un tema sociale e politico e la metà partecipa a consultazioni, sondaggi e votazioni a carattere socio-politico.

Alla fine di quel popolo del web dei 38 milioni di utenti solo il 10% partecipa alla democrazia digitale. Per questo sono del parere che finché dai banchi di scuola fino ai banconi dei bar non ci sarà quel senso di misura e quelle capacità critiche per saper utilizzare al meglio e bene le tecnologie d'informazione e comunicazione la democrazia del web semplicemente non funziona.

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