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“Anton Giulio Bragaglia tra innovazione e tradizione”

LIBRI

Anton Giulio e i suoi illustri fratelli sono nati a Frosinone nel centro storico

copertina libro bragaglia 350 minIl volume “Anton Giulio Bragaglia tra innovazione e tradizione” curato dal prof. Amedeo Di Sora ed edito da Ethica societas UPLI Edizioni, Roma, contiene scritti del curatore Amedeo Di Sora e di altri importanti studiosi sulla vita intensa e sull’opera multiforme dell’illustre artista e intellettuale frusinate, quali: Leonardo Bragaglia, Giovanni Fontana, Gerry Guida, Andrea Mancini, Massimiliano Mancini, Paolo Puppa, Loredana Rea, Roberto Tessari.

Anton Giulio Bragaglia (Frosinone, 1890 – Roma, 1960), regista teatrale e cinematografico, scenografo e scenotecnico, ideatore di testate letterarie, teorico e storico dello spettacolo, animatore culturale e promotore delle più diverse iniziative artistiche, fu un protagonista indiscusso della vita artistico-culturale del Novecento in Italia e in Europa. Con questo volume, di rilevante valore storico e culturale, Amedeo Di Sora, attore-regista e scrittore, direttore artistico e fondatore della “Compagnia Teatro dell’Appeso”, ha inteso rendere omaggio a un grande frusinate troppo spesso dimenticato o solamente nominato senza adeguatamente conoscerlo.

1) Come nasce l’idea del libro?

La pubblicazione raccoglie gli atti dell’omonimo Convegno tenutosi il 3 maggio 2019 a Frosinone, presso il Salone di Rappresentanza della Provincia, promosso e organizzato dall’Associazione Culturale Compagnia Teatro dell’Appeso, nell’ambito della XIII Edizione del Festival “Il Teatro e le Voci”.
Agli atti del Convegno sono stati aggiunti, allo scopo di rendere ancor più ricco e qualificato il volume, due importanti saggi di Paolo Puppa (“Bragaglia, Pirandello e il futurismo: un triangolo problematico”) e di Roberto Tessari (“A. G. Bragaglia e la Commedia dell’Arte”), teatrologi insigni, già apparsi sui numeri 112 e 113-114 della rivista Dismisura, diretta dall’amico Alfonso Cardamone, negli anni 1994-1995, nonché il mio saggio “Anton Giulio Bragaglia e le avanguardie teatrali del primo Novecento”, pubblicato su Saper Valorizzare (Ediz. dell’Università degli Studi di Cassino, 2007) e rivisitato per l’occasione. Infine, uno scritto dell’editore Massimiliano Mancini ha il merito di delineare un interessante e utile quadro di riferimento storico-temporale.
Le straordinarie immagini che impreziosiscono il volume provengono dall’Archivio “Poiesis” dell’amico Giovanni Fontana, che sentitamente ringrazio. Così come doverosamente ringrazio la Regione Lazio per il suo prezioso sostegno.

2) Qual è lo scopo del libro?

Il libro intende offrire al lettore, attraverso una serie di saggi, mirati e circostanziati, agili e competenti al tempo stesso, il senso e il valore di una personalità di primaria importanza nel panorama artistico e intellettuale del secolo scorso, le cui opere teoriche e prassiche hanno avuto una rilevante incidenza in ambito nazionale ed internazionale. Inoltre, trattandosi di un nostro conterraneo, il libro si propone di colmare un vuoto istituzionale. Infatti, non mi risulta che la Provincia e il Comune di Frosinone, che diede i natali ad Anton Giulio Bragaglia e ai suoi illustri fratelli, abbiano mai prodotto una pubblicazione in merito per salvaguardarne e valorizzarne la memoria.

3) Perché il sottotitolo recita “tra innovazione e tradizione”?

Anton Giulio Bragaglia fu un grande innovatore, soprattutto agli inizi del Novecento, quando partecipò all’esperienza d’avanguardia del Futurismo italiano e abbracciò molte delle ricerche e delle sperimentazioni che provenivano dai grandi “riteatralizzatori” europei soprattutto nell’ambito della scenotecnica e della luministica, ma, al tempo stesso, ebbe sempre presente il valore e l’importanza della tradizione italiana della Commedia dell’Arte e del Barocco di cui fu grande cultore. Egli seppe egregiamente contemperare le esigenze della ricerca e della sperimentazione di forme nuove attraverso le tecniche più recenti e del recupero non accademico della grande tradizione.

4) Quale fu l’importanza di Anton Giulio Bragaglia in ambito teatrale?

Bragaglia aderì alla condanna del teatro a lui contemporaneo formulata dal “Manifesto del Teatro Futurista Sintetico”AMEDEO OMBRE DEL VARIETA AmedeoDiSora 260q min muovendosi a difesa, innanzitutto, dell’improvvisazione come reazione al testo letterario che non fosse nato “sul” o almeno “per” il palcoscenico. Ma l’eredità più importante del futurismo – fotodinamismo a parte – riguarderà la lezione di Prampolini, per quanto riguarda l’esigenza di approntare nuovi meccanismi scenici, capaci di ricreare il meraviglioso in teatro. Convinto sostenitore di un “teatro visivo”, ovvero di un “teatro teatrale”, egli, sin dagli esordi, si impegnò in una sistematica ricerca delle infinite possibilità espressive inerenti l’illuminotecnica, iniziando già nel 1919 i primi esperimenti di luce psicologica. Egli, inoltre, incarnò la figura del “regista” che si stava affermando in ambito europeo; in particolare, sosteneva che bisognasse affermare l’autorità dello scenotecnico-regista, capace di cooperare armonicamente con l’insieme degli attori, senza svilire l’apporto allo spettacolo del letterato ma tenendo ben distinti i livelli della “scrittura drammaturgica” e della “scrittura scenica” che è di gran lunga più importante. Nella teatrologia bragagliana è inoltre centrale il riferimento alla Commedia dell’Arte, che viene accostata al grande Teatro Barocco come modello per una possibile rinascita del teatro italiano.

5) Quale fu il rapporto tra Anton Giulio Bragaglia e i suoi fratelli?
Anche se i fratelli Bragaglia erano cinque (Anton Giulio, Carlo Ludovico, Arturo, Alberto e Bianca), solo i maschi si dedicarono all’arte nelle sue diverse forme (fotografia, teatro, scenotecnica, cinema, pittura). Nati a Frosinone, andarono via presto. Il padre era ingegnere, si chiamava Francesco e a Frosinone, dove svolse attività politica e amministrativa (fu consigliere comunale e pro sindaco), lo chiamavano “Sor Checchine”. Nel 1906 dovette trasferirsi a Roma con la famiglia perché aveva ottenuto un importante posto di direttore generale nella “Cines”, prima grande casa di produzione cinematografica romana. La moglie, Maria Tassi-Visconti, apparteneva a una famiglia signorile, una dinastia di insigni archeologi ed era imparentata con l’ingegner Pouchain, che era stato tra i più geniali dirigenti delle fabbriche di pellicole Lumière a Lione. Carlo Ludovico fu a lungo collaboratore di Anton Giulio, soprattutto negli anni della Casa d’Arte Bragaglia e del Teatro Sperimentale degli Indipendenti. In seguito, negli anni ’30, iniziò la carriera di regista cinematografico e, dopo il primo film “O la borsa o la vita” (1933) ne girò oltre sessanta raggiungendo la veneranda età di 103 anni. Arturo fu fotografo-ritrattista e solo nel 1937 si dedicò alla recitazione con ruoli di caratterista in film come “Miracolo a Milano” di De Sica, “Bellissima” di Visconti e “Altri tempi” di Blasetti. Alberto non collaborò fattivamente con i fratelli se non in senso teorico, teorizzava e dipingeva, tanto da essere definito “pictor philosophus”. Alberto rimase sempre affettivamente e intellettualmente legato ai fratelli, salvo differenziarsi nettamente sul piano politico perché non fu legato al regime fascista. Fu amico di Errico Malatesta e simpatizzò fin da giovane per il movimento anarchico, firmandosi sul giornale “Umanità Nova” con lo pseudonimo di Alberto Visconti e Silverio Ormisda, ovvero il cognome della madre e i nomi dei santi patroni della città natale.
Anton Giulio e i suoi illustri fratelli sono nati a Frosinone in Via Campagiorni, nel centro storico, prima dell’arco Campagiorni, l’antica porta d’accesso alla città, via che oggi è appunto ad essi intitolata.

 

 

 

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Gli equivoci del Medioevo

LIBRI DI DIEGO

C'è in luce un medioevo straordinariamente colto

Diego Protani intervista Carlo Ruta
Gli equivoci del medioevo CarlRuta 390 minCome nasce il saggio e quale è stata l’esigenza per affrontare questo tema?

Questo ragionamento sul medioevo nasce con lo scopo di fare chiarezza e porre un argine al dilagare dei luoghi comuni. Si fa ancora fatica a conoscere e a riconoscere quei secoli, che ancora oggi sono visti come sinonimo di decadenza, superstizione, ignoranza, pregiudizi. In realtà il medioevo fu un’età straordinariamente colta e l’età logica per eccellenza. Ereditò la logica dagli antichi, ma con pensatori come Abelardo, Anselmo d’Aosta e Duns Scoto portò il ragionamento logico alle soglie di una logica che oggi, ripensata da studiosi del secondo Novecento, viene considerata la più dirompente e complessa. Anselmo ebbe dimestichezza con il concetto di «necessità» portandolo molto avanti, nel Proslogion, rispetto alle concettualizzazioni del pensiero antico. Scoto, che la Chiesa chiamava non a caso il doctor subtilis, si arrovellò sul concetto di «possibilità», che, cosa davvero sorprendente, è l’elemento cardine dell’attuale logica modale, di Godel e altri. Con le dispute sugli «Universali», Abelardo, Giovanni di Salisbury, Tommaso d’Aquino e altri s’interrogavano inoltre i costrutti sottili dei nomi, dei generi, del linguaggio e le nervature della dialettica. Il Medioevo è da considerare già per questo, è il caso di ribadirlo, una età propriamente logica.

Quali altri motivi mettono in luce un medioevo straordinariamente colto?

Fu in quei secoli che nacquero, per «sedimentazione» secolare e infine per progetto, tra Duecento e il Trecento, le lingue che ancora oggi parliamo: l’italiano, il francese, il castigliano, il portoghese e altre. La strutturazione di una lingua, che in quei casi si arricchì appunto di una progettazione consapevole, è qualcosa di dirompente, che genera quesiti, visioni del mondo, argomenti, percorsi sintattici e altro ancora. E tutto questo richiama ancora le virtualità progressive di quel mondo. Da quel travaglio linguistico e letterario, che nel caso italiano raggiungeva il clou con lo Stil Novo e con Dante, prorompevano di lì a poco l’Umanesimo e il Rinascimento. Da quel lavorio logico e dialettico, durato per secoli, venivano inoltre sollecitazioni al pensiero scientifico, rivitalizzato intorno al XIII secolo attraverso l’impegno dei pensatori scolastici, che rileggevano l’aristotelismo scientifico e azzardavano nuove visioni del mondo empirico, come nel caso di Ruggiero Bacone.

Cos’altro propone il medioevo sotto questo profilo? Cos’altro appartiene a quell’età che lei definisce logica?

Le università. Proprio in quei secoli nasceva e si diffondeva in Europa l’università, lo Studium generale, destinato a modificare in profondo gli assetti degli studi e gli statuti della conoscenza, con effetti che ancora persistono nelle fondamenta dell’odierna organizzazione degli studi universitari. Non era esistito mai nulla di simile nel mondo antico, e il mondo moderno ne ha assunto in toto l’eredità. Insieme ai monasteri benedettini, gli Studia si possono considerare perciò la struttura portante del tempo logico. Tali istituzioni culturali ebbero in realtà una incubazione lunghissima, che risale per certi versi al periodo tardo antico, quando cominciavano formarsi le scuole delle cattedrali, che non prevedevano solo insegnamenti canonico-religiosi ma anche scientifici e dialettici. Studia come quelli di Parigi, Cambridge, Oxford, Tolosa, Bologna, Padova, Salerno e Napoli, nati quasi tutti nel XIII secolo, costituiscono il grumo profondo che rese possibile i rovesciamenti paradigmatici del pensiero scientifico della prima modernità. La formazione di Copernico fu, ad esempio, eminentemente universitaria, maturata nelle prime fasi soprattutto in Italia, presso lo Studium ferrarese, sorto nel 1391.

Lei parla di Boezio: quanto è stata importante la sua figura?

La figura di Severino Boezio, pensatore dell’aristocrazia romana e politico di primo piano nel regno goto di Teoderico, costituì il punto di raccordo tra il pensiero antico e quello che, in maniera anche tenace e originale, avrebbe acceso i «secoli bui». È da considerare quindi come primo rappresentante di un’età che già in quegli esordi andava logicizzandosi, malgrado le difficili condizioni materiali in cui versava l’Europa, attraversata da guerre e tensioni etnico-religiose. Boezio tradusse in latino e annotò, rendendole disponibili ai pensatori del tempo e dei secoli a venire, opere-chiave dell’analitica aristotelica, selezionando e focalizzando i temi logico-dialettici che più riteneva importanti. C’è poi il Boezio in disgrazia, tenuto in una prigione di Pavia negli anni venti del VI secolo, che prima di essere giustiziato, nel 526, stendeva De consolazione philosophiae, un dialogo incalzante con la filosofia, resa con le sembianze di donna: di fatto un dialogo con se stesso, una autoanalisi a tutto campo oltre che una impietosa e sottile critica della politica, che rimane una pietra miliare del pensiero morale.

Tommaso d’Aquino, Francesco d’Assisi: quanto erano distanti dalla Chiesa dell’epoca e quale il ruolo assunsero gli ordini mendicanti?

Entrambi, da postazioni molto diverse, erano in realtà parte attiva della Chiesa e ne difendevano l’unità, diversamente dai movimenti cosiddetti pauperistici, che si ponevano fuori dal sistema. In quel secolo, il XIII, la Chiesa romana era nel pieno della sua egemonia, che le permetteva di rivendicare con pienezza la primazia formalizzata nel dictatus papae dell’XI secolo, di epoca cioè gregoriana. Senza temere lo scontro con i poteri temporali, a partire da quello imperiale, essa andava ricomponendosi quindi, di volta in volta, di riforma in riforma, di scomunica in scomunica, in un universalismo assolutistico e funzionale. Traeva quindi a sé, approvandone la regula, diversi ordini mendicanti, tra cui i frati minori di Francesco e i domenicani assunsero presto ruoli «strategici». Per la Chiesa di Gregorio IX si trattava in realtà di una risorsa organizzativa su cui puntare, perché montava proprio allora l’invettiva contro i costumi del pontificato romano, ritenuti indecorosi. Era il tempo, ad esempio, in cui dilagava nel sud della Francia l’eresia cataro-albigese, contro cui Gregorio poté mobilitare soprattutto i domenicani. E l’ordine fu presto ristabilito, anche perché proprio allora veniva istituito il tribunale dell’inquisizione proprio in funzione antiereticale. Francesco e il suo movimento in questo quadro costituivano un mondo a sé, nello spirito di una religiosità dal basso che tuttavia permise al sistema ecclesiale di essere al passo con i tempi, più forse di quanto lo fossero alcuni regni potenti. Con l’impegno di questi frati, evangelizzatori e predicatori, la Chiesa di Gregorio IX, di Innocenzo IV e di altri papi poté stabilire relazioni con alterità che si affacciavano, anche in maniera traumatica, alla storia dell’Europa, come, ad esempio, quella mongolo-cinese. E gli esiti in questo caso, come si evince da numerosi rapporti dell’epoca, come quello del francescano Giovanni dal Pian del Carpine, furono molto produttivi. Dal canto suo, Tommaso, il doctor angelicus, che era domenicano, non si accontentava in fondo della fede e interpellava la scienza. Entrambi erano espressione allora di una Chiesa che sotto l’avanzata della steppa mongola, che apriva il mondo come una melagrana, riusciva a leggere i fatti e a restare in un equilibrio quasi perfetto tra le rigidità formali della tradizione e la necessità di misurarsi con i nuovi profili, materiali e politici, della temporalità.

Lei parla degli anni bui dei roghi. il 70-75% dei casi furono donne: si può parlare allora di femminicidio?

Il termine, legato alla realtà attuale, può fornire un’idea, ma non una chiara messa a fuoco, di quel che accadde non nei «secoli bui» ma, si badi bene, nel pieno della modernità. È documentata a sufficienza una violenza lunga e continuata con significative caratterizzazioni di genere, che attraversò il continente con una certa virulenza e con caratteri distinguibili dal XV secolo, quando venne istituita l’Inquisizione di rito spagnolo, al XVIII secolo. Non si può parlare allora di un lascito del medioevo. Ciò avveniva quando in Europa i più potenti regni nazionali, ormai di vocazione imperiale e di proiezione oltreoceanica, e l’ascesa di nuovi ceti sociali, borghesi soprattutto, ponevano argini ormai incontrastabili alle mire universalistiche della Chiesa. Si apriva allora l’età dei grandi scismi della cristianità, della controriforma, del gesuitismo di Ignazio da Lojola e della Congregazione del Santo Uffizio, che rielaborava e radicalizzava le pratiche dell’inquisizione. Era il tempo delle grandi e lunghe guerre di religione, che si sarebbero succedute fino alla metà del XVII secolo, quando venne sottoscritto il trattato di Vestfalia che definiva nuove regole riguardanti le relazioni degli Stati e le differenze religiose. Naturalmente anche nelle aree delle religioni riformate si ebbero fenomeni di «caccia alle streghe». Anche Stati e poteri laici dell’Europa e di altri continenti ne furono a vari livelli coinvolti. L’epicentro è ravvisabile tuttavia nei nuovi orientamenti della Chiesa. Si tratta poi di una fenomenologia complessa, che non manca ancora di zone d’ombra significative in sede storica e antropologica.

Giovanna d’Arco è forse il nome più famoso. Perché questa storia è rimasta così impressa nonostante siano passati secoli?

Gli scenari sono quelli di un Quattrocento europeo scosso e travagliato da tensioni dinastiche e guerre tra nazioni. La vicenda è quella di una giovanissima francese che dava al suo accostamento con il trascendente una forte connotazione politica e militare, di liberazione nazionale. Giovanna d’Arco assunse infatti, con il consenso di Carlo VII, la guida delle armate francesi portandole alla liberazione dell’Orleans e di altre aree del paese già assoggettate all’Inghilterra. Catturata infine dagli Inglesi venne messa al rogo, nel 1431, all’età di appena 19 anni, per eresia e stregoneria, oltre che per il suo abbigliamento maschile e altro, con un processo riconosciuto poi anche ufficialmente come una farsa. Può essere considerata, per tanti versi, una figura emblematica, anzitutto per i modi in cui fu imbastita l’accusa e il tipo condanna inflittale, che introducono un po’ il paradigma di quella che dalla prima modernità sarebbe diventata, appunto, la «caccia alle streghe».

 

 

 

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Semplicemente… Terence Hill

LIBRI

Terence Hill, vero monumento del cinema italiano nonché internazionale

di Francesco Spilabotte
TerenceHill 650 minIl libro “Semplicemente…Terence Hill” è un lavoro nato da un’idea di Cristina Dente, fotografa italo-americana e autrice dell’opera, il cui intento è stato quello di raccogliere da tutto il mondo, diverse testimonianze mediante le lettere rivolte al grande attore, dalle quali emerge l’amore e la stima che il pubblico nutre per Terence Hill, vero monumento e icona del cinema italiano e internazionale. Questo grande progetto ha finalmente visto la luce. Nato nel 2018, ha dato l’opportunità, agli ammiratori ed appassionati di Terence Hill, di spendere parole di affetto e riconoscenza.

Il libro è stato accolto personalmente da Terence Hill, in occasione della prima del suo film “Il mio nome è Thomas”, che si è tenuta a Terni. Il volume, è stato curato da B&T Pictures e Studio di Arti Visive di Alberto Baldisserotto, già creatore con l'attore di “Nella valle del San Joaquin” (graphic novel prequel di “Lo chiamavano Trinità”) e suo collaboratore in altri progetti, basandosi sulla bozza elaborata da Francesco Spilabotte che, tra l’altro, ne ha curato e realizzato la prefazione. Tra le testimonianze provenienti da tutto il mondo, emerge la presenza di Renato Casaro, illustratore di innumerevoli locandine cinematografiche e degli Oliver Onions, (gruppo musicale ed anche autori di diverse colonne sonore dei film di Bud Spencer e Terence Hill).

Il libro, dunque, racchiude una raccolta di pensieri rivolti all’attore e ai personaggi iconici da lui interpretati, tra cui emerge in particolar modo quello di Trinità. Da tutto ciò si viene a delineare inevitabilmente la figura, non solo di un grande attore-regista, ma anche di un uomo che durante la sua vita e la carriera è riuscito a lasciare un segno indelebile, non solo ed esclusivamente in qualità di personaggio pubblico, come immagine da ammirare o emulare, ma anche dal lato umano, personale ed emozionale. Il ricavato del progetto, sarà devoluto a Phoenix Project, una Associazione americana individuata dall’autrice Cristina Dente, dedita al sostegno delle donne vittime di violenza domestica.

Il libro è già da qualche giorno disponibile sul sito ufficiale della casa editrice https://www.festinalenteedizioni.it/. Alle prime 100 prenotazioni, assieme al libro, sarà consegnata anche una speciale cartolina ricordo numerata e realizzata in tiratura limitata, raffigurante un’immagine di Terence Hill in veste di Trinità, tratta dal fumetto prequel di “Lo chiamavano Trinità”.

 

 

 

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Dalla piazza alla libertà. Salvatore Meloni

 

Storia di un carabiniere sardo nella resistenza a Roma

di Diego Prodalla piazza alla libertà 350 minIntervista a Salvatore Meloni autore del libro "Dalla piazza alla libertà. Salvatore Meloni. Storia di un carabiniere sardo nella resistenza a Roma" Carlo Delfino Editore

1) Salvatore, cosa ti ha spinto a raccontare la storia di tuo zio (omonimo) il carabiniere Salvatore Meloni?
Sembrerà scontato, ma il nome in comune è stato probabilmente il motivo principale che mi ha spinto a raccontare questa storia. Mi sono sentito moralmente obbligato anche per colmare un vuoto di conoscenza che mi pareva ingiusto e inaccettabile. Intanto dentro la mia famiglia, che di questo giovane congiunto sapeva davvero pochissimo, soprattutto in relazione alla sua breve esperienza da carabiniere. E poi perché mi aveva colpito il fatto che il suo povero compagno di sventura – il brigadiere Enrico Zuddas – fosse in realtà celebrato e ricordato in solitudine, lasciando nell’ombra la figura di mio zio. Peraltro sullo stesso Zuddas si potrebbe scrivere tantissimo e spero che prima o poi qualche storico possa interessarsi alla figura di questo fulgido patriota sardo al quale è intitolata, a Cagliari, la principale caserma dell’Arma in Sardegna.
Inizialmente immaginavo di realizzare uno stringato lavoro artigianale e più che a un editore serio come Carlo Delfino pensavo a uno “stampatore” che mi consentisse di ricavarne qualche decina di copia ad uso e consumo della famiglia o di qualche conoscente. In realtà, man mano che procedevo nella ricerca, ho maturato la consapevolezza che forse valeva la pena scrivere qualcosa di più rispetto alla mera dimensione personale. Vi sono frammenti sulla storia della Resistenza che non hanno avuto adeguato risalto e, nel piccolo, anch’io ho voluto dare un modesto contributo. Le vicende che hanno riguardato il ruolo dei carabinieri nella lotta per la liberazione dal giogo nazifascista sono davvero poco conosciute, persino dentro l’Arma. Basterebbe parlare con molti carabinieri per averne conferma.
A quel punto il lavoro ha preso decisamente un’altra piega, ovviamente più ampia. Tuttavia ho voluto mantenere il tratto narrativo originario, lasciando che “il nipote raccontasse lo zio” e immaginando sempre, come principali lettori, i miei figli, la mia famiglia e i miei conterranei. In fondo, il libro l’ho scritto soprattutto per loro.

2) Quali sono state le emozioni personali, intime, nel trovare informazioni?
Ogni qualvolta trovavo delle tessere nuove di un mosaico difficile da comporre, mi si apriva oggettivamente un mondo inesplorato e, nel contempo, riattizzava quella voglia di scrivere che si assopiva nell’assenza di prospettiva e nella mancanza di risposte. Di mio zio avevo ben poco, e molte cose erano andate perdute negli anni perché la mia famiglia aveva avuto poca cura nel custodire persino documenti importanti che spesso ho ritrovato per caso. Ha pesato la mia poca esperienza nella ricerca documentale, così come nella scrittura “impegnata”. E questo ha reso certamente più faticoso il lavoro di ricostruzione storica, così come è stato difficile unire i frammenti utili al racconto nella corposa bibliografia sulla Resistenza e, in particolare, sulla resistenza romana. Sono state importanti le testimonianze, di mio padre innanzitutto, e poi di alcune disponibilissime persone originarie di Villanova Monteleone ma dimoranti a Roma che ho conosciuto in circostanze fortuite. Il loro contributo - parlo dei fratelli Antonio e Grazia Daga e del Dott. Eugenio Carboni - è stato fondamentale.

3) Tuo zio fu fatto arrestare dal criminale di guerra Kappler, ma riuscì a scappare. Ci puoi raccontare l'episodio?
L’episodio della cattura e della deportazione dei carabinieri romani, avvenuta il 7 ottobre del 1943, è stata una di quelle vicende che sono passate sottotraccia, nonostante la loro importanza per il dato numerico (si parla di oltre duemila carabinieri) e per le implicazioni che questo evento ebbe nella successiva deportazione degli ebrei dalla Capitale la settimana successiva.
I diversi militi dell’Arma di stanza a Roma, compresi mio zio e l’altro carabiniere villanovese Antonio Piras, vennero catturati nell’ambito di una vera e propria trappola ordita da Kappler, Graziani e dal generale Delfini. Disarmati e concentrati nel maneggio coperto della Legione Allievi, vennero poi trasferiti presso le stazioni Trastevere e Ostiense e rinchiusi nei treni. Salvatore Meloni e Antonio Piras riuscirono a saltare da uno dei vagoni diretti in Germania e dopo alcuni giorni da sbandati nella zona della Garbatella, trovarono rifugio presso disponibili conterranei. In quei giorni molti ufficiali e carabinieri, tra i quali mio zio e Piras, si adoperarono per organizzare diverse bande clandestine composte da carabinieri alla macchia che confluirono quasi tutte all’interno della “Banda Caruso”, così chiamata perché aveva come figura apicale il vecchio generale Filippo Caruso.
Questa formazione venne incardinata nel Fronte Militare Clandestino della Resistenza, nato su impulso della Corona grazie al contributo del colonnello Montezemolo. L’obiettivo di queste bande “monarchiche” era quella di adoperarsi per liberare la Capitale ma anche quello di salvaguardare all’atto della liberazione l’ordine pubblico e le prerogative della compromessa corona sabauda, cosa che le poneva in conflitto con il CLN. Tuttavia fu proprio la faticosa collaborazione con le formazioni “partitiche” che consentì di ottenere risultati importanti in chiave antitedesca e antifascista. Roma era “una città esplosiva”, per dirla con Kesserling, insicura per i nazisti che la occupavano pesantemente coadiuvati dalla succube struttura della RSI. I questo quadro i carabinieri alla macchia, come mio zio, erano in costante pericolo. Ma i tedeschi e i fascisti mal sopportavano per la loro scarsa affidabilità anche quelli che rimasero nei ranghi della GNR, formazione che di fatto sostituì la disciolta arma dei Carabineri Reali nel nuovo stato repubblichino.

4) Il suo sacrificio è si un atto eroico ma anche un atto d'amore verso la propria patria. Perché oggi proprio la parola "patria" è così logorata per interessi politici dalla destra?
La domanda me la sono posta anch’io in diverse occasioni. Purtroppo in questo hanno giocato molto – a mio parere – le vulgate della destra sull’otto settembre del ‘43 e il repentino cambio di campo del governo italiano e della Corona. Il rovesciamento delle alleanze avrebbe determinato – a loro dire - una sorta di tradimento non solo nei confronti dei tedeschi ma anche della stessa patria. E che i “repubblichini”, in fondo, avessero restituito all’Italia l’onore perduto. Sappiamo che l’onore perduto, dopo la vergogna fascista, fu in realtà ristabilito dalla Resistenza, alla quale parteciparono idealità molto diverse, compresa quella “monarchica” della quale facevano parte i carabinieri.
Lo sdoganamento progressivo del fascismo a partire dagli anni novanta e il parallelo attacco verso la Resistenza identificata quasi esclusivamente con la sinistra e soprattutto con i comunisti, in questo senso ha prodotto danni significativi nella pubblica opinione. La stessa sinistra, nel malinteso senso dato all’internazionalismo socialista, ha contribuito a ridurre il concetto di patria con il nazionalismo storico e a non considerare che, in fondo, la democrazia nasce e si sviluppa nell’età contemporanea soprattutto all’interno dei confini nazionali in relazione a pacifici rapporti con altre entità statuali. Ancora oggi, nella sinistra italiana, si esagera nel dare una connotazione negativa al termine “sovranismo” che andrebbe invece declinato senza eccessi lessicali e interpretativi. Il fatto che la stessa rivista nazionale dell’ANPI si chiami “Patria Indipendente”, può suggerirci che le parole possono divenire parolacce quando le dipingiamo sempre con un colore scuro.
Le strumentalizzazioni, naturalmente, sono sempre dietro l’angolo: in questi giorni, la tanto discussa “Giornata del Ricordo”, ci fa capire quanto singoli e tragici episodi del Novecento possano essere oggetto di distorte letture in chiave nazionalista e revanscista e di racconti parziali e senza contesto da parte di una destra che gioca – va detto – con ampie sponde nel campo avversario. E qui, i termine Patria ci ricorda molto del ventennio.

5) Salvatore Meloni come viene ricordato a Villanova Monteleone?
Prima che mi occupassi della figura di questo giovane carabiniere partigiano, l’unica traccia visibile in paese era il nome scritto nel monumento ai caduti che sovrasta la piazza antistante la chiesa parrocchiale. Grazie alle mie sollecitazioni, alla sensibilità dimostrata dall’amministrazione comunale guidata da mio fratello Quirico, dai carabinieri della locale stazione e, in particolare, dal maresciallo Giancarlo Martinez, si è arrivati all’intitolazione della caserma con una solenne e partecipata cerimonia il 22 giugno del 2019. Quell’evento, così come la pubblicazione del mio libro, hanno contribuito tantissimo a rendere edotti i miei concittadini del profilo di questo giovane figlio di Villanova Monteleone fino ad allora praticamente sconosciuto.

6) A chi è rivolto questo saggio e cosa vuole trasmettere?
Intanto ci tengo a fare una precisazione: il volume andrebbe definito come un racconto più che come un saggio o un libro di storia che sono lavori di competenza degli storici. Immaginando il profilo dei possibili lettori ma anche consapevole di quello dello scrittore, ho voluto mantenere un tratto narrativo semplice e diretto, non eccessivamente ricco di dettagli e notazioni per evitare appesantimenti inutili.
Ho scritto pensando soprattutto ai miei bambini Alessio e Maira e a mio padre Giovanni. È a loro, infatti, che ho dedicato il libro. Ai primi con l’idea che difficilmente potranno esimersi, un domani, dal leggere un testo scritto da un loro genitore e con la lettura conoscere meglio lui, quello che racconta e i valori di democrazia e libertà che ha voluto trasmettere. Al secondo, recentemente scomparso, ho voluto fargli sapere fatti che ignorava sulla vita di un fratello amato.
Ma non nascondo che mentre procedevo nel lavoro ho pensato anche ai tanti carabinieri oggi in servizio che semplicemente ignorano questo pezzo glorioso di storia dell’Arma e ai non pochissimi, purtroppo, che esaltano improvvidamente il fascismo e il suo capo. Non sapendo che, semplicemente, il fascismo e il duce disprezzavano i carabinieri e finirono per deportarli in terra tedesca. Infine, come si evince anche dalla prima parte del lavoro, il libro l’ho scritto per i miei concittadini, perché è da Villanova Monteleone che parte la vicenda umana di Salvatore Meloni. Ma, naturalmente, un libro si scrive per tutti. Pochi o molti lettori. Con la speranza che abbia sempre qualcosa da dire.

 

 

 

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La gentilezza è sovversiva

 AUTORI E LORO OPERE

"quando pratichiamo consapevolmente la gentilezza ci affermiamo come individui"

di Filippo Cannizzo*
Filippo.Cannizzo 370b minUltimamente, prendendo in mano il tablet, quando collegandomi ad internet dal pc oppure mentre scorro lo schermo del mio smartphone, mi sono accorto che, proprio nel momento storico in cui le nuove tecnologie sembrano poterci collegare con tutto il mondo, come e quando vogliamo, la realtà mi parla del contrario.

La frenesia della vita quotidiana crea un distacco che ci porta a sviluppare chiusura e diffidenza, allontanandoci ulteriormente da quella connessione emotiva a cui la gentilezza può riportarci. Infatti, al giorno d’oggi la gentilezza viene presentata come una peculiarità dei perdenti, di chi non sa imporsi e difendere la proprie ragioni con forza. È facile convincersi che il mondo sia diviso in “vincenti” e “perdenti”, e della necessità di dover essere sempre prevenuti nei confronti dell’altra persona perché il rischio di essere sopraffatti, di subire ingiustizia, ci viene presentato come incombente.

Ogni giorno, in questo stato di costante vulnerabilità in cui viviamo, al contempo vigile e preoccupata, ogni gesto di gentilezza ci appare come un rischio, che espone alla possibilità di essere danneggiati. Eppure, la pratica della gentilezza è uno degli antidoti a questa situazione perché rappresenta una presa di distanza critica da quei disvalori quali l’odio, la violenza, l’ignoranza, la rabbia Possiamo quasi dire che la gentilezza sia l’esercizio consapevole di una protesta, è il rifiuto della riduzione delle relazioni umane al modello delle relazioni con le cose.

Dunque, quando pratichiamo consapevolmente la gentilezza ci affermiamo come individui, ciascuno come una persona che, pur potendo non essere gentile, ha compiuto una scelta: ha scelto di essere gentile in un mondo che fondamentalmente non lo è. In un certo qual modo, la gentilezza è un comportamento sovversivo: nel momento in cui questa società mostra di fondarsi su (pseudo) valori opposti (la fretta, l’arroganza, la prepotenza, il cinismo, l’aggressività), gentilezza significa prendersi la responsabilità delle proprie azioni, del proprio essere al mondo, del proprio essere umani. Gentilezza che si manifesta nel rispetto dell’ambiente, della vita, dei beni pubblici.

Praticare gentilezza, in maniera libera in quanto libertà è anche responsabilità, rappresenta un atto quasi rivoluzionario. Noi siamo sempre liberi di agire con gentilezza, liberi di dare o negare, di aiutare oppure ostacolare. In qualsiasi momento della nostra vita conserviamo la libertà di scegliere come agire, parlare, pensare. La gentilezza è quel sentimento che ci permette di compiere le scelte più giuste, la capacità di compiere scelte sociali, dando vita ad atti di umanità, riconoscendoci e trattandoci reciprocamente con gentilezza: una società giusta non può fondarsi sulla forza o sulla violenza, ma sulla gentilezza!

*Filippo Cannizzo è autore do "Lacrime di gentilezza. Lacrime di gentilezza. Sulle tracce della bellezza per una (ri)generazione umana" e "Briciole di bellezza. Dialoghi di speranza per il futuro del Bel Paese"
 
Articolo pubblicato anche su "la Repubblica" di domenica 22 agosto 2021 nella rubrica "Invece Concita. Il luogo delle vostre storie"

 

 

 

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Presentazione di "Forte e robusta"

 PRESENTAZIONE ONLINE

Presentazione Dorte e Robusta min

 

 Il 18 giugno 2021 alla ore 18,00

Ne hanno discusso con l'autore
Michele Prospero, Filosofo
Pasqualina Napoletano, già Parlamentare europea

Ha moderato
Alex Höbel

 

 

UN DIBATTITO CHE LASCIA COSE DA RICORDARE VALUTARE E APPRENDERE

 

   

 

 

 

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Il gatto catturacarezze

“Il gatto catturacarezze", è un libro per bambini, pubblicato da Gattomerlino edizioni, www.gattomerlino.it. L'autrice Anna Elisa De Santis* così lo presenta: l'ho scritto per i bambini e il loro mondo magico e sincero.

Il gatto catturacarezze Copertina 700 min

 

dal libro

«Un giro grande per il cielo della città, sui tetti dei palazzi illuminati solo dalle insegne della pubblicità, sulle piazze dai monumenti infreddoliti.
"Il mio asilo!" gridò Valerio quando passarono sul fabbricato rosa e celeste, ma si sbracciò tanto da rischiare di cadere.«Stringiti alla mia schiena!» gli urlò Mapo.»

 

Il libro di 72 pagine, costa: € 16,00 e chi vuole può acquistarlo anche dal link che segue: https://www.gattomerlino.it/bookstore/libri-bookstore-mainmenu/catturacarezze-libro

*Anna Elisa De Santis è Avvocata e risiede a Ceccano, in provicia di Frosinone

 

 

 

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Le stelle di Lampedusa di Pietro Bartolo

“Mi piace pensare che le stelle di Lampedusa siano lì per proteggere le migliaia di bambini che ogni giorno devono affrontare viaggi disperati come quello di Anila".

pietro bartolo 390 mindi Rossana Germani* - Anila, naturalmente, è un nome di fantasia ma la sua storia è vera. Una bambina nigeriana che da sola ha deciso di affrontare un viaggio lunghissimo fino a ritrovarsi su quella nave tra quei naufraghi sconosciuti. Una bambina di circa dieci anni, sola, che decide di partire per cercare la sua mamma schiava di un rito vudù e della prostituzione che l'avrebbe liberata da quel rito e dal debito contratto per assicurarsi il viaggio in Europa.

Se questa è una donna
Se questa è una bambina
Se questi sono uomini che per sete di denaro o puro piacere personale umiliano il corpo delle bambine, delle ragazze, delle donne.

Ad ogni visita in quell'ambulatorio lui sperava di non trovarle abusate, almeno le bambine, invece ne aveva sempre la conferma.
Anche Anila era stata vittima di violenze ma ora che era arrivata in Europa voleva dimenticare. Pensava che una volta sbarcata a Lampedusa avrebbe subito riabbracciato la sua mamma che non vedeva da più di 8 anni.

Per realizzare il suo sogno quasi impossibile, il dottor Bartolo fece di tutto. Aggiungendo le cifre mancanti e trovando la giusta combinazione, forse al cinquantesimo tentativo riuscì a ricostruire quel numero di telefono che la bambina ricordava solo a metà e trovò finalmente la madre. Stava in Francia, a Marsiglia, presa in cura da assistenti sociali che la stavano liberando da quel brutto giro di prostituzione in cui era finita.
Pensava che nel giro di pochi giorni la piccola Anila avrebbe riabbracciato mamma Carla ma dovette fare i conti con la burocrazia che portò la piccola a vivere un'altra odissea, più paradossale, meno violenta, ma sempre dolorosa, tanto da farle tentare più volte il suicidio. Sì, una bambina di dieci anni che tenta il suicidio è difficile da immaginare. È il risultato di una società gravemente malata.

Tra un viaggio e l’altro , chiedendo aiuto a qualche “potente” tra i quali Papa Francesco e il Presidente Mattarella, per cercare sbloccare la pratica di ricongiungimento, Bartolo, nel suo libro, racconta se stesso e quella che ormai è diventata la sua vita totalmente dedicata agli altri, a quei poveri “Cristi”. Trascurando gli affetti familiari passa tutti i suoi giorni tra il poliambulatorio e il molo Favaloro e, nel tempo libero, va in giro per il mondo a portare la sua testimonianza.leStellediLampedusa 350 min

Ha fatto e continua a fare convegni e incontri dappertutto per mostrare tutte quelle atrocità. Quelle atrocità che ha documentato e salvato in una pennetta usb e che mostra ogni volta che gli è possibile farlo, sbattendo in faccia la verità a chi si ostina a parlare con superficialità di numeri e di quote da "redistribuire" o rinviare come fossero merce scadente, scaduta o avariata. Ci racconta che, nel 2017, in quella riunione a Malta dei vertici Europei - in cui anche lui, in qualità di dirigente medico del poliambulatorio di Lampedusa, era stato invitato a partecipare - irritato, deluso e stanco di sentir parlare solo di quote o numeri da spartire, interrompe il potente di turno, che stava parlando con un distacco sovrumano e, invitandolo a girarsi verso la finestra per riportarlo alla realtà, pronuncia con fermezza queste parole: "guardi là...Dottore, sono certo che se guarda bene, tra le onde, il cadavere di qualche bambino lo trova sicuramente. E se non c'è, le basterà aspettare qualche secondo. Vedrà che arriverà".

E poi fa partire quelle immagini shock di ragazzi scuoiati dalle lame degli aguzzini libici di uomini mutilati dei genitali per un perverso gioco dei secondini, donne e bambine violentate, bambini abusati.

“Ho dovuto fare cose terribili, cose a cui non ti abitui mai, e che ti perseguitano la notte negli incubi. Ho sempre paura quando mi appresto a fare un'ispezione cadaverica: piango, vomito, ma solo facendola posso capire, conoscere la storia di quelle povere salme e restituire loro dignità”.

“Quelli che hanno firmato quegli accordi forse non lo sanno davvero cosa sta succedendo lì. Forse non si rendono conto di ciò che stanno autorizzando. Ma io sì, io lo so perfettamente. Perché io ho visto, io ho ascoltato i racconti di chi è stato nei centri di detenzione...e non riesco a darmi pace. Sono simili ai campi di concentramento costruiti in Europa".

Alla fine delle immagini nessuno ha avuto più il coraggio di guardarlo negli occhi fingendosi impegnati tutti a fare qualcosa di necessario su quel tavolo pieno di scartoffie riempite di parole e numeri senza cuore.

A metà tra un romanzo di formazione e un documentario, "Le stelle di Lampedusa" è un'ottima fonte di informazione per capire bene cosa c'è dietro il fenomeno della migrazione umana e cosa devono subire molte persone, tra le quali anche bambini, prima di provare a salpare per l'Europa. E, una volta arrivati, se fortunati, a toccare il primo pezzo d'Europa in quell'isola nel mediterraneo, ci mostra come sia lenta e crudele a volte la burocrazia.

Ecco, leggendo questo libro si capisce l'importanza di essere testimoni per non far crescere l'indifferenza o, peggio, la resistenza verso il fenomeno migratorio che sta interessando la nostra epoca e al quale l’Europa tutta deve trovare, in un'ottica lungimirante, una soluzione civile e umana.

 

*Rossana Germani fa parte della redazione di CiesseMagazine e per essa cura anche la rubrica di cultura, libri e poesia.
Pubblicato sul n° 15 di CiesseMagazine

 

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Ugo Forno: Il partigiano bambino

Libri di Diego

UGO FORNO 350 minAutore: Felice Cipriani

Editore: DIarkos

Questa è la storia di Ugo Forno, giovane studente romano che il 5 giugno del 1944, mentre Roma festeggiava la liberazione dall'occupazione nazifascista, si mobilitava con altri giovani per impedire a soldati tedeschi di distruggere il ponte sull'Aniene, essenziale per permettere l'avanzata degli Alleati. Egli, di appena dodici anni, assieme ai suoi compagni, predispose l'azione con le armi per impedire che i sabotatori portassero a compimento l'azione. Ciò che più colpisce nell'ultimo giorno di Ugo Forno è la perfetta comprensione dell'importanza e la presa di coscienza del momento storico che stava vivendo, e di cui diventa straordinario protagonista senza un attimo di esitazione. Se la capitale d'Italia venne liberata dall'occupazione nazista lo si deve quindi anche al puro eroismo di un ragazzo di dodici anni. In tempi in cui l'immaginario dei ragazzi si nutre di realtà virtuali e di fiction, la storia di Ugo rappresenta una testimonianza di vita e di morte autentiche. Un dono prezioso, per una autentica crescita civile delle nuove generazioni.

 

 

 

 

 

 

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La morte del PCI

Libri

La Morte del PCIdi Guido Liguori - Nell’autunno 1989 Achille Occhetto annunciava alla Bolognina la volontà di porre fine alla pluridecennale esperienza del Partito comunista italiano per dar vita a una nuova formazione politica. Per molte e molti fu un fulmine a ciel sereno, la lacerazione improvvisa di una comunità che aveva avuto un posto importante nella vita di moltissimi militanti. Si trattava in realtà del culmine di un processo che sottotraccia covava da tempo (soprattutto dalla morte di Enrico Berlinguer), attraverso cambiamenti politici e culturali molecolari. Questo libro indaga, quasi come una inchiesta poliziesca, gli elementi, gli indizi, che prepararono e determinarono la «morte del Pci», soprattutto a partire dalla nomina a segretario di Occhetto, nel 1988. E le vicende che seguirono alla Bolognina, le discussioni, le polemiche, gli avvenimenti che si susseguirono per oltre un anno, fino a quando il XX congresso del Partito non decise di ratificare definitivamente la proposta del segretario.

Iniziò così, con la fine del Pci, la trasformazione (oggi lo possiamo dire: in peggio) di tutto il sistema politica italiano. Si accentuarono in modo catastrofico fenomeni già in atto. Dal tramonto del partito di massa alla crescente irrilevanza del Parlamento, dall’importanza sempre più accentuata del leaderismo, della comunicazione semplificata e superficiale della politica, alla diminuzione della partecipazione e dei votanti. Soprattutto iniziava con la fine del Partito comunista italiano la sempre minor presenza e rilevanza degli interessi operai, della voce dei lavoratori, nel dibattito pubblico e nella lotta per la difesa degli interessi collettivi.

Le radici di molte di queste trasformazioni sono registrate nel dibattito che accompagnò la «morte del Pci». Il revisionismo storiografico e ideologico viene ricostruito qui in molte delle sue tappe: dalla nuova lettura “filogirondina” della Rivoluzione francese e dalla relativizzazione della Rivoluzione d’Ottobre alla presa di distanze verso l’eredità di Togliatti, dall’accantonamento del ruolo e della statura di Gramsci alla ricerca di nuovi numi tutelati (Rosselli, Silone), di altre tradizioni, di altri autori di riferimento.

Con la morte del Pci, infatti veniva meno una lettura della società basata sulla lotta delle classi contrapposte, si assumeva l’individuo e i diritti individuali come il riferimento teorico e politico del principale partito della sinistra italiana. Che così presto divenne una «sinistra invertebrata», condannandosi a una progressiva impotenza.

Tutto questo era stato previsto e denunciato dai politici e dagli intellettuali che si contrapposero a Occhetto. Il variegato «fronte del NO» composto da Natta e Ingrao, Tortorella e Cossutta, Chiarante e Lucio Magri non seppe proporre una alternativa unitaria allo scioglimento del Partito, ma vide con largo anticipo che la rimozione della propria storia e del proprio nome avrebbe portato il più grande Partito comunista dell’Occidente alla progressiva irrilevanza: un partito radicale di massa che inevitabilmente doveva perdere il sostegno delle masse, la fiducia dei lavoratori, la militanza appassionata di tante e tanti che avevano dato tempo energie e risorse alla costruzione di una impresa collettiva: la costruzione di una società più giusta e solidale. Col Pci tutto ciò moriva e per molto tempo era destinato a non rinascere.

Ma il mondo ha ancora bisogno di socialismo. Di fronte alle contraddizioni e agli squilibri sempre più forti, solo una via alternativa e diversa da quella capitalistica può ridare speranza e creare una «volontà collettiva». Occorre crederci, e tentare ancora. Anche a partire da quelle che sono state le idee-guida del Pci, che questo libro riassume con chiarezza e vuole rilanciare al pubblico odierno: conservare la memoria di un grande passato è passaggio fondamentale per ricostruire il futuro in modo diverso.

 

Guido Liguori insegna Storia del pensiero politico contemporaneo presso l'Università della Calabria, è presidente della International Gramsci Society Italia (IGS Italia) e capo-redattore della rivista di cultura politica Critica marxista. E' tra i fondatori di Futura Umanità, Associazione per la Memoria e la Storia del Pci.

 

La Morte del PCI, Bordeaux Edizioni, prezzo di copertina € 11,90. Dal link che segue si può acquistare il libro

https://www.bordeauxedizioni.it/prodotto/la-morte-del-pci/

 

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