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Abita a Washington un nuovo papa anziano, cattolico, bianco di carnagione, animato da ottimi propositi?

DAL MONDO

HABEMUS PAPAM. Abbiamo un nuovo papa? No, tranquilli...

C’è un unico campo in cui il presidente americano può effettivamente essere considerato l’uomo più potente della terra: quello militare. In quanto comandante in capo delle forze armate il presidente può, a sua totale discrezione, fare la guerra a chicchessia e per qualunque motivo, bombardare, inviare soldati e droni killer in qualunque luogo del pianeta, con l’unico vincolo di informare il Congresso e di ottenerne l’autorizzazione dopo tre mesi

di Stefano Rizzo, americanista
ok biden a Varsavia bambini e profughi 400 minHABEMUS PAPAM. ABBIAMO un nuovo papa. No, tranquilli, quello che c’è è in discreta salute e gli auguriamo ancora cento e cento anni di vita. Il papa nuovo è un altro, ma ha con lui molte cose in comune: è anziano, cattolico, bianco di carnagione e animato da ottimi propositi. Non c’è evento tragico al mondo — stragi, guerre, carestie, pestilenze, sparatorie, povertà — che non provochi in lui sentimenti di commozione e di condanna, accorate esortazioni a porre fine al male sulla terra. Sono tutti e due brave persone, ognuno a modo suo a capo della vasta comunità che si riconosce in lui. Viaggiano, lavorano indefessamente, stringono le mani dei fedeli, accarezzano i bambini, confortano gli afflitti e redarguiscono i reprobi.

Il papa vero sta a Roma, l’altro a Washington. L’avete capito: si tratta di Joe Biden, il presidente degli Stati Uniti, l’uomo più potente della terra. Solo che non si direbbe. Sta lì nella sua casa bianca ormai da un anno e mezzo; da quel pulpito ha detto tante cose importanti, del tipo: “mai più una guerra in cui non siano in gioco la sicurezza o gli interessi vitali degli Stati Uniti”, oppure: “basta con le stragi di innocenti provocate dalla lobby delle armi”, o ancora (davanti ai disgraziati presi a frustate da armigeri a cavallo per ricacciarli oltre confine): “noi non siamo così, è una vergogna inaccettabile trattare in questo modo degli esseri umani”. E tante altre belle cose tutte condivisibili.

Il problema è che le parole sono state tante, ma i fatti pochi o nessuno. Aveva iniziato il mandato promettendo che avrebbeangela bambina honduregna è in lacrime e ha lo sguardo rivolto alla madre perquisita da un agente della polizia di frontiera la foto è stata scattata John Moore in Texas il 12 giugno 2018 400 min messo sotto controllo la pandemia di Covid dopo la sciagurata gestione del suo predecessore, ma le vaccinazioni languono (67 per cento della popolazione sopra i 65 anni) e l’epidemia continua a provocare ogni giorno 300 vittime e 29.000 ricoveri.

Aveva promesso un piano di investimenti infrastrutturali e uno ancora più ambizioso di “investimenti” sociali — nella scuola, nella sanità, negli asili nido, nei permessi parentali, negli aiuti ai più bisognosi, nel salario minimo, ecc. Il primo piano per costruire ponti e autostrade è stato approvato. Il secondo per aiutare la gente e migliorare la qualità della vita si è perso nei meandri del Congresso. Aveva giurato e spergiurato che sarebbe stato approvato entro dicembre, ma non se ne è fatto nulla.

Aveva promesso che mai più si sarebbero viste le indecenti scene contro i migranti al confine, ma a tutt’oggi non solo non è stata approvata la generale riforma dell’immigrazione (promessa da tutti i presidenti da più di venti anni), ma non è neppure stata abolita la clausola di emergenza sanitaria (titolo 42) con cui Trump era riuscito a bloccare l’ingresso di anche un solo migrante nel paese.

Aveva promesso che finalmente, dopo almeno tre legislature a vuoto, sarebbe stata approvata una riforma della legge elettorale che rendesse più facile votare, che limitasse gli enormi finanziamenti alla politica (con cui le lobby di fatto si comprano i deputati) e abolito le discriminazioni contro le minoranze di colore. La “Legge per il popolo”, si chiamava e non se ne è fatto nulla.

Intanto è arrivata un’inflazione galoppante, oltre l’8 per cento, che colpisce soprattutto i ceti più poveri. Biden si è commosso,Manifestazione in Texas per chiedere la limitazione nel commercio delle armi da guerra ai civili italialibera.online 400 min ha mostrato “empatia” (tratto caratteriale che gli viene universalmente riconosciuto) per i bisognosi, ma in buona sostanza è rimasto a guardare sostenendo che si trattava di un fenomeno congiunturale provocato dalla ripresa post-Covid e che sarebbe presto rientrato. Siamo a metà anno ed è cresciuto.

Non parliamo della limitazione delle armi, da sempre suo cavallo di battaglia, grazie al quale in occasione di ogni nuova strage può esprimere la sua “vicinanza” alle vittime accompagnata da (vere e convinte) lacrime sue e della moglie (anche lei molto empatica). Non ne parliamo perché non c’è nulla da dire. Dopo la 242° strage dall’inizio dell’anno si aspetta soltanto la 243° tra un paio di giorni.

Cosa dobbiamo concludere? Che Biden è un ipocrita, un politico come tanti che promette e non mantiene, che dice ma non crede a quello che afferma? Niente di tutto questo. Biden è un uomo onesto e di buoni sentimenti, solo che — al pari del suo omologo a Roma — ha il potere di condannare e di commiserare, ma non di cambiare le cose. Forse qualcosa in più la poteva fare, ma nella buona sostanza quello che non ha fatto è perché non ha potuto farlo.

Ma davvero, l’uomo più potente dell’Occidente, anzi del mondo sarebbe impotente? Proprio così. Che ne dite di un capo di stato e di governo che, non avendo una maggioranza che lo sostiene in entrambi i rami del parlamento, non è in grado di realizzare il suo programma di governo, cioè di mantenere le sue promesse elettorali? Che deve fare i conti con l’ostruzionismo dell’opposizione che al senato blocca qualunque legge, e in sovrappiù deve fare i conti con due o tre suoi compagni di partito che in ogni caso non sono disposti a votare i suoi provvedimenti?

Che ne dite di un sistema istituzionale in cui nove giudici nominati a vita (a vita!), di cui quattro dal suo predecessore, possono abolire diritti consolidati da quasi cinquant’anni, come la libertà delle donne di abortire? O di un sistema federale in cui ogni singolo stato a seconda del partito che lo controlla decide per conto proprio su questioni come le leggi elettorali, il porto delle armi, i diritti individuali (tra cui l’aborto, ma non solo)? Di un paese colpito da tre epidemie allo stesso tempo — quella di Covid, quella delle armi da fuoco e quella degli oppioidi — che provocano centinai di migliaia di vittime all’anno senza che il problema venga non dico risolto, ma anche solo affrontato decentemente?

Che dire di un popolo che elegge il suo presidente per quattro anni, ma non gli dà la maggioranza per governare, lui non può fare quasi nulla e di conseguenza loro si sentono traditi cosicché alle elezioni successive gli tolgono anche il poco potere che ha e lo fanno diventare un’ “anatra zoppa” che vivacchierà per altri due anni fino alla fine del mandato?

È il paese del vorrei ma non posso, dell’empatia, delle lacrime, delle veglie con le candeline, dove nulla cambia. Dove nulla può cambiare perché gli Stati Uniti sono la più grande democrazia del mondo, fieri della loro bellissima Costituzione, cosicché anno dopo anno, presidente dopo presidente, vanno avanti nella paralisi e nella contrapposizione crescente, il cui unico sbocco sembra essere — potrebbe essere — una crisi catastrofica di sistema di cui si sono viste le prime avvisaglie il 6 gennaio 2021.

P.S. Mi devo correggere: c’è un unico campo in cui il presidente americano può effettivamente essere considerato l’uomo piùbergoglio biden 400 min potente della terra: quello militare. In quanto comandante in capo delle forze armate il presidente può, a sua totale discrezione, fare la guerra a chicchessia e per qualunque motivo, bombardare, inviare soldati e droni killer in qualunque luogo del pianeta, con l’unico vincolo di informare il Congresso e di ottenerne l’autorizzazione dopo tre mesi. Ma naturalmente non ha bisogno di alcuna autorizzazione per condurre guerre fantasma con “istruttori”, contractors o corpi speciali dislocati nelle centinaia di basi militari all’estero, per organizzare blocchi navali, embargo, disporre sanzioni economiche, catturare presunti colpevoli e rinchiuderli in prigioni segrete di paesi compiacenti; e infine per inviare, premendo al contempo sugli alleati perché facciano altrettanto, enormi quantitativi di armamenti, carri armati, missili, aerei, elicotteri tolti dall’immensa panoplia di distruzione e di morte che le sue sempre più ingegnose industrie belliche producono in abbondanza.

Forse, pensandoci bene, l’analogia con papa Francesco è del tutto fuori luogo.

9 Giugno 2022 ©italialibera.online RIPRODUZIONE RISERVATA

 

 

 

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Inaugurato il nuovo centro servizi UIL a Pontecorvo

SINDACATI

La Uil vuole creare dei punti di riferimento per i cittadini e le cittadine

UIL fotozoom minÈ stato inaugurato venerdì scorso il centro servizi Uil di Pontecorvo. Da qualche giorno gli uffici della cittadina in provincia di Frosinone sono a disposizione delle donne e degli uomini per assistenza fiscale completa. Nei locali di via Sant’Antonio 4, personale qualificato sarà a disposizione tutti i giorni per chi avrà bisogno di assistenza per domande, ricostruzione e calcolo delle pensioni, per l’indennità di disoccupazione, per le domande di invalidità, per le dichiarazioni dei redditi. Non solo. Aiuto concreto anche per i contratti di locazione, per le domande di successione, per il reddito e alla pensione di cittadinanza.

L’obiettivo dichiarato della Uil è di fare delle nostre sedi dei punti di riferimento per i cittadini e le cittadine. Non a caso anche nei giorni duri del lockdown i nostri operatori hanno lavorato per far sentire meno sole migliaia di persone riproponendo e praticando ogni giorno solidarietà, inclusione, equità e pari opportunità. Adesso che l’emergenza sanitaria sembra definitivamente alle spalle, rinnoviamo questo impegno con azioni concrete, radicandoci ancora di più sul territorio.

Al taglio del nastro sono intervenuti il sindaco Anselmo Rotondo, la segretaria generale della UIL di Frosinone Anita Tarquini, il segretario generale della Uil del Lazio Alberto Civica e il segretario organizzativo Uil Lazio Carmelo Prestileo.

 

 

 

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SPI-Cgil presenta al Presidente Pompeo il nuovo libro di Fabi e Loffredi

LIBRI

"Cronache popolari di lotte, successi e sconfitte. Ciociaria 1919-1922"

Pompeo Loffredi 400 minLo Spi CGIL di Frosinone Latina, continua ad essere protagonista delle battaglie per migliorare la vita delle persone anziane e di quelle più bisognose o in difficoltà, ed, insieme alla CGIL, sostiene l'occupazione e il lavoro di qualità correttamente retribuita. È impegnato ed ha esteso la propria attività nella ricerca storica e culturale nei comuni. Infatti, dopo il libro presentato a Cassino sul "dopo guerra nel Lazio meridionale" e altre pubblicazioni storiche, oggi in occasione dei 100 anni dalla dolorosa conquista del potere da parte del regime fascista, pubblica una ricerca riguardante il nostro territorio dal titolo "Cronache popolari di lotte, successi e sconfitte-Ciociaria 1919- 1922", scritto da Lucia Fabi e Angelino Loffredi.

Si tratta di un lavoro che mette in evidenza gli accadimenti di quegli anni caratterizzati da una grande mobilitazione popolare, di resitenza, di successi e di conquiste ma anche di errori, di sottovalutazioni e sconfitte, anni sinteticamente individuati come quelli del Biennio Rosso e del Biennio Nero.

Una delegazione sindacale composta da Beatrice Moretti e Guido Tornassi, insieme agli autori della pubblicazione Lucia Fabi e Angelino Loffredi, ha consegnato la prima copia nelle mani del Presidente della Provincia, Antonio Pompeo, il quale ha calorosamente ringraziato dichiarandosi molto lusingato per tale apprezzamento.spi cgil bandiera 225

L'incontro ha permesso di sviluppare anche una discussione riguardante la condizione economiche-sociali della nostra Provincia, convenendo con la necessità, in questo delicato momento che stiamo attraversando, di fare squadra per migliorare la vita delle famiglie del nostro Territorio.

Il Presidente della Provincia ha altresì apprezzato la scelta del sindacato di invitarlo alla presentazione del libro che avverrà, insieme agli autori Lucia Fabi e Angelino Loffredi, lo storico Maurizio Federico, l'avvocato Domenico Marzi, i sindacalisti Guido Tornassi, Beatrice Moretti, Giovanni Agostino Gioia, coordinati dalla giornalista Marina Testa, lunedì 30 maggio, alle ore 10.00 presso la sala del consiglio provinciale di Piazza Gramsci.

La segreteria
Frosinone, 27 maggio 2022

 

 

 

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Salvatore Cicciarelli sarà il nuovo Direttore Sportivo del Ceccano

CECCANO CALCIO

E' il primo annuncio del sodalizio rossoblù

di Valentino Bettinelli*
CeccanoCalcio 400 minIl Ceccano Calcio 1920, già protagonista di un’ottima stagione in questo campionato di promozione, mette in cantiere la prossima stagione con largo anticipo. Il primo annuncio del sodalizio rossoblù è quello dell’incarico affidato a Salvatore Cicciarelli, che sarà il nuovo Direttore Sportivo del Ceccano.

L’ufficialità arriva con una dichiarazione del Presidente Gianluca Masi. “Non posso che esprimere gratitudine a Salvatore Cicciarelli per aver accettato il nuovo incarico di DS con tanto entusiasmo” - esordisce Masi. “C’è grande soddisfazione perché Salvatore è una persona di grandi doti umane oltre che di esperienza nel calcio. Nei campionati precedenti ha svolto nel migliore di modo la carica di Team Manager stando sempre vicino alla squadra ed al mister, con i quali ha creato un fantastico rapporto. È l’uomo giusto al posto giusto, abbiamo posto un altro tassello che contribuirà a rendere ancora più forte e coesa la compagine sociale in funzione del progetto di crescita e rafforzamento che stiamo perseguendo. A Salvatore il mio personale in bocca al lupo, nella certezza che contribuirà in maniera decisiva alla crescita del Ceccano Calcio”.

Il nuovo DS Cicciarelli si dichiara entusiasta e pronto a dare il massimo in questo nuovo ruolo. “Non posso che esprimere il mio ringraziamento al Presidente Masi per la fiducia accordatami e per il nuovo ruolo” - dichiara Cicciarelli. - “Negli anni passati penso di aver svolto un buon lavoro come team manager, facendo da collante tra i calciatori, lo staff tecnico e la società. Un pensiero proprio per i calciatori che, pur essendo dilettanti, hanno dimostrato professionalità in campo e fuori. Dopo il termine del campionato, con la speranza di raggiungere il nostro obiettivo di conservare il secondo posto in classifica, attendiamo l’eventuale ripescaggio in Eccellenza, che sarebbe un risultato meritato sul campo da tutti, calciatori, staff, società e tifosi. Se questo non dovesse avvenire, siamo pronti a porre le basi per un campionato di Promozione di alta classifica. Per questo ho già parlato con mister Carlini, con il quale inizieremo a lavorare già dalla prossima settimana, di concerto con la società, per creare la giusta rosa per la prossima stagione sportiva”.

*Valentino Bettinelli, Ufficio Stampa

 

 

 

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Un nuovo ordine mondiale sotto l’egida dell’Onu

CRONACHE&COMMENTI

Nuovo ordine che ripudi la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali

di Aldo Pirone
nuevo orden pax mundi 390 minSecondo alcuni esperti di politica mondiale la guerra d’aggressione di Putin contro l’Ucraina, con tutti gli orrori quotidiani che ci fa vedere, avrebbe anche lo scopo di indurre tutti alla costruzione di un “nuovo ordine mondiale”. La prima cosa da dire, per evitare equivoci, è che bisogna respingere e sconfiggere chi attua la guerra per raggiungere questo scopo.

Ma veniamo a come si presenta la realtà effettiva.
Il vecchio ordine, scaturito dal crollo del comunismo, dell’Urss e dei suoi satelliti, e dopo l’’89 a egemonia unilaterale americana, non è più confacente ai nuovi rapporti di forza economici e anche alla diminutio capitis della Russia. La Cina è più che interessata a tale “nuovo ordine” soprattutto sotto il profilo economico, ma non è molto favorevole all’uso della forza per ricercarlo perché mette in crisi le sua crescita economica e perché è contraria alla modifica unilaterale dei confini degli Stati. Non a caso si è astenuta alle Nazioni Unite sulla risoluzione di condanna dell’aggressione russa agli ucraini. Xi Jinping ha invitato l’Unione europea, nell’incontro avuto con Ursula von der Leyen l’1 aprile, a farsi autonoma dagli Stati Uniti, ricambiato dalla Presidente della Commissione europea con l’invita non essere “equidistante” fra aggredito e aggressore.

Il mondo è diventato multilaterale. Gli Usa sono una potenza economica e militare, la Cina lo è diventata economicamente e lo sta diventando anche militarmente, la Russia vuole ridiventarlo militarmente sul piano europeo e mondiale, l’Europa lo è economicamente ma non militarmente, senza politica estera univoca e senza una Difesa comune all’altezza della bisogna. Poi ci sono tante potenze militari medie e anche piccole in possesso di armi nucleari: India, Pakistan, Gran Bretagna, Israele, Francia, Corea del nord.

Le vecchie alleanze militari, la Nato, CSTO (Russia e altri in Asia) Rio Pact (Nord e sud America) sono diventate obsolete, nate in un’epoca dominata dai blocchi contrapposti. Perciò è giusto che questo “nuovo ordine mondiale” sia costruito partendo dal mondo di oggi e non da quello di ieri. Dovrebbe farsi nell’ambito dell’Onu che è, con tutti i suoi limiti, l’organismo mondiale creato per mantenere la pace dopo il secondo conflitto mondiale. Il punto è su quali basi e princìpi deve costruirsi.

Vediamolo.
Quando il Presidente statunitense Roosevelt volle la creazione dell’Onu, ottenendo alla fine l’assenso di Stalin, lo pensò come organismo certamente mondiale ma governato da quattro potenze: Usa, Urss, GB, Cina. I “quattro poliziotti” che, secondo lui, avrebbero dovuto tenere in riga i facinorosi garantendo la pace fra le nazioni. Le cose, come si sa, andarono diversamente. I primi a litigare fra loro furono proprio i “poliziotti”. Oggi fra i “poliziotti buoni” dovrebbe esserci l’Unione europea, purché esca dal suo nanismo politico di vaso di coccio fra vasi di ferro.

L’orizzonte di un’Europa unita, democratica e sociale, dotata di una propria Difesa, agente di pace sul piano mondiale, a cominciare dall’Est europeo, dal vicino Oriente e dall’Africa, dovrebbe essere l’orizzonte della sinistra e di tutti i progressisti europei. L’atlantismo sorto nella “guerra fredda” del dopoguerra, è oggi un ferro vecchio e pericoloso. Lo testimonia la scriteriata espansione della Nato a Est dal ’99 in poi. Il futuro di pace e di progresso è l’europeismo sovra nazionale in un continente dove è nata l’dea del socialismo e che da quella idea è stato a lungo influenzato e coltivato.

La prima cosa da affermare – ripeto - è che non è possibile accettare la guerra come strumento per conseguire il “nuovo ordine”. Perciò l’aggressione di Putin all’Ucraina va fermata e sconfitta.
La seconda è la salvaguardia del diritto di ogni Nazione, indipendentemente dal regime politico e sociale che la governa, all’indipendenza e alla sovranità.

Qui, come dimostra l’esperienza dei decenni passati, sorge un problema. Troppo spesso, soprattutto da parte americana, si è usato il pretesto di “esportare la democrazia” di tipo occidentale per coprire vere e proprie guerre d’aggressione come in Medio Oriente e in Irak. Ogni paese facente parte dell’Onu deve rispettare lo Statuto e i princìpi democratici e i diritti umani e di libertà previsti dalla Dichiarazione dei diritti dell’uomo del 1948 che sono alla base delle Nazioni unite. Ma non sempre è possibile, per salvare il bene supremo della pace, conciliare i due diritti. Da una parte la non interferenza nel regime interno delle Nazioni aderenti, la salvaguardia della loro sovranità e indipendenza e, dall’altra, il rispetto dei diritti umani e democratici.
Ai fini della costruzione del “nuovo ordine” e del mantenimento della pace fra i popoli e gli Stati nell’era atomica, il rispetto di sovranità e indipendenza è realisticamente prioritario rispetto ai diritti umani e democratici il cui conseguimento va perseguito – salvo i casi d’intervento diretto espressamente previsti, approvati e organizzati dall’Onu - tramite i mezzi esterni della pressione diplomatica ed economica e, soprattutto, affidato alle lotte della popolazione e alla maturazione interna ai singoli Stati.

La terza gamba dell’accordo sul “nuovo ordine” è la realizzazione del principio di cooperazione paritaria per far fronte alle minacce globali che sono di fronte all’umanità: salute, ambiente, riscaldamento del pianeta. E poi quello, non meno importante, della collaborazione economica, a iniziare dall’approvvigionamento delle materie prime per lo sviluppo sostenibile e a una nuova regolazione del commercio internazionale. Non si tratta di eliminare la competitività economica fra gli Stati, che sta alla base della globalizzazione e dell’interdipendenza economica dell’ultimo quarantennio, ma di sottrarla al dominio di un capitalismo selvaggio e distruttivo per ricondurla nell’alveo della civilizzazione sociale e democratica, vantaggiosa per l’intera umanità. Ai tempi del mondo diviso in blocchi politici, militari e ideologici contrapposti, l’Urss di Krusciov lanciò la proposta di “coesistenza pacifica” fra i due sistemi, il socialista e il capitalista, da svolgersi essenzialmente sul terreno economico, Allora l’obiettivo dei sovietici era di dimostrare come il sistema comunista fosse superiore economicamente a quello capitalista. Non è andata così, come sappiamo. Oggi, per la costruzione di un “nuovo ordine mondiale”, s’impone il principio di cooperazione multilaterale in tutti i campi fra gli Stati e le grandi potenze.

La quarta è il disarmo nucleare e la riduzione delle spese militari. A cominciare dalla contrazione progressiva delle testate nucleari adesso in possesso di diversi Stati: Usa, Russia, Francia, Gran Bretagna, Israele, India, Pakistan e Corea del nord. Solo Stati Uniti e Russia ne hanno più di cinquemila ciascuno, bastevoli per incenerire la civiltà umana.

C’è chi dice che oggi ci sarebbe bisogno di una nuova Yalta, intesa non più come spartizione del mondo fra i vincitori della guerra contro il nazifascismo – per la verità quella spartizione, stando ai documenti, fu più il prodotto di Potsdam che non di Yalta – ma come affermazione di “un nuovo ordine” mondiale che, come prescrive la nostra Costituzione e ripete in continuazione Papa Francesco, ripudi “la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali”.

Sì, ma sotto l’egida dell’Onu.

 

 

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

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Costruire relazioni e regole per un nuovo ordine

UCRAINA. OPINIONI E COMMENTI

Cuperlo su "DOMANI" vuole mettere ordine in un paio di questioni e relativi pensieri

di Gianni Cuperlo
Gianni Cuperlo 390 minA sinistra abbiamo un problema. Lo riassumo così: un pezzo non irrilevante di quel mondo che col concetto di sinistra si identifica ritiene l’invasione dell’Ucraina un evento che affonda le radici negli errori che l’Occidente e la Nato hanno compiuto dopo la fine dell’Unione Sovietica (1991).
Da qui a riconoscere alcune ragioni di Vladimir Putin il passo non è automatico, ma neppure impossibile. E infatti singole voci da quella premessa traggono due conclusioni.

La prima è nell’invito al governo ucraino ad arrendersi. Il ragionamento è secco: lo squilibrio di forze è tale da non consentire alcuno scenario diverso dalla capitolazione di Kiev e poiché prolungare la guerra significa conteggiare più vittime toccherebbe al presidente Zelensky preservare la sua gente deponendo le armi e trattando con Mosca la resa.

L’altra conclusione condanna il sostegno alla resistenza ucraina anche tramite un supporto militare. Sul punto il dissenso spazia dal rifiuto delle armi tout court alla inutilità della decisione vista l’asimmetria delle forze sino alla denuncia del riarmo ucraino a opera della Nato.

Ora chiunque si alzi e dica che la guerra è un male in sé per la scia di morti e distruzione con vittime per lo più civili enuncia una pura verità.
Se a denunciarlo è il papa all’Angelus quelle parole poggeranno su un piedistallo solido. Lo stesso se ripensiamo a Gino Strada o a tanti medici, volontari delle Ong, operatori di pace, che non hanno smesso di coltivare l’utopia di un mondo dove la guerra finisse espunta dalla storia.
Il rispetto e l’ammirazione verso questo approccio non è in discussione. Il nodo, però, si deve tagliare quando la cronaca ci pone dinanzi a un paese sovrano che invade un altro Stato sovrano allo scopo di destituirne il governo ridisegnando i confini politici dell’area.
Davanti a questa condizione – non ipotetica, tragicamente reale – non solo i governi, ma partiti, movimenti, ogni singola persona si trova alle prese con un interrogativo. Se quel popolo invoca un aiuto anche militare per non soccombere e spingere l’aggressore a recedere dalla via imboccata è legittimo garantire quell’aiuto?

La risposta di molti, io tra i tanti, è sì, quell’aiuto va garantito. Dirlo, e prima ancora pensarlo, solleva dubbi e interroga le coscienze.
Una replica a questo modo di pensare imputa all’Europa e alla Nato una politica di espansione a Est che avrebbe sottovalutato l’esigenza di sicurezza della Russia. Tradotto, se per anni Europa e Stati Uniti armano l’Ucraina mentre in parallelo “accerchiano” la Russia con truppe, esercitazioni militari e inclusione di paesi confinanti nella nuova Alleanza atlantica non ci si può stupire se una nazione che si percepisce come “assediata” reagisce al fine di ristabilire una condizione di equilibrio.
Di questo ragionamento è comprensibile la premessa, irricevibile la conclusione.
Non vi è dubbio che negli anni l’Occidente ha scambiato la fine dell’Urss col trionfo del modello liberal-democratico pensando di retrocedere il vecchio impero a potenza regionale da sfruttare quale emporio di materie prime e risorse energetiche. Illusione di élite convinte di poter sbianchettare dalla carta geografica matrici storiche e culturali destinate a proiettarsi nel dopo.

Potremmo aggiungere la quota di ipocrisia che ancora l’Occidente ha espresso dopo il 2014, annessione della Crimea, continuando a vendere armi a una Russia già sanzionata da embargo.
E di più, potremmo elencare le doppie morali di quello stesso Occidente che issa il vessillo della democrazia quando gli conviene salvo proseguire i suoi affari con regimi non meno autocratici, violenti e repressivi della Russia attuale.
Tutto drammaticamente vero. Il punto è che nulla giustifica l’invasione dell’Ucraina, l’uccisione di donne, bambini, ed è su questo che siamo chiamati a misurare il sostegno alla resistenza di un territorio martoriato.

E arriviamo al nodo. Esiste la “sinistra autoritaria” denunciata da Luigi Manconi, quella incapace di riconoscere la sofferenza delle persone semplici anche quando il loro dolore si manifesta in modo più evidente?
Per quanto costi riconoscerlo temo che quella pulsione raccolga un consenso più largo di quanto crediamo. Quando in uno studio televisivo un esperto di sicurezza spiega che Kiev non può far altro che alzare bandiera bianca e una giovane ucraina replica che non si può chiedere quel sacrificio a un popolo aggredito, con chi dovrebbe schierarsi una sinistra che al centro ponga la difesa dei diritti umani e un principio di autodeterminazione?
Invece cosa significa se una parte non piccola di reazioni sposa la tesi dell’analista contestando alla giovane una ingenuità nella migliore delle ipotesi o, peggio, una collusione con le (indubitabili) colpe del nazionalismo incistato nel suo paese?

Ignorare il tema sarebbe un errore perché oltre al principio la questione implica un chiarimento sull’identità della sinistra. Lo scrivo perché solo spiegando come la pensiamo sulle frontiere dell’etica e del diritto internazionale potremo definire il chi siamo in rapporto alle strategie da seguire.
Per capirci, sono ostile a una logica di riarmo come prospettiva del nostro paese e osservo allarmato il riemergere di uno spirito bellicista dietro al quale si muovono interessi dell’industria militare.
Altra cosa è affrontare il capitolo di una sicurezza comune in un continente che non può più affidare il suo destino alla superpotenza americana.

Se il 24 febbraio segna uno spartiacque dovrà esserlo anche nel colmare il vuoto che l’Europa ha lasciato sino dagli anni cinquanta quando a porre il veto su un embrione di difesa congiunta furono i francesi.
Affrontare quel capitolo, però, non vuol dire che ogni paese riempie i propri arsenali. Vuol dire razionalizzare quella spesa a livello comune e al contempo riaprire il libro della storia, quella migliore, per fare dello spazio geografico di cui siamo parte, e che la Russia comprende, un’area di cooperazione, pace, tutela di ogni minoranza nazionale respingendo una regressione allo spirito della prima metà del ‘900.
Menti illuminate seppero indirizzare il secondo dopoguerra sul sentiero di una pacificazione spezzata solo dai Balcani negli anni ’90 e dall’Ucraina di ora. Oggi la scena è diversa, ma la responsabilità più o meno coincide.
In sintesi si tratta di mutare il paradigma che sinora ha preservato la sicurezza del continente rifiutando la via di una nuova “cortina di ferro”. Anche per questo inquieta l’annuncio dei cento miliardi stanziati dalla Germania per adeguare le sue forze armate, perché non è quella la strada se vogliamo che il nostro secolo ripercorra le virtù della seconda metà di quello che ci ha preceduti.

La domanda è se le élite alla testa del continente possiedano ambizione e coraggio per scrivere questa nuova pagina. Sapendo che oltre a una visione della crescita e della transizione energetica l’Europa ha di nuovo bisogno di una leadership che faccia del nostro continente l’anima di una nuova era di pace interna e distensione e cooperazione globali.
La verità? Un mondo di pace, se la formula conserva un senso, passa da un nuovo ordine, nel concreto vuol dire che gli “imperi” sopravvissuti (Usa, Cina, Russia) non possono che sentirsi reciprocamente coinvolti dall’Europa nel costruire relazioni, regole, istituzioni in grado di sovraintendere a quell’ordine tuttora assente e che espone ciascuno, noi più di altri, a tragedie come quella in corso.

Quanto alla destra è vero che ha parecchi più scheletri negli armadi, ma sono problemi loro nel senso che da lì non verranno buone pratiche e neppure consigli utili a fare ripartire i motori dell’accoglienza. Insisto, il problema riguarda noi e sarà bene non ignorarlo perché la sfida vive qui. Per affrontarla serve coerenza nel riconoscere le falle di prima senza abdicare alle opportunità del poi. Certo, ragionare su questo mentre la guerra infuria può sembrare un fuor d’opera. Ma se pensiamo alle conseguenze il non farlo potrebbe rivelarsi una scelta persino peggiore.

23 marzo 2022 dal quotidiano "DOMANI"
Leggere anche:

 Dibattito Pier Giorgio Ardeni e Gianni Cuperlo

 

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Putin, un nuovo Maometto per l’Europa?

 

Fra atlantismo ed europeismo non deve esserci identificazione

di Aldo Pirone
 ucraina crisi russia operazione lanciata 350L’invasione russa dell’Ucraina attuata da Putin ha colto l’Unione europea in braghe di tela, come suole dirsi, attaccata alla canna del gas di Gazprom da una parte e a quella militare della Nato a direzione americana dall’altro.

L’aggressione di Putin è grave, riporta la guerra nel cuore d’Europa, mostra al mondo intero cos’è il nazionalismo grande russo e quanto esso sia pericoloso perché in possesso di armamento atomico. Ha cambiato in pochi giorni le priorità dell’Europa se non del mondo. Non è qui il caso di ripetere quanto il risveglio aggressivo dell’Orso russo sia stato progressivamente sollecitato dagli errori occidentali dall’89 in poi, con l’espansione della Nato e le fallimentari guerre angloamericane in medio Oriente all’insegna dell’ “esportazione della democrazia” occidentale finite nella rotta vergognosa in Afghanistan dell’estate scorsa ecc. Il tutto all’ombra di una supremazia statunitense nel mondo che gli americani hanno creduto ormai assodata per sempre dopo l’implosione dell’Urss e del “socialismo reale”.

L’imperativo dell’ora è fermare la guerra, sconfiggere l’aggressore, preservare l’integrità territoriale dell’aggredito, tornare al negoziato e alla pace.
Ma per l’Europa si pone con urgenza il salto a un soggetto politico democratico e solidale e a una propria e autonoma forza militare difensiva. L’azione di Putin nel tempo medio breve potrebbe innescare nell’Unione europea qualcosa di simile a ciò che innescarono oltre un millennio fa Maometto e la conquista araba del Mediterraneo, cioè la realizzazione dell’unità europea sotto Carlo Magno e la dinastia carolingia. Putin potrebbe essere per l’Unione europea, mutatis mutandis, il Maometto dell’epoca attuale.

Quattro sono le questioni su cui concentrare l’attenzione.

Primo. Da subito occorrerebbe procedere all’unificazione di una comune politica energetica che sottragga la Comunità europea a un unico grande fornitore di gas, tanto più se esso ha il volto di Putin. L’obiettivo strategico della diversificazione dei fornitori e dell’aumento delle fonti rinnovabili è divenuto più urgente. Al tempo stesso l’Ue dovrebbe puntare decisamente, nel medio periodo, ad accelerare i tempi per la realizzazione dell’energia da fusione nucleare mettendo da parte ogni strumentale riproposizione di quella da fissione nucleare.

Secondo. Unificazione vera della politica estera. Deve scomparire il balletto visto in questi giorni di leader e ministri degli esteri dei singoli paesi europei che vanno in processione dall’autocrate russo, anche se animati dalle migliori intenzioni di questo mondo. L’Unione europea deve poter parlare con un’unica voce.

Terzo. È urgente realizzare una difesa europea anche nucleare (la Francia già ce l’ha) che renda obsoleta la Nato. La Russia o chiunque nel mondo, per esempio la Cina ma anche gli Stati Uniti, dovrebbero in futuro confrontarsi con un’Unione europea dotata di un proprio armamento e di proprie forze armate. Senza di ciò, l’Unione rimane sempre un nano politico nonostante la sua forza economica. Se la Difesa comune fosse stata già una realtà, probabilmente il discorso con la Russia oggi sarebbe diverso.

Quarto. Tutto questo potrebbe essere pericoloso – un altro soggetto armato con testate nucleari tra i tanti che infestano ilpro Ucraina Milano 370 pianeta - se non fosse saldamente legato a due altri elementi costitutivi dell’unità europea: la democrazia sociale e progressista fondata sullo stato di diritto e la politica di pace in un’Europa né antiamericana né antirussa. A questo proposito occorre stabilire che gli Stati, in particolare oggi quelli dell’est europeo già facenti parte dell’Urss o del Patto di Varsavia (dagli Stati baltici alla Polonia, dalla Cekia e Slovacchia all’Ungheria, dalla Romania alla Bulgaria ecc.), non possano far parte dell’Unione europea e della sua Difesa comune se non aderiscono pienamente ai valori sociali e solidaristici europei e allo stato di diritto, espungendo da sé ogni nazionalismo sovranista e revanchista e ogni tentazione alla “democratura” illiberale.

La questione da come l’Europa esce dal conflitto con la Russia di Putin in Ucraina, dunque, non è per nulla secondaria. L’alternativa in prospettiva è fra un atlantismo impersonato dalla Nato che non va per il sottile riguardo ai suoi aderenti antidemocratici (vedi la Turchia di Erdogan, l’Ungheria di Orbàn, la Polonia di Morawiecki ecc.) e che tiene soggiogata l’Unione europea agli interessi statunitensi – con tutte le incertezze che riguardano la tenuta della democrazia americana (il trumpismo dei repubblicani) – e un europeismo democratico e solidale, da realizzare, che si propone di svolgere un ruolo di pace sul piano globale e con i propri vicini. E ciò ha un valore anche nell’immediato per ciò che riguarda le soluzioni per salvaguardare l’integrità dell’Ucraina e fermare l’aggressore.

Non a caso oggi a eccitarsi sono gli atlantisti anche quelli che furono gli esaltatori e gli ammiratori di Putin fino a ieri (Berlusconi, Salvini, Meloni) ma anche quelli che rimpiangono l’atlantismo della vecchia cara guerra fredda.

Fra atlantismo ed europeismo non c’è identificazione.

 

 

 

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Nuovo servizio: “sportello sociale” dello SPI CGIL di Frosinone Latina

SPI CGIL

Servizi di orientamento e consulenza ai cittadini per servizi socio-assistenziali e socio-sanitari. Dichiarazione della Segretaria Generale Beatrice Moretti

spi cgil 350 260Viene attivato un nuovo servizio nelle province di Frosinone e di Latina da parte dello SPI CGIL, che si articola in ben 8 sportelli territoriali che fanno riferimento alle 6 leghe SPI CGIL del Comprensorio. Si parte oggi 16 febbraio alle ore 10 con l’inaugurazione dello sportello sociale nella sede SPI CGIL di Formia, in piazza della Vittoria, per proseguire poi con un fitto calendario di progressiva attivazione nelle altre sedi provinciali.

Lo sportello sociale è un servizio completamente nuovo che si basa sull’ attività di accoglienza, ascolto, orientamento e consulenza ai cittadini fondamentalmente sui servizi socio-assistenziali e socio-sanitari in provincia di Latina e di Frosinone. Inserito nell’ambito di un progetto politico ben più ampio, elaborato dalla CGIL e dallo SPI CGIL di Roma e Lazio, lo Sportello sociale garantisce ai cittadini una porta unica di accesso alle informazioni e ai servizi socio-sanitari, prendendo in carico le persone e le loro famiglie al fine di rendere esigibili i loro diritti, rispondendo alla necessità di dare una risposta a quei bisogni spesso inespressi che riguardano necessità ed esigenze in particolare della popolazione anziana.

Tema fondamentale dello sportello sociale è l’area della non autosufficienza e le modalità di accesso ai relativi servizi, informando sui loro diritti le persone in condizione di fragilità e accompagnandole nelle loro richieste agli Enti che erogano i servizi di cui hanno bisogno.

“In ciascuno degli 8 sportelli sociali che lo SPI CGIL sta attivando in provincia di Frosinone e di Latina opererà un nostro collaboratore appositamente formato per essere in grado di ascoltare e soprattutto di interpretare i bisogni delle persone” – dichiara Beatrice Moretti, Segretaria Generale dello SPI CGIL di Frosinone Latina – “se è necessario, gli interessati vengono indirizzati al Patronato INCA, al CAAF, all’Ufficio Vertenze, alle Associazioni Convenzionate , come AUSER, SUNIA e Federconsumatori, oppure si provvede a sollecitare le istituzioni pubbliche del territorio (Comune, ASL, Distretto sociosanitario, etc.) a dare riscontro alle diverse richieste dei cittadini”.
“Lo sportello sociale potrebbe essere sinteticamente rappresentato anche come quel luogo fisico, libero e gratuito, dove si raccoglie la domanda sociale su cui costruire le vertenze e le iniziative negoziali proprie della contrattazione sociale territoriale attraverso diverse aree di intervento che fanno riferimento agli ambiti delle politiche sociali, della sanità e della disabilità e non autosufficienza” - precisa Beatrice Moretti, che intravede in questo nuovo servizio la possibilità di diventare un osservatorio privilegiato sulla realtà territoriale, un vero e proprio centro di lettura dei bisogni sociali dei singoli e delle famiglie che vivono nelle province di Frosinone e di Latina.

Lo SPI CGIL ha messo in campo un progetto molto importante, perché ambisce a rispondere in modo fattivo alle sfide e alle opportunità che si presentano con una popolazione che invecchia, che ha diritto di poter accedere in modo rapido e semplificato ai diversi servizi di cui ha bisogno.

Frosinone, 15 febbraio 2022 La segretaria Generale Beatrice Moretti

 

 

 

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Non esiste alcun nuovo piano industriale di Acciaierie d'Italia

AMBIENTI INQUINATI

Incredibile ma vero: non esiste alcun nuovo piano industriale di Acciaierie d'Italia

di Alessandro Marescotti, Presidente Peacelink

Ilva 390 minSul fantomatico nuovo Piano, ho scritto questo articolo semiserio per il blog del Fatto Quotidiano

Acciaierie d’Italia, dov’è il piano industriale? Non esiste, è un esercizio di metafisica.
Nella vita scopriamo cose incredibili. Le domande che abbiamo in testa ci guidano fino a esiti inaspettati, come quando da bambini ponevamo domande imbarazzanti, ad esempio, le domande su Babbo Natale. E così, animato da quella curiosità ingenua, ho chiesto a destra e a manca: dov’è il piano industriale di Acciaierie d’Italia? Dov’è, che non lo trovo nemmeno sul sito dell’azienda?

Bersaglio delle mie domande sono stati vari amici giornalisti di autorevoli testate, un sindacalista, un importante ministero: “Posso avere il pdf del piano industriale?”. Nessuno lo aveva, eppure tutti i giornali e i telegiornali ne parlano. È possibile che non esista?

Le società quotate in borsa presentano annualmente alla comunità finanziaria il piano industriale per il triennio successivo. È uno dei documenti fondamentali che accompagnano la quotazione in borsa di una società: un’industria senza piano industriale è un’azienda allo sbando.

Leggi Anche
Ex Ilva, Re David: “Al Mise presentata ipotesi di percorso più che un piano industriale. Serve un tavolo per affrontare la realtà di oggi”

E allora mi sono detto: non è possibile. Un piano così importante potrebbe esistere al di là della nostra percezione fisica? Un Piano Metafisico! Nella borsa del ministro. Ecco, sì, sì. Possiamo negarne l’esistenza per il solo fatto che manchi la prova empirica della sua esistenza? È stato annunciato per dare speranza agli umili e rincuorare gli afflitti, ma non si è palesato. Sigh, sigh.

E mentre filosofeggiavo tristemente anche sulla sua dimensione escatologica, un giornalista mi telefona: “Le va di commentare il nuovissimo piano industriale di Acciaierie d’Italia?”. Accidenti, e adesso che dico? Che il Piano non esiste? Che sono un miscredente? Il solito disfattista? O semplicemente che non l’ho letto?

Il giornalista mi incalza: “E allora che cosa ne pensa del Piano? È buono? È cattivo?” A questo punto ribalto la domanda e gli chiedo: “Ma lei… mi dica… lo ha letto?” Risposta: “No”. E io: “Sarebbe così cortese da mandarmi in pdf così lo leggo prima di rispondere?”. Risposta: “Non ce l’ho“.

A questo punto gli chiedo: “E come faccio a commentare un piano industriale che non possiamo leggere né lei né io?”

Leggi anche dal blog di Alessandro Marescotti
Sette cose importanti da sapere sul processo Ilva in sette parole: dalla diossina al benzo(a)pirene

L’intervista incomincia a prendere una piega surreale, un saliscendi fra Leopardi e Fantozzi, passando per Kafka. “È come dare il giudizio su una pera che non ho assaggiato”. E concludo: “Siamo di fronte a un esercizio di metafisica”.

Al giornalista piace il giudizio filosofico: “Metafisica, ok, va bene… me lo annoto”. Fine. Ma è brutto concludere così, in fondo è una notizia “metafisica” da 4,7 miliardi. Ecco allora un po’ di dettagli. Queste sono le risposte che ho ottenuto nella mia ricerca del Piano. Sono degne di menzione, è tutto vero.

“Posso avere il pdf del nuovo piano industriale di Acciaierie d’Italia?”
“A noi non l’hanno dato. O almeno non mi risulta”.
“E di che stanno discutendo? Parleresti di un libro che non hai letto?”
“No. Ma stiamo parlando di ex Ilva e tutto diventa possibile”.

“Posso avere il pdf del nuovo piano industriale di Acciaierie d’Italia?”
“Eh che, mica esiste. Morselli ha solo illustrato. Idem Bernabé. Nessuna carta, nessuna slide, caro”.
“Veramente?”
“Tutto a fiducia”.
“Allora è metafisica, non economia”.
“È immaginazione. Giancarlo Giorgetti ha detto che la situazione è più complessa del previsto“.

“Posso avere il pdf del nuovo piano industriale di Acciaierie d’Italia?”
“Non ce l’ho neanche io”.

“Posso avere il pdf del nuovo piano industriale di Acciaierie d’Italia?”
“Io non ce l’ho. Qualche sindacalista probabilmente”.

“Posso avere il pdf del nuovo piano industriale di Acciaierie d’Italia?”
File sonoro: “Non c’è nessun piano industriale in pdf (ride) solo parole che ci hanno detto!”

Articolo scritto per il blog de ilfattoquotidiano.it
https://www.ilfattoquotidiano.it/2021/12/15/acciaierie-ditalia-dove-il-piano-industriale-non-esiste-e-un-esercizio-di-metafisica/6426715/

 

Commento e comunicazione di Alessandro Marescotti
I sindacati a Roma hanno parlato quindi sul nulla, su un piano che non esiste.
Oggi abbiamo incontrato il Prefetto di Taranto; anche lui in buona sostanza ha confermato che non esiste un nuovo Piano Industriale per lo stabilimento ILVA di Taranto gestita da Acciaierie d'Italia; quando ci siamo fatti la foto di gruppo ho chiesto a tutti di fare la V di vittoria. Winston Churchill lo usava spesso anche durante le fasi durissime della seconda guerra mondiale. Qui le riprese video e il servizio giornalistico
https://www.antennasud.com/modifica-grave-aia-ilva-acciaierie-taranto/

 

 

 

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Anpi Ceccano elegge nuovo presidente Valentino Bettinelli

ANPI CECCANO

Un voto unanime per Valentino Bettinelli, nuovo presidente della sezione - Dopo la cronaca il testo del discorso di Bettinelli

di Sara Liburdi
AnpiCeccano Bettinelli nuovo presidente 380 minSabato 30 ottobre, a Ceccano si sono tenute le votazioni per eleggere il nuovo presidente della sezione ANPI fabraterna. L’ANPI, è l’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia, che fu costituita il 6 giugno del 1944 a Roma e successivamente si ampliò in tutta Italia dopo la sconfitta definitiva del regime Nazifascista. Il ruolo dell’ANPI allora come oggi è quello di difendere e custodire la Costituzione e di attuare i suoi valori di democrazia promozione di memoria e libertà, ideali su cui si è basata la Resistenza partigiana. L’elezione si è svolta alla presenza del Presidente provinciale Giovanni Morsillo e quella di Luigi Bruni, presidente uscente per la sezione di Ceccano e figura molto importante, legata anche alla fondazione della sezione stessa. Le votazioni sono state chiare, un’unanimità, figlia di passione e devozione per un incarico così importante.

Valentino Bettinelli, famoso a Ceccano per il suo impegno civico e politico, ringrazia in maniera calorosa tutti i presenti per averlo scelto per ricoprire questa posizione così rilevante. Alla presenza di molto giovani, con voglia di scoprire e capire, il neoeletto presidente ricorda oggi, più che mai, l’importanza dell’ANPI. Parla della società odierna, rivendicando a gran voce i valori espressi all’interno della nostra Carta costituzionale figlia della Resistenza Partigiana Antifascista. In un clima dove il fascismo e l’essere definito fascista ricopre un vanto e non uno sdegno, l’ANPI è un punto di riferimento fondamentale. La storia purtroppo a molti non ha insegnato nulla, soprattutto a Ceccano, dove ideali e pensieri inneggianti al fascismo sono praticamente all’ordine del giorno. Si punta ad unaanpi BANDIERA 350 260 min società basata su uguaglianza, libertà, democrazia e lavoro, che nasce da un pensiero cittadino unito, pubblico, e che si sta sgretolando sotto lo stantio di ideali retrogradi e passati come quelli fascisti. Dopo l’affossamento del DDL Zan, molti sono rimasti senza riferimenti, ed ecco che l’ANPI rappresenta un punto chiave, per chi sostiene la democrazia partecipata e ha voglia di cambiare lo stallo ideologico che si è venuto a creare.

Il neopresidente punta ad una Ceccano nuova, inclusiva e soprattutto antifascista, dove si deve andare fieri di portarsi dietro una diversità e si deve essere orgogliosi di essere come si è, senza porsi freni di nessun tipo. Sicuramente ci saranno importanti passi in avanti per Ceccano e ci si aspettano grandi cose dal nuovo presidente, a cui si augura un mandato proficuo e memorabile.

 

 

Il discorso di Valentino bettinelli

Con orgoglio e tanta emozione accolgo questo incarico prestigioso.
Ringrazio tutte le compagne e i compagni che hanno voluto accordarmi la loro fiducia. Un ringraziamento particolare al Presidente provinciale Giovanni Morsillo, sempre presente qui a Ceccano, e a Luigi Bruni, che in questi anni ha presieduto in maniera egregia la sezione di Ceccano, oltre ad aver contribuito alla sua fondazione.
È un momento importante della mia vita e del mio impegno civico e politico. La presidenza della sezione Anpi di Ceccano rappresenta un grande traguardo personale e, soprattutto, un enorme onore. Un impegno che richiede dedizione e voglia di continuare sul solco tracciato in questi anni da Luigi.
Permettetemi di ringraziare tutti gli ospiti che hanno accettato il nostro invito e che hanno portato il loro prezioso e costruttivo contributo alla discussione.
La più grande soddisfazione è quella di vedere tanti giovani presenti, perché è necessario diffondere l’importanza della presenza dell’Anpi nella società, in particolar modo tra le più giovani generazioni, rivendicando i valori espressi dalla nostra Carta Costituzionale, nata dalla Resistenza Partigiana Antifascista. Nella nostra città respiriamo aria poco sana purtroppo. Città che ha dato i natali a Luigi Mastrogiacomo, martire delle Fosse Ardeatine, che ha un Sindaco che pubblicamente afferma che per lui “essere definito fascista non è un’offesa, anzi”. Un comune che ha visto la nascita, in via Giacomo Matteotti, un triste scherzo del destino, del circolo “Il Covo”. Inaccettabile richiamo alla storia del ventennio, con l’aggiunta di slogan e simboli di chiara matrice fascista. Città in cui l’assessore alla cultura dichiara di avere intenzione di cambiare nome alla piazza principale, evidentemente perché quel “25 Luglio” continua a dare fastidio ai suoi ideali. Piazza che ricorda il 25 luglio 1943, giorno in cui venne sancita la deposizione di Benito Mussolini, e che Stefano Gizzi vorrebbe intitolare al conte Giovanni de Ceccano, celebre per la distruzione di Morolo che causò più di 400 morti. Evidentemente l’assessore alla cultura predilige le figure che hanno gettato il seme della guerra nella storia, piuttosto che la democrazia, come confermato dal recente di ricordo della Marcia su Roma. Come presidente dell’Anpi mi sento di affermare che sarebbe inaccettabile tale decisione, volta, come di consueto, a rovesciare la storia e i valori della Repubblica democratica e Antifascista.
L’Antifascismo è la nostra stella polare, ma sicuramente abbiamo bisogno di una riflessione su cosa significhi essere antifascisti oggi. I recenti fatti ci ricordano che il fascismo in Italia, purtroppo, non è finito il 25 aprile 1945. È presente, vivo e, forse, più forte che mai. Un fascismo di nuova generazione che ha conquistato il potere e che ha una forza economica non sottovalutabile. Per questo sono convinto che l’Anpi rappresenti sempre più un presidio democratico fondamentale nella società attuale. Una società in difficoltà, dove le disuguaglianze aumentano e la povertà non accenna a retrocedere, anzi.
Uguaglianza, Libertà, Democrazia, Lavoro, Diritti. Valori e ideali su cui non si può prescindere e che devono essere il motore della nostra azione sul territorio. Non possiamo dimenticare l’assurda decisione del Senato, che lo scorso 27 ottobre ha sospeso l’iter del DDL Zan. Non si può chiudere bruscamente il percorso di una legge di civiltà, per il riconoscimento dei diritti di tutti e che ha intenzione di contrastare i crimini d’odio. Non mi sorprende, purtroppo, l’atteggiamento di alcuni esponenti locali, che si sono uniti alle esultanze da stadio delle destre a Palazzo Madama. L’ennesima pagina nera della nostra storia.
Una lotta che non può essere interrotta dalle assurde decisioni dei 154 senatori che hanno votato la cosiddetta “tagliola”, ma che come ANPI abbiamo sicuramente intenzione di portare avanti. Perché è la società a chiedere un passo avanti. Parliamo di decine di migliaia di vite umane che continuano ad essere in pericolo e senza una tutela legale. Non possiamo abbandonare la comunità LGBTQI+.
Oggi l’Anpi rappresenta la casa di tante e tanti antifascisti e democratici che non trovano più collocazione nelle forze partitiche del campo largo del centrosinistra. Una entità credibile, riconoscibile e attiva sul territorio, che porta avanti battaglie e lotte che dovrebbero essere senza padrone e che contrastino fattivamente la crisi economica e valoriale in corso.
In chiusura voglio rivolgere un appello ai tanti giovani ceccanesi che si riconoscono nei valori Antifascisti della nostra Costituzione. A loro chiedo di entrare a far parte della famiglia Anpi, facendo la tessera e partecipando attivamente alla vita della nostra sezione. Portate le vostre idee, le vostre proposte, le vostre visioni, aspirazioni, necessità.
Ceccano è una città Inclusiva, Solidale, Democratica, Antifascista e spetta a noi il compito di Resistere alle spinte neofasciste e antidemocratiche di chi vorrebbe riportarci nel buio del medioevo.
Viva l’Italia. Viva le Partigiane e i Partigiani. Viva la Costituzione. Viva la Repubblica nata dalla Resistenza.

 

Valentino Bettinelli
Presidente ANPI Ceccano

 

 

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