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1905: Berta von Suttner Premio Nobel per la pace

DONNE.STORIE E FUTURO

"Abbasso le armi"...Solo il sangue lo si vuol lavare sempre col sangue

Fiorenza Taricone
1.Una pacifista senza tentennamenti
Bertha von Suttner DW.com 390 minA Berta von Suttner e alla sua opera maggiore, "Giù le armi", un vero best seller dell’epoca, il panorama editoriale italiano non ha dedicato una grande attenzione; il personaggio e l’opera di Berta von Suttner non sono molto noti presso il grande pubblico; attenzione tanto più parziale se si considera che fu la prima ad essere insignita del Nobel per la pace.

Alla metà del XIX secolo, nel 1843, dai conti Kinsky von Chinic und Tettau, nasce Berta Sophia Felicita, figlia postuma dell’Imperial regio tesoriere e feldmaresciallo Franz Joseph, morto pochi mesi prima a 78 anni, e di Sophia Wilhelmine di 28 anni, discendente della famiglia del poeta della libertà tedesca Theodore von Korner. La giovane Berta riceve a Vienna, dopo il trasferimento della famiglia voluto dalla madre, un’educazione impartita secondo le regole dell’aristocrazia asburgica; studia francese, inglese, italiano, poi russo. A trent’anni, nel 1873, decise di rendersi indipendente, considerate anche le non più floride condizioni economiche della madre. S’impiegò quindi presso la famiglia del barone von Suttner, come insegnante accompagnatrice delle figlie; s’innamorò però, ricambiata, del figlio minore, Artuhr Gundaccar, di sette anni più giovane.

L’avversione della famiglia von Suttner a questo legame fece decidere Berta nel 1876 ad abbandonare Vienna per Parigi, dopo aver risposto ad un annuncio lavorativo di Alfred Bernhard Nobel (Stoccolma 1833-Sanremo 1896), il chimico e industriale svedese che nel 1867 aveva scoperto la dinamite; Nobel deciderà successivamente per testamento di destinare l’enorme ricchezza accumulata alla nascita di una Fondazione omonima e all’attribuzione del prestigioso premio per la Pace per testimoniare la sua convinzione che anche le scoperte più temibili come quelle della dinamite, dovevano essere indirizzate al progresso e non alla distruzione; assunta in qualità di segretaria e governante, dopo una settimana, Berta, dietro invito di Arthur e delle sorelle, tornò a Vienna, e sposò segretamente Arthur, partendo per il Caucaso. Vi restarono nove anni, dal 1876 al 1885. Arthur esercitò la professione d’ingegnere, Berta diede lezioni di letteratura e musica, iniziando a scrivere le prime opere; in esse, si trovava già l’idea di una società in cui pace e progresso andavano di pari passo. Nel 1885 i coniugi fecero ritorno a Vienna, dove Berta scrisse la maggior parte dei suoli libri e partecipò al Congresso degli scrittori a Berlino.

Durante la stagione invernale del 1886, Berta tornò a Parigi e rincontrò Alfred Nobel, rimasto in contatto epistolare con lei, lo informò dei suoi progetti per la pace e sentì parlare per la prima volta di società per la pace e per la Corte d’arbitrato.
Fra il 1888 e il 1889, terminò di scrivere L’era delle macchine, contro l’esagerato nazionalismo e l’eccesso d’armamenti. Pubblicò nello stesso anno Giù le armi!, che ebbe subito un successo enorme, e fu tradotto in molte lingue. Nella sua frenetica attività pacifista, fonda nel 1891 la Società austriaca per la pace di cui restò Presidente fino alla morte nel 1914, e che durante il terzo Congresso mondiale della pace, a Roma, rappresentò, tenendo il suo primo discorso pubblico, con meraviglia dei presenti, alla vista di una oratrice. Arthur da parte sua, contribuì alla fondazione a Vienna della Società per la difesa contro l’antisemitismo. Anche a Berlino, i due coniugi diedero vita alla Società tedesca per la pace.

Al Quarto Congresso mondiale della pace a Berna, tenne una relazione insieme a Teodoro Moneta, futuro Nobel italiano, su La Confederazione degli Stati Uniti d’Europa. Nel 1896 morì Alfred Nobel, il cui testamento stabiliva l’assegnazione di un premio per la fisica, la chimica, la medicina, la letteratura e la pace. In uno scritto del 1897 Bertha ricordò il testamento di Nobel come un avvenimento di massima importanza per il movimento della pace: dinanzi a tutto il mondo per la prima volta fu dichiarato che “l’affratellamento dei popoli, la riduzione degli eserciti e la sfida dei congressi della pace” si presentavano come eventi che potevano significare la felicità dell’umanità. Ma il cammino delle idee di pace e fratellanza era denso di ostacoli: tre anni dopo la morte di Nobel, alla Prima conferenza per la pace all’Aja, dove i governi si confrontano sulle proposte avanzate dallo zar Nicola II, la von Suttner si rammaricava per “le generali incomprensioni, apatica insensibilità e ancora peggio, per l’ostilità nascosta e aperta, durante la Conferenza”.

Nel 1902 morì il marito Arthur, ma Berta intensificò comunque la sua attività pacifista, partecipò al Congresso Mondiale per la Pace a Boston, cui fece seguito un lungo giro di conferenze negli Stati Uniti, che replicò nel 1912; fu ricevuta a Washington dal Presidente Roosvelt. Nel 1905, ottenne il Premio Nobel per la pace, ma in seguito si allontanò dalla cosiddetta pace armata di Nobel, per sostenere il disarmo totale di tutte le nazioni, con l’istituzione di una corte d’arbitrato che risolvesse i conflitti internazionali.
Qualche anno dopo partecipò alla Seconda Conferenza dell’Aja dalla quale nacque la Corte Permanente d’Arbitrato.

Nel 1910, André Carnegie, industriale americano, istituì una Fondazione per la pace su ispirazione di Berta von Suttner e tre anni dopo, al XX Congresso Universale all’Aja, venne inaugurato il Palazzo della Pace dovuto alla generosità di Carnegie per il quale venne prescelta l’Olanda come sede della corte arbitrale, offrendo il terreno, mentre gli altri Stati contribuirono al decoro della costruzione e all’arredamento. L’Italia fornì i marmi per il magnifico vestibolo, la città dell’Aja costruì a sue spese il superbo scalone, la Germania offrì le porte monumentali in ferro battuto, l’Austria, i grandi candelabri dorati ai piedi della scala, l’Ungheria vasi di porcellana, la Danimarca una fontana, l’Inghilterra le vetrate a colori, il Mikado, arazzi giapponesi, il Belgio, il carillon della torre.

Appena un anno dopo, si manifestavano le avvisaglie della Prima guerra mondiale, e la scrittrice era sfiduciata: Il movimento pacifista borghese –scriveva- è da noi così fiacco che è condannato all’insuccesso. Dove sono i giovani pieni d’energie e di entusiasmo? E alla guida non c’è che una donna anziana…

La data di morte, 21 giugno 1914, una settimana prima di Sarajevo, in fondo fu per lei una salvezza. Secondo le sue volontà, il corpo venne cremato. A testimonianza della sua ininterrotta attività pacifista, con l’introduzione della nuova moneta europea nel 2001, la sua effige è stata posta sulla moneta da 2 euro del conio austriaco.

La via per la pace che Berta von Suttner aveva sempre privilegiato era stata quella di individuare un sovrano o un presidente di uno Stato neutrale che fungesse da mediatore, quindi una sorta di arbitrato internazionale, per assicurare la pace e la prosperità all’intera Europa, che da molto tempo non era più “in mezzo alla più profonda pace” espressione utilizzata per descrivere la felice condizione in cui il continente in altri tempi si era trovato, rispetto alla situazione attuale. In uno scritto del 1896, Bertha analizzava infatti la situazione di diversi Paesi sul finire del XIX secolo. Faceva riferimento alla questione della Turchia, in cui era in atto una carneficina nei confronti degli armeni; della Spagna in lotta contro Cuba negli anni 1895-1898, aiutata dagli Stati Uniti per sottrarsi al dominio spagnolo; della Francia, che aveva dichiarato guerra al Madagascar per l’annessione, e dell’Italia che tra il 1894 e il 1896 si era avventurata nella guerra in Abissinia per una colonia in Africa. Rispetto ai popoli condotti alla disperazione per l’aumento delle tasse, dei prezzi al consumo e dei diritti doganali, la risposta della Germania era stata quella di potenziare l’esercito, cui la Francia aveva risposto con la proposta di reintroduzione del servizio militare triennale. Il denaro doveva invece essere utilizzato per sconfiggere i nemici interni quali la miseria, la rozzezza, la disoccupazione, e il vizio, rinunciando al militarismo stesso.

L’unica soluzione era costruire un sistema dei rapporti fra i popoli di un’Europa unita che proclamava l’abolizione della violenza, della difesa personale e del diritto di conquista. Il disarmo sarebbe stato conseguente solo al disarmo stesso. “Chi ama la gloria guerresca –scriveva la Suttner- sente che il mantenimento della pace europea concede una gloria maggiore di una guerra combattuta contro i diversi nemici”. Le responsabilità della stampa erano pesanti: la von Suttner condannava al contempo la stampa nazionalista, liberale e moderata che appoggiava il sistema militarista, e mostrava il sistema della pace armata come un qualcosa di naturale e immutabile.

Anche il progresso esibiva un volto bifronte. Tanto le moderne conquiste come le ferrovie, il telegrafo, e la stessa dinamite scoperta da Alfred Nobel, erano indici positivi, ma altrettanto, applicati alla guerra, si rivelavano nemici del progresso stesso. In uno scritto del 1907, Berta s’interessò anche di una delle più importanti scoperte degli inizi del‘900, il dirigibile, presto messo a servizio della tecnica militare, come strumento di guerra, monopolizzando a fini bellici un nuovo sistema di trasporto.
Ci poteva essere forse in altri tempi una certa poesia nella marcia di un’armata che sfilava a perdita d’occhio su una grande strada, si legge nelle pagine del suo romanzo Giù le armi!, ma “vedere ai nostri giorni le ferrovie, questo simbolo del progresso scientifico che non dovrebbero servire che all’avvicinamento delle nazioni, favorire così lo scatenamento della barbarie … è troppo assurdo. Come stona qui la suoneria di questo telegrafo, segno magnifico dei trionfi dell’intelligenza umana che è arrivata a lanciare il pensiero da un paese all’altro con la rapidità del lampo. Tutte queste scoperte meravigliose della modernità, fatte per attivare lo scambio tra i popoli, facilitare, arricchire, abbellire la vita, eccole ora al servizio dell’antico principio dell’odio, che tende a dividere i popoli e a distruggere la vita. Vedete le nostre ferrovie, i nostri telegrafi, noi siamo veramente nazioni civili predichiamo ai selvaggi e intanto ci serviamo di queste cose per sviluppare al centuplo la nostra ferocia selvaggia. La guerra, essendo negazione del progresso, fa dire la von Suttner alla sua protagonista in Abbasso le armi! è naturale che sopprima tutte le acquisizioni della civiltà e riconduca l’uomo allo stato selvaggio, fra le altre a quella cosa così rivoltante per le nature ingentilite: la sporcizia” .

 

2. Un esempio di ottima comunicazione
Il suo scritto più famoso, Abbasso le armi! in edizione originale comparve alla fine del 1889 a Dresda, ed ebbe un immediato successo, fu tradotto in tutte le lingue europee, e raggiunse nel 1905, anno in cui la von Suttner ottenne il Nobel, la trentasettesima edizione in Germania; qualche mese prima, sempre nel 1889, era apparso Era delle macchine. Previsioni sul nostro tempo. Di fatto, la Suttner superò il marito nella propaganda attiva, diventando lei stessa un esempio di quella emancipazione femminile di cui almeno in Italia, si sapeva ben poco ed era poco più di un fenomeno strettamente elitario. Fu lei stessa a sperimentarlo: nel novembre del 1891, in una sala del Campidoglio, in cui si inaugurava a Roma il Congresso della Pace, dopo un discorso di Ruggero Borghi, lo stesso ministro liberale che aveva autorizzato l’accesso femminile a tutte le facoltà universitarie, nel 1874, dopo il saluto del sindaco, “una donna, di nobile e severo aspetto, elegante nel vestire, chiese la parola per spiegare in nome di quali principi ella si presentava. Tutti gli sguardi conversero su di lei, e per la sala corse, bisbigliato, un nome già celebre: baronessa Berta de Suttner; parlò in francese, con l’efficacia della convinzione, in uno stile vivo e colorito, in favore dell’ideale della sua vita, la fratellanza fra i popoli, la guerra alla guerra, l’arbitrato internazionale. Prese parte a tutte le sedute del Congresso, vi fu eletta vice presidente, vi parlò spesso e cercò di mettere l’accordo fra le varie tendenze. Che una donna potesse prendere la parola era inaudito”.

L’edizione successiva del ’92 di "Abbasso le armi!" recava aggiunte e modifiche. In Italia era comparso per la prima volta nel 1897, sempre con il titolo Abbasso le armi, per le edizioni dei Fratelli Treves, basato sull’edizione del 1892, l’unica autorizzata. Il romanzo si presenta a tratti come un apparente feuilleton, un avvincente romanzo d’amore, che a conti fatti sembra però trasformarsi in un’abile operazione letteraria, tesa ad avvicinare le lettrici ad un tema politico-militare, attraverso i sentimenti. Berta vuole istruire in pratica, come si sarebbe detto nell’Ottocento, dilettando, e se a prima vista, il romanzo sembra un commovente romanzo basato sui sentimenti, nella sostanza è un magistrale esempio di strategia della comunicazione. La protagonista del romanzo, Martha Althaus, è la voce narrante, che sembra identificarsi con l’autrice, anche per chi leggeva, tanto che l’associazione inglese della pace, come è riferito nella prima traduzione italiana, del 1897, invitandola ad un congresso, le chiese di portare con sé il figlio Rudi, in realtà il bambino di Martha nel romanzo. Le analogie biografiche vanno cercate piuttosto nella comunione d’ideali della protagonista del romanzo con il secondo marito e nella vita reale della von Suttner con Arthur.

Nel romanzo, Martha ha un padre completamente convinto dell’etica guerresca, che ai figli e figlie raccontava della vita militare e dei suoi aneddoti; i discorsi però erano di fatto subiti dalle donne poiché la cultura femminile tradizionale le escludeva da una comprensione piena di ciò che veniva detto e da parte loro mai sperimentato. “Che ingiustizia vietare al sesso femminile di partecipare al sentimento più elevato dell’onore e del dovere … se per caso udivo parlare dell’aspirazione della donna all’uguaglianza dei diritti, cosa di cui si parlava poco nella mia giovinezza e per lo più con biasimo o tono canzonatorio, io comprendevo del desiderio dell’emancipazione soltanto quest’aspetto: anche le donne dovevano avere il diritto di andare armate in guerra … la storia, è proprio la storia, a suscitare l’ammirazione per la guerra. S’imprime nella mente dei ragazzi che il signore degli eserciti vuole continue battaglie, che queste sono per così dire, il veicolo che trascina attraverso il tempo i destini dei popoli; che esse sono l’adempimento di un’inevitabile legge di natura e devono quindi facilmente succedere come le tempeste e i terremoti; che gli orrori e lo spavento, da cui esse sono accompagnate, sono ampiamente compensati dall’importanza dei risultati per la società in generale e per l’individuo dalla gloria, oppure dalla coscienza di aver adempiuto il più sublime dei doveri … ciò risulta chiaro ed unanime da tutti i manuali e libri di lettura ad uso scolastico dove, accanto alla storia propriamente detta, rappresentata soltanto come una lunga catena di avvenimenti bellici, anche i racconti più svariati e le poesie non sanno riferire che eroici fatti d’armi … le ragazze benché non debbano andare in guerra sono istruite con gli stessi libri fatti per questa generazione di ragazzi soldati e così nasce nella gioventù femminile lo stesso concetto, che genera nel loro cuore una forte invidia di non poter fare altrettanto ed una esagerata ammirazione per ciò che riguarda le armi. E’ davvero uno spettacolo piacevole vedere delle ragazze gentili peraltro educate alla carità e alla dolcezza, essere invitate ad assistere a tutte le guerre antiche e moderne, da quelle bibliche macedoniche e puniche fino a quelle dei trent’anni e di Napoleone, e a contemplare le città incendiate, gli abitanti passati a fil di spada,i vinti torturati!” .

Mio padre, narrava Martha, aveva una serie di tesi predilette in favore della guerra che non era possibile confutare: 1 La guerra è una istituzione divina; è voluta dal Dio degli eserciti, vedi la Sacra Scrittura. 2 Ci sono sempre state guerre e di conseguenza ve ne saranno sempre. 3 Senza la guerra che decima ogni tanto la popolazione del globo, questa si moltiplicherebbe smisuratamente. 4 Una pace continua infiacchirebbe e snerverebbe la razza umana; acqua stagnante produce putrefazione, pace eterna produce decadenza dei costumi. 5 La guerra è il miglior mezzo per la manifestazione dei sentimenti più elevati come l’abnegazione, l’eroismo; essa serve a ritemprare il carattere. 6 Sorgeranno sempre delle contestazioni fra le nazioni; una concordia universale è impossibile. L’opposizione d’interessi condurrà sempre a dei conflitti; l’idea di pace perpetua è un nonsenso .

Martha, oltre ad essere figlia di militare, si sposa giovanissima con il primo marito, anch’esso militare; quando scoppia una guerra, la von Suttner, nel descrivere il commiato fra i due, delinea perfettamente la divisione tradizionale di ruoli fra i due sessi. La giovanissima moglie, prima di lasciarlo andare gli dice: potessi venire anch’io, combattere al tuo fianco e vincere o morire, mentre il marito risponde che erano sciocchezze; il suo posto era accanto alla culla del piccino: “Noi uomini dobbiamo combattere appunto per proteggerlo e garantirlo dagli assalti del nemico e per conservare la pace alla nostra casa e alle nostre donne” ; ma la vera spiegazione per Martha era un’altra: se il marito desiderava combattere non era per la necessità di difendere le donne, i bambini, la patria, ma per amore dei cambiamenti avventurosi che la vita in guerra offriva, per un desiderio di mettersi in mostra, avanzare di grado, insomma per ambizione. “Quando parecchi cani si disputano un osso, i cani stessi si sbranano fra di loro; ma nella storia dei popoli, la maggior parte delle volte sono gli stupidi ossi che vengono buttati gli uni contro gli altri, che reciprocamente si distruggono per difendere le pretese di governanti avidi” .

Nasceva quindi come conseguenza di una ribellione di Martha il grido: "Abbasso le armi" che dà il titolo al romanzo. La maggior parte della gente, afferma la protagonista del romanzo, non sa perché e come una guerra nasca; la vede soltanto giungere a poco a poco. E quando è giunta, non si occupa più dei piccoli interessi e delle semplici divergenze d’opinione che l’hanno prodotta, ma solo degli avvenimenti importanti che ne sono il risultato che assorbono l’attenzione. Poi, una volta passata, ci si ricorda tutt’al più dei travagli personali e delle perdite sofferte, ma non si pensa più alle ragioni politiche che le hanno dato origine.

"Quando una volta si è presi dalla sete dell’orribile, non c’è più riposo, finché essa non sia placata con un massimo d’orrore. C’è, infatti, qualche cosa di più orrendo di un campo di battaglia durante l’azione: è il campo di battaglia dopo l’azione … non si sentono altro che i gemiti del dolore e i rantoli della morte. Sul terreno sconvolto ovunque pozzanghere dai riflessi rossastri dei veri stagni di sangue, tulle le case devastate, villaggi, prima ridenti, trasformati ora in mucchi di rovine, gli alberi delle foreste abbattuti o carbonizzati, le siepi devastate dalle cartucce, sul suolo migliaia e migliaia di morti o di morenti che agonizzano senza soccorso. Proprio vicino ai cannoni, la cui gola è tutta nera di fumo, il suolo è più insanguinato: è lì che si trovano in maggior numero i morti, i feriti e quelli che sono stati i più atrocemente mutilati” .

"Bisogna, afferma Martha, che in base alle proprie forze ogni essere umano, aiuti, non fosse che di un millesimo di linea, l’umanità ad avvicinarsi a questa meta. Non è mai venuto in mente a nessuno di togliere le macchie d’inchiostro con l’inchiostro, o le macchie d’olio con l’olio. Solo il sangue lo si vuol lavare sempre col sangue …” .

 

 

 

 

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Ci vuole un'Europa diversa, autonoma, portatrice di pace democrazia e eguaglianza

  • Pubblicato in UE

EUROPA

Il tema "Europa" sarà al centro del confronto politico nei prossimi mesi

di Ermisio Mazzocchi
UE bandiere minNon c'è dubbio che la guerra russo-ucraina ha sconvolto gli equilibri geopolitici internazionali e ha fatto scendere definitivamente il sipario su quello che è stata l'UE sino ai nostri giorni.
Bisogna prendere atto che l'Unione europea ha concluso il suo primo periodo istitutivo e che è necessario che reimposti una nuova politica che ne riformi il suo assetto istituzionale.
Sono esplose le sue contraddizioni, si è rivelata la sua impotenza a essere protagonista di primo piano, è vacillata la sua compattezza, si è mostrata incerta e divisa sugli interventi in Ucraina, sulle sanzioni e sulle conseguenze che queste hanno prodotto.

Condizioni che obbligano a definire un nuovo progetto che ridia all'Unione un ruolo centrale nello scacchiere europeo e mondiale. Occorre in tempi brevi riscrivere la Carta dell'UE e aggiornare i suoi trattati, alcuni dei quali sono superati a causa degli ultimi eventi.

Una necessità rivolta a dare uniformità legislativa e autorevolezza decisionale per un'Europa indipendente e autonoma. I nuovi assetti istituzionali europei conferirebbero all'Unione un prestigio politico e un riferimento sicuro per tutti quei Paesi che guardano a essa come garanzia di pace e di benessere sulla base di una consolidata ed evidente idea di eguaglianza e giustizia fra suoi cittadini, attori costanti di una partecipazione costruttiva e verificabile di movimenti e di consultazioni. Una Europa che assicuri a tutti i diritti che il Lavoro merita e ne garantisca una remunerazione ugualmente diffusa in grado di assicurare una reale dignità di vita quotidiana.

Una profonda riforma dell'Unione porterebbe a una più solida cooperazione tra gli Stati che la compongono e avvierebbe di fatto una consistente integrazioni tra i diversi popoli europei. Una rinnovata e autonoma UE offrirebbe ampi orizzonti aperti non solo all'Europa ma anche a una vasta area che abbracci tutto il bacino mediterraneo.
Questo è investito da crisi economiche, da conflitti - drammatico quello israelo libanese, congelato da una missione ONU guidata dal 2006 proprio dall'Italia - , da guerre civili - tragica quella in Libia dilaniata da 10 anni di sanguinosi combattimenti -, da instabilità che interessa in particolare la Tunisia, dalla recrudescenza conflittuale israelo - palestinese, con attentati a civili e scontri tra popolazione araba e ebrei.

Una Unione, che ritrovi forza e compattezza per la sua rinnovata coesione su piattaforme condivise e inclusive, favorirebbe una sua presenza attiva per soluzioni di pace e convivenza in quelle realtà fortemente conflittuali e instabili in cui sono in gioco non solo le vite umane ma anche la gestione di fonti energetiche e i rapporti commerciali di vasta portata economica.

Questo comporta una scelta vitale per la futura Unione europea la quale deve presentarsi come un interlocutore alla pari con le potenze mondiali a iniziare dagli USA. L'Unione non può essere un'appendice degli USA né parte di un'alleanza militare - Nato - che di fatto ne limitano l'operatività e la declassificano a compiti subalterni.
Rimane da valutare se l'UE, configurandosi come unico Stato con una propria politica internazionale, un proprio esercito, un'unità fiscale e sanitaria, dovrebbe consentire che ciascun Paese scelga autonomamente di fare parte del North Atlantic sotto l'egida statunitense.

Al punto in cui siamo giunti non esiste altra scelta per una Europa di alto prestigio se non quella di una sua identità di Stato, in cui ci siano cessioni di sovranità e siano modificati i sistemi che eleggono i governi dell'Unione (elezione diretta del Presidente sulla base di schieramenti politici di coalizione? un Parlamento europeo con nuove regole che ne rafforzino il suo ruolo?).
Non si tratta solo di rivedere o scrivere nuovi trattati. E' essenziali che essi siano il risultato di una nuova idea di Europa, una "idea" di grande valore universale, che ha come fondamento la pari dignità di tutte le persone e la garanzia di una vita decorosa e di benessere in una cornice di cooperazione e di pace.
Una nuova cultura riformista democratica forte di una sua credibilità per sconfiggere e impedire le spinte sovraniste, populiste, xenofobe e demagogiche.

Un processo di rinnovamento che stenta a maturare nonostante alcuni tentativi che paiono essere caduti nell'oblio.
Macron propone una "Comunità politica europea" costituita da una Confederazione di Stati europei extra -UE con l'intento di "dare stabilità e unità al continente senza squilibrare l'Unione" (Conferenza di Strasburgo, 9 maggio 2022) al cui interno aderiscano i paesi che hanno fatto richiesta di adesione all'UE, Ucraina, Moldava, Georgia, e quelli che a vari livelli sono impegnati nel processo di adesione, Albania, Bosnia, Erzegovina, Kosovo, Macedonia del nord, Montenegro, Serbia e Turchia.
La sua idea sembra non avere avuto successo per l'indifferenza mostrata da più parti nelle quali permangono diffidenze e interessi nazionalistici.

Il segretario del PD, Enrico Letta, ha proposto di creare una Confederazione europea che comprenda i 27 Stati membri dell'Unione, l'Ucraina e gli atri otto paesi dell'est che vorrebbero entrare nell'UE.
L'intento sarebbe quello di arrivare in tempi brevi a una piena integrazione con quanti hanno richiesto di far parte dell'Unione e costruire legami economici e culturali attraverso accordi che garantiscano uno reciproca collaborazione.
Una proposta che non ha avuto molto ascolto e non ha aperto un ampio confronto nel PD e tra le forze politiche.
Siamo ancora in una fase di elaborazione con diversi progetti privi di una convergenza di sintesi. Le difficoltà hanno profonde radici in quello che è stata l'UE e nella scarsa spinta a trovare un comune percorso per cambiarla.

A oggi non è diffusa questa volontà né vi è un ampio arco di forze politiche impegnate ad avviare una trattativa per riformare l'Unione. Nelle poche dichiarazioni di buona volontà c’è un deficit di elaborazione e di chiarezza di intenti.
I grandi gruppi politici dal PSE al PPE presenti nel parlamento europeo non hanno di fatto avviato un confronto per arrivare alla costruzione di una nuova Europa unita e riformata.
Le forze progressiste e democratiche non si presentano compatte per affrontare le sfide del rinnovamento e lo stesso PSE, sollecitato dal PD, dovrebbe proporre la convocazione di una "Convenzione costituente", così come avvenne in Italia con la Costituente che diede vita alla Repubblica democratica e consentì al nostro paese di divenire una grande nazione.
Il partito più rappresentativo dello schieramento progressista e della sinistra, il PD, non si presenta con una visione complessiva, non provoca una tensione ideale capace di coinvolgere ampi settori di cittadini e di aprire un confronto con le parti essenziali della società.

Non basta presentare proposte di formule organizzative che sono dettate più dai fatti contingenti provocati dalla guerra in Ucraina che dalla esigenza non rinviabile di affrontare una lotta durissima e difficile per edificare un nuovo edificio europeo. E' necessario che il PD recuperi un ruolo centrale nella politica europea.
Siamo alla vigilia di un voto amministrativo che non è stato immune dai riferimenti all'Europa e questi saranno ancora di più presenti in occasione del rinnovo del Parlamento italiano nel 2023.

Il tema "Europa" sarà al centro del confronto politico nei prossimi mesi e della stessa competizione elettorale.
Risulta evidente che il PD e le forze più europeiste della sinistra e quelle riformiste dovranno porre al centro della loro iniziativa politica la costruzione di una Europa autorevole per un futuro di pace e di progresso.

Ermisio Mazzocchi. 10 giugno 2022

 

 

 

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Il piano di pace italiano per la guerra Russia vs Ucraina

COMMENTI

Che fare? Il piano Italiano o aspettare che la guerra si fermi "spontaneamente"?

di Mario Boffo*
PianodiPace Italia.Tgcom24 MedisatInfinity 400 minSecondo notizie stampa, il piano di pace italiano per l’Ucraina presentato al Segretario Generale delle Nazioni Unite non piacerebbe all’Unione Europea, avrebbe suscitato l’opposizione di Kiev, ma sarebbe allo studio a Mosca. Le motivazioni riportate sono nel senso che a Bruxelles la proposta sarebbe considerata un’iniziativa di politica interna per placare le polemiche sull’invio delle armi, e per il Presidente ucraino i tempi non sono maturi, come avrebbe detto Zelensky a Draghi. Il quale, sempre secondo le succitate notizie, non intenderebbe insistere sul progetto. Il fatto che per ora solo la Russia stia valutando il piano, viene presentato, senza dirlo apertamente, come elemento critico.

In realtà, il piano italiano, pur incidendo in una situazione molto complessa, e pur segnalando per ora semplicemente una rotta destinata comunque al negoziato e agli inevitabili intoppi e compromessi, è la prima cosa sensata che sia stata avanzata dall’inizio della guerra. Malgrado quello che pensa Bruxelles, sono convinto che il piano non nasca affatto dalle segreterie dei partiti per ragioni di politica interna: ho lasciato il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale da circa sei anni, e non so nulla dei processi interni; ma sono stato in diplomazia per quasi quarant’anni; almeno intuitivamente, l’iniziativa mi sembra proprio che abbia il marchio della Farnesina.

In sintesi, il piano, consegnato a Guterres e illustrato ai Ministri degli Esteri del G7 e del Quint (USA, Gran Bretagna, Germania, Francia, Italia) prevede quattro punti. Preferisco usare l’espressione “quattro punti”, piuttosto che “quattro fasi”, o “quattro passi”, per i motivi che spiegherò più avanti. Il primo punto prevede il cessate il fuoco, da negoziare ovviamente mentre ancora si combatte; esso dovrebbe essere affidato a meccanismi di supervisione e accompagnato dalla smilitarizzazione del fronte. Il secondo punto consiste in un negoziato multilaterale sul futuro status internazionale dell’Ucraina, che dovrebbe contemplare per Kiev una neutralità internazionalmente garantita, concordata in una conferenza di pace e che non ostacoli l’eventuale adesione del Paese all’Unione Europea. Il terzo punto riguarda la definizione di un accordo bilaterale tra Russia e Ucraina, anch’esso internazionalmente garantito, sulla Crimea e sul Donbass, che dovrebbe contemplare temi quali la piena sovranità ucraina, l’autogoverno delle regioni critiche, i diritti linguistici e culturali, la libera circolazione di persone, beni, capitali e servizi, la tutela del patrimonio storico. Il quarto punto propone un accordo multilaterale sulla pace e la sicurezza in Europa, nel contesto dell’OSCE e della Politica di Vicinato dell’Unione europea, con un riassetto degli equilibri internazionali, a partire dal rapporto tra Unione Europea e Mosca; l’accordo dovrebbe contemplare la definizione di una stabilità strategica, il disarmo e il controllo degli armamenti, la prevenzione dei conflitti e misure di rafforzamento della fiducia. Il progressivo ritiro delle truppe russe dall’Ucraina e la progressiva levata delle sanzioni, farebbero da corollario al programma.

Se ho preferito parlare di “punti”, e non di “fasi” o “passi”, è perché mi sembra più interessante sottolineare gli aspetti olistici del pacchetto (benché la loro applicazione si articolerà inevitabilmente in una successione temporale) piuttosto che considerarlo un’elencazione di risultati fra loro propedeutici. L’aspetto più accattivante del piano, infatti, è che esso mette insieme gli aspetti tattici (cessate il fuoco, status dell’Ucraina, situazione delle aree contese) e quelli strategici (accordo sulla pace e sicurezza in Europa).

Lasciando infatti da parte una serie di ovvietà (c’è un invasore e un invaso, Putin è un dittatore, è meglio la democrazia, gli errori passati non giustificano la guerra… eccetera, eccetera), e sintetizzando al massimo gli accadimenti degli ultimi trent’anni, potremmo concludere quanto segue: la Russia si “arrese” alla fine della guerra fredda, sciogliendo l’Unione Sovietica e il Patto di Varsavia; Mosca propose l’istituzione di una “casa comune europea”; l’idea di una nuova architettura di sicurezza in Europa fu scartata dalla NATO; l’Alleanza dette il via a successive ondate di allargamento; i fori di consultazione e cooperazione offerti alla Russia come lenitivo non funzionarono perché ritenuti da Mosca poco consistenti a fronte della realtà e della sostanza dell’allargamento (per una trattazione più estesa, vedasi il mio articolo Ucraina. Le guerre si potrebbero sempre evitare, anche se non sempre succede). La Russia, quindi, nel timore che l’espansione della NATO potesse giungere alle proprie frontiere, ha avviato “operazioni militari” in vari Paesi un tempo parte dell’URSS, fra cui l’Ucraina. In definitiva, per carità, con tutti i torti del mondo per le modalità utilizzate, ma con qualche ragione per l’obiettivo di non sentirsi emarginata dalla sicurezza europea, Mosca è intervenuta su Paesi confinanti con la Russia per evitare che anche questi finissero prima o poi, di diritto o di fatto, nell’orbita dell’Alleanza Atlantica, come membri di diritto o semplicemente come sue postazioni avanzate. Considerato quanto sopra, si dovrebbe evincere che la Russia ha attaccato (tatticamente) l’Ucraina perché non ha potuto conseguire l’obiettivo strategico di una condivisa architettura di sicurezza in Europa entro la quale avere un ruolo paritario rispetto a Unione Europea e NATO.

La valenza “olistica” e omnicomprensiva dell’iniziativa italiana (pur nell’inevitabile successione dei momenti) permette di prospettare alla Russia l’obiettivo strategico di un accordo multilaterale sulla sicurezza in Europa, e credo che questo permetterebbe di ammorbidire le posizioni di Mosca sugli obiettivi tattici. In sostanza, Mosca potrebbe essere meno intransigente sulla sistemazione dell’Ucraina se potesse vedere possibile sin da ora il conseguimento di una “casa comune” in Europa. Se invece i quattro punti dovessero essere considerati propedeutici e successivi, il senso dell’iniziativa perderebbe slancio: perseguire il cessate il fuoco (primo punto) prima di negoziare lo status dell’Ucraina (secondo punto) e quello delle regioni contese (terzo punto), senza aprire contemporaneamente e subito la strada all’accordo sulla sicurezza in Europa, indurrebbe le forze in campo a inasprire i combattimenti per arrivare più forti ai vari negoziati successivi; prospettare il pacchetto come offerta complessiva, e i vari punti come contestuali e collegati, permetterebbe un avanzamento verso la pace comunque complesso, comunque soggetto alle inevitabili tempistiche, ma certo più coerente e decifrabile.

Se si comprende la rigidità di Zelensky, che insieme al suo ispiratore d’oltre oceano desidera l’indebolimento (destabilizzazione?) della Russia, meno si comprende l’asserita contrarietà di Bruxelles, la quale elabora ipotesi di piccolo cabotaggio piuttosto che guardare alle possibilità di un’iniziativa che ha almeno il merito di essere stata avanzata e di provare a guardare lontano. Meglio farebbe l’Unione Europea a sostenere l’iniziativa italiana, pur con tutti i necessari caveat, se non altro per manifestare un briciolo di autonomia e di consapevolezza collettiva. Forse l’Italia potrebbe lavorare con i partner europei, e in particolare con la Francia e la Germania, per realizzare una maggior coesione attorno al proprio piano, e renderlo più forte, anche come punto di differenziazione e di interlocuzione con gli Stati Uniti.

Autorevoli commentatori televisivi italiani affermano essi stessi che il piano italiano è “lodevole”, ma sostanzialmente irrealistico, perché non corrisponde alla situazione sul terreno. Certo, non è applicabile fra mezz’ora, e l’ho spiegato più sopra. Ma le alternative quali sarebbero? La sconfitta della Russia, che aprirebbe un buco nero nella stabilità europea e aggraverebbe il rischio nucleare? La sconfitta dell’Ucraina, con maggiori guadagni territoriali per Mosca? L’intervento diretto della NATO?
Oppure aspettare che la guerra si fermi spontaneamente per esaurimento delle forze o che si definiscano con le armi le posizioni sul terreno? A quel punto si sarà probabilmente costretti a riconoscere il Donbass alla Russia e la neutralità dell’Ucraina. Cioè le stesse cose che si possono almeno sostenere e negoziare subito; però dopo altre migliaia di morti e con rischi crescenti di escalation.

25/05/2022
da Il piano di pace italiano per l’Ucraina – Transform! Italia (transform-italia.it)
https://transform-italia.it/il-piano-di-pace-italiano-per-lucraina/

 

dott. MarioBoffo 400 min*Mario Boffo. Ambasciatore esperto con una comprovata storia di lavoro nel mondo degli affari e nel settore degli affari internazionali. Competente in Relazioni Internazionali, Strategia Aziendale, Analisi delle Politiche, Inglese, Organizzazioni Internazionali e Italiano. Forte professionista della comunità e dei servizi sociali con un Master in Scienze Politiche e Governo presso l'Università degli Studi di Napoli "Federico II".

 

 

 

 

 

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Pace, convivenza e futuro per tutti. Un tavolo per trattare

COMMENTI

Le possibilità per raggiungere questi obiettivi non sono del tutto esaurite

di Ermisio Mazzocchi
MarciaPace min"La Pace è un edificio da costruire continuamente, un cammino che facciamo insieme cercando sempre il bene comune e impegnandoci a mantenere la parola data e a rispettare il diritto. E' un lavoro paziente di ricerca della verità e della giustizia".
E' l'appello accorato di Papa Francesco, un appello rivolto alle anime, ma che rimane inascoltato da parte di chi avrebbe i mezzi e il potere di porre fine al conflitto russo-ucraino.

La verità è che non lo si vuole.
Troppi interessi sono alla base del conflitto, ma tutti da riassumere nel controllo del potere reale sulle risorse del mondo essenziali alle società ad alta produzione industriale e agricola.

Rimane ancora incerto quali potrebbero essere i promotori delle trattative.
La proposta di un piano di pace presentata dal ministro degli Esteri Di Maio al Segretario generale dell'ONU, Antonio Guterres, potrebbe essere una piattaforma per una base di discussione.
E' l'unico vero atto concreto di un documento scritto che si conosce da quando si parla di far cessare le ostilità ed è significativo che è stato elaborato da un rappresentate del governo italiano.
Se ne dovrebbe tenere conto e sostenerlo con forza.
Siamo, a mio parere, a una svolta decisiva considerato che la guerra si inasprisce, che le perdite sono pesanti per l'una e l'altra parte e le posizioni di rivendicazioni rimangono immutate.

In una situazione che si fa sempre più difficile, l'UE resta il fulcro su cui innescare un percorso di pace per un'Europa, comeukraine war 390 min afferma anche l'Abate di Montecassino, Dom Donato Ogliari, "dal volto sempre più concreto, solidale e pacifico" in piena sintonia con Papa Francesco che implora "la pace coltivata anche su terreni aridi delle contrapposizioni perché non c'è alternativa alla pace".
L'Unione con una sua posizione ferma dovrebbe sollecitare la comunità internazionale ad agire per un cessate il fuoco e una tregua che apra la strada alla ricerca di una soluzione negoziabile.
La pace risulta urgente non solo per porre termine ad un conflitto che produce distruzione e morte, ma anche per evitare che l'economia mondiale precipiti in una crisi profonda e porti alla disperazione milioni di persone in particolare nelle aree più deboli del pianeta.

La guerra russo-ucraina ha aperto un nuovo capitolo della storia dell'intera umanità con la messa in discussione degli assetti geopolitici ed economici definiti dopo Yalta e i successivi assestamenti - penso all'indipendenza dell'India del 1950, all'area vietnamita e coreana, a quella medio orientale, a quella balcanica - avvenuti nel corso della seconda metà del XX secolo e segnati da disastrosi conflitti.

Gli USA, dopo la dissoluzione dell'Unione Sovietica, sono rimasti l'unica potenza mondiale su cui si era portati a parametrare tutto il modus vivendi dell'intero pianeta.
Il corso della storia ha portato oggi a esiti diversi con profondi cambiamenti tra i quali il sorgere di altre forti potenze come la Cina, l' India, il Giappone e in misura minore la Russia.
L'Unione Europea ha avuto dal 1957 un percorso molto lungo per arrivare a una composizione di 27 Stati e alla definizione di trattati integrativi.
Essa, tuttavia, non ha pienamente assunto le caratteristiche di una vera e propria "unione" priva com'è di una sua politica estera autonoma, di un proprio e unico esercito, di una uniformità per quel che concerne il diritto alla sanità e all'istruzione, per citare solo alcune delle questioni più eclatanti.
ucraina pochi passi avanti nei colloqui di pace guerra non si ferma 400 adnkronos min

Il conflitto russo-ucraino al di là di quelle che sono le cause occasionali, ha scoperto quelle che sono le vere e reali motivazioni.
Gli interessi in gioco sono di una vastità enorme e rientrano in una nuova dimensioni per quanto riguarda i rapporti tra le potenze del mondo.

La stessa guerra ha messo al centro il nuovo assetto del pianeta non più diviso blocchi, ma in aree di influenza.
Argomenti che abbiamo più volte affrontato sulle pagine del giornale UNOeTRE.it.

La gara è aperta e vedrà primeggiare chi saprà avere la meglio nel governo delle fonti energetiche.
La contesa è violenta e senza esclusione di colpi e si avvarrà di metodi subdoli e sotterranei per l'accaparramento delle risorse e degli strumenti oggi decisivi e fondamentali per l'economia di alcuni Stati.
Sono rivelatori di questo nuovo corso economico alcuni fondamentali prodotti e sistemi indispensabili per l'intera economia mondiale.
Il neon gas è il caso tra i più eclatante.
Si tratta di un sottoprodotto della lavorazione dell'acciaio, utilizzato per i microprocessori necessari in moltissimi settori, dalla telefonia all'auto.
Quasi la metà del neon mondiale proviene dalla Russia e dall'Ucraina.
Le due principali industrie di neon si trovano a Mariupol e a Odessa, città sotto assedio.

Il prolungarsi del conflitto potrebbe aggravare la carenza di semiconduttori e far lievitare i loro prezzi.
Non a caso si è avuto un aumento del 550 per cento per quelli che provengono dalla Cina, altro produttore del neon.
L'esportazione del neon ucraino, di cui il 75 percento destinato all'industria dei chip, era diretta negli USA, in Germania, Cina e Corea.
Il loro utilizzo è fondamentale per l'industria automobilistica e in particolare per la mobilità green.
La Commissione europea a tal fine ha deciso che i paesi dell'Unione dovranno raggiungere 30 milioni di veicoli a zero-emissioni in circolazione entro il 2030.
Per questo obiettivo le industrie europee hanno bisogno di alluminio, palladio e neon, materie provenienti principalmente dalla Russia e dall'Ucraina.
Gli incentivi dell'UE per le industrie residenti nella sua area sono consistenti.

Il Chip Act, approvato dal Parlamento europeo, prevede entro il 2030 un finanziamento di 15 miliardi, che si aggiungono agliintelligenza artificiale 400 min oltre 30 miliardi già stanziati dall'UE per sollecitare la produzione di semiconduttori.
Il governo italiano, al fine di conseguire i medesimi obiettivi, ha stanziato oltre quattro miliardi per la ricerca sui semiconduttori e per le ricerche innovative.
Nessuno può permettersi di rinunciare a tali investimenti e di essere penalizzato quando sono a rischio miliardi di euro, migliaia di posti di lavoro e le stesse politiche ambientali.

La fine della guerra e la pace sono a maggior ragione urgenti e necessarie.

Bisogna costruire un orizzonte di pacifica convivenza e non solo in Europa per trovare una via di uscita da questa guerra.
La proposta di una Conferenza di pace e di sicurezza potrebbe ottenere un effetto positivo per il cessate il fuoco.
Certo è che si presentano a tal fine molteplici difficoltà poiché i veri motivi che sono alla base di questo conflitto investono ampi settori economici e non hanno nulla a che vedere con la difesa della democrazia, tanto più che nei due paesi contendenti non ci sono veri e propri sistemi democratici.
I paesi più progrediti ad alta industrializzazione e con sistemi tecnologici e sociali molto avanzati sono consapevoli che in seguito a questo conflitto si avrà una modifica degli assetti geopolitici nel mondo.
Ne consegue che è fondamentale occupare posizioni di alto potere per essere superiori o quanto meno pari ad altri.

Un campo di confronto o se si vuole di scontro nella competizione per il dominio delle tecnologie avanzate è quello dell'Intelligenza Artificiale (AI).
Si prevede che l’AI genererà quasi 4 trilioni di dollari di valore aggiunto entro il 2022.
Entro il 2030 i guadagni economici dovrebbero essere più forti in Cina e Nord America, rappresentando il 70% dell’impatto economico globale dell’AI.
L’Intelligenza artificiale ha una dinamica: “il vincitore prende tutto”.
La concentrazione dell’AI nelle mani di pochi paesi ad alto reddito probabilmente lascerà i paesi in via di sviluppo molto indietro.
Questi ultimi non beneficeranno delle tecnologie di intelligenza artificiale e non ne avranno la proprietà.
Saranno quindi esclusi e subordinati, se non del tutto dipendenti.

L’Unesco afferma che l'AI: “dirige le nostre scelte, spesso in modi che possono essere dannosi. Ci sono vuoti legislativi nel settore che devono essere colmati rapidamente. Il primo passo è concordare esattamente quali valori devono essere sanciti e quali regole devono essere applicate”.
L'AI è considerata uno strumento indispensabile per affermare la "sovranità digitale, oggi posseduta da USA e Cina".
Molteplici sono le ragioni che hanno indotto il Parlamento europeo a elaborare specifiche linee guida per l’uso dell’Intelligenza Artificiale in campo militare e civile, prendendo atto delle implicazioni che tale tecnologia emergente può assumere in settori “sensibili” e delicati.Usa CINA UE 400 Atlanteguerre
In altri termini, anche la Risoluzione del Parlamento europeo oggi riconosce “effetti dannosi sulla stabilità politica, la sicurezza sociale, le libertà individuali e la competitività economica”.
Il che comporta in assenza di regole condivise alti rischi di manipolazione dell'opinione pubblica e di controlli dell'intera economia mondiale.

Aleggia sul conflitto russo-ucraino una guerra per il dominio delle aree produttive più pregiate del pianeta e per arrivare a una globalizzazione concordata tra le potenze che oggi sono interessate a trovare un nuovo equilibrio nei rapporti commerciali e monetari a cominciare da una revisione della moneta di riferimento che non può essere più solo il dollaro.

La pace è urgente, la fine della guerra è indispensabile per aprire una nuova stagione geopolitica i cui attori sono USA, Cina, India, Inghilterra, Russia e l'UE, sempre se quest'ultima riuscirà ad avere una sua autonoma strategia estera e unitaria.
Il punto debole di questo schieramento è proprio l'UE, arretrata, appesantita da regolamenti superati, priva di una sua vera identità unionista.
L'Italia dovrebbe svolgere un ruolo con maggiore incisività e autonomia.
Il governo e le forze politiche di maggioranza, in primo luogo il PD, stentano ad avere un progetto innovativo per l'Europa e a qualificare l'Italia come una potenza decisiva nello scacchiere mondiale.
Le possibilità per raggiungere questi obiettivi non sono del tutto esaurite.

21 maggio 2022

 

 

 

 

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Ucraina. Finalmente una proposta di pace

CRONACHE&COMMENTI

Purtroppo la nostra stampa non ne coglie l'importanza

di Aldo Pirone
ukraine war 390 minLa notizia di ieri riguardante la guerra in Ucraina non sono le comunicazioni di Draghi al Parlamento, è il piano di pace presentato dall'Italia, per voce del ministro degli esteri Di Maio, al segretario generale dell'Onu Gutierres. Il provincialismo della nostra stampa e la diffusa cialtroneria giornalistica che vi alligna, oggi non ne coglie l'importanza. I giornali, da quelli pacifisti a quelli con l'elmetto atlantico sempre bel calzato in testa, salvo rare eccezioni, stamane preferiscono concentrarsi sulle beghe di casa, sui balneari, sull'ultimatum di Draghi ai partiti di destra ecc.

Eppure molti, soprattutto nel fronte pacifista europeista e anti oltranzista pro Nato, hanno auspicato e sollecitato nelle settimane scorse che l'Europa e l'Italia tirassero fuori una qualche proposta in grado di fornire un contributo diplomatico per la cessazione del fuoco e per l'avvio a breve e a più lungo termine di un processo di pace. Un contributo che si distinguesse dall'atlantismo anglo americano orientato non tanto alla salvaguardia dell'Ucraina dall'aggressione di Putin ma, più che altro, ad approfittarne sul piano geopolitico per mettere giudizio all'autocrate russo fino a farlo sloggiare dal Cremlino.

Anche chi ha aborrito l'invio di armi italiane ai resistenti ucraini con le più diverse motivazioni - alcune francamente strampalate - ma tutte con l'intenzione di avvicinare la pace e di non travalicare la Costituzione rendendoci cobelligeranti, dovrebbe essere contento del piano dell'Italia.

In che consiste la proposta Draghi-Di Maio?

Per quel che se ne sa, esso poggia su quattro punti: 1) il cessate il fuoco e “congelamento” provvisorio della situazione militare sul campo. 2) La convocazione di una conferenza di pace cui sarebbe affidato il compito di sancire e garantire per l’Ucraina uno status di neutralità che verrebbe dichiarata “pienamente compatibile” con una futura adesione all’Unione europea. 3) Un accordo bilaterale Mosca-Kiev sulle questioni territoriali che dovrebbe tendere al riconoscimento della sovranità ucraina sulle aree contese (Crimea e Donbass), ma con una loro totale autonomia garantita internazionalmente. 4) Nuova Conferenza europea sulla sicurezza modello Helsinki del 1975 per garantire la sicurezza reciproca di tutti i partecipanti, il disarmo dell’area europea, il controllo degli armamenti, la mediazione delle controversie, la prevenzione dei conflitti e le misure di rafforzamento della fiducia reciproca.

Oggetto di trattativa anche il ritiro delle truppe russe dai territori occupati, con l’obiettivo di riportare la situazione al 24 febbraio 2022 prima dell'aggressione di Putin. Questo ritiro sarebbe progressivo, così come progressiva sarebbe la revoca graduale delle sanzioni occidentali alla Russia. A garantire questo impegno diplomatico sarebbe il Gruppo Internazionale di Facilitazione. L’Italia propone che ne facciano parte Paesi e organizzazioni internazionali, in particolare Onu e Ue. Non c'è una lista completa delle capitali che sarebbero coinvolte, ma si parte dagli Stati che già alcune settimane fa erano considerati adatti allo scopo: Francia, Germania, Italia, Turchia, Stati Uniti, Cina, Canada, Regno Unito, Polonia, Israele.

È evidente che il piano italiano contrasta con l'attuale linea di Zelensky che, smentendo affermazioni precedenti, sembra oggi dire che ogni trattativa con i russi può iniziare solo dopo il loro ritiro sulle posizioni precedenti al 24 febbraio. Probabilmente della proposta non saranno contenti gli inglesi e gli oltranzisti atlantici. Staremo a vedere che sviluppi avrà, ma oggi chi si batte per la pace subito in Ucraina e per fermare l'aggressione di Putin ha almeno qualcosa di serio cui riferirsi se non altro come elemento di discussione e di azione.

Gutierres ha manifestato "molto interesse" soprattutto per il primo punto del piano Draghi-Di Maio. Da Francia e Germania, che probabilmente già sapevano della cosa in fieri perché ne erano state informate al G7, dovrebbe arrivare un esplicito sostegno viste le loro posizioni fin qui manifestate. Interesse è stato espresso dalla Turchia ma, quel che più conta, il portavoce di Putin, Peskov, ha detto che pur non conoscendo i dettagli del piano italiano, tuttavia "La partecipazione di tutti coloro che possono contribuire alla soluzione della situazione in Ucraina è accolta favorevolmente. Nessuno rifiuta tali sforzi sinceri”. Non è molto, ma, vista la situazione, non è neanche una chiusura.

Quella c'è solo da parte dei giornali italiani tramite l'oscuramento.

 

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

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La pace in 4 tappe. E' italiana la prima e unica proposta

19 maggio 2022. Sul tavolo dell'Onu arriva il piano del governo italiano. Primo e unico per ora

di Tommaso Ciriaco - ©repubblica.it
DiMaio Guterres 390 minIl ministro degli Affari Esteri Luigi Di Maio e il Segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres (ansa)
Il documento. Nella proposta presentata da Di Maio a Guterres una vigilanza internazionale
ROMA - È il piano italiano per la pace. Un documento elaborato alla Farnesina, in stretto coordinamento con Palazzo Chigi. L'ha presentato ieri a New York il ministro Luigi Di Maio durante un colloquio con il segretario generale dell'Onu Antonio Guterres. Alcuni contenuti della bozza sono stati anticipati agli sherpa del G7 e del gruppo Quint. Prevedono un percorso in quattro tappe, sotto la supervisione di un Gruppo internazionale di Facilitazione (GIF): il cessate il fuoco, la possibile neutralità dell'Ucraina, le questioni territoriali - in particolare Crimea e Donbass - e un nuovo patto di sicurezza europea e internazionale. Ad ogni singolo passaggio, andrà testata la lealtà agli impegni assunti dalle parti, in modo da poter procedere allo step successivo. Ecco come è nata la svolta diplomatica di Roma e i dettagli del contenuto del piano, che Repubblica è in grado di anticipare.

Tutto nasce dalla volontà politica di costruire durante il conflitto le condizioni per fermare le armi. "Se è vero che la guerra è il fallimento della diplomazia - ha spiegato durante i lavori preparatori Di Maio ai tecnici della Farnesina - è anche vero che è la diplomazia a poter mettere fine alle guerre. Tutte prima o poi finiscono e bisogna farsi trovare pronti con dei piani per il dopo-guerra". Un approccio che risponde alla filosofia della Farnesina, sintetizzata da Di Maio nelle ultime ore: sanzioni, sostegno alla legittima difesa ucraina e assistenza finanziaria e umanitaria a Kiev. Ma anche impegno per costruire la pace.

Dunque, questi i dettagli della proposta diplomatica consegnata ieri dal ministro a Guterres durante la missione al Palazzo di Vetro e anticipata a grandi linee ai diplomatici dei ministeri degli Esteri del G7 e del Quint (Usa, Gran Bretagna, Germania, Francia, Italia) dai tecnici che seguono il dossier, in particolare il segretario generale della Farnesina, Ettore Sequi, e il direttore degli affari politici, Pasquale Ferrara. Il primo passo prevede il cessate il fuoco, da negoziare mentre si combatte. È un elemento fondamentale, perché è irrealistico immaginare che una tregua si realizzi da sola o che sia la precondizione per trattare. Il cessate il fuoco andrebbe accompagnato, nella proposta italiana, da meccanismi di supervisione e dalla smilitarizzazione della linea del fronte, per discutere i nodi aperti e preparare il terreno a una cessazione definitiva delle ostilità. È il passaggio più complesso, vista la situazione sul terreno. Se realizzata, aprirebbe uno spazio di pace rilevante.

Il passo successivo - il secondo - ruota attorno al negoziato multilaterale sul futuro status internazionale dell'Ucraina. E in particolare sull'eventuale condizione di neutralità di Kiev, assicurata da una "garanzia" politica internazionale. La sede in cui discutere questa neutralità sarebbe una conferenza di pace. A tutela degli ucraini, la condizione è che questo status sia pienamente compatibile con l'intenzione del Paese di diventare membro della Ue. Aspetto decisivo, visto che l'adesione porta con sé impegni e clausole che andrebbero modulati in sull'eccezionalità dell'ingresso.

Il terzo punto, il più "caldo" sotto il profilo diplomatico, riguarda la definizione dell'accordo bilaterale tra Russia e Ucraina sulle questioni territoriali, sempre previa mediazione internazionale. Centrali sono ovviamente Crimea e Donbass. Nel patto, suggerisce il piano, andrebbero risolte le controversie sui confini internazionalmente riconosciuti, il nodo della sovranità, del controllo del territorio, le disposizioni legislative e costituzionali di queste aree, le misure politiche di autogoverno. E inclusi i diritti linguistici e culturali, la libera circolazione di persone, beni, capitali e servizi, la conservazione del patrimonio storico e alcune clausole di revisione a tempo. L'elenco dei temi lascia intendere la cornice: un'autonomia praticamente totale delle aree contese e una gestione della sicurezza autonoma. Ma il richiamo ai confini riconosciuti a livello internazionale lascia supporre l'intenzione di non mettere in discussione la sovranità di Kiev sull'intero territorio nazionale.

Infine la quarta tappa. Si propone un nuovo accordo multilaterale sulla pace e la sicurezza in Europa, nel contesto dell'Osce e della Politica di Vicinato dell'Unione europea. Di fatto, un riassetto degli equilibri internazionali, a partire dal rapporto tra Unione europea e Mosca. In questo quadro, vengono elencati una serie di priorità da definire: la stabilità strategica, il disarmo e il controllo degli armamenti, la prevenzione dei conflitti e le misure di rafforzamento della fiducia. Oggetto di mediazione, inoltre, anche la definizione di un delicatissimo aspetto postbellico: il ritiro delle truppe russe dai territori occupati. L'obiettivo è quello di riportarle quantomeno allo status quo ante il 24 febbraio 2022, data dell'invasione ordinata da Putin. Questo ritiro sarebbe progressivo, così come progressiva sarebbe la possibile revoca condizionata, parziale, graduale, proporzionale delle sanzioni nei confronti della Russia.

A gestire questa gigantesca mole di impegno diplomatico è il GIF, il Gruppo Internazionale di Facilitazione. L'Italia propone che ne facciano parte Paesi e organizzazioni internazionali, in particolare Onu e Ue. Non è definita una lista completa delle capitali che sarebbero coinvolte, perché l'idea è avanzare una proposta emendabile. Ma si parte dagli Stati che già alcune settimane fa erano considerati "arruolabili" allo scopo: Francia, Germania, Italia, Turchia, Stati Uniti, Cina, Canada, Regno Unito, Polonia, Israele. "Il GIF - è scritto in uno dei passaggi del documento illustrato da Di Maio a New York - favorirebbe attività di monitoraggio, il dispiegamento di contingenti di pace e l'istituzione di missioni di osservatori al fine di assicurare l'attuazione delle varie intese raggiunte dalle Parti con l'assistenza ed il sostegno internazionali". Tra gli altri compiti di questa unità di contatto c'è il coordinamento multilaterale per gli aiuti e per il sostegno alla ricostruzione attraverso "una Conferenza di donatori".

L'obiettivo di Roma, ha spiegato Di Maio a Guterres, è individuare "una soluzione giusta, equa, concordata tra le parti, basata sull'indipendenza e l'integrità territoriale dell'Ucraina". E questo perché "uno dei limiti dei tentativi esperiti sinora è che essi, pur essendo importanti, sono iniziative isolate". Meglio mobilitare diversi "partner internazionali in modo coordinato". Si vedrà quanto la proposta italiana riuscirà a camminare sulle proprie gambe. Di certo, serve a posizionare Roma nella partita diplomatica. "L'Italia - sintetizza il ministro - spinge per una soluzione di pace, e l'Ue deve svolgere un ruolo di primo piano. Draghi su questo è stato netto: vogliamo che l'Ue scelga di essere protagonista".

 

 

 

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Tra latrati di guerra e intenzioni di pace

 CROPNACHE&COMMENTI

“La sicurezza europea dovrebbe essere nelle mani degli europei stessi“

di Aldo Pirone
MacronPapa Francesco aveva detto che forse a innescare ancor più l’ira di Putin e la sua vergognosa aggressione all’Ucraina - guerra pericolosa per la pace in Europa -, era stato anche l’ “l’abbaiare della Nato alla porta della Russia”. In altri termini, l’espansione sconsiderata a est dell’organizzazione militare dell’Alleanza atlantica negli ultimi due decenni. Non aveva torto. A confermare quella considerazione del Papa sono arrivate, l’altro ieri, le parole di Jens Stoltenberg, il laburista norvegese segretario generale della Nato, che si è precipitato a fare il controcanto al tentativo di Zelensky di avviare una trattativa di pace con Putin dicendosi disposto a mettere sul piatto anche la rinuncia alla Crimea. Stoltenberg ha subito gelato Zelensky: “L'annessione illegale della Crimea – ha latrato - non sarà mai accettata dai membri della Nato”.

Per poi aggiungere, bontà sua, che “Saranno però il governo e il popolo ucraino a decidere in maniera sovrana su una possibile soluzione di pace”. Una grande ipocrisia. Poteva starsene zitto per incoraggiare il Presidente dell’Ucraina nella sua apertura, ha preferito politicamente dare una mano a Putin.

A seguire, domenica scorsa, c’è stata la riunione del G7 (Stati Uniti, Gran Bretagna, Germania, Francia, Italia, Giappone). A tenere banco la questione delle forniture energetiche di gas e petrolio dalla Russia. Per ciò che riguarda la guerra, nel silenzio dei tre paesi europei che ne fanno parte, la dichiarazione finale recita: “Il presidente Putin non deve vincere questa guerra contro l’Ucraina”. Senza, per altro, precisare che cosa significhi “Putin non deve vincere” perché su questo, fra alcuni paesi fondatori dell’Europa e angloamericani, le idee e gli obiettivi sono diversi. Il presidente ucraino Zelensky, che ha partecipato al vertice, ha detto che l’obiettivo è che i russi si ritirino da tutta l’Ucraina. Bruciava ancora la randellata assestatagli da Stoltenberg.

Ieri Putin, in occasione della parata della “vittoria” in ricordo della sconfitta imposta al nazifascismo, ha fatto un discorso sottotono, quasi difensivo, sebbene sempre propagandistico e nazionalista. Ha parlato della “operazione militare speciale” come di un atto preventivo per difendere la Russia dall’aggressione Nato che si stava preparando. Ha paragonato l’aggressione all’Ucraina alla “Grande guerra patriottica” contro il nazifascismo. Dimenticandosi che quella vittoria non fu solo russa, ma sovietica. Nell’Armata rossa combatterono tutti i popoli sovietici: uzbeki, kirghisi, tagichi, georgiani, armeni, lituani, estoni, lettoni, yakuzi, bielorussi, ucraini e tante altre nazionalità di cui quella russa fu certamente preponderante, ma non la sola. Alla difesa di Mosca, e alla decisiva vittoria di Stalingrado, per esempio, concorsero in modo determinante i siberiani dell’estremo oriente sovietico. Piegare, per utilità del momento, quel contributo di sangue, oltre 26 milioni di morti, al nazionalismo “grande russo” d’ispirazione zarista è vergognoso e disonorevole per l’esercito russo che ancora porta le insegne della Rivoluzione socialista d’ottobre che fu fatta per liberare i popoli non per opprimerli. Ma, a parte la solita balorda propaganda, Putin non ha fatto quel che si temeva: una dichiarazione di guerra all’Ucraina.

A rialzare le chances di chi nell’Ue vuole una soluzione politica della guerra, è stato Macron che, da Presidente di turno dell’Ue, ha parlato nel pomeriggio all’europarlamento di Strasburgo concludendo la Conferenza sul futuro dell’Europa. “Non dobbiamo cedere alla tentazione dei revanscismi. Domani avremo una pace da costruire” e “dovremo farlo con Ucraina e Russia attorno al tavolo. Ma questo non si farà né con l’esclusione reciproca, e nemmeno con l’umiliazione”. “Non siamo in guerra contro la Russia, - ha precisato - lavoriamo per la preservazione dell’integrità dell’Ucraina, per la pace nel nostro continente. Ma sta soloscholz xi jinping 390 min all’Ucraina definire i termini dei negoziati con la Russia. Il nostro dovere è essere al suo fianco per ottenere un cessate il fuoco”.

Agli angloamericani saranno fischiate le orecchie.
Infine è arrivato l’incoraggiamento della Cina. In un colloquio videotelefonico con il cancelliere tedesco Sholz, il Presidente Xi Jinping ha spronato l’Europa: “La parte europea dovrebbe mostrare la sua responsabilità storica e saggezza politica, concentrarsi sulla pace a lungo termine dell’Europa e cercare di risolvere il problema in modo responsabile”. “La sicurezza europea dovrebbe essere nelle mani degli europei stessi“.

Eh già.

 

 

 

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Con convinzione dalla parte della PACE

GUERRA RUSSIA vs UCRAINA

Pretendere il cessate il fuoco è un diritto dell'umanità

di Ignazio Mazzoli
marcia perugiassisi 390 min“FERMATEVI”, gridava lo striscione di apertura della marcia per la Pace Perugia-Assisi che il 25 aprile di quest’anno ha visto coinvolte decine di migliaia di persone.
Questa iniziativa non è stata fatta conoscere con la necessaria ampia diffusione che tutt’ora merita. Forse perché invitava Russi e Ucraini, insieme, a far tacere le armi, anziché invitare a proseguire “sine die” la guerra? Fino a che... e fino a quando…?

È l’ultimo dei tanti episodi che motivano il malcontento verso l’informazione italiana. Malcontento e disillusione soprattutto di quella maggioranza del popolo italiano che non vuole l’invio di armi anche italiane all’Ucraina con la certa convinzione che questo sostegno è motore di un pericoloso e ingovernabile allargamento del conflitto, che al contrario, politica e diplomazia hanno il dovere di far cessare.
Ora, anche fra gli operatori dell’informazione si sollevano potenti voci di dissenso verso la mancanza di informazioni complete su un conflitto che alcuni giudicano inevitabile e sacrosanto. È questa narrazione televisiva estenuante, a senso unico, di decine di ore al giorno, come avveniva per il covid, ma che in quel caso era motivata dal dover indicare indispensabili condotte di vita corrette, a tutela della salute di ognuno di noi.

Oggi c’è al contrario la diffusione di un dogmatismo per convincerci della bontà delle decisioni governative e della maggioranzaok triincee GettyImages 350 min che sostiene l’esecutivo e che induce molti, troppi operatori a svillaneggiare tutti coloro che non lo condividono, siano essi intellettuali, giornalisti e politici dubbiosi. Emblematiche sono alcune interviste a cui è stato sottoposto il Presidente del M5S Giuseppe Conte che è sembrato, più che un intervistato davanti a giornalisti, un malfattore davanti a poliziotti aguzzini che pretendevano una confessione di reità.

E' avvenuto a “di Martedì” con Giovanni Floris a proposito della necessità di impedire l’aumento in bilancio al 2% delle spese per la Nato in tempi troppo brevi, e più recentemente si è ripetuto con Corrado Formigli che a "Piazza Pulita" di giovedì 28 aprile pretendeva da Conte un atto di fede sull’opportunità dell’invio di armi all’Ucraina anche a fronte dell’apertura di una nuova fase della guerra che oramai si caratterizza per un escalation di cui è difficile pronosticare e prevedere esiti, durata e dimensioni delle forze in campo. E' solo un esempio, ma se ne potrebbero fare ben altri. Insomma, gli interlocutori, che hanno dubbi e contestano le scelte del governo Draghi, vengono incalzati anche con brutalità e sberleffi, cosa che a chi condivide quelle scelte, non avviene.

I Paesi Nato, convocati in una base USA a Ramstein in Germania, si sono riuniti per concordare cosa? L’allargamento della guerra contro lo “Zar” costi quel che costi? Subito dopo Biden chiede al Congresso USA altri 33 miliardi di dollari in aiuti di cui oltre 20 in armi, non solo ma pretende anche contributi dagli alleati. Una somma “proporzionale” a quella stanziata dagli american. Un incubo ci assale. Che guerra ci si deve preparare ad affrontare? E noi che rispondiamo? Consentiamo che altri, gli stati Uniti di Biden decidano per noi? Ma L'Unione europea dov'è?

A questo punto sì, che la cosa ci riguarda tutti quanti molto da vicino, e non soltanto perché le condizioni iniziali dell’intervento italiano furono decise in un contesto totalmente diverso da quello odierno. Alla luce, plumbea, degli ultimi annunci, infatti, non è più accettabile che il nostro Paese proceda come se niente fosse senza interpellare immediatamente il Parlamento. Draghi deve confrontarsi con il Parlamento e i partiti tutti si devono passare la mano sulla coscienza per riconsiderare le loro decisioni.

Ci sono insomma due fronti che la grande informazione di regime si preoccupa di coprire: a) convincere noi italiani che la guerra è giusta e inevitabile; b) bacchettare ogni forza politica che possa far tremare la maggioranza che sostiene Draghi.

Riflettiamo su questo, che mi sembra un vero e proprio misfatto a danno delle opinioni maggioritarie del nostro popolo e del dettato della nostra Costituzione. Il suo articolo 11 stabilisce che “L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali…” la forza del verbo ripudiare è stata più volte ripresa e sottolineata sin dal 24 febbraio, anche se non sempre capìta, ma qui voglio richiamare l’altra affermazione di ripudio: ”come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali” che mi pare assolutamente calzante alla drammatica circostanza che stiamo vivendo e, non va trascurato come fanno i nostri governanti che sembrano soprattutto impegnati ad allinearsi aglitrincee scavate nei giardini di kiev 600 min alleati nordamericani.

Una seconda Helsinki per lavorare concretamente per la Pace

È un conflitto spietato quello che c'è e quello che alcuni profilano è anche peggiore. Urge aprire la strada per il cessate il fuoco e richiede urgentemente la convocazione di una Conferenza di pace internazionale che liberi l’UE e il mondo tutto dalla volontà bellicista dei due contendenti e obblighi loro e i propri alleati a scegliere la via della trattativa con tutte le conseguenze che comporta per i belligeranti. Qui non c’è niente da vincere, c’è solo morte e distruzione (di macerie ce ne sono già troppe). Se si continua così c’è il rischio di una guerra combattuta anche con armi nucleari che comporterebbe la fine del pianeta. Le armi devono tacere per fare posto alle trattative. Impegnarsi a trovare una soluzione negoziale è l'una vera e concreta solidarietà da dare agli ucraini in modo da far cessare stragi e distruzioni spaventose.

In molti, saggiamente, hanno chiesto una nuova Helsinki analoga a quella che si svolse nel 1975. Bene. È un modello da replicare immediatamente impegnando subito grandi potenze: Cina, USA, Russia India e paesi interessati. A parere di molti questo sarebbe un compito che l’UE potrebbe e dovrebbe affrontare dando un giusto e utile contributo, in questa necessaria direzione, con autonomo spirito d'iniziativa che fino ad ora è mancato. Riuscirà a trovarlo?

Una conferenza di tal genere saprebbe pure rispondere alle esigenze di definizione di un nuovo, condiviso, ordine mondiale, che senza mortificare nessuno riesca ad assicurare una pace più stabile e anche meno conflitti locali.

Basta con i luoghi comuni e con gli anatemi. Qui è in gioco la vita di tutti noi. Possiamo aspettare che si decidano Zelensky e Putin? Non bastano i danni che già stiamo subendo e di cui parla così poco la nostra informazione?
Si avvelena il clima chiamando “putiniani” tutti quelli che vogliono discutere e invitare a riflettere sul fatto che stiamo precipitando senza controllo nel baratro di una guerra senza fine.

Aggressore e aggredito, oggi, non vogliono ugualmente la pace, sperando che prolungando la guerra uno vincerà sull’altro e ignorando che nessuno avrà questo premio, ma al contrario raccoglieranno macerie inestricabili, assurde custodi di corpi massacrati in una desolazione senza speranza.

Il tema di come arrivare alla Pace deve diventare centrale e senza alternativesolo la pace 390 min

Abbiamo sentito riecheggiare in queste giornate più volte il reganiano anatema, rivolto oggi a Putin: “Impero del male (in inglese: Evil empire)" che il Presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan, pronunciò l'8 marzo 1983 destinandolo all'Unione Sovietica allora guidata da Michail Gorbačëv, ma poi i due s’incontrarono e si parlarono, svolgendo un Summit dal 29 maggio al 3 giugno 1988.

Quanto è cambiato da allora! L’Urss non c’è più. Non c’è più traccia dell’eredità della Rivoluzione d’ottobre. Eltsin e Putin l’hanno relegata in un dimenticatoio e già questo non giustifica più nostalgie di vecchi comunisti e tanto meno millantare spauracchi di guerra di valori. Il capitalismo è negli Usa e nella Federazione Russa. Gli oligarchi (anche con nomi diversi) spadroneggiano dovunque. Chi sente il bisogno ineliminabile di una nuova società più giusta, senza sopraffazioni di diritti e mortificanti diseguaglianze, guardi avanti, continui nelle mutate condizioni a lavorare per conquistarla con studio e volontà di battaglie democratiche.

Qui non c’è una guerra di civiltà da combattere, c’è una civiltà superiore da conquistare ancora con la democrazia e nella Pace. "Il naufragio di civiltà minaccia tutti", ammonisce Papa Francesco il 3 aprile. "Questa è una guerra sacrilega" aggiunge avvisando "L'Unione europea [perché] sia responsabile, [dicendo] no a torbidi accordi". Ancora il Papa il 13 aprile, spiega: “[la] pace ottenuta con forza è solo [un] intervallo tra guerre”.

Perché non si parla di cosa succede a noi? Piuttosto

“Gli eventi scioccanti in Ucraina stanno avendo enormi impatti negativi sull’economia mondiale” e “ci vorrà del tempo per valutare il costo umano, morale ed economico della guerra”. Lo ha detto il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, nel suo intervento al Development Committee della Banca Mondiale e del Fondo monetario internazionale.

Basterebbe questo da solo a farci scegliere la via della Pace. – “La guerra tra Russia e Ucraina sta provocando un’onda anomala di rincari su rincari dei prezzi all’interno del mercato internazionale che continuano a crescere a dismisura, si è scatenata una tempesta perfetta tra l’aumento dell’energia e l’aumento delle materie prime che farà ricadere sulle tasche dei consumatori un sostanziale aumento dei beni di prima necessità, come pasta e pane, oltre alla benzina che è arrivata a superare i 2 euro.” Gli italiani già provati dalla crisi economica provocata dalla pandemia non possono sostenere quest’ulteriore impennata di prezzi.

L'inflazione di oggi allarga la povertà assoluta e falcidia i redditi da lavoro. È già prossima al 6% e richiede misure di sostegno a chi è in difficoltà economiche e a tutti i redditi da lavoro. Il governo saprà intervenire respingendo tutte le ostilità degli imprenditori o se si preferisce dei “padroni”?

Costoro, nei fatti, certo non sono i più disponibile alle scelte di Draghi. Qualche dato: dopo 7 settimane di guerra, solo il 19% degli Stati del mondo ha deciso di rispondere all’invasione dell’Ucraina imponendo sanzioni economiche alla Russia. In questa classifica “negativa” sorprendono per il “non disimpegno” dalla Russia, la Francia (68%) e l’Italia (64%) che si trovano sul podio con percentuali di molto vicine a quelle cinesi, e nettamente più elevate rispetto a quelle tedesche (46%).

Quando capita di sentire “tutto il mondo condanna”, ecco non è tanto vero, le cose non stanno proprio così.

Scrive l’ISPI (Istituto per gli studi di Politica Internazionale https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/tutti-i-buchi-delle-sanzioni-alla-russia-34533) che, solo un terzo delle sanzioni economiche imposte nella storia ha raggiunto i suoi obiettivi. In particolare, l'efficacia delle sanzioni dipende dal fatto che siano non solo forti, ma anche imposte all’unisono da gran parte delle nazioni e delle imprese del mondo, in modo da ridurre la possibilità di scappatoie e partite di giro.

Ecco una piccola prova concreta in un elenco, incompleto certo, di imprese italiane che eludono le sanzioni? Restano in Russia: Buzzi Unichem, Calzedonia, Campari, Cremonini Group, De Cecco, Delonghi, Geox, Intesa Sanpaolo, Menarini Group, UniCredit, Zegna Group. Stanno prendendo tempo Barilla e Maire Tecnimont. Riducono operazioni Enel, Ferrero, Pirelli. Sospendono l’attività: Ferrari, Iveco, Leonardo, Moncler, Prada. Si ritirano Assicurazioni Generali, Eni, Ferragamo e Yoox. E chissà quante altre. (dati ISPI).

Con convinta decisione, chi vuole, continui a servire la causa della Pace senza timidezze né imbarazzi e trovi altri servitori impegnati e generosi, scoprirà orecchie e coscienze attente.
Con buona pace di tutti gli indiavolati guerrafondai.

 

 marcia perugiassisi 650 min

 aggiornato il 2 maggio 2022 alle ore 14,56

 

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Pasqua, 25 aprile, 1° maggio '22: 3 date per la Pace e per l'Umanità

COMMENTI

UE, USA, Cina e Russia siedano allo stesso tavolo per parlarsi e parlare con l'Ucraina

di Ermisio Mazzocchi
A giorni ci sarà la ricorrenza de
solo la pace 390 minl 25 aprile, preceduta, oggi, da quella cristiana della Pasqua e a seguire il Primo Maggio.
Appar
entemente ricorrenze indipendenti l'una dall'altra. Ma non è così. Esse cadono nel pieno di una guerra che ha coinvolto il continente europeo. In tutte c'è un comune denominatore quale quello della pace e della felicità.

Il 25 aprile si festeggiano la libertà e la democrazia.
L'ANPI si è fatta promotrice di molte iniziative, conservando tutta la sua funzione di riferimento di tali valori. Ogni considerazione che voglia mettere in discussione la sua autorevolezza finisce per essere un attacco strumentale rivolto a screditare la sua credibilità e la sua storia.
La difesa della democrazia è la grande eredità della Resistenza e vuole essere anche un monito a conservare la pace.
Come nel passato anche oggi abbiamo bisogno di una coscienza comune che ripudi la guerra e sostenga iniziative rivolte a trovare soluzioni al conflitto russo-ucraino. Ognuno dia il suo contributo senza anatemi né pregiudizi e che sia aperto all'ascolto e al dialogo.
Una festa della democrazia che ha un suo significato solo se c’è libertà nella Pace.

Un valore che deve essere difeso e valorizzato oggi più che mai, nel secolo della globalizzazione e dell' evento più tragico come la guerra che si sta combattendo nel cuore dell'Europa.

Conflitti e disgregazioni, paure e impoverimento, alimentano comportamenti antiliberali e restringono i campi della democrazia, intesa anche come cooperazione e partecipazione dei popoli, e favoriscono l'affermazione di governi che sostengono soltanto politiche di salvaguardia dei propri confini e dei propri interessi.
Il nostro mondo è attraversato da vistose contraddizioni, che esplodono in modo tale da porre in difficoltà una pacifica convivenza tra i popoli e acuiscono i conflitti in modo dirompente nelle diverse realtà nazionali. Allo stesso tempo rafforzano le speculazioni e gli egoismi volti a soffocare qualsiasi tentativo di progresso e a bloccare i processi di pace.

Vogliamo dare valore alla democrazia che percorre inesplorati e pericolosi sentieri disseminati di tentativi di involuzione e ostacolata nella realizzazione dei suoi valori di libertà, di uguaglianza, di giustizia.

La guerra in atto ha accelerato processi di degrado e rotto i già precari equilibri nei rapporti tra le grandi aree del mondo in continua contesa per avere quanto più dominio sul mondo e indifferenti alla pace e alla democrazia.

Il profitto ha prevalso sul diritto. La guerra sulla democrazia. La Pasqua cristiana dovrebbe portare con sé il trionfo del bene sul male, della pace sulla guerra.

Papa Francesco ha detto: "Si ripongano le armi, si inizi una tregua pasquale. Ma non per ricaricare le armi e riprendere a combattere. Una tregua per arrivare alla pace attraverso un vero negoziato disposti anche a qualche sacrificio per il bene della gente".

Propositi che incoraggiano ma che trovano forti resistenze e scarsa volontà. Siamo consapevoli che a oggi le possibilità di una tregua per un "cessate il fuoco" sono sempre minori.

A maggiore ragione è necessario indirizzare ogni sforzo per raggiungere questo obiettivo. Un compito che spetta chiaramente, nella sua piena autonomia e senza condizionamenti di ogni tipo, all'UE.

Il Parlamento europeo dia pieno mandato al suo presidente Ursola von der Leyen, che si dovrebbe prodigare in questo impegno per la pace al fine di avviare con determinazione soluzioni al conflitto in tempi brevi. Un percorso che potrebbe bloccare quei tentativi di prolungare ad infinitum la guerra ed evitare che essa si trasformi in un conflitto generalizzato con conseguenze disastrose per tutta l'umanità.

Una guerra che rischia di allargarsi oltre l'epicentro ucraino, considerato che Svezia e Finlandia hanno espresso il loro intento di aderire alla Nato per timore di una invasione russa.

Scongiurare un prolungamento del conflitto obbliga l'UE ad assumere una responsabilità rivolta a costruire un fronte di forze a sostegno di iniziative per la pace. UE, USA, Cina e Russia devono sedersi allo stesso tavolo per parlarsi e parlare con l'Ucraina e tenere conto delle sue ragioni. Urge costruire questo appuntamento
Si deve essere consapevoli che gli interessi dei 27 paesi dell'Unione Europea non coincidono con quelli degli Usa né con quelli della Nato.

Non bastono proclami, massicce dosi di sanzioni contro la Russia e le forniture di armi agli ucraini con l'intento di sconfiggere Putin.

Occorre una politica europea di indipendenza, già più volte manifestata da Scholz e Macron, che sia di sicurezza e cooperazione.

Non ci sono alternative se non si vuole l'espansione del conflitto che finirebbe per travolgere tutti e che avrebbe un solo terminale: quello di distruggere l'umanità.

La pace è l'architrave su cui poggia l'esistenza degli uomini e della loro civiltà.

Essa è garanzia di progresso e di felicità.

Gli avvenimenti della guerra hanno riportato in tutto il mondo la paura della miseria, dello sfruttamento, della precarietà del lavoro, della negazione dei diritti e della crescita delle disuguaglianze.

Il prossimo Primo Maggio assume un significato straordinario per la difesa del lavoro sottoposto a profondi sconvolgimenti anche e soprattutto a causala della guerra. Una condizione del lavoro inquietante che pone questioni difficili e complesse. Un mutamento profondo con effetti del tutto ignoti prodotti dalla guerra e dalle sanzioni, e con conseguenze sociali, economiche e produttive imprevedibili.

Lo scontro in atto, non solo bellico, è rivolto ad assicurare alle grandi potenze la gestione delle risorse in una dimensione globale. Le tutele del lavoro e dei diritti passano in secondo piano e finisce con il prevalere di un modello individualista e di logiche di mercato spietate e incontrollate.

La pace e il lavoro possono essere garantiti se si apre una nuova stagione di democrazia e di libertà fondamentali per il futuro dell'umanità.


17 aprile 2022

 

5 marzo 1200 min

 

 

 

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Ceccano. Pace: Opposizione unita chiede un pronunciamento di Caligiore

CECCANO E GUERRA IN UCRAINA

Non restare in silenzio per non difendere un indifendibile comportamento

CeccanoIbanchidellopposizione 350 minL'assessore Gizzi, con la sua ultima esternazione social, ha superato il segno; gesto per cui sarebbero opportune scuse che, probabilmente, mai arriveranno.

Chiediamo, però, al Sindaco, alla giunta e all’intera maggioranza consiliare, di prendere pubblicamente le distanze dall’ultima dichiarazione vergognosa dell’assessore alla cultura Stefano Gizzi.

Pretendiamo che la maggioranza tutta si assuma la responsabilità di rispettare gli impegni presi con la cittadinanza in Consiglio Comunale, in cui è stato votato all’unanimità un documento contro la guerra e ricordiamo che il Comune di Ceccano, da sempre capofila del movimento per la pace, si è messo a disposizione per l’accoglienza dei profughi ucraini. Non si può rimanere indifferenti di fronte a quello che si configura come un incitamento all’odio, sarebbe l’ennesimo forte segnale di incoerenza di questa amministrazione, perché la guerra non può avere tifosi, soprattutto tra i rappresentanti delle istituzioni democratiche.

Ci appelliamo al Sindaco Roberto Caligiore in primis e a tutta la sua maggioranza, affinché affermi concretamente la sua posizione di difesa della pace. Una formalità quanto mai necessaria nel contesto che stiamo vivendo. Situazione di conflitto che vede il popolo ucraino vittima dell'invasione russa. Popolo che merita rispetto da parte di chi ricopre incarichi istituzionali nel nostro Paese e, nel caso in questione, nel Comune di Ceccano. In un paese democratico e civile è normale e giusto anche avere "opinioni diverse" ma sicuramente ci sono situazioni che superano i limiti della democrazia, della libertà personale, della decenza privata e pubblica e soprattutto del rispetto dei diritti umani e della vita che il nostro paese difende e sostiene quotidianamente.

Non si può ancora una volta restare in silenzio e difendere l’indifendibile comportamento, tra l’altro reiterato, dell’assessore Gizzi.
Auspichiamo un rapido riscontro, sicuri che il sindaco non si asterrà dall'esprimere la sua posizione alla cittadinanza.

I consiglieri comunali
Emanuela Piroli, Andrea Querqui, Mariangela De Santis, Emiliano Di Pofi, Marco Corsi

 

 

 

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