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Il tentativo del "pensiero unico" è nemico della pace

COMMENTI

L’iniziativa dell’Onu per arrivare alla pace non deve fallire

di Alfiero Grandi
Guterres António Manuel de Oliveira Guterres 390 minÈ evidente il tentativo, in parte riuscito, di creare una sorta di pensiero unico: o con Putin o contro. Una semplificazione binaria che prelude alla coppia amico/nemico. In realtà la situazione ha una complessità non riducibile a questa coppia di opposti, sia nelle ragioni che hanno portato alla guerra che nell’individuare le soluzioni possibili. Con slittamenti successivi nella guerra in Ucraina siamo arrivati ad una situazione pericolosa, che rischia in ogni momento di prendere la mano ai vari protagonisti e di sfociare in un nuovo spaventoso conflitto mondiale e di mantenere in particolare la popolazione ucraina, che sta subendo le conseguenze tremende dell’aggressione russa, ancora nella condizione di vittima delle distruzioni e dei massacri.

La questione centrale era e resta trovare il modo di arrivare ad un cessate il fuoco prima possibile e avviare una trattativa. Obiettivo che le parti in campo a partire da Putin non sono disponibili in questo momento a realizzare. È proprio questa la forza dirompente dell’obiettivo di tregua e di conseguenti trattative di pace. Cessare il fuoco con l’obiettivo di portare soccorso alle persone, di alleviare da subito le pene tremende a cui sono sottoposte, deve essere l’obiettivo principale e la premessa per una trattativa, certamente difficile, per cercare di arrivare ad una pace stabile.

Ci sono alternative?

Le alternative sono altre vittime, altre distruzioni, un progressivo logoramento sociale ed economico dell’Ucraina, della Russia, dei paesi impegnati nel sostegno militare e nelle sanzioni, soprattutto quelli europei, un prolungamento della guerra, semprebandiera ONU 250 min con il rischio in ogni momento di deragliare verso un conflitto mondiale.

Un’alternativa è il rilancio del riarmo convenzionale e nucleare in un clima che rischia di essere peggiore della guerra fredda. Questa è certamente la responsabilità più grave di Putin che ha innescato con l’aggressione all’Ucraina una deriva reazionaria e guerrafondaia nel mondo tra le peggiori dalla seconda guerra mondiale, tanto che sullo sfondo ha fatto comparire la possibilità dell’uso delle armi nucleari. Una tragedia contemporanea.

Anche le trattative tra i contendenti fin qui sono servite a ben poco. Non poteva essere diversamente. Se una tregua, la pace stessa sono possibili debbono passare da un accordo e difficilmente questo può essere il risultato diretto tra i protagonisti del conflitto, perdipiù condizionati negativamente dai lutti della guerra e protagonisti di una guerra mediatica a livelli sconosciuti in precedenza.

Non basta indicare personalità autorevoli, non basta che stati si autocandidino per una mediazione di pace, occorre individuare la sede migliore e conquistare un reale consenso, ottenendo la disponibilità dei protagonisti.

È chiaro che se l’obiettivo è, come ha detto il titolare del Pentagono a Kiev, ottenere un annichilimento della Russia, l’obiettivo non è fare cessare la guerra prima possibile, ma farla durare a lungo, sostenendo con armi sempre più potenti l’Ucraina. Eppure sappiamo quanto peso abbiano avuto sentimenti di frustrazione nelle avventure politiche e militari in passato. Non a caso anche nel motivare l’invasione dell’Ucraina sono state portate ragioni di questo tipo.

È stata derisa per troppo tempo e con faciloneria la proposta di mettere in campo l’Onu come sede per affrontare la crisi Ucraina e trovare una soluzione immediata per cessare le ostilità, soccorrere le popolazioni, arrivare ad un vero negoziato di pace. Ovviamente c’è ostilità verso il ruolo dell’Onu da parte della Russia che ha aggredito l’Ucraina, forte del suo diritto di veto. Anche l’Ucraina ne ha sbeffeggiato il ruolo chiedendosi se non era preferibile sciogliere l’Onu per inutilità, sia pure come battuta polemica.

È da molto tempo che le grandi potenze – e quelle medie – hanno trovato conveniente indebolire la sede Onu, decidendo unilateralmente su guerra o pace, arrivando perfino a strangolarne il finanziamento, come hanno fatto gli Usa.

Quando l’Onu ha discusso brevemente sull’Ucraina è stata in realtà una passerella della propaganda dei protagonisti. Di più, l’assemblea è stata usata per escludere la Russia dal Consiglio per i diritti umani, anziché utilizzarla per tentare in ogni modo di aprire un difficilissimo quanto indispensabile confronto tra i protagonisti della guerra e i soggetti a vario titolo coinvolti. Eppure Luigi Ferrajoli aveva lanciato una proposta forte: convocare l’assemblea generale dell’Onu in modo permanente sulla guerra in Ucraina, per cercare in ogni modo di arrivare al cessate il fuoco e di avviare una trattativa per trovare una soluzione di pace. Ovviamente il presupposto è che i membri dell’Onu mettano avanti a tutto l’obiettivo di fermare la guerra.bandiera ONU 250 min

L’Onu non ha truppe sue, non è una super potenza ma rappresenta una forza quando gli stati membri, a partire dai più importanti, mettono le sorti del pianeta e dell’umanità avanti a tutto, avanti ai loro interessi immediati.

Il segretario generale dell’Onu Guterres andrà ad incontrare Putin e Zelensky per sondare la possibilità di arrivare almeno ad una tregua. Bene, è un’iniziativa necessaria, ma fa impressione il silenzio, la solitudine, perfino i rimbrotti che accompagnano questa iniziativa. Se le iniziative riguardano le armi gli applausi si sprecano, se si parla di pace è il contrario. È un grave errore che non sia venuto un immediato, corale, forte incoraggiamento a sostegno di questa iniziativa, che è destinata a fallire se le potenze più importanti del pianeta non daranno il loro contributo. Per ora la Russia insiste nell’aggressione, gli Usa si sbracciano a inviare armi sempre più letali a sostegno dell’Ucraina, come Gran Bretagna e Europa, e non risulta incoraggino questa iniziativa, l’Ucraina ha rimbrottato il segretario generale. La Cina si tiene lontana come è ben indicato da quanto detto con un apologo Xi a Biden: chi mette il sonaglio al collo della tigre ha il compito di toglierlo. Altre potenze più o meno importanti tentano una mediazione per loro troppo impegnativa o si tengono lontane da un impegno per mettere fine alla guerra in Ucraina.

Perché l’Onu è importante?

Perché potrebbe internazionalizzare la soluzione della guerra in Ucraina e quindi tutti i paesi del pianeta potrebbero contribuire, poco o tanto, ad affrontare e risolvere con maggiore oggettività questa gravissima e rischiosa crisi. Nella consapevolezza che se questa guerra non viene fermata è forte il rischio di un’escalation militare, che potrebbe coinvolgere direttamente le grandi potenze militari, con tutte le conseguenze del caso, ben rappresentate dalla frase del manifesto degli intellettuali del 1954, ricordata da papa Francesco: l’umanità è al bivio tra autodistruzione o distruzione delle soluzioni militari.

L’Onu è l’unica sede internazionale esistente, frutto del sogno dei vincitori della 2° guerra mondiale contro il nazifascismo per costruire un mondo senza più guerre terrificanti. La sua crisi è frutto della deriva di grandi potenze che, immemori della scelta iniziale, hanno voluto decidere unilateralmente della guerra e della pace, lasciando lutti, instabilità. Non uno dei conflitti importanti nel mondo si è risolto con una nuova stabilità. Vogliamo fare l’elenco, dall’Afghanistan, allo Yemen, alla Libia, delle guerre irrisolte? dei guasti tremendi per la vita delle persone e le enormi distruzioni? Il mondo è sempre meno aperto, meno globale.

Solo alcuni mesi fa il sogno era cooperare a livello mondiale per salvare la vita sul pianeta di fronte alla crisi climatica, al rischio di estinzione dell’umanità stessa. Oggi una parte dell’umanità sta agendo in modo da prefigurare il rischio della sua estinzione attraverso una guerra distruttiva, se dovesse andare fuori controllo lo scontro in Ucraina. Macron ha detto che l’Europa deve non solo sostenere gli Ucraini contro l’invasione russa ma anche lavorare per interrompere le ostilità e impegnarsi nella trattativa per la pace, ha prefigurato un ruolo autonomo dell’UE per arrivare alla pace.bandiera ONU 250 min

L’iniziativa di Guterres non deve fallire.

La sede Onu è la migliore possibile per tentare di superare questa crisi, la più grave da decenni, la più foriera di sviluppi imprevisti e drammatici. La grandi (e medie) potenze hanno il dovere di sostenere questa iniziativa dell’Onu. L’idea che i contendenti possano arrivare alla pace direttamente, senza una mediazione è campata in aria, che la mediazione possano farla paesi volenterosi più o meno con interessi in campo è destituita di fondamento, come si è visto.

Resta la sede Onu per sbloccare la situazione, ma ha bisogno di avere le potenze mondiali a sostegno della sua iniziativa, mentre oggi troppi lavorano contro. Per questo occorre fare crescere un largo, forte movimento per la pace, con l’obiettivo di impedire che le grandi potenze continuino a decidere unilateralmente e vengano spinte a favorire trattative e mediazione.

Per questo occorre fare crescere il sostegno al rappresentante dell’Onu, combattendo scetticismi e perfino dileggio, che hanno l’unico scopo di fare fallire questa iniziativa e continuare la guerra e la via delle forniture di armi.

 

united nations 700 min

26 Aprile 2022
Alfiero Grandi su www.jobsnews.it

 

 

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Suslov ammette. Due scuole di pensiero al Cremlino

CRONACHE &COMMENTI

Da un'interessante intervista del Corsera a cura di Paolo Valentino a Dimitrij Suslov

di Aldo Pirone
DimitrijSuslov 390 minVenerdì sul “Corriere della sera” interessante intervista a cura di Paolo Valentino a Dimitrij Suslov che dirige il Centro di studi europei e internazionali presso la Scuola superiore di Economia russa, uno dei pensatoi del Cremlino. Il suo cognome fa un certo effetto a uno della mia età. Non so se ci sia una parentela con un altro Suslov che ai tempi dell’Urss e del Pcus era il sacerdote dell’ortodossia sovietica nel politburò e a noi italiani del Pci di Berlinguer ci considerava non meno che eretici.

Perché è interessante l’intervista del prof. Suslov? Perché rivela cose che prima erano solo intuibili, la presenza di falchi e colombe al Cremlino, e fornisce gli estremi per una possibile trattativa per porre fine alla guerra in Ucraina. “Al Cremlino ci sono attualmente due scuole di pensiero – dice - e il presidente non ha ancora scelto. La prima, che definirei massimalista, dice che occorre infliggere una sconfitta pesante all'Ucraina nel Donbass e poi occupare la restante parte meridionale del Paese, incluse Odessa e Nicolaev, tagliandone l'accesso al mare e stabilendo una connessione diretta con la Transnistria, dove c'è anche un'altra popolazione russofona oppressa. La seconda scuola, alla quale appartengo, obietta che questo richiederebbe molte più risorse, prolungherebbe la guerra e renderebbe più difficile per l'Ucraina e l'Occidente accettare l'occupazione russa del Sud”.

Secondo Suslov e la “scuola moderata” del Cremlino, dopo la vittoria nel Donbass l’accordo dovrebbe basarsi “sui termini della nostra offerta originaria: neutralità, cioè rinuncia alla Nato; demilitarizzazione inclusi limiti alla cooperazione strategica con l'Occidente e al tipo e quantità di armamenti in possesso dell'esercito ucraino; status della lingua russa; bando dei partiti di estrema destra nazionalista; riconoscimento ufficiale dell'annessione della Crimea e dell'indipendenza del Donbass. Odessa e Nikolaev rimarrebbero ucraine e i russi si ritirerebbero dal territorio di Kherson, attualmente occupato”. Quindi prosegue: “Noi pensiamo che sia interesse della Russia finire questa guerra vittoriosamente ma anche il più rapidamente possibile. La scuola massimalista invece non ha paura di una guerra protratta, non cerca alcun riconoscimento dall'Occidente”.

Secondo Suslov non erano questi i piani iniziali di Putin. Che lui stesso del resto aveva descritto con un certo entusiasmo, sempre al “Corrierone“, il giorno dopo l’aggressione. “Non c'è dubbio – dice - che il cambio di regime fosse nei piani originali dell'invasione. Non ha funzionato. E oggi non è più considerato perseguibile dalla Russia. L'assunzione iniziale, che l'Ucraina sarebbe crollata come un castello di carte senza opporre resistenza, si è rivelata errata. L'esercito ucraino ha opposto una resistenza impressionante, aiutato massicciamente dall'Occidente. Direi che questa è la ragione principale della capacità di resistere così a lungo. L'esercito russo non sta combattendo contro l'Ucraina ma contro la Nato, che non solo consegna armi e munizioni, ma fornisce informazioni preziose di intelligence”.

E come la prenderebbe il Cremlino l’ulteriore fornitura occidentale di armi pesanti agli ucraini? “Ci sarebbe – dice Suslov - un cambiamento sostanziale nell’ atteggiamento della Russia. All'inizio era un conflitto per Ucraina. Ma ora è una guerra per la Russia. In ballo è la sopravvivenza della Russia come grande potenza e il suo status negli affari internazionali. Tutti in Russia sono convinti che stiamo combattendo una guerra contro l'Occidente. Non c'è altra opzione che la vittoria. Se perdessimo, sarebbe peggio della fine dell'Urss nel 1991. Ecco perché l'impatto delle armi fornite a Kiev e della retorica occidentale è già stato di alzare la posta in gioco, trasformando la natura della guerra. Ora non possiamo perdere”.

A parte alcune cose che dice il professore molto discutibili e inaccettabili, le altre andrebbero prese sul serio. Tanto sul serio che c’è da interrogarsi sulla natura stessa dell’intervista; sulla libertà e lo scopo di certe affermazioni soprattutto in riferimento al fallimento dei piani iniziali del Cremlino e di un Putin che deve decidere fra “falchi” e “colombe”. Sono un messaggio da parte delle “colombe” russe a quelle occidentali? Perché anche in quest’altra parte del campo c’è chi, come inglesi e americani, hanno gli stessi intenti della scuola massimalista russa: prolungare la guerra. Con obiettivi diversi e opposti ma al momento convergenti.

 

 

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

 

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Luciano Canfora: “Pensiero critico: nessuno è più intollerante dei liberali”

UCRAINA

C’è un vaccino all’incapacità di sopportare un pensiero critico?

di Silvia Truzzi*
Luciano Canfora 370 minLuciano Canfora – storico, filologo, professore dal lunghissimo curriculum, autore prolifico sia per il sacro (l’accademia) che per il profano (noi), oggi emerito all’Università di Bari – ha il guaio dell’autorevolezza nell’epoca buia del pensiero unico. Un cortocircuito non nuovo, acuito in questi giorni dall’emotività suscitata dall’invasione russa in Ucraina. Lo chiamano in tivù per parlare della storia dell’Ucraina e poi, se poco poco esprime un’opinione dissonante o anche solo laterale, lo tacciano (quando va bene) di veterocomunismo nostalgico. Non sarà invece che è il “luogocomunismo” il problema del dibattito?

La prima risposta del professore è questa: “Premessa: quella in corso è una guerra tra potenze. Le guerre tra potenze non sono ideologiche. Le persone dotate di pensiero critico hanno il diritto di farsi delle domande. E chiedersi se una potenza ha provocato l’altra”.

Questa affermazione, conoscendo l’italiano, non dovrebbe tradursi in un appoggio alla Russia di Putin.

Esatto: dire questo non significa schierarsi, significa fare un’analisi. Solo gli stupidi dicono che gli ex comunisti, o i tuttora comunisti, sono automaticamente filorussi o antiamericani. È un pensierino da gallina, se le galline non si offendono dato che oggi si offendono tutti. Quello che rivendico è la possibilità di osservare e analizzare lucidamente i fatti per come si sono succeduti. Da quando è caduta l’Urss il metodo dell’Occidente è stato demolire tutto il blocco ex sovietico, pezzo per pezzo, facendo avanzare minacciosamente il confine della Nato fin sotto Pietroburgo. Questo è accaduto, perché la Russia è l’unica altra potenza che ha un deterrente atomico pari a quello americano. Aggiungo che in Siberia c’è uno dei giacimenti di terre rare – cioè minerali preziosi e, appunto, rari – più importanti del mondo e quindi ovviamente fa gola.

Perché non si tollerano analisi e posizioni diverse?

Nessuno è più intollerante dei cosiddetti liberali. A questo proposito mi torna alla mente una felice battuta di Gabriel García Márquez che una volta parlò di 'fondamentalismo democratico'. Sembra un ossimoro, eppure è ciò con cui ci confrontiamo ogni giorno. L’intervista al grande scrittore colombiano, cui mi riferisco, apparve su un giornale certamente non 'ultrasinistro' come la scalfariana Repubblica.

In Italia esiste ancora un movimento pacifista?

Sì, ma lo vorranno ridimensionare perché non è aria. Ma torniamo sul problema delle responsabilità. Della guerra del 1914 ebbero responsabilità tutti, ma nei Paesi che poi furono vincitori si accusarono gli imperi centrali: perché persero. Fu anche quella una guerra di cui tutti ebbero colpa, a partire dall’Inghilterra che la volle fortissimamente (come recita il titolo di un celebre libro) e infatti la ebbe. Nel momento in cui si entra in guerra, arriva sempre (sempre!) il momento in cui si denuncia il 'nemico interno'. Ricordiamo il 'taci, il nemico ti ascolta, collocato persino nei bar: i fascisti non inventarono nulla. Ma, a proposito di ossimori, l’intolleranza, quando è supportata dal pensiero liberale, è ancora più intollerante.

Nel ’14 gli interventisti hanno avuto, in gran parte, il buon gusto di arruolarsi. I commentatori che oggi auspicano un intervento armato non sembrano intenzionati a sperimentare in prima persona la linea del fronte.

È probabile, ma questa isteria è talmente volgare che passa anche la voglia di discutere. Qualche giorno fa al Tg2 il ministro Daniele Franco escludeva con toni perentori l’eventualità di un blocco del sistema Swift. Poi Biden ha dettato la linea – 'sanzioni o terza guerra mondiale' – e tutto è cambiato. Ma queste cose si possono dire, o no?

C’è un vaccino all’incapacità di sopportare un pensiero critico?

Non lo so. Chiedo, piuttosto, razionalità e possibilità di verificare i fatti. Ricordiamo il bel libro di Marc Bloch, La guerra e le false notizie. E Bloch in guerra ci era andato davvero! False notizie pullularono anche all’epoca del conflitto nei Balcani. Ne abbiamo viste molte. La coniugazione televisiva tra immagini e parole è perfetta per creare falsi. Ci indigniamo a giorni alterni. Vuole un esempio? Al Sisi. Non è un dittatore? Il suo regime non processa Zaki? Non ha ucciso Giulio Regeni? Eppure, a parte qualche stilettata di prammatica, abbiamo e coltiviamo intensi rapporti con l’Egitto. Ci dicono ora che avremo il gas dall’Algeria: il governo militare algerino mise fuori legge, a suo tempo, il partito che aveva vinto le elezioni (esattamente come ha fatto Al Sisi in Egitto). Evviva i modelli di democrazia con cui facciamo affari!

 

*di Silvia Truzzi, 3 marzo 2022 da ilfattoquotidiano

 

 

 

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Anna Maria Mozzoni e il libero pensiero

Anna Maria Mozzoni 350 mindi Fiorenza Taricone - Mi fa piacere, ma è anche un dovere, aprire il nuovo anno con l’articolo dedicato a una grande figura che le nuove generazioni non hanno modo di apprezzare e conoscere nei libri di storia, scolastici e non. Cento anni fa, tondi tondi, moriva al Policlinico di Roma Anna Maria Mozzoni, alla quale, certo, spendersi per il progresso della condizione femminile non ha riempito le tasche. Si spegne, infatti, nel 1920 dopo aver lottato una vita, pressoché povera e anche presto dimenticata, visto che il fascismo è alle porte. Una delle poche consolazioni fu per lei, spirito indipendente, non assistere allo spegnimento progressivo delle libertà fondamentali per ogni essere umano, cui il movimento fascista, presto diventato regime, mette mano nel 1926 con le leggi ‘fascistissime’. Marianna per l’anagrafe nasce nella provincia lombarda nel 1837, da una famiglia colta, nobile per parte di madre e molto vicina alla cultura francese. Il padre, infatti, era studioso di fisica e la madre Delfina Piantanida dei Marchesi di Cuggiono, fu, secondo Anna Maria, colei “che l’educò al libero pensiero”. Buona parte della sua educazione fu quindi autodidatta grazie alle aperture familiari che evidentemente condividevano un’esigenza formativa anche per le ragazze, convinzione all’epoca piuttosto rara. La biblioteca di famiglia era del resto più che fornita. La sua discendente, Etta Mozzoni, di cui mi onoro di essere amica, ricorda con chiarezza le influenze culturali che segnano la crescita di Anna Maria.

La data di nascita e la stessa terra natale, la Lombardia, sono indicative della sua personalità e attività futura. Nel 1820, quando aveva diciassette anni, avevano avuto inizio i primi moti carbonari per la futura unità di quell’Italia cui lei rimprovererà aspramente di non essere diventata una madre patria, ma una matrigna per le donne, ignorandone i diritti e i sacrifici. La Lombardia era quella provincia dell’Impero asburgico cui le riforme dell’Imperatrice Maria Teresa, nel ‘700, avevano molto contribuito a cambiare volto, con la riforma del catasto, l’istruzione elementare impartita teoricamente anche dalle maestre, la razionalizzazione dell’agricoltura, un minimo diritto di voto per le donne possidenti che sceglievano i propri amministratori. L’italianità fu dunque per la Mozzoni una scelta in parte dolorosa perché l’impero asburgico aveva avuto dei meriti, mentre l’unità significò per le donne del Lombardo Veneto un parziale regresso.

A soli diciotto anni, Anna Maria Mozzoni scrisse il dramma La masque de fer, in lingua francese, pubblicato a Milano. Il suo interesse per la condizione femminile fu precoce, influenzato dalla filosofia illuminista e dalle prime teorie socialiste. Con quest’ultime, mantenne sempre un legame saldo, come dimostra lo scritto, dedicato alle fanciulle e alle figlie del popolo in cui afferma: «Vieni dunque desiderata compagna e ingrossa le nostre file». Del resto, quest’opera nacque dall’invito di Costantino Lazzari, curatore di una versione italiana dell’opuscolo di Kropotkin Ai giovani, a completarla con un appello alla parte giovanile. L’esperienza di un socialismo diventato partito non la convinse però fino in fondo e preferì tenere alta la bandiera dell’autonomia di una questione femminile. Se per la Mozzoni la questione sociale emergente implicava certamente un mutamento dei rapporti di proprietà fra le classi, non era affatto di secondaria importanza il mutamento dei rapporti fra i sessi.

Nella sua prima opera di una certa mole, La donna e i suoi rapporti sociali (1864) mise a fuoco impietosamente non solo la condizione delle operaie e in genere delle lavoratrici, ma anche la disistima che gravava su di loro. Già da allora, secondo quella che sarebbe diventata una delle teoriche maggiori del femminismo tra Ottocento e Novecento, allo sfruttamento dell’imprenditore poteva opporsi solo la resistenza organizzata dalle operaie stesse, per mettere fine al sottosalario percepito, non corrispondente al reale valore del lavoro svolto; piuttosto esso era misurato sui bisogni delle donne che, come si affermava, erano minori di quelli degli uomini, convinzione che faceva il paio con l’intramontabile convinzione, anche novecentesca, di un salario femminile integrativo di quello maschile e quindi accessorio, opzionale.

Solo un anno dopo, nel 1865, il che dimostra che le sue idee erano state meditate in precedenza, considerate le difficoltà di scrittura e stampa di allora, oggi inimmaginabili, pubblicò La donna in faccia al progetto del nuovo Codice civile italiano; fu una delle pochissime, serrate e intellettualmente organizzate risposte femminili al Codice Pisanelli, dal nome del Ministro di Grazia e Giustizia, in cui rivendicò il diritto di voto amministrativo e politico per le donne. Il Codice, ispirato alla legislazione napoleonica, frutto di un compromesso fra forze progressiste e conservatrici, e di una composizione parlamentare ancora non caratterizzata da un sistema partitico, fu il risultato di una mediazione al ribasso.

Fu anche, per chi scrive, la prova concreta dell’ingratitudine dello stato unitario verso le tante patriote che alla costruzione dello stato stesso avevano sacrificato energie, affetti, denaro. Solo negli anni recenti si è rivolta loro una certa attenzione, citando nobili e popolane che avevano pagato in prima persona gl’ideali risorgimentali, con il risultato di essere state cancellate e “ripescate” dalla sola storia di genere. Le parole che usa Anna Maria Mozzoni nello scritto dedicato Alle fanciulle e alle figlie del popolo, recentemente ripubblicato nel 2018, con l’Introduzione di Donatella Alfonso e una mia Prefazione, risultano inequivocabili: «Per te, o donna del popolo, che cosa è la patria? E’ il gendarme che viene a prendere tuo figlio per farlo soldato, è l’esattore che estorce la tassa del fuocatico dal tuo focolare quasi sempre spento, è la guardia daziaria che ti fruga addosso per assicurarsi che tu non abbia risparmiato qualche soldo sul pane sudato per i tuoi figli, è il lenone e la megera che, protetti dal governo, inseguono la tua figlia per tarla nelle loro reti, è la guardia di questura che la trascina all’ufficio sanitario, è il postribolo patentato che la ingoia, è la prigione, il sifilocomio, il patibolo è la legge che dà i tuoi figli in proprietà a tuo marito e che dichiara te stessa schiava e serva di lui. Delle glorie di questa patria, delle sue gioie, dei suoi beni, dei suoi favori neppure uno arriva fino a te».

Collocata politicamente alla sinistra della democrazia repubblicana, fu una convinta mazziniana, anche per il ruolo fondamentale che Giuseppe Mazzini riservava all’educazione nella rigenerazione sociale e politica. In questo scritto, riecheggia il richiamo di Mary Wollstonecraft all’importanza dell’educazione come preludio di una “donna nuova”. L’apparato di virtù, bellezza e sapere imposto alle ragazze del suo tempo di classe sociale elevata aveva per la Mozzoni un solo scopo: «adornare la parola e imprimere una certa eleganza alle maniere e in tutte le manifestazioni, come si addossa al cavallo una ricca gualdrappa. Come questo si adorna per onorare il padrone, così tu eri adornata per appagare la vanità del tuo futuro marito».

Nel 1870, tradusse The Subiection of Women del filosofo liberale inglese John Stuart Mill, con il titolo La servitù delle donne, diventati entrambi una sorta di Bibbia dell’emancipazionismo e del suffragismo; insegnò anche Filosofia morale nella scuola superiore femminile Maria Gaetana Agnesi di Milano, una delle più famose donne d’eccezione del Settecento, matematica, poliglotta, filosofa,terziaria per sua scelta, orfana di madre e costretta ad allevare i suoi ventuno fratelli.

Dal 1870 al 1890 collaborò a "La donna" di Padova, fondato da Gualberta Alaìde Beccari, mazziniana, una dei primi giornali all’avanguardia nella lotta per i diritti delle donne, che raccolse le firme delle più autorevoli scrittrici e giornaliste del tempo. Sul giornale, Anna Maria Mozzoni diede notizia sugli scioperi di operaie come le tessili, le sigaraie, le mondariso, contribuendo a creare un’opinione pubblica favorevole alle rivendicazioni delle lavoratrici. Nel ’72 iniziò una vivace campagna contro la statalizzazione della prostituzione, collegandosi alla lotta contro la sua regolamentazione, così come aveva fatto all’estero Josephine Butler e diventando, insieme a Salvatore Morelli, l’interlocutrice italiana.

Nel 1878 pronunciò il discorso inaugurale al Congresso Internazionale per i diritti delle donne tenuto a Parigi, e nel 1881 fondò a Milano la Lega promotrice degli interessi femminili, aderente al Partito Operaio indipendente. Già dal 1876 Agostino Bertani aveva caldamente invitato Anna Maria Mozzoni e Jessie White Mario, mazziniana e moglie del federalista Alberto Mario, a collaborare alla prima inchiesta sulle condizioni dei contadini e degli operai. I risultati dell’inchiesta furono però dispersi e lei stessa denunciò la scomparsa di sette volumi dagli archivi del Ministero dell’Agricoltura, dove erano stati depositati. Nel 1886 sposò quasi quarantenne, contro la volontà della famiglia, il conte Malatesta Covo Simoni, più giovane di lei, procuratore milanese, più tardi presidente di un comitato suffragista; il matrimonio durò sette anni, permettendo ai coniugi di adottare una bambina, Bice Delmonte. Si è ipotizzato che il matrimonio fosse un espediente per consentire l’adozione di una figlia illegittima di una sua cara amica, ma nulla si trova a conferma di questo.

Nel 1892, per quanto avesse partecipato all’organizzazione del Congresso dei socialisti a Genova, che doveva sancire la nascita del PSI, non entrò nel partito nel timore che la questione dell’uguaglianza dei sessi fosse considerata secondaria, politicamente poco redditizia e perciò messa da parte. Tipica di Anna Maria Mozzoni, fu la diffidenza verso la legislazione protettiva per il lavoro femminile, posizione che la portò ad una famosa polemica con Anna Kuliscioff, di parere opposto.

Anna Maria Mozzoni dedicò molte energie anche alla campagna per il voto alle donne. Nel frattempo, si stabilì definitivamente a Roma con la figlia Bice che studiava legge, attiva anche lei nel movimento femminile. Nel 1902 fu tra le fondatrici dell’Alleanza femminile per il suffragio e nel 1906 scrisse la Petizione delle donne italiane al Senato del Regno e alla Camera dei Deputati per il voto politico e amministrativo. Nel 1908 figurò nell’ennesimo comitato per la ricerca della paternità, poiché era proibito alle donne citare in giudizio il presunto padre del loro figlio, una volta rimaste incinte illegittimamente. Quando scoppiò la guerra mondiale fu un linea con il suffragismo inglese e quindi con l’interventismo democratico. Fa molto piacere che finalmente un uomo, lo studioso Marco Severini, le abbia dedicato nell’anno appena passato molte pagine del testo il cui titolo la celebra anche come ispiratrice d’intere generazioni: Il circolo di Anna. Donne che precorrono i tempi. Come lui stesso ricorda, la Mozzoni era all’origine di quella Petizione per il voto politico alle donne che approda in Parlamento nel 1906, corredata da ben 10.000 firme. La Mozzoni è ormai quasi settantenne, ma ancora sostiene le ragioni della modernità: il vecchio idillio del focolare non esisteva più e bisognava sottrarre le donne alla casa per farle partecipare alla lotta per l’esistenza.

Nella sua più che quarantennale attività partecipò a decine di congressi, fu presente in tutte e o quasi le associazioni in favore dell’emancipazione femminile. Si servì di ogni strumento a sua disposizione: conferenze, letture, articoli, saggi e tribune da cui potesse far sentire la sua voce contro le ingiustizie di sesso e di classe. Collaborò a moltissimi periodici, fra cui La "Roma del Popolo", fondata da Giuseppe Mazzini, nel 1871, prima donna a pubblicare, dove mise in evidenza i tanti limiti imposti alle donne al di là del censo e della classe di appartenenza, costruendo un ponte fra generazioni diverse, ma anche all’interno del suo stesso genere. Nella convinzione di chi scrive, Anna Maria Mozzoni è stata in definitiva un’antesignana della trasversalità di genere. Tutto questo però, come già detto, non la mise al riparo dalle difficoltà economiche e da amarezze personali. Come ci ricorda Marco Severini, lo storico Arturo Colombo, reclamava nel 1987, a 150 anni dalla nascita, una via a Milano per la Mozzoni, appello raccolto quattro anni dopo. La sottoscritta ricorda molti anni fa, essendo presente, una targa a lei dedicata nella Sala della Provincia di Genova, e infine nel 2017 due nuovi busti a Montecitorio dedicati a Salvatore Morelli, di cui ho già scritto su "UNOeTRE.it", e ad Anna Maria Mozzoni. Chiudo con una sua frase premonitrice, da considerarsi per me non datata, bensì vorrei dire molto attuale: Operaie, non chiedete tutela, esigete giustizia.

 

 

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Sinistra senza pensiero e identità non sa che fare

distopie 350 mindi Fausto Pellecchia, L’inchiesta, 18 giugno 2019 - Distopie di sinistra. In tutto l'Occidente soffia un vento di destra. In Italia l'intesa intermittente tra M5S e Lega paralizza l'autoproclamato governo del cambiamento. Di fronte ad un esecutivo populista e xenofobo, che chiude i porti ai migranti e governa a colpi di propaganda, le forze progressiste sembrano totalmente impreparate nel ruolo di opposizione.

Il recente “appello agli intellettuali” di Massimo Cacciari è più un grido d’allarme, una nobile sollecitazione per la ricostruzione di una cultura politica all’altezza dei tempi nuovi, che non l’indicazione di un percorso alternativo. L’orizzonte è costituito da «una cultura in grado di coniugare pathos e logos, una cultura che percepisca l'uomo come fine e non come mezzo, che consideri l' "altro da sè" una risorsa importante giammai una minaccia. Nell'età delle interconnessioni – prosegue Cacciari- non c 'è niente di più assurdamente anacronistico dei muri e dei silenzi colpevoli. È solo nelle DIVERSITÀ che si può cogliere il vero senso della BELLEZZA e l'essenza di un impegno costruttivo che non è mai discriminante ma sempre inclusivo, totalizzante e interdipendente.» Già! Ma come rilanciare questi sacrosanti principi nel contesto socio-culturale dell’Italia di oggi? Quali i binari politici che dovrebbero guidarne la diffusione nella prassi?

Il Pd, dopo aver spianato la strada alle destre, per mesi ha continuato a far opposizione da destra difendendo provvedimenti invisi come il Jobs Act o la riforma Fornero. Il 3 marzo scorso è stato incoronato il nuovo segretario Nicola Zingaretti che dovrebbe sancire la fine della parentesi renziana aprendo ad un nuovo centrosinistra, più civico, progressista ed includente rispetto al passato. Intanto il M5S si sta facendo divorare dall'alleato di governo che gli ha drenato la metà dei consensi alle elezioni europee del maggio 2019. Il Pd zingarettiano lancia qualche segnale di sopravvivenza, ma appare ancora ingessato dai veti incrociati delle correnti interne e dalle incrostazioni del suo recente passato renziano. Negli ultimi anni, infatti, in nome di una sedicente “responsabilità istituzionale”, era diventato fedele esecutore delle politiche d’austerity e di generale compressione dei diritti richiesti dall’Europa. In nome di un generico “riformismo”, si sono sostenuti i grandi piani di privatizzazione, deregolamentazione dei mercati, precarizzazione della vita dei cittadini, riduzione degli spazi alternativi alle logiche di consumo. La “svolta” zingarettiana è dunque costretta a ripartire da un difficile azzeramento di linea politica, per il quale non ha ancora trovato una narrazione convincente. Le pavide prese di distanza dallo scandalo Lotti-Csm costituiscono una drammatica conferma del permanente assedio dei renziani alla nuova segreteria.

Ma se si volge lo sguardo a sinistra, il panorama è ancor più ingombro di macerie fumanti. Un interminabile, verboso dibattito autoreferenziale, che si compiace di marcare divisioni e distinzioni bizantine e capziose, ha lasciato campo libero all’ ideologia xenofoba e razzista della Lega. Ogni tentativo federativo su pochi, decisivi punti programmatici è sospettato di complotto e di tradimento. Dal canto suo, il M5S si limita ad ingoiare, se non ad emulare ed inseguire, l’egemonia del sovranismo salviniano: un’ideologia chiusa e incivile, persino inumana, che usa un linguaggio derisorio e beffardo contro le più elementari regole della convivenza democratica. Così mentre la sinistra si divide all’infinito sull’ordine del giorno della “rivoluzione socialista” – che si vuol far credere imminente-, una destra prefascista, che tiene sotto ricatto elettorale il “qualunquismo” del M5S, miete consensi anche nel centro e nel meridione d’Italia.

È ben vero che molti elettori di sinistra appaiono disposti a rimangiarsi il proprio voto al M5S nel caso nascesse una proposta coerente, credibile ed ambiziosa, che abbandoni le chimere del neocentrismo. L’ultimo che abbia provato a costruirla è stato il sindaco di Napoli, Luigi de Magistris, il Masaniello anti-Sistema- un po' populista, un po' municipalista – che senza il sostegno di nessun partito ha vinto due volte le elezioni locali contro centrodestra, centrosinistra e M5S. Il primo dicembre scorso ha lanciato il progetto autoproclamandosi come l'Anti-Salvini con l'obiettivo di sancire un'opa sul M5S in crisi, soprattutto al Sud. L'idea per le Europee era quella di lanciare un Terzo Spazio, alternativo sia ai nazionalisti xenofobi che ai tecnocrati difensori di Maastricht. Voleva andare oltre la sinistra radicale, ma è stato costretto a sfibranti trattative con essa. Con De Magistris, infatti, nella lista per le Europee, avrebbe dovuto esserci anche Sinistra Italiana – la vecchia Sel rinata dopo l'implosione di LeU, la quale, dal canto suo, era già morta un minuto dopo il voto del 4 marzo scorso – Possibile, Diem25di Yanis Varoufakis (vedi l’appello di Anna Falcone e Tommaso Montanari) , Rifondazione e vari movimenti ed esperienze civiche (je so pazzo) . Sembrava fatta, già circolavano ipotesi di nome, simbolo e candidature. All'ultimo momento, si aggrega alla coalizione anche Potere al Popolo, che a Napoli ha un rapporto intenso col sindaco de Magistris. Ma ancora una volta si innescano le consuete dinamiche divisive della sinistra: Si e Diem25 mettono veti su PaP per le sue posizioni euroscettiche e settarie e PaP , dal canto suo, lancia proclami contro il nuovo ciclo della Cgil di Maurizio Landini. Mesi di trattative segrete e di elucubrazioni mentali: alla fine de Magistris – incapace di esercitare una leadership forte – molla tutto, saluta e rimane a fare sindaco di Napoli. Niente lista, abbiamo scherzato.

 

Ma il teatro dell’assurdo continua, fedele alla propria vocazione autodistruttrice. Dopo altre settimane di incontri in segrete stanze di dirigenti senza popolo, si prefissa l'impresa di presentare una sola lista rossoverde a sinistra del Pd zingarettiano: una sinistra Arcobaleno bis, 11 anni dopo. Ma i Verdi, alla fine, si defilano preferendo una propria lista ecologista insieme a Possibile. Mentre i sindaci di Federico Pizzarotti – dopo aver rotto con un sms coi Verdi – si rifugiano in una coalizione con + Europa di Emma Bonino.

Nel frattempo, nasce La Sinistra con la fusione tra Rifondazione, SI e Altra Europa. I sondaggi la quotano intorno al 2/3 per cento. Di certo, non è un'operazione che scalda i cuori degli elettori, ormai esausti nell’assistere a strane alchimie a poche settimane dal voto. Potere al popolo non partecipa, Diem25 nemmeno, De Magistris resta a Napoli a fare il sindaco con una credibilità da leader nazionale forse andata a frantumi per sempre. Con la sinistra radicale ai minimi termini e un M5S in palese crisi, sembra che tutti giochino per Zingaretti, il quale appare tuttavia ostaggio dei renziani. Le sue prime uscite pubbliche sono state per la Tav in Val Susa e in difesa delle privatizzazioni, oltre a schierarsi contro la patrimoniale proposta da Landini.

Malgrado nel Paese riprendano le opposizioni di piazza (dal movimento femminista a quello ambientalista di Fridays for Future ai tanti comitati territoriali, fino alle numerose “lenzuolate” antileghiste), non si intravede all'orizzonte una rappresentanza degna di questo nome.

Il 26 maggio l’elettore progressista – ormai smarrito, affranto e scoraggiato – si è visto costretto a votare secondo la logica del “meno peggio”. Chi è rimasto ancora fedele al M5S, malgrado la sua subalternità alla Lega, chi si è piegato alle sirene del Pd zingarettiano, chi ha perseverato nel voto per la sinistra marginale, chi – forse la maggioranza – ha deciso di astenersi. Una diaspora con pulsioni suicidarie. Un disastro da cui si uscirà soltanto dopo anni di lavoro sociale e, soprattutto, culturale nel Paese. Sinistra anno zero. Nel frattempo, l'Italia è sempre più in balia del vento xenofobo e reazionario di Salvini che sta spingendo pericolosamente il Paese ai margini dell’Europa.

 

 

 

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8 marzo: Pensiero e lotta, come nella sana tradizione femminista

il genio delle donne 350 260 2017di Fiorenza Taricone - L’8 marzo è pensiero e lotta, come nella sana tradizione femminista. Credo che questo 8 marzo 2017 sia un 8 marzo veramente diverso, per la consapevolezza che le donne in Italia e nel mondo hanno raggiunto. Sul territorio, come Consigliera di Parità della provincia di Frosinone ho diffuso, e lo faccio anche su queste pagine, parte del Comunicato concordato dalla Rete Nazionale con la Consigliera nazionale di parità, Franca Bagni Cipriani. Risulta evidente dal Comunicato che la violenza di genere è considerata un problema strutturale della società e che la sua radice risiede anche nelle discriminazioni di genere presenti in diversi ambiti della vita quotidiana di moltissime donne, quindi anche in ambito lavorativo.
Nella sua parte iniziale, si ribadisce che le discriminazioni nell’ambito del lavoro come la disparità salariale, la segregazione formativa, lo sfruttamento delle donne nel lavoro nero, la forte presenza di stereotipi culturali continuano a determinare disparità di genere nella ripartizione delle responsabilità professionali e familiari, molestie sessuali sui luoghi di lavoro, ricatto della precarietà, forte presenza di licenziamenti per maternità.
Questo 8 marzo 2017 sarà certamente ricordato non come la serata trascorsa in pizzeria con le amiche, o molto peggio nei locali a vedere gli spogliarelli maschili, evasione scambiata come liberazione sessuale, ma come adesione motivata anche solo interiore allo sciopero globale proposto da Non una di meno. L'iniziativa nasce dalle donne argentine che hanno deciso di incrociare le braccia l'8 marzo: se le nostre vite non valgono, noi non produciamo. Ci fermiamo per esprimere dissenso e disobbedienza, per rifiutare ogni forma di violenza sessista, razzista, di sfruttamento e oppressione.
Come ha scritto l’UDI(Unione Donne in Italia) di Napoli, lo sciopero "globale" delle donne parte dall'idea della sottrazione di ogni tipo di gesto quotidiano da parte delle donne. Il lavoro materiale e immateriale compiuto dalle donne è, infatti, una dimensione di tale portata che, se si ferma, il mondo va a rotoli. La violenza perpetrata su ogni donna si manifesta politicamente solo se diventa visibile attraverso lo sguardo dell'altra. La violenza maschile può essere combattuta solo se ogni altra può combattere con noi.

Una diffusa esasperazione oltre alla riflessione

Il segno caratteristico del femminismo fin dalla sua nascita è stato chiaro: senza una riflessione sulla libertà interiore ed esteriore, il femminismo non sarebbe nato; quel bisogno di libertà che il 26 novembre scorso ha risuonato forte nella grande manifestazione di Roma; quella stessa libertà che continua per fortuna a non far morire lo spirito critico in un’epoca di appiattimento culturale e di omologazione; sulla spinta della libertà, la rete nazionale e internazionale delle donne ha continuato a tenere vivo il legame fra riproduzione, cura e lavoro produttivo, una catena che senza le donne si spezzerebbe, mettendo a repentaglio un mondo già messo a dura prova dallo scempio dell’ambiente, dalle guerre, e da dimostrazioni di potenza che abbassano solo la qualità della vita.8marzo 2017
Per le donne, del resto la globalizzazione è una scoperta antica, perché la condizione femminile è stata sempre trasversale, con denominatori comuni: la sottovalutazione di un genere rispetto all’altro, anche quando veniva spacciato per amore; il sistema che tanti anni fa era chiamato patriarcale, dato per morto, ma che invece è vivo e vegeto, non mette d’accordo ciò che dice con ciò che fa. Molti si dicono, infatti, convinti che le donne siano un valore aggiunto in tanti settori, compresa l’economia; poi, però, l’occultamento, la sotto valutazione, la differenza salariale continuano ad avere la meglio. La contraddizione in larghi strati della società civile e anche politica che l’empowerment delle donne sia fattore di sviluppo per la società e per l’economia ha raggiunto ormai la divaricazione massima: molti sono convinti che sia un dato reale, ma la sterzata non viene data. C’è sicuramente una diffusa esasperazione quindi, oltre alla riflessione, che ha spinto all’elaborazione della piattaforma dello sciopero elaborata da Non una di meno; essa dimostra quanto nessun aspetto della condizione femminile sia isolato, ma messo in rete, in un sistema di interdipendenza, perché sarà così che il mondo potrà sopravvivere: interdipendente e cooperante.
1 La risposta alla violenza è l’autonomia delle donne. 2 Senza l’effettività dei diritti non c’è giustizia, né libertà autentica per le donne. 3 Sui corpi e sulla salute, sul piacere decidono le donne. 4 Se le vite delle donne, non valgono, allora non si produce. 5 Le donne vogliono essere libere di muoversi e di restare. 6 Si sciopera affinché l’educazione alle differenze sia praticata dall’asilo nido all’Università. 7 Si sciopera perché la violenza e il sessismo sono elementi strutturali della società, perché il femminismo diventi una lettura complessiva dell’esistente, per costruire spazi politici e fisici trans femministi e antisessisti nei territori. 8 Si sciopera contro l’immaginario mediatico misogino, sessista, razzista.

 
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