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Storia di una "debacle" bellica, politica e della propaganda

AFGHANISTAN OGGI... E DOMANI?

20 anni di errori, atrocità, sprechi. Che lezione trarre?

di Redazione
Kabul bynewleftreview.org minCommentare a caldo, fatti e avvenimenti può far incorrere in errori, scrive Fiorenza Taricone, "al quadro mancano troppe tessere, anche se qualche certezza di fondo è sempre valida".

Afghanistan oggi. C’è una rapida denuncia di errori, ma non proprio una doverosa autocritica dei paesi che hanno avviato e partecipato a 20 anni di guerra.
Che guerra? La guerra voluta da due protagonisti assoluti: George Walker Bush e Tony Blair che volevano colpire le basi (?) del terrorismo mondiale ordito da Al Qaeda e prendere il suo capo Osama Bin Laden ucciso nella notte tra l’1 e il 2 maggio 2011 in un blitz dei Navy Seals americani in un edificio di Abbottabad, città del Pakistan. Nonostante questo “esito” la guerra dura fino all’agosto 2021.

Perché?
Gino Strada il 14 maggio 2021 dichiarava a “La Stampa”: «Non mi sorprende questa situazione. La guerra all’Afghanistan è stata - né più né meno - una guerra di aggressione iniziata all’indomani dell’attacco dell’11 settembre, dagli Stati Uniti a cui si sono accodati tutti i Paesi occidentali. A cosa è servita? Zero. Spesi 2 mila miliardi e i talebani sono ancora lì»
Oggi davvero non basta quanto scrive Ezio Mauro nel suo editoriale del 18 agosto 2021 su “La Repubblica” che così pensa di analizzare il fallimento occidentale: «Oggi dobbiamo prendere atto che la seminazione di principii e modelli in un territorio così diverso per storia, esperienze, cultura e tradizioni non ha dato frutti, o li ha dati troppo fragili, tanto che possono essere sradicati senza alcuna resistenza. Abbiamo certamente sbagliato il metodo, probabilmente l’approccio, forse persino l’ambizione. Ma ecco che la vicenda afghana ci testimonia ancora una volta come certi valori da noi ritenuti universali per una parte di mondo siano in realtà soltanto occidentali, eternamente stranieri».

Ben diverso, l’approccio del “newleftreview.org” che titola “La debacle occidentale in Afghanistan viene da ontano”, una ricostruzione commento a firma di Tariq Alì (politologo, storico, attivista, giornalista e scrittore pakistano naturalizzato britannico)
Il giudizio è netto e assai preciso: «La caduta di Kabul ai Talebani il 15 agosto 2021 è una grande sconfitta politica e ideologica per l’Impero americano. Gli elicotteri affollati che trasportavano il personale dell’ambasciata americana all’aeroporto di Kabul ricordavano in modo sorprendente le scene a Saigon – ora Ho Chi Minh City – nell’aprile 1975».

Sorprendente la velocità con cui le forze talebane hanno preso il controllo del Paese degna di un “acume strategico notevole”. In una settimana sono entrate trionfalmente a Kabul. I 300.000 uomini dell’esercito afghano non hanno resistito, molti si sono rifiutati di combattere. In migliaia, infatti, si sono rivolti ai talebani. «Kabul ha cambiato proprietario con poco spargimento di sangue. I talebani non hanno nemmeno tentato di prendere l’ambasciata americana, figuriamoci prendere di mira il personale americano».

Come sono trascorsi 20 anni? «Il ventesimo anniversario della “Guerra al terrore” si è quindi concluso con una prevedibile e prevista sconfitta per gli Stati Uniti, per la NATO e per gli altri che erano saliti sul carro. Comunque si giudichi le politiche dei talebani – sono stato un severo critico per molti anni (sottolinea Tariq Alì ndr) – il loro successo non può essere negato. In un periodo in cui gli Stati Uniti hanno distrutto un paese arabo dopo l’altro, non è mai emersa alcuna resistenza che potesse sfidare gli occupanti. Questa sconfitta potrebbe essere un punto di svolta. Ecco perché i politici europei si lamentano. Hanno appoggiato incondizionatamente gli Stati Uniti in Afghanistan, e anche loro hanno subito un’umiliazione, e tra questi nessuno più della Gran Bretagna».

Oggi molti commentatori scrivono che Joe Biden non ha avuto scelta. Egli ha semplicemente ratificato il processo di pace avviato da Trump. Con un occhio al voto di novembre per lisciare il pelo all’elettorato repubblicano.

Tariq Ali fa una considerazione di grande significato politico: «Il fatto è che in vent’anni gli Stati Uniti non sono riusciti a costruire nulla che potesse riscattare la loro missione. La Zona Verde brillantemente illuminata era sempre circondata da un’oscurità che gli Zoner non riuscivano a capire. In uno dei paesi più poveri del mondo, miliardi sono stati spesi ogni anno per il condizionamento dell’aria nelle baracche che ospitavano soldati e ufficiali statunitensi, mentre cibo e vestiti venivano regolarmente trasportati in aereo dalle basi in Qatar, Arabia Saudita e Kuwait. Non è stata una sorpresa che un enorme malcontento crescesse ai margini di Kabul, mentre i poveri si radunavano per cercare beni primari nei bidoni della spazzatura. I bassi salari pagati ai servizi di sicurezza afgani non sono riusciti a convincerli a combattere contro i loro connazionali. L’esercito, costruito in due decenni, era stato infiltrato in una fase iniziale dai sostenitori dei talebani, che hanno ricevuto una formazione gratuita nell’uso di moderne attrezzature militari e hanno agito come spie per la resistenza afgana.
Questa era la miserabile realtà dell'”intervento umanitario”

«..il paese ha assistito a un enorme aumento delle esportazioni. Durante gli anni dei talebani, la produzione di oppio era rigorosamente controllata. Dall’invasione degli Stati Uniti è aumentato drammaticamente e ora rappresenta il 90% del mercato globale dell’eroina, facendo sorgere la domanda se questo conflitto prolungato debba essere visto, almeno in parte, come una nuova guerra dell’oppio. Trilioni sono stati realizzati in profitti e condivisi tra i settori afghani che hanno servito l’occupazione. Gli ufficiali occidentali sono stati generosamente pagati per consentire il commercio. Un giovane afghano su dieci è ora dipendente dall’oppio. Le cifre per le forze della NATO non sono disponibili.»

Per quanto riguarda la condizione delle donne, non è cambiato molto. «C’è stato poco progresso sociale al di fuori della Green Zone infestata dalle ONG. Una delle principali femministe in esilio del paese ha osservato che le donne afghane avevano tre nemici: l’occupazione occidentale, i talebani e l’Alleanza del Nord. Con la partenza degli Stati Uniti, ha detto, ne avranno due. (Al momento in cui scriviamo questo può forse essere modificato in uno, poiché l’avanzata dei talebani nel nord ha eliminato fazioni chiave dell’Alleanza prima che Kabul fosse catturata). Nonostante le ripetute richieste di giornalisti e attivisti, non sono stati rilasciati dati affidabili sull’industria del lavoro sessuale che è cresciuta per servire gli eserciti occupanti. Né ci sono statistiche credibili sugli stupri, anche se i soldati statunitensi hanno usato spesso la violenza sessuale contro i “sospetti terroristi”, hanno violentato civili afgani e dato il via libera agli abusi sui minori da parte delle milizie alleate . In Afghanistan, i dettagli devono ancora emergere».

Le vittime. «Oltre 775.000 soldati statunitensi hanno combattuto in Afghanistan dal 2001. Di questi, 2.448 sono stati uccisi, insieme a quasi 4.000 appaltatori statunitensi. Secondo il Dipartimento della Difesa, circa 20.589 soldati sono stati feriti in azione . Le cifre delle vittime afghane sono difficili da calcolare, dal momento che le “morti dei nemici” che includono i civili non vengono conteggiate. Carl Conetta del Project on Defense Alternatives ha stimato che almeno 4.200-4.500 civili sono stati uccisi entro la metà di gennaio 2002 come conseguenza dell’assalto degli Stati Uniti, sia direttamente come vittime della campagna di bombardamenti aerei che indirettamente nella crisi umanitaria che ne seguì. Entro il 2021, l’Associated Press riportava che 47.245 civili erano morti a causa dell’occupazione. Gli attivisti per i diritti civili afgani hanno dato un totale più alto, insistendo sul fatto che 100.000 afgani (molti dei quali non combattenti) erano morti e tre volte quel numero erano stati feriti.»

Chi era il nemico?  «I talebani, il Pakistan, tutti afghani? Un soldato americano di lunga data era convinto che almeno un terzo della polizia afghana fosse tossicodipendente e un’altra fetta consistente fosse costituita da sostenitori dei talebani. Ciò ha rappresentato un grosso problema per i soldati statunitensi, come ha testimoniato un anonimo capo delle forze speciali nel 2017: “Pensavano che sarei andato da loro con una mappa che indicasse dove vivevano i buoni e i cattivi … Ci sono volute diverse conversazioni per far capire loro che non avevo quell’informazione nelle mie mani. All’inizio continuavano a chiedere: “Ma chi sono i cattivi, dove sono?”‘.»

Quale è stata la consapevolezza della crisi? «La cosa sorprendente è che né il generale Carter né i suoi collaboratori sembrano aver riconosciuto l’entità della crisi affrontata dalla macchina da guerra degli Stati Uniti, come esposto in “The Afghanistan Papers”. Mentre i pianificatori militari americani si sono lentamente svegliati alla realtà, le loro controparti britanniche si aggrappano ancora a un’immagine fantastica dell’Afghanistan.»


Cosa riserva il futuro? «Replicando il modello sviluppato per l’Iraq e la Siria, gli Stati Uniti hanno annunciato un’unità militare speciale permanente, composta da 2.500 soldati, da stazionare in una base kuwaitiana, pronta a volare in Afghanistan e bombardare, uccidere e mutilare se necessario. ... Ma ora, con la NATO in ritirata, gli attori chiave sono Cina, Russia, Iran e Pakistan (che ha senza dubbio fornito assistenza strategica ai talebani, e per i quali questo è un enorme trionfo politico-militare). ... Nessuno di loro vuole una nuova guerra civile, in polare contrasto con gli USA ed i suoi alleati dopo il ritiro sovietico. Le strette relazioni della Cina con Teheran e Mosca potrebbero consentirle di lavorare per assicurare una pace fragile per i cittadini di questo paese traumatizzato, aiutata dalla continua influenza russa nel nord. ...
...L’età media in Afghanistan? 18 anni, su una popolazione di 40 milioni. Di per sé questo non significa molto. Ma fa sperare che i giovani afghani vogliano lottare per una vita migliore dopo i quarant’anni di conflitto. «Per le donne afghane la lotta non è affatto finita, anche se rimane un solo nemico. In Gran Bretagna e altrove, tutti coloro che vogliono continuare a combattere devono spostare la loro attenzione sui rifugiati che presto busseranno alla porta della NATO. Per lo meno, il rifugio è ciò che l’Occidente deve loro: una piccola riparazione per una guerra non necessaria».

Chi ha letto sin qui ha certamente materia per fare sue proprie valutazioni, che da questi dati di Tariq Alì consentono intanto di avre una certezza: le guerre non servono per esportare ideali, portano sempre un vincitotre che per rimanere tale non può che ssere una carogna anche lui. Dialogo politico inernazinale, nel rispetto dei valori della vita umana prima di ogni affare economico, sembra essere la lezione più recente ancora una volta. La sapremo ascoltare e mettere in pratica?

 

 aggiornato alle 18,20 del 18 agosto 2021

 

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La politica si muove e c'è chi non se ne accorge

CECCANO. Quadro politico

“Casa Comune“ di "Coraggio di cambiare" è inusuale e positivo evento

di Angelino Loffredi
Pubblico CoraggioCambiare2 390 minDifficilmente accade che una coalizione non vincente, pur avendo ottenuto un lusinghiero risultato elettorale, dopo nove mesi rimanga ancora unita, anzi rafforzata e sia in grado addirittura di aprire una sede.

Tale inusuale avvenimento si è verificato a Ceccano, dove mercoledi 16 giugno i sostenitori della coalizione “Il coraggio di cambiare” hanno aperto un punto d’incontro denominato “Casa Comune“ al centro della città, in Largo Tommassini. La cronaca di tale apertura sul giornale unoetre.it è stata riportata da Valentino Bettinelli, pertanto non intendo ritornarci. Egli infatti con particolare attenzione ha messo in evidenza organizzazioni politiche e persone presenti all’iniziativa. Espressioni di realtà non solo della Città ma operanti addirittura nel territorio regionale. Anche questo nuovo ed inedito legame caratterizza un panorama politico, forse unico. Insomma una vicenda locale diventa riferimento e centro di attenzione anche di forze attive nella Regione.
Nell’evidenziare la nutrita partecipazione di giovani, donne e uomini, attivi e protagonisti dell’iniziativa, credo sia utile e necessario rimarcare anche le assenze di forze invitate ma non presenti.

Intendo incominciare allora da quella Socialista sia di partito che del Consigliere Comunale. Va evidenziato che tale componente non ha manifestato nemmeno la buona educazione politica di motivare tale assenza. La stessa considerazione intendo esternarla nei confronti del consigliere comunale Marco Corsi, della consigliera Maria Angela De Santis e del gruppo Nuova Vita.
Una riflessione particolare va rivolta verso il PD, o se si vuole verso gli uomini del PD. Mentre il segretario provinciale Luca Fantini ha risposto agli organizzatori ceccanesi motivando la sua assenza perché impegnato, alla stessa ora, in una riunione (reale) di partito, Antonio Pompeo, appartenente al PD e Presidente dell’Amministrazione Provinciale, pur essendo impegnato nella stessa, sceglie di arrivare a Ceccano prima dell’evento per incontrarsi con i promotori e per mostrare la sua adesione all’iniziativa.

Mi sento di scrivere inoltre che se da una parte l’unità a sinistra si rafforza determinando anche il formarsi di un nuovo quadro politico che tende a stabilizzarsi attraverso un positivo rapporto con i cittadini, mi pare, però, ancora lento per le incertezze e le divisioni interne nel PD e purtroppo inquinato da personalismi e gelosie che dopo i risultati elettorali di settembre non hanno giustificazioni.

Condivido la missione di assegnare alla Casa Comune il ruolo di diventare punto di riferimento e di incontro dei cittadini senza partito e senza protezioni che chiedono giustizia e funzionamento dei servizi. Il buon inizio ora merita di essere accompagnato da momenti organizzativi (orari di apertura) e politici e penso prima di tutto alla lotta continua contro il fetore proveniente dalla mala gestione dell’Area Industriale, oltre che all’inquinamento delle acque del Sacco, dell’aria e del territorio. Penso a come il Consiglio Comunale debba diventare protagonista di proposte a favore della prevenzione sanitaria, a cominciare da alcuni risultanti allarmanti che dimostrano il terribile aumento dell’indice di infertilità maschile, oltre che alla lotta contro le ingiustizie di Acea, all’arredo urbano e la necessità di dare una dignità al Cimitero, l’unificazione del mercato nei piazzali della ex Pretura ed altri temi su cui non mi dilungo.

Seguito a ritenere che l’autorevolezza ed il prestigio politico non si realizzino solo attorno alle persone ma in particolar modo attraverso l’impegno continuo di forze organizzate che individuano problemi e sofferenze dei cittadini, che lottano senza spocchia e presunzione per ottenere risultati, costruendo giorno per giorno un valido sistema di alleanze. Non esistono partiti , organizzazioni, persone guida scelti sulla carta perchè sarà la lotta stessa, o se volete, la competizione del fare ad assegnare il primato.

A tale riguardo un eccezionale padre costituente era solito dichiarare che solo chi ha più filo da tessere alla fine si affermerà.

Ceccano 20 Giugno 2021

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La Rai nella stretta, fra politica e funzione

LA TV DI STEFANO BALASSONE

Pubblicato su "DOMANI" 3 maggio 2021

di Stefano Balassone
Fedez 380 minC’è sicuramente scritto da qualche parte nel contratto stipulato con il produttore dell’evento Primo Maggio che la Rai può metter becco nei contenuti che vanno sui propri palinsesti. Quindi c’è poco da meravigliarsi se apprendendo che Fedez alla Lega le avrebbe cantate molto chiare (e con uso di cognomi) il funzionario competente l’abbia invitato ad acconciarsi a quel tanto di autocensura che serve a evitare alla Rai guai politici e legali. Il punto è che quello che per la RAI è un guaio per Fedez è invece una fortuna.

La Rai, finché resta una cosa lottizzata, ha in testa innanzitutto gli umori dei politici di ringhio e di rango che ricordano ad ogni piè sospinto che sono loro a decidere le nomine, gli stipendi, il capitale della video esposizione. Nel vecchio mondo che ha preceduto l’arrivo della social comunicazione in Rete il funzionario Rai aveva un gran potere nei confronti dell’artista perché era la tv che ne decideva la carriera. E se qualcuno sgarrava la punizione seguiva con certezza come sa chi ricorda di Dario Fo e Franca Rame, espulsi dalla loro Canzonissima del 1962 (senza che facessero un sol nome, perché bastava che fossero ruvidi nei confronti dei “padroni”). Oppure il buon Lelio Luttazzi, genio musicale, che scomparì dai programmi a causa di questioni di polvere bianca mai chiarite. O anche lo stesso Enzo Tortora che col suo “Portobello” su Rai 2, matrice di tutto l’info trattenimento successivo, sconvolgeva gli equilibri del video potere e fu di conseguenza azzoppato dalla camorra e da qualche magistrato. In tutti questi casi, e qui sta il punto, la posta era sempre e comunque la medesima: apparire o meno nel più potente, e per di più a lungo in monopolio, mass medium di quel tempo, cacciati dal quale si precipitava, come l’Angelo Superbo, dal Cielo nell’Inferno.

Con Fedez e i pari suoi la faccenda è di tutt’altra pasta: le pop star, da quando la loro carriera si costruisce sui social, non arrivano alla tv sperando nel successo, ma perché nella celebrità già ci sguazzano alla grande. E quindi non è la tv che li fa e li usa, ma sono essi che possono piegarla alla propria immagine nel mondo, ai propri interessi politici, sociali, culturali, loro business.

Avendo a che fare con personaggi di tal fatta, il meschinello funzionario Rai dovrebbe ragionare in modo inverso a quanto si è finora fatto. Non chiedere a Fedez di conformarsi al costume della Rai, ma chiedersi se alla Rai, o per meglio dire se al Direttore di rete e al CdA cui protempore risponde, conviene accomodarsi alle regole del gioco di una pop star/influencer che vive traendo forza momento per momento dai suoi milioni di follower e seguaci.

A occhio e croce diremmo che la Rai non ha alternative rispetto al rassegnarsi alle nuove regole del gioco e a tenere conto della forza delle cose piuttosto che alle raccomandazioni cautelose dei legali. Può la Rai tagliarsi fuori dai “nuovi” circuiti della popolarità che prescindono dal potere dell’azienda? Ovviamente no, per non ridursi a un deserto privo di interesse. Può la Rai, così com’è combinata nei rapporti con la politica, lanciarsi all’avventura, rendersi complice delle nuove vie del “popolare”, correre rischi e magari subire un ulteriore scippo del canone, oltre ai 250 mln che già oggi le sono distolti dal bilancio? Ovviamente no, perché è costretta dalla sua natura e storia ad essere grande, cioè costosa, o insignificante.

Fedez, a parere nostro, ha molto chiaro con chi ha a che fare e, soprattutto ciò che per lui stesso è prima di tutto irrinunciabile: confermarsi la figura di riferimento del mondo che lo segue come “politico” ed artista. Esattamente come, in altri tempi (1986) Celentano, quando guidò Fantastico a suo modo, tra silenzi carichi d’attesa e parole buttate un poco a caso.

La differenza fra i due sta nella direzione dello sguardo. Celentano ci teneva a volgersi all’indietro, a dire che i valori o sono eterni oppure sono assenti, che la veracità si nutre di nostalgia (via Gluck) e di salde distinzioni fra lo scansafatiche e l’uomo realizzato (che in cambio del lavoro ottiene il premio dell’amore).

Fedez guarda invece al costume mentre evolve e se ne fa bandiera lui per primo dipingendosi il corpo con i colori del guerriero. E attento al mondo dove va e non a dove si trova. Un tipo di tal fatta si spegnerebbe come star se non vivesse in collegamento perenne con i suoi fan, se non mostrasse ogni istante del suo vivere da offrire a garanzia e testimonianza, se non registrasse, oltre alla pappa del bambino, anche, e tanto più, la telefonata con una tizia che lo chiama dalla Rai, dopo essere stato messo sull’avviso che poteva esserci voglia di censura.

 

 

 

 

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Rifiuti e territorio: cosa chiedere alla politica

 

Si deve discutere delle decisioni del Presidente della Regione Lazio

comitatoresidenticolleferro 350 260di Ina Camilli*  Le nostre richieste alla politica
Nelle giornate del 16 e 17 marzo 2021 la stampa e le edizioni del TG3 hanno dato ampio risalto alla notizia che il Giudice per le indagini preliminari della Procura di Roma ha emesso un’ordinanza di misure cautelari personali con arresti domiciliari nei confronti di Flaminia Tosini, direttrice della Direzione Politiche ambientali e Ciclo dei rifiuti della Regione Lazio, e di Valter Lozza, proprietario della Ngr e della Mad, società che gestisce le discariche di Roccasecca e Civitavecchia.

L’ordinanza ipotizza i reati di concussione, corruzione e turbata libertà del procedimento di scelta del contraente in concorso, con riferimento all’autorizzazione della nuova discarica di Roma, a Monte Carnevale, e alla sopraelevazione di 17 metri del IV Bacino del sito di Roccasecca (FR).
Ampi stralci dell’ordinanza sono stati pubblicati sui giornali.
Dopo le indagini sui presunti reati commessi da un alto dirigente dell’apparato regionale, nell’esercizio delle sue funzioni, e di un imprenditore che vuole scalare il mercato, saranno il processo e la sentenza a giudicare le responsabilità soggettive dei due imputati, oggi indagati.

In aggiunta al contesto giudiziario vogliamo considerare aspetti che riguardano il diritto dei cittadini a vedere garantito che i poteri della Pubblica amministrazione si svolgano nel rispetto dei principi di legalità, buon andamento e imparzialità (art. 97 Costituzione), nonché a garantire - visto il delicato ruolo dell’ing. Tosini nonchè le numerose e importanti deleghe a lei conferite - che la gestione del ciclo dei rifiuti sia esente da rischi per la salute dei cittadini e dell’ambiente.

In questa prospettiva occorre valutare le scelte compiute sul piano politico-amministrativo a cui ricondurre responsabilità diverse da quelle penali.

La Regione Lazio, che aveva nominato l’ing. Tosini a capo della Direzione Regionale nel 2017, ha nel frattempo sospeso la dirigente dalle sue funzioni, che nelle more saranno assegnate ad altro Responsabile e, in attesa di conoscere gli sviluppi dell’inchiesta, ha rinnovato apprezzamento nei suoi confronti, auspicando che l’interessata possa chiarire la correttezza del suo operato.

Tale enunciazione non basta, non la riteniamo sufficiente.
Ferme restando le responsabilità penale, civile, amministrativa e contabile del dipendente regionale, vi sono autorità e organismi interni a cui spetta accertare anche quella dirigenziale.
Quanto accaduto deve far riflettere sui poteri di scelta della dirigenza esercitati dall’autorità politica.
Gli incarichi di direttore, infatti, sono conferiti dalla Giunta (DGR n. 714, 3/11/2017), su proposta del Presidente, sentito l’assessore competente in materia di personale, e con il visto del Segretario generale.

Si deve discutere delle decisioni del Presidente della Regione Lazio, che ha proposto a suo tempo il provvedimento di nomina dell’ing. Tosini, e del Segretario generale, che ne ha avallato l’operato, e di altre figure interne che non hanno vigilato.
Dagli stralci dell’inchiesta pubblicati dalla stampa emerge che i presunti comportamenti illeciti si sarebbero perpetuati per lungo tempo, senza che il Responsabile della prevenzione della corruzione, ruolo presente nell’organizzazione regionale, abbia svolto verifiche o controlli.

I direttori sono responsabili dell’osservanza e dell’attuazione degli indirizzi degli organi di governo ed operano sulla base delle direttive da essi impartite, si raccordano con gli assessori di riferimento e la loro attività dirigenziale deve essere sottoposta alla valutazione degli organi gerarchici superiori.

La vicenda Tosini-Lozza si svolge nell’ambito amministrativo dei procedimenti autorizzativi e ha dunque risvolti che vanno indagati in tale ambito, oltre che in quello penale, per accertare se gli atti conseguenti siano stati sempre adottati nel rispetto delle normative.

Sono in gioco la legalità e la certezza del diritto, due capisaldi della cultura giuridica, e spetta alla Regione verificare che il processo decisionale non sia stato compromesso da tale vicenda, onde evitare prevedibili contestazioni che possano portare alla richiesta di riesame e/o sospensione di specifiche determinazioni regionali.

Un discorso in parte diverso deve essere fatto per il Piano di gestione del ciclo dei rifiuti regionale, che è stato predisposto dalla Direzione affidata all’ing. Tosini, adottato dalla Giunta e votato dal Consiglio regionale. Il Piano è quindi un atto che rientra nella responsabilità politico-amministrativa, imputabile agli organi di direzione politica.

I fatti contestati sono di estrema importanza e gravità su cui a parte la stampa e la Regione sono state rilasciate poche dichiarazioni da esponenti delle forze politiche che siedono alla Pisana.
Non si tratta di giudicare i fatti, ancora da valutare, ma di distinguere la posizione dell’ing. Tosini e dei potenziali reati contestati dal resto dell’intero apparato amministrativo regionale, che quotidianamente consente ai Consiglieri di svolgere il loro lavoro.
La struttura è stata “scossa” nelle fondamenta ma la politica – a livello regionale e locale – tace invece di rivolgersi a quanti possano lasciarsi andare a generalizzazioni che mettono in dubbio il carattere neutrale e terzo dell’ente Regione.

I tempi della giustizia per la chiusura delle indagini, del processo e per la pronuncia della sentenza di proscioglimento o di assoluzione non saranno brevi e la politica deve utilizzarli per restituire trasparenza all’azione amministrativa, mettendo in salvo la parte sana dell’apparato regionale.

Occorre che la politica non lasci vuoti operativi e intervenga immediatamente con una ricognizione e individuazione degli atti emanati per regolamentare situazioni di particolare criticità su cui è ipotizzabile che la Direzione Politiche ambientali e ciclo dei rifiuti della Regione Lazio abbia tenuto un comportamento di dubbia legalità.

Ora spetta alla politica prendersi le sue responsabilità di fronte ai cittadini e alle popolazioni che hanno subìto le conseguenze dei reati corruttivi contestati, rispondendo con i fatti: chiediamo che venga convocato con urgenza un Consiglio regionale straordinario dove si discutano le dimissioni di chi ha sbagliato e l’azzeramento dei vertici amministrativi, con riserva di valutare caso per caso gli atti su cui agiremo in autotutela e avanzeremo richiesta di riesame e/o sospensione.

*Ina Camilli
Comitato residenti Colleferro
Colleferro, 18.3.2021

 

 

 

 

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Religione e Politica, si influenzano ancora?

 Il didattito aperto da Ivano Alteri

 Molto vasto è, nel mondo, il panorama delle religioni che influenzano istituzioni statuali e politichedi gopverno, ma...

Raffaello scuola di Atene 390 minAlleanze e conflitti tra politica e religione hanno scandito da millenni la storia dell'umanità.
La fede e il credo religioso fanno parte della sfera personale di ogni individuo e ne hanno condizionato anche comportamenti e scelte sociali, economiche e politiche.
Non sarei per una esclusiva considerazione della religione cristiana e della sua struttura organizzativa.
Il panorama delle religioni, che hanno una forte influenza sui comportamenti dei popoli e sulle strutture organizzative dello Stato, è molto vasto.

Il Cristianesimo con 2,2 miliardi di fedeli pari al 31,5% in rapporto alla popolazione mondiale, fa parte delle religioni Abramitiche ed è la religione più diffusa al mondo.

«Cristiano» e «cattolico» non sono sinonimi. In Italia è convenzione usarli come parole di uguale significato, poiché storicamente la stragrande maggioranza dei cristiani sono cattolici.
Ma è un uso improprio e bisogna utilizzare una terminologia più corretta.

La storia del cristianesimo è costellata di numerose divisioni che hanno dato vita a tanti “rami” nell’unica famiglia dei credenti in Gesù. Ci sono tre tipologie di comunità cristiane: quella Ortodossa, (260 milioni di fedeli, di cui solo 100 in Russia e 24 milioni in Grecia) il Cattolicesimo Romano (1.313 milioni di fedeli) e il Protestantesimo (suddiviso in diverse Chiese). Ogni sezione prevede credenze differenti, così come preghiere, liturgie e tradizioni.

L'Islam con 1,6 miliardi di fedeli, (22,3%) è stato fondato nel 610 d.C. dal profeta Maometto ed è una religione monoteista che, nei Paesi dove è particolarmente diffusa, non fa differenze tra culto e vita civile. Anche la vita politica è regolata dalla dottrina.

L'Induismo con 1 miliardo di fedeli, (13,9%) è la più antica religione al mondo e quasi la totalità della popolazione Indù vive nell'Asia del Sud oppure in India. L'aspetto interessante di questa religione è che non esiste nessun fondatore e quindi è nata dalla elaborazione e dalla fusione di antichi culti.

Il Buddhismo con 376 milioni di fedeli (5,2%) è stato fondato nel 600 a.C. da , che è conosciuto anche come "il Buddha".

L'Ebraismo con 14 milioni di fedeli (0,20%), nato nel 1300 a.C., è una delle religioni più antiche del mondo. Con il termine Ebraismo non si indica solo una religione ma anche uno stile di vita e una tradizione culturale a cui fa riferimento il popolo ebraico, presente in varie comunità in tutto il mondo.

Come si può rilevare ogni religione ha una sua funzione nella vita sociale, economica, politica e culturale e determina in maniera rilevante la storia dei popoli.

Non vedo perciò come la religione cristiana debba avere un primato per il solo fatto che abbia più seguaci e si è diffusa nei paesi un tempo più industrialmente avanzati.

E' inevitabile che il processo storico con peculiarità proprie per ogni paese, si è interfacciato con la questione religiosa.

Una particolarità che ha riguardato i paesi europei in cui il cristianesimo, che fu attraversato da aspri e sanguinosi conflitti, con residui ancora oggi presenti, riscontrabili nelle vicende irlandesi, è la religione prevalente.

Ed è bene che si sia distinta nei paesi democratici la religiosità dalla laicità dello Stato. Nella Costituzione italiana non è imposta nessuna religione, ma si riconosce come diritto la libertà di credo e di religione.

Una faticosa conquista del principio di tolleranza, di libertà religiosa e di laicità dello Stato.

Max Weber già un secolo fa affermò che la laicizzazione della politica è dovuta alla sua de-sacralizzazione.

E' famosa la frase di Cristo aveva: "Date a Cesare quel che è di Cesare. A Dio quel che è di Dio".
La presenza del cristianesimo ha permesso che il potere politico sia privato della sacralità che è invece riservata al trascendente.

Si è definita per opera del cristianesimo una separazione di norme concorrenti, quelle morali e quelle positive e una diversità di giudizio nelle azioni umane come quelle del peccato e il reato, come la disubbidienza alle leggi morali e alle leggi dello Stato.

Si è costituita una differenza netta tra il giudizio di Dio e il giudizio degli uomini, la giustizia divina e la giustizia umana.

Questa fondamentale differenza tra la sfera religiosa e quella civile non è stata, tuttavia, pacifica e lineare, ma ha dato luogo a molti conflitti.

Le modificazioni avvenute nella società italiana, ma direi anche in quella europea, hanno portato la Chiesa ad aggiornare la sua funzione nella società a iniziare dal Concilio Vaticano Secondo per arrivare a Papa Francesco.
«Mentre la solidarietà è il principio di pianificazione sociale che permette ai diseguali di diventare eguali, la fraternità è quello che consente agli eguali di essere persone diverse» afferma Bergoglio.
Il riconoscimento della fratellanza cambia la prospettiva e diventa un forte messaggio politico. Tutti siamo fratelli, e quindi tutti siamo cittadini con uguali diritti e doveri.
Si apre un orizzonte con questa impostazione e nel suo insieme l'intera Enciclica che porta a ritenere la religione come possibile interlocutore per migliorare la società e a considerare che le religioni, non solo quella cristiana, possano rappresentare una forte componente per la tutela dei diritti e delle liberta.
E in questi casi non mancano figure di prestigio che si prodigarono par la difesa dei diritti. Mahatma Ghandi, Martini Luther King, ShirinEbadi dimostrarono che si può fare, anzi si deve fare delle religioni uno strumento per raggiungere una maggiore integrazione ai fini del consolidamento e rafforzamento di essi.
Oggi si può considerare Papa Francesco per il suo coraggio nel costruire una Nuova Chiesa un riferimento del cattolicesimo cristiano e la sua ultima elaborazione rappresenta, senza dubbio la più avanzata delle sue precedenti Encicliche.
Il messaggio di Bergoglio è tanto più efficace quanto più è incisivo nella realtà della globalizzazione e della integrazione multiculturale e multireligiosa.

Questo comporta l’apertura di una fase nuova nei rapporti tra la Chiesa e il potere politico.

I partiti cattolici sono stati fra il XIX e il XX secolo gli intermediari fra la Chiesa e il potere politico attraverso il condizionamento diretto del potere e in qualche caso la conquista di esso.

Oggi questa correlazione subisce dei cambiamenti in relazione ai sistemi politici che si ispirano alle posizione liberiste, che ne determinano il ridimensionamento delle mediazioni partitiche tradizionali, se non addirittura, spesso, una loro dissoluzione.

Si delinea, venuta meno la mediazione partitica, in modo sempre più marcato, un diretto intervento della Chiesa, e dei suoi stessi vertici nello scenario politico, un percorso per raggiungere obiettivi che si ritengono rilevanti e di valore universale.

Su questa nuova dimensione la sinistra, nella cui natura convivono diverse culture laiche e cristiane, deve assumere una sua autonoma configurazione politica

La sinistra italiana, come quella di altri paesi europei, ha perso la sua capacità di cogliere i mutamenti epocali della comunità inerte, incapace di dialogo e confronto e di assolvere alla sua funzione di rinnovamento.

La sinistra del XIX e XX secolo sembra aver concluso il suo ciclo storico come forza che si era posta in alternativa al sistema capitalistico di quei secoli e aveva impresso movimenti rivoluzionari talvolta armati e talvolta pacifici.

Essa, tuttavia, conserva ancora oggi, per sua tradizione, quei valori indispensabili a dare dignità agli uomini e necessari per rinnovare la sua capacità di incidere nella società in cui opera.

Non sarei per un parallelismo tra quanto fatto da Papa Francesco e quello che dovrebbe fare la sinistra.

Esso ci porterebbe fuori strada nella ricerca di costruire una nuova sinistra; ci farebbe commettere l'errore di entrare in una logica di contrapposizione e di sovrapposizione. Non sono adottabili né l'una né l'altra.

Si deve pensare una sinistra capace di comporre una nuova cultura rispetto ai problemi della globalizzazione e a quelli della società italiana in continua trasformazione.

In Italia questo non è avvenuto e quanto avrebbero perseguire, anche nell'azione di governo, i partiti che si richiamano alla sinistra, non si è realizzato.

E' impossibile immaginare un futuro senza un vigoroso apporto di nuove energie morali a una democrazia che rischia di chiudersi nella pura logica degli interessi costituiti.

Serve, quindi, rigenerare la sinistra per innescare processi di rivoluzione in grado di modificare a suo vantaggio i rapporti tra le forze dello sfruttamento di un liberalismo letale e quelle di progresso, giustizia sociale, diritti.

La convinzione che oggi è questo l'obiettivo vero e necessario, è piuttosto diffusa sia per la tradizione democratica che per le aspirazioni, non sopite, a condizioni di vita migliori.

Una sinistra ritrovata e rinnovata può svolgere un ruolo fecondo di crescita della vita sociale e di un rinvigorimento della democrazia.


Ermisio Mazzocchi
21 ottobre 2020

 

Bibliografia. Il testo trae spunto da molte lettura fra cui in modo particolare meritano di essere citate le seguenti:
1) Davide Hum: Dialoghi sulla religione naturale
2) G. Rousseau: Contratto sociale e L'Emilio
3) Benedetto Spinosa: Trattato teologico
4) Soeren Kierkegaard: Il concetto dell'angoscia
5) Bertrand Russell: Perché non sono cristiano
6) Giuseppe Barzaghi (n. 1956) filosofo e teologo
7) Giuseppe Colombo (n. 1950) Accademico - Università Cattolica.. Studi sulla filosofia cristiana
8) Il rasoio di Occam (principio di parsimonia - metodo di analisi) opera del filosofo e frate francescano Guglielmo di Occam (XIV secolo)

 

 

 

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Cambiamo la politica. Non la Costituzione

È tempo di preoccuparsi.

difesa costituzione foto aleandro biagianti 350 260In Italia, stretta tra l’epidemia con le sue pesanti ricadute in tutti i campi e la necessità pressante della ripresa economica e sociale, il referendum sul taglio dei parlamentari ha reso evidente l’involuzione e l’inconsistenza in cui si dibatte oggi la politica. Dato confermato dalle elezioni regionali, che con il risultato nettamente negativo dei 5 Stelle segnalano la persistente instabilità del sistema.

 

La maggioranza degli italiani sembra ritenere che lo stato del Paese sia da porre in relazione con il numero degli eletti, oltre che con il ruolo e gli intrighi del Parlamento descritto come un’adunanza di parassiti che campano occupando poltrone: una visione rozza e punitiva, pericolosamente falsificante lontana mille miglia dalla realtà dei rapporti sociali, da cui si trae la risibile conclusione che tagliando i rappresentanti di conseguenza si risolvono i problemi dei rappresentati e dell’intera società.

 

In realtà è stato inferto un colpo alla Costituzione, e i grillini applaudono in modo scompostamente infantile per quella che considerano una vittoria «storica», peraltro intrecciata alla altrettanto «storica» sconfitta da loro subita nel voto regionale con numeri quasi sempre al di sotto di due cifre. La spinta antistituzionale è diventata comunque più insistente e pericolosa, con la Lega e l’intera destra che puntano a una Repubblica di tipo presidenziale, fondata sul rapporto diretto capo-masse. Mentre Grillo vuole abolire il Parlamento scegliendo l’estrazione a sorte al posto delle elezioni.

 

La Repubblica presidenziale fa capolino da più parti, e sono in molti a volersi sbarazzare della Costituzione. Un obiettivo, questo, sempre perseguito dalla destra e pomposamente annunciato a suo tempo da Berlusconi, che ora coinvolge lo stesso Pd e le forze politiche presenti in Parlamento.

 

La cultura costituzionale non è mai stata molto diffusa in Italia, nell’opinione pubblica e anche nel ceto politico. Mentre, al contrario, ripetuti e insistiti sono i richiami alla democrazia liberale. Proprio quando la democrazia liberale è in crisi nel mondo per effetto delle condizioni imposte dal capitalismo dominante, che nella sua decadenza tende a distruggere non solo le istituzioni socio-politiche in cui sopravvive ma anche il pianeta Terra e gli esseri viventi che la abitano.

dirigenti politici provenienti dal Pci sono stati tra i più tenaci e perseveranti sostenitori della democrazia liberale. Ed è noto come il partito di Gramsci, Togliatti, Longo e Berlinguer sia stato il fattore decisivo della guerra di liberazione dal fascismo e della conquista della Costituzione, e anche delle lotte democratiche di massa per la sua attuazione. Sembra un paradosso ma in realtà, senza il testardo impegno di quelli che avrebbero dovuto continuare l’opera costruttiva di una democrazia partecipata e progressiva, ben più difficile e complicata sarebbe l’inversione a U verso la democrazia liberale.

 

Non per l’attuazione della Costituzione, ma per la retrocessione verso la democrazia liberale hanno fieramente combattuto i fondatori del Pd Walter Veltroni e Goffredo Bettini. E se il sindaco di Roma è stato pubblicamente elogiato dal quotidiano della Confindustria per il suo deferente omaggio alla ricchezza innalzando al cielo «le virtù dei ricchi», il suo aiutante pensieroso, chiedendo il sostegno dei ricchi virtuosi, è stato ancora più chiaro. Occorre «una vera e propria rifondazione democratica» perché la Repubblica è stata costruita principalmente da due partiti che rispondevano a «poteri esterni»: «la Chiesa per la Dc, il mondo comunista per il Pci. Questo ha ritardato una vera rivoluzione liberale», che è l’obiettivo per cui nasce il Pd.

 

Ma cos’è questa benedetta democrazia liberale, per la quale i più ganzi chiedono addirittura una rivoluzione? In sintesi, è l’assetto socio-politico che consente la massima libertà e sovranità del mercato, condizione ideale per l’espansione e il dominio del capitale. E siccome la nostra Repubblica è fondata non sul capitale ma sul lavoro che al capitale impone dei vincoli, ciò comporta che la libertà del capitale si possa ottenere solo ignorando la Costituzione, o facendone strame con l’obiettivo di depositarla nel retrobottega della storia.

n questi anni i tentativi sono stati numerosi. Con il risultato di concentrare fortemente la ricchezza e diffondere la povertà, accrescere le disuguaglianze e la disoccupazione, generalizzare la precarietà penalizzando soprattutto le donne e i giovani. Nel contesto di un deterioramento grave della condizione ambientale e di quella del Mezzogiorno. E senza che nessuno dei tradizionali problemi storici del Pese, come quello della sburocratizzazione e dell’efficienza democratica, sia stato avviato a soluzione.

 

Problemi preesistenti alla pandemia, che da questa sono stati fortemente aggravati, cambiando il nostro modo di vita, le relazioni umane e degli stessi esseri umani con la natura. E mettendo al tempo stesso in evidenza, nelle avversità, le risorse e le capacità di cui dispongono l’Italia e gli italiani.

 

Il nostro punto forte è proprio la Costituzione, che fondando la Repubblica sul lavoro e stabilendo il principio dell’uguaglianza sostanziale secondo cui occorre rimuovere gli ostacoli economici e sociali che limitano la libertà, impediscono lo sviluppo della persona e la partecipazione dei lavoratori «all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese», ci ha consentito con la gestione pubblica della sanità di limitare i danni e di assicurare maggiore sicurezza rispetto ad altri Paesi, soprattutto anglosassoni, che hanno operato secondo il principio del privatismo individualista.

 

L’Italia, facendo asse su quel che resta del pubblico, ha potuto reagire con maggiore efficacia proprio perché ha usato gli strumenti messi a disposizione da una Costituzione in cui il pubblico ha una funzione trainante. Da noi, infatti, secondo l’articolo 32 della nostra Carta, «la Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti».

 

Se dunque la Costituzione ha dato un’ottima prova di sé in un momento cruciale della storia come quello che stiamo attraversando non ha alcun senso cambiarla. Nel migliore dei casi si tratterebbe di una regressione culturale e politica, nel peggiore di una svolta reazionaria. Il vero problema di cui soffriamo non è la Costituzione, ma la sua mancata attuazione a causa della vittoria del capitale sul lavoro e del degrado dei partiti, che come tramite tra la società e le istituzioni dovrebbero essere il pilastro su cui si regge la Repubblica.

 

Tema cruciale già affrontato con grande lucidità da Enrico Berlinguer quando, denunciando la questione morale, sosteneva che «i partiti hanno degenerato e questa è l’origine dei malanni d’Italia». Con una differenza sostanziale rispetto ad allora: che oggi non esiste un partito in grado di rappresentare la classe lavoratrice e il mondo del lavoro del nostro tempo. Tanto meno di organizzarla. Una parte fondamentale della società moderna non ha né rappresentazione né rappresentanza. Tanto meno organizzazione.

 

Questa è la ragione di fondo della crisi della democrazia, e dello sragionare sulla necessità di cambiare la Costituzione. La Costituzione non va cambiata rovesciando il principio dell’uguaglianza sostanziale. Va aggiornata, potenziando e perfezionando quel principio. C’è bisogno di un’adeguata “manutenzione”. Ma soprattutto c’è bisogno di forze politiche che facciano asse sul lavoro È tempo di preoccuparsi. Di ragionare e di lavorare per colmare un insostenibile e pericoloso vuoto politico.

 

Paolo Ciofi
www.paolociofi.it

 

 

 

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Questa e’ la politica, bellezza!

Opinioni

Ci vorrebbero anni di gavetta, tanta formazione, lavorare e capire i problemi della gente

campanella getty questa fu la frattura definitiva 380 mindi Elia Fiorillo

Sorridente, con gli occhiali anni settanta, abbastanza in sovrappeso, andava ripetendo: «Come vuoi che io tagli il salame? A fettine sottili? A tocchetti? Insomma, dimmi come tu vuoi ed io eseguo».

Nel suo ragionamento il salame c’entrava come «i cavoli a merenda», era un esempio efficace per spiegare cos’era – per lui si capisce – la politica e come andava praticata. Insomma, se si volevano voti e consensi, bisognava stare a guardare con attenzione l’elettorato e fare solo quello che si aspettava da te. Ne più ne meno. Nessuna iniziativa, nessun pensiero proprio. La politica, per lui, era come mettersi davanti ad un televisore e ripetere i gesti, le parole, gli atteggiamenti che andava vedendo. Senza aggiungere niente di suo.

Il «salame» lo aveva sempre a portata di mano, ma mai una volta che lo tagliasse a suo piacimento, mai. Dal suo punto di vista il rischio che correva era quello di fare una brutta frittata; di perdere consensi. Erano gli altri, i suoi elettori, che gli comandavano il giusto taglio. E lui, senza batter ciglio, eseguiva anche quando il taglio «squartava»il delizioso insaccato, e lo rendeva immangiabile.

«Questa è la politica, bellezza!», secondo lui si capisce.

Da questo ragionamento appare che la «conservazione del posto di lavoro» è collocata al primo posto dai «tagliatori di salame». Per questo non bisogna prendere iniziative pericolose: bisogna solo e solamente seguire le volontà degli elettori! Anche le più strane, le più assurde dettate da fatti di cronaca o da altre imprevedibili emotività.

Il tema è vecchio come il mondo: educare l’elettore a rischio di brutte batoste o seguirlo anche nelle sue stranezze, sempre battendo le mani, anche di fronte a colossali stupidaggini?

Una premessa va fatta. Una volta non si diventava «politico» per caso, per combinazione, per bellezza; per magheggi strani. C’era un percorso da seguire che, anche se con qualche accelerazione, non si poteva assolutamente evitare pure se eri l’amico più caro del “capo” del momento. La linea tracciata per arrivare alla meta comprendeva una dura gavetta fatta, tra l’altro, di corsi di formazione di mesi, presso qualificate strutture formative. Poi c’era la partecipazione, quasi quotidiana, a convegni, seminari di studio, eventi vari, e via proseguendo.

Non va dimenticata l’attenta formazione che ti veniva – anche se non era di carattere politico – dalla partecipazione agli oratori parrocchiali, ma anche dalle scuole di partito.

Insomma, era proprio un percorso faticoso con tappe ben definite: attività di partito, formazione, eppoi consigliere comunale. E se tutto procedeva per il meglio si potevano ricoprire anche altri prestigiosi ruoli. No, non poteva capitare che da un momento all’altro, da quasi sconosciuto cittadino, arrivassi a ricoprire, per esempio, il ruolo di ministero degli Esteri. Diciamo che nella tanta vituperata prima Repubblica questa cosa era impossibile. E per fortuna! Quando non si ha una preparazione ad hoc il ministro, di qualunque dicastero sia, diventa un burattino nelle mani della burocrazia che lo muove a suo piacimento, glorificandolo strumentalmente per avere sempre maggior potere.

Amintore Fanfani, grande politico italiano delle Democrazia Cristiana, negli anni tra il 1954 al 1987, è stato per ben tre volte presidente del Senato e sei volte presidente del Consiglio dei ministri. Si racconta che la prima cosa che facesse quando ricopriva un incarico era quello di rivolgersi ai “burocrati” assicurando loro che non gli avrebbe cambiato ruolo, come avveniva ad ogni cambio di ministro, ad una condizione: lealtà assoluta. Era una tecnica raffinata che consentiva al ministro di non doversi inventare «esperti» in certi settori e contemporaneamente, ai sicuri epurati, di rimanere al loro posto.

Berlusconi riteneva che un bravo imprenditore, anche se non avesse mai fatto politica, proprio perché imprenditore sarebbe riuscito nell’impresa. Forse si sarà ricreduto di questa sua affermazione fatta ai primi tempi della sua attività politica. No, un politico non s’inventa dall’oggi al domani. C’è bisogno di tanta, ma proprio tanta gavetta eppoi di formazione, tanta formazione. Se questo vecchio detto napoletano: «nessuno nasce imparato», vale per i normali cittadini tanto più vale per i politici. No, nessun politico «nasce imparato». Ci vogliono anni di gavetta, tanta formazione, lavorare e capire i problemi della gente per essere un vero e buon politico. Sembra invece che queste vecchie regole non servano più. L’isolamento è vincente!

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La politica come scelta di vita delle donne russe

Nell'acculturazione delle giovani russe, le madri russe tra '800 e '900 occupano un posto particolare.

vera figner rivoluzionaria russa minFiorenza Taricone - Le elezioni in Bielorussia hanno riconfermato al potere per un sesto mandato Aleksandr Lukashenko, l'ex capo di una fattoria sovietica che ama farsi chiamare batka, padre, ma che in America chiamano l'ultimo dittatore d'Europa. In un Paese in cui sono vietati i sondaggi politici, la vittoria del leader uscente è stata schiacciante, almeno così pare, e solo una minima parte dei voti è andata alla sfidante Svetlana Tikhanovskaja, la vera sorpresa di questa tornata elettorale, appoggiata da altre due donne, il nuovo contro il vecchio anche in termini anagrafici. Di fronte a un sesto mandato, in qualunque modo si pensi, la sfidante rappresenta una novità, ma lo è meno rispetto alla tradizione ribellistica delle donne russe che il governo imperituro del maschilista Putin cerca in ogni modo di far dimenticare.

Moglie di un blogger e insegnante, Svetlana Tikhanovskaja ha goduto di un diritto all’istruzione per il quale le donne russe hanno lottato ben prima della rivoluzione del ‘17. L'educazione delle ragazze nell'impero russo zarista riguarda un’esigua minoranza. L'accesso all'educazione secondaria fino al 1858 avveniva ancora attraverso gli istituti creati al tempo di Caterina II, che oltre impartire nozioni per aspiranti mogli prevedono l'insegnamento del francese e tedesco, e in anni successivi economia, fisica e anatomia. Ma nella memoria delle frequentanti sono ricordati come luoghi di grande ristrettezza mentale, dove non è consentita nessuna lettura di libri al di fuori dei testi di studio, né esercizio fisico; il pane quotidiano sono soprattutto le composizioni di scrittura e di copiatura. Nel 1858 sono istituiti i licei femminili in piccola parte finanziati dallo stato, ma lo scopo non è la preparazione all'università ma semplicemente la formazione di un corpo insegnante delle scuole inferiori. Prima del 1863 le donne all'università di Pietroburgo sono accolte solo come uditrici. Quando l'università viene riaperta dopo i primi moti studenteschi alle donne viene vietata la partecipazione.

Il movimento studentesco russo di uomini e donne è legato anche alle riforme dello zar Alessandro II succeduto a Nicola I nel 1855: i giornali principali di Pietroburgo e Mosca non sono sottoposti alla censura preventiva, viene sospeso il divieto di viaggiare all'estero, è concessa l'amnistia ad alcuni prigionieri politici. Soprattutto nel 1861 si liberalizza la schiavitù e si abroga il cosiddetto possesso delle anime, tematica che ha dato vita a capolavori letterari tra cui il romanzo di Gogol, Anime morte. I contadini sono da allora in poi civilmente liberi e ottengono un pezzo di terreno di estensione variabile in usufrutto perpetuo, con diritto di acquisto attraverso compensi in natura o lavoro; le valutazioni costose nell'ammontare dei riscatti renderanno vano in realtà in parte questo decreto.

Il segnale di cambiamento inizia con la ribellione di Maria Kniaznina alla proibizione dell'Università di Pietroburgo di proseguire gli studi nelle scienze naturali; nel 1864 scrive una lettera al direttore responsabile del Politecnico di Zurigo in cui Maria spiega le sue ragioni. Ma è Nadezda Suslova l'iniziatrice ufficiale dei tentativi di esercitare la professione medica che tanta importanza avrà nel populismo che si proponeva tra le altre cose di curare le donne istruendole sull’igiene. Nel 1867 ottiene la promozione come prima dottoressa in medicina e come lei stessa scrive si prepara a una lotta per l'uguaglianza di diritti. È convinta di combattere per una giusta causa, perché non può abituarsi a essere schiava della casualità. La Suslova nasce nel 1843 e suo padre era stato un servo della gleba, che era riuscito poi ad amministrare gli affari della tenuta dove lavora; la madre ha una propria formazione culturale nonostante le origini modeste, che trasmette alla figlia, mentre la sorella è una famosa scrittrice russa molto legata allo scrittore Dostoevskij. Nel 1861 assieme ad un'amica inizia a frequentare come uditrice l'Accademia di medicina chirurgica di Pietroburgo, ma nel 1863 entra in vigore un nuovo statuto; l'anno seguente un ordinamento vieta l'ammissione delle donne, e la partenza per l'estero diventa una necessità. Le alternative possibili sono il College femminile in America, la Sorbonne, che fa pervenire una risposta negativa e infine Zurigo, dove formalmente non esiste alcun regolamento che impedisce l'immatricolazione a una donna, per cui la sua domanda viene accolta. L’ammissione consentita a Zurigo ha come effetto l'emigrazione di una prima colonia, negli anni dal 1870 al 1873, e si forma un primo nucleo di presenze molto attive politicamente e culturalmente, influenzate dalle figure di Lavrov e Bakunin. Nel frattempo in Russia nel 1868 una petizione sottoscritta da quattrocento donne rivendica il diritto alla fondazione di un'accademia universitaria; nel 1873 il governo russo emette un'ordinanza con la quale impedisce il proseguimento degli studi alle donne presso le università straniere causando il rientro forzato di molti di loro. La Svizzera con Zurigo continuano a rappresentare quindi un’oasi tranquilla dove si potevano coltivare i propri interessi, consentendo dal 1874 al 1913 a circa 6000 donne slave di studiare, anche come uditrici. Le studentesse non sono solo figlie di nobili, ma anche in minor numero di commercianti e in piccolissima parte di contadini. Numerose sono le studentesse di religione ebraica.

Nel processo di acculturazione delle giovani russe, le madri russe tra ottocento e novecento occupano un posto particolare. Anche se tra i ceti medio-alti le cure materne fino all'adolescenza erano sostituite con quelle di una balia le donne continuano ad avere un ruolo decisivo nella vita delle loro figlie che condividono i loro ideali con le madri; sono loro ad aiutarle sia nello studio, sia nell'esilio e nella prigionia; a volte le seguono nella deportazione, e una volta diventate rivoluzionarie le sostengono comunque. Nella famiglia di Vera Figner, quattro sorelle danno un contributo all'attività rivoluzionaria, scontando anni di deportazione e di prigionia, mentre dei due fratelli, uno diventa direttore di una miniera e l'altro diventa celebre attore dell'opera russa. E’ invece grazie alla madre Varvara, che Sofia Perovskaia viaggia verso Pietroburgo per trovare una scuola in sostituzione dell’università. Sulla nave, Sofia conosce altre giovani ragazze che diventeranno volti noti del movimento rivoluzionario.

Al Politecnico di Zurigo, dove le studentesse slave si guadagnano il diritto all’istruzione, partecipano regolarmente a riunioni in circoli improvvisati di autoeducazione, dove si discute anche delle cosiddette decabriste, cioè delle compagne dei decabristi, parola russa, dekabr, con cui si indicano i partecipanti agli avvenimenti del dicembre 1826 a Pietroburgo e nella Russia meridionale. La società segreta lotta contro l’organizzazione sociale arretrata, l’esistenza di una servitù della gleba e gli abusi dell’aristocrazia. Convinti che il cambiamento possa venire solo da un rivolgimento violento, compresa l’uccisione dello zar, il giorno dell’incoronazione di Nicola alcuni reparti di truppa si sollevano, ma la ribellione è soffocata e seguita da arresti numerosissimi. 120 persone sono processate, cinque condannati all’impiccagione, gli altri ai lavori forzati nelle colonie punitive. Per non abbandonare mariti e compagni le decabriste abbandonano esistenze agiate, partendo con loro. A qualcuna di loro è vietato portare i figli in esilio, e a causa delle condizioni di vita e climatiche in Siberia alcune di loro perdono molti figli. Poiché i genitori sono giudicati delinquenti di Stato, i figli sono condannati alla perdita dei diritti civili e politici, mentre i figli e le figlie che sopravvivono in Siberia vengono riconosciuti dallo Stato solo come contadini, con il divieto di visitare i padri in prigione. Tra le donne che vivono insieme, separate inizialmente dai mariti, si crea uno spirito di condivisione e un profondo legame; addirittura in una località viene concesso loro di costruirsi una sorta di casa e la via in cui abitano viene da loro nominata ‘via delle donne’. Dostoevskij le definisce grandi martiri, la cui grandezza consente loro per venticinque anni di sostenere la durezza della prigionia. Anche se la ribellione non è alla radice della loro partenza, poiché sono spesso all'oscuro dell'attività dei loro uomini, fa molta impressione la scelta radicale che le condanna alla fatica, alla povertà e alla sofferenza.

A Zurigo, le numerose studentesse slave vengono definite anche cavalline cosacche. Pagano con la povertà e i sacrifici il diritto alla formazione, nutrendosi poco e male, e non di rado ammalandosi. Per alcune loro colleghe, come Franziska Tiburtius, sono fanatiche, imbevute di nichilismo e seguaci di Bakunin. Le ragazze sono passate alla storia anche per il loro modo di vestire controcorrente, che esprime da solo la critica al conformismo e l’aspirazione all’uguaglianza fra i sessi. Fumatrici dai capelli corti, portano cappelli e occhiali rotondi e scelgono un abbigliamento che può essere anche quello di un ragazzo, la cui austerità sta a significare la poca importanza dell’esteriorità.

Anticipando i collettivi femministi europei degli anni Settanta del ‘900, molte ragazze slave di Zurigo si riuniscono in circoli di sole donne, per esprimersi liberamente senza l’ingombrante presenza dei ragazzi. Il collante è la politica, la rivoluzione sociale, l’evoluzione umana, e non necessariamente tematiche solo femminili. A un circolo di cultura politica dei fratelli Zebunov partecipa anche Anna Rozenstejn, in futuro Anna Kuliscioff. I testi dei circoli sono quelli del socialismo francese, e quelli di Marx ed Engels, ma le donne propagandano anche le teorie comuniste sul libero amore; il pericolo della diffusione delle loro idee si nasconde nei viaggi ripetuti da Zurigo alla Russia e viceversa, portando con sé testi rivoluzionari; si cercano fondi per ristamparli, e per impegnarsi nella cosiddetta ‘andata al popolo’; dopo il 1873, si gettano le fondamenta di uno dei primi partiti rivoluzionari russi, Zemlja i volja. Il ruolo delle donne è fondamentale, come quello di Hessa Helfman, di origine ebraica, cucitrice di Kiev, che si occupa della corrispondenza rivoluzionaria; trasporta in gran numero, per i condannati all’esilio in casa propria, proclami e stampa clandestina. La repressione non si fa attendere: alla fine del 1875 centinaia di persone fra cui molte donne sono arrestate; alcune sono studentesse di Zurigo, condannate ai lavori forzati.

Esponente di primo piano del movimento populista è Vera Nikolaevna Figner; per la sua bellezza è stata chiamata la Venere della rivoluzione e appartiene ad una agiata famiglia della nobiltà russa; il padre dopo la liberazione dei servi diventa giudice di pace. E’ la prima di sei figli e nei primi anni della sua vita Vera vive in una casa completamente isolata da ogni altra abitazione ai margini di un vastissimo bosco. Il padre, spesso assente per lavoro, ha un carattere duro, con i figli maschi usa punizioni corporali; per completare l’istruzione, Vera entra all'istituto di Pietroburgo dove rimane per sei anni: pur riconoscendo di aver appreso il valore del cameratismo, il senso della disciplina e dell'abitudine al lavoro intellettuale non contribuisce molto alla sua crescita spirituale. Dopo aver terminato il ginnasio, nel 1869, Vera torna a casa e apprende la notizia che per la prima volta nella storia una donna russa, Nadezda Suslova, si era laureata in medicina all'Università di Zurigo. Chiede al padre il permesso di stabilirsi all'estero ma le viene negato; preparano invece il suo debutto in società per trovare marito. Poco tempo dopo la reciproca conoscenza, il giovane magistrato Aleksej Filippov, diventa suo marito.

Decisa a studiare medicina all'Università di Zurigo convince il marito a lasciare la magistratura e a trasferirsi con lei in Svizzera; per prepararsi Vera studia il tedesco e matematica e si fa ammettere con la sorella Lidija alle lezioni di anatomia; nell'estate del 1873, come già ricordato, il governo russo ordina alle studentesse di lasciare l'Università di Zurigo, pena il disconoscimento della laurea ottenuta. Alcuni di loro ignorano l'ingiunzione, altre si limitano a cambiare università, trasferendosi a Parigi, Ginevra, Berna; Vera ha ormai scoperto la passione per la politica e quindi comprende di non avere nulla in comune con il marito, di idee conservatrici, che nel 1874 ritorna Russia divorzia e riprende la carriera di magistrato; la sorella le rivela di aver organizzato con il suo compagno un gruppo clandestino rivoluzionario, con un programma socialista, per educare i lavoratori alla rivolta contro il regime zarista. Nel 1875 l'organizzazione viene smantellata dalla polizia russa e le due sorelle esiliate in Siberia. Vera è indecisa se riorganizzare il gruppo a Mosca perché questo significa abbandonare la tesi di laurea per completare gli studi. Lascia comunque la Svizzera nel 1875, per non tradire i suoi ideali, si stabilisce a Mosca e riesce comunque a Pietroburgo a superare l'esame di assistente medico presso l'accademia medico chirurgica. Nell'organizzazione dove lavora, Zemlja i Volja si ritiene che la terra debba appartenere alla comunità che lavora e i rivoluzionari debbano vivere a contatto della gente, condividendone i bisogni e tutelandone gli interessi, difendendo la dignità dei contadini contro ogni sopruso. Vera si sposta perciò da un villaggio all'altro fermandosi all'interno di baracche dove riceve pazienti di ogni età; la maggior parte delle malattie è conseguenza della miseria, della mancanza d’igiene e della sifilide.

Per le sue capacità di cura, Vera è soprannominata ‘la guaritrice’ e insieme alla sorella apre anche una scuola elementare che viene però chiusa dalle autorità; poco tempo dopo il gruppo più radicale dell'organizzazione si pone come obiettivo di rovesciare l'autocrazia e di uccidere lo zar, anche se secondo Vera il terrorismo non è stato mai l'obiettivo del partito, ma un mezzo di protezione; appena le viene affidato l'incarico di organizzare un attentato contro Alessandro II in occasione del suo arrivo in Crimea per le vacanze estive, porta con sé la dinamite da Pietroburgo a Odessa; il piano prevede di affittare un negozio nella via dove presumibilmente sarebbe passato l'imperatore; nel retro del negozio sarebbe stato scavato un tunnel fino al centro della strada dove sarebbe stata deposta una carica; all'impresa collabora anche Vera che conserva l'esplosivo in casa e trasporta la terra estratta dallo scavo; anche questo lavoro si rivela inutile perché lo zar giunge in Crimea prima del previsto; alla fine del 1880 il comitato esecutivo mette in atto un nuovo piano, affittando un negozio di rivendita di formaggi davanti al quale lo zar è solito passare ogni domenica; si comincia a scavare un cunicolo che dal retrobottega deve raggiungere la strada; se l'esplosione del piano stradale non fosse riuscita, sarebbero intervenuti altri quattro terroristi armati di altrettante bombe; di nuovo arriva la notizia che l'imperatore ha cambiato strada e interviene a salvare la situazione il suggerimento di Sofia Perovskaja. Certa che il corteo imperiale al ritorno dal maneggio avrebbe costeggiato il canale Caterina, sposta i quattro attentatori; ferito a morte dalla bomba, Alessandro II muore poco dopo e la sua morte viene salutata come la fine di grandi violenze, sopraffazioni e atrocità; successivamente, Vera Figner viene tradita da un infiltrato; nel 1883 è arrestata poco dopo essere uscita da casa e nell'ufficio del commissario si rifiuta di rivelare la sua identità; la mattina dopo viene portata a Pietroburgo nella fortezza di Pietro e Paolo dove rimane 20 mesi in attesa del processo; durante la detenzione riceve la visita della madre e della sorella Olga. Scrive di essere obbligata a vivere fino al processo, l'atto finale dell'attività di un rivoluzionario militante; il processo si svolge rapidamente, la sentenza è la condanna a morte mediante impiccagione, ma la sera del 20 ottobre il comandante della fortezza le annuncia che Sua maestà l'imperatore ha commutato la sentenza di morte nel carcere a vita.

Come prigioniera politica, Vera iniziò una nuova vita avvolta nel silenzio, senza possibilità di ricevere visite e tenere corrispondenza; ogni detenuto non conosce l'edificio che lo ospita e ignora chi siano i prigionieri che vivono sotto lo stesso tetto. Anche le guardie identificano i detenuti secondo un numero e Vera è sempre il numero 11; nel 1880 ottiene per la prima volta il permesso di uscire dalla propria cella e le viene assegnata afferma con un'altra prigioniera la cura dei piccoli orti. Punita per aver protestato contro il trattamento disumano di un detenuto, è trasportata in una piccola cella con il pavimento asfaltato. L'arredamento è costituito da un tavolo, una sedia e un banco di ferro senza materasso; vestita di una camicia, di una gonna e di un mantello di lino, Vera dorme per terra avvolgendosi la testa per il freddo con le calze; solo dopo vari giorni le portano un materasso e quando ritorna nella vecchia cella, si scopre allo specchio improvvisamente invecchiata di molti anni.

Nel 1902 una sua lettera alla madre non viene inoltrata dall'amministrazione del carcere e protesta contro il sovrintendente al quale in un momento di rabbia strappa le spalline da ufficiale; inaspettatamente però nel 1903 le viene comunicato che il carcere a vita era commutato in una pena di 20 anni e la prigionia sarebbe quindi scaduta nel 1904; Vera rimane prima sbalordita e indignata poiché vent'anni prima si era fatta promettere dalla madre di non chiedere la grazia; tre giorni dopo però una lettera della madre la informa di essere malata di cancro e di volerla rivedere prima di morire. Muore però senza riuscirci.

In prossimità della liberazione, Vera distrugge i suoi quaderni perché sa di non poterli portare con sé e dopo 22 anni, nel 1903, lascia il carcere, per una residenza obbligata con relativa sorveglianza. Sorvegliata dalle due sorelle anche per timore di crisi depressive, Vera non migliora e riesce ad ottenere un passaporto con cui lascia la Russia, alla volta di Capri dove viene ricevuta da Gorkij nella sua villa. Tornata, inizia a occuparsi della storia del movimento rivoluzionario, scrivendo le biografie dei suoi vecchi compagni e compagne. Dal materiale ricevuto dagli esiliati in Siberia, contadini, operai e soldati, ricava un articolo; sono circa 100.000 in condizione di inattività e depressione. Nel 1909 va a Londra per la propaganda in favore dei detenuti politici russi. A Liegi scrive in francese Les prisons russe tradotto poi in molte lingue, anche in italiano; inizia a scrivere le sue memorie e poco dopo scoppia la guerra; allo scoppio della rivoluzione è a Pietrogrado; il 21 marzo il governo provvisorio emette il decreto di amnistia per tutti i condannati di reati politici e viene costituita la Società degli ex detenuti ed esuli politici, presieduta da Vera Figner.

Il Comitato esecutivo centrale del Soviet di Pietroburgo la nomina membro del cosiddetto Pre Parlamento, un organismo privo di potere e voluto dalle forze che appoggiano il governo provvisorio. È definito da lei stessa una fabbrica di chiacchiere degna di essere eliminata; è sciolto con la rivoluzione di ottobre. Rimane contraria alla rivoluzione bolscevica, ma non si oppone apertamente per non combattere altri partiti socialisti fratelli. Ritiene come gran parte dei socialisti rivoluzionari che prima del passaggio al socialismo sia necessario un periodo di libertà parlamentare per l'educazione politica e civica delle masse popolari; nel 1921 viene pubblicato il primo volume delle sue memorie terminate con il terzo volume nel 1924; Vera continua a spostarsi spesso in provincia e nel distretto di Kazan promuove la nascita di una fattoria collettiva; visita scuole, orfanotrofi e biblioteche, sostiene materialmente iniziative culturali e narra in conferenze pubbliche, nelle scuole, nelle fabbriche, la storia politica di cui è stata protagonista, ricordando figure del movimento rivoluzionario; negli anni dello stalinismo protesta contro le persecuzioni politiche indirizzando lettere allo stesso Stalin, al presidente del Soviet supremo, Kalinin, all'ultimo presidente della società degli ex detenuti ed esuli politici; conserva la speranza nel trionfo della giustizia. Muore novantenne, nel 1942.

 

 

 

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UGL. Enzo Valente invita la politica frusinate all’unità

La politica frusinate si disunisce dietro battaglie territoriali e personalismi a scapito della concretezza

UGL logoellissi 350 min"La provincia di Frosinone in questo momento ha bisogno di condivisione, di unità d’intenti e non certamente di ingaggiare battaglie tra i territori. L’emergenza sanitaria ha devastato un’economia già in difficoltà e sta cambiando la società nel suo profondo. I nostri comportamenti, il nostro modo di fare economia sicuramente sarà rimodellato dopo quanto accaduto, i cittadini lo hanno capito ma, evidentemente, non la politica che continua ad agire alla vecchia maniera pensando più al proprio orticello che all’interesse generale”.

Il Segretario Generale dell’UGL Frosinone Enzo Valente chiede alla politica di fare squadra dopo le polemiche arrivate da più parti, in merito all’istituzione della fermata della Tav nel territorio frusinate: “Si è aperto uno scontro tra territori – spiega Valente – una rincorsa a chi la spara più grossa. Sembra che ogni politico abbia un proprio progetto, porti avanti studi di fattibilità per dimostrare che la propria area sia la migliore per fermare i treni Tav. A corredo di questo si stanno facendo raccolte firme che, sappiamo bene, rimarranno all’interno di un cassetto e non sortiranno effetto alcuno. Le debolezze politiche non si superano calando sul campo mezzi della 'Prima Repubblica' ma facendo proposte concrete. Gli esponenti che ci rappresentano all’interno dei palazzi di potere dovrebbero, semmai volessero rendersi utili, chiedere al governo una presa di posizione forte affinché le nostre industrie, a cominciare da quelle che ruotano attorno all’automotive, rafforzino la propria presenza sul territorio e in Italia, così come gli altri settori industriali fondamentali per il tessuto economico. L’invito è quello di lavorare, fare sistema e creare un progetto di sviluppo integrato per rilanciare l’economia. Agitare le piazze con raccolte firme inutili, è gettare polvere negli occhi della gente, illuderla e poi lasciarla con un pugno di mosche in mano. Stiamo affrontando un’emergenza senza precedenti che amplierà in modo esponenziale la platea di disoccupati e poveri, e la straordinarietà del momento non può non essere affrontata con la coesione e l’impegno di tutti.”. Valente si rivolge al Presidente della Provincia Antonio Pompeo e al Prefetto di Frosinone: “Sarebbe auspicabile un intervento dei due massimi rappresentanti del nostro territorio per riportare ordine nella politica frusinate. L’istituzione di una cabina di regia dove si lavori per creare una visione comune potrebbe essere la soluzione ideale per superare i territorialismi e lavorare in una direzione unica per il bene dell’intera provincia”.

 

 

 

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Politica e cittadinanza. Donne socialiste fra Ottocento e Novecento

Storie di donne politiche, rivoluzionarie, attiviste, maestre....

libro Taricone 350 minPassione, umanità, sofferenza, speranza. Il recente libro di Fiorenza Taricone "Politica e cittadinanza. Donne socialiste fra Ottocento e Novecento" editore Franco Angeli, pubblicato nella collana della Fondazione "Filippo Turati", racchiude i sentimenti che animarono l'impegno di donne, che furono protagoniste di durissime lotte per il riconoscimento dei loro diritti.

Il libro colma un vuoto nella ricerca storica del movimento femminile e non è solo un racconto sull'emancipazione.
E' soprattutto una "riscrittura" della storia, che è stata sempre quella dei maschi e, in senso più ampio, quella dei più forti e dei vincenti, unici legittimati a rappresentare l'umanità.
Senza quel fecondo processo di lotte, di sconfitte, di conquiste, non potrebbe essere compresa l'evoluzione del paese Italia, rimanendo inalterati gli obiettivi di quelle lotte che si sono sedimentati nella coscienza di molte e di molti.
Taricone getta una luce che illumina una storia di donne, se non rimasta sconosciuta, quanto meno trattata in modo superficiale e alza il sipario su una scena affollata di personaggi che interpretano cruciali momenti dell'Italia post-unitaria.

Scava nel vissuto per ricostruire un mosaico di tasselli di vita personale di donne protagoniste della politica e della cultura del primo '900.
L'itinerario rappresentato di quegli anni si mostra diversificato e movimentato, segnato da vite ricche di impegno e di intrecci culturali e politici, che si innestano, con le loro adesioni, nel processo di affermazione del Partito socialista italiano.
E' evidente l'esigenza di rispondere a una pressante richiesta storico-culturale, perseguita dalla Taricone con costanza professionale con le sue copiose produzioni, per venire incontro a una necessità di completare la storia del nostro Paese.

Il libro è il risultato lampante di una sua maturazione nella ricostruzione di un'epoca feconda di movimenti culturali, politici e sociali.
Taricone scopre e rivela una fonte di energia insita in quelle donne, che si propaga come un'onda lunga sino ad arrivare alla Resistenza, alle madri della Costituzione, ai grandi movimenti femministi, alla conquista di diritti, come il divorzio, l'aborto, l'accesso alle carriere dello Stato giuridiche e militari.
L'originalità di inserire nella struttura del libro relazioni a convegni, articoli per giornali di propaganda, lettere, consente al lettore di immergersi totalmente in quel determinato momento storico, immedesimarsi nelle protagoniste di quegli eventi e ricavarne un vissuto di alto spessore culturale.

L'esposizione del vero e del reale rappresentato in modo plastico consente di assegnare un valore straordinario al libro.
L'intento di ritrarre l'intera scala sociale della realtà italiana, dagli umili, impegnati nei più svariati e duri mestieri, agli operai, ai ceti medi, alle classi colte e aristocratiche, raggiunge una completa composizione nella struttura narrativa del libro.
La lettura di "Politica e cittadinanza..." consente alle generazioni contemporanee di avere il privilegio di apprendere la vita di donne impegnate e coraggiose, dalle grandi passioni, nel ruolo di protagoniste in un momento in cui non era loro consentito di esserlo. Donne di tutte le estrazioni, ma anche appartenenti, in molti casi, all'alta borghesia, che avevano rinunciato agli agi e ai privilegi offerti dalla loro condizione sociale per perseguire gli ideali in cui credevano e per i quali lottavano profondendo tutte le loro energie.

Donne che, partecipi degli eventi della loro epoca in modo appassionato, hanno sostenuto con razionalità e concretezza le loro scelte ideali e le loro proposte, anche tra le rivoluzioni e le violenze della guerra.
Emerge chiaramente da queste intense pagine una continua tensione rivolta al bisogno di ricostruire una identità delle donne, che rivendicano diritti e parità sociale, non in contrapposizione e in alternativa agli uomini, ma come persone che sono parte integrante della società.
Un obiettivo ambizioso quello di decostruire solide e secolari categorie sociali, che avevano relegato le donne, prive di riconoscimenti, in una funzione subordinata, a procreare e allevare i figli, a svolgere le mansioni domestiche e, a seconda delle necessità, a eseguire i lavori più massacranti nel campi e nelle fabbriche.

La lettura di relazioni ai convegni dei diversi comitati a favore della donna e di alcuni articoli, come quelli pubblicati su "La Difesa delle lavoratrici" o sul periodico socialista "Uguaglianza" sono sufficienti a far comprendere quale fosse il campo di lotte e di confronti durissimi che dovevano essere affrontati da donne pronte a spendere la loro vita per i propri diritti. Elisa Lollini Agnini ben individua la condizione di subalternità della donna in una società di cultura maschilista: "io mi rivolgo alle donne proletarie che con il loro assenteismo dalla vita sociale, contribuiscono a eternare uno stato di cose create soltanto da una metà del genere umano".

Le immagini descritte nel libro hanno il merito di portare alla luce condizioni e rivendicazioni che hanno comportato uno smottamento della struttura organizzativa delle classi privilegiate e dei detentori del potere assoluto, gli uomini.
E sembrerebbe inverosimile, ma i fatti sono incontestabili, che ci fosse una grande diffidenza, da parte di iscritti e di dirigenti del Partito socialista, nei confronti delle donne attiviste del movimento femminista perché non ritenute all'altezza del loro compito di propagandiste politiche, e delle loro modalità organizzative. E' a questo proposito significativamente interessante lo scritto di Cristina Bacci dal titolo "Organizzazione socialista femminile" (1917) che denuncia la posizione del partito socialista, chiuso e ancora imbevuto di una cultura millenaria ostile a un riconoscimento a pieno titolo delle donne.

Suscita meraviglia, leggendo questa pagine, scoprire quante fossero le donne che scelsero di aderire al Partito socialista e si impegnarono nella propaganda e, soprattutto, nella rivendicazione dei loro diritti.
Taricone dedica a esse pagine di una analisi utile e cruda, che produce conoscenza e sapere, come lo può essere ogni sguardo al passato finalizzato alla conoscenza del presente, e che ha un comune denominatore per oggi e per domani, quello di indicare la via per la conquista dei diritti.
In questa prospettiva non ci si deve soffermare sul percorso di quanto avvenne per la emancipazione rivendicata dalle donne. Occorre andare oltre, e il libro ci è di strumento, verso il processo evolutivo di una cultura di parità dei diritti.
Taricone in modo asciutto e stringato presenta una interpretazione del ruolo della donna nei periodi della guerra, come fu quella del '15-'18, che esce dagli schemi tradizionali.
Sistemi culturali che hanno sempre esaltato il grande contributo delle donne, ma la Taricone ne rivela gli aspetti più brutali e meno retorici.

Se la guerra ha permesso di fare svolgere alle donne lavori in sostituzione degli uomini chiamati alle armi, questo non ha significato una completa e riconosciuta emancipazione, tanto che, finita la guerra, venne riportato tutto allo "status quo ".
Le aspettative furono deluse, indebolendo il fronte dell'emancipazione, che tentò di continuare la sua lotta. Gli eventi successivi però favorirono quelle spinte reazionarie nell'alveo della cultura del fascismo, che produssero una politica di vecchio stampo nei confronti della donna, ridotta a madre e moglie e custode del focolare domestico.

Bisognerà attendere la Resistenza con i gruppi di partigiane come "Gruppi di difesa della donna", eredi di quel fermento culturale degli inizi del '900 che non si era mai sopito, per giungere a una nuova stagione delle rivendicazioni delle donne ad iniziare dal diritto al voto per arrivare, ma non è ancora il traguardo finale, a una donna italiana in orbita nello spazio.
Senza dubbio il trattato di questo libro si colloca in un'epoca ben definita tra '800 e '900, che sarà la più sanguinoso della storia dell'umanità per guerre e genocidi.

Ma è proprio da quelle storie di donne politiche, rivoluzionarie, attiviste, maestre - bellissimo il capitolo dedicato a queste ultime - dei primi venti anni del '900, che si evince la fine del loro secolare isolamento e il raggiungimento della loro emancipazione.
Si diffonde una coscienza che si espande e impianta le radici di un più robusto albero dei diritti per tutte e per tutti.
Cosa ci dicono quelle relazioni, quegli articoli, quelle lettere - anche quelle di amori e passioni, come descritto nel capitolo "Le donne e Mussolini..." - se non una crescita della presenza delle donne nel campo della cultura e delle politica, che ha permesso una evoluzione del diritto sociale e l'allargamento della sfera femminile pubblica?

Si delinea per il lettore una geografia dell'universo femminile molto composita, che favorisce considerazioni e valutazioni sul presente e sul futuro.
Non deve trarre in inganno la storia di donne scritta da una donna, Fiorenza Taricone, appunto, che potrebbe indurre a una valutazione di corresponsabilità tra donne.
L'originalità di questo libro risiede nel criterio di analisi del passato e del presente, nell'utilizzare un metodo di indagine tale che i fatti vengono presentati al lettore in modo che sia lasciata a lui la libertà di esprimere il suo giudizio.
La storia delle donne, in questo caso quelle del XX secolo, non è storia a sé, ma è essenziale e indispensabile parte dei complessi processi sociali dell'intera umanità.

Taricone consegna ai lettori un veicolo su cui intraprendere un viaggio rivolto a raggiungere la democrazia, i diritti, l'uguaglianza per tutti, indipendentemente dal sesso.
La sua opera contribuisce ad ampliare l'orizzonte dei fermenti, tutt'ora in corso, che hanno segnato la storia degli uomini e delle donne della società italiana.
Ermisio Mazzocchi
lì 5 giugno 2020

 

 

 

 

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