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Lazio. Maggioranza viva, politica sociale morta

  • Pubblicato in Partiti

REGIONE LAZIO. PARTITI

Fraleone (Lazio PRC-SE): Nel Lazio vive la maggioranza, ma è morta la politica sociale

bandiera prc 350 minIn una conferenza stampa al Campidoglio, Zingaretti dichiara: "La maggioranza nel Lazio è morta? È vero esattamente l'opposto, malgrado una oggettiva crisi nazionale della maggioranza parlamentare nel Lazio c'è una maggioranza larga e unita da un programma che sta attuando tutti i giorni a favore delle famiglie, delle imprese e della nostra comunità. Mi auguro, ma questo dipenderà dai protagonisti della futura avventura, che questa maggioranza larga che ha ben governato il Lazio si confermi e si riproponga per vincere".

Secondo il Presidente della regione Lazio, la maggioranza che ha governato “bene” il Lazio sarebbe l'investimento da fare per il futuro. Naturalmente il “favore” per le famiglie è stata la privatizzazione spinta della sanità, attuata oltre che da provvedimenti di legge anche dai tempi faraonici di attesa per le prestazioni e le indagini sanitarie; la pseudo politica ecologica per cui si appoggia la fantastica soluzione del sindaco di Roma per la gestione dei rifiuti con la costruzione di un inceneritore o l'allestimento di altre due piste da sci sul Terminillo, previa distruzione di centinaia di ettari di bosco o la privatizzazione strisciante dell'acqua; la graduale dismissione dei trasporti pubblici, l'assenza di politiche per la casa e l'elenco si può allungare a piacere. Certo a favore delle imprese soldi tanti soldi.

Di fronte a questa innegabile situazione, i 5Stelle laziali non accennano prese di distanza, anzi ripropongono la stessa alleanza per le prossime regionali. Colpisce il silenzio assordante di Conte rispetto alla situazione che riguarda una regione di non secondaria importanza come il Lazio.
Se si dice di ricollocarsi fuori dal centrosinistra e dal centrodestra, in una sorta di limbo politico, bisogna che le parole siano accompagnate dai fatti, piuttosto che fomentare illusioni di destra o di sinistra in base alle aspettative degli elettori.
A Zingaretti e ai suoi alleati, Rifondazione Comunista dice che anche per il Lazio ci potrà essere una "Unione Popolare”

Così in una nota dichiara Loredana Fraleone, Segretaria di Rifondazione Comunista/Sinistra Europea del Lazio.

Ufficio Stampa
Regionale Lazio Prc-Se

 

 

 

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Elezioni. Quando la "tecnica" è politica

DISCUTERE LA CRISI. VOTO 2022

Nota positiva viene da Fratoianni: un'intesa antifascista nei collegi uninominali

di Aldo Pirone
ElezioniPoliticheItalia2022 400 minEnrico Letta, come ci dicono gli sviluppi della situazione ad horas, sta cercando di comporre attorno al Pd un'alleanza "tecnica" che dovrebbe andare dal "cocomero" di Fratoianni e Bonelli a Calenda-Bonino, passando per la lista Di Maio e recuperando anche Iv di Renzi cui, stando a ieri, non si oppone alcun veto. Una sorta di repêchage del più scrauso, come si usa in alcune gare ciclistiche di velocità.

Calenda, dopo una prima disponibilità ora è in surplace, siccome pensa di essere al centro del mondo e "er mejo fico del bigoncio", pare che stia consultando l'oracolo-sondaggio per vedere se gli convenga partecipare di più o meno all'alleanza "tecnica"; della serie morettiana: mi si nota di pù se vado o non vado alle festa. D'altra parte quel che resta del M5S di Conte è dominato all'interno dalla questione del doppio mandato. Grillo lo indica come la cartina al tornasole per il carattere alternativo all'élite dei pentastellati, un po' meno Conte. Ma alla fine ha vinto il comico genovese il quale dice che sono tutti contro i grillini e quindi sono nel giusto. Non ha capito che la fase in cui la rivolta popolare contro la casta si incanalò verso di loro è superata. Oggi dire quella cosa appare più simile al mussoliniano "molti nemici, molto onore".

Sullo sfondo di tutte queste mosse e sommovimenti, per non chiamarle convulsioni, si staglia gigantesco e decisivo il problema di riportare al voto per la sinistra le fasce sociali più popolari e disagiate. L'indagine di Tecnè di alcuni giorni fa ha certificato che l'astensione lì (solo il 28% va a votare) è più alta che tra i benestanti medi e medio alti (vanno alle urne il 75%). Cioè un'astensione sociale di classe. Sarebbe la questione principale, ma non sembra che le evoluzioni e le involuzioni della sinistra progressista, complessivamente intesa, dedita alla guerra civile interna, sia in grado di smuovere queste fasce sociali e di lavoratori dalla loro disillusione esistenziale. Il Pd ci proverà con un programma, dicono, socialmente progressista, lavorista e ambientalista. Stessa cosa faranno le plurime formazioni della sinistra alternativa e il M5s. L'impressione al momento, purtroppo, è che i buoi sono scappati dalla stalla, e le mucche continueranno a rimanere nel corridoio. Perché quando bisognava iniziare a riprenderli si è pensato ad altro e la disunione odierna non è proprio una grande attrattiva

In questi frangenti non si capisce perché se l'alleanza, come dice Letta, sarà "tecnica", questa "tecnica" non debba essere estesa a tutte le forze antifasciste di sinistra e moderate per sostenere candidati comuni nei collegi uninominali impedendo alla destra di Meloni, Salvini e Berlusconi di fare "cappotto". Con la conquista dei 2/3 dei seggi che darebbe loro mano libera in Parlamento per fare strame della Costituzione.

In questo panorama non esaltante l'unica nota positiva viene da Fratoianni. L'altro ieri il leader di Sinistra italiana ha chiesto un'intesa antifascista nei collegi uninominali, da Calenda al M5s e quant'altri, alternativa a questa destra.

Forse non si riuscirebbe ad evitare la vittoria della destra di Giorgia Meloni sul piano della maggioranza di governo, ma almeno si salvaguarderebbe la possibilità dell'appello al popolo contro eventuali stravolgimenti della nostra Carta fondamentale, come accadde nel 2006 e nel 2016.

Una questione non proprio solo "tecnica".

 

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

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Scambio di ruoli tra partiti e media sullo scenario della politica

OPINIONI

Il rapporto diretto dei partiti con i cittadini va ripristinato

di Ermisio Mazzocchi
nadia urbinati ilriformista.it 400 minL'articolo di Nadia Urbinati pubblicato su Domani del 7 giugno invita a una riflessione rivolta a un argomento centrale nella storia politica del XXI secolo.
Le sue considerazioni sono condivisibili e di estrema attualità.

Il rapporto tra gli strumenti di informazioni e i partiti è stato sempre determinante sia nei sistemi democratici sia in quelli dittatoriali.
Nella democrazia la libertà di informazione ha prodotto una crescita del ruolo dei media che a poco a poco hanno sostituito quelle forme di comunicazione che erano proprie dei partiti. Quanto è avvenuto ha precise cause legate all'evoluzione della società e alla funzione dei partiti.

La Costituzione assegna a essi uno specifico ruolo nell’ambito delle istituzioni democratiche.
Questo comporta la definizione della loro identità culturale e progettuale che ne stabilisce la distinzione.
Sulla base di tali “differenze” ognuno compie le proprie scelte.
I partiti dovrebbero presentarsi come interpreti dei cambiamenti e la politica essere il regista attraverso le sue rappresentanze.
Queste nell'esercizio delle proprie funzioni, delegate dai cittadini con il loro voto, siano artefici della costruzione di un modello di sviluppo dell'intera società.
In verità nei tempi più recenti i partiti hanno perso la percezione della realtà.

Non più in grado di esserne referenti, hanno preferito rinunciare alla critica del modello in cui viviamo che è pur sempre necessaria per costituire un soggetto capace di indicare una strada per il paese.

Se si vuole il consenso dei cittadini, essi dovrebbero stare "dentro" la società. Un impegno che implica la strutturazione di un partito il quale sia in sintonia con il paese e sia in grado di assumere una collocazione definita e chiara tale da escludere posizioni ondivaghe.

La fine del sistema partitico ha prodotto una trasformazione delle strutture organizzative e ha dato vita a forme leadiristiche e personali in cui l'eletto è divenuto il perno della politica del suo partito. Tutto ciò comporta che egli abbia bisogno di una tribuna di suo esclusivo utilizzo, la quale è rappresentata dai media che di fatto sostituiscono le funzioni proprie del partito.

Questi hanno avuto la capacità di adattarsi alle nuove forme di comunicazione e hanno finito per gestire l'informazioni con una nova modulazione.

Una cultura leaderistica ha sostituito quella di partito intesa come forza organizzata su basi democratiche e radicata sul territorio, che vive per la partecipazione diretta dei suoi iscritti. Il "partito" che è una scelta di campo dovrebbe essere di massa, nel senso di un coinvolgimento della più ampia comunità nazionale, la quale dovrebbe esercitare la sua funzione in modo democratico e organizzato. In questa prospettiva sarebbe fondamentale la collocazione politica di un partito rispondente a categorie consolidate quali quelle della sinistra e della destra.

La sinistra più della destra, la quale conserva le sue originarie radici storico-culturali, paga l'assenza di una sua identità in quanto ha cancellato i riferimenti culturali della sua funzione che ha avuto nella storia d'Italia.
Incapace di "vedere" i nuovi bisogni, ha dimostrato di non sapersi adeguare alla realtà, non rispondendo in termini di alternativa alla crisi del paese e venendo meno al suo compito di difesa delle garanzie di equità e di giustizia. Una debolezza che produce incertezza e che porta a utilizzare i media come strumento per ottenere consenso e trasmettere le proprie posizioni politiche.

La situazione italiana è incontestabilmente complicata e contraddittoria, ma non tale che non si possano cogliere in essa, oggi più di ieri, spinte e aspirazioni di larghi strati della società italiana volte al cambiamento e a ritrovare garanzie di uguaglianza, di solidarietà, di sicurezza.

Per questa ragione non credo che lo "status vivendi" denunciato da Urbinati possa perdurare. I partiti, soprattutto quelli che hanno una maggiore consistenza organizzativa, hanno bisogno di riprendere una propria iniziativa per qualificare la loro proposta e stringere un legame solido con i cittadini.

La lotta politica, che si profila e che in parte è già in atto, non è solo quella di ottenere compiti di governo. Essa assume dei connotati precisi finalizzati all'affermazione di un'egemonia politico-culturale dalle diverse matrici come quelle conservatrici, populiste, liberiste, così come quelle progressiste, democratiche, costituzionali.

Il rapporto diretto dei partiti con i cittadini diventa fondamentale, se non vitale, per ottenere un'affermazione della loro funzione nell'interesse dell'intera comunità italiana.

16 giugno 2022

Urbinati - articolo apparso su "DOMANI", martedì 7 giugno 2022
Il passaggio che ha impegnato Ermisio Mazzocchi per esporre il suo pensiero.

(...) La guerra in Ucraina ha rilanciato il soft/hard power e ha messo in luce quel che gli studiosi di politica documentano da qualche anno: lo scambio dei ruoli tra partiti e media sul set della politica. La guerra ha mostrato che i media sono sempre più spettacolari e partigiani, e i partiti meno di parte. I primi fanno l'audience dalla quale i secondi dipendono. Questo spiega, tra l'altro, perché i partiti siano diventati un terreno fertile per lo stile populista, il cui preferito slogan è che "tutti i partiti sono uguali" e vogliono dividere il popolo per meglio dominarlo. I partiti sono sempre più restii a mostrarsi di parte dunque, e si posizionano in quel luogo senza sigla e colore che è "il pubblico". Al contrario, i media hanno assunto il ruolo dei partiti: con i talk show generano narrative partigiane, lanciano campagne e proclami, fanno schierare. L'inversione dei ruoli è funzionale alla democrazia dell'audience, con il risultato che, nonostante il peso dei sondaggi sulle scelte dei leader, il potere dei cittadini diminuisce. Perché i media che si fanno partigiani indeboliscono la loro funzione di controllo e monitoraggio del potere, e i partiti che si trasformano in acchiappa-audience impoveriscono la funzione rappresentativa del dar voce ai problemi dei cittadini.

Guerra in Ucraina, lo scambio dei ruoli tra partiti e media sul set della politica (editorialedomani.it)
https://www.editorialedomani.it/idee/commenti/guerra-in-ucraina-lo-scambio-dei-ruoli-tra-partiti-e-media-sul-set-della-politica-bwsg7937

 

 

 

 

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Coraggio e lungimiranza politica di Enrico Berlinguer

RICORDARE

Modernità e visione corretta del futuro. L'11 giugno 1984 moriva Enrico Berlinguer

di Orlando Cervoni
Berlinguer

Berlinguer, è l'uomo che ebbe il coraggio e la lungimiranza politica di andare a Torino, davanti ai cancelli della Fiat a dire quello che non andava.
Agnelli e Romiti dovevano investire in innovazione e non spendere i finanziamenti statali ed i profitti solo per acquistare nuove attività.
Berlinguer diceva già allora che in altre Nazioni si innovava nel campo dell'automobile e che presto saremmo rimasti indietro.
Agnelli e Romiti dicevano che tanto gli Italiani avrebbero, comunque, acquistato Fiat.
A 40 anni di distanza, abbiamo visto come è andata: in Italia, di fatto, dopo che ci siamo svenati per la Fiat, siamo fra gli ultimi produttori di automobili e con stipendi da fame rispetto alle altre Nazioni.

Berlinguer è l'uomo della questione morale e dello sviluppo compatibile, che lui chiamava austerità.
Questione morale che è irrisolta proprio perché sono rimaste inascoltate le sue analisi.
Invito i volenterosi a leggersi il pensiero di Enrico Berlinguer su questi due aspetti.

Enrico Berlinguer è l'uomo della questione democratica: dopo i fatti del Cile del 1973 elabora un percorso politico chiamato Compromesso Storico.
Cosa dice il Compromesso Storico: le forze reazionarie del capitalismo internazionale, come hanno fatto in Cile con un sanguinoso colpo di Stato contro il legittimo governo eletto dal popolo fra comunisti e socialisti, anche in Italia non consentirebbero la legittima esistenza di un governo delle Sinistre.
Allora era necessario un passaggio intermedio di accordo programmatico e governativo fra le forze della Sinistra e del cattolicesimo democratico.
Non una fusione di Partiti, ma una collaborazione di governo. Aldo Moro, stante la grave crisi dei governi centristi, seppe raccogliere questa sfida e dal 1976 al 1978 ci fu in governo con l'appoggio esterno del PCI.
Ma i mattutini colpi di mitra di Via Fani il 16 marzo 1978 con il rapimento di Aldo Moro e la sua crudele uccisione il 9 maggio successivo, decretarono la fine di una visione nuova della politica e del governo. Oggi sappiamo il ruolo degli Usa e dei Servizi deviati in questo affaire.

Enrico Berlinguer è l'uomo dei diritti civili.
Il Partito Comunista Italiano rappresentava la forza di gran lunga maggioritaria fra le forze che approvarono la legge sul divorzio, sulla maternità consapevole, e sul nuovo diritto di famiglia, con la abolizione, fra l'altro, della infame legge sul delitto d'onore. Le donne, finalmente, erano pari.

Enrico Berlinguer è l'uomo che si oppone alla cancellazione della Scala Mobile.
Diceva una cosa molto semplice: i salari e gli stipendi aumentano perché sono aumentati i prodotti. I lavoratori con la scala mobile non si arricchiscono, ma mantengono il livello di vita precedente. Vinsero ancora quelli che fischiavano Berlinguer sulle analisi sulla questione morale e che non capivano la giustezza sullo sviluppo industriale competitivo, innovativo e moderno e si tolse la scala mobile.
Oggi, unica Nazione Europea, in Italia i salari e gli stipendi hanno un potere di acquisto del 3% in meno rispetto a trent'anni fa, mentre in Francia e altre nazioni il potere di acquisto è aumentato del 30%.

Ecco, brevemente e per sommi capitoli, ho voluto tratteggiare i caratteri salienti della politica del Partito Comunista Italiano e del suo Segretario Enrico Berlinguer a 38 anni dalla sua prematura scomparsa.
Modernità e visione corretta del futuro.

Per me restano chiari gli scenari attuali.
So che le cose non sono spesso andate come voleva il PCI ed Enrico Berlinguer.

Continuo a combattere per quelle idee giuste e resto fedele agli ideali della mia gioventù ed agli insegnamenti di Enrico Berlinguer.
Chi considera come illusi i visionari e gli idealisti sappia che la Società sarà di tutti se chi ha le giuste visioni e si nutre di ideali per una vita migliore per tutti, non resterà mai in conflitto con la propria coscienza politica e sociale.

Grazie Enrico.

 

 

 

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Caligiore, ovvero come giocare con le parole e la politica

CECCANO: UNA GIUNTA...TUTTA NUOVA?

Una supercazzola. Con quale faccia Caligiore rimane attaccato alla poltrona?

di Coordinamento politico “Il Coraggio di Cambiare”
IlCoraggiodiCambiare Logo minA quattro giorni dall’improvviso scioglimento della giunta comunale, arriva la certificazione della buffonata politica perpetrata dal sindaco che tutto muove e tutto puote, Roberto Caligiore.

In data 21 aprile ha presentato la giunta del “nuovo slancio amministrativo”. Esecutivo in cui l’unica novità è rappresentata dal neo assessore ai Lavori Pubblici e Project Financing Angelo Macciomei, che entra in sostituzione del defenestrato Stefano Gizzi, come già si sapeva da tempo. Il resto delle deleghe viene incredibilmente confermato, nelle figure e negli incarichi.
La motivazione: “dovevano guardarsi negli occhi”. Per guardarsi negli occhi, il sindaco ha gettato nel caos e nell’incertezza la nostra città.

Un atto inutile e irresponsabile, condito da frasi fatte e da dichiarazioni pubbliche rilasciate e poi negate a distanza di pochi giorni.
Aveva affermato di voler dare un nuovo slancio amministrativo, decretando di fatto il fallimento di questa giunta.
Ci chiediamo a cosa sia servita veramente la revoca temporanea delle deleghe a Aceto, Bianchini, Del Brocco e Sodani? A chi ha giovato questa mossa?

Una manovra per ribadire la forza del sindaco? Per puntualizzare chi può fare e disfare a proprio piacimento? Noi pensiamo che sia andata così, in vista delle prossime elezioni regionali. Caligiore cerca di imporsi all’interno del partito per una candidatura, molto probabilmente poco sponsorizzata dal senatore Massimo Ruspandini, e che crea malumori. Ancora una volta proprio il senatore tra i grandi assenti nel dibattito, oltre alla maggioranza tutta, che dimostra un asservimento imbarazzante al primo cittadino. All’assordante silenzio sulla questione Gizzi, si aggiunge un mutismo che squarcia il velo dell’ipocrisia e che evidenzia una frattura legata ad aspirazioni carrieristiche.

Sicuramente a farne le spese sono la città e i cittadini, vittime di dinamiche spicciole da Prima Repubblica. Dinamiche da Realpolitik tanto criticate da Caligiore e dalla sua “granitica” maggioranza.
In questa settimana Caligiore ha regalato a Ceccano l’ennesima brutta pagina politica. Un atteggiamento da ras di quartiere che ha avuto come unico effetto quello di una vera e propria presa in giro nei confronti dei cittadini, spettatori loro malgrado di uno squallido teatrino, mentre la città continua ad avere bisogno di interventi seri, concreti ed urgenti.

Con quale faccia Caligiore rimane attaccato alla poltrona? Con quale sfacciataggine si mostra sorridente alla comunità, come se niente fosse accaduto? Ribadiamo che è arrivato il momento di staccare la spina, per dare nuova vitalità e nuova speranza a Ceccano.

 

 

 

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A Frosinone serve una sintesi politica ma non a tutti i costi.

CAPOLUOGO VERSO VOTO 2022

L'interesse è per cittadinanza e parti sociali, soprattutto le associazioni impegnate e costruttive

di Gianmarco Capogna*
frosinone corso della repubblica 350 260Non abbiamo mai fatto mistero di aver intrapreso un percorso esplorativo all’interno del campo del centro-sinistra aperto alla partecipazione del Movimento 5 Stelle per le prossime amministrative di Frosinone. È un fatto che confermo, a nome del Comitato Possibile di Frosinone.

Per quanto ci riguarda la costruzione di una coalizione di questo tipo deve avere una prospettiva capace di rappresentare un cambiamento radicale per la città anche in termini di rinnovamento politico e generazionale. Si parte dal metodo, dai contenuti, dal programma e, in contemporanea, dai criteri per l’individuazione della migliore figura capace di rappresentare questo progetto.

In questo senso sì, confermo quanto è stato riportato dalla stampa e cioè che Possibile chiede una sintesi politica. Ma non una sintesi a tutti i costi e con tutti indifferentemente.

La nostra è una posizione chiara e trasparente espressa in maniera coerente a tutti i partecipanti agli incontri di questi mesi. Riteniamo che non debbano esserci processi sovradeterminati in altre sedi e che chiunque sia interessato a prendere parte a questo percorso venga a rapportarsi col tavolo stesso spiegando quale sia la sua idea di città e quale sia il contributo che vuole portare.

Inoltre, una condizione politica sine qua non: chi vuole partecipare a questa coalizione deve necessariamente non essere coinvolto nella maggioranza attuale. Questo proprio perché le intenzioni alla base del lavoro portato avanti in questi mesi sono quelle di costruire una piattaforma programmatica ed elettorale capace di assicurare alternativa e discontinuità.

Preferiamo una sintesi politica anche in ottica di scelta della figura candidata a Sindaco/a perché rappresenterebbe un avanzamento in termini qualitativi dell’unità e della coesione della coalizione stessa. Se questo non avvenisse abbiamo anche detto che si può pensare alle primarie, dove non avremmo problemi, con Frosinone In Comune e raccogliendo anche altri consensi, ad avanzare una nostra candidatura. Ma le primarie non possono diventare uno strumento per autocandidature mai presentate in sede di discussione politica e programmatica. Questo non per limitarne la portata democratica o l’apertura ma perché chiunque sarà candidato/a Sindaco/a dovrà essere un nome rappresentativo di tutti non solo di alcuni.

Con questo spirito io ed Anna Rosa Frate, che è sempre stata con me a questi incontri, stiamo portando il nostro contributo nel pieno rispetto delle altre forze politiche anche di fronte a scelte di cui non comprendiamo le ragioni come decidere di non partecipare, senza spiegazioni, ad una riunione che era stata fissata collegialmente.

Ultimo, ma non ultimo, l’allargamento che per noi è determinante è verso la cittadinanza e le parti sociali, in primis verso le associazioni che in questi anni hanno saputo tenere alta l’attenzione su tanti temi. Allo stesso modo, però, rifuggiamo da chi, anche da quel mondo, preferisce sempre attaccare la politica facendone un miscuglio indefinito. C’è chi come noi di Possibile che non si è mai sottratto al dialogo e al confronto con la piena disponibilità a sostenere il lavoro delle associazioni e delle reti e ritengo che questo sia meritevole di rispetto e anche di un tentativo di avvicinamento che può solo che rafforzare l’eventuale coalizione.

*Gianmarco Capogna
Portavoce nazionale Possibile LGBTI+
Componente del Comitato Possibile di Frosinone
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Appello per una nuova articolazione politica del “Bene Comune”

APPELLO

Un nucleo portante di partiti antifascisti al quale poi si aggiungano liste civiche

Un Gruppo di Docenti UniCas*
coesione minNoi sottoscritti, docenti dell’Università degli Studi di Cassino, in vista delle prossime elezioni amministrative della città di Frosinone, proponiamo a tutte le forze politiche che si richiamano ai valori della Resistenza antifascista, di avvalersi di un Comitato di garanzia come utile strumento di coesione e di verifica democratica. A tale comitato dovrebbe spettare il compito di coadiuvare le foze politiche nella stesura del programma, di verificarne la congruenza e la plausibilità, nonché di promuovere un’ampia coalizione, coesa e federata sul piano organizzativo, che si richiami ai principi di giustizia sociale, di uguaglianza e di compatibilità ambientale, e che restituisca ai partiti storici del centrosinistra e ai movimenti di cittadinanza attiva la centralità dell’iniziativa politica nella formazione e nell’organizzazione dello schieramento progressista.

Il quadro attuale, essenzialmente caratterizzato da tattiche trasversali e personalistiche, ha infatti lasciato in ombra soprattutto la Politica, con una spinta autoliquidatoria dei partiti e delle forze politiche organizzate, surrettiziamente retrocessi al rango di componenti parziali di liste civiche localistiche.

Riteniamo che questa asfittica procedura, all’origine di una letale frammentazione del Centrosinistra in sigle e movimenti tra loro incomponibili, debba - se si vuole davvero corrispondere al bisogno di partecipazione dei cittadini al governo della città e alla soluzione delle sue problematiche - essere radicalmente rovesciata. Va quindi ricostituita una coalizione unitaria, nella quale i partiti e le forze politiche organizzate al livello nazionale rappresentino il nucleo portante al quale potranno poi aggiungersi anche movimenti locali e liste civiche, con una chiara delimitazione di campo. Del resto, la tattica surrogatoria del trasversalismo e delle formazioni personalistiche che ha guidato nel recente passato l’azione del Centrosinistra è stata sonoramente sconfitta nelle urne, favorendo il successo di un sindaco leghista.

Siamo certi, infatti, che solo una coalizione organica delle forze politicamente strutturate dell’area progressista, potrà trovare un solido accordo per un comune programma di governo, mostrando fin d’ora una capacità di sintesi all’interno di una proposta che sappia attrarre anche quelle moltitudini di possibili elettori che, delusi o rassegnati, hanno preferito disertare le urne o, ancor peggio, consegnarsi alle pericolose derive della destra neofascista.

I risultati delle elezioni ai vari livelli, succedutesi nel corso degli anni, insegnano che quando il Centrosinistra ha giocato la partita giusta, presentandosi coeso in base ad un chiaro patto di alleanza, ha sempre vinto. Oggi dobbiamo ripartire da questi insegnamenti e capire che la pretesa di autosufficienza del Pd non costituisce una strategia perseguibile e che occorre, piuttosto, creare una coalizione che metta insieme le culture più nobili e fondatrici dell’Unione Europea, quella socialista, democratico-popolare, liberale e ambientalista: più che un nuovo “Ulivo”, una nuova articolazione politica del “Bene Comune” che racchiuda in sé tutte le anime del Centrosinistra. Essa va oggi riproposta nella veste di un cartello strutturato e confederato, capace di interpretare i bisogni vecchi e nuovi della città di Frosinone, con l’ambizione di presentarsi come modello politico-strategico per le città dell’intero territorio provinciale.

*F.to : Annunziata Sanseverino (Ingegneria elettronica) Fiorenza Taricone (Storia delle dottrine politiche), Marco de Niccolò (storia contemporanea), Roberto P. Violi (storia moderna), Toni Iermano (Letteratura italiana), Marco Plutino (diritto pubblico), Gianrico Ranaldi (Diritto penale), Fausto Pellecchia (Filosofia teoretica)

 

 

 

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Storia di una "debacle" bellica, politica e della propaganda

AFGHANISTAN OGGI... E DOMANI?

20 anni di errori, atrocità, sprechi. Che lezione trarre?

di Redazione
Kabul bynewleftreview.org minCommentare a caldo, fatti e avvenimenti può far incorrere in errori, scrive Fiorenza Taricone, "al quadro mancano troppe tessere, anche se qualche certezza di fondo è sempre valida".

Afghanistan oggi. C’è una rapida denuncia di errori, ma non proprio una doverosa autocritica dei paesi che hanno avviato e partecipato a 20 anni di guerra.
Che guerra? La guerra voluta da due protagonisti assoluti: George Walker Bush e Tony Blair che volevano colpire le basi (?) del terrorismo mondiale ordito da Al Qaeda e prendere il suo capo Osama Bin Laden ucciso nella notte tra l’1 e il 2 maggio 2011 in un blitz dei Navy Seals americani in un edificio di Abbottabad, città del Pakistan. Nonostante questo “esito” la guerra dura fino all’agosto 2021.

Perché?
Gino Strada il 14 maggio 2021 dichiarava a “La Stampa”: «Non mi sorprende questa situazione. La guerra all’Afghanistan è stata - né più né meno - una guerra di aggressione iniziata all’indomani dell’attacco dell’11 settembre, dagli Stati Uniti a cui si sono accodati tutti i Paesi occidentali. A cosa è servita? Zero. Spesi 2 mila miliardi e i talebani sono ancora lì»
Oggi davvero non basta quanto scrive Ezio Mauro nel suo editoriale del 18 agosto 2021 su “La Repubblica” che così pensa di analizzare il fallimento occidentale: «Oggi dobbiamo prendere atto che la seminazione di principii e modelli in un territorio così diverso per storia, esperienze, cultura e tradizioni non ha dato frutti, o li ha dati troppo fragili, tanto che possono essere sradicati senza alcuna resistenza. Abbiamo certamente sbagliato il metodo, probabilmente l’approccio, forse persino l’ambizione. Ma ecco che la vicenda afghana ci testimonia ancora una volta come certi valori da noi ritenuti universali per una parte di mondo siano in realtà soltanto occidentali, eternamente stranieri».

Ben diverso, l’approccio del “newleftreview.org” che titola “La debacle occidentale in Afghanistan viene da ontano”, una ricostruzione commento a firma di Tariq Alì (politologo, storico, attivista, giornalista e scrittore pakistano naturalizzato britannico)
Il giudizio è netto e assai preciso: «La caduta di Kabul ai Talebani il 15 agosto 2021 è una grande sconfitta politica e ideologica per l’Impero americano. Gli elicotteri affollati che trasportavano il personale dell’ambasciata americana all’aeroporto di Kabul ricordavano in modo sorprendente le scene a Saigon – ora Ho Chi Minh City – nell’aprile 1975».

Sorprendente la velocità con cui le forze talebane hanno preso il controllo del Paese degna di un “acume strategico notevole”. In una settimana sono entrate trionfalmente a Kabul. I 300.000 uomini dell’esercito afghano non hanno resistito, molti si sono rifiutati di combattere. In migliaia, infatti, si sono rivolti ai talebani. «Kabul ha cambiato proprietario con poco spargimento di sangue. I talebani non hanno nemmeno tentato di prendere l’ambasciata americana, figuriamoci prendere di mira il personale americano».

Come sono trascorsi 20 anni? «Il ventesimo anniversario della “Guerra al terrore” si è quindi concluso con una prevedibile e prevista sconfitta per gli Stati Uniti, per la NATO e per gli altri che erano saliti sul carro. Comunque si giudichi le politiche dei talebani – sono stato un severo critico per molti anni (sottolinea Tariq Alì ndr) – il loro successo non può essere negato. In un periodo in cui gli Stati Uniti hanno distrutto un paese arabo dopo l’altro, non è mai emersa alcuna resistenza che potesse sfidare gli occupanti. Questa sconfitta potrebbe essere un punto di svolta. Ecco perché i politici europei si lamentano. Hanno appoggiato incondizionatamente gli Stati Uniti in Afghanistan, e anche loro hanno subito un’umiliazione, e tra questi nessuno più della Gran Bretagna».

Oggi molti commentatori scrivono che Joe Biden non ha avuto scelta. Egli ha semplicemente ratificato il processo di pace avviato da Trump. Con un occhio al voto di novembre per lisciare il pelo all’elettorato repubblicano.

Tariq Ali fa una considerazione di grande significato politico: «Il fatto è che in vent’anni gli Stati Uniti non sono riusciti a costruire nulla che potesse riscattare la loro missione. La Zona Verde brillantemente illuminata era sempre circondata da un’oscurità che gli Zoner non riuscivano a capire. In uno dei paesi più poveri del mondo, miliardi sono stati spesi ogni anno per il condizionamento dell’aria nelle baracche che ospitavano soldati e ufficiali statunitensi, mentre cibo e vestiti venivano regolarmente trasportati in aereo dalle basi in Qatar, Arabia Saudita e Kuwait. Non è stata una sorpresa che un enorme malcontento crescesse ai margini di Kabul, mentre i poveri si radunavano per cercare beni primari nei bidoni della spazzatura. I bassi salari pagati ai servizi di sicurezza afgani non sono riusciti a convincerli a combattere contro i loro connazionali. L’esercito, costruito in due decenni, era stato infiltrato in una fase iniziale dai sostenitori dei talebani, che hanno ricevuto una formazione gratuita nell’uso di moderne attrezzature militari e hanno agito come spie per la resistenza afgana.
Questa era la miserabile realtà dell'”intervento umanitario”

«..il paese ha assistito a un enorme aumento delle esportazioni. Durante gli anni dei talebani, la produzione di oppio era rigorosamente controllata. Dall’invasione degli Stati Uniti è aumentato drammaticamente e ora rappresenta il 90% del mercato globale dell’eroina, facendo sorgere la domanda se questo conflitto prolungato debba essere visto, almeno in parte, come una nuova guerra dell’oppio. Trilioni sono stati realizzati in profitti e condivisi tra i settori afghani che hanno servito l’occupazione. Gli ufficiali occidentali sono stati generosamente pagati per consentire il commercio. Un giovane afghano su dieci è ora dipendente dall’oppio. Le cifre per le forze della NATO non sono disponibili.»

Per quanto riguarda la condizione delle donne, non è cambiato molto. «C’è stato poco progresso sociale al di fuori della Green Zone infestata dalle ONG. Una delle principali femministe in esilio del paese ha osservato che le donne afghane avevano tre nemici: l’occupazione occidentale, i talebani e l’Alleanza del Nord. Con la partenza degli Stati Uniti, ha detto, ne avranno due. (Al momento in cui scriviamo questo può forse essere modificato in uno, poiché l’avanzata dei talebani nel nord ha eliminato fazioni chiave dell’Alleanza prima che Kabul fosse catturata). Nonostante le ripetute richieste di giornalisti e attivisti, non sono stati rilasciati dati affidabili sull’industria del lavoro sessuale che è cresciuta per servire gli eserciti occupanti. Né ci sono statistiche credibili sugli stupri, anche se i soldati statunitensi hanno usato spesso la violenza sessuale contro i “sospetti terroristi”, hanno violentato civili afgani e dato il via libera agli abusi sui minori da parte delle milizie alleate . In Afghanistan, i dettagli devono ancora emergere».

Le vittime. «Oltre 775.000 soldati statunitensi hanno combattuto in Afghanistan dal 2001. Di questi, 2.448 sono stati uccisi, insieme a quasi 4.000 appaltatori statunitensi. Secondo il Dipartimento della Difesa, circa 20.589 soldati sono stati feriti in azione . Le cifre delle vittime afghane sono difficili da calcolare, dal momento che le “morti dei nemici” che includono i civili non vengono conteggiate. Carl Conetta del Project on Defense Alternatives ha stimato che almeno 4.200-4.500 civili sono stati uccisi entro la metà di gennaio 2002 come conseguenza dell’assalto degli Stati Uniti, sia direttamente come vittime della campagna di bombardamenti aerei che indirettamente nella crisi umanitaria che ne seguì. Entro il 2021, l’Associated Press riportava che 47.245 civili erano morti a causa dell’occupazione. Gli attivisti per i diritti civili afgani hanno dato un totale più alto, insistendo sul fatto che 100.000 afgani (molti dei quali non combattenti) erano morti e tre volte quel numero erano stati feriti.»

Chi era il nemico?  «I talebani, il Pakistan, tutti afghani? Un soldato americano di lunga data era convinto che almeno un terzo della polizia afghana fosse tossicodipendente e un’altra fetta consistente fosse costituita da sostenitori dei talebani. Ciò ha rappresentato un grosso problema per i soldati statunitensi, come ha testimoniato un anonimo capo delle forze speciali nel 2017: “Pensavano che sarei andato da loro con una mappa che indicasse dove vivevano i buoni e i cattivi … Ci sono volute diverse conversazioni per far capire loro che non avevo quell’informazione nelle mie mani. All’inizio continuavano a chiedere: “Ma chi sono i cattivi, dove sono?”‘.»

Quale è stata la consapevolezza della crisi? «La cosa sorprendente è che né il generale Carter né i suoi collaboratori sembrano aver riconosciuto l’entità della crisi affrontata dalla macchina da guerra degli Stati Uniti, come esposto in “The Afghanistan Papers”. Mentre i pianificatori militari americani si sono lentamente svegliati alla realtà, le loro controparti britanniche si aggrappano ancora a un’immagine fantastica dell’Afghanistan.»


Cosa riserva il futuro? «Replicando il modello sviluppato per l’Iraq e la Siria, gli Stati Uniti hanno annunciato un’unità militare speciale permanente, composta da 2.500 soldati, da stazionare in una base kuwaitiana, pronta a volare in Afghanistan e bombardare, uccidere e mutilare se necessario. ... Ma ora, con la NATO in ritirata, gli attori chiave sono Cina, Russia, Iran e Pakistan (che ha senza dubbio fornito assistenza strategica ai talebani, e per i quali questo è un enorme trionfo politico-militare). ... Nessuno di loro vuole una nuova guerra civile, in polare contrasto con gli USA ed i suoi alleati dopo il ritiro sovietico. Le strette relazioni della Cina con Teheran e Mosca potrebbero consentirle di lavorare per assicurare una pace fragile per i cittadini di questo paese traumatizzato, aiutata dalla continua influenza russa nel nord. ...
...L’età media in Afghanistan? 18 anni, su una popolazione di 40 milioni. Di per sé questo non significa molto. Ma fa sperare che i giovani afghani vogliano lottare per una vita migliore dopo i quarant’anni di conflitto. «Per le donne afghane la lotta non è affatto finita, anche se rimane un solo nemico. In Gran Bretagna e altrove, tutti coloro che vogliono continuare a combattere devono spostare la loro attenzione sui rifugiati che presto busseranno alla porta della NATO. Per lo meno, il rifugio è ciò che l’Occidente deve loro: una piccola riparazione per una guerra non necessaria».

Chi ha letto sin qui ha certamente materia per fare sue proprie valutazioni, che da questi dati di Tariq Alì consentono intanto di avre una certezza: le guerre non servono per esportare ideali, portano sempre un vincitotre che per rimanere tale non può che ssere una carogna anche lui. Dialogo politico inernazinale, nel rispetto dei valori della vita umana prima di ogni affare economico, sembra essere la lezione più recente ancora una volta. La sapremo ascoltare e mettere in pratica?

 

 aggiornato alle 18,20 del 18 agosto 2021

 

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La politica si muove e c'è chi non se ne accorge

CECCANO. Quadro politico

“Casa Comune“ di "Coraggio di cambiare" è inusuale e positivo evento

di Angelino Loffredi
Pubblico CoraggioCambiare2 390 minDifficilmente accade che una coalizione non vincente, pur avendo ottenuto un lusinghiero risultato elettorale, dopo nove mesi rimanga ancora unita, anzi rafforzata e sia in grado addirittura di aprire una sede.

Tale inusuale avvenimento si è verificato a Ceccano, dove mercoledi 16 giugno i sostenitori della coalizione “Il coraggio di cambiare” hanno aperto un punto d’incontro denominato “Casa Comune“ al centro della città, in Largo Tommassini. La cronaca di tale apertura sul giornale unoetre.it è stata riportata da Valentino Bettinelli, pertanto non intendo ritornarci. Egli infatti con particolare attenzione ha messo in evidenza organizzazioni politiche e persone presenti all’iniziativa. Espressioni di realtà non solo della Città ma operanti addirittura nel territorio regionale. Anche questo nuovo ed inedito legame caratterizza un panorama politico, forse unico. Insomma una vicenda locale diventa riferimento e centro di attenzione anche di forze attive nella Regione.
Nell’evidenziare la nutrita partecipazione di giovani, donne e uomini, attivi e protagonisti dell’iniziativa, credo sia utile e necessario rimarcare anche le assenze di forze invitate ma non presenti.

Intendo incominciare allora da quella Socialista sia di partito che del Consigliere Comunale. Va evidenziato che tale componente non ha manifestato nemmeno la buona educazione politica di motivare tale assenza. La stessa considerazione intendo esternarla nei confronti del consigliere comunale Marco Corsi, della consigliera Maria Angela De Santis e del gruppo Nuova Vita.
Una riflessione particolare va rivolta verso il PD, o se si vuole verso gli uomini del PD. Mentre il segretario provinciale Luca Fantini ha risposto agli organizzatori ceccanesi motivando la sua assenza perché impegnato, alla stessa ora, in una riunione (reale) di partito, Antonio Pompeo, appartenente al PD e Presidente dell’Amministrazione Provinciale, pur essendo impegnato nella stessa, sceglie di arrivare a Ceccano prima dell’evento per incontrarsi con i promotori e per mostrare la sua adesione all’iniziativa.

Mi sento di scrivere inoltre che se da una parte l’unità a sinistra si rafforza determinando anche il formarsi di un nuovo quadro politico che tende a stabilizzarsi attraverso un positivo rapporto con i cittadini, mi pare, però, ancora lento per le incertezze e le divisioni interne nel PD e purtroppo inquinato da personalismi e gelosie che dopo i risultati elettorali di settembre non hanno giustificazioni.

Condivido la missione di assegnare alla Casa Comune il ruolo di diventare punto di riferimento e di incontro dei cittadini senza partito e senza protezioni che chiedono giustizia e funzionamento dei servizi. Il buon inizio ora merita di essere accompagnato da momenti organizzativi (orari di apertura) e politici e penso prima di tutto alla lotta continua contro il fetore proveniente dalla mala gestione dell’Area Industriale, oltre che all’inquinamento delle acque del Sacco, dell’aria e del territorio. Penso a come il Consiglio Comunale debba diventare protagonista di proposte a favore della prevenzione sanitaria, a cominciare da alcuni risultanti allarmanti che dimostrano il terribile aumento dell’indice di infertilità maschile, oltre che alla lotta contro le ingiustizie di Acea, all’arredo urbano e la necessità di dare una dignità al Cimitero, l’unificazione del mercato nei piazzali della ex Pretura ed altri temi su cui non mi dilungo.

Seguito a ritenere che l’autorevolezza ed il prestigio politico non si realizzino solo attorno alle persone ma in particolar modo attraverso l’impegno continuo di forze organizzate che individuano problemi e sofferenze dei cittadini, che lottano senza spocchia e presunzione per ottenere risultati, costruendo giorno per giorno un valido sistema di alleanze. Non esistono partiti , organizzazioni, persone guida scelti sulla carta perchè sarà la lotta stessa, o se volete, la competizione del fare ad assegnare il primato.

A tale riguardo un eccezionale padre costituente era solito dichiarare che solo chi ha più filo da tessere alla fine si affermerà.

Ceccano 20 Giugno 2021

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La Rai nella stretta, fra politica e funzione

LA TV DI STEFANO BALASSONE

Pubblicato su "DOMANI" 3 maggio 2021

di Stefano Balassone
Fedez 380 minC’è sicuramente scritto da qualche parte nel contratto stipulato con il produttore dell’evento Primo Maggio che la Rai può metter becco nei contenuti che vanno sui propri palinsesti. Quindi c’è poco da meravigliarsi se apprendendo che Fedez alla Lega le avrebbe cantate molto chiare (e con uso di cognomi) il funzionario competente l’abbia invitato ad acconciarsi a quel tanto di autocensura che serve a evitare alla Rai guai politici e legali. Il punto è che quello che per la RAI è un guaio per Fedez è invece una fortuna.

La Rai, finché resta una cosa lottizzata, ha in testa innanzitutto gli umori dei politici di ringhio e di rango che ricordano ad ogni piè sospinto che sono loro a decidere le nomine, gli stipendi, il capitale della video esposizione. Nel vecchio mondo che ha preceduto l’arrivo della social comunicazione in Rete il funzionario Rai aveva un gran potere nei confronti dell’artista perché era la tv che ne decideva la carriera. E se qualcuno sgarrava la punizione seguiva con certezza come sa chi ricorda di Dario Fo e Franca Rame, espulsi dalla loro Canzonissima del 1962 (senza che facessero un sol nome, perché bastava che fossero ruvidi nei confronti dei “padroni”). Oppure il buon Lelio Luttazzi, genio musicale, che scomparì dai programmi a causa di questioni di polvere bianca mai chiarite. O anche lo stesso Enzo Tortora che col suo “Portobello” su Rai 2, matrice di tutto l’info trattenimento successivo, sconvolgeva gli equilibri del video potere e fu di conseguenza azzoppato dalla camorra e da qualche magistrato. In tutti questi casi, e qui sta il punto, la posta era sempre e comunque la medesima: apparire o meno nel più potente, e per di più a lungo in monopolio, mass medium di quel tempo, cacciati dal quale si precipitava, come l’Angelo Superbo, dal Cielo nell’Inferno.

Con Fedez e i pari suoi la faccenda è di tutt’altra pasta: le pop star, da quando la loro carriera si costruisce sui social, non arrivano alla tv sperando nel successo, ma perché nella celebrità già ci sguazzano alla grande. E quindi non è la tv che li fa e li usa, ma sono essi che possono piegarla alla propria immagine nel mondo, ai propri interessi politici, sociali, culturali, loro business.

Avendo a che fare con personaggi di tal fatta, il meschinello funzionario Rai dovrebbe ragionare in modo inverso a quanto si è finora fatto. Non chiedere a Fedez di conformarsi al costume della Rai, ma chiedersi se alla Rai, o per meglio dire se al Direttore di rete e al CdA cui protempore risponde, conviene accomodarsi alle regole del gioco di una pop star/influencer che vive traendo forza momento per momento dai suoi milioni di follower e seguaci.

A occhio e croce diremmo che la Rai non ha alternative rispetto al rassegnarsi alle nuove regole del gioco e a tenere conto della forza delle cose piuttosto che alle raccomandazioni cautelose dei legali. Può la Rai tagliarsi fuori dai “nuovi” circuiti della popolarità che prescindono dal potere dell’azienda? Ovviamente no, per non ridursi a un deserto privo di interesse. Può la Rai, così com’è combinata nei rapporti con la politica, lanciarsi all’avventura, rendersi complice delle nuove vie del “popolare”, correre rischi e magari subire un ulteriore scippo del canone, oltre ai 250 mln che già oggi le sono distolti dal bilancio? Ovviamente no, perché è costretta dalla sua natura e storia ad essere grande, cioè costosa, o insignificante.

Fedez, a parere nostro, ha molto chiaro con chi ha a che fare e, soprattutto ciò che per lui stesso è prima di tutto irrinunciabile: confermarsi la figura di riferimento del mondo che lo segue come “politico” ed artista. Esattamente come, in altri tempi (1986) Celentano, quando guidò Fantastico a suo modo, tra silenzi carichi d’attesa e parole buttate un poco a caso.

La differenza fra i due sta nella direzione dello sguardo. Celentano ci teneva a volgersi all’indietro, a dire che i valori o sono eterni oppure sono assenti, che la veracità si nutre di nostalgia (via Gluck) e di salde distinzioni fra lo scansafatiche e l’uomo realizzato (che in cambio del lavoro ottiene il premio dell’amore).

Fedez guarda invece al costume mentre evolve e se ne fa bandiera lui per primo dipingendosi il corpo con i colori del guerriero. E attento al mondo dove va e non a dove si trova. Un tipo di tal fatta si spegnerebbe come star se non vivesse in collegamento perenne con i suoi fan, se non mostrasse ogni istante del suo vivere da offrire a garanzia e testimonianza, se non registrasse, oltre alla pappa del bambino, anche, e tanto più, la telefonata con una tizia che lo chiama dalla Rai, dopo essere stato messo sull’avviso che poteva esserci voglia di censura.

 

 

 

 

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