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Ceccano Calcio in corsa per il secondo posto

 

Dopo quel pareggio beffardo il secondo posto sembrava essere svanito

di Valentino Bettinelli*
MircoCarlini 350 minIl Ceccano Calcio, dopo il discusso pareggio di domenica scorsa e le note polemiche nei confronti del direttore di gara, ha ripreso ad allenarsi con il solito spirito. I rossoblù si stanno preparando al prossimo derby casalingo contro il Tecchiena, che si terrà domenica 15 maggio, con l’obiettivo di raggiungere il secondo posto e continuare a sperare in un probabile ripescaggio nel prossimo campionato di eccellenza.
In una intervista l’allenatore Mirco Carlini ha detto la sua su questo ultimo periodo del campionato.

1. Mister, domenica la squadra ha offerto una prestazione come sempre di livello, che però non ha portato all’ottenimento dei tre punti. Come ha visto i suoi ragazzi?

La prestazione è stata ottima dal punto di vista del gioco. Abbiamo espresso un gran calcio, come abbiamo fatto in quasi tutte le gare del campionato. Ad eccezione del Cos Latina al ritorno, non c’è stata una squadra che è stata superiore a noi. C’è grande rammarico per il pareggio ottenuto, soprattutto perché il tempo era abbondantemente scaduto e l’arbitro avrebbe dovuto decretare prima la fine del match. Abbiamo perso due punti che potevano proiettarci, in caso di vittoria nella gara di recupero con Alatri, al secondo posto in solitaria. Stiamo comunque lavorando benissimo, consapevoli degli sforzi che stiamo facendo, portando avanti una stagione straordinaria.

2. Dopo quel pareggio beffardo il secondo posto sembrava essere svanito, ma la sconfitta nel pomeriggio del Cos Latina permette ancora di tenere la corsa aperta per un secondo posto importantissimo in ottica ripescaggio. Come vede questa opportunità?

Sicuramente l’obiettivo deve essere questo. Come abbiamo sempre detto non eravamo partiti per vincere il campionato, in considerazione della rosa giovanissima che abbiamo. Siamo l’unica squadra che ha giocato da inizio stagione con i classe 2004 titolari fissi. In alcune gare ci sono stati in campo fino a cinque età di lega in contemporanea. A questo punto siamo lì e dobbiamo tentare in ogni modo di raggiungere il secondo posto, che aprirebbe le porte per un ripescaggio in eccellenza, categoria che a Ceccano manca da oltre dieci anni.

3. Oltre al recupero della gara con Alatri mancano tre partite, di cui due in casa. Crede che il fattore Popolla possa diventare fondamentale per il raggiungimento dell’obiettivo?

Sicuramente il secondo posso passa per il Popolla. Giocheremo con due squadre che hanno fatto molto bene, sia Tecchiena che Guarcino. Saranno due gare molto difficili, ma dobbiamo vincerle a tutti i costi, iniziando dal sentito derby di domenica con Tecchiena. Per fare questo abbiamo bisogno del nostro fortino e, quindi, chiedo l’appoggio alla nostra tifoseria, che nelle ultime partite è tornata a sostenerci con forza sia in casa che fuori. Il loro sostegno è fondamentale, perché il raggiungimento del nostro obiettivo sarebbe un episodio destinato a restare nella storia del calcio ceccanese.

Domenica, dunque, i ragazzi di Carlini ospiteranno la Polisportiva Tecchiena, che all’andata si era imposta con il risultato di 2-1 sul Ceccano. Un derby importante per cancellare la sconfitta del girone di andata e per continuare la corsa verso il secondo posto.

*Valentino Bettinelli, Ufficio Stampa

 

 

 

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Pari del Frosinone col Pordenone, sfuma il secondo posto

FROSINONE CALCIO

2° pareggio consecutivo in casa, addirittura con il fanalino di coda

di Tommaso Cappella*
Charpentier Pasa 390 minSecondo consecutivo pareggio tra le mura amiche per il Frosinone al cospetto addirittura del fanalino di coda Pordenone nella 14a giornata di andata del campionato di serie B. Un 2-2 maturato al termine di novanta minuti giocati alla grande dai giallazzurri, ma purtroppo bersagliati da tanta imprecisione soprattutto in fase realizzativa. I ramarri hanno saputo approfittare della giornata sfortunata dei padroni di casa per strappare un prezioso punto e respirare per quanto riguarda la zona salvezza. Da evidenziare comunque, tra i padroni di casa, le ottime prove di Cicerelli e Charpentier, entrato nella ripresa, con il francese autore di una pregevole doppietta.

Rispetto alla gara pareggiata tra le mura amiche con il quotato Lecce, il tecnico Grosso presenta tre novità, una per reparto, nello schieramento iniziale. In difesa Casasola rileva Cotali, con Zampano che torna sulla corsia di sinistra, mentre a centrocampo Maiello prende il posto di Ricci e in attacco Novakovich viene preferito a Charpentier. Avvio di gara scoppiettante tra Frosinone e Pordenone. Dopo un paio di occasioni per parte di Magnino e Gatti, al 13’ vanno in gol gli ospiti con Butic, ma l’arbitro Rapuano annulla perché precedentemente la palla era uscita in fallo laterale a centrocampo. I padroni di casa comunque stentano a trovare il bandolo della matassa con la squadra di Tedino che invece se la gioca a viso aperto. Al 18’ Pasa trova Butic con un pallone lungo in avanti che viene bloccato facilmente da Ravaglia. Ci prova il Frosinone al 23’: Lulic cerca e trova sulla destra Canotto che cerca di metterla in mezzo, intercetta Maiello il quale serve l’accorrente Boloca ma il suo tiro viene ribattuto dal muro ospite. Pericoli e veri e propri comunque i due portieri non ne corrono. Occasionissima al 35’ per il Frosinone con Boloca, ma la sua doppia conclusione viene respinta da uno straordinario Perisan. Sul nulla di fatto si chiude la prima frazione di gioco.

Nella ripresa, dopo soli tre minuti, il Pordenone passa in vantaggio: dalla bandierina si presenta Folorunsho che batte sul secondo palo e trova la spizzata di Barison il quale anticipa Zyminski e Casasola e insacca alla sinistra di Ravaglia. Il tecnico Grosso corre ai ripari e manda in campo Cicerelli, Tribuzzi e Charpentier i quali si riveleranno decisivi. Al quarto d’ora il Pordenone resta in dieci per l’espulsione di El Kaouakibi, reo di aver commesso fallo al limite su Garritano: batte la punizione Cicerelli e pallone che si stampa sulla traversa interna e ribatte sulla linea. Poco prima della mezz’ora il Frosinone pareggia: Tribuzzi, dopo un lancio di Maiello, dal fondo rimette in area dove Charpentier si fa trovare pronto per depositare in fondo al sacco. Ma la squadra di Tedino, nonostante l’inferiorità numerica, trova comunque il gol-vittoria a tre minuti dal termine con Cambiaghi, abile a sfruttare un errato retro passaggio di Szyminski. Il forcing dei padroni di casa viene comunque premiato in pieno recupero: batte una punizione il neo entrato Ciano per la testa di Charpientier il quale realizza così, come detto, la doppietta personale.

Ed ora si torna subito in campo. E’ in programma infatti il terzo turno infrasettimanale e il Frosinone sarà impegnato martedì pomeriggio alle ore 18.00 allo “Zini” contro la Cremonese del grande ex bomber Daniel Ciofani. I lombardi, reduci dal ko per 1-0 in quel di Alessandria, sono comunque ancora in lotta per un posto nei quartieri alti della classifica. Di contro i giallazzurri dovranno cercare una nuova impresa per riprendere il cammino verso le zone nobili, puntando anche all’imbattibilità esterna dopo aver colto ben tre successi a Vicenza, Como e Benevento. Se lo aspettano anche i loro meravigliosi sostenitori i quali, anche contro il Pordenone, non hanno fatto mancare il loro encomiabile sostegno.

*Tommaso Cappella, Giornalista volontario in pensione

 

 

 

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Ceccano. Finalmente il mercato in un unico posto

LOTTE&MOVIMENTI

Finalmente

mercat manifesto 350 minE’ vero che la vittoria è figlia di tutti ma un po’ di pudore non guasterebbe. Il mercato del mercoledi non sarà più uno spezzatino pericoloso per la circolazione, dannoso ai cittadini ed agli ambulanti, fastidioso agli abitanti di Piazza 25 luglio, Via Solferino, via Magenta perché privati di posto macchina ma viene ufficialmente annunciato, sarà riunito nei parcheggi adiacenti l’ex Pretura.

Finalmente !

Notiamo, senza fastidio ma accompagnata da una salutare ironia, che ad essere i laudatores di tale importante avvenimento sono (in competizione) membri dell’attuale maggioranza. Mentre in silenzio e quasi interdetti sono i consiglieri di opposizione.

Un filo nero purtroppo li unifica: un lungo, colpevole silenzio attorno alla questione mercato. Non va dimenticato che durante la lunga campagna elettorale di settembre 2020 abbiamo letto e sentiti tanti impegni ma nessuna coalizione ha posto tale obiettivo.

L’unificazione del mercato ha rappresentato uno dei tanti aspetti del distacco fra cittadini e ceto politico. Non è nostra intenzione riportare i tanti particolari di questa lunga, giusta e necessaria battaglia e di come il Comitato Spontaneo Cittadino, pur attento ad evitare strumentalizzazioni di parte, abbia avviato in solitudine una raccolta di 400 firme e stabilito un rapporto continuo con i cittadini. In tutti questi lunghi mesi dobbiamo registrare che non abbiamo mai letto da parte degli attuali festanti consiglieri comunali una dichiarazione di consenso attorno alla unificazione del mercato. Silenzi, doppiezze e furberie pur di avere qualche misero voto in più.

Nel salutare positivamente la realizzazione di tale avvenimento un punto ci sentiamo di porre all’attenzione di chi tale scelta ora la sostiene: perché non è stata fatta prima?

Il Comitato Spontaneo Cittadino
Ceccano 26 Giugno 2021

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Amore e denaro vanno poco d’accordo

Il ladro: Black-out Primo episodio

botero il ladro 350 mindi Loredana Ferri - “Le candele si consumarono e si spensero, io mi sentii prendere da un’infinita stanchezza e da un gran sonno e mi allontanai in cerca di un posto, dove potessi coricarmi e dormire…”. Questa è una frase tratta dal libro di Hermann Hesse dal titolo “Il pellegrinaggio in Oriente”. L’ho presa in prestito per scrivere una storia completamente diversa.

Signor maresciallo, quel gran sonno era dovuto a qualche bicchiere di troppo. Se non avessi bevuto, non credo avrei avuto il coraggio di fare quello che ho fatto! Volevo uscire da quell’appartamento il più presto possibile. Per non svegliare i condomini mi tolsi le scarpe e scesi le scale in punta di piedi.

La fortuna volle che il portone fosse aperto. Uscii, ritrovandomi sul marciapiede della strada principale. Anche i lampioni erano spenti. Tutto il quartiere improvvisamente si trovò al buio, avvolto in un silenzio surreale, quel silenzio si sente solo dopo un’abbondante nevicata. C’era la luna piena e le stelle brillavano come miliardi di lampadine. Nonostante la mia mole appesantita m’incamminai velocemente. L’autobus dell’ultima corsa con dentro solo il conducente mi passò accanto, illuminando i miei passi. Mi tirai su il bavero della giacca e mi portai la mano davanti alla faccia. Avrei potuto attraversare e mi sarei trovato di fronte il mio condominio, salire e chiudere la mia porta dietro di me. Non lo feci. Era troppo rischioso, sicuramente avrei incontrato qualche vicino di casa. Vagai per la città. Aspettavo alba, anzi il pomeriggio. Solo al quel punto potevo sentirmi al sicuro. E tornare finalmente a casa.

L’aria fredda cominciava a svegliare la mia coscienza e questo non mi piaceva.
Mi misi le mani in tasca e strinsi forte le banconote che avevo rubato. Pensai che con quelle, non sarei andato neanche un giorno al mare con i miei figli. Bel padre che sono! E tutta colpa della mia ex moglie che continua a chiedermi soldi e soldi… con quello che guadagno! Ci siamo lasciati perché diceva che la picchiavo. Bugiarda… erano solo piccoli schiaffi! Se le meritava, mi tradiva.

Comunque io non sono un ladro, come quelli che si sentono alla Tv. Quelli che sparano e si drogano e ammazzano. Io non sono un ladro… io… la mia religione lo dice chiaro: non rubare. Giuro che è l’ultima volta che lo faccio. È andata così. “La vecchia” è un anno che la osservo dalla mia finestra. Come tutte le sere dopo cena gioca al solitario. Di colpo come tutti nel quartiere si è trovata al buio. Si diresse appoggiandosi a una sedia e un mobile, dove teneva le candele e i fiammiferi. Le accese sistemandole sul tavolo e si rimise nuovamente a giocare a carte. Mi sono detto: «Adesso o mai più». Ho bevuto due grossi bicchieri in un sol fiato di vodka e sono sceso in fretta dalle scale del mio condominio. Il suo portone era aperto. Giunto davanti alla sua porta ho inserito un coltellino affilato nella serratura. È stato facile, la porta si è aperta subito non era di quelle blindate. Lei era lì, intenta, su quelle carte non si accorse della mia presenza. Attorniata da tutte quelle candele, le rughe del suo viso mi apparvero ancora più profonde. In quel preciso momento lei… diventò il mio nemico. Afferrai il suo bastone e la colpii dietro la nuca. Mi avvicinai al cassetto, dove teneva i soldi mettendomeli in tasca. Mentre in un sacco, misi le quattro cose che mi sembravano preziose. A quel punto le candele si fecero basse e si spensero. Per via della tensione accumulata, le forze incominciavano ad abbandonarmi. Non vedevo l’ora di tornare a casa e andare a dormire e dimenticare tutto quello che avevo fatto. È così che sono andati i fatti mi creda signor maresciallo è tutta colpa del black-out. A proposito… la vecchia… sta bene?

Il quadro in alto è del pittore e scultore colombiano Ferdinando Botero intitolato: Il ladro. Le sue tele sono famose per le forme fisiche esageratamente tonde. Pur rimanendo, un vero ladro Botero, lo fa sembrare tenero, goffo e simpatico.

 

Per fortuna che c’e`… “Un posto al sole”.

botero famiglia 350 minLui, il ladro, ha raccontato la sua versione al maresciallo; ma come sono andati realmente i fatti, lo so solo io…

I giornalisti spesero solo due righe sulla povera vittima. Mentre per il ladro, furono scritte pagine di quanto fosse abile a raccontare bugie e clamorose fughe da ogni carcere e altre vicende della sua vita da delinquente. La sua vittima, il ladro la chiamava “la vecchia” ma, il suo nome era Elsa ed era una casalinga. Si pensa che la vita di una casalinga sia noiosa, ripetitiva, poco creativa ecc…ecc. Si sbagliano! Elsa mise al mondo tanti figli quante le dita delle sue mani e annodava tutte le mattine la cravatta al marito prima di recarsi al lavoro. Adorava preparare per loro cibi fantasiosi per accontentare tutti i palati. Mentre lavava i piatti o stirava inventava storielle ai suoi bambini e quando le capitava di stare in casa da sola, direi molto raramente, scriveva poesie d’amore; ma questo rimase per sempre un segreto per tutti. Questo, fece Elsa per tutta la sua vita e non si sentiva una casalinga disperata, anche perché, non aveva il tempo per sentirsi tale. Tutto questo nel nome dell’amore, uno stipendio sarebbe stato ridicolo!?

Amore e denaro vanno poco d’accordo. Poi… in un giorno non preciso, i figli uscirono dall’uscio di casa, il marito pochi anni dopo morì lasciandole in eredità le cravatte dentro il cassetto e una misera pensione. All’inizio fu dura, poi insieme a una sua amica, decisero di iscriversi al centro anziani del quartiere. Pur rimanendo sempre una casalinga, perché una casalinga rimane casalinga fino alla fine dei suoi giorni, era pronta a iniziare una seconda vita. Elsa prese l’iniziativa come un premio, per quella vita fatta di sacrifici e rinunce. Lì, al centro anziani organizzavano feste danzanti, pranzi per compleanni centenari e tornei di burraco. Insomma, una vera pacchia. Si sentiva come Pinocchio nel paese dei balocchi. Era ringiovanita quasi a dimenticare la sua prima vita. Una sera, mentre danzava un tango con un arzillo coetaneo, cadde e così dovette lasciare la sua seconda vita e tornare per un po’ tra le pareti domestiche. Passò dal burraco al solitario. Il destino però, gli volle presentare una terza vita ed è qui che, arrivai io! Come tutte le mattine Elsa si alzò presto. Aprì le serrande e la finestra.

Nemmeno se ne accorse, quando in un lampo entrai. So già che voi avreste voluto che fosse entrato un povero uccellino intirizzito dal freddo ma, che ci posso fare se sono… un pappagallo! Subito si spaventò. E chi non lo sarebbe? Cercò in tutti i modi di cacciarmi con il bastone ed io per sfuggirle andai a “appollaiarmi” su l’armadio più alto della casa. A quell’inseguimento a un certo punto Elsa si arrese. Pensò che, in fondo, gli avrei fatto compagnia in quel periodo di solitudine. L’anziana donna non sapeva che io ero il pappagallo del ladro. Ero scappato da lui perché era un pessimo padrone.

Aveva rubato dai diamanti e per non farli trovare dal suo capo, me li fece ingoiare. Mi ritenni fortunato quella mattina ad averBotero tango 350 min trovato la finestra aperta di Elsa e con lei, rimasi gli ultimi tre giorni della sua vita. Come fossi il suo prete confessore, mi raccontò con la gioia negli occhi di quando incontrò la prima volta il marito e s’illuminarono, quando parlò dei figli e ancor di più… del centro anziani. Improvvisamente, quegli occhi prima gioiosi e luminosi divennero tristi. Sapeva in cuor suo che alla fine, i figli l’avrebbero sistemata in un ricovero. Per uscire in quel momento di angoscia cercava di farmi parlare.

Mi diceva: E L S A, di… E L S A, scandendo tutte le parole. Avrei voluto imparare ma, non ne ho avuto il tempo. Le uniche parole che sapevo dire erano imprecazioni varie! Il ladro mi aveva insegnato solo questa lingua e poi, vicino a una signora non mi sarei mai permesso! Ma veniamo al dunque, a quella brutta sera del black out. Il ladro, mi aveva visto dalla sua finestra svolazzare dentro l’appartamento di Elsa ed è per questo, che aveva deciso di venirmi a prendere. Io per lui, ero troppo prezioso! Elsa non guardava i notiziari perché sosteneva che alcune immagini erano troppo violente. Mi diceva:
«Per fortuna che c’e` “Un posto al sole” quelli si che mi fanno stare serena!».

Mancavano pochi minuti all’inizio della sua sop opera quando la luce se ne andò. Lui nel frattempo s’intrufolò nella sua casa. Elsa cercò in tutti i modi di difendermi. Purtroppo non ci riuscì, quel maledetto fu più veloce avventandosi su di lei. Approfittai della porta socchiusa e con un colpo d’ali presi con me l’anima di Elsa e rifuggii lontano con lei. Questa…signori miei è la vera versione dei fatti! E che non si dica più che, la vita di una casalinga sia noiosa e poco creativa!

Entrambe le opere sono di Ferdinando Botero: Famiglia e Tango.

 

 

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La salute dei cittadini, tutti, deve essere al primo posto

Sanità: vanno messi al centro tre aspetti decisivi

salutebenecomune 350 mindi Alfiero Grandi - La battaglia contro il corona virus non è finita. È sperabile che le misure consentano di bloccare i contagi, ma il successo finale ha bisogno di individuare cure efficaci per tutti i pazienti, come è avvenuto con pandemie precedenti, in sinergia con i paesi che possono fare la differenza per trovare cure innovative, fino alla produzione di un vaccino per prevenire questa malattia. Questo richiede tempo. Oggi la priorità è curare al meglio tutti per avere il tempo di arrivare a soluzioni più strutturali. Il sistema sanitario italiano ha confermato buone qualità e potenzialità, malgrado la cura dimagrante che ha portato in 10 anni a tagliare 37 miliardi di euro e 71.000 posti letto. La corsa a creare posti letto è la critica più feroce alla faciloneria dei tagli del passato e non si spiega con la sola emergenza. Quei tagli rendono oggi più difficile, al limite dell’impossibile, affrontare sfide come quella del corona virus. Recentemente è stato consentito di andare in pensione a migliaia di medici e infermieri esperti, senza prevedere con anticipo la loro sostituzione, facendo anche un enorme regalo di competenze alle strutture private. Il numero di posti letto per abitanti in Italia è uno dei più bassi in Europa. Il personale è diminuito in modo impressionante, sono cresciute forme di affidamento esterno della cura della salute e di servizi, come si trattasse di riparare biciclette rotte. La disponibilità di mezzi e tecnologie nelle strutture sanitarie, ospedali compresi, non sono state al passo, per di più sono sottoutilizzate, favorendo il settore privato.

La sanità è da tempo oggetto di riduzione della spesa con conseguenze negative sulla capacità di cura – mentre oggi è questo il settore che regge il peso della pandemia – favorendo la crescita di una sanità privata finanziata dal pubblico, una sorta di conto terzi nella cura delle persone. La diffusione delle assicurazioni private è il potente volano finanziario che ha spinto la crescita del ruolo del privato, con un percorso che avvicina l’Italia agli Usa, anziché il contrario. Oggi la priorità è fare fronte all’emergenza del coronavirus ad ogni costo, con iniziative straordinarie, riconoscendo il coraggio, il sacrificio del personale sanitario che affronta una prova tremenda, che regge con professionalità, ma occorre mettere fin da ora all’ordine del giorno i temi di fondo: quale servizio sanitario occorre all’Italia? la cura della salute è una priorità assoluta oppure no?

In un paese moderno e civile la salute dei cittadini deve essere al primo posto, ne consegue che il parametro non è la crescita del Pil in sé ma come si calcola il Pil. Se aumentano gli armamenti è un aumento malato del Pil. Se aumenta la capacità di mantenere in salute la popolazione e di affrontare emergenze come questa si tratta di un aumento positivo del Pil. Così è per il sistema di istruzione pubblica nazionale, per uno sviluppo ambientalmente sostenibile, ecc. Se il sistema di istruzione garantisce un accesso a tutti fino ai livelli più alti con un buon livello di risultati si tratta di un aumento positivo del Pil. Sempre di spesa si tratta, ma questa serve a migliorare la vita, le armi a distruggerla. C’è spesa e spesa. La qualità del Pil è da tempo la cartina di tornasole di una società malata o di una società sana. Occorre cambiare in profondità i criteri di valutazione. Purtroppo la contabilità del Pil è quella di sempre mentre nuovi parametri dovrebbero entrare nella valutazione del Pil, la cui crescita non può coesistere con il peggioramento delle condizioni di vita, oppure con una distribuzione della ricchezza e del reddito sempre più divaricati. Ricordando che una crescente divaricazione nella distribuzione del reddito è all’origine della debolezza della domanda interna, in presenza della crisi di un modello tutto proiettato all’esportazione, che infatti è in serie difficoltà, a partire dalla Germania.

La crisi provocata dal corona virus deve spingere ad invertire la rotta e per tornare alla sanità vanno messi al centro tre aspetti decisivi:

1)Non c’è posto per 20 sanità regionali, differenti tra loro. Occorre un sistema sanitario nazionale, che ci ha garantito per anni una delle migliori sanità del mondo, del quale beneficiamo tuttora malgrado tanti errori e impoverimenti. Tralasciamo aspetti farseschi come lo spettacolo disarmante di alcuni esponenti regionali alla ricerca di altri su cui scaricare le responsabilità, arrivati a sostenere sistemi diversi di intervento regionale, cercando di dimostrare superiorità inesistenti, salvo poi invocare dal governo misure draconiane, interventi dell’esercito, aiuti dal resto del paese e quant’altro. La diatriba sui tamponi a tutti oppure no ha raggiunto rari livelli di stupidità, se il sistema è giusto deve essere generale, se non lo è non ha senso gonfiarne il ruolo. Se e quanto il loro uso sia valido, vale per altri interventi, va deciso in sede politica sentiti gli esperti, nella consapevolezza che occorre avere apertura ad evidenze ed essere a disponibili ad aggiustare il tiro contro un nemico sconosciuto. È apparso chiaro dall’inizio che la diversità tra regioni riguarda i diversi tempi di contagio e la capacità reale di garantire le misure necessarie di isolamento. Invece si è cercato di dimostrare che c’erano diverse ricette. Le scelte che riguardano la salute delle persone richiedono un indirizzo unitario che garantisca ai cittadini in qualunque parte del nostro paese la possibilità di avere un sistema di cura adeguato ed è probabile che per arrivare a questo risultato sia necessario definire nuove forme di solidarietà e di coinvolgimento di strutture di buon livello a sostegno di altre che non lo sono, avviando il superamento dello spostamento per curarsi in altre parti del paese. Non solo va archiviata l’autonomia regionale differenziata ma va ripensato l’attuale titolo V della Costituzione, modificato nel 2001, chiudendo la fase delle differenti sanità regionali e riconducendo le scelte e la gestione ad un indirizzo unitario nazionale. Non solo dello stato, ma dello stato con il concorso delle regioni e con un’attuazione comune. Il nuovo titolo V è stato un errore, occorre correggerlo rapidamente garantendo l’unità nazionale, come del resto va fatto nella scuola, nell’ambiente, nel lavoro, garantendo che le scelte nazionali siano discusse obbligatoriamente con le regioni, ma ferma restando una decisione unica nazionale.

2) Il finanziamento deve consentire di ricostruire un sistema sanitario pubblico in grado di offrire a tutti i servizi necessari, usando le strutture tecniche più moderne, con un nastro orario di utilizzo adeguato alle esigenze dei cittadini, perché il loro utilizzo parziale è un enorme favore al privato e un danno ai cittadini. Il sistema sanitario non deve più essere il bancomat dell’austerità, semmai deve essere il traino della ricostruzione di settori produttivi e servizi che sono indispensabili per la salute, la cui fornitura non può dipendere dall’estero, come è accaduto con le mascherine. C’è un interesse nazionale che deve avere la priorità, controlli nell’interesse nazionale su export ed import compresi. Il sistema pubblico deve avere le strutture necessarie per fare fronte alle necessità ordinarie e in grado di affrontare le emergenze che la globalizzazione ha dimostrato coinvolgono tutti. In questo quadro occorre reclutare il personale necessario, specializzarlo al massimo livello, anche con vincoli che consentano di contare su un apporto per un periodo non breve, visto che i costi di formazione nelle strutture sono alti e c’è una concorrenza di altri paesi e del privato che offre condizioni concorrenziali, cosa possibile perché trovano personale già formato e capace, risparmiando la formazione già avvenuta. Occorre retribuire adeguatamente il personale, specie quello che è in prima linea. Occorre una programmazione sanitaria nazionale in grado di prevedere le esigenze di personale e di strumenti. Un esodo del personale senza avere pronti per tempo i sostituti è stato un errore. Il sistema sanitario deve essere finanziato sulla base della considerazione che è indispensabile per garantire il meglio per la salute delle persone.

3)Occorre rideterminare il rapporto tra il tempo speso dal personale nel sistema pubblico e l’attività privata, stiamo infatti ad un limite che non va superato. Non va dimenticato che essere docenti o a capo di un reparto pubblico è un titolo spendibile per la professione privata. La programmazione del lavoro deve prevedere la presenza nelle fasi di maggiore bisogno, evitando che la parte privata debordi sulle scelte nel pubblico e occorre introdurre, come in altri paesi, un preciso limite, per esercitare al di fuori della struttura pubblica che può avvenire insieme al superamento delle liste di attesa nella struttura pubblica. Altrimenti il buon nome che deriva dall’incarico pubblico serve solo a fare pubblicità alla professione privata. Uno stop va messo anche alla crescita del settore privato che ormai punta a soppiantare il pubblico, non ad integrarlo. Il funzionamento attuale porta seriamente al rischio che la sanità pubblica italiana subisca una irreversibile deriva mercatista di tipo americano. Da anni aumentano le strutture sanitarie acquistate o controllate dall’estero, chiudendo il cerchio con il ruolo che svolgono le assicurazioni integrative. I fondi pubblici debbono essere trovati, investimenti e remunerazioni debbono essere adeguati, ma parte delle risorse deve essere trovato rilanciando un funzionamento efficiente ed efficace della sanità pubblica, ridimensionando la crescita delle aspettative private che rischiano di essere il tarlo che svuota dall’interno il sistema pubblico, avvicinandolo sempre più a quello americano.

Una discussione di questo tipo si impone, deve essere nazionale e portare ad una nuova fase di rilancio del sistema sanitario pubblico. Se non ora, quando?

 

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Frosinone, tris di vittorie e secondo posto centrato

RaffaeleMaiello in azione 8feb20di Tommaso Cappella* - Terzo successo di fila per il Frosinone e secondo posto raggiunto, anche se in condominio con il Crotone. Dopo aver sfiorato l’impresa nel match di andata allo “Stirpe” pareggiando 1-1 la sera del 20 settembre dell’anno scorso, il Venezia si fa battere al “Penzo” dalla formazione giallazzurra, molto concreta come ha saputo fare nelle ultime due prestazioni quando è riuscita a passare ad Ascoli e avere ragione tra le mura amiche della Virtus Entella. Una vittoria che consente ai giallazzurri, come detto, di agganciare quel secondo posto utile per la promozione diretta. La squadra di Nesta quindi riesce finalmente a dare anche quella continuità di prestazioni e vittorie che, mai come in questo scorcio di campionato, servono come il pane.

La gara contro i lagunari, sin dalle prime battute, fa capire che le due squadre si temono e difficilmente si scoprono. Al 17’ tentativo del Frosinone, tiro di Novakovich intercettato da Maiello che tira: Lezzerini si fa trovare pronto al momento del tiro. Al 23’ si fa male Tabanelli, costretto ad uscire sostituito da Gori. Subito dopo la mezz’ora punizione dal lato corto dell'area di rigore, Maiello crossa sul secondo palo dove c'è Rohden che ti testa mette il pallone di poco sopra la traversa. Prima frazione che si chiude quindi sul nulla di fatto. Nella ripresa il Frosinone si fa più intraprendente e al 18’ passa in vantaggio: cross di Beghetto dalla fascia sinistra, inserimento di Rohden sul primo palo e conclusione da pochi metri a sorprendere Lezzerini. Il Venezia, a questo punto, si riversa nella metà campo avversaria e al 39’ va vicino al pareggio ma il palo nega la gioia a Fiordilino. E poi ancora in pieno recupero un colpo di testa di Zigoni si stampa di nuovo sul legno della porta difesa da Bardi. Dopo otto minuti di recupero arriva il triplice fischio del signor Ayroldi che sancisce la vittoria, anche se sofferta, del Frosinone.

Nella prossima giornata, quinta di ritorno, i giallazzurri sono attesi dal confronto interno con il Perugia in programma domenica alle ore 15,00. Una sfida alquanto sentita e dal pronostico sempre incerto per la grande rivalità che si portano dietro queste due squadre da tanti anni. Da parte di Brighenti e compagni però occorre, non solo puntare al poker di vittorie, ma anche per allontanare una diretta concorrente alla scalata verso la serie A e soprattutto per rafforzare la seconda piazza. E poi va fatta anche rispettare la dura legge del… fortino “Benito Stirpe”.

*Giornalista volontario in pensione

 

 

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L'Italia al primo posto per evasione fiscale

agenziaentrate 350 mindi Donato Galeone - L'Italia è al primo posto per evasione fiscale tra i Paesi dell'Unione Europea mentre i lavoratori ed i pensionati sono i contribuenti certi della iniquità fiscale.

Si ha notizia, più volte annunciata, che finalmente entro il 2014 sarà attivata la “vigilanza bancaria europea” che dovrebbe favorire la riduzione dell'evasione fiscale. Ma il nostro Paese, sappiamo, tra i 27 Paesi dell'Unione Europea ha conquistato il “primo posto per l'economia sommersa” che, a fine anno 2012, ha raggiunto il 21,4% del PIL: quasi il doppio di Francia e Germania.

Già nell'agosto 2012 eravamo “maglia nera” nella U.E. per evasione fiscale, con tendenza all'aumento. E a fine anno ci seguivano la Grecia con il 20,8%; la Romania con il 19,1%; la Bulgaria con il 18,7%; la Slovacchia con il 7,2% e Cipro con il 17,1%.
Sono dati ministeriali di banche centrali, i istituti di statistica e di polizia tributaria dei singoli Stati europei raccolti e pubblicati dall'Associazione Contribuenti Italiani.

Il Governo e Parlamento italiano, da qualche mese, tacciono sulla vergogna più reale dell'evasione fiscale in aumento e che non appare, quale emergenza e priorità, pur altissima e stimata attorno ai 188 miliardi di euro nel 2012. Si tratta di evasione prodotta – lo sappiamo tutti – nell'economia sommersa e criminale; nelle società di capitali grandi e piccole ed, in parte, anche nel lavoro autonomo.

Così come, lo sappiamo tutti, chi sono i riconosciuti contribuenti italiani – lavoratori e pensionati – che sono obbligati con prelievi alla fonte e, con scarsissima equità, sono colpiti da tassazione integrata da imposte immobiliari, quale l'abitazione, costruita o acquistata con mutuo pluriennale.

Riferendoci, poi, alla istituenda “vigilanza bancaria europea” entro il 2014 è da prevedersi - a nostro avviso - in funzione di “tampone formale”, necessario ma non sufficiente, per avviare una condivisa e certa “rivoluzione morale europea” tanto attesa dai cittadini democratici.

Vale a dire: una rivoluzione morale da integrare e completare mediante visibili praticabili “piani nazionali” di imposizione fiscale – certa e progressiva – con verificate articolazioni territoriali da condividere e divulgare tra i cittadini, lavoratori e pensionati nella dimensione politica europea.
L'Italia con il rinnovo del Parlamento e la elezione del nuovo Presidente della Repubblica dovrebbe bloccare tutti quei Governi che vogliono “fare cassa” e non “dare servizi dignitosi ai cittadini” pur incassando soldi “ maledetti e subito” mediante inique imposte.
Bloccare, innanzitutto, quei Governi che propongono accertamenti fiscali per adesione che sono “autentici condoni” sempre più ripetuti negli ultimi 20 anni.

Sono stati proprio quei Governi che, di fatto, hanno favorito la espansione e la crescita dell'evasione fiscale collocando il nostro Paese al primo posto tra i Paesi europei.
Se vogliamo salvare la vita democratica del nostro Paese – con impegno quotidiano e coerenza politica e pratica - ripetiamo che la “equità fiscale” è l'asse portante da condividere per offrire servizi dignitosi ai cittadini, quali partecipi contribuenti – con il lavoro - di una comunità democratica.

Non è da escludere, per confrontarci nel condividere ed includere, anche i cittadini parlamentari “Cinque Stelle”.
Sollecitare a tutti proposte cogenti e condivisione per – immediatamente – partire da italiani in “maglia nera al primo posto” in Europa oggi, ma dichiaratamente impegnati e convinti di conquistare “l'ultimo posto” per evasione fiscale.


13 aprile 2013

 

 

 

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Organizzarsi in forme nuove, portando la politica al primo posto

paolociofiRipubblichiamo a distanza di 7 anni queste valutazioni di Paolo Ciofi, ancora oggi molto attuali, contenute in una intervista del dicembre 2012, rilasciata al portale www.lindifferenziato.com  (giornale online edito nel comune di S. Giovanni Incarico, Prov di Frosinone)

E' Un lungo excursus che nel ricostruire vicende trascorse e ricordando Enrico Berlinguer valuta fatti odierni con l'occhio a come muoversi anche per il futuro

Nel secondo numero de L’Indifferenziato appareve questa conversazione con Paolo Ciofi, politico, economista, saggista, attuale presidente dell’Associazione "Articolo Uno-l’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro" e vicepresidente dell’ "Ars-Associazione per il Rinnovamento Della Sinistra". Giornalista per "il Manifesto", "Liberazione" ha collaborato anche con "l’Unità" e "Paese Sera". Tra i suoi libri ricordiamo per citarne alcuni, "Passaggio a sinistra". "Il Pds da Occhetto a D’Alema", "Il lavoro senza rappresentanza", "La privatizzazione della politica", "Viaggio nell’Italia del lavoro",  "La Bancarotta del Capitale e la Nuova Società".
Gli intervistatori ( infaqtti si tratta di alcuni giovani giornalisti, pongono una domanda esplicativa: Perchè abbiamo scelto il Dottor Ciofi? Perchè volevamo dare spazio ad una persona che grazie alla sua esperienza e alle sue capacità potesse aiutarci a riflettere su importanti tematiche quali la crisi economico-politica, l’esplosione del Movimento 5 Stelle, il lavoro e la Costituzione. Una persona che nella sua carriera politica è sempre rimasta coerente con i suoi ideali. Nell’ intervista il nostro ospite è stato chiaro, non ha mai cercato di fare propaganda a questo o quel partito, ma ha spiegato con razionalità e logica il suo pensiero non risparmiando critiche per la sua parte politica. Sono convinto, per questi motivi, che l’intervista sarà apprezzata anche dai lettori che hanno idee politiche diverse.


Il senso che Ciofi da a tutta l'intervista: ”Una speranza c’è: ce l’hanno indicata i padri fondatori di questa Repubblica scrivendo la Costituzione. Lì è tracciata la via per raggiungere la città futura. Ma per percorrerla indignarsi non basta. Occorre organizzarsi in forme nuove, portando la politica al primo posto“.

 

Iniziamo subito con la prima domanda: cosa significa essere di sinistra oggi?

Essere di sinistra, in questo periodo storico, credo significhi lottare per superare la crisi organica di un sistema economico-sociale, quello del capitalismo del XXI secolo, che ormai non è più in grado di assicurare futuro ai giovani e sicurezza ai vecchi. Un sistema che produce malessere, e che devasta al tempo stesso l’essere umano e la natura, mettendo in discussione la libertà della persona e l'equilibrio naturale del pianeta. C’è dunque bisogno di un cambiamento radicale, ed essere di sinistra significa questo.

Quali sono le idee e i personaggi che l’hanno ispirata nella sua carriera politica e che inserirebbe in un suo personale pantheon?

Per restare in Italia, direi Gramsci, Togliatti e Berlinguer.
Gramsci, perché con il suo pensiero e la sua azione politica, e con il sacrificio della vita, ha illuminato la strada da percorrere per abbattere la dittatura fascista e costruire la democrazia e la libertà, prospettando un nuovo modello di società e organizzando le classi subalterne in modo che potessero diventare classi dirigenti.
Togliatti, perché muovendo da quel campo del “socialismo reale” che è emerso con la rivoluzione russa del 1917 ha compiuto il capolavoro politico di prospettare per l'Italia una via del cambiamento completamente diversa da quella dell'ottobre 1917, indicata nella Costituzione della Repubblica democratica fondata sul lavoro. Vorrei ricordare che la parte più innovativa della nostra Costituzione, quella dei principi fondamentali e quella relativa ai diritti sociali, è stata in gran parte proposta e scritta proprio da Palmiro Togliatti.
Enrico Berlinguer, per il ruolo che ha svolto come segretario generale del Pci, e anche per la sua personalità e per il suo tratto umano. Era una persona che sapeva ascoltare, che misurava le parole, e credeva profondamente in ciò che diceva e faceva. Sotto la sua guida, il Pci, praticando una politica trasparente e rigorosa e ottenendo conquiste importanti per l'avanzamento democratico e civile degli italiani, aveva raggiunto il massimo storico dei consensi e si candidava al governo del Paese. Una prospettiva di avanzamento democratico contrastata anche da potenze esterne, cui si è risposto con la strategia della tensione e con la stagione del terrorismo, culminata con l’uccisione di Aldo Moro.
Berlinguer aveva provato a cambiare l'Italia sulla strada indicata dalla Costituzione, attraverso la partecipazione popolare e il rinnovamento dei partiti. Un disegno che corrispondeva a una visione del socialismo in cui siano garantite tutte le libertà “personali e collettive, civili e religiose”, in altre parole “un socialismo diverso da ogni modello
esistente”, come disse lui stesso.

Lei nel corso della sua carriera politica è stato parlamentare e vicepresidente della Regione Lazio, segretario regionale e della federazione romana del Pci all’epoca di Enrico Berlinguer. Come descriverebbe la persona Berlinguer?

Il punto chiave per capire la figura di Berlinguer è questo: lui faceva politica perché aveva una passione, un ideale, una motivazione forte per la quale spese se stesso e la sua vita. Per lui la politica non era l'occupazione di una posizione di potere, non era una poltrona o in un incarico istituzionale che gli assicurasse prebende e notorietà. Per lui la politica era la più alta delle attività umane, perché volta a trasformare la società e a raggiungere un livello superiore di civiltà. Questa concezione della politica lo portava a impegnarsi senza risparmio per fare in modo che lavoratori, i giovani, le donne, l’insieme degli sfruttati, coloro che soffrivano, e soffrono tutt'ora per questa crisi, potessero liberarsi dallo sfruttamento e dall’oppressione e diventare classe dirigente: non solo in Italia, ma in Europa e nel mondo. Forse anche per questo era una persona molto sensibile, capace di interpretare i sentimenti delle persone.

 

C’è qualche aneddoto in particolare che ricorda del grande politico?

C’è stato un periodo breve, sul finire degli anni 60, in cui Berlinguer è stato segretario regionale del Pci del Lazio. Ricordo che un’estate doveva fare delle cure con l’acqua di Fiuggi, ma all’epoca il Comitato regionale del Pci non disponeva di molti mezzi, sebbene i deputati versassero al partito le loro indennità parlamentari e ricevessero uno
stipendio pari al salario di un operaio metalmeccanico. Alloggiare in albergo a Fiuggi costava troppo, e allora si decise che Berlinguer si recasse a Serrone presso una famiglia di compagni, che gli portavano da Fiuggi l’acqua necessaria alle sue cure. Così viveva allora un dirigente del Pci, che aveva il dono di non far mai pesare, soprattutto alle persone più semplici, la sua autorità.

 

“I democratici di sinistra hanno preso

luccioleper lanterne confondendo il

liberismocon il riformismo.”

Da segretario regionale, Berlinguer girava con una Fiat 1100 piuttosto malmessa. Quando venne a Latina (io ero segretario di quella Federazione) per organizzare a Formia una manifestazione in onore di Antonio Gramsci, al quale dedicammo una lapide nella clinica Cusumano dove era stato ricoverato, Berlinguer arrivò la mattina, si informò sulla situazione della provincia, mi disse di predisporre degli appunti sullo stato del nostro partito, preparò il suo discorso e in serata andammo a Formia sulla sua 1100. La manifestazione riuscì benissimo e fu molto numerosa. Ma io rimasi colpito soprattutto dal modo attento e meticoloso con cui Berlinguer preparò il suo discorso, che risultò profondo e documentato. E dalla sua capacità di farsi ascoltare, pur argomentando su temi niente affatto semplici.

 

Sicuramente il fenomeno politico dell’ultimo anno è stata l’esplosione del Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo che è riuscito a raccogliere la maggior parte delle persone demotivate e scoraggiate dalla classe politica che ha governato negli ultimi venti anni. Questo movimento, nella sua fase iniziale, ha trovato terra fertile nell’elettorato che una volta era la base dei partiti di Sinistra. Come mai Grillo con un semplice blog è riuscito a raccogliere tutto il malcontento della popolazione, mentre per esempio la Federazione della Sinistra con persone esperte che in passato avevano anche governato, stando fuori dal Parlamento non è riuscita minimamente a raccogliere il favore degli scontenti?

E’ una domanda complicata ma molto interessante. E riguarda il futuro del nostro paese. Indubbiamente Grillo è riuscito a cogliere uno stato di malessere molto profondo, cosa che i partiti, soprattutto quelli di sinistra, non sono stati capaci di fare. Credo che le ragioni di questo stato delle cose siano diverse, come diverse sono le motivazioni della protesta che si raccoglie intorno alla figura di Grillo. Intanto, c’è da dire che non sempre il malcontento offre una prospettiva di cambiamento reale. Poi, si coglie una differenza profonda tra il modo in cui Grillo si esprime, con un linguaggio violento e aggressivo, e i giovani, che a livello locale si riconoscono nel Movimento e tentano di rispondere in modo positivo a esigenze reali dei Comuni e dei territori. Sono stato colpito, ad esempio, dal Sindaco di Parma Pizzarotti, per come ha parlato della sua città e del suo programma.
Il cosiddetto grillismo, per definizione associato all’ anti-politica, non è altro che una forma di politica con altri mezzi di fronte al fallimento dei partiti tradizionali. Non è la causa, bensì l’effetto della degenerazione della politica, ossia è l’effetto della vera antipolitica che oggi si denomina (erroneamente) politica. Assistiamo a un capovolgimento di cause ed effetti, e dunque all’uso di un linguaggio che nasconde le cause reali della crisi democratica che stiamo vivendo.
Questo stato delle cose è la conseguenza di un sistema che nel suo evolversi svuota i principi costituzionali ed esautora la partecipazione popolare da qualsiasi possibilità di interferenza. Siamo in presenza di un potere economico-politico molto concentrato che esclude la possibilità di intervento del popolo sovrano. E questa è la vera anti-politica.
In tale assetto, che esclude la partecipazione democratica, un ruolo di grande rilievo gioca la componente ideologica: l’idea che stiamo tutti sulla stessa barca senza distinzioni, che il conflitto di classe è pura archeologia (mentre si pratica con spietatezza dall’alto verso il basso), e che il mondo è governato da immutabili leggi naturali. Cancellata, secondo il pensiero unico liberista, l’analisi di classe, non ha senso organizzare politicamente i lavoratori, gli operai, i precari, i giovani, le donne, tutti quelli che subiscono il potere economico dominante. Questa idea ha fatto molta strada ed è penetrata anche in quella parte politica che si definiva e si definisce di sinistra. Ma che, influenzata dal pensiero dominante, ha perso la sua autonomia culturale e la sua capacità critica. I governi di centro-sinistra, nella sostanza, non hanno intaccato il sistema di potere dominante. Sono stati solo una versione un po’ più leggera delle idee liberiste, che mettono al centro la cultura d’impresa e del capitale, cancellando la cultura del lavoro e delle persone che lavorano.

 

In sintesi possiamo affermare che i partiti che si definiscono di sinistra non sono riusciti a raccogliere il malcontento e creare consenso perché questa parte politica ha smesso di occuparsi di quelle tematiche che dovrebbero essere al centro della loro agenda politica?

In sintesi si potrebbe dire così, è successo esattamente questo. Ma bisogna spiegarne le ragioni. I lavoratori dipendenti, cioè coloro che per vivere devono mettere sul mercato le proprie capacità fisiche o intellettuali perché non hanno la proprietà dei mezzi di produzione e di comunicazione, e che prima erano organizzati nei partiti e perciò avevano una loro rappresentanza politica, oggi non ce l’hanno più e di conseguenza si è prodotta un’amputazione della democrazia. La cancellazione della rappresentanza politica dei lavoratori si è verificata essenzialmente per due motivi. Innanzitutto, perché una parte della sinistra proveniente dal Pci ha ritenuto che il conflitto capitale-lavoro fosse scomparso, e con essa fosse scomparsa l’esigenza di organizzare in modo autonomo i lavoratori. Come ha detto un importante esponente del Pd, prima dirigente del Pci, Alfredo Reichlin, i democratici di sinistra hanno preso lucciole per lanterne, confondendo il liberismo con il riformismo. E questo ha voluto dire che alla centralità del lavoro, come prescrive la Costituzione, di fatto si è sostituita la centralità dell’impresa.

 

“… È venuto meno il principio basilare di un’organizzazione politica dei lavoratori:

non è il leader che ti concede graziosamente qualcosa, sei tu che te lo devi conquistare

con il tuo impegno e con la tua lotta”.

 

Lo si è visto, per esempio, quando Marchionne, che è stato condannato 12 volte per comportamento antisindacale, ha discriminato la Fiom e la Cgil, e la reazione del Pd non si è fatta sentire. Dall’altra parte, la sinistra cosiddetta di alternativa si è autoproclamata rappresentante della classe operaia, ma della classe operaia non è stata mai in grado di conquistare il consenso. Una parte fondamentale della società non ha avuto, quindi, rappresentanza politica. E questo spiega anche perché movimenti come quelli di Grillo hanno trovato molto spazio, anche se il fenomeno mi sembra che si sta indebolendo..

 

Quali sono le principali ragioni della frammentazione della sinistra anticapitalista? Si pensi alla realtà italiana con la presenza di tanti micro-partiti e minuscoli movimenti che singolarmente non riescono ad incidere in alcun misura?

Anche qui pesano diversi fattori. Prima di tutto pesa un difetto di analisi, vale a dire un difetto culturale. Bisogna tener presente che la società non è un aggregato statico, ma storico e dunque in continua evoluzione. Allo stesso modo, il lavoro, come il capitale, è un processo in continua trasformazione, un movimento perenne, che dipende dalle innovazioni scientifiche e tecnologiche, in conseguenza delle quali cambiano anche le relazioni sociali e i rapporti personali. La sinistra legata al movimento operaio è rimasta invece, per troppo tempo, ferma su una visione tradizionale che identificava il lavoro nelle forme del passato. In Italia, come nel mondo, ha fatto strada l’idea che finita la fabbrica fordista, cioè il modo di lavorare impostato sulla catena di montaggio, fosse finito il lavoro operaio e dipendente. Al contrario, in conseguenza della rivoluzione digitale e del dominio assoluto del capitale, è cambiato profondamente il modo di lavorare ma non c’è stata la fine del lavoro. Da una parte, con la globalizzazione, si è data la possibilità di organizzare su scala planetaria qualsiasi tipo di filiera produttiva. Dall’altra, l’ingresso nel mercato mondiale di manodopera a basso costo di paesi come la Cina e l’India, invece di generalizzare i diritti, ha accresciuto lo sfruttamento alimentando una guerra tra poveri. Da una parte, con la rete, sono cresciute le opportunità del lavoro
cognitivo e intellettuale. Dall’altra, il lavoro individuale al computer ha spezzato i legami del lavoro sociale diretto. Sotto il dominio del capitale, la rivoluzione scientifica e tecnologica, invece di produrre la liberazione del lavoro, ha generato una concentrazione totalitaria dei mezzi di comunicazione e di produzione nelle mani di un’oligarchia finanziaria che domina il mondo. E le disuguaglianze sono enormemente aumentate. A fronte di tutto ciò sta una massa di lavoratori e di lavoratrici dispersa e frantumata, che deve trovare il modo di unirsi per lottare in insieme. In conclusione, il conflitto non è stato cancellato, anzi permane e si acutizza, ma si manifesta in forme nuove. Perciò ci sarebbe bisogno di un nuovo internazionalismo, in grado di dare dignità e rappresentanza ai nuovi lavoratori del XXI secolo.

Ciò richiede il superamento dei particolarismi e di meschini interessi di fazione, come pure di qualsiasi visione minoritaria. E un impegno straordinario, nell’analisi e nell’azione pratica, per unire le diverse figure in cui si manifesta oggi il lavoro delle donne e degli uomini, giovani e anziani, stabili e precari, occupati e disoccupati, italiani e stranieri: nelle fabbriche e negli uffici, nella scuola e nei centri di ricerca, nei servizi e in agricoltura, e così via…Il sindacato, che tradizionalmente ha rappresentato i lavoratori occupati, ha grosse difficoltà a rappresentare i precari e le nuove figure professionali. Anche perché c’è stata un’azione ideologicamente molto mirata che ha contrapposto queste figure: outsider contro insider, lavoratori a tempo indeterminato contro quelli a tempo determinato, giovani contro anziani, e così via. “Meno ai padri, più ai figli” è stato detto, senza specificare chi sono i padri e chi sono i figli. Poi si è scoperto che il 52% dei pensionati dell’ Inps, circa 7 milioni di persone, prendono meno di mille euro al mese.
Ma accanto alle trasformazioni oggettive nel modo di produzione e alla forte pressione ideologica dei poteri dominanti, ci sono stati anche gli errori politici della sinistra. Si pensi all’esperienza di Rifondazione comunista. Al governo, non è stata in grado di proporre e organizzare iniziative che avessero un riscontro di massa. E nel lungo periodo in cui è stata all’opposizione non ha lavorato sistematicamente per costruire un forte insediamento nella società, oscillando tra il protagonismo del leader e lo spontaneismo dei movimenti. Sottovalutando il fattore organizzativo come espressione stabile del protagonismo delle masse, di fatto è venuto meno il principio basilare di un’organizzazione politica dei lavoratori: non è il leader che ti concede graziosamente qualcosa, sei tu che te lo devi conquistare con il tuo impegno e con la tua lotta. Anche perché nessuno ti concede niente se non hai la forza per importi: un principio ancora più valido quando hai dei diritti che sono molto ben delineati nella nostra Costituzione. In definitiva si può dire che a sinistra non si è lavorato con coerenza per costruire un’organizzazione dei lavoratori che mettesse insieme tutti, per lottare tutti insieme. Il caso più clamoroso si è verificato quando Bertinotti, che si proponeva come alternativo, invece di andare tra il popolo per organizzare il partito, come avrebbe fatto Berlinguer, è andato a fare il Presidente della Camera.

 

“È tempo di elaborare politiche sociali comuni in Europa: c’è il fiscal compact

ma non ci sono leggi comuni per quanto riguarda il sistema pensionistico,

i minimi salariali, la sanità.”

 

Nei suoi articoli è sempre stato molto duro e critico verso il Governo Monti. Quali sono stati, secondo lei, i principali errori e le maggiori dimenticanze di questo esecutivo? Dopo un anno di governo tecnico crede che la situazione dell’Italia sia peggiorata o migliorata?

Sono stato molto critico e lo sono tutt’ora verso il governo tecnico. Anzi, chiariamoci su un punto: quello di Monti non è mai stato un governo tecnico, bensì un governo politico insediato dal Presidente Napolitano perché la situazione era davvero molto critica. Berlusconi non aveva più alcuna credibilità a livello europeo. Ci ricordiamo tutti le risatine della Merkel e di Sarkozy. A livello nazionale, la maggioranza si era sfaldata e non c’erano più i numeri per governare. In queste condizioni il governo Monti è nato perché i mercati e la tecnocrazia europea, cioè i poteri economici dominanti, non avevano più alcuna fiducia in Berlusconi e avevano bisogno di qualcun altro che rappresentasse in maniera credibile i loro interessi.

 

Quindi questo governo è nato, prima di tutto, per difendere gli interessi del mercato e non quelli dell’Italia?

Al di là delle apparenze, nella sostanza di questo si è trattato. In proposito, c’è stato un episodio molto interessante di cui si è parlato poco: quando iniziò a circolare il nome di Monti come nuovo premier, Berlusconi gli chiese di mettersi a capo del centro-destra italiano. Ma Monti rifiutò, sostenendo che i mercati volevano un governo ampiamente rappresentativo, in cui i maggiori partiti di destra e di sinistra fossero coinvolti. Non si può dire però che il governo Monti rappresentasse l’interesse generale, perché in tal caso avrebbe dovuto conciliare gli interessi sociali che si contrastano, portando a sintesi un compromesso tra capitale e lavoro, che invece non c’è stato:i fatti dimostrano che il governo cosiddetto tecnico si è schierato sempre dalla parte del capitale contro il lavoro. Nel discorso di presentazione alle Camere, Mario Monti sostenne che suo compito era quello di agire per raggiungere tre obiettivi: rigore, equità e crescita. Ad un anno di distanza possiamo dire che c’è stato solo il rigore. Ma il rigore non ha portato a una compressione del debito pubblico, che ha oltrepassato la soglia simbolica dei 2.000 miliardi. Quindi, il bilancio è stato davvero fallimentare su tutta la linea. L’unica cosa che resta è la credibilità di Monti presso i poteri forti e le istituzioni europee. Ma questa non è una garanzia. Al di là dello spread, l’ultimo rapporto del Censis descrive una situazione di impoverimento molto preoccupante per l’Italia. Dunque, c’è bisogno di una svolta. Ma è possibile realizzarla adottando le prescrizioni dell’Europa come il fiscal compact e il blocco della spesa pubblica ? La situazione è grave perché siamo entrati in una fase recessiva senza avere garanzie sulla tenuta dei bilanci pubblici, e in questo quadro l’unica prospettiva visibile è un aggravamento della crisi.

 

Lei sarebbe favorevole ad un’uscita dall’Euro?

No. Non sono favorevole all’uscita dall’euro. Io sono dell’idea che bisogna cambiare la politica italiana e la politica europea, operando in tre direzioni. Primo: bisogna far pagare chi non paga. I patrimoni accumulati in questi anni sono esentasse. Abbiamo avuto un trasferimento di ricchezza dal lavoro ai profitti e alle rendite pari a 10 punti di PIL, ovvero a circa 170 miliardi di euro. Oggi il 10% degli italiani detiene il 50% della ricchezza nazionale. Ma chi ha accumulato enormi patrimoni non ha investito, non ha rischiato, non ha innovato. In poche parole, ha solo moltiplicato una rendita parassitaria che grava pesantemente sull’intera società. Perciò è necessaria un’imposta patrimoniale sui grandi patrimoni, e non sui redditi medio piccoli o sulla proprietà della casa. Inoltre, la lotta all’evasione fiscale deve essere una cosa seria. Secondo: si deve impostare una politica che combatta veramente gli sprechi ma non distrugga lo stato sociale, che crei sviluppo e promuova cultura, ricerca e istruzione. Terzo: a livello europeo occorre definire una politica fiscale uniforme abolendo i paradisi fiscali. Non ci possono essere zone franche in cui fior di miliardari collocano il denaro e nel loro Paese non investono un euro. Inoltre, è tempo di elaborare politiche sociali comuni in Europa: c’è il fiscal compact ma non ci sono leggi comuni per quanto riguarda il sistema pensionistico, i minimi salariali, la sanità. E questo alimenta la guerra tra poveri e il dumping sociale.

 

Personalmente credo che al momento l’Unione Europea è un unione prettamente finanziaria-bancaria. C’è un grosso equivoco: molte volte chi dice queste cose passa per anti-europeista, invece credo che l’Unione Europea sognata dai padri fondatori era l’ Europa dei popoli.

È vero. Un’Europa dei popoli comporta l’elezione in maniera diversa del Parlamento europeo, e darsi una Costituzione europea in cui i diritti sociali siano uniformi, al livello più alto della civiltà del lavoro e delle più avanzate conquiste della cultura e della scienza. Oggi la situazione è molto critica ma non si risolve nulla tornando indietro, verso forme di nazionalismo esasperato o cercando riparo sotto l’ombrello americano, che non è in grado di riparare dalla crisi gli abitanti di quel grande paese.

 

“Dai giovani mi aspetto che partendo dai principi costituzionali

si facciano protagonisti di un grande movimento democratico e di massa.”

 

C’è un aspetto di questa crisi che di solito viene nascosto: l’attacco speculativo agli stati europei, il cui obiettivo vero è l’euro, viene portato dai cosiddetti mercati, ossia da una ventina di banche e gruppi finanziari tutti denominati in dollari. Ma se crolla l’euro, e il dollaro torna ad essere l’unica moneta di riferimento mondiale, a parte le conseguenze sociali pesantissime, nel mondo di oggi non più governato da una superpotenza ma plurale ed esposto all’influenza crescente di nuove potenze, si acuirebbero tutte le contraddizioni e crescerebbero a dismisura i rischi di conflitti armati dagli esiti catastrofici. Anche per questo non possiamo rinunciare a una visione europeista. In Europa, però, devono affermarsi democrazia e partecipazione. Bisogna lottare per creare queste
condizioni, per costruire movimenti e punti di convergenza a livello europeo in modo che avanzi in concreto l’Europa dei popoli.

 

Un eventuale nuovo governo di centro-sinistra con la presenza di Vendola può iniziare a rappresentare i lavoratori, le classi sociali più deboli e le classi subalterne, o c’è da attendersi un nuovo tradimento per queste categorie?

Le dichiarazioni di Vendola sono state impegnative su alcuni punti, per esempio a proposito del referendum per il ripristino dell’articolo 18 dello Statuto dei diritti dei lavoratori e per l’abolizione dell’articolo 8 della legge Sacconi, che di fatto cancella la contrattazione nazionale. Questa posizione è molto differente da quelle enunciate da Bersani. Anche sull’apertura ai centristi le posizioni sono diverse. Tuttavia, la questione si gioca ovviamente sui rapporti di forza, e nella dichiarazione d’intenti sottoscritta da Vendola c’è scritto che in caso di divergenza decideranno i gruppi parlamentari a maggioranza. Perciò mi sembra difficile che dentro questa cornice si possa fare quello che dice il leader di SEL. Secondo me la cosa giusta da fare era quella di lavorare per mettere insieme una rappresentanza che si raccogliesse a sinistra del Pd, con accordi programmatici chiari e con un’apertura costante verso la società. In tal modo, a mio parere, si sarebbe potuto favorire uno spostamento a sinistra del medesimo Partito democratico.

 

Cosa si aspetta dai giovani di questo Paese? Secondo lei sono pronti a ribellarsi per far cambiare marcia all’Italia e a porre le basi per quel forte cambiamento politico-culturale che lei auspica?

Io potrei dire, per la mia età, soprattutto cosa mi aspetto che facciano i vecchi per i giovani. Vedo però con chiarezza che tra i giovani di oggi c’è una grande insoddisfazione, una grande sofferenza. E c’è una cosa che la nostra
generazione non ha conosciuto: un’assoluta insicurezza per l’avvenire. Bisogna fare in modo che questa sofferenza si trasformi in indignazione e che l’indignazione si trasformi in organizzazione e volontà di lotta, perché senza la lotta non si ottiene nulla. Alcuni segnali positivi ci sono, per esempio le manifestazioni degli studenti. Aggiungo che la frattura fra vecchi e giovani, nella condizione in cui viviamo, è un falso problema: ci sono vecchi che hanno sbagliato e quelli che stavano dalla parte giusta, vecchi che hanno sfruttato i giovani e quelli che hanno lottato per garantire un futuro migliore ai giovani. Sostenere ipocritamente che se i giovani precari non avranno una pensione per vivere la responsabilità è dei vecchi che ne hanno una troppo elevata, è una falsificazione clamorosa, che serve per conservare le vergognose ingiustizie presenti. E il governo cosa ha fatto?Ha colpito la massa dei pensionati presenti e futuri, ma non i privilegi del tutto ingiustificati. Come quelli dei parlamentari e dei grandi manager, mentre la questione morale ha rotto gli argini.
Mi aspetto che i giovani reagiscano con forza di fronte a questo stato di cose, individuando le cause reali delle disuguaglianze e delle ingiustizie. E che siano consapevoli che nell’applicazione della nostra Carta costituzionale si trova la chiave per aprire le porte a una società giusta, libera e solidale, in grado di stroncare lo sfruttamento, le disuguaglianze, il privilegio. La Costituzione, dopo aver affermato che la Repubblica è fondata sul lavoro, indica un percorso che passa attraverso l’affermazione dei diritti sociali. E perciò impone dei limiti alla proprietà e all’iniziativa economica, che non possono offendere la dignità umana e la libertà della persona. Mi auguro che si faccia una bella campagna per la conoscenza e la promozione della nostra Costituzione, mettendone in luce questi principi, troppo spesso dimenticati. Dai giovani mi aspetto che partendo dai principi costituzionali si facciano protagonisti di un grande movimento democratico e di massa. Del resto, questo è il sentiero che ci farebbe uscire dalla crisi.
Il problema è che in Italia la Costituzione sembra sia diventata un libro dei sogni. Se leggiamo gli articoli della nostra Costituzione e si riflette su quello che accade nel nostro Paese, sembra che questa appartenga ad un altro Stato.
Penso che questa sia una grossa responsabilità delle forze politiche dominanti. Abbiamo la Costituzione più bella del mondo, si dice, ma poco si è fatto per farla conoscere, soprattutto nei suoi aspetti più innovativi, e dunque per applicarla. Anche la sinistra ha le sue responsabilità. Il risultato è che tra i giovani, e non solo, non c’è la consapevolezza diffusa di essere titolari di diritti fondamentali, costituzionalmente riconosciuti. Di essere cioè non dei sudditi, ma dei lavoratori cittadini. E perciò  di

 

“Oggi un lavoratore è considerato come un semilavorato:

serve solo per ottenere il prodotto finale da cui estrarre un profitto”

 

essere legittimati a lottare e a organizzarsi a questo scopo in sindacati e partiti, perché le prescrizioni costituzionali siano adempiute. Non c’è nulla da chiedere a nessun sovrano, perché il popolo è sovrano. C’è solo da organizzarsi e lottare perché ciò che ci spetta sia realizzato.

 

Cambiando argomento. Al centro del suo pensiero politico c’è sicuramente il lavoro e la sua sostanziale scomparsa dall’agenda dei partiti .Crede che nel futuro ci saranno sempre più casi drammatici come quello dell’ Ilva in cui i lavoratori e la città saranno chiamati a scegliere tra morire di fame o morire di tumore?

Il caso dell’Ilva è clamoroso. I proprietari hanno avuto quasi in regalo l’acciaieria e hanno realizzato enormi profitti, ma invece di investirli in sicurezza per i lavoratori e per la città li hanno portati all’estero. E qui emerge una questione di fondo. Se il modello sociale prevalente, come è avvenuto in questi anni, consiste nel perseguimento del massimo profitto con ogni mezzo, il risultato è quello che vediamo sotto i nostri occhi: la distruzione della persona umana e della natura, e dunque del territorio. Ma il profitto non può essere lo scopo che muove l’intera società, bensì solo un mezzo per l’incivilimento, per lo sviluppo della persona umana, per la riproduzione della natura e l’arricchimento del territorio. Pertanto, deve essere sottoposto al controllo sociale. A maggior ragione oggi, in un’epoca in cui è in gioco il modello di organizzazione della società e il ruolo del fattore umano. Oggi un lavoratore è considerato come un semilavorato: serve solo per ottenere il prodotto finale da cui estrarre un profitto. È una cosa inaccettabile e bisogna ribellarsi. Ancora una volta, a costo di essere noioso, sottolineo che la strada è indicata nella Costituzione. L’art 43 sembra scritto per l’Ilva: “A fini di utilità generale la legge può riservare originariamente o trasferire, mediante espropriazione e salvo indennizzo, allo Stato, ad enti pubblici o a comunità di lavoratori o di utenti determinate imprese o categorie di imprese, che si riferiscano a servizi pubblici essenziali o a fonti di energia o a situazioni di monopolio ed abbiano carattere di preminente interesse generale”.

 

Rimanendo in ambito politico-costituzionale, se alcune leggi possono essere ritenute incostituzionali, perché comunque vengono proposte e approvate?

È questo il problema. Vengono approvate perché la politica è diventato il braccio operativo dei poteri economici dominanti. Il caso di Berlusconi è emblematico. In lui si personifica la potenza del denaro che può tutto. Con i soldi ha dominato la scena politica, trasformando i suoi stipendiati in funzionari di partito, e costruendo così il partito personale per eccellenza. Padrone dei mezzi di comunicazione e degli strumenti con cui si forma la cultura di massa, ha contribuito in modo decisivo alla formazione di un senso comune diffuso, inoculando nelle vene del paese il veleno della potenza irresistibile del denaro, che pone il suo possessore al di sopra della legge. Questo è successo in Italia in questi anni. Di Berlusconi se ne sono dette tante, ma è restata in ombra la cosa essenziale, cioè che nella sua persona si è unificato il potere economico, quello culturale e della comunicazione insieme al potere politico, lesionando nelle fondamenta lo Stato di diritto. Perché si fanno le leggi anti costituzionali? Perché il potere è stato occupato da chi vede la Costituzione come fumo negli occhi. Nel primo discorso importante che fece Berlusconi all’assemblea della Confindustria disse che bisognava abolire gli articoli della Costituzione che pongono limiti all’iniziativa privata. E oggi continua a sostenere che la Costituzione va cambiata perché gli ha impedito e gli impedisce di governare. Non c’è riuscito formalmente, ma nella sostanza sono state approvate leggi in netto contrasto con i principi costituzionali.

 

Lei ha collaborato al Rapporto Argo "Morti bianche" e incidenti sul lavoro nella rappresentazione dei media - Il caso del Lazio. Il quadro emerso da tale studio è davvero a tinte fosche: tra il 2003 e il 2006 sono morte in Italia 5.252 persone. Crede che il problema sia la mancanza di una adeguata legislazione o il mancato rispetto delle norme previste dalla legge? I mezzi di informazione perché continuano a dare poco spazio a questo problema? La politica svolge il suo ruolo o resta indifferente davanti all’incapacità del nostro Paese di tutelare i lavoratori?

Facemmo quella ricerca come “articolo uno” insieme con l’associazione presieduta da Giulietto Chiesa alcuni anni fa per conto della Provincia di Roma, quando il tema delle morti bianche era completamente ignorato. Prima della tragedia della ThyssenKrupp, che ha segnato un punto di svolta con la condanna del Tribunale di Torino inflitta ai dirigenti della multinazionale tedesca, e prima dei ripetuti interventi del Presidente della Repubblica sul tema. Fu una ricerca per molti versi anticipatrice, e il rapporto finale doveva essere presentato alla stampa dal presidente della Provincia Gasbarra, oggi segretario regionale del Pd e probabile candidato a Sindaco di Roma. Ma questo non
avvenne, perché la crudezza della cifre evidentemente non coincideva con il buonismo dell’amministratore provinciale, e di quella ricerca non si ebbe più notizia. Né si è avuta notizia di energici provvedimenti del dottor Gasbarra su un tema di così grave impatto sociale. Credo che questo esempio basti per rispondere alla domanda. Oggi c’è maggiore sensibilità e attenzione sul tema delle “morti bianche”, ma le condizioni di lavoro sono peggiorate con l’incalzare della crisi. E la sordità della politica, anzi dell’antipolitica, continua tuttora.

 

Siamo ormai giunti al termine dell’intervista. Quali sono i suoi progetti futuri? Crede di scrivere un nuovo libro?

In questo momento non ho un progetto preciso. Però un’idea per un nuovo libro ce l’avrei. Un saggio breve per dire ai giovani che una speranza c’è: ce l’hanno indicata i padri fondatori di questa Repubblica scrivendo la Costituzione. Lì è tracciata la via per raggiungere la città futura. Ma per percorrerla indignarsi non basta. Occorre organizzarsi in forme nuove, portando la politica al primo posto.

 

Intervista pubblicata da lindifferenziato.com il 27 dicembre 2012

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Frosinone batte il Carpi e blinda il suo secondo posto

FedericoDionisi 350 260 mindi Tommaso Cappella* - Frosinone supera il Carpi, seconda piazza blindata.
Il Frosinone non manca l'occasione di superare al 'Benito Stirpe' un Carpi che comunque alla sua classifica non doveva più chiedere nulla dal momento che era tagliato fuori matematicamente per un posto nei playoff e di conseguenza era anche salvo. I giallazzurri ce l'hanno messa tutta per superare gli emiliani, hanno trovato il gol dopo soli cinque minuti con un sempre più ritrovato e convincente Federico Dionisi e conservato l'esiguo vantaggio fino al 90'. Una vittoria che acquista maggior valore perché il Parma, nel posticipo, sconfitto a Cesena, ha lasciato proprio ai canarini il secondo posto. La classifica vede ora, oltre all'Empoli, da due turni già in serie A, il Frosinone, come detto, al posto d'onore, con un punto di vantaggio sul Palermo, vittorioso a Terni e due sul Venezia, che ha superato di misura il Foggia, e sullo stesso Parma.

Tornando alla gara del 'Benito Stirpe', parte spedito il Frosinone e, dopo soli cinque minuti, trova il gol-partita con capitan Dionisi su perfetto lancio dalla destra di Paganini. Il vantaggio però, invece di dare la spinta per cercare il raddoppio, vede i ragazzi di Longo soffrire il ritorno degli emiliani. Subito dopo la mezz'ora si fa male Matteo Ciofani ed è costretto a lasciare, sostituito da Krajnc. Veri e propri pericoli la retroguardia canarina non ne corre, ma la manovra stenta a decollare. Ci provano in contropiede i vari Citro, Ciano e lo stesso Dionisi, ma il Carpi non corre seri pericoli.

Il secondo tempo di contro vede un Frosinone ancor più guardingo e la formazione di Calabro prova a riequilibrare le sorti del match. Ma inutilmente, Anzi, dal 25' in poi, in campo c'è solo il Frosinone che manca il raddoppio in almeno quattro occasioni. Due volte su calcio piazzato di Ciano subito dopo la mezz'ora e al 35', ma Colombi si supera, poi Ariaudo che non arriva per un soffio nella deviazione sotto porta e con Paganini il cui tiro termina di poco a lato. Vittoria quindi sofferta ma più che meritata per il Frosinone.

Ora, a due giornate dal termine, dovranno verificarsi tante componenti favorevoli per provare ancora a conservare la seconda piazza e, di conseguenza la promozione diretta. La logica dice che, con due vittorie di fila, i giallazzurri sarebbero matematicamente in serie A. Ma intanto nel prossimo turno ci vorrà l'impresa a Chiavari contro una Virtus Entella che ha perso a Salerno, mentre il Palermo riceverà il Cesena ormai salvo. La squadra di Longo troverà quindi un ambiente caldo perché i liguri hanno necessità di conquistare punti salvezza. Ci vorrà pertanto un Frosinone deciso e determinato, con l'immancabile sostegno dei suoi splendidi tifosi, per alimentare quella speranza di centrare il secondo posto ed evitare magari la lotteria dei playoff. Inutile nascondersi o fare calcoli inutili. Prima dell'ultima fatica in casa con il Foggia, quella di Chiavari sarà la partita che vale un'intera stagione: la partita della vita con in palio tre punti fondamentali per i colori giallazzurri.

*giornalista volontario in pensione

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Bravi. Il Frosinone al secondo posto ipoteca il ritorno in A

Il tiro gol di Paganini 350 260 mindi Tommaso Cappella - Frosinone corsaro ad Avellino, seconda piazza blindata.
Un Frosinone tutto cuore e determinazione va a vincere ad Avellino nel turno infrasettimanale e, approfittando del pareggio del Palermo a Cittadella, si riprende la seconda piazza con due punti di vantaggio sul Parma e sugli stessi siciliani. A sei giornate dal temine del campionato di serie B, con l'Empoli, prossimo avversario dei canarini, ormai virtualmente promosso, i giallazzurri dovranno dare il massimo per conservare questa posizione e spiccare il volo verso la serie A dalla porta principale.
L'undici di Longo era reduce da un momento decisamente delicato. Dopo aver perso a Parma, la squadra giallazzurra sabato scorso non era andata oltre il pareggio tra le mura amiche con lo Spezia. Un cammino decisamente negativo con una media punti da retrocessione. E pensare che, fino ad un paio di mesi fa, aveva dato la netta impressione di essere, al pari di Empoli e Palermo, la squadra da battere per quel che concerne la promozione diretta. Occorre anche dire che l'infortunio subito dal bomber Daniel Ciofani nel vittorioso match contro il Venezia, ha costretto il tecnico canarino a rivedere l'assetto tattico della squadra. E si sono notate queste difficoltà che, ci si augura, possano essere state superate nella vittoriosa gara del 'Partenio-Lombardi' di Avellino.
La gara contro lo Spezia aveva evidenziato ancora una volta la scarsa vena realizzativa, oltre ad un evidente calo soprattutto psicologico.
Ad onor di cronaca occorre comunque dire che, ad un primo tempo sotto tono, ha fatto riscontro una ripresa nel corso della quale Dionisi e compagni hanno gettato il cuore oltre l'ostacolo, trovando il gol del vantaggio su rigore realizzato proprio dal capitano giallazzurro. La squadra a quel punto ha avuto almeno altre due palle gol per chiudere il match. E invece alla fine è arrivata anche la beffa che ha consentito ai liguri di portare via un punto dallo 'Benito Stirpe' ancora su calcio di rigore.
La vittoria di Avellino ha dissipato non pochi dubbi circa le potenzialità di questo Frosinone. Il tecnico Longo ha scelto una formazione decisamente più guardinga con un centrocampo a cinque, schierando a fianco del metronomo Maiello (superlativa la sua prova) due 'polmoni' come Konè e Chibsah e sulle fasce un ritrovato Paganini e Beghetto, con la coppia Ciano-Dionisi in attacco. La squadra ha saputo contenere un Avellino reduce da due risultati positivi, ha saputo soffrire e ha anche portato insidie alla porta dei padroni di casa. Ma soprattutto ha avuto la capacità di saper colpire al momento giusto con un uno-due micidiale firmato Dionisi-Paganini.
Una prova maiuscola quindi che proietta il Frosinone verso lo scontro al vertice nel posticipo di lunedi prossimo con la capolista Empoli in programma alle 20,30 al 'Benito Stirpe'. Dionisi e compagni hanno la ghiotta possibilità di rafforzare il secondo posto e dimostrare soprattutto che valgono la serie A. Ma ci vorrà la gara perfetta. E questo Frosinone ha spesso dimostrato che, quando è in giornata, per gli avversari non c'è 'trippa per gatti'.

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