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Gorbaciov, la casa comune europea che hanno preferito incendiare

 

Invece di ricercare una sicurezza comune in cui ognuno si senta libero e protetto

di Roberto Musacchio
Mikhail Gorbaciov 390 minTra i ricordi belli che ho del mio stare in Parlamento europeo tra il 2004 e il 2009 ci sta un pranzo cui fui invitato con Gorbaciov che era in visita. Credo che fosse per parlare di diritto mondiale all’acqua e credo a iniziativa di Giulietta Chiesa. Purtroppo, nonostante l’importanza, la memoria mi falla. Ricordo che era un piccolissimo gruppo e che Gorbaciov aveva un’aria che mi faceva venire in mente Alessandro Natta. Per dirla col linguaggio di oggi era il contrario di oligarchi e politici rampanti. Sobrietà e serietà. L’idea del Mondo che si fa carico dei problemi globali come l’acqua era in sintonia con chi come lui ad una evoluzione della coesistenza verso la corresponsabilità democratica ha dedicato il suo tentativo di perestrojka.

Quando Francesca Lacaita nella discussione che abbiamo fatto in una redazione pubblica di Transform per il 9 maggio e che qui riportiamo ha ricordato la proposta di Gorbaciov fatta al Consiglio d’Europa a luglio del 1988 per una casa comune europea mi si è riaperta la mente.

Oltre al ricordo personale sono andato a ricercare. Sull’idea di Gorbaciov c’è un libro di Mondadori e ci sono materiali di archivio.

È straordinaria. Al centro il riconoscimento di una Storia comune, in senso forte a partire dalla cultura, che lega ma che va edificata secondo nuove responsabilità. La prima è il disarmo. Poi la ricerca di una sicurezza comune in cui ognuno si senta libero e protetto. Una nuova Helsinki. Il socialismo riformato avrebbe collaborato a questo.

Sappiamo com’è andata e ne vediamo oggi le conseguenze. Lo sapeva anche Gorbaciov che tornò al Consiglio d’Europa nel 2009 e continuò a impegnarsi per quel governo mondiale che era anche nei sogni di Enrico Berlinguer. E per quella Europa dall’Atlantico agli Urali che volevano i pacifisti e Willy Brandt.

Come è andata lo scriviamo da quattro anni su Transform, con la nostra battaglia delle idee per un’altra Europa. Parlammo per l’anniversario dell”89 di una sorta di guerra dei 30 anni. Guerre militari ed economiche dichiarate dal neoliberalismo con la complicità dei nazionalismi. Che hanno smembrato la Jugoslavia, partecipato alle guerre mondiali a pezzi nelle varie parti del Mondo, reso più ingiusta e diseguale l’Europa. Prendemmo a riferimento lo speciale di Le Monde Diplomatique sugli effetti demografici di tutto questo. L’Est che perde 20 milioni di abitanti per riduzione di aspettativa di vita e natalità e per emigrazioni economiche. Sette milioni la sola Ucraina. E poi i dislivelli di reddito che sono cresciuti tra Stati, negli Stati, per età e genere. La politica sostituita dalla governance. L’ostpolitik dal consiglio di amministrazione di Gazprom.

E ora la guerra che rischia la deflagrazione, di mandare in pezzi la casa comune europea e il Mondo intero. La miseria delle classi dirigenti è di fronte a noi. Oligarchi della governance in overdose di potere e di denaro.

La sobrietà di Gorbaciov è lontana. Diciamo la verità: è stato tradito da tutti, in casa, in Europa, nel Mondo. Hanno preferito Yeltsin e ora si trovano Putin con cui si sono accompagnati per vent’anni condividendo l’oligarchia. Il “nemico” per loro nel socialismo reale non era il reale ma il socialismo

Ciò che può portarci fuori dalla cattiva strada non sta nei dominanti ma nei perseveranti, per usare una bella espressione di Maurizio Maggioni.

Ho in mente due belle cose di questi giorni. La vittoria dello Sinn Fein in Irlanda del Nord. Il debutto della Nuova Unione Popolare Ecologica e Sociale che corre per governare in Francia. Ho in mente il passaggio da Gerry Adams, leader di una Storia antica durissima e difficilissima, a Mary Lou Mac Donall con cui condivisi il Parlamento Europeo. Adams che presenta la legge per l’aborto presa dalla Fb, con gesto doppiamente simbolico e ora le donne che guidano il Sinn Fein e si spera una nuova Irlanda che contribuisce ad una nuova Europa. E Jean Luc Melenchon, il “vecchio” leader socialista, che risulta il più votato tra le giovani generazioni, che contribuisce ad una nuova Unione Popolare, rinverdendo una terminologia densa di Storia. E che ha in Manon Aubry, giovane copresidente della Left al Parlamento Europeo, un volto del futuro. Una Unione che propone la disobbedienza a ciò che dall’Europa lederebbe diritti, come nel caso delle pensioni. Di questo, di una riconnessione tra conflitti e riscrittura delle norme, abbiamo bisogno e non di Confederazioni geopolitiche atlantiste con governance a maggioranza di oligarchi e non di procedura democratica.

Radici che rifioriscono, perché non estirpate o recise.

Sognando un’altra Europa e un altro Mondo possibili.

11/05/2022 da https://transform-italia.it/gorbaciov-la-casa-comune-europea-che-hanno-preferito-incendiare

 

 

 

 

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PD: «La nuova classe dirigente...ha preferito essere, autoreferenziale e sorda»

partito democratico bandiera350 250di Giuseppe Sarracino* - In questi giorni ho ripensato alla foto scattata, nella sala dell’ultimo piano del Nazareno, a un gruppo numeroso di giovani dirigenti che festeggiava la vittoria del PD alle elezioni europee. Una vittoria che proiettava sulla vita politica italiana, una nuova generazione di dirigenti, frutto di quella che fu definita “campagna di rottamazione” lanciata da Matteo Renzi. Quel risultato storico, oltre il 40%, mai raggiunto da una forza politica del centrosinistra, fu il frutto di una speranza che il neo segretario aveva riacceso nell’animo di ben 11 milioni d’italiani. Senza alcun dubbio quel voto aveva sancito la nascita di una nuova classe dirigente del PD, nel modo di interpretare la politica, il partito e le riforme. Purtroppo i risultati elettorali e referendari che si sono succeduti dal 2014, non hanno premiato le aspettative della nuova politica intrapresa dal PD. Al contrario, tali risultati hanno mostrato tutta la debolezza dell’azione politica e delle attività di governo sia a livello locale che nazionale.

La nuova classe dirigente, invece di fare i conti in modo severo con quanto stava accadendo, ha preferito essere, autoreferenziale e sorda, rispetto ai conflitti e ai movimenti sorti anche in contrasto ad alcune scelte di governo. Non c’è mai una riflessione seria e autocritica, nemmeno dopo la sconfitta sul referendum del 4 dicembre. Stupide irrisioni, sono state fatte nei confronti di milioni di cittadini che hanno detto no alle trivelle. Oppure ad apostrofare come gufi coloro che la pensavano in modo diverso, tuttavia queste meravigliose creature notturne sono sempre state simbolo di grande saggezza. Sarebbe opportuno e doveroso che una classe dirigente, che giustamente ha rivendicato la vittoria del risultato delle elezioni Europee, allo stesso modo riconoscesse la sua sconfitta.

Certamente le ragioni, del risultato elettorale alle politiche, sono tante e hanno origini lontane, ma tale sconfitta non può non essere attribuita in primis a coloro che hanno diretto il partito in questi anni. Solo partendo da questa consapevolezza sarà possibile ricostruire il nuovo partito. Mi auguro che l’Assemblea Nazionale, più che indicare un nuovo segretario, cerchi di tracciare un percorso unitario, capace di condurre il partito verso una nuova stagione. Al paese serve una sinistra e un movimento progressista capace di proporre un’idea progettuale, un riformismo concreto e un nuovo spirito ideale. Occorre partire dai fondamentali, ripensando al partito quale soggetto politico che organizza una comunità di uomini e donne. In questi anni abbiamo avuto una gestione, con una predominanza del "leader”, portatore di una narrazione fino a forme estreme di partito-proprietà; una professionalizzazione della struttura di supporto del leader, organizzata in “staff”, piuttosto che in una segreteria politica. Si è assistito alla perdita di peso degli iscritti e dei loro organi e la dominanza degli eletti sulla dirigenza del partito. Certamente non si vuole negare la necessità e l’urgenza di una riforma del partito, di fronte alle profonde trasformazioni che sono avvenute nella società. Sarebbe quindi normale chiedersi che fine ha fatto la riforma Barca.

Occorre, quindi, ribaltare completamente questo modello di partito. Sarebbe un bene per tutti trasformare le correnti in aree culturali e di pensiero, piuttosto che in gruppi di potere, ripensare alle forme di finanziamento pubblico e privato, ma allo stesso tempo occorre affermare con forza che il partito deve essere sopratutto una comunità di persone con una testa e un’anima, capace di discutere, proporre e alla fine scegliere e non soltanto in occasione delle primarie. E’ tempo di chiedersi se il metodo di scelta dei dirigenti e del segretario debba continuare ad essere quello delle primarie aperte e non piuttosto riservarlo solo agli iscritti.

Il progetto politico rimane il punto vero di confronto non solo nel PD ma di tutte le forze del centrosinistra e progressiste. Il Mezzogiorno, il tema della povertà e delle disuguaglianze, della distribuzione della ricchezza e delle innovazioni, della sicurezza e accoglienza, devono essere le leve strategiche del programma di una forza riformista e progressista. Una nuova stagione d’investimenti pubblici e privati per rilanciare e riconvertire il paese verso politiche di sviluppo ecosostenibili. Gli italiani, i giovani, le donne vogliono proposte e soluzioni concrete, il nuovo centrosinistra deve essere in grado di rispondere a tali richieste. Infine occorre ripartire dal basso, dal territorio, dai i circoli i quali devono rappresentare la linfa vitale del nuovo corso. In questi anni soprattutto al Sud, i circoli si sono trasformati in comitati elettorali ad appannaggio di alcuni capibastone, chiusi per quasi tutto l’anno e pronti ad alzare le saracinesche durante le primarie o eventi elettorali. Costruire rapporti con il mondo dell’associazionismo e del volontariato su piattaforme locali, capaci di offrire soluzioni e prospettive sui temi della sicurezza, dell’ambiente, del lavoro deve essere l’impegno per i prossimi mesi.

I dati elettorali della provincia di Frosinone ribadiscono la netta sconfitta del PD, la vittoria del centro destra e la netta avanzata del movimento 5 stelle che diventano il primo partito. In questi giorni molti si sono cimentati in interessanti analisi sul voto in Ciociaria, sottolineando che il PD perde “per non avere avuto, se non del tutto perso, un suo rapporto stretto con parti della società non solo quelle più deboli, ma anche con un ceto impiegatizio, professionale, imprenditoriale”. Il partito democratico, da alcuni anni esprime il governo regionale del Lazio, l’Amministrazione Provinciale, importanti enti come ASI, SAF, inoltre autorevoli rappresentanti locali erano presenti in Parlamento, tutto questo non si è tradotto in proposte e progetti per il territorio. Ad una culturale di governo, si è preferita la gestione, spesso personale, per irrobustire la propria componente di appartenenza, o peggio congreghe familistiche e amicali. Alle regionali, in un momento di totale disfatta nazionale, Zingaretti è riuscito a riconfermare la sua elezione a Presidente, ottenendo oltre 1 milioni di voti , circa 300 mila voti in più rispetto a quanto il PD ha ottenuto per la Camera dei deputati nel Lazio. Le ragioni di questa controtendenza rispetto al voto politico, non sono casuali ma frutto almeno di tre fattori.

Il primo elemento riguarda la coerenza con la linea politica, dell'unità di tutte le forze del centrosinistra, il coinvolgimento dell’associazionismo e del volontariato, nonché uno stretto rapporto con sindaci di numerosi comuni della regione. Il secondo elemento, è rappresentato dal buon governo che ha caratterizzato il mandato elettorale in un periodo di forte crisi nazionale e internazionale. Infine Zingaretti è Zingaretti, ha preso da solo 152.314 voti. L’insieme di questi elementi si sono rilevati vincenti, anche se non mancano problemi circa la maggioranza in consiglio regionale. L’effetto Zingaretti si è riversato su tutte le provincie della regione, infatti, si è avuto un aumento di voti del PD alle regionali rispetto alle elezioni politiche. Anche a Frosinone a tal effetto ha provocato aumento un risultato migliore rispetto alle politiche. Ciò ha consentito le elezioni di ben due consiglieri, non sempre concordi sulla linea politica e strategica delle alleanze sostenuta da Zingaretti, ai quali vanno i sinceri auguri di un buon lavoro. Allo stesso tempo occorre evidenziare la grande abilità dei dirigenti locali nel gestire le preferenze, più che il partito, considerate le continue sconfitte che da anni il PD subisce in quasi tutti i comuni della Ciociaria.

Occorre essere consapevoli che solo con un partito diretto in modo unitario sarà possibile rigenerare la sinistra e costruire un nuovo polo progressista. Infine vorrei riprendere un tema che sta impegnando in questi giorni tutto il partito. Guai se in seguito alla netta sconfitta elettorale, il PD scegliesse di porsi ai margini della partita del governo del Paese, rifiutando ogni confronto con le forze politiche. In Italia non esiste più il sistema maggioritario, il quale indicava chiaramente i vincitori e gli sconfitti. La nuova legge elettorale, scritta dal capogruppo alla camera del PD, è quasi tutta proporzionale. Sarebbe invece il caso di far evolvere il pensiero adeguandolo al mutato quadro di riferimento. Indubbiamente l’elettorale ha messo il partito democratico in minoranza, ma ciò non vuol dire stare alla finestra e non esercitare nessun ruolo politico. Sarebbe più interessante esaltare il patrimonio di valori e di significati che esprime quel 18% di elettori, piuttosto che riproporre tatticismi o rivincite personali che non aiutano certamente il Partito Democratico.

*Giuseppe Sarracino
Direttivo Circolo PD - Frosinone

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