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Processo Valle del Sacco per disastro ambientale, ultimo atto?

AMBIENTE

 Comunicato Stampa Re.Tu.Va.Sa

valle del sacco 350 260Si è tenuta il 17 giugno 2022 presso la Corte di Appello di Roma l’udienza finale del secondo grado di giudizio per il disastro ambientale della Valle del Sacco che dopo il primo grado vedeva la condanna a due anni dell’ex direttore della Caffaro SRL di Colleferro e il risarcimento delle parti civili, tra cui anche la nostra associazione, nelle diverse misure.

Un processo travagliato passato anche in Corte Costituzionale e che dopo 13 anni dal suo inizio vede una conclusione che lascia l’amaro in bocca.

Oggi viene confermata la condanna ma il reato cade in prescrizione per decorrenza dei termini per effetto della legge ex Cirielli. Quindi nessun colpevole accertato giuridicamente e annullati i risarcimenti.

Resta in piedi la possibilità di un ricorso alla Cassazione che valuteremo leggendo le motivazioni di questa ultima sentenza che verranno prodotte entro i 90 giorni dal pronunciamento.

La Giustizia nel nostro territorio, come lo è stato per il processo sugli inceneritori di Colleferro, anche questa volta dimostra che per i reati ambientali non è uno strumento affidabile, favorendo chi nel tempo ha commesso reati e, a pensar male, chi nel tempo a venire ne commetterà ancora.

Un sentito ringraziamento va alle forze dell’ordine che hanno portato avanti il loro lavoro con professionalità, serietà e dovere sociale e agli avvocati di parte civile che hanno seguito i cittadini.

Questo come tanti altri simili procedimenti dovrebbero indurre la politica parlamentare a prendere provvedimenti sullo stato della Giustizia italiana e far sì che la prescrizione dei reati sia idonea alla gravità dei fatti, ma ci rendiamo conto che la mancanza di volontà associata all'incapacità e, nel caso specifico dei reati ambientali il conseguente favoritismo alle lobby industriali, non sono cosa semplice da risolvere.

Valle del Sacco, 20.06.2022

 

 

 

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Le ombre del processo di industrializzazione in Ciociaria

INDUSTRIALIZZAZIONE - VICENDE

Intervento al convegno di Supino del 23 Aprile 2022

di Angelino Loffredi
ExVideocolorSe iniziamo il giro partendo dall’estremità posta in territorio di Anagni per una ricognizione sullo stato esistente nell’interno del territorio dell’ASI, stando attenti a non cadere in buche e voragini che continuamente ci minacciano, incontreremo una lunga teoria di stabilimenti inattivi, un paesaggio spettrale dominato dal color ruggine. Se si chiede “Che ne è stato dell’industrializzazione esplosa alla fine degli anni sessanta e per tutti gli anni settanta”? La prima naturale risposta è: un fallimento
Sono consapevole che è una risposta troppo facile e semplice. Ritengo anche che una iniziativa come questa merita di più, preferisco pertanto riflettere sulla complessità di tale industrializzazione, sull’insieme del processo, sulle speranze che alimentò, guardare alle forze che lo guidarono, a chi si oppose e più in generale ai rapporti di forza fra le diverse visioni in campo.

Per avviare una serena e produttiva discussione allora da dove bisogna partire? Credo che un tema sovrasti tutti gli altri: l’apertura del Casello autostradale che collega Frosinone con Roma e con Capua, nel giugno del 1962. È questa realizzazione che apre la pagina dell’industrializzazione nella nostra provincia. All’indomani di questa opera nascono nuove idee, sollecitate da una continua ricerca sulle vocazioni produttive del nostro territorio.

E’ l’undici ottobre del 1963 quando si insedia l’assemblea del Consorzio per il Nucleo di Industrializzazione della Valle del Sacco. Nasce cosi lo strumento che porterà avanti operativamente la politica industriale della nostra zona.
Al Consorzio aderiscono i Comuni di Frosinone, Ceccano, Ferentino, Veroli, Patrica, Supino e l’Amministrazione Provinciale di Frosinone. Ne fanno parte con i propri rappresentanti anche la Camera di Commercio e l’ISVEIMER.
L’idea del Consorzio è dell’ingegnere Armando Vona, Sindaco di Frosinone. Proprio perché ne è l’ideatore e il principale animatore ne diventa, nell’aprile del 1964, il primo Presidente.
Il territorio interessato al processo di industrializzazione, in quel momento, è di 400 ettari. E un’area compresa in larghezza fra l’autostrada del Sole e il fiume Sacco ed in lunghezza fra il bosco Faito di Ceccano e le sorgenti di Mola dei Frati, presso il confine di Ferentino. È dunque un’entità geografica omogenea.

È una giornata memorabile, perché rappresenta il crocevia fra due epoche.
Le epoche di riferimento sono quelle caratterizzate dalle grandi lotte contadine, aventi al centro il superamento dei vari contratti agrari, di colonia e contro il Patto Verolano e per la proprietà della terra a chi la lavora. Sono periodi che vanno dalla fine della seconda guerra mondiale, attraversano gli anni 50 e arrivano fino all’approvazione delle leggi 327 del 1963 e della legge 607 del 1966 riguardanti appunto l’affrancazione delle terre. Sono lotte ed iniziative portate avanti con continuità, con grande spirito unitario, che coinvolgono anche le Istituzioni (Convegno promosso dalla Provincia di Frosinone, nel giugno del 1960).
Da una memoria elaborata dall’Alleanza contadini predisposta all’indomani dell’approvazione della legge 607 risulta che in provincia di Frosinone la superficie interessata a questo trasferimento era così ripartita: 40.000 ettari condotti in enfiteusi, 10.000 a colonia perpetua, 16.0000 condotti a colonia migliorataria ultratrentennale.
In questo periodo esiste una dualità di iniziative fra l’Alleanza Contadini ed il PCI. Sono lotte che ai protagonisti creano una coscienza di classe, determinano la formazione di nuclei dirigenti, oltre che l’aumento di voti al PCI nelle elezioni politiche del 1963 e del 1968. Merita di essere ricordato inoltre che è Angelo Compagnoni l’animatore e l’organizzatore di tali lotte, oltre che l’anello di congiunzione fra l’Alleanza Contadini e il PCI.
È importante sapere anche che l’estensione ed il radicamento del movimento non contribuì ad accrescere solo l’influenza di tali organizzazioni, ma anche il peso di Gerardo Gaibisso e della Coltivatori diretti nell’interno della stessa Democrazia Cristiana.

L’altra epoca è quella della nascente industrializzazione di cui stiamo discutendo.

L’aspetto deludente da rilevare riguarda il fatto che le due epoche non ebbero momenti di connessione. A tale riguardo esistono importanti aspetti da evidenziare. Il primo riguarda la mancanza di una nuova e adeguata politica agraria all’indomani della legge 607 del 1966. Nel periodo successivo le organizzazioni contadine furono impegnate solamente al passaggio della proprietà della terra dai concedenti ai contadini. Fu un periodo di grandi soddisfazioni ma i fatti successivi hanno dimostrato che non bastava diventare proprietari della terra. Tale conquista non doveva essere considerata un punto di arrivo, il terminale di una gloriosa storia, ma doveva invece precostituire l’avvio di una seconda fase. Era necessario mantenere attivo il movimento, dotarlo di una nuova elaborazione che avesse forza e volontà per chiedere un’adeguata politica agraria, mi riferisco ad interventi per moderne attrezzature, concimi, mangimi, oltre che individuare forme di cooperazione, una politica di trasformazione dei prodotti (industrializzare l’agricoltura) commercializzazione dei prodotti stessi, stabilire rapporti con le Istituzioni, mantenere e sollecitare iniziative dei partiti di riferimento.
Purtroppo tutto questo non avvenne.
L’affrancazione non portò ad una crescita, ad uno sviluppo della produzione agricola nel territorio, non pose le basi per un ulteriore sviluppo.
Ma l’aspetto più sconcertante è che non abbiamo a disposizione dati significativi riguardanti l’ammontare complessivo della superficie affrancata nel Frusinate ed in Italia, il numero dei contadini coinvolti e l’entità dei miglioramenti apportati successivamente nelle culture affrancate.

Io non le ho trovate! Metto nel conto che questo potrebbe essere un limite dalla mia ricerca ma anche lo stesso Angelo Compagnoni nel suo libro "Il Riscatto", pubblicato nel 1997, dopo 30 anni dalle leggi riguardanti l’affrancazione, riporta con un grande efficacia documentale le vicende, le lotte, i dibattiti accaduti nel periodo 1944-1966 ma non evidenzia momenti, dati statistici e sviluppi successivi.
Come dobbiamo considerare questo limite? Certamente con un occhio critico o autocritico.
Senza assumere ora atteggiamenti certamente facili, con il senno del poi, sottolineo che se ci fu un limite, e certamente ci fu, non riguardò solamente le iniziative dell’Alleanza Contadini e del PCI ma anche quelle della Coltivatori Diretti ed in particolare modo delle Istituzioni e dei partiti di governo.
Più che cercare facili bersagli da colpevolizzare mi sembra molto più importante evidenziare che tale mancata seconda fase si determina nel 1967-1968-1969 proprio nel momento in cui il processo d’industrializzazione è in pieno decollo.

Proseguo nella descrizione del succedersi degli avvenimenti: con il Decreto del Presidente della Repubblica del 5 maggio 1969 veniva riconosciuta la trasformazione da Nucleo ad Area. L’importanza non era dovuta al cambiamento della denominazione ma a qualcosa di più corposo e sostanziale. Non riguardava più, infatti, solamente l’iniziale adesione di 6 Amministrazioni comunali, ma la presenza di 36 Comuni, con tutto quello che di nuovo questo allargamento rappresentava.
Gran parte della Provincia oramai era coinvolta da questo grande fenomeno. Il 1969 mantiene, come l’anno precedente, il ritmo elevato degli insediamenti industriali ma in particolar modo è da ricordare come l’anno in cui si viene a sapere che la Fiat ha intenzione di creare un nuovo stabilimento nel Cassinate. Notizie imprecise, è vero, ma che anticipano un evento che sarà dirompente. Merita ancora di essere precisato che nell’interno di quello che oramai si deve chiamare «ex nucleo» la situazione alla fine del 1969 è la seguente: 25 industrie in funzione che occupano 6.000 addetti. Ma è ancora più significativo riportare che 17 industrie sono in costruzione con una previsione di occupazione di 1.500 addetti. Inoltre, sono programmate 52 industrie per altre 7.000 unità lavorative.

E’ il momento delle grandi attese e delle speranze. Si afferma il mito dell’industrializzazione, della modernità. E’ un pensiero vincente che non trova oppositori e nemmeno si evidenzia qualche dubbio.
Anche nella nostra provincia si manifesta quello che viene chiamato autunno caldo. Proseguiva la stagione della battaglia contro le gabbie salariale e per le pensioni. È un fenomeno che rompe la narcotizzazione perche spesso avvengono scioperi e si costituiscono Commissioni interne. Nel gennaio 1970 a Frosinone il PCI tiene la prima Conferenza operaia per esaminare la situazione scaturita dalle nuove realtà e stabilire nuovi contatti. Nel marzo del 1970 a ridosso dell’arrivo della FIAT la federazione del PCI di Frosinone organizza una iniziativa a Cassino. E’ una delle prime risposte ad una situazione che vede una crescita disordinata, senza regole non influenzata dal movimento operaio e dalle proposte del PCI. A giugno si tengono le elezioni per i Consigli Regionali a statuto ordinario.
Senza entrare nel merito di tutti questi passaggi ed avvenimenti una sintesi può essere rilevata. Nel momento stesso in cui il movimento contadino non mostra segnali di presenza e proposta, la crescita industriale è eccezionale. Tale situazione sarà determinante negli avvenimenti successivi
.
Velocemente intendo evidenziare quanto avveniva nell’interno del PCI. All’indomani dell’elezione a segretario di Ignazio Mazzoli il 9 gennaio 1971fca 350 min vengono presi provvedimenti organizzativi riguardanti l’Alleanza contadini, la CGIL e per lo stesso partito. Con nettezza il nuovo segretario pone l’obbiettivo che il partito dovrà essere un partito di operai e non più di contadini ma più in generale costituisce il tentativo per fronteggiare il mito dell’industrialismo e lo strapotere democristiano nella politica delle assunzioni. Sempre nel 1971 il PCI tiene Conferenze operaie ad Isola del Liri per esaminare la condizione dei cartai e in autunno con ad Anagni con Fernando di Giulio. A Ceccano si avvia una politica per la difesa dell’ambiente contro le porcilaie e per il risanamento del Sacco. Lo strumento è costituito dalla Tenda Rossa.

L’attenzione verso l’industrializzazione e il rapporto che il partito comunista deve tenere con essa, dunque, diventano continui e centrali. Questo è il periodo in cui viene realizzato il rafforzamento di quello che veniva chiamato Tessuto Democratico: CNA, Confesercenti, Lega delle Cooperative, ARCI. Viene posto inoltre l’obiettivo della creazione di organizzazioni di partito nell’interno dei posti di lavoro e con il passare del tempo si ottengono anche dei risultati (Fiat, Videocolor, Enel ecc). In questi anni per il PCI diventano chiari i limiti, ma sono anche sempre più crescenti i momenti di presenza, di proposta e legame con i cittadini

La linea del PCI sosteneva la necessità di saldare l'industrializzazione allo sviluppo dell'agricoltura. Questo obiettivo in quel periodo faceva parte della linea politica ma non fu vincente anche perché come è stato indicato non esisteva un movimento contadino che spingesse in tale direzione.
Infine c’è da ricordare che come strumento decisivo per la realizzazione delle infrastrutture nell’interno dell’Area venne creata la SAIF, una società a capitale maggioritario dell’Area industriale stessa. La Saif non faceva gare d’appalto per realizzare le opere. Le faceva direttamente. Francesco Battista, presidente del dell’Area Industriale era presidente anche della Saif. Il controllore era anche controllato. Se si considera che nell’interno dell’assemblea generale dell’ASI la DC aveva la maggioranza si può immaginare la mancanza di trasparenza e l’inesistenza di un confronto.

La politica dell’industrializzazione non ebbe mai una sede istituzionale, non ci fu mai un luogo dove decidere. Era nel Direttivo dell’ASI che si decideva. Un Direttivo nel quale tutte le forze del centro sinistra esclusero la partecipazione della componente comunista.
Le posizioni dunque si confrontavano, raramente, solo nelle piazze. Un momento di vero e proprio confronto lo avemmo solo in Consiglio Provinciale nella seduta del 3 maggio 1973. L’ordine del giorno era impegnativo "Assetto territoriale regionale e provinciale ed i problemi ad esso connessi". In tale seduta, legata anche all’approvazione del Piano Regolatore dell’Area Industriale da parte della Regione Lazio, noi del PCI sostenevamo d’accordo con il PSI, il PRI e la Regione Lazio, la riduzione di 1.000 ettari da destinare all’industria a favore dell’agricoltura e di interventi ad essa collegati. In quella occasione non ci limitammo solo a questo perché ponemmo la necessità che lo sviluppo industriale non avesse una linea verticale ma anche orizzontale supportato da assetti viari che dal Tirreno arrivassero all’Adriatico, a cominciare dalla realizzazione della Sora-Frosinone. Chiedevamo interventi per modernizzare l’agricoltura con una moderna politica di trasformazione e conservazione dei prodotti e la realizzazione del Mercato ortofrutticolo a Fondi. Volevamo l’istituzione delle Università di Cassino, Tor Vergata e della Tuscia. La nascita di comparto elettronico sulla Tiburtina. Il potenziamento dell’ospedale di Cassino. Inoltre con forza chiedevamo di scongiurare l’inurbamento attorno a Piedimonte San Germano, richiesto dalla Fiat. Al contrario noi chiedevamo la realizzazione di Case Popolari nei paesi da dove venivano gli operai, a cominciare dalla Valle di Comino e una politica per il trasporto pubblico attraverso la realizzazione di un Consorzio regionale.

Termino questa breve spero utile illustrazione ricordando che l’assassinio di Moro nel maggio 1978 riportò indietro gli assetti politici. Ma questa è un’altra, più inquietante storia.

 

Il video della presentazione

 

 

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Per un processo collettivo ampio, condiviso, partecipato

IL CAPOLUOGO

Le elezioni amministrative di Frosinone e l'area progressista

di Possibile Frosinone*
Possibile logo 350 260Le elezioni amministrative di Frosinone sono alle porte e stiamo assistendo ad una serie di movimenti nell’arco dell’area progressista e del centrosinistra. Una dinamicità che non è necessariamente negativa e che anzi testimonia la volontà di confronto per verificare le possibilità di una coalizione unitaria. Un’esplorazione alla quale non ci siamo sottratti e che abbiamo auspicato seppur con la chiarezza che ci ha sempre contraddistinti come Possibile.

La nostra posizione è quella di un confronto sui temi, sulle prospettive future, sul progetto che a 360 gradi si può mettere in campo per un’alternativa reale a dieci anni di amministrazione di centrodestra. A partire da i temi su cui ci siamo battuti da sempre come no nuovo consumo di suolo, rigenerazione urbana, sostenibilità e recupero ambientale, rilancio dei servizi sociali, recupero dei beni culturali, artistici e storici, solo per citarne alcuni. Accanto a questo, da subito abbiamo chiesto a tutti i partiti di area che la discussione fosse realmente aperta e collettiva, capace di includere non solo i partiti ma anche le liste civiche, i consiglieri d’opposizione, movimenti e associazioni come anche le rappresentanze giovanili, partitiche ma anche studentesche.

Al cosiddetto “tavolo del csx” abbiamo presentato queste nostre posizioni con estrema chiarezza e nel rispetto della legittimità di tutte le parti in causa. Allo stesso modo abbiamo espresso le nostre perplessità in merito ad un’accelerazione dello stesso tavolo col quale, seppur condividendo lo spirito generale di ricostituzione di un’area, non ci troviamo d’accordo su alcune metodologie e percorsi in atto. Ad esempio su come costruire l’ipotetica coalizione, riflessione che, secondo noi, andrebbe portata avanti sulla base di una visione comune e non su un principio, quello dell’unità, che da solo e in quanto tale non ci sembra in alcun modo sufficiente.

Proprio per questo continuiamo a ritenere fondamentale che per Frosinone 2022 ci sia un processo democratico e partecipato che chiami a raccolta tutte le componenti che in questi anni hanno fatto opposizione all’amministrazione, dentro e fuori il consiglio, per costruire assieme un progetto politico che sia credibile e riconoscibile dalle cittadine e dai cittadini. Non possiamo pensare che una discussione tutta interna ai partiti sia sufficiente. Dobbiamo aprirci, ascoltare, progettare con tutte le realtà che vivono la città. A partire dai problemi, provando, insieme, a immaginare delle risposte chiare, concrete, condivisibili.

Per tutti questi motivi il nostro modello resta quello di Frosinone In Comune con Stefano Pizzutelli e da quello intendiamo ripartire anche nelle relazioni e nell’esplorazione delle condizioni per una coalizione ampia, plurale, progressista, ecologista, femminista, attenta ai diritti che trovi una propria legittimazione anche attraverso delle primarie di coalizione. Riteniamo, infatti, che le primarie possano essere uno strumento utile e necessario di apertura e contaminazione con la cittadinanza capace, inoltre, di assicurare dignità a tutte le proposte politiche e programmatiche che decidono di stare insieme in un fronte progressista.

Su queste basi intendiamo procedere, come già stiamo facendo da diversi mesi, con un confronto chiaro e schietto . Un confronto avviato anche con il Partito Democratico, al quale chiediamo se è interessato a percorrere questa strada, per fare in modo che si possa dare avvio congiuntamente a questo percorso programmatico di cui la città di Frosinone ha grande ed urgente bisogno.

*Anna Rosa Frate
Portavoce Possibile Frosinone
*Gianmarco Capogna
Comitato Scientifico Nazionale di Possibile
Portavoce Possibile LGBTI+

 

 

 

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Il Processo

I LIBRI DI ROSSANA

Fa pensare alla vicenda di Patrick Zaki e alla continua e inspiegabile detenzione

di Rossana Germani
il processo FranzKafka copertina ritaglio 350 RusconiLibri minIl Processo, arrivato a noi grazie a Max Brod, amico dell'autore, che ignorò fortunatamente una disposizione testamentaria in cui Kafka imponeva la distruzione dei suoi manoscritti, è un capolavoro inquietante che ci rivela il turbamento psichico di una vittima innocente. Pubblicato postumo nel 1925, Il Processo rappresenta l'assurda condizione esistenziale del protagonista Josef K. che si trova d'improvviso in una trappola giudiziaria senza aver commesso alcuna colpa e senza ricevere alcuna spiegazione perché spiegazione non c’è. “d’altra parte però la cosa non può essere di troppa importanza. Lo deduco dal fatto che mi si accusa, senza che io sappia la minima colpa di cui mi si potrebbe accusare. Ma anche questo è di ordine secondario: la questione principale è: Di che cosa sono accusato? Qual è il tribunale che ha in mano la mia pratica? E voi altri, siete impiegati? Nessuno porta l’uniforme….”

Kafka ha una maniera ultrarealistica di raccontare cose che potremmo definire “cose dell’altro mondo" che però avvengono e avranno effetti in questo mondo. Fin dalla prima pagina si assiste ad una vicenda assurda, incomprensibile sia al protagonista che al lettore che vive la sua stessa angoscia e impotenza. Il tutto in un avvicendarsi di situazioni e luoghi come se sia il protagonista che il lettore si trovassero all'interno di un incubo materializzato, vissuto realmente da entrambi. In quel corridoio che si fa sempre più cupo e angosciante, il lettore spera ci sia la porta della salvezza per il protagonista, unica persona “normale" in quell’assurda vicenda.

Dalle origini ebraiche, l'autore sembra quasi aver avuto una sorta di veggenza su quello che pochi anni dopo hanno subito glipatrick george zaky 350 AmnestyInternazional min ebrei con l’Olocausto, causa di milioni di morti inspiegabili, di cui né loro né i loro carnefici hanno mai compreso il motivo.
Il protagonista viene accompagnato passo passo dai suoi custodi che nella loro garbata prigionia lo seguiranno fino all'epilogo della vicenda. È un libro che lascia il segno, difficile da dimenticare e da rileggere ma va letto almeno una volta per apprezzare la genialità dell’autore. L'ho ripreso dopo molti anni poiché ricordavo il senso di angoscia e di turbamento che mi lasciò e devo dire che stesso senso ma ancor più motivato mi ha lasciato ora.

Questo perché mi fa pensare alla vicenda di Patrick Zaki e la continua e inspiegabile detenzione portata avanti di 45 giorni in 45 giorni senza un’accusa precisa e senza un motivo preciso e dunque senza un reato preciso contestato. La differenza è chiara ed è inutile rimarcarla.

 

 

Rossana Germani fa parte della redazione di CiesseMagazine e per essa cura anche la rubrica di cultura, libri e poesia.
già pubblicato su CiesseMagazine

 

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Il processo a Mimmo Lucano

IL FUORILEGGE

7 anni e 11 mesi: questo è la condanna chiesta dal PM di Locri

di Rossana Germani
MimmoLucano 350 min7 anni e 11 mesi: questo è quanto ha chiesto la pubblica accusa di Locri come condanna per Mimmo Lucano, imputandogli una serie infinita di reati molti dei quali Mimmo dice che sono stati pensati in un secondo momento, dopo che la difesa aveva smontato i primi.

È un elenco impressionante: associazione a delinquere, peculato, concussione, abuso d’ufficio, turbativa d’asta, truffa, falsità ideologica e, naturalmente, favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Tutte accuse, queste, dalle quali Mimmo sta cercando, con i suoi legali Giuliano Pisapia e Andrea Daqua di uscirne fuori innocente.
Al termine della requisitoria del processo “Xenia” ecco le dichiarazioni dei suoi legali che non condividono le argomentazioni del pm: […] «riteniamo che il dato emerso dall'istruttoria dibattimentale recepito dalla pubblica accusa diverga, e di molto, da quello che abbiamo recepito noi. Gli esempi sarebbero numerosi ma, in questa sede, basti considerare la testimonianza del Ruga ritenuta, ancora, attendibile dall'ufficio di procura nonostante quanto emerso in udienza nel corso della deposizione del teste. Non condividiamo, dunque, le argomentazioni e conclusioni della pubblica accusa che contesteremo sulla base di quanto emerso, anche documentalmente, nel corso del dibattimento».

Una vicenda che è iniziata cinque anni fa, anni durante i quali si sono susseguiti pronunciamenti contrastanti, da parte di diversiMimmoLucano copertina 350 min giudici del Riesame e della Cassazione.
«Tra le contestazioni che mi sono state mosse dalla Procura di Locri – afferma Mimmo riguardo la raccolta differenziata che ha pensato di far fare con gli asini visto i vicoli stretti e ripidi di Riace - c'era l’affidamento diretto alle due cooperative, che non erano registrate nell'albo regionale». Queste cooperative erano costituite dalle persone più povere del paese. Dunque, come già fatto sul fronte dell'accoglienza e dell'artigianato, anche dai rifiuti Mimmo fece nascere lavoro.
«Il sistema è stato smantellato e le persone coinvolte hanno perso il lavoro. Nell'aprile del 2019 la Cassazione ha smontato l'impianto accusatorio, annullando con rinvio l'ordinanza che mi aveva esiliato. Per la Suprema corte le irregolarità nell'assegnazione degli appalti non sussistevano, perché secondo la legge è previsto l’affidamento diretto a favore di cooperative sociali finalizzate all'inserimento lavorativo delle persone svantaggiate, a condizione che gli importi del servizio siano inferiori alla soglia comunitaria. Inoltre la Cassazione aveva individuato che “il riferimento alla presenza di interferenze o opacità” era “generico” e che le argomentazioni a sostegno della presunta irregolarità dell'appalto erano “contraddittorie” e “illogicamente formulate”. La stessa Suprema corte non ha individuato indizi di comportamenti fraudolenti nell'assegnazione del servizio alle due cooperative sociali…»
Anche l'accusa di aver sottratto con frode, per fini privati, fondi per milioni di euro, senza alcuna dimostrazione, pare sia stata abbandonata.

È stato accusato di aver aiutato i bisognosi violando la legge non per necessità impellenti ma per fini elettorali. Cosa anche questa smentita dai fatti. Mimmo, infatti, solo adesso è in corsa in una lista regionale guidata da De Magistris, e il pubblico ministero ha però portato la notizia alla Corte per cercare di dimostrare la sua accusa ma è chiaro che Lucano non ha presentato alcuna candidatura in passato durante il suo operato a Riace.

Lucano - che non era presente in aula – commenta la richiesta del pm, Michele Permunian, amareggiato: «Alcune accuse sono completamente inventate. Il profilo che hanno tratteggiato non corrisponde al mio. Non sono io quello che vogliono fare passare. Per me la politica è un ideale. Io ho solo creduto in un ideale. Ogni passo che ho fatto ha avuto queste motivazioni, per il riscatto delle persone che arrivano a Riace. La Procura insiste che io ho avuto motivazioni politiche legate a candidature. Quello che non dice il pm è che io non mi sono mai candidato se non al Comune di Riace rifiutando proposte come quella al Parlamento europeo, alle politiche e alle regionali. All’inizio mi hanno accusato di aver fatto sparire milioni di euro, poi il teorema della Procura è cambiato perché il dibattimento ha dimostrato che non era vero e così hanno ripiegato su motivazioni politiche inesistenti».

Mimmo ha sempre sostenuto che questo sia un processo politico.
Dal nulla ha creato un sistema di accoglienza ed integrazione unico che ha portato un grande vantaggio anche al suo paese ormai morto. Poi, a qualcuno ha dato fastidio, come lui stesso ha detto più volte, e allora è partita la macchina demolitrice. E ora si chiede una condanna esagerata.

Se anche ci fossero state alcune irregolarità nella gestione dell'accoglienza, l'accusa avrebbe potuto chiedere una sanzione simbolica riconoscendogli le attenuanti considerato anche il fatto che il modello Riace e stato lodato e osannato in tutto il mondo. E anche nella sentenza del giugno del 2020 il Consiglio di Stato – confermando la decisione del Tar del maggio del 2019 che aveva annullato il provvedimento dell'allora ministro Salvini del 2018 con il quale era stato impedito a Riace di partecipare ai nuovi progetti Sprar – si legge: «Che il modello Riace fosse assolutamente encomiabile negli intenti e anche negli esiti del processo di integrazione è circostanza che traspare anche dai più critici tra i monitoraggi compiuti».

Tra le sue colpe ad esempio, c’è quella di aver rilasciato nel 2016 la carta d’identità a due persone che – secondo la Procura – non ne avevano diritto.
«Si trattava di una madre Eritrea col suo bambino […] Al loro arrivo, il piccolo aveva solo sette giorni. Furono inseriti in uno dei progetti di accoglienza a Riace, ottenendo la casa e i bonus sociali in quanto beneficiari dei servizi di accoglienza ed assistenza. L'8 agosto ai due venne rilasciato il certificato di residenza, proprio perché inseriti nell'elenco anagrafico dei residenti del Comune di Riace. I fatti che mi vengono contestati dalla Procura di Reggio Calabria risalgono a poche settimane dopo, al settembre del 2016, quando, nel mio ruolo di sindaco, avevo effettivamente rilasciato due carte di identità alla donna eritrea e a suo figlio, di soli quattro mesi. Fu l’assistente sociale a venire a chiedere in Comune il documento per entrambi e lo ritenevo corretto sia perché i due avevano già seguito la procedura di inserimento, sia perché il piccolo aveva bisogno in tempi rapidi di una tessera sanitaria per poter essere visitato da un pediatra. Aveva seri problemi di salute e, se la carta di identità era necessaria per permettergli di iniziare al più presto un percorso di cure, non avrei esitato un istante a rilasciarla. Eppure, mi viene contestato il reato di falsa attestazione, secondo l'articolo 480 del codice penale, in quanto, in qualità di sindaco, rilasciavo alla madre e al bambino di quattro mesi, la carta d’identità senza permesso di soggiorno. Un equivoco giuridico che, a mio avviso, si pone in evidente contrasto con i principi costituzionali e con i diritti umani».

Mimmo Lucano è stato il sindaco di Riace dal 2004 al 2018, quando è stato sospeso in seguito all'arresto il 2 ottobre. Nel 2010 gli è stato riconosciuto il terzo posto nella classifica internazionale World Mayor e nel 2016 è entrato nella Top 50 di “Fortune". Ha creato il Modello Riace, che ha ricevuto importanti riconoscimenti internazionali, tra cui il premio per la Pace e i Diritti umani di Berna.
È bene ricordare che al suo posto, nel settembre del 2019 ad occupare il titolo di primo cittadino di Riace arrivò un ineleggibile sindaco leghista. Tra i primi atti che fece, rimosse la scritta “paese dell’accoglienza” dalla targa di benvenuto all’ingresso del paese, rimosse il cartello dedicato Peppino Impastato, aumentò la propria indennità in piena emergenza Covid, e fece vari atti intollerabili come togliere arbitrariamente le utenze dalla casa occupata da una donna e ai suoi due bambini.
In questo link troverete l’intervista in cui Mimmo ci racconta la sua vita e la persecuzione politica attuata nei suoi confronti:  https://sardinecreative.wordpress.com/2020/04/22/intervista-a-mimmo-lucano/ 

«Non riesco ad immaginare quando verrà scritta la parola fine a tutta questa storia. A volte mi chiedo: ma cosa ho fatto? Perché l'ho fatto? Non è una risposta facile. Non c’è una sola risposta. Forse la casualità, le persone che hanno attraversato il mare in una disperata ricerca di salvezza e che sono arrivate qui da noi. Il vento ha scritto la mia storia».

Ringraziamo Mimmo Lucano per la sua disponibilità. Alcune delle sue dichiarazioni sono tratte dal suo libro “Il Fuorilegge" – la lunga battaglia di un uomo solo.

 

Questo articolo è pubblicato in contemporanea su sardinecreative.wordpress.com e su unoetre.it
Rossana Germani fa parte della redazione di CiesseMagazine e per essa cura anche la rubrica di cultura, libri e poesia.

 

 

 

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Processo Valle del Sacco: la giustizia ci delude, ma non ferma la nostra lotta

Inquinamento della Valle del Sacco

retuvasa logoCon buona probabilità il processo sull'inquinamento della Valle del Sacco vedrà il suo primo epilogo con la lettura della sentenza di primo grado il giorno 16 luglio 2020 alle ore 11,30 presso il tribunale di Velletri. Diciamo con buona probabilità perché il procedimento ci ha già riservato risvolti negativi che ne hanno determinato l'allungamento dei tempi.

Come Retuvasa, alla prima esperienza nelle pratiche di giustizia in materia ambientale, salutavamo l'avvio del procedimento penale nel 2009 con la speranza che "finalmente può essere che qualcuno venga condannato". Ben presto però abbiamo dovuto assistere alle rituali manfrine procedurali, tra difetti di notifiche, tentativi di estromissione delle parti civili, lungaggini per la fissazione delle udienze, passando per un cambio di giudice e rimando decisionale sui termini di prescrizione alla Corte Costituzionale.

D'altra parte ricordiamo bene anche il caso del processo inceneritori di Colleferro -26 indagati e 9 aziende- caduto in prescrizione in modo vergognoso per essere incappato negli errori madornali dei tribunali che hanno seguito il procedimento: se non fossimo determinati a lottare con tutti i mezzi a disposizione verrebbe meno la volontà di denunciare i misfatti ambientali.

Ora dopo l'emergenza Covid-19 che di fatto ha bloccato la semplice lettura della sentenza, si torna in aula nella speranza che questa volta si arrivi a una conclusione, tenendo sempre presente che, in caso di condanna, l'unica consolazione è che i risarcimenti in sede civile avranno un loro corso indipendente a differenza di quello penale che quasi certamente non arriverà in appello. Ad Enti, Associazioni, Cittadini contaminati resterà la speranza -col beneficio del dubbio sulle possibilità economiche degli eventuali condannati- di poter essere in qualche modo risarciti del danno subito.

Certamente scamperà alla sanzione penale o condanna in carcere che dir si voglia, chi ha procurato danni irreversibili all'ambiente, alla salute e all'economia di un territorio vasto per il cui recupero occorrerà mettere in campo ingenti risorse pubbliche.

Questa esito deludente sul piano penale non fermerà la nostra volontà, la volontà dei tanti cittadini della Valle del Sacco di conoscere fino in fondo le responsabilità del disastro ambientale che ha colpito il nostro territorio, di controllare con tutti i mezzi disponibili le conseguenze sulla nostra salute, di lottare per una trasformazione radicale del modello di sviluppo. Abbiamo conquistato e condiviso uno straordinario patrimonio di conoscenze, una grande capacità di lotta e di organizzazione con cui siamo determinati a costruire un futuro sotto il segno della giustizia sociale ed ambientale.

Valle del Sacco, 18 giugno 2020

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Discarica Colleferro: processo non ancora chiuso

comitatoresidenticolleferro 350 260di Ina Camilli - Un segnale unanime di rispetto verso la famiglia e di silenzio sulle circostanze che hanno accompagnato i giorni della tragedia di Giuseppe Sinibaldi, deceduto tragicamente nella discarica di Colleferro. Tra lo sbigottimento generale attendiamo che gli avvenimenti vengano chiariti, ma quella discarica è andata oltre i tradimenti, gli inganni, le illegalità e si è trasformata in un maledetto luogo di incubo.

Una vita non facile quella di colle Fagiolara, che da luglio a dicembre 2019 è stata precettata per fronteggiare l’emergenza rifiuti e accoglierne 1.150 tonnellate al giorno, un quantitativo superiore a quello autorizzato. Il gestore del sito non ha avuto il tempo, fino a sabato 8 novembre, ultimo giorno in vita di Sinibaldi, di sanare inosservanze pregresse e di adeguare l’impianto sotto il profilo dei rischi e della sicurezza. Chiusa alcuni giorni dopo il decesso di Sinibaldi, oggi l’Autorità competente ha disposto nuovamente la chiusura, fino a data da destinarsi per permettere le verifiche richieste.

Di questo parleremo quando avremo acquisito il verbale di accertamento della Asl Rm 5 al termine delle indagini di polizia giudiziaria e agiremo non per colpire i colpevoli, se ve ne saranno, ma per conoscere le cause e le responsabilità che hanno determinato l’accaduto, in un contesto lavorativo caratterizzato da larghi strati di irregolarità. La Magistratura dirà se hanno interessato anche il personale che vi lavora.

A proposito di Magistratura, venerdì 15 novembre siamo tornati al Tribunale di Velletri per una nuova udienza. Le ipotesi di reato, consumati nel 2014 all'interno di colle Fagiolara e denunciati da questo Comitato, riguardano la propagazione incontrollata di miasmi nocivi e l’attività abusiva di trasferenza di rifiuti non differenziati (codice CER 200301), la mancata annotazione degli ingenti quantitativi nel registro di carico/scarico e il mancato trattamento dei rifiuti presso uno stabilimento, allo scopo di lucrare sulla tariffa e conseguire un ingiusto profitto.

Tale condotta ha compromesso – e continua a compromettere – il benessere dei cittadini che hanno subìto per anni odori nauseabondi. I miasmi hanno superato – e superano - i limiti della normale tollerabilità, cagionando quotidianamente gravi malesseri agli abitanti.
Il prossimo 6 dicembre il processo penale sui danni ambientali e alla salute dovuti alle emissioni odorigene si concluderà, dopo 5 anni, con la prevedibile dichiarazione del Tribunale di non doversi procedere per intervenuta prescrizione (ex legge Cirielli). In attesa di conoscere le motivazioni della emananda sentenza rimangono indelebili le contestazione contenute nel capo d'imputazione nei confronti della dirigenza di Lazio Ambiente spa. La prescrizione impedirà di perseguire penalmente i presunti autori del reato ma getta un'ombra sinistra nella conduzione dell'Ente regionale.
Il secondo filone del processo penale riguarda oltre alla suddetta società anche i titolari di alcune imprese di trasporto per aver svolto attività abusiva di trasferenza e stoccaggio non autorizzato di rifiuti. La prossima udienza è fissata per marzo 2020.

A fine anno colle Fagiolara chiude e il Comune di Colleferro ha già deciso la data e il luogo del festeggiamento, 8 gennaio 2020, Istituto IPIA. Non è una indicazione, ma un fatto “politico” certo, almeno a sentire i Sindaci di Colleferro e Paliano.
Fino a questo momento però non ci sono riscontri amministrativi: il piano di chiusura e il piano di gestione post mortem non sono stati approvati con un atto formale. La loro adozione avviene attraverso alcuni passaggi tecnici nell’ambito di un procedimento che prevede la convocazione di vari Enti e Autorità in Conferenza di servizi. E’ un rito obbligatorio dove acquisire pareri, intese, nulla osta da parte delle diverse Amministrazioni pubbliche e che ad oggi non è stata né convocata né sollecitata.
E’ possibile che il provvedimento regionale di chiusura venga adottato nei prossimi giorni, comunque entro dicembre, ma al momento non è stato pubblicato ed è bene chiarire che una cosa è chiudere una discarica, altra cosa è piantare un albero! Un grossolano equivoco di cui si è reso protagonista il Sindaco di Colleferro, Sanna.

Non sappiamo se l’atto per la chiusura è in itinere perché l’Amministrazione non “concede” informazioni (salvo quella orientata dalla stessa Amministrazione) alla cittadinanza, che soffre molto la mancanza di confronto e trasparenza.
Sentiamo la necessità di un Osservatorio ambientale, una Consulta, un Forum, dove discutere pubblicamente dei problemi della città, ma né il Sindaco Sanna, né l’Assessore all’Ambiente Calamita lo vogliono e non accettano di confrontarsi con i residenti dissenzienti. Non vogliono rispondere alle nostre legittime preoccupazioni che mirano a fare pressione affinchè la chiusura di colle Fagiolara sia garantita dalla individuazione di un sito alternativo, disponibile dal 1 gennaio 2020, dalle fideiussioni e dai fondi post mortem.

Non sono di alcuna valenza le blande osservazioni al nuovo Piano rifiuti regionale del Comune di Colleferro. Il Sindaco Sanna e l’assessore Calamita si sono limitati a rilevare che colle Fagiolara non avrà volumetrie residue a fine anno, senza allegare una relazione tecnica sullo stato di stabilità dei pendii, un rapporto sanitario sulle conseguenze degli odori mefitici sulle condizioni di vita dei residenti, uno studio sullo stato di contaminazione delle falde acquifere e sulla presenza del percolato interno al sito.
Le osservazioni non contengono nemmeno la richiesta di riformulare quel passaggio del piano rifiuti, che contiene la mera indicazione che la discarica “dovrà” chiudere entro il 31 dicembre 2019 (pag 114). L’esperienza negativa del passato, le prevaricazioni, le incursioni nei territori limitrofi e la criticità dell’emergenza rifiuti richiedono tutele rafforzate e durature per impedire o almeno ostacolare ripensamenti dell’ultimo momento, sempre possibili.

Il Comune di Colleferro deve chiedere di inserire nel piano rifiuti la data esatta di chiusura del sito, l’ammontare del post mortem, il soggetto gestore del piano di chiusura e del post mortem, i tempi per l’adozione dei provvedimenti amministrativi, stante la vendita e/o la dismissione della partecipata regionale, e il presumibile scenario per Colleferro e per i Comuni del comprensorio dal 1 gennaio 2020 (come da nostre osservazioni presentate in Regione al piano rifiuti).
Il puro riferimento alle volumetrie residue dimostra chiaramente che il Comune non si vuole contrapporre alla Regione, rimettendo alla sua discrezionalità o di altre autorità se chiudere o tenere aperta la discarica, con l’ennesima proroga o il ricorso al commissariamento.

Il Comune non ha prodotto osservazioni sostanziali, con ciò pregiudicando la certezza stessa della chiusura della discarica e ci intrattiene con il più inflazionato corredo linguistico di “Città Verde”, che continua a produrre armi e cemento con scarti di rifiuti industriali, dove il cartello di “Capitale europea dello spazio” è collocato proprio al bivio di via Palianese, che conduce alla discarica.

Colleferro è stata e sarà “la città della monnezza” perché lo vogliono anche molti Sindaci della valle del Sacco che non hanno mai preso una iniziativa seria, in quell’ozioso Tavolo di coordinamento per la salute e l’ambiente, contro lo sfruttamento della valle del Sacco e il compound industriale, che porterà ogni anno nella “Città della cultura” almeno 500 mila tonnellate di rifiuti.
Respingiamo infine con fermezza e prendiamo le distanze da qualsiasi ipotesi di nuovi insediamenti industriali dedicati al trattamento dei rifiuti – leggasi consorzio Minerva - o di ripresa delle attività di incenerimento a Colleferro e nella valle del Sacco. I fattori di pressione ambientale e i rischi sanitari connessi all’inquinamento hanno raggiunto livelli di allarme di dimensione nazionale, che solo amministratori irresponsabili possono ignorare.

*Ina Camilli
Rappresentante Comitato residenti Colleferro

Colleferro, 20.11.2019

Contrada Fontana degli Angeli
00034 Colleferro – Roma

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Colleferro, chiuso il processo sugli inceneritori

comitatoresidenticolleferro 350 260di Ina Camilli (allegato) - La Regione Lazio ha disposto nel 2018 la dismissione degli inceneritori “gemelli” di Colleferro e la loro sostituzione con un compound industriale da 500.000 tonnellate l’anno per il trattamento degli scarti dei TMB di Roma e di tutta la Regione.

Invece, nell’udienza avanti al Consiglio di Stato del 30 maggio u.s., la stessa Regione, la società Lazio Ambiente spa (gestore degli impianti) e il Ministero dell’Ambiente e Tutela del Territorio e del Mare non hanno fatto un passo indietro e, attraverso i loro legali, hanno chiesto che il Collegio si pronunci a favore della validità dell’AIA, l’Autorizzazione Integrata Ambientale, che consente l’esercizio degli impianti.

Nella lunga udienza di ieri la Regione Lazio aveva chiesto un rinvio per consentire a Lazio Ambiente spa di presentare il progetto di riconversione industriale, rinvio che non è stato concesso, in quanto l’AIA è stata riteneva scaduta. Secondo la Regione, invece, l’autorizzazione non è scaduta poiché l’apertura del procedimento di riesame, ora sospeso, l’ha tenuta in vita.

Questa è la situazione su cui il Consiglio di Stato deve decidere: gli inceneritori sono in fermo tecnico, l’autorizzazione potrebbe essere vigente o scaduta, molte delle prescrizioni del 2009 sulla loro gestione non sono ottemperate, la società non ha presentato il progetto di riconversione industriale e non si sa se ha intenzione di farlo.

La causa è stata trattenuta in decisione, che conosceremo tra circa 2 mesi.

All’AIA Lazio Ambiente spa non ha mai rinunciato e tantomeno lo ha fatto la Regione che non l’ha ritirata o revocata, lasciando aperto l’iter per il suo rinnovo tutt’ora pendente (http://www.regione.lazio.it/rl_rifiuti/?vw=contenutiDettaglio&cat=1&id=135).

Nel gennaio del 2016 la Regione ha avviato l’iter per il riesame e rinnovo dell’AIA che, nel frattempo, l’8 maggio scorso, è scaduta, e in Aula ha sostenuto che il procedimento resta aperto e che l’autorizzazione è valida.
E dunque, per noi, non è affatto cessata la materia del contendere e non è venuto meno l’interesse a concludere il processo con una sentenza che dichiari illegittima l’AIA degli inceneritori, di cui vogliamo scongiurare un qualsiasi futuro, già compromesso dal Consorzio Minerva e dal Polo Logistico di Amazon.

Se gli inceneritori non sono stati sottoposti al revamping (dopo lunghe e dure proteste), se sono tuttora spenti, se sono stati parzialmente smantellati, se è stata decisa la loro sostituzione con altro impianto, perché la Pisana insiste nel sostenere la validità dell’AIA? Perché non revoca l’autorizzazione e chiude l’iter amministrativo? Perchè Lazio Ambiente spa non rinuncia all’AIA?
I motivi sono diversi e palesano le contraddizioni e l’ipocrisia politica che permea tutta la vicenda.

Primo motivo: la società Lazio Ambiente spa è in vendita (vedi l’art. 21, commi 2 e 3, L.R. stabilità 2019, 28.12.2018, n. 13) e la Giunta regionale deve espletare la procedura di dismissione della totalità delle sue azioni entro la fine del 2019; gli inceneritori, se accompagnati da una nuova autorizzazione decennale, hanno un peso economico che determina il prezzo di vendita della società, senza la quale il valore è quasi nullo. Se è vero che la quotazione dell’azienda è determinato dalla vigenza dell’AIA, è presumibile che l’acquirente non vorrà rinunciare all’esercizio degli inceneritori.

Secondo motivo: la Giunta deve definire gli indirizzi per predisporre il progetto di riconversione industriale da parte di Lazio Ambiente spa, salvaguardando gli attuali livelli occupazionali (ad oggi il personale continua ad essere privo di indirizzi e garanzie). Del progetto del compound da 500.000 ton/anno, però, non c’è traccia, salvo ritrovarne la citazione nel Rapporto preliminare sulla VAS (Valutazione ambientale strategica, Determinazione regionale 22.2.2019, n. G01999) per l’Aggiornamento del Piano di gestione dei rifiuti regionale.
La Regione si limita a prevedere che procederà alla riconversione del sito di Colleferro trasformando gli attuali inceneritori in altra tipologia impiantistica (Deliberazione Giunta 26.10.2018, n. 614) ed a costruire un compound industriale capace di ricevere e trattare i rifiuti urbani residui per trasformarli in materie prime seconde (MPS), sottoprodotti e prodotti. A Colleferro arriverà la frazione organica separata meccanicamente e i sovvalli, prodotti dai TMB del Comune di Roma Capitale e della Regione.

Ma il sito di Colle Sughero è in procedura di bonifica per la contaminazione da cromo esavalente: quando e chi pagherà le spese di bonifica? Ancora una volta i cittadini? Dopo il danno sanitario e ambientale anche la beffa degli oneri per il risanamento?

Il processo contro gli inceneritori non è una competizione giuridica tra avvocati, ma è uno degli strumenti a disposizione dei cittadini per difendere, al posto della politica, la salute di tutti, l’ambiente e la legalità. E pur avendo risvolti economici e occupazionali, lo scopo è quello di chiedere giustizia per Colleferro e per i Comuni confinanti e ottenere una tutela legale per la valle del Sacco, dove gli effetti della pressione dei fattori di inquinamento sulla salute sono talmente gravi che ci vengono nascosti, rinviando sine die l’attivazione del Registro tumori.

Ina Camilli
Comitato residenti Colleferro

Colleferro, 31.5.2019

Allegato. Vai alla nota che il Comitato Residenti Colleferro inviò alla stampa il 2 aprile 2019

 

 

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Chi inquina? Finalmente il processo Valle del Sacco

Sacco liquami 440 minIeri ha preso il via, dopo 9 anni dalla sua istruzione, presso il Tribunale di Velletri il Processo contro gli inquinatori della Valle del Sacco. Le prime notize del dibattimento le leggiamo sul giornale online dei Monti Prenestini (https://montiprenestini.info) e riportiamo, qui, integralmente la sua cronaca pubblicata ieri 20 maggio 2018.

«Processo fiume Sacco, la verità sulla contaminazione
“La diffusione dei contaminanti non ha avuto un’unica origine- ha dichiarato la teste- e, alla luce della mappatura analitica dell’Arpa Lazio, sappiamo che esistevano sedimenti di betaesaclorocicloesano a monte dell’immissione del fosso Cupo nel fiume Sacco”. Il Sacco e’ stato contaminato, dunque, ma, secondo la consulente di parte, “le acque bianche non sono state il vettore di tale contaminazione” e “le quantita’ di sostanze contaminanti presenti non eccedevano i limiti che- ha aggiunto- avrebbero dovuto essere applicati”, cioe’ “quelli previsti dalla normativa vigente per gli scarichi di reflui”.»

«L’Arpa, avrebbe “utilizzato i limiti piu’ restrittivi relativi ai corpi idrici superficiali significativi, non applicabili alle acque bianche- ha sostenuto la teste in aula- ma le motivazioni tecniche non sono sufficienti ad argomentare questa adozione”.
Esisterebbero poi, ha aggiunto Pellegrini interrogata dagli avvocati, “incongruenze rispetto alla verbalizzazione dei campionamenti”, oltre alla “non completa disponibilita’ della documentazione”.
Al controesame della relazione, pero’, l’avvocato di parte civile, Vittorina Teofilatto, ha contestato la tesi esposta da Pellegrini riportando i dati dei campionamenti sui sedimenti presenti nelle condutture interrate, contenuti in una delle relazioni Arpa che la teste ha dichiarato di non ricordare, “in cui i valori di beta-HCH risultano essere superiori del 100mila%, cosi’ come risultano dati altissimi di microgrammi di beta-HCH
per litro nelle acque delle condotte e per chilo nei sedimenti.
Come si spiegherebbe una percentuale cosi’ alta nei sedimenti dei collettori?”. E “da quale punto”, tecnicamente, “sarebbe partita la contaminazione da beta-HCH”, ha aggiunto l’avvocato di parte civile Massimo Guadagno, se e’ vero che a Valmontone, prima che il Sacco giunga nel territorio di Colleferro, “gli accertamenti hanno dato esito negativo?”. Domande a cui la teste ha risposto rimandando agli esiti di un’indagine sui sedimenti che sara’ depositata, con un’ulteriore consulenza di parte, nel corso delle prossime udienze.
Il processo proseguira’ con gli esami degli imputati, la discussione del pubblico ministero e delle parti civili.
L’avvocato Teofilatto ha depositato agli atti la relazione Arpa datata 21 ottobre 2006. La prossima udienza e’ fissata per il 24 giugno.»

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Valle del Sacco: parte il processo, finalmente

inquinamento del sacco pompeo ordina piu controlli e convo 350 260 minda Re.Tu.Va.Sa. - Una storia travagliata quella della Valle del Sacco, il processo per reati ambientali non poteva essere da meno. Aperto il procedimento presso il Tribunale di Velletri nel 2010, si è riusciti, dopo vari rinvii a giudizio, verifica in Corte Costituzionale per alcuni articoli di Legge sulle prescrizioni, lento riavvio del dibattimento, calendarizzazione delle udienze, ad avviarsi solo in questo anno verso la definizione del primo grado di giudizio.

Ora non ci sono più eccezioni possibili, gli imputati hanno giocato tutte le carte che la giustizia mette a loro disposizione comprese le ostruzioni di rito, ora devono andare a giudizio.

La prossima udienza si terrà il 20 Maggio 2019 per esame imputati e controesame dei periti degli imputati, ai quali è stato consentito di depositare svariati documenti. Ci rammarichiamo che non sia stato finora permesso alle parti civili di depositare alcuni importanti documenti aggiuntivi.

Il 24 Giugno 2019 avrà luogo la discussione del P.M. e delle parti civili. Allo stato non è stata fissata l'udienza per la discussione degli imputati.

Siamo coscienti che questo processo, come tanti altri processi ambientali in Italia, non riuscirà purtroppo a sopravvivere ai tre gradi di giudizio. Ci auguriamo che venga almeno riconosciuto un risarcimento a chi ha subito danni dalla devastazione di un intero territorio.

Invitiamo i media a seguire presso il Tribunale di Velletri le udienze conclusive per riportarne gli esiti ed eventualmente raccontare le difficoltà dei cittadini che vivono in luoghi distrutti da gestioni imprenditoriali prive di scrupoli.

Valle del Sacco, 14.05.19

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