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Riforma Cartabia

CRONACHE&COMMENTI

“illusoria” l’abbreviazione dei tempi dei processi della riforma Cartabia

di Aldo Pirone
la riforma della giustizia 350 minQuando si entra in un'aula di tribunale appare in grande evidenza la frase scolpita: “La giustizia è uguale per tutti”. Fu una conquista della civiltà moderna, della giustizia e dei prerequisiti della democrazia che gli uomini fossero dichiarati uguali di fronte alla legge. Tuttavia, come nel campo di tante altre cose umane, l’uguaglianza formale si ferma e a volte si sbriciola di fronte alla diseguaglianza sociale. Nel campo dei procedimenti penali o civili chi può permettersi, pagandoli profumatamente, ottimi avvocati, ha più possibilità, anche se colpevole, di ridurre i rischi di condanna o di farla franca, mentre i meno abbienti devono soggiacere, anche quando innocenti, alle ire della dea bendata. Una volta quest'andazzo, dovuto anche ad altri fattori storici, era chiamato “giustizia di classe”.

Si può dire che da allora (anni ’50) la questione della diseguaglianza sociale che non rende “uguali davanti alla legge” sia stata, non dico superata, perché la perfezione non è di questo mondo, ma almeno sensibilmente ridotta in questi ultimi decenni? L’andamento è stato altalenante, ma siamo molto lontani dall’obiettivo costituzionale. Il mutamento nei rapporti di forza sociali, politici e culturali a favore di lorsignori si è fatto sentire, e come!, anche nel campo della “giustizia ingiusta”.

E’ con il metro della giustizia effettiva e reale superatrice delle diseguaglianze sociali che la cosiddetta “sinistra” dovrebbe giudicare la riforma Cartabia. Un metro che non è per nulla slegato a quello che ci ha chiesto l’Europa: ridurre i tempi dei processi penali e civili nell'ambito di una più ampia riforma della giustizia per avere i soldi del Recovery fund. Di quelli civili, particolarmente urgenti per l’economia, nessuno se ne interessa granché.

D’altro canto, per ovvie ragioni legate alle miserie della politica politicante che non è qui il caso di esaminare, tutti si sono concentrati sui provvedimenti della Cartabia sul processo penale dando luogo al trionfo del “partito preso”, del gossip politico, del chi ci guadagna e chi ci perde in termini di potere al cospetto di Draghi, obliterando completamente il contenuto dei provvedimenti. Mentre l’interrogativo cui rispondere è semplice: sono essi in grado di ridurre i tempi del processo per evitare l’ “improcedibilità” (due anni per l’appello, uno per la Cassazione salvo le eccezioni)? Perché, se così non fosse, la cosiddetta “improcedibilità” non sarebbe altro che il surrogato della “prescrizione” con grave danno sia per gli imputati innocenti sia per le vittime di quelli colpevoli di cui i cosiddetti “garantisti” a senso unico si dimenticano sempre.

I provvedimenti ritenuti sufficienti dalla Guardasigilli e da Draghi sono: digitalizzazione e processo penale telematico, deposito atti e notifiche, indagini preliminari, criteri di priorità, udienza preliminare, procedimenti speciali, querela, pena pecuniaria, pene sostitutive delle pene detentive brevi, particolare tenuità del fatto, sospensione procedimento con messa alla prova, giustizia riparativa. Oltre alla promessa di nuove assunzioni di cancellieri (2700) e nuove figure (16.500) addette all’ufficio del processo per far marciare più celermente i procedimenti. Ne ho citato solo i titoli per brevità, ma ognuno potrà, approfondendone il contenuto specifico, farsene un’opinione più esatta.

In altre parole, e per tornare all’incipit sulla “giustizia di classe”, i provvedimenti della riforma Cartabia sono in grado di annullare del tutto quella capacità professionale, ma diabolica, degli avvocati di lorsignori di usare, novelli azzeccagarbugli, ogni cavillo per arrivare all’improcedibilità?

A Leu (Art. 1 – Mdp) e Pd, visto il tripudio di Letta, sembrerebbe di sì. Mentre il silenzio assordante di Sinistra italiana in merito è significativo oppure imbarazzante. Nel M5S, invece, c’è stata una vera e propria rivolta.

Molti addetti ai lavori, soprattutto magistrati, hanno risposto negativamente all’interrogativo suddetto. Ma, si dice, sono di parte e "giustizialisti". Non è di parte "giustizialista", però, l’avvocato cassazionista – non un magistrato dunque - di molti lorsignori (Andreotti, Berlusconi, Antonio Fazio, Gianni De Gennaro, la Thyssen Group) il quale, intervistato dal “Giornale” house organ del Cavaliere, sorprendentemente ha definito “illusoria” l’abbreviazione dei tempi dei processi della riforma Cartabia e che “A questo punto era meglio tenersi la riforma Bonafede”.

Non mi pare che abbia torto.

 

 

 

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Annotazioni per la riforma della Rai

 RAI: QUALE RIFORMA?

 La fatica dell’obiettività

di Stefano Balassone
rai logoL’informazione “obiettiva” è stretta parente della decisione “razionale”, libera dai ricatti dell’umore. Il punto è se i “decisori razionali” esistano davvero.
Se l’è chiesto Daniel Kahneman, Premio Nobel per l’Economia, ma psicologo di formazione, che, a quanto riferisce il New York Times, ha studiato le decisioni di un bel numero (208) di professionisti della decisione: giudici federali americani, gente che decide se assegnarti alla sedia elettrica, alla galera o mandarti libero e giulivo.

Tutti hanno accettato di prendere parte a un esperimento che gli chiedeva di deliberare in merito a 16 casi inventati dai ricercatori e fissati in report privi di colori o artifici narrativi. Gli anni di galera sono fioccati nella misura di sette in media per ogni caso, ma si è trattato del classico pollo statistico di Trilussa (il lo mangio intero, tu digiuni e risulta che ce n’è mezzo per ciascuno). Nella realtà, sulla base di delitti e prove uguali in molti se la sarebbero cavata con tre anni e mezzo di prigione mentre altri avrebbero languito per dieci anni e oltre.

Messi insieme dati e osservazioni è emerso che la sentenza dipendeva dallo stato psicologico del giudice: allegro, triste, depresso, affaticato, meteoropatico oltre che propenso a detestare un tipo di reato più di un altro. In sostanza, la Giustizia è cieca sì, ma come la Fortuna. Uguale l’esito di esperimenti analoghi condotti con analisti finanziari, radiologi, cardiologi, lettori di impronte digitali, cacciatori di teste per le più importanti aziende.

La criticità della decisione razionale
La criticità della “decisione razionale” mette alle strette ogni mass medium che pretenda di essere obiettivo. L’informare è infatti nulla più che un processo decisionale che consiste nel classificare di ogni situazione gli aspetti sostanziali rispetto a quelli di contorno e nel comporre una narrazione popolata di caratteri distinti. L’esperienza di Kahneman sembra suggerire che ad un prodotto “obiettivo” sia possibile soltanto “tendere” asintoticamente, attraverso un costante accanimento, oppure come fanno i giudici dei concorsi di ginnastica, che attenuano i torti dei singoli nella media di giuria.

Nel caso del linguaggio audiovisivo il problema è parecchio complicato perché, a differenza che in un pezzo scritto, lo spettatore trova mille dettagli sui quali si sofferma e divaga rispetto al filo principale del racconto. Di questo fenomeno dal lato dell’ascolto chi fa tv è talmente consapevole che, quando gli scrupoli non gli fanno d’imbarazzo, punta per catturare l’attenzione proprio sugli elementi apparentemente di contorno, quali i capelli blu di Prussia dell’omone, la voce chioccia, l’ospite illustrato e accomodato come se invece fosse illustre.

La fatica dell’obiettività
La difficoltà di costruire un percorso informativo razionale ed obiettivo è un problema non da poco per un Servizio Pubblico che operi nel campo della comunicazione. La Rai, or è mezzo secolo, scantonò la questione moltiplicando le proprie voci in molteplici Testate. Il prodotto nasceva da TG che inalberavano orgogliose bandiere di Partito, senza lo sforzo di aumentare lo spessore di quanto si narrava. Lo spettatore – e vagli a dare torto – non perdeva certo tempo a metterli a confronto e, com’era naturale, anticipò alla grande il fenomeno delle bolle social dove domina l’affiliazione precostituita tra la fonte e il ricevente nella misura in cui già si somigliano.
Una strada sbagliata. Lo sospettavamo da tempo, ma ora anche Kahneman lo ha certificato. Lo segnaliamo ai valorosi parlamentari che hanno giurato di porre mano per davvero a una Riforma, affinché non prestino il fianco al sospetto che poco gli interessi una Rai che sudi per essere obiettiva.

pubblicato su "DOMANI" 1 luglio 2021

 

 

 

 

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Storia. La riforma del Pci e Berlinguer

Tortorella 350 mindi Daniela Preziosi da ilManifesto del 11.11.2019 - Tortorella: «La riforma del Pci doveva essere quella dell’ultimo Berlinguer»
Parla uno dei dirigenti della 'seconda mozione'. L’errore fu il referendum fra nuovisti e nostalgici. Il No voleva trasformare il partito ma l’abiura era l’altra faccia dell’esaltazione acritica. Fu sbagliato trattarci da ’sovietici’. Trent’anni di liberismo e tatticismi suicidi hanno disperso il popolo della sinistra.

«No, la crisi della sinistra di oggi è molto diversa da quella del post 89», risponde Aldo Tortorella se gli si chiede di qualche tratto comune fra lo scossone provocato dalla svolta di Occhetto e la frana dei nostri giorni. Novantatré anni, partigiano, poi direttore dell’Unità di Genova, Milano e Roma, deputato e berlingueriano «dell’alternativa», fondatore dell’Associazione per il rinnovamento della sinistra e direttore delle nuova serie di Critica Marxista, Tortorella nell’89 disse no alla svolta ma con Ingrao restò «nel gorgo» – per poi uscire con Giuseppe Chiarante al tempo della guerra alla Serbia. «All’epoca la sinistra era composta dai comunisti, dai socialisti e da altre forze minori laiche. Il Psi fu disfatto dalla questione morale. Ma nel Pci, che questo shock non l’aveva subito, ci fu una parte, sia pure composita, che manteneva una critica al capitalismo e ideali socialisti. Alcuni dogmaticamente come i “filo sovietici”. Altri criticamente come Ingrao e i cosiddetti berlingueriani. E c’era ancora una vasta parte del popolo lavoratore che guardava a sinistra. Il referendum sul nome generò fatalmente una gara e poi una scissione tra nuovisti e nostalgici. La parte critica che chiedeva un diverso mutamento fu sconfitta, anche perché aveva ragione nel voler mantenere una critica al capitalismo, ma non conosceva a fondo i suoi mutamenti. Oggi sono molti a intendere che quella critica va ripresa e che bisogna ripartire dalla ridiscussione dei fondamenti per creare una sinistra aggiornata. Ma intanto trent’anni di tatticismi suicidi e di neoliberismo hanno disperso il popolo della sinistra. Dopo la caduta del muro di Berlino e la Bolognina la sinistra, non solo italiana, si convinse che il suo compito fosse quello di essere una migliore amministratrice dello stato delle cose presenti. Chi spingeva per trasformare il Pci in un partito socialdemocratico non vedeva la crisi dei socialdemocratici. C’è stato l’errore dei vincitori e anche quelli dei vinti».

Il Pds punta alla socialdemocrazia ma poi cambierà rotta verso il Pd, un partito postideologico.
«Il Pd non è un partito post ideologico, animale che non esiste, ma con due ideologie. Quella neocentrista (sicurezza, sviluppismo, moderatismo), quella quasi socialdemocratica. Infatti, le due anime si sono, parzialmente, scisse. Ma l’ala socialdemocratica ebbe a che fare con una socialdemocrazia essa stessa già in crisi. Lo statuto dell’internazionale socialista, così come quello del partito laburista inglese, contenevano l’obiettivo finale della proprietà sociale dei mezzi di produzione. Blair costruì il nuovo Labour abolendo quell’articolo e il manifesto di Anthony Giddens non nominava neppure la parola lavoro. Schroeder proclamò la Spd come “nuovo centro” e tagliò lo stato sociale. Clinton abolì le ultime tracce della legislazione di Roosevelt per porre limiti all’arbitrio della finanza. Nel fine secolo la sinistra socialdemocratica o progressista era al governo in Italia, in tutta Europa e in America e credeva così di aver dato la giusta interpretazione dell’89. Pensò che liberalizzando e riducendo al minimo l’intervento pubblico nell’economia il mercato avrebbe provveduto per il meglio. Non vide le sofferenze create dalla globalizzazione. Non si accorse che a Seattle in prima fila c’erano i lavoratori licenziati. Fu sorpresa del sopravvenire della crisi nel 2007/8. Non capì che la globalizzazione avrebbe fatto risollevare i nazionalismi. È perciò che è avanzata la destra sciovinista, xenofoba, razzista. Solo ora la sinistra moderata si viene in parte scuotendo dal sonno neoliberista.»

Una sinistra fu rifondata. La scissione portò alla Rifondazione comunista, che non era un’operazione di conservazione ex pci, tant’è che vi si associarono altre culture critiche e anticapitaliste.
«Non c’erano le fondamenta, neanche da quella parte. Noi terzinternazionalisti ma anche gli altri eravamo una sinistra novecentesca. Alcune categorie usate erano già fuori tempo. Perciò ho ricordato che con Ingrao e con altri non negavamo la necessità della trasformazione del Pci, ma volevamo che fosse senza il taglio delle radici e che avviasse un ripensamento delle categorie cui si era ispirato il nostro movimento. L’abiura è la stessa cosa dell’esaltazione acritica, entrambe impediscono un esame delle cose giuste e di quelle sbagliate. Nei documenti della “seconda mozione” ci sono le tracce di un’ispirazione che teneva conto del pensiero comunista “eretico” a partire dalla Luxemburg. Le distinzioni sottili (ad esempio sul senso della parola “comunismo”) cui avevamo lavorato con alcuni dei compagni più innovatori, cito Cesare Luporini per tutti, caddero di fronte all’alternativa tra nuovismo e nostalgia.»

Con Gorbaciov avevate capito che il socialismo reale era irriformabile?
«Noi abbiamo sperato che ci fosse una riformabilità del sistema sovietico, Gorbaciov è stata l’ultima speranza. Forse era una speranza fallace. Ma la verità è che a Gorbaciov non fu dato il tempo per provarci. I gruppi dirigenti americani, con il consenso europeo, decisero di farlo cadere. Gorbaciov aveva attuato la distensione internazionale e proclamato la ristrutturazione economica (la perestrojka) e la trasparenza politica (la glasnost). Ma gli venne negato l’aiuto finanziario indispensabile nel collasso creato dall’inefficienza del sistema. Fu preferito Eltsin, garante di una privatizzazione selvaggia, di un liberismo primitivo e dell’ancoraggio al primato americano.»

Il Pci invece era riformabile?
«Credo che fosse trasformabile senza generare la metamorfosi nel proprio opposto. La parola d’ordine della svolta fu «sbloccare il sistema politico». Non ci si accorgeva che il sistema era marcio e si assumeva sul partito comunista la colpa di aver bloccato il sistema. Non che non ci fossero nostre responsabilità. Ma una settimana dopo il voto del ’76, quello del Pci al 34%, si riunì a Portorico il G7. Per l’Italia andò Moro, presidente del consiglio ancora in carica. Moro venne tenuto fuori dalla porta, mentre in un vertice a quattro, voluto da Helmut Schmidt, cancelliere socialdemocratico tedesco, e da Gerald Ford, presidente Usa, si stabilisce, nonostante la rottura di Berlinguer con i sovietici, che se il Pci fosse andato al governo l’Italia non avrebbe avuto più diritto ad alcuna agevolazione economica.»

Dunque il Pci era riformabile.
«Il Pci era già sulla via della riforma con l’ultimo Berlinguer, che io sostenni. Ma Berlinguer nella sua ultima fase era in minoranza. La rottura del governo detto di solidarietà nazionale fu approvata con il voto contrario della corrente riformista.Ma la maggioranza stessa era composita. Molte delle sue tentate innovazioni parevano isolare il partito, rompere la concezione della politica come capacità di alleanze. Fu uno scandalo quando andò ai cancelli Fiat in una lotta aspra e perduta. Berlinguer si era avvicinato all’ecologismo, al nuovo femminismo “della differenza”, al pacifismo, alla comprensione della trasformazione tecnologica, al bisogno di una aggiornata critica al capitalismo nuovo e alla necessità di una rifondazione etica della politica e dei partiti, a partire dal suo. Questo significava “questione morale”.»


Oggi Occhetto parla delle scissioni e delle divisioni come ‘male oscuro’ della sinistra. All’epoca si fece abbastanza per tenere unito il partito?
«Il male oscuro c’è. Ma bisogna anche cercare di guarirlo e volerlo guarire. Tra il primo e il secondo congresso, da presidente del comitato centrale – mi avevano nominato mentre ero in ospedale a causa di un malore dopo la relazione da me svolta per la minoranza – concordai con Occhetto una riunione dei capi delle tre mozioni. Nell’introduzione proposi di verificare se c’era la possibilità di una composizione, forse anche studiando forme di convivenza nuove ad esempio di tipo federativo. Appena finii per primo prese la parola Garavini, che diverrà il primo segretario di Rifondazione – per dire che era impossibile perché «il contrasto era di fondo». Mussi, per la maggioranza, disse altrettanto. La verità è che ognuno riteneva necessario correre la propria avventura. Il miracolo del Pci era stato di aver tenuto insieme riformisti e rivoluzionari, che ora non si soffrivano più. Sapevo bene delle intenzioni scissioniste della terza mozione e perciò, con Ingrao, votai contro la unificazione, che ci fu, tra noi e loro. Qualche anno dopo Garavini è uscito da Rifondazione , ha fatto una’associazione che si congiunta con l’Ars (Associazione per il rinnovamento della sinistra) fondata anche da me. E Mussi ha rifiutato l’ultima escogitazione, cioè la confluenza nel Pd, fondando la Sinistra ecologia e libertà.»

Al comitato centrale del 22 novembre 1989 tu dicesti: «Chiunque vincesse avrebbe perduto insieme agli altri».
«Con quella conduzione era chiaro l’esito. Occhetto e i nuovisti – D’Alema era il più dialogante – avevano fretta , timorosi di rimanere sotto le macerie del muro. C’era il convincimento forte che dovessimo assolutamente cancellare “la macchia”. In una sezione mi mandarono contro il fratello di Berlinguer, Giovanni, che pure era uomo pacato, ma nel suo dire pareva che io, entrato in segreteria del Pci con Enrico solo quando ogni rapporto con i sovietici era stato rotto, fossi un uomo di Mosca. Ma anche con Giovanni Berlinguer ci ritrovammo, anni dopo, in una comune posizione politica di sinistra.»

Ma la “macchia” c’era.
«C’era. Ma una cosa è riconoscere i propri errori altra cosa è la cancellazione di se stessi. Soprattutto la generazione cui appartengo aveva peccato di debolezza verso l’Urss. Ma da questa medesima generazione era venuto, con Berlinguer, a differenza degli altri partiti comunisti, il rifiuto e la rottura, sebbene tardiva. Non era giusto, mi pareva, dichiararci quasi pari a coloro che ci avevano combattuto anche aspramente, come avevano fatto i sovietici e i loro seguaci dopo lo strappo, anche finanziando la dissidenza filosovietica. Il guaio era che quella cancellazione di sé aveva come molla il governismo. Tempo prima ero andato a Reggio Emilia a fare un congresso nella sezione di una grande cooperativa, esponendo le ragioni del dissenso. Applausi, baci e abbracci, e poi al voto presi 4 voti su 400 con pranzo finale di consolazione e, credo, di affetto. Agli operai avevano spiegato che se si andava al governo sarebbe stato meglio anche per loro. Purtroppo quella cooperativa non esiste più da gran tempo.»

Il nuovo Pd fa venire qualche barlume di speranza?
«Mi chiedi se vedo qualche barlume nel mondo? Sì. In giro per i mondo c’è un’inquietudine, ci sono sollevazioni anche se di vario segno. Nessuno avrebbe pronosticato Sanders. La Warren, non socialista, dice cose nuove per la riforma del capitalismo Usa. Il movimento anti Trump mosso dalle donne è un fatto nuovo, non è elitario ed è pieno di giovani. Certo c’è da avere paura perché nasce lo spirito nazionalistico nella potenza egemone, gli Usa, che chiude le frontiere, sconfessa la globalizzazione e minaccia il mondo, ma nascono di conseguenza anche nuovi movimenti. E forse questi movimenti spingeranno a proporre alcuni valori ancora validi e alcune idee nuove “di sinistra” anche a quella parte che occupa la sinistra delle nostre aule parlamentari.»

 

 

 

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La “Questione Meridionale”: una grande riforma necessaria mai realizzata.

sud 2 350 mindi Giuseppe Sarracino - La “Questione Meridionale”, la grande riforma democratica e sociale del Paese mai realizzata.
Non è simpatico citarsi, ma all’indomani della presentazione del rapporto SVIMEZ, anno 2015, sul Mezzogiorno, in un “articolo” pubblicato su di un giornale online, evidenziai che “Il Mezzogiorno sembra ormai scomparso dall’immaginario della nazione e come tale non è più un problema.” Il risultato elettorale di domenica 4 marzo propone, al contrario, quello che i grandi pensatori meridionalisti quali, G. Fortunato, F.S. Nitti, A. De Viti De Marco, G. Salvemini, M. Rossi Doria, L. Einaudi, hanno sostenuto, a cominciare dal 1861, ovvero “la esistenza due Italie, geografiche, economiche, sociali, che procedevano a velocità diverse”. A distanza di oltre due secoli la “Questione Meridionale” rimane la vera grande riforma democratica e sociale mancata del nostro Paese. Senza alcun dubbio la crisi, restituisce un Paese ancora più diviso e diseguale.

La scomparsa del Mezzogiorno dall’immaginario della nazione e dall’agenda politica dei governi è stato un errore non solo politico ma anche culturale. Lo stesso sottosegretario al Mezzogiorno è svanito dalle liste elettorali del PD, per poi essere ripescato all’ultimo minuto e candidato lontano dal sud, nel territorio di Sassuolo, e purtroppo non eletto. E’ un ulteriore conferma di quanto lontano è stato il Sud dalle politiche nazionali di questi ultimi anni. Gli elettori meridionali, contro ogni pronostico dei sondaggi, si sono recati a votare dimostrando che il voto può servire a dare uno scossone a quei partiti considerati appartenere all’establishment. In alcune regioni si sono avute punte di votanti del 71% come Basilicata o del 68% in Campania e 69% in Puglia addirittura superiori alle elezioni precedenti. Un forte campanello di allarme è stato il Referendum del 4 dicembre 2016, quando quartieri popolari come Scampia, Ponticelli, avevano votato in massa per il no, e certamente non per non abolire le poltrone del Senato o del CNEL, ma per manifestare la loro sofferenza contro un governo sentito lontano dai problemi delle periferie e del Mezzogiorno. Non tutti i problemi del Sud possono essere attribuiti ai governi degli ultimi anni, ma la gente aveva deposto molta fiducia nei governi a guida PD. In questi giorni assistiamo ad una lettura troppo superficiale e rapida delle ragioni del voto espresso dal Mezzogiorno.

Il Sud che continua a chiedere assistenzialismo e trova la risposta nel M5 Stelle e il nord ricco e produttivo che chiede sicurezza garantita a Salvini. A mio avviso i motivi che hanno spinto milioni di meridionali a votare in massa, con punte di oltre il 40%, a Di Maio, hanno radici profonde e trovano la loro ragione nel limite culturale della classe politica, che continua a considerare il Mezzogiorno, un peso piuttosto che una risorsa. Come non preoccuparsi di quanto sottolineato dalla SVIMEZ, che nel suo ultimo rapporto nel quale rileva il marcato dualismo generazionale del mercato del lavoro italiano che assume connotati sempre più gravi e “strutturali”. Infatti, su quattro persone tra i 15 e i 34 anni lavora solo un giovane e per quanto riguarda le giovani donne, ne risulta occupata appena una su cinque, sono dati che non hanno paragoni in Europa. Il migliore capitale umano viene lasciato drammaticamente al suo destino. La fuga dei “cervelli” non si arresta. Alla fine del 2016 le regioni meridionali hanno visto andare via altri 62mila abitanti: meno 9.300 residenti in Sicilia, 9.100 in Campania, 6.900 in Puglia. Inoltre le politiche di austerità, hanno determinato il deterioramento della capacità del welfare pubblico di controbilanciare le crescenti disuguaglianze indotte dal mercato. In particolare, un meridionale su tre è esposto al rischio di povertà, che nel Sud si attesta al 34,1%. Nelle regioni più popolate, Sicilia e Campania, il rischio di povertà arriva a sfiorare il 40%. Accanto ad una situazione sociale molto preoccupante occorre aggiungere che le situazioni che destano ulteriore preoccupazione riguardano le infrastrutture, le innovazioni e la preparazione tecnologica. Un Mezzogiorno molto lontano dall’Italia e lontanissimo dall’Europa.

Certamente le misure intraprese dal governo hanno determinato una maggiore occupazione anche nel Sud, il 2016 ha consolidato la ripresa, registrando una performance per il secondo anno superiore, se pur di poco, rispetto al resto del Paese, ma si è ancora troppo lontani dalla consapevolezza che esiste una parte enorme di Paese, costituito da ben otto regioni, con una popolazione di 21 milioni e 700 mila abitanti, che vive alti livelli di emarginazione e di povertà. Nel 2016 circa 10 meridionali su cento risultano in condizione di povertà assoluta. La stessa SVIMEZ aveva posto l’attenzione sul fatto che come avviene in molti paesi europei, l’Italia, non può più rinviare l’avvio di specifiche politiche di sostegno dei redditi più bassi come il Reddito di Inclusione Sociale. Misura che ha l’importante vantaggio, rispetto ad altre proposte, di concentrare la spesa sui più poveri. E anche se il governo ha cercato di avviare tale misura, essa è insufficiente a coprire l'intera platea dei possibili beneficiari. Per il 2018, il sostegno monetario alle famiglie più povere sarà finanziato con 1.482 milioni, che saliranno a 1.568 milioni nel 2019, risorse certamente largamente insufficienti, di cui beneficeranno circa 500 mila famiglie rispetto a1.619.000 stimate, pari al 38% circa degli individui in povertà assoluta.

Di fronte a vaghe e fumose o inadeguate promesse di sviluppo, la gente del Sud ha preferito il programma del Movimento Cinque Stelle, che ha saputo coniugare il forte malessere contro la casta con una prospettiva di reddito. La novità politica su cui occorre riflettere riguarda il fatto che la maggior parte della gente del Sud non si è affidata alle solite promesse clientelari dei notabili, tipica politica fatta per oltre 50 anni dai partiti di governo, ma ha scelto di affidare le proprie aspettative a un movimento politico. Piuttosto è da chiedersi quanti dei voti ottenuti dai partiti che governano le Regioni e vivono nel sottogoverno, non siano frutto di clientele, familiarissimo e consulenze. In un Mezzogiorno dove la crescita della malavita organizzata continua imperterrita, dove si assiste all’uso clientelare di parte cospicua delle risorse destinate al meridione, le classi dirigenti regionali, non hanno saputo esprimere alcuna cultura di governo in grado di invertire la tendenza al peggioramento economico, sociale e culturale. Ciò è tanto più grave se pensiamo che tutte le Regioni sono governate dal centrosinistra con Presidenti del PD, De Luca, Oliverio, Pittella, Emiliano, e fino a qualche mese fa Crocetta. Il Governo Renzi aveva presentato le linee guida del famoso masterplan per il Mezzogiorno, nel quale erano elencate una serie di progetti e una massa enorme di finanziamenti ovvero di circa 112 miliardi di euro, tra fondi strutturali e quelli nazionali fino al 2023. “E’ questa la base finanziaria di partenza del Masterplan: uno sforzo d’investimenti mai realizzato in passato in un solo anno”. Il Masterplan “non è un esercizio accademico” ma uno strumento “mai realizzato in passato finalizzato a sbloccare anche per gli anni successivi gli investimenti nel Mezzogiorno".

La maggior parte di queste proposte sono finite nel dimenticatoio dei cassetti del governo. Il voto di domenica 4 marzo, impone la necessità di avviare una linea strategica rivolta al Mezzogiorno ma necessaria per tutto il Paese. Credo che la fiducia deposta dai cittadini nel movimento 5 Stelle, ponga seri rischi per la tenuta sociale, non solo nel Mezzogiorno, qualora tale movimento dovesse fallire. La gente del Sud non sarebbe più disponibile a ulteriori prove di partecipazione democratica. Dunque è nell’interesse dell’intera comunità nazionale, e non solo del Mezzogiorno, interrogarsi sulla natura odierna della Questione Meridionale e sui suoi possibili rimedi. La rigenerazione della sinistra e delle forze democratiche non può non partire dal Sud se vuole portare tutta l’Italia in Europa.

 
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Riforma della giustizia e campagna elettorale

la riforma della giustizia 350 mindi Elia Fiorillo - Proprio una grande fatica questa campagna elettorale. Una corsa a perdifiato per tutti, centro-destra, 5Stelle, democratici, con una quasi certezza: il “Rosatellum” non darà alla fine il vincitore assoluto, l’inquilino che il 5 marzo dovrebbe prendere possesso di Palazzo Chigi. Tutti convinti, a parole, di farcela ma i conti, quelli veri, non tornano. Per ora non c’è da far altro che premere l’acceleratore sulle parole che esaltano la qualità rivoluzionaria dei programmi, nonché delle donne e degli uomini che poi, una volta vinta la sfida, li realizzeranno. Nei piani elettorali c’è tutto e di più, com’è ovvio. Alcune tematiche enfatizzate, altre solo citate. Tra queste ultime vi è la riforma della giustizia.

Se è vero che nel nostro Paese ci sono all’incirca 9 milioni di processi arretrati e bisogna aspettare dieci anni per arrivare ad ottenere “giustizia”, ovvero una sentenza definitiva, allora si può comprendere la priorità della questione. Questi tempi biblici fanno pendere la bilancia “dell’ingiustizia” verso quei soggetti che hanno possibilità economiche e possono permettersi buoni avvocati. Sono ben 170mila, ogni anno, i processi che cadono in prescrizione.

Un record in materia però l’abbiamo. Secondo i Radicali italiani: “per il quinto anno consecutivo il nostro Paese ha conquistato il primato per il maggior numero di sentenze della Corte europea rimaste inapplicate: il nostro Stato è considerato un criminale abituale!”. Eppoi ci sono le carceri: “69mila reclusi per 45mila posti regolamentari; senza considerare che il 40% di loro è ancora in attesa di giudizio e almeno la metà risulterà innocente”.

Nel sito “Errorigiudiziari.com” sono riportate le statistiche ufficiali complete del ministero dell'Economia e delle Finanze sugli innocenti in carcere, anno per anno, dal 1989 a oggi. Dati che fanno rabbrividire. Facendo una media grossolana, “ogni anno dalle casse statali sono usciti 30 milioni di euro come indennizzo per ingiuste detenzioni ed errori giudiziari. Con punte molto più elevate: come gli oltre 56 milioni del 2004, i 49 milioni e passa del 2002, i 47 milioni abbondanti del 2011”.

C’è, quindi, la necessità di riformare il sistema giudiziario e la magistratura. Non per renderla succube di qualsivoglia potere, ma per evitare che essa stessa si faccia del male e, soprattutto, lo faccia al Paese. Giustamente il Costituente, al contrario di quanto accade in altri paesi, volle il magistrato, ed in particolare il pubblico ministero, indipendente dal potere esecutivo. Tanti però gli atti ed i fatti che vedono i magistrati nell’agone della politica. Per non parlare poi delle “correnti” all’interno del Consiglio superiore. C’è chi ipotizza, proprio per evitare il “carrierismo correntizio”, a scapito delle grandi professionalità che ci sono nella categoria, che “il governo faccia una legge che imponga il sorteggio dei magistrati da mandare al Csm formando rose ristrette su cui votare”. Il problema dell’equilibrio dei poteri nello stato democratico resta ed è quanto mai attuale. Se non ci sarà una riforma: “il potere dei giudici resterà di gran lunga quello prevalente sugli altri”.

Tematiche troppo complicate per una campagna elettorale? Certo difficili che a parere di quasi tutti i partiti non portano voti. Gridare al carcere ad ogni piè sospinto fa incassare consensi. Mettere in discussione chi spedisce, a volte con superficialità, un innocente dietro le sbarre diventa quasi un oltraggio. Buttare però la polvere sotto il tappeto aggrava le questioni non risolvendole.

A parere di chi scrive la grande questione da affrontare è la formazione dell’elettorato. Campagne elettorali “gridate” a suon di slogan non formano l’elettore, anzi spesso lo stufano fino al punto della diserzione dai seggi. C’è chi tra i sondaggisti prevede un’astensione possibile tra il 35 e il 31%. Il partito più forte in assoluto.

E’ proprio il caso di dire che bisogna ritornare al “porta a porta” sul campo, spiegando al popolo le posizioni politiche, il perché di certe scelte. Lo ripeteva Ezio Tarantelli, consulente della Cisl ucciso dalle Brigate rosse, che le tematiche anche economiche più difficili, se correttamente spiegate, sono capite dalla gente se finalizzate al bene comune. Insomma, c’è bisogno che i partiti siano presenti organicamente sul territorio con quelle che una volta si chiamavano “sezioni”. Certo per fare proseliti, ma per spiegare, ragionare, educare i propri iscritti. Per spingerli a voti consapevoli e non alle lotterie con “bufale” finali come premi.

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Protesta contro la riforma dei Collegi elettorali

ceccano monumento 350 260dal Coordinamento del Centro Sinistra Ceccanese - Nel corso della riunione di ieri sera che ha visto un'ampia partecipazione di tutte le forze politiche di centro sinistra si è sviluppata una forte e dibattuta discussione sul progetto di riforma dei collegi elettorali per la elezione dei componenti della Camera dei Deputati.

Con grande stupore e preoccupazione si è appreso quanto è stato presentato per la riforma dei Collegi elettorali, dove il Comune di Ceccano è stato dirottato sul Collegio numero 6 che eleggerà il proprio Deputato insieme ad Aprilia (provincia di Latina), Giuliano di Roma, Bassiano, Cisterna di Latina, Cori, Priverno, Maenza, Norma, Prossedi, Rocca Massima, Roccasecca dei Volsci, Sezze e Sonnino.

NULLA DI PIÙ ASSURDO!!! Con tutto il rispetto per i citati Comuni, il territorio ci pone in sintonia con il territorio confinante con il Comune capoluogo (Frosinone), con cui da anni è ormai in atto un'integrazione anche economica e di servizi, per ciò si auspica una città intercomunale per la gestione delle problematiche comuni che si condividono e sostengono.

Contro questo progetto ci si appella a tutti i rappresentanti delle forze politiche, cui si chiede un intervento forte, coeso e risolutivo affinché Ceccano ed i ceccanesi vengano tutelati e possano scegliere i propri rappresentanti nel territorio in cui vivono.

L'amministrazione ceccanese, anche in questa occasione, ha appalesato la propria inerzia, leggerezza e mancanza du responsabilità non convocando con urgenza un Consiglio Comunale per discutere della riforma in atto ed esprimere un forte e deciso dissenso e formalizzare un un atto deliberativo e portare all'attenzione delle forze governative.

CECCANO NON PUÒ ESSERE BARATTATA CON ALTRI PAESI.

Ceccano, 02.06.2017

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Ma che scuola frequentano i nostri figli?

Improve Critical 350 260di Daniela Mastracci - Anziché cittadini consapevoli, emancipati rispetto ad ogni possibile "ostacolo" (art.3 Costituzione), la scuola italiana sta producendo lavoratori specializzati ciascuno in un particolare campo, procedura, sezione, dell'intero sistema produttivo, ignari del complesso sistema nel quale andrebbero ad operare, incapaci perciò di vederne la globalità, incidere criticamente sul sistema stesso, di fatto perciò asserviti al sistema; produce consumatori irriflessi; forma giovani utenti immersi nel web; generazioni di menti deprivate della conoscenza, della cultura che, sola, permette un approccio critico al reale, e con ciò libero e attivo, in grado di modificarlo, di reinventarlo, di farlo muovere. La scuola, al contrario, sta formando generazioni piegate al sistema economico tutto: un sistema che attraverso menti "congelate" in un fare sempre più veloce e parcellizzato, non farà che perpetuare se stesso.

La scuola è l'anello di una catena maggiore, ove costruire e rendere immodificabile il sistema tecnofinanziario. Senza conoscenza gli studenti non sanno leggere il mondo, e perciò non possono che subirlo passivamente. Non sono in grado di comprendere oltre la mera lettera, e spesso nemmeno questo. Piegate alle logiche neoliberiste, le riforme hanno agito con il fine studiato di rendere "inoffensive" le nuove generazioni: non si chiedono il perché delle cose; sono immersi in una scuola-vetrina di se stessa, che fa la guerra commerciale alla scuola concorrente a suon di progetti, convegni, iniziative di ogni tipo, atte solo ad attrarre "clienti" paganti (vedi contributo volontario); si muovono usando la pubblicità di se stesse privilegiando l'apparenza, la modernità, il nuovismo a prescindere; di fatto delegittimando le ore di lezione curriculari, sostenendo, esse per prime, che gli studenti sono cambiati, che non reggono lezioni frontali, che non sopportano le spiegazioni, gli approfondimenti, le letture; che la scuola perciò deve adattarsi al modo estemporaneo di consultazioni veloci, che assecondino curiosità contingenti, che vadano incontro ai "gusti" dei ragazzi.

Ebbene per me si tratta dell'esatto contrario: è la politica che vuole ragazzi incapaci di concentrazione e di studio, a tal fine avalla la fluidificazione del tempo scuola, frammentazione, discontinuità, "educando" gli studenti ad altrettanta discontinuità, cambiamento di scena, di attori, di temi, di attività varie. Le nuove generazioni sono sin da subito, ormai, immerse in un modo di fare scuola votato alle attività collaterali, a far essere i ragazzi ( i ragazzi sono trattati come) oggetto di fascinazione, di attrazione; li si tratta appunto come delle menti incapaci di reggere l'impegno, la fatica dell'apprendimento, l'arte della concentrazione. Dunque non sono deconcentrati per natura (una mutazione genetica, una evoluzione darwiniana all'insegna di una riduzione, anzichè dell'ampliamento delle potenzialità del cervello?) ma lo diventano, abituandosi alla scuola mordi e fuggi, accattivante, patinata, e sempre più 2.0, 3.0 e così via. Insomma una scuola che forma amanti della moda e non certo della cultura.

I ragazzi sono cambiati. Allora che si fa?

Eppure, nonostante la mia opinione, voglio concedere dignità all’argomento secondo cui i ragazzi sono cambiati (aggettivo dato senza alcuna specificazione a consentire di capire: cambiati rispetto a cosa, in che modo, in quale direzione?): ammesso che sia vero che i ragazzi sono cambiati, dopo tale constatazione e certificazione, che fare? E qui sta la politica e, di conseguenza, la scuola che sceglie: avallare il presunto cambiamento e adattarsi ad esso, fluidificandosi e rendendo sempre più sofisticata e variegata la gamma delle attività proposte a tali soggetti cambiati? oppure leggere il cambiamento in modo critico, disvelandone le celate conseguenze nell’immediato e a distanza di tempo? Chiedersi dove condurrebbe una generazione di ignoranti del mondo in cui vivono e che condividono? Una generazione incapace di mettersi seduta le ore e studiare, fare proprie domande di senso, provare a rispondere mettendo in atto la propria ragione critica? E se la politica e quindi la scuola si interrogassero in questo modo come dovrebbero rispondere se non frenando tale cambiamento? Educando all’attenzione, alla concentrazione, all’impegno serio e costante? Cioè oggi la politica e la scuola, se certificano studenti che di fatto non studiano più (nel senso latino di studeo, ovvero come Applicazione, Compito, Metodo, ma anche Cura, Diligenza, Sollecitudine), allora dovrebbero dare uno stop a tale habitus acquisito, e farne acquisire uno esattamente opposto: educare alla cura, alla diligenza, sollecitare la passione, educare al rigore di conoscenze faticosamente assimilate, e tali da essere bagaglio prezioso. Gli studenti hanno diritto alla conoscenza, alla cultura, grazie alla quale comprendere il loro presente e, a loro volta, da futuri lavoratori, amministratori, politici e potenziali genitori, cambiare lo status quo, dare il loro contributo rispetto al mondo quale loro lo vorrebbero.

Il mondo ha bisogno di tutta l'intelligenza dei giovani

Viceversa c’è solo appiattimento al reale, assenza di pensiero critico, incapacità di incidere con la libertà di pensiero che i ragazzi invece non avrebbero più: modellati come sono e di più saranno, a come va il mondo, come se il mondo da loro non dipendesse in nessun senso. Si va verso un mondo naturale? Il mondo non è naturale, ma se le nuove generazioni non imparano che esso dipende dalle azioni umane, lo riterranno sempre più naturale e immodificabile. Allora chi avrà, invece, le redini del mondo, sarà vincente su tutta la linea, avrà formato generazioni supine e asservite ai suoi obiettivi. Un mondo retto da pochi in un mondo di milioni di assoggettati.
Per queste ed altre considerazioni, occorre da subito ritrovare lo spirito della nostra Costituzione, ma occorre anche incidere politicamente sull'agenda dei Governi, affinché non solo si riformi la scuola in senso costituzionale, ma essa sia messa al centro della politica e sia istituzione dove reindirizzare investimenti: perché soltanto la scuola può educare le nuove generazione alla stessa consapevolezza costituzionale. Stiamo andando invece verso un mondo sempre meno consapevole della nostra Carta, e con ciò sempre più lontano dal suo dettato: cioè, in definitiva, verso un mondo dove principi fondamentali, diritti e doveri, pratiche istituzionali sono sempre meno osservati, plasticamente piegati agli obiettivi che di volta in volta i Governi si prefiggono. Un allontanamento che rischia di essere irreversibile se non interveniamo presto: chi non conosce i propri principi, diritti e doveri è alla mercé di chi governa, di fatto non più cittadino, ma individuo governato, cui si dice solo cosa fare e come farlo senza più dialettica, perché non ci sarebbe più partecipazione democratica.

 
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Il rifiuto di questa riforma è di tenere aperta la strada per un’altra riscrittura

votoNO 350 260di Fausto Pellecchia - Sul significato della formula: “Preferisco di No”
Post festum, dopo l’ultimo incontro organizzato dal Comitato "Preferisco di No" con la partecipazione di Augusto Illuminati e Alfredo D’Attorre, ad appena 48 ore dal voto referendario, è forse il caso di esporre alcune delle ragioni che ci hanno indotto a battezzare il nostro gruppo di lavoro con la catchphrase di Bartleby lo scrivano, nell’omonimo racconto di Herman Melville.
Più di qualcuno aveva infatti obiettato che la denominazione prescelta sembra smorzare o attenuare la forza performativa del No, dislocandone le ragioni nella sfera delle preferenze e delle inclinazioni soggettive, e privandolo perciò della perentorietà categorica di un netto rifiuto. Sarebbe infatti implicito, nella frase melvilliana, anche il riconoscimento della potenza persuasiva che spinge all’assenso e all’accettazione, nonostante che le ragioni del No appaiano relativamente preponderanti e, infine, prevalenti. La formula sembra dunque sottesa da una temporanea oscillazione tra le opposte ragioni, segnalando una possibile esitazione dinanzi alla problematicità della decisione.
Pur in ossequio alla political correctness, conviene tuttavia ribadire la radicalità del rifiuto espresso nel tormentone melvilliano.
Preliminarmente, è opportuno precisare che l’originale formula di Bartleby ha la forma verbale del modo condizionale : “preferirei di no” (I would prefer not to). Se presa alla lettera, manifesta una piega manieristica che la rende inusuale e sofisticata, prossima all’agrammaticalità - che qualcuno direbbe appropriata al lessico dei “radical chic”. Essa andrebbe tradotta infatti con “Avrei preferenza di non farlo”, giacché la forma equivalente di uso comune è appunto: I had rather not.
Tuttavia, nel racconto di Melville, la formula ha delle varianti. Talvolta abbandona il condizionale e diventa seccamente indicativa: “Preferisco di No” (I prefer not to). In ogni caso, la formula conserva la caratteristica indeterminatezza semantica risultante dal rifiuto di Bartleby di eseguire tutto ciò che gli viene ordinato, consigliato o implorato di fare. Le sue numerose occorrenze si riferiscono sia all’ordine dell’Avvocato di collazionare le copie degli altri due scrivani dello studio, o di rileggere a quattr’occhi le proprie copie, sia quando gli si chiede di svolgere alcune commissioni all’esterno, sia quando viene invitato a cambiare di posto, sedendo nella stanza accanto allo studio. Persino quando, una domenica mattina, l’Avvocato cerca di entrare nel suo studio e si accorge che Bartleby lo usa ormai come camera da letto, o quando infine, esasperato dalla irremovibile riluttanza del suo eccentrico scrivano, vuole cacciarlo via, proponendogli altre possibili occupazioni (dal momento che questi si rifiuta ormai anche di copiare i documenti di studio), sempre riaffiora la formula del diniego e della non-preferenza. O meglio: come preferenza di nulla piuttosto che qualcosa (qualsiasi cosa) : «non una volontà di nulla, ma l’avanzare di un nulla di volontà», precisa Gilles Deleuze nel suo impareggiabile commento. Da essa l’Avvocato è progressivamente sospinto verso una sorta di feconda disperazione, che lo costringe a mutare costantemente e inutilmente il proprio ruolo: da capufficio esigente a padre premuroso, da confidente a consulente benevolo, da padrone ad amico fraterno.

Dire NO non significa teniamoci quella che abbiamo

Se proviamo a svolgere il parallelismo situazionale del Comitato per il No con la formula di Bartleby, è facile comprendere che in essa non si esprime un semplice rifiuto, ma ci si limita a ricusare nettamente un non-preferito, cioè il testo della controriforma costituzionale. Tuttavia, neppure accetta o vi oppone un preferibile. La formula, infatti, obbliga lo stesso Bartleby a cessare definitivamente la sua attività di copista, sostituendola con un puro, irredimibile non-fare. Pertanto, tradotto nei nostri termini, rifiutare il revisionismo della controriforma non equivale a mantenere inalterata l’attuale “costituzione materiale” del sistema politico italiano, che rappresenta il modo in cui è stata erosa, stravolta e tradita nella sua attuazione la costituzione formale del ’48. Al contrario, il diniego suppone esattamente l’impossibilità di una tale perseveranza. L’opzione che si limitasse a preservare lo status quo, a perpetuare le cose come sono, è tolta così radicalmente che non c’è neppure bisogno di ricusarla esplicitamente. Come per Bartleby, la formula “preferisco di No” del Comitato referendario elimina impietosamente tanto il non-preferito quanto il preteso preferibile: li rende indiscernibili, azzerando ogni preponderanza e ogni inclinazione soggettiva. Essa crea un vuoto nel linguaggio che lo svincola dai riferimenti, dalle assunzioni o dai taciti presupposti che generalmente assicurano e rassicurano l’interlocutore circa le attese di senso con le quali egli si dispone a comprendere ciò che gli viene detto. Anche nel caso del Comitato referendario, l’impiego della formula di Bartleby «esclude – come scrive Deleuze- ogni alternativa e inghiotte quel che pretende di conservare, non meno di quanto scarti ogni altra cosa».
È dunque possibile sciogliere il significato politico della formula di Bartleby con le parole di Augusto Illuminati:
«Il problema, infatti, non è di dire NO, teniamoci quella che abbiamo (la Costituzione, la vita in degrado ad essa soggiacente), ma diciamo Sì a una vita in trasformazione e avviamo un processo costituente che ne registri le direzioni di cambiamento. [...] L’unico senso del rifiuto di questa riforma, metà inconcludente e metà autoritaria, è di tenere aperta la strada per un’altra riscrittura, che faccia perno sull’espansione dei diritti e della cittadinanza, sui beni comuni e sul municipalismo, su nuove forme di reddito e welfare»

 
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“La riforma? Un pasticcio pazzesco e illeggibile”

PaoloProdiIntervista al professor Paolo Prodi di Natalia Marino, 31 ottobre 2016. 

La Costituzione andrebbe in primo luogo attuata. Sbagliata la riforma del Titolo V. Non si capisce cosa rappresenti il “nuovo” Senato. Un’indicibile assurdità dividere per materie le competenze tra Camera e Senato

Ecco le ragioni del No del professor Paolo Prodi, tra i massimi storici italiani dell’età moderna, docente emerito all’Università di Bologna, già rettore dell’ateneo di Trento, tra i fondatori dell’Istituto storico italo – germanico della città trentina e dell’associazione di cultura e politica “Il Mulino”, fratello dell’ex presidente del Consiglio Romano Prodi.
Vogliamo ringraziare il professor Prodi che, pur non essendo in piena forma, ci ha generosamente concesso questa intervista.

Professor Prodi cosa pensa della riforma costituzionale sottoposta a referendum?

È un pasticcio pazzesco ed è anche illeggibile. Se pure vogliamo chiamare “riforma” il testo che va a referendum. Possiamo farlo, certo, ben coscienti però che nella storia dell’umanità tante riforme sono andate indietro e non avanti. E questo è proprio uno di quei casi.

Perché ritiene rappresenti una sorta di arretramento nella storia della Repubblica?

Prima di tutto la Carta dei Padri costituenti andrebbe pienamente attuata, mentre dal 1992 a oggi assistiamo a una sorta di continuità nell’obiettivo di stravolgere la Costituzione, non di attuarla. Basti pensare ad alcuni articoli sulla rappresentanza democratica.

A quali articoli si riferisce?

All’articolo 49 sui partiti politici e all’art. 39 sui sindacati, per esempio. I Padri costituenti introdussero il principio della struttura democratica all’interno dei partiti politici, il canale attraverso cui la sovranità popolare si traduce nelle istituzioni. I partiti dovevano essere un soggetto giuridico pubblico con garanzie di statuto, libertà di parola, libertà di voto interno, nelle primarie o nelle elezioni dei suoi rappresentanti. Questo articolo è rimasto inattuato. Un problema diverso ma analogo riguarda i sindacati. All’epoca della Costituente si guardava al sindacato unico. In seguito, a partire dagli Anni 50, con la divisione tra diverse sigle, sono diminuite le garanzie democratiche interne per tutelare la rappresentatività. Così i sindacati difendono le loro posizioni e i loro iscritti piuttosto che il mondo del lavoro nella sua completezza. Questo è un tema importantissimo che le reti sindacali dovrebbero avere il coraggio di affrontare. E poi c’è il pasticcio enorme delle Regioni.

Il Titolo V ha mostrato la sua inefficacia, andava modificato?

Ora si cambia tutto, non risolvendo affatto il problema alla radice. Il Titolo V, approvato con referendum nel 2001, non ha assolutamente retto alla crescita delle Regioni, ognuna è andata per conto suo con le degenerazioni che abbiamo visto. Restano intatti i regimi delle Regioni a Statuto speciale: la Valle d’Aosta, la Sicilia, la Sardegna, ancora disomogenee rispetto al tessuto delle “ordinarie”. Se si fosse veramente voluto fare dell’Italia una repubblica federale, sul modello tedesco dei Lander, era necessario fare un salto in avanti: valorizzare le autonomie in un modello unitario e omogeneo del Paese. E sapere rappresentare i territori. Questa riforma è tutt’altro. Il Senato “nuova maniera” non si capisce assolutamente cosa rappresenti. Ne faranno parte degli eletti in secondo grado e, nonostante gli estensori della riforma dicano il contrario, non sarà per nulla una rappresentanza territoriale di tipo democratico. La Val d’Aosta ha 30mila cittadini, la Sicilia ne conta 6 milioni. Una bella differenza.

Per le edizioni “Il Mulino” ha da poco dato alle stampe il libro “Giuseppe Dossetti e le officine bolognesi”...

Dossetti era soprattutto convinto della necessità di attuare pienamente la Costituzione. Nei nostri colloqui, il Dossetti degli ultimi anni ha sempre definito il bicameralismo perfetto una necessità storica. L’Italia del 1947-’48 viveva la paura dell’imposizione di una parte del mondo sull’altra. Con la Guerra Fredda alle porte, quel bicameralismo dava la massima garanzia di equilibrio che il nostro sistema democratico poteva offrire. Dossetti era anche convinto della possibilità di rinnovare la Costituzione, se fossero cambiati i tempi o si fosse data attuazione agli Enti Regione. Questa revisione costituzionale, invece, non dà risposta alle trasformazioni della società italiana ed europea. Dividere per materie le competenze tra Camera e Senato è semplicemente un’indicibile assurdità. Si tracciano rigidi confini in un mondo che non ne ha: si pensi alle leggi in materia di energia, tutela dell’ambiente, sanità. Lo stato di guerra sarà deliberato solo dalla Camera dei deputati. Assistiamo già a molte “forzature”. Sappiamo solo dopo tempo che i nostri soldati sono stati inviati in un certo posto. Saranno “solo” 140 i militari italiani schierati in Lettonia? In simili situazioni ci dovrebbero essere numerosi gradi di discussione pubblica sia nel Parlamento italiano sia in quello europeo.

Anche il Presidente del Consiglio Renzi, ha richiamato più volte il pensiero di Dossetti per sostenere la necessità di modificare il bicameralismo paritario...

Troppe volte e troppo fortemente si è sfruttato il nome di Dossetti. Per me, Dossetti era ed è rimasto sempre un monaco.

Per Dossetti però dei cambiamenti nella Costituzione erano possibili...

Nel ’48 si prese in considerazione la possibilità di un futuro rinnovamento della Costituzione, sempre custodendone lo spirito democratico e le strutture fondamentali. Ricordo che Roberto Ruffilli, dossettiano, senatore componente della Commissione per la riforma della Costituzione e dello Stato, fu assassinato nel 1988 dalle Brigate rosse. Molto tempo dopo, cioè, i terribili anni di fuoco del terrorismo. Ruffilli e tutti coloro che erano vicini a Dossetti operavano per l’attuazione piena della Costituzione, impedendone lo stravolgimento. Già allora si capiva quali erano gli intenti prevalenti.

Professor Prodi, diceva che il testo è illeggibile. Questo preoccupa il docente?

Per un alunno o uno studente, questa revisione sarebbe impossibile da imparare. È letterariamente incomprensibile da parte di un ragazzo o di un adolescente. Quando noi eravamo giovani, la Costituzione poteva essere letta e studiata in classe nella sua limpidezza e chiarezza. Già oggi, la Costituzione si studia a scuola solo grazie al buon impegno di bravi insegnanti. E ora che un articolo di 4 righe si è allargato a 40 pagine, come chiedere a uno studente di imparare la Costituzione italiana, la Carta fondamentale del Paese a cui appartiene o dove vive? Ci sono inoltre un’infinità di confusioni. Sarà proibitivo proprio dal punto di vista fisico.

L’ANPI che ha sempre operato per portare la Costituzione italiana nelle scuole è fortemente impegnata per il No...

Lo credo bene.

 
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Lo squilibrio di poteri che crea il nuovo art. 120

votoNO 350 260IL PERCHE’ “NO” DI QUESTA DOMENICA 9 OTTOBRE '16


L’articolo 120 della nuova riforma che Renzi chiede di approvare darebbe al governo il potere di commissariare gli enti locali per dissesto finanziario (potere che nel 2013 gli era stato negato dalla sentenza n. 219 della Corte Costituzionale), e quello di poter applicare la cosiddetta “clausola di supremazia” anche rispetto alle materie di competenza regionale (articolo 117). Questo conferma e convalida l’impressione generale che la riforma modifichi l’equilibrio dei poteri senza ripensare a un bilanciamento adeguato.

In conclusione, dietro un’apparente semplificazione in nome della “governabilità” a noi sembra si celi il pericolo di un caos istituzionale in cui a restare al comando sia di fatto un solo potere: quello dell’esecutivo. Un rischio accresciuto dal legame tra l’Italicum e la riforma Boschi, che amplifica i suoi perniciosi effetti in termini di concentrazione del potere nel capo del governo e di indebolimento dell’autonomia delle istituzioni di garanzia. Ricordiamo, infine, che osservazioni molto simili a queste sono state mosse da un appello di 56 costituzionalisti (tra cui ben 11 presidenti emeriti della corte).

 
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