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Imminente rivoluzione finanziaria globale: la Russia segue il copione Usa

ECONOMIA VALUTE

Ormai si profila “una nuova valuta internazionale”

Ellen Brown ha scritto un articolo imperdibile che spiega con rara lucidità quale sia la posta in gioco dello scontro in atto tra Russia e Stati Uniti. EllenBrown 360 minSe in Italia esistesse ancora un giornalismo economico (o anche solo un giornalismo), di questo si dovrebbe parlare.
Nessun paese ha sfidato con successo l’egemonia globale del dollaro USA prima d’ora.
L’articolo originale in inglese è nel suo blog e qui di seguito eccone la traduzione.

I critici stranieri hanno sempre stigmatizzato il “privilegio esorbitante” che ha il dollaro USA come valuta di riserva globale. Gli Stati Uniti possono emetterla sostenuti nient’altro che dalla “piena fede e credito degli Stati Uniti“. I governi stranieri, avendo bisogno di dollari, non solo li accettano nel commercio, ma acquistano titoli statunitensi, finanziando efficacemente il governo statunitense e le sue guerre estere.
Ma nessun governo è stato abbastanza potente da rompere quell’accordo fino ad ora. Come è successo e cosa significherà per gli Stati Uniti e le economie globali?

L’ascesa e la caduta del petrodollaro
Innanzitutto, un po’ di storia: il dollaro USA è stato adottato come valuta di riserva globale alla conferenza di Bretton Woods nel 1944, quando il dollaro era ancora sostenuto dall’oro sui mercati globali. L’accordo prevedeva che l’oro e il dollaro sarebbero stati accettati in modo intercambiabile come riserve globali, i dollari sarebbero stati convertibili in oro su richiesta a $ 35 l’oncia. I tassi di cambio di altre valute sono stati fissati rispetto al dollaro.

Ma quell’accordo è stato rotto dopo che la politica “guns and butter” del presidente Lyndon Johnson ha esaurito le casse degli Stati Uniti finanziando sia la guerra in Vietnam che i suoi programmi sociali “Great Society” all’interno. Il presidente francese Charles de Gaulle, sospettando che gli Stati Uniti stessero finendo i soldi, cambiò gran parte dei dollari francesi in oro. Altri paesi seguirono il suo esempio o minacciarono di farlo.

Nel 1971, il presidente Richard Nixon pose fine alla convertibilità del dollaro in oro a livello internazionale (nota come “chiusura della finestra dell’oro”), al fine di evitare il prosciugamento delle riserve auree statunitensi.
Il valore del dollaro è poi crollato rispetto ad altre valute negli scambi globali. Per sostenere la situazione, Nixon e il Segretario di Stato Henry Kissinger fecero un accordo con l’Arabia Saudita e i paesi OPEC i quali avrebbero venduto petrolio solo in dollari e che tali dollari sarebbero stati depositati nelle banche di Wall Street e della City di Londra. In cambio, gli Stati Uniti avrebbero difeso militarmente i paesi OPEC.

Il ricercatore economico William Engdahl ha presentato anche le prove di una ‘promessa’ per la quale il prezzo del petrolio avrebbe dovuto quadruplicarsi. Una crisi petrolifera innescata da una breve guerra mediorientale fece quadruplicare il prezzo del petrolio e l’accordo OPEC fu finalizzato nel 1974.
L’accordo è rimasto in essere fino al 2000, quando Saddam Hussein lo ruppe vendendo petrolio iracheno in euro. Il presidente libico Omar Gheddafi seguì l’esempio. Entrambi i presidenti furono assassinati e i loro paesi furono distrutti da una guerra con gli Stati Uniti. Il ricercatore canadese Matthew Ehret osserva:
Non dobbiamo dimenticare che l’alleanza Sudan-Libia-Egitto, sotto la guida combinata di Mubarak, Gheddafi e Bashir, si era mossa per stabilire un nuovo sistema finanziario garantito dall’oro al di fuori del FMI/Banca mondiale per finanziare uno sviluppo su larga scala in Africa.
Se questo programma non fosse stato minato dalla distruzione della Libia guidata dalla NATO, dalla spartizione del Sudan e dal cambio di regime in Egitto, il mondo avrebbe assistito all’emergere di un importante blocco regionale di stati africani che modellava i propri destini al di fuori dei giochitruccati della finanza controllata dagli anglo-americani per la prima volta nella storia.

L’ascesa del PetroRublo
La prima sfida di una grande potenza a quello che divenne noto come il petrodollaro è arrivata nel 2022. Nel mese successivo all’inizio del conflitto in Ucraina, gli Stati Uniti e gli alleati europei hanno imposto pesanti sanzioni finanziarie alla Russia, in risposta all’invasione militare.

Le misure occidentali includevano il congelamento di quasi la metà dei 640 miliardi di dollari USA di riserve finanziarie della banca centrale russa, l’espulsione di molte delle più grandi banche russe dal sistema di pagamento globale SWIFT, l’imposizione di controlli sulle esportazioni volti a limitare l’accesso della Russia alle tecnologie avanzate, la chiusura del loro spazio aereo e portuale ad aerei e navi russi, oltre a istituire sanzioni personali contro alti funzionari russi e magnati di alto profilo. I russi preoccupati si sono affrettati a ritirare i rubli dalle loro banche e il valore del rublo è precipitato sui mercati globali proprio come il dollaro USA nei primi anni ’70.

Le certezze riposte nel dollaro USA come valuta di riserva globale, sostenuta “dalla piena fiducia e dal credito degli Stati Uniti”, erano state completamente infrante.
Il presidente russo Vladimir Putin ha dichiarato, in un discorso del 16 marzo, che gli Stati Uniti e l’UE non hanno rispettato i loro obblighi e che il congelamento delle riserve russe aveva segnato la fine dell’affidabilità dei cosiddetti ‘asset di prima classe’.

Il 23 marzo Putin ha annunciato che il gas naturale russo sarebbe stato venduto a “paesi ostili” solo in rubli russi, anziché in euro o dollari attualmente utilizzati. Quarantotto nazioni sono considerate “ostili” dalla Russia, inclusi Stati Uniti, Gran Bretagna, Ucraina, Svizzera, Corea del Sud, Singapore, Norvegia, Canada e Giappone (e Italia n.d.t.)
Putin ha osservato che più della metà della popolazione mondiale rimane “amica” della Russia. I paesi che non hanno votato per sostenere le sanzioni includono due grandi potenze, Cina e India, insieme al Venezuela, Turchia e altri paesi del “sud globale”. I paesi “amici”, ha detto Putin, ora possono acquistare dalla Russia in varie valute.

Il 24 marzo, il parlamentare russo Pavel Zavalny ha affermato in una conferenza stampa che il gas potrebbe essere venduto in Occidente per rubli o oro e in paesi “amici” per valuta nazionale o bitcoin.

I ministri dell’Energia delle nazioni del G7 hanno respinto la richiesta di Putin, sostenendo che violava i termini del contratto del gas che richiedevano la vendita in euro o dollari. Ma il 28 marzo, il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha affermato che la Russia “non è impegnata in beneficenza” e non fornirà gas all’Europa gratuitamente (cosa che farebbe se le vendite fossero in euro o dollari che attualmente non può utilizzare nel commercio). Le stesse sanzioni sono una violazione degli accordi sulla disponibilità delle valute sui mercati globali.
Bloomberg riferisce che il 30 marzo Vyacheslav Volodin, presidente della Camera bassa del parlamento russo, ha suggerito in un post su Telegram che la Russia potrebbe ampliare l’elenco delle merci per le quali richiede il pagamento dall’Occidente in rubli (o oro) per includere il grano, petrolio, metalli e altro.

L’economia russa è molto più piccola di quella degli Stati Uniti e dell’Unione Europea, ma la Russia è un importante fornitore globale di materie prime chiave, inclusi non solo petrolio, gas naturale e cereali, ma anche legname, fertilizzanti, nichel, titanio, palladio, carbone, azoto e metalli delle terre rare utilizzati nella produzione di chip per computer, veicoli elettrici e aeroplani.
Il 2 aprile, il colosso russo del gas Gazprom ha ufficialmente interrotto tutte le consegne in Europa attraverso il gasdotto Yamal-Europa, un’arteria fondamentale per le forniture energetiche europee.

Il professore di economia britannico Richard Werner definisce la mossa russa intelligente, una replica di ciò che fecero gli Stati Uniti negli anni ’70. Per ottenere materie prime russe, i paesi “ostili” dovranno acquistare rubli, facendo salire il valore del rublo sugli scambi globali proprio come il bisogno di petrodollari sostenne il dollaro USA dopo il 1973. Infatti, entro il 30 marzo, il rublo era già tornato ai livelli di un mese prima.

Una pagina al di fuori della sceneggiatura del “sistema americano”.
La Russia sta seguendo gli Stati Uniti non solo nell’agganciare la sua valuta nazionale alla vendita di un bene fondamentale, ma in un protocollo precedente, quello che i leader americani del 19° secolo chiamavano il “Sistema Americano” di moneta e credito sovrano.
I suoi tre pilastri erano:
(a) sussidi federali per miglioramenti interni e per finanziare le industrie nascenti della nazione;
(b) dazi per proteggere quelle industrie;
(c) credito facile emesso da una banca nazionale.

Michael Hudson, un ricercatore professore di economia e autore tra l’altro di “Super-Imperialism: The Economic Strategy of American Empire”, osserva che le sanzioni stanno costringendo la Russia a fare ciò che è stata riluttante a fare da sola: tagliare la dipendenza dalle importazioni e sviluppare le proprie industrie e infrastrutture. L’effetto, dice, è equivalente a quello dei dazi protettivi.
In un articolo intitolato “The American Empire Self-destructs”, Hudson scrive delle sanzioni russe (che in realtà risalgono al 2014):
La Russia era rimasta affascinata dall’ideologia del libero mercato per adottare misure per proteggere la propria agricoltura o industria. Gli Stati Uniti hanno fornito l’aiuto necessario imponendole l’autosufficienza interna (tramite sanzioni). Quando gli stati baltici hanno perso il mercato russo del formaggio e di altri prodotti agricoli, la Russia ha rapidamente creato il proprio settore caseario mentre diventava il principale esportatore mondiale di cereali…
La Russia sta scoprendo (o è sul punto di scoprirlo) che non ha bisogno di dollari americani come supporto per il tasso di cambio del rublo. La sua banca centrale può creare i rubli necessari per pagare i salari interni e finanziare la formazione di capitale. Le confische statunitensi potrebbero quindi portare la Russia a porre fine alla filosofia monetaria neoliberista, come Sergei Glaziev ha sostenuto a lungo secondo la Modern Monetary Theory …
I politici americani stanno costringendo i paesi stranieri a fare ciò che non hanno avuto il coraggio di fare da loro stessi, cioè a sostituire il FMI, la Banca Mondiale e altre armi della diplomazia statunitense. Invece i paesi dell’Europa, del Vicino Oriente e del Sud del mondo che si non seguono i loro stessi interessi economici a lungo termine, l’America li sta allontanando, come ha fatto con Russia e Cina.

Glazyev e il reset eurasiatico
Sergei Glazyev, menzionato sopra da Hudson, è un ex consigliere del presidente Vladimir Putin e del ministro per l’integrazione e la macroeconomia della Commissione economica dell’Eurasia, l’organismo di regolamentazione dell’Unione economica eurasiatica (EAEU). Ha proposto di utilizzare strumenti simili a quelli del “Sistema americano”, inclusa la conversione della Banca centrale russa in una “banca nazionale” che emette la propria valuta russa e fornisce credito per lo sviluppo interno. Il 25 febbraio, Glazyev ha pubblicato un’analisi delle sanzioni statunitensi intitolata “Sanctions ande Sovereignty”, in cui affermava:
«[Il] danno causato dalle sanzioni finanziarie statunitensi è indissolubilmente legato alla politica monetaria della Banca di Russia… La sua essenza si riduce a uno stretto legame della questione del rublo con gli utili dell’export e con il tasso di cambio rublo-dollaro. Si crea, infatti, nell’economia un’artificiale penuria di denaro, e la rigida politica della Banca Centrale porta a un aumento del costo dei prestiti, che uccide l’attività imprenditoriale e ostacola lo sviluppo delle infrastrutture nel Paese.»

Glazyev ha affermato che se la banca centrale sostituisse i prestiti in essere con i suoi partner occidentali con prestiti propri, la capacità di credito russa aumenterebbe notevolmente, prevenendo un calo dell’attività economica senza creare inflazione.

La Russia ha accettato di vendere petrolio all’India nella sua valuta sovrana, la rupia; in Cina in yuan; e alla Turchia in lire turche. Queste valute nazionali possono quindi essere spese per i beni e i servizi venduti da quei paesi.

Auspicabilmente, ogni paese dovrebbe essere in grado di commerciare nei mercati globali nella propria valuta sovrana; ecco cos’è una valuta fiat: un mezzo di scambio sostenuto dall’accordo tra le persone come misura del valore dei propri beni e servizi, sostenuto dalla “piena fede e credito” della nazione.
Ma questo tipo di sistema di baratto globale potrebbe crollare, proprio come fanno i sistemi di baratto locali, se una parte del commercio non volesse più i beni o i servizi dell’altra. In tal caso sarebbe necessaria una valuta di riserva intermedia per fungere da mezzo di scambio.

Glazyev e le sue controparti ci stanno lavorando. In un’intervista tradotta pubblicata su The Saker, Glazyev ha dichiarato:
«Attualmente stiamo lavorando a una bozza di accordo internazionale sull’introduzione di una nuova valuta di regolamento mondiale, ancorata alle valute nazionali dei paesi partecipanti e ai beni scambiati che determinano i valori reali. Non avremo bisogno di banche americane ed europee. Nel mondo si sta sviluppando un nuovo sistema di pagamento basato sulle moderne tecnologie digitali con blockchain, dove le banche stanno perdendo importanza.»

Russia e Cina hanno entrambe sviluppato alternative al sistema di messaggistica SWIFT da cui alcune banche russe sono state sospese. Il commentatore londinese Alexander Mercouris fa l’interessante osservazione che uscire dallo SWIFT significa che le banche occidentali non possono tracciare le operazioni russe e cinesi.
L’analista geopolitico Pepe Escobar riassume i piani per un reset finanziario eurasiatico/cinese in un articolo intitolato “Salute all’oro russo e al Petroyuan cinese”. Lui scrive:
«Ci è voluto molto tempo, ma finalmente stanno emergendoalcuni lineamenti chiave delle nuove fondamenta del mondo multipolare».

Venerdì 1 marzo, dopo una riunione in videoconferenza, l’Eurasian Economic Union (EAEU) e la Cina hanno concordato di progettare il meccanismo per un sistema monetario e finanziario internazionale indipendente. L’EAEU, composta da Russia, Kazakistan, Kirghizistan, Bielorussia e Armenia, sta stabilendo accordi di libero scambio con altre nazioni eurasiatiche e si sta progressivamente interconnettendo con la Chinese Belt and Road Initiative (BRI).
A tutti gli effetti pratici, l’idea viene da Sergei Glazyev, il più importante economista indipendente della Russia.
Abbastanza diplomaticamente, Glazyev ha attribuito il concretizzarsi della sua idea alle “comuni sfide e ai rischi associati al rallentamento economico globale e alle misure restrittive contro gli stati dell’EAEU e la Cina”.

Traduzione: poiché la Cina è una potenza eurasiatica tanto quanto la Russia, devono coordinare le loro strategie per aggirare il sistema unipolare degli Stati Uniti.

Il sistema eurasiatico sarà basato su “una nuova valuta internazionale”, molto probabilmente con riferimento allo yuan, calcolato come indice delle valute nazionali dei paesi partecipanti, nonché dei prezzi delle materie prime.
Il sistema eurasiatico è destinato a diventare una seria alternativa al dollaro USA, poiché l’EAEU potrebbe attrarre non solo le nazioni che hanno aderito alla BRI ma anche i principali attori della Shanghai Cooperation Organization (SCO) e dell’ASEAN. Gli attori dell’Asia occidentale, Iran, Iraq, Siria, Libano, saranno inevitabilmente interessati.

Privilegio esorbitante o onere esorbitante?
Se quel sistema avrà successo, quali saranno gli effetti sull’economia statunitense?

La ‘stratega degli investimenti’ Lynn Alden scrive, in un’analisi dettagliata intitolata “The Fraying of the US Global Currency Reserve System”, che ci sarà dolore a breve termine, ma, a lungo termine, la cosa andrà a beneficio dell’economia statunitense.
L’argomento è complicato, ma la linea di fondo è che il predominio del dollaro come valuta di riserva ha portato alla distruzione della nostra base manifatturiera e all’accumulo di un enorme debito federale. La condivisione dell’onere della valuta di riserva avrebbe l’effetto che le sanzioni stanno avendo sull’economia russa: di alimentare le industrie nazionali come farebbero dazi, consentendo la ricostruzione della base manifatturiera americana.

Altri commentatori affermano anche che essere l’unica valuta di riserva globale è più un onere esorbitante che un privilegio esorbitante. La perdita di tale status non porrebbe fine all’importanza del dollaro USA, che è troppo fortemente radicato nella finanza globale per essere rimosso, ma potrebbe significare la fine del petrodollaro come unica valuta di riserva globale e la fine delle devastanti guerre petrolifere finanziate per mantenere il suo dominio.

fonte: https://storiasegreta.com/2022/04/10/limminente-rivoluzione-finanziaria-globale-la-russia-segue-il-copione-americano/
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Rivoluzione a idrogeno per i treni Cassino-Sora-Avezzano

  • Pubblicato in Partiti

M5S LAZIO. Partiti

Marcelli-Porrello (m5s lazio): novità per linea Cassino – Sora - Avezzano

m5s lazio minRoma, 9 giugno – La Regione Lazio interloquirà con il Tavolo di Coordinamento, istituito presso la Direzione Generale per il trasporto e le infrastrutture ferroviarie del Ministero delle Infrastrutture e della Mobilità Sostenibili, affinché la tratta ferroviaria Cassino-Sora-Avezzano venga inserita nella lista delle linee potenzialmente suscettibili di conversione alla trazione ferroviaria a idrogeno. Il Consiglio Regionale del Lazio, ha approvato all’unanimità, la Mozione presentata dal Capogruppo M5S Loreto Marcelli e dal vice-Presidente del Consiglio Regionale Devid Porrello, i quali da tempo stanno sostenendo l’importanza dell’utilizzo dell’idrogeno verde sulla rete ferroviaria della regione.

“L’utilizzo di fonti non inquinanti impone un cambio di passo anche nelle infrastrutture – ha dichiarato il capogruppo Marcelli - la nostra mozione va in questa direzione, per tutelare l’ambiente e dare una spinta alla decarbonizzazione. Stiamo parlando di una linea ferroviaria importante, utilizzata ogni giorno da lavoratori e studenti e che attraversa paesi e territori di straordinaria bellezza, un patrimonio che va assolutamente salvaguardato. Uno dei settori più coinvolti dalla rivoluzione a idrogeno è proprio quello dei trasporti,in particolare quello ferroviario, proprio perché questo tipo di energia garantisce zero emissioni di CO2. Una soluzione pulita e silenziosa che ci fa fare un passo in avanti verso il programma Next Generation EU”.

“L’obiettivo è convertire ad energia pulita quante più infrastrutture possibili - ha ribadito Devid Porrello –accelerando lo sviluppo di una mobilità green che vada, di pari passo, a beneficio dell’ambiente e dell’economia, col fine di raggiungere il traguardo, fissato al 2030, di riduzione dei gas serra. Il miglior modo di utilizzare i fondi europei del Piano di Ripresa e Resilienza è lasciare in eredità alle generazioni che verranno dopo di noi un sistema economico sostenibile”.

Ufficio Comunicazione M5S Regione Lazio
XI Legislatura

 

 

 

 

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Il Pci e la rivoluzione in Occidente

 Cento anni dopo

renato guttuso funerali di togliatti 470 min«Veniamo da molto lontano, e andiamo molto lontano» Queste parole di Palmiro Togliatti¹, il rivoluzionario costituente stratega della rivoluzione in Occidente, dal quale non si può prescindere ricordando il Pci, danno il senso di un percorso lungo e complicato, che dai primi passi di Amadeo Bordiga e Antonio Gramsci si dipana poi lungo tutto il Novecento. Fino alla guida del partito da parte dello stesso Togliatti, cui seguiranno Luigi Longo ed Enrico Berlinguer.

 

La fondazione del Pci il 21 gennaio del 1921, nel momento più grave della crisi della borghesia italiana e del movimento operaio, che traccheggiava tra un riformismo rissoso e inconcludente e un massimalismo parolaio altrettanto inconcludente, era «storicamente necessaria e inevitabile» secondo il giudizio di Antonio Gramsci². Tuttavia, in un Paese scosso da una crisi profonda e da acuti conflitti di classe come fu evidente durante il “biennio rosso”, la nuova formazione politica non riuscì a piantare radici solide nella società e a organizzarsi su ampie basi di massa come chiedeva l’urgenza dei tempi.

 

I Consigli degli operai, che avrebbero dovuto essere promotori dell’azione rivoluzionaria, concentrati pressoché solo nella cintura torinese, non furono in grado di diffondersi nel Paese e di assolvere a una funzione dirigente. Forte era il condizionamento - osservava ancora Gramsci - determinato dalla necessità di «mantenere strette le file del partito, aggredito fisicamente dalla offensiva fascista da una parte, e dai miasmi cadaverici della decomposizione socialista dall’altra»³.

 

Solo in seguito, superati il settarismo bordighista e la subalternità riformistica, il nuovo partito, con il congresso di Lione del 1926, fu in grado di fissare un asse strategico indicato da Gramsci, fondato sull’alleanza tra operai e contadini. Ma ormai era tardi. Il fascismo era vincente, come aveva certificato la marcia su Roma. La dittatura metteva fuori legge i partiti e i sindacati, colpiva gli avversari sopprimendoli, arrestandoli, costringendoli all’esilio.
Gramsci fu incarcerato e ucciso, Terracini condannato a oltre 20 anni che scontò tra carcere e confino. Il partito, le cui sedi venivano assalite e distrutte, fu costretto alla clandestinità. Ma non cessò di lottare mantenendo, pur in condizioni di difficoltà spesso insormontabili, un collegamento con il Paese e con la base della società, in particolare con gruppi di operai. A questo scopo, per organizzare comunque una presenza e una iniziativa, furono costituiti il Centro interno a Genova, diretto da Camilla Ravera e il Centro estero a Parigi, guidato da Togliatti. Non per caso i primi colpi assestati al fascismo furono gli scioperi del marzo 1943 a Torino, che coinvolsero 100 mila operai.

 

Se si muovesse dall’analisi dei fatti invece che dall’inossidabile pregiudizio anticomunista, non contrastato e anzi subìto passivamente, elevato ormai a fattore costitutivo del sistema di potere nelle forme più rozze e primitive come in quelle più raffinate e sottili, si giungerebbe a una conclusione incontrovertibile: i comunisti italiani sono stati non solo i più numerosi e coerenti combattenti per la libertà, ma anche i più tenaci sostenitori della democrazia in Italia e in Europa.

 

Sono stati la forza politica fondamentale per combattere il fascismo, per organizzare la guerra partigiana di liberazione, ptogliatti 370 miner abbattere la monarchia e instaurare la repubblica, per scrivere e attuare la Costituzione, per difendere la democrazia e la libertà degli uomini e delle donne, i diritti sociali e civili, per contrastare e vincere il terrorismo. In sintesi, avendo rappresentato la maggioranza della classe lavoratrice e dei ceti popolari, sono stati costruttori decisivi della nazione e dell’Italia democratica.

 

È un dato di fatto della nostra storia di italiani. Reso possibile da quell’ originale pensiero critico d’ispirazione marxista proposto da Gramsci e da Togliatti. Il quale, muovendo da una moderna analisi delle classi sociali e dalla visione gramsciana dell’egemonia, rielabora i fondamenti teorici e la pratica della rivoluzione come processo, del socialismo e della democrazia, del partito politico. Una impostazione del tutto nuova, che sviluppando un orientamento già emerso nella relazione di Togliatti al VII congresso dell’Internazionale nel 1935 sui temi della pace e della guerra, rovescia la tradizionale concezione rivoluzionaria, e supera di slancio la frattura storica che aveva diviso il movimento operaio, contrapponendo massimalisti e riformisti.

 

La rivoluzione che procede per via pacifica e costituzionale, attraverso profonde riforme della struttura economico-sociale e il conflitto tra le classi sul terreno di una democrazia progressiva in continua espansione, anche nell’economia. Il socialismo inteso non come astratta predicazione del «sol dell’avvenir» ma neanche come modello unico universale da applicare sempre e ovunque. Bensì come una civiltà più avanzata, proiettata verso nuove mete di uguaglianza e di libertà per tutti gli uomini e le donne, da costruire nelle condizioni storiche concrete di ciascun Paese. La democrazia non solo come via da seguire ma anche, e soprattutto, come fattore costitutivo del socialismo. Infine, il partito di massa come strumento funzionale allo scopo.
Sono queste componenti del pensiero e della pratica politica di Togliatti che ne hanno fatto un grande rivoluzionario, capace di disegnare nell’Occidente avanzato un nuovo modello di socialismo molto diverso da quello sovietico, al quale peraltro era profondamente legato anche come dirigente dell’Internazionale. Ma proprio nell’autonomia, prima di tutto del pensiero, risaltano l’originalità e la grandezza di Togliatti.

 

Non c’è dubbio che il segretario del Pci sia stato in Occidente il più innovativo del comunismo mondiale nella seconda metà del Novecento, dopo la rottura storica della rivoluzione d’ottobre e la vittoria dell’Urss sul nazifascismo. Lo conferma il suo ultimo atto, il memoriale di Yalta del 1964, dove, prendendo le distanze dallo stalinismo indicava le coordinate di un socialismo diverso, fortemente innervato nella democrazia. E sollecitava ai sovietici e ai cinesi, venuti in collisione, la ricerca di un nuovo internazionalismo, proprio in ragione della diversità delle loro posizioni.

 

Togliatti fu anche un grande statista, il costruttore più coerente della nostra democrazia costituzionale proprio in ragione della sua visione processo rivoluzionario. Uno stratega dal pensiero lungo, come è evidente dal progetto di una Costituzione «non di previsione ma di guida», di cui è stato tra i principali estensori. In pari tempo fu un tattico lucido e tempestivo, «l’unico veggente tra coloro che vanno alla cieca», come disse Pietro Nenni nel 1944. Quando Togliatti, dopo anni di esilio, rientrato in un Paese allo sbando occupato e distrutto dalle truppe straniere, indicò nel governo del Mezzogiorno occupato dagli anglo-americani e nella guerra partigiana promossa dalle forze democratiche unite contro i nazifascisti la scelta da compiere per liberare l’Italia, ricostruirla nella sua unità territoriale, e quindi fondare la Repubblica. Un momento decisivo, passato alla storia come la svolta di Salerno.

 

Tattica e strategia si fondono in una visione alta della politica, intesa come teoria e pratica «per trasformare il mondo». Il che comporta capacità di analisi e di progetto, muovendo sempre dalla composizione di classe della società e dal conflitto, e dunque dalla conoscenza dei fatti storici e della realtà, dei bisogni del momento e dell’avvenire. In modo da poter valutare, alla luceberlinguer fra giovani 370 min dei principi, le condizioni oggettive e quelle soggettive tanto della avanzata e della vittoria quanto della ritirata e della sconfitta. «Alla base di questa comprensione - precisa Togliatti - vi è la critica di se stessi e degli altri, che è momento di azione ulteriore». Così intesa e praticata, la politica «si colloca al vertice delle attività umane» e «acquista il carattere di scienza».

 

Democrazia progressiva e «partito nuovo» sono i due pilastri della strategia di Togliatti. Partito nuovo vuol dire partito popolare e di massa, che facendo asse sulla classe operaia si ramifica nel più vasto mondo del lavoro materiale e immateriale, e si estende ai ceti intermedi. Insediandosi con le sue cellule e sezioni nei luoghi di lavoro e di studio sul tutto il territorio nazionale, e coinvolgendo milioni di persone - donne e uomini, giovani e anziane - le ha rese protagoniste della lotta politica. Una scelta che elevando il livello sociale, culturale e politico delle classi subalterne, e contrastando senza incertezze il plebeismo, ha spinto dal basso il progresso del Paese e promosso una nuova classe dirigente.

 

Ponendo lo strumento politico in perfetta sintonia con la strategia, Togliatti non aveva dubbi: «Nessuna politica può essere realizzata senza un partito, il quale sia capace di portarla tra le masse, nelle officine, nelle strade, nelle piazze, nelle case, nel popolo e di guidare tutto il popolo a realizzarla (…). È dovere dei comunisti di essere vicini a tutti gli strati popolari, a tutti coloro che soffrono; agli operai che lavorano o che sono disoccupati, ai giovani, alle donne operaie o di casa, agli intellettuali, ai contadini. Dobbiamo riuscire a comprendere tutte le necessità di questi strati popolari e impegnarci a soddisfarle».
Parole antiche, che acquistano un sapore nuovo in questa fase tormentata della storia umana, nella quale si rischia il tracollo del sistema ambientale in presenza di epidemie, alluvioni, incendi sempre più diffusi, provocati dallo sfruttamento senza limiti della natura alla ricerca illimitata del profitto. Con il risultato di un aumento stratosferico delle disuguaglianze e della concentrazione della ricchezza, come dimostra la tragica vicenda del Covid.

 

Non perdiamo tempo a cercare un capitalismo «solidale», «paziente», «migliore» e via elencando, invece di quello finanziario che ci opprime, nel quale permarrebbe comunque lo sfruttamento della persona umana e dell’intera natura. L’obiettivo è rovesciare le finalità dell’ordinamento economico-sociale: non il massimo profitto ma il benessere comune nella salvaguardia della natura. Cominciando a rendere davvero universali i diritti sociali in Europa e in Italia, adottando un’imposizione fiscale progressiva sui redditi e i patrimoni, e ponendo dei limiti all’iniziativa e alla proprietà privata, che devono svolgere una funzione sociale, come la Costituzione prevede.

 

Il progetto togliattiano di avanzare verso il socialismo per via democratica e pacifica in Europa e in Italia, poi ripreso e sviluppato da Luigi Longo ed Enrico Berlinguer, non è andato a buon fine. Ma ha lasciato agli italiani e alle italiane la conquista più alta raggiunta nella loro lunga e contrasta lotta per la libertà: la Costituzione antifascista del 1948, un progetto di società che apre le porte a un socialismo di tipo nuovo.

 

Manifestazionecomunista 700 min

 

Il lavoro - non il capitale – è infatti il fondamento della Repubblica. Oggi però viviamo in una condizione nella quale il lavoro è stato escluso dal sistema politico. La contraddizione è palese e lacerante. Milioni di uomini e di donne, soprattutto giovani, che lavorano o che per vivere cercano lavoro, sono uno zero assoluto nel sistema politico, con pesanti effetti negativi sulla vita dell’intera società.
Come si ricostituisce allora, in presenza della rivoluzione digitale, nella prospettiva dell’economia verde e della tutela integrale dell’ambiente, un partito politico che dia rappresentanza e organizzazione alle lavoratrici e ai lavoratori del XXI secolo, fino a renderli protagonisti e farli assurgere al ruolo di classe dirigente? Questo è il problema, tutto il resto viene dopo. E precisamente a questo problema la sinistra (se esiste) dovrebbe dare risposta, invece di aggrovigliarsi e accapigliarsi senza costrutto in continue manovre politiciste. Lontane mille miglia dal mondo del lavoro e dalla vita reale delle persone, sempre più difficile e travagliata.

 

Nella cornice della Costituzione, che resta il riferimento decisivo, si potrebbe cominciare promuovendo ampie mobilitazioni con l’obiettivo di dare attuazione alla triade dei diritti fondamentali, indispensabili per la classe lavoratrice e per la vita di ogni persona: il diritto alla salute, il diritto al lavoro, il diritto all’istruzione nel rispetto integrale dell’ambiente. In modo da far maturare nell’esperienza concreta della riconquista dei medesimi diritti una nuova coscienza di classe e politica. In assenza della quale non esiste una reale prospettiva di cambiamento.

 

Paolo Ciofi
www.paolociofi.it

 

Note
1 P. Togliatti, Per la sfiducia al IV governo De Gasperi 26 settembre 1947, in Discorsi parlamentari, Camera dei deputati 1984
2 A. Gramsci, Cinque anni di vita del partito, L’Unità 26 febbraio 1926
3 Ivi
4 V, U. Massola, Gli scioperi del ’43, Editori Riuniti 1973
5 G. Bocca, Palmiro Togliatti, Laterza 1973
6 P. Togliatti, Il leninismo nel pensiero e nell’azione di A. Gramsci, Opere 1956-1964, Editori Riuniti 1984
7 P. Togliatti, La politica nazionale dei comunisti, Opere 1944-55, Editori Riuniti 1984

 

 

 Il Pci e la rivoluzione in Occidente è pubblicato anche da malacoda3.webnode.it, sulatesta.net, unoetre.it

 

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La Rivoluzione francese e le donne

 OlimpeDeGouges 350 mindi Fiorenza Taricone - La Rivoluzione francese, le donne, la Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina di Olympe de Gouges

A luglio la Francia, ma anche tutta l’Europa moderna festeggerà la rivoluzione che ha abbattuto il potere assoluto della monarchia, ma che ha segnato anche una fase di rottura irreversibile nella schiavitù femminile.
Nel 1789 Luigi XVI si rassegna ad accettare la convocazione degli Stati Generali che non si riunivano dal 1614, secolo segnato dalla sovranità assoluta di Luigi XIV, Re Sole. I tre ordini dell’Ancien Règime, Nobiltà, Clero, Terzo Stato, tengono assemblee separate. Nel corso delle riunioni vengono eletti i deputati e redatti i cahiers de dolèances, una sorta di elenco di richieste da soddisfare. Per quanto riguarda le donne, come sempre non vengono interpellate. Le appartenenti alla nobiltà hanno diritto di rappresentanza, cioè di delega del proprio voto, in base al titolo di proprietario di un feudo, sancito dall’articolo XX del regolamento regio del gennaio 1789 che stabilisce le modalità di rappresentanza agli Stati Generali.

“Le donne che hanno proprietà, le ragazze e le vedove così come le minori che godono di nobiltà, purché in possesso di feudi potranno farsi rappresentare da procuratori presso l’ordine della nobiltà”. Per tutte le altre donne, nulla era previsto, e il voto per ordini avrebbe visto prevalere come sempre i due ordini della nobiltà e del clero contro quello più numeroso e produttivo. Ma gli avvenimenti presero un’altra piega: Luigi XVI, sotto la spinta delle proteste, concesse al Terzo Stato di avere tanti deputati quanto gli altri due messi insieme. Forse tutto ciò non fu estraneo alla decisione di alcune donne borghesi, escluse una seconda volta anche dopo la concessione del sovrano, di far sentire lo stesso la loro opinione. I Cahiers de dolèances femminili non sono moltissimi, e per lo più provengono dalle comunità religiose o da quelle di commercianti, comunque da gruppi ristretti e in difesa di precisi interessi. La Petizione delle donne del Terzo Stato, anonima, che segue, si colloca ad un livello più alto. I diritti che compaiono sono il diritto al lavoro e quello all’istruzione.

Petizione delle donne del Terzo Stato al Re
1 gennaio 1789
Sire, in un tempo in cui i differenti Ordini dello Stato si occupano dei loro interessi, in cui ognuno cerca di far valere i propri diritti e i propri titoli, in cui gli uni si agitano per evocare i secoli della schiavitù e dell’anarchia, in cui gli altri cercano di scrollarsi di dosso le ultime catene che li legano ancora ad un imperioso resto di feudalesimo, le donne, oggetto costante dell’ammirazione e del disprezzo degli uomini, le donne, in questa comune agitazione non potrebbero anch’esse far sentire la propria voce?
Escluse dall’Assemblee Nazionali da leggi troppo ben cementate per sperare di poterle scalfire, esse non chiedono, Sire, il permesso di inviare i propri deputati agli Stati Generali; sanno fin troppo bene quanta parte avrebbe il favoritismo nell’elezione, e quanto sarebbe facile agli eletti condizionare la libertà dei suffragi. Preferiamo, Sire, deporre la nostra causa ai vostri piedi; rivolgiamo le nostre lagnanze al vostro cuore, e al vostro cuore affidiamo le nostre miserie, poichè è solo da esso che vogliamo soddisfazione. Le donne del Terzo Stato nascono quasi tutte senza fortuna; la loro educazione è scarsamente curata, quando non completamente sbagliata; si risolve nel mandarle a scuola, da un Maestro che per primo non sa una parola della lingua che insegna, che frequenteranno finchè non sapranno leggere l'Officio della Messa in francese e i Vespri in latino. Soddisfatti i primi doveri della Religione, s’insegna loro un mestiere; giunte ai 15 o 16 anni, arrivano a guadagnare al massimo 5 o 6 soldi al giorno. Se la natura ha rifiutato loro la bellezza, si sposano senza dote, con poveri artigiani; vegetano stentatamente in province sperdute e danno la vita a bambini che esse stesse non sono in grado di allevare. Se invece nascono graziose, senza cultura, senza principi morali, cadono in balia del primo seduttore, commettono un primolassemblea nazionale costituente francese seconda repubblica maggio 1848 lannuncio di un regno e repubblica indivisibile dai rappresentanti del popolo raffigurazione del primo incontro del breve governo repubb 1 errore e per nascondere la vergogna vengono a Parigi, dove finiscono per perdersi completamente e morire vittime del libertinaggio. Oggi che le difficoltà di sussistenza costringono migliaia di loro a mettersi all’asta, che gli uomini trovano più comodo comprarle per un certo tempo piuttosto che conquistarle per sempre, quelle che si sentono portate alla virtù da una felice inclinazione, che sono divorate dal desiderio di istruirsi, che si sentono spinte da un gusto naturale, che hanno superato i difetti dell'educazione ricevuta e sanno un po’ di tutto, senza aver appreso nulla, quelle infine che un animo eletto, un cuore nobile, una fierezza di sentimento fanno chiamare bigotte, sono costrette a rinchiudersi nei monasteri, in cui si esige solo una modesta dote, o a mettersi a servizio.
Se la vecchiaia invece le sorprende nubili, la trascorreranno fra le lacrime, oggetto di disprezzo dei parenti più prossimi. Per ovviare a tanti mali, Sire, noi chiediamo: che gli uomini, in nessun caso possano esercitare mestieri che sono appannaggio delle donne, ossia quelli di sarta, ricamatrice, negoziante di moda, che ci lascino almeno l’ago e il fuso, e noi ci impegneremo a non prendere in mano il compasso e la squadra. Chiediamo di venire illuminate, di avere occupazioni, non per usurpare l’autorità degli uomini, ma per esserne maggiormente stimate, per avere mezzi di sussistenza al riparo dagli infortuni, perchè l'indigenza non costringa le più deboli di noi, abbagliate dal lusso e sviate dall'esempio, ad unirsi a quella folla di disgraziate che popolano le strade e la cui viziosa audacia costituisce l’obbrobrio del nostro sesso e degli uomini che le frequentano. Vorremmo che questa categoria di donne portasse un distintivo. Non dovrebbero mai togliersi il distintivo, pena l’obbligo di lavorare in pubblici laboratori, a vantaggio dei poveri. Vi supplichiamo Sire di istituire scuole gratuite in cui poter appendere i principi della nostra lingua, la religione e la morale. Noi chiediamo di liberarci dell’ignoranza, per dare ai nostri figli un'educazione sana e ragionevole, per farne Sudditi degni di servirvi. Li educheremo ad amare il bel nome di Francese, trasmetteremo l’amore che abbiamo per la Vostra maestà; noi infatti preferiamo lasciare agli uomini il valore, il genio, ma sempre contenderemo loro il pericoloso e prezioso dono della sensibilità.

 

La rivoluzionaria Olympe
Se le borghesi fanno sentire per la prima volta in modo compatto la loro voce, Olympe de Gouges stende una Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina, in parte simile a quella ben più famosa di quella maschile. Fin dal lontano 1992 quando con Mimma De Leo scrivemmo il primo libro di testo per le scuole superiori dal titolo Le donne in Italia. Diritti civili e politici, ci auguravamo che il testo fosse inserito nei libri di storia di tutte le scuole, insieme a quella maschile, ma nulla da allora è cambiato.

Olympe de Gouges, il cui vero nome era Marie Gouze, si ritiene fosse nata a Montauban nel 1775. Non ebbe alcuna educazione, ma sembra fosse figlia illegittima di un nobile non privo di ambizioni letterarie e che da lui avesse ereditato le indubbie capacità di scrittrice. Lasciò presto la cittadina dove era nata per restare nella capitale, dove si mantenne anche con il “lavoro di penna”, scandaloso per i tempi. Scrisse anche pièces teatrali e testi sull’inferiorità femminile, equiparando con notevole anticipo sui tempi la schiavitù delle donne a quella dei neri. Fondatrice allo scoppio della Rivoluzione della Società fraterna d’ambo i sessi; appoggiò la marcia su Versailles, l’assalto alle Tuileries e nel settembre successivo dopo l’imprigionamento del re e della regina si offrì di assumerne la difesa. Nel frattempo rivolgeva affermazioni piuttosto pesanti contro Robespierre e i montagnardi. In uno dei suoi ultimi scritti politici invitò i cittadini a indire un referendum tra repubblica unitaria e monarchia costituzionale. Arrestata nel luglio 1793, affermò di essere incinta per avere salva la vita, ma prolungò solamente la sua prigionia. Venne ghigliottinata il 3 novembre 1793.

 

La Dichiarazione è costituita da 17 articoli, tanti quanti ne ha la parallela Dichiarazione al maschile: alcuni di questi articoli, una minoranza, o riproducono integralmente i corrispettivi dell’89, salvo aggiungere la parola «donna» o sostituirla alla parola «uomo» (dal I al III; IX; XII, XV). Olympe de Gouges riscrive, invece, completamente gli altri articoli della Dichiarazione dei diritti della donna da far decretare all'Assemblea Nazionale nelle sue ultime sedute o in quella della prossima legislatura. Fondante l’art. IV, che esplicita con una denuncia politica che la libertà non è affatto uguale per tutti gli individui, essendo quella delle donne invasa e ostacolata dalla tirannia dell’uomo. Altrettanto importante, il VI chiede che tutte le cittadine abbiano pari accesso a tutte le cariche, posti e impieghi pubblici «secondo le loro capacità, e senz’altre distinzioni che quelle dei loro meriti e dei loro talenti». L’art. X è il più famoso: interamente riformulato rispetto al corrispondente dell’89, sostiene la libertà di opinione per tutti tanto più per la donna che «avendo il diritto di salire il patibolo» parimenti ha quello «di salire alla tribuna». Ai diritti politici e alla libertà di opinione è associata la libertà di concepire figli anche fuori del matrimonio: le ragazze madri, nubili o vedove, non devono più dissimulare la loro «colpa» e possono legalmente effettuare la ricerca della paternità (art. XI). L'ultimo articolo, il XVII, introduce un concetto di comunione dei beni nel rapporto matrimoniale, che Olympe riprenderà nella postfazione, in particolare nella proposta di un Nuovo Contratto Sociale. Questo prevede la comunione dei beni da dividersi in parti uguali in caso di separazione, il riconoscimento dei figli naturali, il divorzio.

 

Preambolo

Le madri, le figlie, le sorelle, rappresentanti della nazione, chiedono di potersi costituire in Assemblea nazionale. Considerando che l’ignoranza, l’oblio o il disprezzo dei diritti della donna sono le cause delle disgrazie pubbliche e della corruzione dei governi, hanno deciso di esporre, in una Dichiarazione solenne, i diritti naturali, inalienabili e sacri della donna, affinché questa dichiarazione, costantemente presente a tutti i membri del corpo sociale, ricordi loro senza sosta i loro diritti e i loro doveri, affinché gli atti del potere delle donne e quelli del potere degli uomini, potendo essere paragonati ad ogni istante con gli scopi di ogni istituzione politica, siano più rispettati, affinché le proteste dei cittadini, fondate ormai su principi semplici e incontestabili, si rivolgano sempre al mantenimento della Costituzione, dei buoni costumi, e alla felicità di tutti. In conseguenza, il sesso superiore sia in bellezza che in coraggio, nelle sofferenze della maternità, riconosce e dichiara; in presenza e sotto gli auspici dell’essere supremo, i seguenti Diritti della Donna e della Cittadina.

ARTICOLO I
La Donna nasce libera e resta eguale all’uomo nei diritti. Le distinzioni sociali possono essere fondate solo sull’utilità comune.DichiarazioneDirittiDonne 350 min

ARTICOLO II
Lo scopo di ogni associazione politica è la conservazione dei diritti naturali e imprescrittibili della Donna e dell’Uomo: questi diritti sono la libertà, la proprietà, la sicurezza e soprattutto la resistenza all’oppressione.

ARTICOLO III
II principio di ogni sovranità risiede essenzialmente nella nazione, che è la riunione della donna e dell’uomo: nessun corpo, nessun individuo può esercitarne l’autorità che non ne sia espressamente derivata.

ARTICOLO IV
La libertà e la giustizia consistono nel restituire tutto quello che appartiene agli altri; così l’esercizio dei diritti naturali della donna ha come limiti solo la tirannia perpetua che l’uomo le oppone; questi limiti devono essere riformati dalle leggi della natura e della ragione.

ARTICOLO V
Le leggi della natura e della ragione impediscono ogni azione nociva alla società: tutto ciò che non è proibito da queste leggi, sagge e divine, non può essere impedito, e nessuno può essere obbligato a fare quello che esse non ordinano di fare.

ARTICOLO VI
La legge deve essere l’espressione della volontà generale; tutte le Cittadine e i Cittadini devono concorrere personalmente, o attraverso i loro rappresentanti, alla sua formazione; essa deve essere la stessa per tutti: tutte le cittadine e tutti i cittadini, essendo uguali ai suoi occhi, devono essere ugualmente ammissibili a ogni dignità, posto e impiego pubblici secondo le loro capacità, e senza altre distinzioni che quelle delle loro virtù e dei loro talenti. .

ARTICOLO VII
Nessuna donna è esclusa; essa è accusata, arrestata e detenuta nei casi determinati dalla Legge. Le donne obbediscono come gli uomini a questa legge rigorosa.

ARTICOLO VIII
La Legge non deve stabilire che pene restrittive ed evidentemente necessarie, e nessuno può essere punito se non grazie a una legge stabilita e promulgata anteriormente al delitto e legalmente applicata alle donne.

ARTICOLO IX
Tutto il rigore è esercitato dalla legge per ogni donna dichiarata colpevole.

ARTICOLO X
Nessuno deve essere perseguitato per le sue opinioni, anche fondamentali; la donna ha il diritto di salire sul patibolo, deve avere ugualmente il diritto di salire sulla Tribuna; a condizione che le sue manifestazioni non turbino l’ordine pubblico stabilito dalla legge.

ARTICOLO XI
La libera comunicazione dei pensieri e delle opinioni è uno dei diritti più preziosi della donna, poichè questa libertà assicura la legittimità dei padri verso i figli. Ogni Cittadina può dunque dire liberamente, io sono la madre di un figlio che vi appartiene, senza che un pregiudizio barbaro la obblighi a dissimulare la verità; salvo rispondere dell'abuso di questa libertà nei casi determinati dalla Legge.

ARTICOLO XII
La garanzia dei diritti della donna e della cittadina ha bisogno di un particolare sostegno; questa garanzia deve essere istituita a vantaggio di tutti, e non per l’utilità particolare di quelle alle quali è affidata.

ARTICOLO XIII
Per il mantenimento della forza pubblica, e per le spese dell’amministrazione, i contributi della donna e dell’uomo sono uguali; essa partecipa a tutte le incombenze, a tutti i lavori faticosi; deve dunque avere la sua parte nella distribuzione dei posti, degli impieghi, delle cariche delle dignità e dell’industria.

ARTICOLO XIV
Le Cittadine e i Cittadini hanno il diritto di costatare personalmente, o attraverso i loro rappresentanti; la necessità dell’imposta pubblica. Le Cittadine non possono aderirvi che a condizione di essere ammesse a una uguale divisione, non solo nei beni di fortuna, ma anche nell’amministrazione pubblica, e di determinare la quota, la base imponibile, la riscossione e la durata dell'imposta.

ARTICOLO XV La massa delle donne, coalizzata nel pagamento delle imposte con quella degli uomini, ha il diritto di chiedere conto, a ogni pubblico ufficiale, della sua amministrazione.

ARTICOLO XVI Ogni società nella quale la garanzia dei diritti non sia assicurata, nè la separazione dei poteri sia determinata, non ha alcuna costituzione; la costituzione è nulla, se la maggioranza degli individui che compongono la Nazione, non ha cooperato alla sua redazione.

ARTICOLO XVII
Le proprietà appartengono ai due sessi riuniti o separati; esse sono per ciascuno un diritto inviolabile e sacro; nessuno ne può essere privato come vero patrimonio della natura, se non quando la necessità pubblica, legalmente constatata, l’esiga in modo evidente, e a condizione di una giusta e preliminare indennità.

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L'alternativa è la Costituzione

Costituzione 350 260I rischi per la democrazia crescono, e il modo stesso con cui in Italia si svolge la campagna elettorale – percorsa da ripetuti episodi di violenza e di intolleranza, e da spinte dichiaratamente fascistiche e autoritarie – ne è la conferma evidente e preoccupante. La riduzione dei numero dei parlamentari, sostenuta dai 5 Stelle e approvata di recente dalla Camera dei deputati, si situa in questo contesto. Non si può dire però che rappresenti il maggior rischio per la nostra democrazia, sebbene tenda a depotenziare ulteriormente il ruolo del Parlamento e della rappresentanza.

 

In realtà ci troviamo di fronte a un complesso di fenomeni negativi che stanno disgregando la società fino al punto di mettere in discussione l’unità della nazione. Come giustamente è stato osservato, la cosiddetta autonomia differenziata delle Regioni, su cui punta la Lega, non è altro che un’espressione istituzionale dell’egoismo secessionista dei ricchi. Qual è allora la vera materia del contendere, in questa nuova fase che si è aperta con crescenti spinte di destra in tutta Europa, e con l’affermazione in Italia del governo pentaleghista?

 

Nel Paese è sì sotto attacco la democrazia. Ma quale democrazia? Non la democrazia in astratto, la tanto magnificata democrazia liberale, peraltro in crisi in tutto il mondo, per la quale si straccia le vesti il vecchio Scalfari, e alla quale sembra restare incollato anche il più giovane Zingaretti. Ma la democrazia nostra, la democrazia costituzionale. Che fonda sul lavoro la Repubblica «una e indivisibile», e va ben oltre i principi del diritto liberale per progettare una più alta civiltà.

 

Non più solo l’uguaglianza formale davanti la legge - pure essenziale - che spoglia i cittadini della loro qualità sociale, ma l’uguaglianza sostanziale. Che ridefinisce il concetto stesso di libertà in relazione alle condizioni sociali e culturali delle donne e degli uomini, i quali sono chiamati a cooperare e solidarizzare in modo da elevare la qualità della vita di tutti e di ciascuno. Quindi, non solo la democrazia rappresentativa (insieme a diverse forme di democrazia diretta), in cui si concretizzano le regole del funzionamento delle istituzioni a cominciare dal Parlamento. Ma la democrazia sociale e la democrazia economica, che attengono alla vita materiale e spirituale delle persone, e perciò riguardano i diritti sociali e la conformazione della proprietà, rispetto ai quali si definisce l’assetto delle medesime istituzioni. Questo è il disegno della Costituzione nata dalla guerra di liberazione e dall’abbattimento del fascismo.

 

Guardiamo bene in faccia la realtà. Senza falsificazioni e fake news, senza camuffamenti e anche senza retorica. La Costituzione repubblicana non è stata formalmente cancellata. È ancora in piedi nonostante i vari tentativi di metterla in ginocchio e le gravi lesioni inferte alla rappresentanza. Ma la democrazia sociale e la democrazia economica, fattori costitutivi della democrazia costituzionale che si invera nella fitta trama dei diritti sociali della persona e nella funzione sociale della proprietà, sono state in larga misura smantellate in questa fase di declino sotto la bandiera del “libero mercato” e delle privatizzazioni generalizzate.

 

Nel trentennio trascorso nessuno ha mosso un dito tra i partiti della sinistra (o presunti tali) per dare attuazione ai principi sociali ed economici, la parte più innovativa della Carta che (ancora) regge il patto tra gli italiani. Anzi, la cosiddetta sinistra riformista imperniata sul Pds-Pd e non solo - che sarebbe più appropriato definire sinistra del capitale - è stata un agente attivo dello smantellamento dei diritti e un promotore non secondario dello sfruttamento sfrontato del lavoro. Ancora oggi è incomprensibile che non si assuma con chiarezza e senza esitazioni la Costituzione come terreno di lotta e di programma per un cambiamento reale. Volto a risollevare l’Italia e gli italiani dai tormenti della disoccupazione e della precarietà, dallo sfascio della società e del territorio, dallo sfacelo dei diritti, dalla paura di un futuro senza prospettive. Un errore politico, o una scelta consapevole?

 

È arrivato comunque il tempo di prendere atto che non basta restare sul terreno istituzionale, pur con encomiabili e necessarie iniziative, per difendere la Costituzione. Soprattutto per attuarla nei suoi possibili sviluppi e uscire dalla crisi costruendo una reale alternativa. Occorre scendere nel profondo della società diversificata e devastata, lontana dalle istituzioni, e lottare perché lì, nelle diverse articolazioni del corpo sociale, si rianimi una forte presenza popolare e di massa in grado di far vivere nel nostro tempo i principi fondamentali di libertà e uguaglianza. Contrastando i tormenti della quotidianità, e riaccendendo fiducia e sicurezza nell’avvenire. Questa è la sfida.

 

A meno che non si considerino inutili rifiuti del passato, da far marcire nella discarica della storia - faccio solo qualche esempio - il diritto al lavoro «in tutte le sue forme ed applicazioni» e quindi la piena occupazione (articoli 4 e 35), «lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica» nonché la tutela «del paesaggio e del patrimonio storico e artistico» (art. 9), il ripudio della guerra «come strumento di offesa di altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali» (art. 11).

 

E ancora: «il diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del lavoro» e comunque sufficiente ad assicurare «un’esistenza libera e dignitosa» (art. 36); la parità di retribuzione e di diritti, «a parità di lavoro», tra uomini e donne (art.37); la tutela della salute «come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività» (art. 32); l’istruzione di base «obbligatoria e gratuita» per tutti, mentre «i capaci e i meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti dello studio» (art.34).

 

Non solo i diritti civili, ma una fitta trama di principi e di diritti nuovi cui nella Costituzione corrisponde l’indicazione dei doveri e delle condizioni economiche, sociali e politiche indispensabili alla realizzazione di una civiltà più avanzata che non sia fondata sul dominio del capitale, ossia sulla tanto sbandierata libertà di mercato. Primo fra tutti il dovere di concorrere alle spese pubbliche secondo la capacità contributiva. Ragion per cui «il sistema tributario è conformato a criteri di progressività» (art. 53).

Ma questo non basta. Per contrastare efficacemente disuguaglianze e povertà è necessario che l’iniziativa economica, ancorché libera, non si svolga – teniamolo bene a mente - «in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana» (art.41). La proprietà, a sua volta, non può essere monopolio esclusivo dei privati. Al contrario, «è pubblica o privata» e, «resa accessibile a tutti», deve svolgere comunque «una funzione sociale» (art. 42). Inoltre, determinate categorie di imprese di particolare interesse generale, oltre che allo Stato e a enti pubblici, possono appartenere anche «a comunità di lavoratori o di utenti» (art.43). Il caso dell’Ilva di Taranto, in proposito, conferma pienamente la modernità di tale indirizzo.

 

Nell’insieme il progetto costituzionale configura un’economia mista, che non abolisce la proprietà privata sugli strumenti di produzione e comunicazione e sui mezzi finanziari. Ma configura la proprietà in modo tale da renderne possibile il limite e il controllo, ponendo l’economia la servizio degli esseri umani, e non viceversa. Come confermano gli articoli relativi ai limiti della proprietà terriera (art. 44), alla funzione sociale della cooperazione (45), al diritto dei lavoratori di partecipare alla gestione delle imprese (46), alla tutela del risparmio e al controllo del credito (47).

 

Non è difficile osservare che se i principi e i diritti costituzionali fossero stati attuati, o comunque se si fosse coerentemente lottato per attuarli, l’Italia non si troverebbe in queste condizioni: nell’oscurità di una stretta tra due forze politiche che ci spingono entrambe verso il passato, mentre il Paese va alla deriva. L’una, la Lega, perché sta sdoganando razzismi e violenze tipiche del fascismo in un torbido intreccio con ambienti malavitosi. L’altra, i 5 Stelle, perché galleggiando in un’area di pensiero dove la cultura della Costituzione non ha cittadinanza, è esposta a tutti venti e a tutte le avventure.

 

Diciamolo con chiarezza. Questo è il risultato di un fallimento clamoroso delle classi dirigenti. E però anche dell’insufficienza delle forze di opposizione, che non sono state in grado di offrire un’alternativa credibile. Perciò è necessaria una svolta radicale rispetto al passato. E questa svolta si può compiere impugnando il progetto di nuova società tratteggiato dalla Costituzione, raccogliendo e unendo le forze per la sua attuazione.

 

L’operazione non è semplice perché occorre in pari tempo costruire la condizione primaria che è stata distrutta, e che la Costituzione medesima indica come imprescindibile per la sua esistenza in vita: la presenza di una classe lavoratrice politicamente organizzata nella società e rappresentata nelle istituzioni, capace di incidere nei rapporti di forza a tutti i livelli. In altre parole, nel tempo della rivoluzione digitale e del capitalismo globale finanziarizzato, si tratta di costruire una formazione politica di tutti coloro che dal capitale sono sfruttati, delle lavoratrici e dei lavoratori, uomini e donne, giovani e anziani, autoctoni e migranti, oggi divisi e in lotta tra loro.

 

Un compito di enorme portata, al quale non si può rinunciare. Da dove cominciare? Non c’è un prima e un dopo. Prima facciamo il partito delle lavoratrici e dei lavoratori, poi lottiamo per l’attuazione della Costituzione. Una formazione politica che faccia asse sul lavoro si costruisce nel fuoco delle lotte e dei movimenti. Nei territori, nelle fabbriche e negli uffici, nelle scuole, nei luoghi di e di studio, nelle periferie e nei centri urbani, portando in primo piano e coordinando le tre questioni che emergono con particolare acutezza dalle contraddizioni esplosive del capitale: lo sfruttamento del lavoro, la distruzione dell’ambiente, l’oppressione di genere.

 

Cominciare dunque dal basso è necessario, intanto con una diffusa campagna d’informazione che illustri la portata innovativa della nostra Carta. Ma non basta. È indispensabile agire anche dall’alto mettendo insieme le forze disponibili a lottare per l’attuazione di alcuni punti qualificanti della Costituzione, senza dannosi personalismi e distruttive personalizzazioni. In pari tempo è essenziale colmare il vuoto di una cultura critica della realtà, in grado di rimuovere il dogma su cui si è esercitata la vera forza egemonica del capitalismo moderno, ossia la negazione del conflitto di classe. La più grande falsificazione del secolo, diffusa nel momento stesso in cui con la globalizzazione si è compiuto il più esteso e massiccio dominio del capitale sul lavoro. Aver accettato questo dogma è stato il segno della resa e l’inizio della catastrofe della sinistra.

 

Nell’economia moderna, comunque tecnicamente configurata, permangono con tutta evidenza rapporti di dominio e di dipendenza tra chi dispone dei mezzi di produzione e di comunicazione e chi dispone esclusivamente delle proprie capacità fisiche e intellettuali. È su questa base che si compie lo sfruttamento della classe lavoratrice e in ultima analisi il destino di ogni essere umano, la sconsiderata distruzione della natura, l’oppressione sociale delle donne. Ed esattamente questo il nodo cruciale da mettere a fuoco, dal quale non si può prescindere.

 

La nostra Carta del 1948 non nega il conflitto tra le classi. Al contrario, riconosce il carattere costruttivo del conflitto promosso dalla classe lavoratrice, da tutti i subalterni e gli sfruttati, per l’affermazione della libertà e dell’uguaglianza, e per estendere una democrazia progressiva. Una conquista storica, da preservare e da arricchire per costruire il futuro. E da portare anche in Europa. La Costituzione degli italiani che fonda sul lavoro la Repubblica democratica è un buon punto di riferimento per costruire un’altra Europa. L’Europa dei popoli e dei lavoratori.

 

Paolo Ciofi www.paolociofi.it

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La rivoluzione del nostro tempo

La rivoluzione del nostro tempo paolo ciofi 250 minCome interrogarsi sulla crisi? Abbiamo titolato così la presentazione di questa iniziativa sul nostro giornale. Perché vorremmo che la lettura di questo saggio spingesse a cercare le cause più profonde e quindi le più vere di questo gigantesco travaglio della umanità intera.
Questo saggio è di Paolo Ciofi, lo stesso autore di altri libri che sembrano preparare in maniera assai approfondita l'uscita di quest'ultimo: "Il lavoro senza rappresentanza" (2004, nuova edizione 2011); "Viaggio nell'Italia del lavoro" (2008); "La bancarotta del capitale e la nuova società" (2012); "Enrico Berlinguer. Un'altra idea del mondo", scritto insieme a Guido Liguori (2014); "Togliatti, il rivoluzionario costituente" in collaborazione con Gianni Ferrara e Gianpasquale Santomassimo (2016); "Costituzione e rivoluzione" (2017).

La presentazione svolta presso la Biblioteca Provinciale di Frosinone "A. Bragaglia" il 26 otobre 2018 ha impegnato L'autore e Nadeia De Gasperis vicedirettrice di UNOeTRE.it, Valentino Bettinellio e Maria Giulia Cretaro anche loro della Redazione di questo giornale.

L'Iniziativa è stata promossa dal giornale online UNOeTRE.it, dall'Associazione Futura Umanità e dalla libreria Ubik di Frosinone

Per chi è interessato: è possibile acquistare il libro da Ubik in via Aldo Moro, 150 a Frosinone anche prenotandolo al n° 0775 271657, oppure con un mesaggio riservato su Facebook agli indirizzi https://www.messenger.com/t/libreriaubik.frosinone o https://m.me/libreriaubik.frosinone?fbclid=IwAR3E0fPb6iZHsY-hPoVephIt0ncdLlu7hwCv1ut2P4iCNbwDd7FY-pGKobM

 

 

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Il tempo della semina

Il Seminatore Van Gogh da GooglePhoto 460 dettaglio minUNOeTRE.it ha pubblicato molti scritti di Paolo Ciofi, saggista e politico, un dirigente politico. Da molto tempo è una firma che impreziosisce il nostro giornale che oggi 26 ottobre presenta il suo libro più recente.

Prima di questo saggio "La rivoluzione del nostro tempo. Manifesto per un nuovo socialismo" Paolo Ciofi ha pubblicato anche alcuni libri che sembrano preparare in maniera assai approfondita l'uscita di quest'ultimo; eccoli: "Il lavoro senza rappresentanza" (2004, nuova edizione 2011); "Viaggio nell'Italia del lavoro" (2008); "La bancarotta del capitale e la nuova società" (2012); "Enrico Berlinguer. Un'altra idea del mondo", scritto insieme a Guido Liguori (2014); "Togliatti, il rivoluzionario costituente" in collaborazione con Gianni Ferrara e Gianpasquale Santomassimo (2016); "Costituzione e rivoluzione" (2017).
Come interrogarsi sulla crisi? Abbiamo titolato così la presentazione di questa iniziativa sul nostro giornale. Perché vorremmo che la lettura di questo saggio spingesse a cercare le cause più profonde e quindi le più vere di questo gigantesco travaglio della umanità intera.

Perché noi presentiamo questo libro? Avremmo potuto scegliere altre formule. Il nostro giornale, la sua Redazione ha scelto di presentarlo, qui nel frusinate, assumendosi la responsabilità, verso l’autore e verso tutti voi, di garantire le migliori circostanze per rendere evidenti le novità che questo scritto contiene e l’importanza delle sue proposte in questa fase assai difficile per il nostro Paese, ma più in generale per l’Europa e l’insieme delle relazioni internazionali. Crisi economica, diseguaglianze crescenti, un pericolo costante per la pace mondiale. Tutto vero e ripetutamente ricordato in forme diverse e a volte contradditorie.

Potremo commettere qualche errore? Forse. Ci è sembrato che fosse importante, intanto, dimostrare nei fatti che questo saggio sa parlare ai giovani. Si, lo abbiamo presentato con il volto di 3 giovani protagonisti che vogliono essere il futuro di questo giornale. Non solo volti giovani, ma soprattutto personalità al passo con i tempi, con i loro modi di percepire la realtà e trasmettere le esigenze proprie di questa epoca, di cui vogliono vivere la vicenda sociale, politica e istituzionale attraverso lo studio, la voglia di capire accadimenti e conseguenze senza affidare le loro scelte ad un pragmatismo improvvisato privo di idee e progetti da perseguire.
Doveva essere UNOeTRE.it a fare questa presentazione insieme a Paolo Ciofi. Non potevamo essere che noi a presentarlo perché c’è un aspetto nelle relazioni fra il nostro giornale, questo territorio e la sua società che ci fa riconoscere molto, in questo scritto.

All’origine di questa testata attuale ci sono edicolaciociara .it e invisibil.eu. La prima nacque nel 2000 perché si percepiva già una crescente difficoltà a rintracciare sedi di discussione politica adeguata e essa ha cercato di assicurare spazi per garantire una informazione politica corretta al di fuori dello scandalismo individuale delle lotte intestine dei partiti, rintracciando forme e linguaggi propri della migliore tradizione di questa provincia e dell’insegnamento politico italiano, ma soprattutto ciò che valeva ricordare e difendere della sinistra e del movimento operaio. Infatti, invisibili.eu fu un osservatorio delle condizioni del lavoro e dei lavoratori in provincia.

Per primi abbiamo colto che qui si stava creando un vuoto a sinistra. La fine dei partiti e degli schieramenti è stata anticipata anche rispetto al Paese. Le sigle dei partiti servivano solo a trattare fatti di potere e poi non si distinguevano le proposte fra centrosinistra e centrodestra. Parlare di politica in termini di contenuti sociali sembrava essere diventato una bestemmia. Nacque UNOeTRE.it per intervenire nella situazione.
Nel 2012 capimmo che si stava preparando un serio cambiamento. Il voto amministrativo di quell’anno, a Frosinone e Ceccano sanzionò il triste epilogo del PD, un partito mai nato come organizzazione e crogiuolo di elaborazione di idee e programmi in questa provincia, ma insieme individuammo l’inaridimento di tutto ciò che gli stava intorno alla sua sinistra.
La nostra Redazione lo interpretò realisticamente anticipando quanto sarebbe avvenuto negli anni successivi fino alle novità assolute del 4 marzo 2018. Non potevamo più soltanto informare e raccontare tutto ciò che ci sembra giusto non dimenticare. Ma dovevamo parlare dei bisogni reali delle persone, e di come restavano dimenticati ed erano disattese le risposte che chiedevano. Facemmo di più.
Ci parve che fossimo in presenza di uno strisciante attacco alla reale democrazia partecipata. La nostra informazione doveva acquistare il carattere forte di intervento nella situazione sociale e politica del territorio.

Lo abbiamo fatto non solo ascoltando e informando, ma condividendo tutti i tentativi di movimento presenti. Siamo stati e siamo parte dei movimenti. Lotta alla disoccupazione (350 articoli dal 2014 ad oggi), il disagio permanente dei bisognosi di cure da disagio (una inchiesta a firma di Loffredi dal titolo “Attacco alla salute” e la promozione di forme di medicina popolare), la rivendicazione di acqua libera come sancito dal referendum del 2011 contro la penalizzante e inefficiente privatizzazione di Acea. La scuola resta ancora un inattaccabile fortino in cui il disagio frustrato degli insegnanti non incontra la lontananza ostile delle famiglie e in cui non entrano le novità vere desiderate dagli studenti. Basta guardare come Il personale Ata nelle sue rivendicazioni non ha goduto di alcuna solidarietà interna. Quanto pesano nella vita scolastica mancanza di alleati e contrapposizioni?
Serve una visione ampia e razionale perché anche la società frusinate sia protagonista delle scelte necessarie. Tutto ciò ci lega a “La rivoluzione del nostro tempo. Manifesto per un nuovo socialismo”. Bettinelli, Cretaro e De Gasperis, che ha coordinato l’incontro, ne hanno parlato con Paolo Ciofi illustrando il saggio aiutati anche dai quesiti posti dai partecipanti.

Un desiderio ed un intendimento sono sollecitati da questo appuntamento. Testardamente vogliamo lavorare per l’unità di tutte le forze che domandano un cambiamento reale, che chiedono un progresso ed uno sviluppo delle persone e della società. Il dopo 1989 ha visto la dittatura del capitale (la chiama così Ciofi, con disprezzo, ma la chiama così con apprezzamento però, anche quel guerrafondaio di Edward Luttwak) che ha dispiegato mezzi e ingordigia anche in un’incessante iniziativa di divisone di tutte le forze del cambiamento. Non solo in Grecia. C’è stato e c’è un accanimento contro le tradizioni del movimento operaio e della sinistra del ‘900.

La platea di chi soffre oggi è molto cresciuta. I libri di Ciofi documentano questa realtà con puntualità. Abbiamo assistito e assistiamo ad una competizione a chi rende migliore il capitalismo. È una strada perdente. Basta stare a sentire il terrorismo mediatico di queste settimane su una manovrina che nulla cambia nella sostanza. Tanto rumore perché? Per dire che nulla si può cambiare. È inutile votare? Questo si vuole dimostrare? Non si può cambiare il capitalismo, questo per ora appare chiaro.
Scrive Ciofi: «Il problema non è salvare il capitalismo, ma ripensare il socialismo. Un'altra idea di società, di relazioni tra gli esseri umani e con la natura, per la quale vale la pena di lottare.» Vogliamo percorrere, con UNOeTRE.it, la via della ricerca dell’unità a sinistra in primo luogo e con tutte le forze che chiedono un reale progresso sociale e umano.
Paolo Ciofi ha spesso ripetuto che questa è una stagione di semina e prende atto del fatto che se la sinistra vuole avere un futuro sono necessari un taglio netto con il passato e una forte discontinuità. Oggi questo suo “manifesto” rappresenta una guida per l'azione.

26 ottobre 2018 – Biblioteca provinciale di Frosinone A. Bragaglia

 

 

Qui di seguito il link per accedere al video integrale della presentazione, suddiviso in 5 brani pe rendere più agevole la visione e l'ascolto. In altre pagine del giornale i singoli video di Nadeia De Gasperis, Maria Giulia Cretaro e Valentino Bettinelli con la loro presentazione e allegato il testo completo delle relazioni in pdf. Chi lo desidera può scaricarle e stamparle.

 

https://www.youtube.com/playlist?list=PLlAB0rnFJAcB8jzuw14bGZVijo06eMtIZ

 

 

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Forza Lavoro - il lato oscuro della rivoluzione digitale

libro ciccarelli corretto ritaglio 350 minDiego Protani ha intervistato il filosofo e giornalista del Manifesto Roberto Ciccarelli, da pochi mesi nelle librerie con il suo saggio "Forza Lavoro - il lato oscuro della rivoluzione digitale" edito per Derive Approdi

Come nasce Forza lavoro e quali sono gli obiettivi del libro?

Questo libro rovescia la narrazione dominante per cui oggi il lavoro è finito,ci sono algoritmi e le macchine sostituiranno i lavoratori. Di lavoro ce n'è invece sempre di più, è pagato sempre peggio o non è pagato affatto. Alla forza lavoro si nega anche il nome, anche se è assolutamente centrale nella produzione del valore. Più che di sostituzione del lavoro da parte delle macchine, parlerei di invisibilizzazione della forza lavoro in un sistema di produzione in cui è sfruttata in maniera intensiva. Questo libro rovescia completamente il piano della narrazione dominante. La tesi è: se esiste un algoritmo è perché qualcuno l'ha creato. Se un algoritmo funziona, esiste un lavoro umano che fa funzionare e lo rende intelligente; se esiste un prototipo di macchina automatica, questo significa che esistono legioni di lavoratori digitali che elaborano i dati prodotti dal robot alla guida, stoccano le immagini raccolte dalla telecamera montata sulla suddetta macchina, addestrano il suo algoritmo a distinguere un uomo da un cane in autostrada. Il cuore dell'algoritmo siamo noi, la nostra forza lavoro. Si tratta di farla uscire dall'invisibilità e dimostrare la centralità della sua esistenza in tutte le forme della produzione e della società. In che modo sta cambiando il lavoro in questi decenni? Parliamo dei “lavoretti”, ad esempio. In inglese si chiamano "gig works". Si svolgono attraverso le piattaforme digitali: pulizie di casa, consegne di pizze a domicilio, assistenza e consulenza, traduzione, servizio taxi, affitti brevi di case per vacanze, e tanto altro. Si tratta di una nuova economia basata sull'organizzazione puntuale delle micro-mansioni lavorative e produttive in un’ottica taylorista. La cosiddetta “gig economy”, ovvero l'economia dei “lavoretti”, è un’organizzazione scientifica della prestazione digitale a cottimo eterodiretta attraverso gli algoritmi. La paga è bassissima, da 1 centesimo a una manciata di euro. Senza tutele, pensione, assicurazione. E, quando sono previste tutele anche elementari, prendiamo il caso dei ciclo-fattorini che consegnano pranzo e cena a domicilio, si parla di “lavoro povero”. I lavoratori digitali – ovvero tutti coloro che oggi operano attraverso piattaforme – fanno parte di quell'arcipelago vastissimo di attività che si sviluppano a cavallo tra il lavoro autonomo e subordinato, la partita iva e la ritenuta d'acconto, il lavoro nero e il lavoro gratuito. Nella stessa vita un lavoratore può essere più volte occupato, da precario o dipendente, ed essere più volte disoccupato. In questa vita può essere anche disoccupato, membro di una cooperativa e essere una partita iva. I confini precedenti tra lavoro fisso e stabile sono saltati. È già in corso, tra 5 anni sarà la realtà dominante. Non ha nulla di strano, inutile pensare di sfuggirgli. Ciò che oggi chiamiamo lavoro sarà completamente trasformato nella prossima generazione.

Lavoro digitaie

In che modo sta cambiando il lavoro in questi decenni?

Innanzitutto comprendere che non siamo passivi, marginali o soggetti alle decisioni di forze del Male. Il sistema che ho sommariamente descritto ospita, nel suo centro, proprio la nostra forza lavoro. Ma questo non verrà mai detto, perché la forza lavoro deve restare invisibile. Invece bisogna rendere visibile questa invisibilità. Se riflettiamo sulla rivoluzione digitale in corso ci accorgiamo che la sua economia dipende dalle nostre azioni, relazioni, pensieri, saperi. Senza di noi Facebook non esisterebbe, per fare un esempio di una piattaforma celebre. Vale 475 miliardi di dollari in borsa, dopo un calo importante a causa dello scandalo "Cambridge analytica". Questi soldi esisterebbero senza la nostra attività quotidiana e compulsiva sullo schermo dei nostri smartphone. No. Dunque basta un semplice gesto, un click, un mi piace per produrre un'immensa ricchezza. Il problema è che espropriata e noi non la consideriamo nostra. Non è così, e la dobbiamo godere. Oggi abbiamo una forza lavoro più capace e intelligente, e questo anche grazie all'uso delle macchine e dell'automazione digitale, che permettono una maggiore potenziale autonomia del soggetto, un'ccresciuta libertà di movimento sia fisico che tra le professioni. Questa forza lavoro è un concentrato avanzatissimo di facoltà e capacità che la rendono la più avanzata nella storia umana. Non è fantascienza: è la nostra vita.

Ha ancora senso parlare di lotta di Classe ?

Ha senso eccome! La situazione che sto descrivendo ne è la rappresentazione. Da un lato abbiamo un modo di produzione organizzato sui lavoretti; dall'altro abbiamo una forza lavoro che è una potenza tale da permettere di accumulare livelli impensati di profitti. Di questi profitti non arriva quasi nulla alla forza lavoro se non dopo immensi sacrifici e una condizione di miseria che tenderà a peggiorare. Il futuro non è scritto ed è ormai dimostrato che tanto più la crisi morde tanto più si cercano risposte di protezione, esclusione dei diversi e degli stranieri, in una guerra dei penultimi contro gli ultimi. Anche questa è lotta di classe: reazionaria, xenofoba, fascista. Non c'è un segno inequivocabile è unilaterale della "lotta di classe", così come non esiste una "classe in se", una classe "generale". Se lotta di classe significa politica, nella sua forma più alta quella della giustizia e della libertà di tutti e di ciascuno, allora politica oggi significa invertire il segno reazionario producendo un contraccolpo epocale. Bisogna includere gli esclusi e sfruttare gli sfruttatori. Politica è anche capire come si fa e come agire in questa prospettiva. Forza lavoro offre numerosi spunti almeno per comprendere il senso di questo rovesciamento necessario. È la prima parte di una trilogia sulla politica contemporanea. La seconda, dedicata all'alternanza scuola lavoro e all'istruzione, uscirà a ottobre. Avremo tempo per riparlarne e rilanciare una prospettiva di libertà politica e di potenza collettiva.

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Di tattica si può morire. Anzi si muore

qualesinistra 350 260di Ivano Alteri - A seguito del nostro articolo sul paventato sostegno a Zingaretti da parte di Liberi e Uguali del Lazio (non ancora deciso), abbiamo ricevuto molti consensi e molte critiche. Dei consensi, ovviamente, ci compiaciamo e ringraziamo; ma quel che più interessa alla nostra riflessione collettiva sono, invece, le critiche, di cui vogliamo far tesoro per procedere sempre oltre, e tentare di arrivare finalmente all'agognata unità della sinistra.

A sinistra si vive in questo momento una contraddizione feroce e apparentemente insuperabile: da una parte la necessità, diffusamente sentita, di avere tutti un luogo politico di appartenenza e azione comune; dall'altra, la difficoltà pratica di conciliare le diverse opinioni presenti nell'area, per giungere a questo esito. Fatta la tara delle eventuali posizioni opportunistiche, le divergenze sono spesso reali, fondate, urgenti, in ogni caso degne di nota, a prescindere dal loro valore elettorale; ma anche la necessità di stare insieme si impone con altrettanta nettezza e impellenza.

La lotta per l'emancipazione dei deboli dal giogo dei forti, infatti, resta un anelito per milioni di persone, rimaste prive, tuttavia, quasi di ogni strumento d'azione politica. Esse sono rimaste sole e inermi, poiché le parti in cui la sinistra si è scissa con drammatica vocazione hanno via via perduto la loro volontà o capacità di rappresentanza e di lotta politica, anche a causa delle divisioni. Il loro progressivo frazionamento ha infatti trasformato una prodigiosa aggregazione produttrice di storia (com'era alle origini) in tante miserrime micro-sette autoreferenziali, capaci appena di mera testimonianza; o in un mostro geneticamente modificato messo al servizio dei forti contro i deboli.

Le grandi conquiste che la sinistra ha conseguito nei decenni, perciò, subiscono oggi, e ormai da lungo tempo, attacchi forsennati ad opera di forze storicamente inclini alla sopraffazione. La lotta di classe dichiarata dai ricchi contro i poveri, secondo la stessa ammissione del ricco Warren Buffett, sta facendo scempio di ogni giustizia, conquistata sul campo col sudore e col sangue dai nostri avi politici (senza alcuna retorica!). I valori Resistenziali, la Costituzione, lo Statuto dei Lavoratori, la previdenza universale, la scuola pubblica, la sanità pubblica, il riconoscimento dei diritti e dignità a tutti gli uomini e le donne, sono oggi in balia di una furia devastatrice completamente amorale, ferocemente nemica dell'interesse collettivo, assolutamente determinata a non desistere.

Tale desolante deriva rischia di portare effettivamente all'estinzione lo stesso seme dell'ideale di sinistra. La sua pianta rischia di essere definitivamente sterilizzata, privando i posteri dei suoi potenziali effetti benefici. Siamo cioè arrivati ad un punto cruciale, dove le possibilità di scelta potrebbero ridursi al vivere o morire, culturalmente e politicamente; e dove si arrivi a pensare che il mondo non possa essere più cambiato. Il processo disgregativo ha raggiunto così il suo acme. Forse, allora, è arrivato il momento di provare ad invertirlo.

Il processo unitario tra la “sinistra del Brancaccio” e i partiti della sinistra aveva questa vocazione: invertire il processo disgregativo della sinistra, per farne una forza capace di resistere e attaccare. Quel processo si è interrotto; ma non si è interrotto del tutto e non si è interrotto per sempre. Non si è interrotto del tutto, poiché bisogna pur considerare il valore della convergenza in Liberi e Uguali di Mdp art.1, Sinistra italiana e Possibile; non si è interrotto per sempre, poiché le prossime elezioni politiche e regionali non sono l'orizzonte ultimo della sinistra, ma soltanto una tappa, per quanto importante: l'orizzonte resta, invece, la ricostruzione della sinistra, per la difesa degli interessi e diritti dei più.

Mettere in guardia i partiti della sinistra, come noi stiamo cercando di fare, sul pericolo di concentrarsi eccessivamente sui problemi contingenti, sulla tattica, serve, allora, a tenere sempre viva l'attenzione sull'obiettivo strategico, cioè quello di dotare le forze popolari progressiste dello strumento principe della lotta politica: un partito unico della sinistra. A nostro modesto parere, bisognerebbe perciò evitare accuratamente di creare ulteriori elementi di dissidio tra quelle forze che, almeno dichiaratamente, si dicono alternative alle politiche neoliberiste del Pd, in Italia e nel Lazio. Ogni ulteriore contraddizione in tal senso costituirebbe, senza alcun dubbio, un ulteriore ostacolo all'unità nel futuro. Insomma, di tattica si può morire.

È per questo che, a nostro avviso, oggi sarebbe necessaria la massima coerenza tra quel che si predica e quel che si pratica. E se vediamo che questo non avviene, dobbiamo avere il coraggio di dire la verità (con la “v” minuscola, naturalmente); qualcuno lo deve fare, anche a costo di rimetterci qualcosa di suo. Perché dire la verità non è segno di irrequietezza e impulsività incontrollabile. Perché la verità, specialmente per le forze di sinistra, è necessaria e sempre rivoluzionaria. E non è esattamente una rivoluzione, quella che dovremmo accingerci a fare? A noi pare di sì: se non ancora una rivoluzione della sinistra, certo una rivoluzione nella sinistra.

Frosinone 30 dicembre 2017

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Solo scontri fratricidi, ma nessuna rivoluzione

juventus barcellona h260di Fausto Pellecchia* - Le manifestazioni del tifo calcistico sono forse la più illuminante metafora del nostro carattere nazionale . La vicenda dei tifosi (napoletani, romanisti, milanisti ecc.) che hanno goduto della sconfitta della Juventus nella Champions League, mi hanno riportato alla mente le parole di Umberto Saba:
«Vi siete mai chiesti perché l'Italia non ha avuto, in tutta la sua storia - da Roma ad oggi - una sola vera rivoluzione? La risposta-chiave che apre molte porte è forse la storia d'Italia in poche righe. Gli italiani non sono parricidi; sono fratricidi. Romolo e Remo, Ferruccio e Maramaldo, Mussolini e i socialisti, Badoglio e Graziani... "Combatteremo - fece stampare quest'ultimo in un suo manifesto - fratelli contro fratelli". (Favorito, non determinato, dalle circostanze, fu un grido del cuore, il grido di uno che - diventato chiaro a se stesso - finalmente si sfoghi). Gli italiani sono l'unico popolo (credo) che abbiano, alla base della loro storia (o della loro leggenda) un fratricidio». Si tratta di un odio fraterno, che invidia e gelosia proiettano in un quotidiano delirio: «Se le cose vanno male, è colpa di quell'altro che non sembra soffrirne come me». Anche le eventuali alleanze, le simpatie e gli ammiccamenti di complicità si producono quasi come la piega, negativa e complementare, di un originario risentimento. Esse sfociano, comunque, nel vicolo cieco della paranoia o nel labirinto delle passioni tristi che l’antipsichiatria di R.D.Laing sintetizzò efficacemente così: «Io odio te che odi me e vorrei distruggerti con l'aiuto di quegli altri, che però odiano entrambi». In questo senso, la misura del bene comune si staglia appena come l’ombra proveniente dalla rovina dell’avversario.
Ma nell’analisi di Saba, c’è un elemento ulteriore che definisce l’anomalia italiana rispetto agli altri popoli europei. L’odio fratricida consegue da una inibizione profonda, dall’ incapacità di uccidere il padre, liberandosi del passato. Alla nostra storia appartengono infatti i tumulti, sedizioni e guerre civili, ma non le rivoluzioni. Ed anzi tumulti e pubbliche rappresaglie si alternano innanzitutto per compiacere la benevolenza del Padre (che sia il Papa o l’Imperatore dei guelfi e ghibellini, o anche l’anonima sovranità dell’Unione europea o dei mercati finanziari). Il padre resta la figura di riferimento per il cui favore i fratelli competono. E se il Padre , accecato da parzialità di giudizio o da inconfessabili inclinazioni, mostra di preferire uno dei fratelli, l’odio degli altri si conferma nel proprio fraterno fondamento, e tenta di rovesciarne con tutti i mezzi le predilezioni.
In questo senso, il fanatismo del tifo calcistico, variante post-moderna dell’antica guerra dei campanili, è la cifra più evidente della perversione edipica della cultura politica italiana, ipocritamente ancorata al perpetuarsi della tradizione, alla Legge del Padre, del quale si cerca di nascondere l’impotenza. Un altro grande interprete del carattere nazionale, Alberto Savinio, diceva che per quanto sembrino animati da feroci odi e passioni, «gli italiani sono incombustibili come il tegamino di coccio refrattario». Per noi, in fondo, nonostante lo strepito e le urla, tutto è immutabile. «La verità è che se gli Italiani dovessero vivere secondo la loro vera natura, essi vivrebbero inerti, impassibili e in istato di perfetta vegetatività...». Conflitto permanente e immobilismo, rancori e lagnanze protestatarie profferite col tono di un’astuta captatio benevolentiae , invidia e moralismo di facciata: sono queste le note contraddittorie dell’anima italiana che affiorano anche nella passione del gioco del calcio, della quale, peraltro, Umberto Saba è stato epico cantore. Per questo, nella testimonianza partecipe del poeta, solo nell’istante magico del goal, gioia e disperazione, odio e amore si fondono in una ritrovata, infantile innocenza. E solo nella sospensione del gioco, che al goal consegue, quella contraddittoria composizione sembra finalmente scindersi e cristallizzarsi nei suoi elementi emozionali puri : «II portiere caduto alla difesa/ultima vana, contro terra cela/ la faccia, a non vedere l’amara luce./Il compagno in ginocchio che l’induce,/con parole e con la mano, a sollevarsi,/scopre pieni di lacrime i suoi occhi./La folla - unita ebbrezza- par trabocchi/nel campo: intorno al vincitore stanno,/al suo collo si gettano i fratelli./Pochi momenti come questi belli,/a quanti l’odio consuma e l’amore,/è dato, sotto il cielo, di vedere.»

*pubblicato su L'Inchiesta del 10 giu 2015

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