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Perché ci rimettono sempre coloro che usano l’intelligenza e il rispetto della legalità?

faustobassetta 350 260di Antonella Necci - Incredibile. Le volte in cui mi sarò recata al centro di Anagni, al Comune, in uno dei suoi uffici, si conta sul palmo di una mano e ricopre la mia intera esistenza.
A voler fare la spiritosa, oserei dire che, poiché ieri è stata una di quelle rare volte, io porto sfiga al sindaco Fausto Bassetta. Si, è vero che sono capitata lì ad evento accaduto, ma guarda un po’, che coincidenza!
Ho perso l’ennesima occasione di intervistarlo, e stavolta sarebbe stata interessante davvero.
Mentre i medici dell’ARES gli medicavano i graffi, avrei potuto chiedere: ”Cosa si prova a vedersi venire addosso una donna arrabbiata come una furia scatenata?”
Perché io penso che, per osare tanto, quella donna, sia pure con precedenti, doveva essere molto disperata. Stando alla nota giunta in redazione da LazioTV, e alla “vox populi” raccolta da Paolo Carnevale, direttore di Anagnia, pare che molte fossero le voci consenzienti a suo favore, dopo l’accaduto.
Ma si sa, un conto è “dire”, un conto è “fare”. Passare dal pensiero all’azione, per la gente comune, richiede o una buona dose di coraggio, o una buona dose di disperazione. E soprattutto nel caso in cui l’azione trasgredisca le regole formali della legge.
Certo, duole pensare che una persona intelligente e poco intollerante, compatibilmente con il ruolo istituzionale che ricopre, come il sindaco Bassetta, venga fatta oggetto di simili atti.
Alla memoria ritornano subito altri sindaci, altri city managers che, con arroganza, hanno mantenuto ed incrementato i propri interessi senza essere feriti o graffiati nemmeno dalle spine di una rosa.
Certo i borbottii, le cattive parole pronunciate nell’oscurità di un angoletto nascosto nella propria cantina ci saranno state. Si, e pure tante. Ma niente fatti. Niente male azioni. Come si dice: “ Tutte chiacchiere e distintivo!”. All’Italiana.
Già, perché il primo ragionamento che viene alla mente, nel commentare simili eventi è: ”Perché a rimetterci sono sempre coloro che vogliono usare l’intelligenza anziché il sopruso, e che vogliono rispettare e far rispettare la legge?”
Forse nella sua rigidezza da servitore dello Stato, il sindaco Bassetta ha sbagliato i tempi.
Se mi posso permettere, perché se non posso lo faccio lo stesso, vorrei proprio disquisire su questo punto, senza soffermarmi su altro.
Caro Sindaco, come lei avrà avuto modo di osservare, a sue spese, la Legge, in Italia, è opinabile, reversibile, cangiante, adeguatamente glissata. Qualcosa che si adatta alle circostanze, senza modificarle. E’ come il grigio. Sta bene su tutto e non serve a niente.
Quindi insistere, e pretendere che la gente, che in questo momento è un pochino stanca e provata da troppe angherie, dalla mancanza di punti fermi, dalla mancanza di lavoro o di lavoro stabile, da condizioni di indigenza in cui la cattiva politica dei furbetti city managers di tutta Italia li hanno gettati, segua pedissequamente le regole che la Legge impone, è pretendere la Luna.
E aggiungo, un po’ da blasfema, come si fa a dire di seguire la Legge, quando tutt’intorno è corruzione? E non vorrei citare come esempio i fatti quotidiani che sono negli occhi e nelle orecchie di tutti, perché solo a citarli mi si sporcherebbe l’articolo.
E’ ovvio che quella signora, nel sentirsi dire di dover compilare moduli, per poter entrare in una graduatoria, per poter accedere, non si sa quando, ad un diritto, di cui aveva bisogno nell’immediato, abbia rapidamente operato una scelta drastica.
Quella richiesta, ai suoi occhi, avrà assunto il valore della “goccia che ha fatto traboccare il vaso”. Capita, sa. A me capita spesso, di fronte alla gente ignorante. Poi il rispetto delle regole e del vivere civile hanno il sopravvento, e non reagisco. Ma a volte mi soffermo a pensare cosa farei se sprofondassi davvero in uno stato di disperazione.
Nel ragionare, penso che la strategia politica dei furbetti è proprio questa.
Far traboccare il vaso, per poter far ricadere le colpe su coloro che fanno politica con onestà.
E’ una bella strategia, e tanti uomini politici la adottano con successo. Dopo aver abilmente strumentalizzato le miserie altrui, rientrano nella politica, che magari li aveva cacciati a gran fatica, passando per la porta principale, seguiti da un codazzo di ruffiani, e addobbati con i panni del “Salvatore integerrimo dell’Umanità”.
Un esempio su tutti?
Analizziamo la politica di Giolitti. Oppure concludiamo con le parole famose del Gattopardo di Tommasi di Lampedusa “Bisogna che tutto cambi, perché tutto rimanga com’è”.
Ed in risposta a chi dice che la signora “ha fatto bene” vorrei dire: “Non avreste di certo osato tanto di fronte a Franco Fiorito!”...... Si vede che è lui quello che vi meritate!

27/08/2015

 

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Marocchinate: una memoria sempre parziale e oscurata

la ciociara marocchinate 350 260di Lucia Fabi Angelino Loffredi al convegno di Amaseno "Gli stupri di guerra dal locale al globale" del 23 maggio 2015 - Le violenze sessuali ad opera dei militari del Corpo di spedizione francese (CEF) verificate prima, durante l'inverno, sotto le Mainarde, nei comuni di S. Elia Fiumerapido, Acquafondata e Viticuso, Venafro, successivamente dal Garigliano e fino in Ciociaria, lungo i Lepini occidentali e orientali sono state moltissime, ma ufficialmente non esistono atti che definiscano in maniera precisa il numero complessivo di tali crimini.
Nel corso degli anni si è tentato di fare una stima, ma il numero è risultato sempre diverso se dichiarato dai francesi, dallo stato italiano, o dalle domande di sussidio richiesta dalle donne violentate..
Una delle prime informative a tale riguardo ci viene dal Comando generale dell'Arma dei carabinieri che il 25 giugno 1944 fa sapere alla Presidenza del Consiglio che nei comuni di Giuliano di Roma, Patrica, Ceccano, Supino, Morolo e Sgurgola in soli tre giorni si sono verificati 418 casi di violenza di cui 3 verso uomini e 29 omicidi compiuti da militari del CEF. Numeri da ritenere senz'altro limitati e circoscritti perché limitati ad una piccola realtà geografica.

Nel 1946-47 ci furono le prime domande per ricevere il sussidio straordinario per le donne violentate; queste però furono di numero limitato..

In questa parte d'Italia è dunque difficile calcolare il numero delle violenze perché c'è un'altra nota, sempre dei Carabinieri risalente al 18 febbraio del 1947, riportata da Tommaso Baris nel suo libro "Tra due fuochi" che sostiene :"...a Giuliano di Roma sono molto comuni i casi che la nominata in oggetto ha dichiarato di non voler essere più risarcita su quanto prima richiesto per celare il fatto per pudore."
Negli anni successivi però vengono inoltrate richieste di risarcimento da parte di donne non violentate. Non bisogna mai dimenticare che sin dagli anni 50 si apre la questione riguardante la vericidà degli stupri subiti e delle speculazioni ad essi collegati ad opera di personaggi senza scrupoli. Insomma noi abbiamo registrato in queste ricerche che da una parte esistono donne violentate che non denunciano il fatto e da un'altra donne che vanno alla ricerca di trovare qualche profitto da questa vicenda. Insomma ci troviamo di fronte una turbativa che danneggia la verità !
Negli anni 1970-1974, trenta anni dopo, furono liquidate dall'Intendenza di Finanza di Frosinone altre domande.
Attraverso l'Archivio Provinciale di Stato di Frosinone le liquidazioni erogate ci permettono anche di cogliere la filosofia con cui veniva valutato il danno. L'indennizzo infatti veniva quantificato sulla base dell'età della donna violentata: 250.000 lire da 8 a 18 anni; 200.000 dai 19 a 25 anni; 100.000 fino a 40 anni; 50.000 alle donne aventi una età più avanzata.
Infine, un assegno vitalizio veniva concesso a chi aveva contratto malattie contagiose, o invalidanti. Ma chi aveva già usufruito dell'indennizzo, non aveva diritto all'assegno vitalizio...

Merita di essere ricordato che il tema della violenza sulle donne fa parte di una lettera trasmessa dal vescovo della diocesi di Ferentino Tommaso Leonetti a Pio XII sin dal 20 giugno 1944. Dopo aver evidenziato sofferenze, distruzioni subite da parte della popolazione della diocesi, ed avere le stesse salutato con lacrime di gioia l'ingresso delle truppe alleate, scrive che esse "caddero nell' abisso, direi quasi della disperazione quando le truppe di colore e specialmente i marocchini, s'abbandonarono al saccheggio e peggio alle più turpi violenze contro donne di ogni età e condizione, non rispettando né fanciulle, né povere vecchie."
Il vescovo nella sua informazione fa presente una notizia che può rassicurare il Sommo Pontefice e può essere molto utile a chi vuole conoscere in modo completo le dimensioni del disastro "Grazie a Dio, non ho cognizione che in mia diocesi avvenissero violenze, come altrove, contro religiose. Una statistica completa in questo campo non sarà mai possibile: le cifre approssimative fornitemi dai Parroci sono però assai gravi "
Il vescovo pur ritendo le stesse cifre provvisorie nella lettera ne indica le dimensioni: Ferentino, nessuna violenza (anche perché la città non è stata occupata dai marocchini); Amaseno 60; Ceccano 60, Villa Santo Stefano 150; Pisterzo, alcune; Prossedi alcune, Supino, alcune, Giuliano di Roma alcune. Patrica, alcune.

A leggere bene, dunque gli ultimi paesi potrebbe essere stati immuni o poco colpiti da tale violenze ma un anno più tardi, il 18 ottobre 1945 l'arciprete di Giuliano di Roma, don Giuseppe Sperduti al vescovo di Ferentino Tommaso Leonetti, in modo riservato, scriverà "...ma la situazione morale, senza colpa della popolazione, diventò deplorevole per la violenza carnale subita da una trentina di donne da parte delle truppe marocchine, alla presenza anche di bambini e della gioventù: dette truppe si comportarono da vere bestie".

Mentre a Patrica negli stessi giorni in cui il vescovo scrive al Papa, il sacerdote don Bufalini fa sapere al delegato del vescovo don Giuseppe Sperduti che nel paese sono state violentate circa 60 persone.
A Pisterzo, frazione di Prossedi, il parroco don Carlo Ceccanese invece nel suo diario parrocchiale, per grandi linee e senza mai quantificare con precisione scrive di parecchi casi di stupro avvenuti nel territorio, così come riporta Tommaso Bartoli nel suo libro "Prossedi con amore "
Per amore della verità o comunque della statistica riportiamo che un rapporto del 17 ottobre 1956 stima che il numero delle violenze su uomini e donne su tutta la provincia di Frosinone è stato di 4.932 casi.

Se leggiamo i diari parrocchiali o pubblicazioni di sacerdoti rileviamo che attorno al tema delle violenze l'attenzione è minima mai approfondita, come se fosse qualcosa da dimenticare. Mi sembra utilissimo riprendere un avvenimento riportato da don Alfredo Salutini di Vallecorsa nel suo libro "Le mie memorie in tempo di guerra ", il quale nei giorni del passaggio dei franco-marocchini nel suo paese svolge le funzioni di sindaco. Salutini non aderisce alla richiesta francese di far consegnare le armi perché dice ai francesi che servono ai cittadini per difendersi dai marocchini. Egli partecipa attivamente alla ricerca di marocchini violentatori. Ottiene qualche risultato e riesce a far arrestare gli stessi ma:
"Un giorno l'ufficiale di polizia mi preannunciò che la mattina dopo si sarebbe svolto il processo contro l'algerino e i marocchini catturati dal capitano. Io avrei dovuto trovare dei testimoni in grado di riconoscerli per quelli che nella triste notte avevano abusato delle nostre donne.
Mi stupii che ancora li tenessero prigionieri. Le donne si rifiutarono di venire a testimoniare. Erano trascorsi una decina di giorni e volevano dimenticare. Convinsi mio padre e zio Paolo. In una stanza dei signori Altobelli attendemmo per circa due ore, prima che arrivassero due alti ufficiali francesi i quali si chiusero in una camera più interna. Si sentivano le voci che discutevano animatamente. Il tenente che venne per introdurre i testimoni li ammoni, per mio tramite, che il riconoscimento sarebbe stato arduo, dato che i soldati di colore ai nostri occhi non si distinguevano gli uni dagli altri.
Sapevamo bene che chiunque essi fossero, quei prigionieri non erano certamente degli asceti. Ma perché caricarsi la coscienza con la loro condanna? A che serviva oramai tutto quello?. La paura era finita. Il male non poteva essere rimosso. Che ognuno andasse per conto suo. Riferii che i testi non se la sentivano di assumersi la responsabilità del riconoscimento. L'ufficiale, evidentemente sorpreso, dopo averci ringraziati ci congedò".

Anche Alfredo Salutini, dunque, dal cui libro non emerge mai "buonismo" ma traspare, in ogni occasione un carattere sanguigno e coraggioso subisce e sembra accettare questa rassegnata situazione.
Questi episodi ci fanno capire come all'epoca e anche successivamente sia stato affrontato questo triste problema. Il dramma della violenza marocchina sulle donne è stato vissuto singolarmente dalle stesse, non c'è stata la possibilità di poterlo socializzare. Gran parte dei familiari pensò che il silenzio e l'oblio potessero costituire l'antidoto alla "vergogna".
Alcune donne violentate furono in qualche caso respinte dai propri uomini e abbandonate ad un destino di solitudine e dolore.

Per queste vittime la rimozione sarà l'unica via di scampo per continuare a vivere. Avevano subito violenza, avevano contratto malattie veneree, non le avevano cercate. Eppure venivano condannate da una morale gretta e ingiusta a una esistenza isolata, arida e senza affetti. Le donne colpite nell'interno delle famiglie e nella loro solitudine; il ricordo delle violenze mai condivise è stato sempre amaro, privo di ogni conforto e quasi sempre vissuto con forti sensi di colpa.
A causa di quella che venne vissuta come vergogna alcune donne morirono per aver sottaciuto di aver contratto malattie veneree.

Anche ed in particolar modo perché la rimozione è avvenuta non solo da parte delle donne violentate ma anche da parte delle istituzioni nazionali e locali. In una società sessuofobica e maschilista non si sentirono abbastanza tutelate e protette da uno Stato che non prese mai le loro difese.
Abbiamo l'impressione che il silenzio, l'oblio, il non far conoscere le violenze abbiano dato spazio alle richieste di indennizzo da parte di donne non violentate anche se rimane difficile conoscerne le dimensioni.

A tanti potrà apparire incredibile quello che stiamo per ricordare ma le autorità governative hanno provato a eludere la questione ancora nel 1951, quando una manifestazione promossa dal'Unione Donne Italiane il 14 ottobre presso il Supercinema di Pontecorvo a sostegno delle donne violentate, venne ostacolata dalla questura di Frosinone per motivi d'ordine morale. Di violenza sessuale pubblicamente non si doveva parlare.
Le donne provenienti in autobus dai paesi vicini, in particolare da Esperia e Vallecorsa, vennero fatte scendere fuori dal centro abitato, furono duramente spintonate e disperse. Le stesse comunque, a piedi, arrivarono ugualmente all'appuntamento: alcune presero la parola rendendo la manifestazione drammatica, appassionata e commovente.
Ci vollero sei mesi prima di discutere il 7 di aprile 1952 alla Camera dei deputati una interpellanza della deputata Maria Maddalena Rossi, organizzatrice della manifestazione di Pontecorvo. L'interpellanza venne portata alla discussione ma in una seduta notturna, perché il tema era ritenuto "peccaminoso" e non consono al prestigio della Istituzione.
Oggi a tanti anni di distanza credo sia giusto ricordare e riconoscere agli amministratori del comune di Castro dei Volsci di aver rotto cinquantuno anni fa il muro di silenzio, di aver sfidato le convenzioni sociali attraverso la realizzazione del Monumento alla Mamma Ciociara. Il 3 giugno 1964 con la inaugurazione del Monumento, rappresenta la fine dei silenzio e l'anno del coraggio perché lo stesso costituisce un invito, anzi un dovere, a ricordare alle generazioni future la violenza esercitata sulle donne e sugli uomini del paese.
Nello stesso tempo bisogna anche dire che tale atto non è stato ben accompagnato perché è rimasto isolato, circoscritto quando invece avrebbe meritato di essere ripreso, magari in altre forme, per mantenere una giusta attenzione al triste fenomeno che meritava di essere ben raccontato.
Certo in questi cinquanta anni in provincia di Frosinone la ricerca su questo tema è andata avanti ma se togliamo l'impegno a tutto campo evidenziato da valenti storici come Tommaso Baris e Costantino Jadecola, molto spesso la memoria ha avuto una caratteristica locale e mai una dimensione generale.
Ecco perché va apprezzata e ben evidenziata la felice idea avuta dai comuni di Amaseno, Vallecorsa e di Villa Santo Stefano di lavorare insieme e di coinvolgere in tale impegno le scuole e quindi le giovani generazioni. Un plauso dunque ai sindaci di questi paesi, un apprezzamento particolare alla dirigente scolastica Antonia Carlini per aver saputo coinvolgere studenti e personale insegnante, un giusto riconoscimento va rivolto infine alla dottoressa Simona La Rocca per aver coordinato i lavori e per aver saputo lavorare con capacità e discrezione.

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Date da ricordare sempre

Antoniop Valentedi Michele Santulli - Il 18 gennaio 1923 si inugurava a Via degli Avignonesi a Roma il Teatro degli Indipedenti. Era un enorme scantinato di oltre mille metri quadrati scavato sotto una serie di antichi palazzi che iniziava a Via Rasella e sbucava appunto a Via degli Avignonesi. Promotore dell'opera fu Anton Giulio Bragaglia (1890-1960). Già il cognome informa della sua origine di ciociaro frusinate, anzi lui ci teneva a precisare:'ciociaro'. Le pareti, per risparmiare sugli intonaci, furono ricoperte di iuta e altre decorate da Balla, Depero, Prampolini: già questi nomi danno una idea del livello. Vi erano almeno quattro grandi sale espositive per opere dell'ottocento, per i contemporanei, per le personali, per i classici. Vi era un teatro con duecento posti a sedere congegnato, attraverso un sistema di argani, in modo da trovarsi al livello della platea sì che alla fine degli spettacoli si trasformava in ristorante e buvette. Era il 'teatro sperimentale degli indipendenti' e AGB "vero e proprio pioniere nel campo della scenografia, della scenotecnica, della luministica, della coreografia, della cultura teatrale, delle ricerche fotografiche e cinematografiche: uno dei massimi promotori della 'modernizzazione' dello spettacolo novecentesco" così si legge nel libro di Mario Verdone, padre di Carlo, su di lui. Rivoluzionario e all'avanguardia: tra i collaboratori ebbe Antonio Valente, altra gloria della Ciociaria e al di là, insigne, tra il tanto altro, quale creatore di scenografie, di invenzioni teatrali, di luci e di movimenti.Passeggiate Campane Venivano rappresentate essenzialmente opere di artisti contemporanei o di artisti stranieri mai presentate. Tutti i più grandi nomi del teatro italiano e straniero passarono per il Teatro degli Indipendenti come pure nelle gallerie esposero tutti i più noti e meno noti artisti del momento: fare i nomi? Balla, De Chirico, Guttuso, Depero, i futuristi, Cagli, Mafai, Rosai, Ghiglia, Boccioni, Boecklin, De Pisis e centinaia di altri. Habituées di Via degli Avignonesi erano Pirandelllo, Cardarelli, Ungaretti, Bontempelli, Cecchi, Savinio, Alvaro, Moravia...Si immagini quanto, anche, sfottevano e criticavano, tanto che il Duce, indispettito dai continui lazzi e satire su di lui e dintorni, fece chiudere il teatro nel 1930 ma poi, dopo la consueta quarantena, chiamò Anton Giulio a dirigere le istituzioni teatrali del Regime, tanta era l'ammirazione.

Al Teatro degli Indipendenti furono rappresentate opere conosciutePasseggiate campane - copertina del libroPasseggiate campane - copertina del libro e sconosciute in Italia di grandi artisiti mondiali: di Alfred Jarry, di Eugene O'neill, di Strindberg, di Cechov,di Shaw, di Wedekind, naturalmente di Pirandello, di Sem Benelli, di Bertolt Brecht. Quando si parla dei Bragaglia, fare nomi è riduttivo poiché quelli che si dimenticano sono cento volte di più di quelli che si ricordano, in tutti i settori. Ma uno degli aspetti apparentemente incredibile era che tutti i giovani di qualsiasi disciplina che avevano veramente qualcosa da dire o da mostrare trovavano in questo crogiuolo e coaugulo unico e irripetibile, la maniera di esprimersi e di realizzarsi. E quindi poco più che adolescenti trovarono spazio e visibilità, tra le decine e decine di altri, Alberto Spadolini pittore e soprattutto ballerino, Gian Gaspare Napolitano autore di commedie futuriste come 'Il venditore di fumo', Maria Signorelli che espose le sue marionette, burattini, fantocci, sculture morbide, di incredibile poesia. Questo fu Anton Giulio Anton Giulio BracagliaBragaglia, assistito e appoggiato dai fratelli Carlo Ludovico, fotografo e regista e maggiormente da Arturo, fotografo: un vulcano ineguagliabile, uno sperimentatore e innovatore continuo, ma sempre nel rispetto della tradizione e dei canoni eterni e classici.
Quest'anno è dunque il novantesimo anno dalla nascita di questo eccezionale e unico, in Italia, avvenimento artistico e culturale. Non mi sembra che si sia mossa foglia nella sua patria di origine, Frosinone, dove si pensa e ci si preoccupa ancora solo di cementificare, natauralmente sempre a beneficio della cittadinanza e dell'ambiente. Eppure Anton Giulio Bragaglia, assieme ai fratelli, fa parte dei protagonisti dell'arte e della cultura e della civiltà non solo italiana, del secolo testé uscito di scena. Potrebbe rappresentare una bandiere di richiamo e di attrazione nonché di nobilitazione per questa terra. Eppure tutto si organizza e discute fuorché delle radici.
Ritratto di Anton Giulio BragagliaRitratto di Anton Giulio BragagliaQuest'anno ormai agli sgoccioli è anche il cinquantennale della morte di Amedeo Maiuri, altro titano della Ciociaria, da considerare il padre dell'archeologia italiana, in particolare di Pompei e di Ercolano: non parliamo della provincia intera ma nemmeno dal suo luogo di origine, Ceprano, mi pare che sia venuto fuori un segno di vita per onorarlo e commemorarlo. E quando personaggi del genere vengono passati sotto silenzio, non se ne comprende il valore, vuol dire che non c'è speranza di rinascita e palingenesi.
Quest'anno ricadono gli anniversari anche di Eleuterio Riccardi, di Giustino Ferri (l'unico del quale ci si è ricordati a Picinisco sua patria, grazie ad una cultrice privata), di Francesco Beguinot, di Libero de Libero, di Leone XIII, di Luigi Pietrobono, di Pietro Sterbini, di Antonio Labriola, di Vincenzo Petrocelli: quasi ognuno di questi personaggi ha dato e lasciato un contributo artistico o scientifico o letterario alla cultura italiana ed europea. Eppure nulla si è sentito o visto fino ad oggi: fettuccine e rigatoni e vinerie e mangiamenti in abbondanza dovunque in provincia, questo sì.
E le scuole? E la università di Cassino? E le biblioteche e affini?

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Veloci, più veloci che l'800 ci aspetta!!

di Ivano Alteri - Nel corso degli ultimi giorni abbiamo avuto notizia dell'annuncio di due amare dimissioni: le prime del professor Marcello Carlino, Presidente del Conservatorio di Frosinone, "Licinio Refice"; e le seconde del professor Remo Costantini, Presidente dell'Accademia di Belle Arti di Frosinone.

Le ragioni di queste dimissioni sono chiaramente riassunte nella lettera che il professor Carlino aveva in precedenza inviato ai presidenti di tutti i Conservatori d'Italia; con la quale si evidenziava come, con la legge di stabilità approvata a dicembre scorso in era renziana, le presidenze dell'Afam (Conservatori e Accademie) verranno, di fatto, assegnate con criteri fondati sul censo. Quella legge, infatti, oltre ad azzerare ogni indennità per la carica, "lega la scelta dei Presidenti, di quelli in opera e di quelli a venire, ad una profferta liberale di disponibilità piena, intesa anche in senso economico così come si richiede ai benefattori, sia per ciò che attiene al tempo-lavoro dedicato all'incarico, sia per ciò che attiene alle responsabilità in solido, amministrative e pure penali", sottolinea Carlino. In altri termini, potrà accedere alla carica di Presidente del Conservatorio soltanto chi potrà permettersene il lusso, chi è ricco; non chi lo merita per capacità e competenze. Altro che meritocrazia!

A seguire, è arrivato quindi l'annuncio di dimissioni anche del professor Costantini, la cui istituzione artistica subirà la medesima sorte. Egli ha manifestato tutto il suo sdegno dichiarando che "Il grido del prof. Carlino va raccolto e ascoltato con molta attenzione. Oltre ad essere uno schiaffo contro le nostre figure, che garantiscono la gestione degli istituti accollandosi ogni responsabilità, è l'emblema evidente che per la nostra classe politica la cultura non ha alcuna importanza. E io non ci sto". Quindi, l'annuncio delle dimissioni.suffragio universale maschile 350 260

Purtroppo, la scelta operata con la legge di stabilità non costituisce un'eccezione, bensì l'orientamento generale di una classe politica succube del potere economico; a cui essa vuole consegnare la scuola, le università, l'arte, i beni comuni, dopo avergli consegnato chiavi in mano le istituzioni democratiche. Pertanto, neanche noi ci stiamo; e, per quanto è nelle nostre possibilità, raccogliamo, ascoltiamo e rilanciamo il grido del professor Carlino e l'indignazione del professor Costantini; contro l'insipienza di una classe politica squalificata (ma, purtroppo, nel pieno dei poteri) e in difesa delle due istituzioni artistiche, che non solo procurano lustro al territorio, ma lo arricchiscono con l'alta professionalità e qualità delle loro iniziative.

Frosinone 22 febbraio 2015

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Un sogno, sempre, nonostante tutto

paul-john-george 350-260di Chiara Di Pofi - Sarei stata pronta a giurare di averlo visto camminarmi davanti, a pochi metri di distanza dalla panchina sulla quale ero seduta. Gironzolava con la sua chitarra sotto il braccio destro e aveva la solita, lunga giacca nera. Avevo persino riconosciuto il suo buffo naso, reggente i classici occhiali alle lenti tonde e un po' troppo ravvicinate tra loro. Tentai di seguirlo, ma purtroppo si inoltrò nella folla prima ancora che riuscissi a fare qualche passo.
Mi rassegnai appena la ragione cominciò a tormentare la mia mente, eliminando man mano quasi ogni traccia di speranza. Cercai di ignorare ciò che la mia testa continuava ad urlarmi contro, ma era una battaglia troppo difficile e quasi impossibile da riuscire a vincere.
Eppure, come riuscire anche solo a pensare di poter rinunciare alla possibilità, seppur davvero minuscola e sbiadita, che fosse proprio lui?
D'un tratto il flusso dei pensieri venne bloccato dall'acuto fischio annunciante la partenza del mio treno. Esitai un po', ma una parte di me -ahimé, la più grande- mi "costrinse" a salire sul vagone.
Me ne pentii appena partita, pensando al rimorso che mi sarei portata avanti per chissà quanto tempo... evitai di pensarci.

Arrivata a casa, mi affrettai a raccontare tutto a mia madre, che diede la sua solita risposta. Secondo lei, ogni adolescente prende ispirazione da un "mito", generalmente un personaggio famoso, arrivando quasi ad innamorarsene. Quindi, sempre secondo lei, era normale, o quasi, confondere una qualunque persona con una che vorremmo fosse al suo posto.
Cedetti, dandole ragione, ammettendo la mia distrazione.
"Uff, ero frustata dal dubbio..."
Avrei preferito una delusione secca e indiscussa, a quell'agonia!
Poi cominciai a chiedermi se fossi davvero innamorata di un uomo che non avevo neppure conosciuto di persona. E che, anzi, era morto prima della mia nascita, in quel lontano 8 dicembre del 1980, preceduto da quarant'anni nei quali aveva insegnato tante cose e sui quali principi si basavano i miei. Eppure avrei voluto chiedergli talmente tante cose ancora... confrontare le mie idee con le sue, suonare insieme... rotolare seminudi su un prato, solo per sentirne la freschezza, assaporarne l'odore -per quanto possibile- ed ammirarne i colori.
Ero convinta di conoscere poco e niente di quell'uomo tanto meraviglioso e sentivo l'assoluto bisogno di saperne di più. Una sete che continuava a seccare la mia gola giorno dopo giorno, ed io che tentavo inutilmente di "saziarmi" con qualcosa che potesse sostituirlo.
Ormai erano passati anni ed ogni 9 ottobre "festeggiavo" il suo compleanno, così come, ad ogni anniversario di morte, vestivo di nero, negandomi ogni tipo di piacere.
Di colpo mi ritrovai a piangere, piegata in due dal dolore e dall'impotenza. Non potevo, né volevo, smettere di amare le sue idee, la sua voce, il suo naso e le sue scelte, anche se sbagliate.
Triste e amareggiata, mi lasciai cullare dalla sua musica, iniziando il repertorio con una delle mie canzoni preferite... "In Spite Of All The Danger", composta durante i suoi anni d'oro, quando ancora rappresentava i Beatles.

Rimpiango di non averti vissuto e di non avere mezzi per lasciarti andare via,
oh caro John.

Racconto di Chiara di Pofi classe 3B liceo artistico A.G. Bragaglia

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PD sempre più confuso

BANDIERE PD 350-260Riceviamo e pubblichiamo un documento del PD di Sora ed una nota di Ermisio Mazzocchi.
Dal PD di Sora: «Come ampiamente anticipato da Soraweb, il Partito Democratico correrà in aiuto di Ernesto Tersigni. Mancava solo l'ufficialità che, adesso, è arrivata: il sindaco potrà continuare ad amministrare la Città di Sora grazie alla stampella del PD e del consigliere comunale Enzo Petricca. Attraverso un comunicato emesso dal circolo cittadino, dunque, il partito annuncia la decisione presa (non all'unanimità) ed 'invita' il rappresentante democrat in assise 'a voler far sue tali nostre sollecitazioni, confidando in un suo atto di responsabilità nei confronti del partito e soprattutto della nostra città, riponendo in lui tutta la nostra stima e supporto'. Qui di seguito la nota inviata alle redazioni, che pubblichiamo integralmente.
"Il circolo PD di Sora, nella componente maggioritaria del direttivo, dopo ampia ed approfondita analisi della situazione politico amministrativa presente nel nostro territorio ed in particolare della crisi apertasi in comune per mano della rappresentanza di Forza Italia, ritiene sia opportuno instaurare un tavolo programmatico con il Sindaco Tersigni, ponendosi a sostegno di una nuova fase amministrativa della nostra città. Si ritiene, invero, che troppe siano le sfide a cui nel brevissimo e nel medio e lungo termine la città di Sora è chiamata a rispondere: le imminenti elezioni provinciali, il prossimo atto aziendale sanitario, il rilancio politico, economico e sociale del nostro territorio.
Tali evenienze, unitamente alla necessità di scongiurare un catastrofico, in questo momento, commissariamento della nostra città, che la rilegherebbe per oltre un anno ad un ruolo provinciale marginale ed a una forzata ordinaria amministrazione, ci hanno spinto ad aprire ad una nuova fase politica. Ci poniamo, pertanto, in netta sintonia con la linea politica indicata dal Senatore Francesco Scalia a livello provinciale, di cui condividiamo le scelte ed a cui apportiamo tutto il nostro sostegno, nonché, con quella di Renzi a livello governativo, ritenendo che al momento solo questa possa essere la strada percorribile, per il bene del nostro territorio. Per tali ragioni e con la voglia di poter apportare un significativo e sostanziale miglioramento all'azione amministrativa della città di Sora, invitiamo il nostro rappresentante nell'assise comunale a voler far sue tali nostre sollecitazioni, confidando in un suo atto di responsabilità nei confronti del partito e soprattutto della nostra città, riponendo in lui tutta la nostra stima e supporto"
La segretaria del circolo PD di Sora Tiziana Tucci»

La nota di Ermisio Mazzocchi - «Queste scelte snaturano il carattere politico del PD. Questo atto conferma la mia tesi secondo la quale è in atto una mutazione del PD. E lo dico forte e chiaro: non confondiamo la situazione del governo nazionale con le situazioni locali. Questi argomenti sono solo strumentali a un disegno politico che si sta palesando in modo evidente. E mi sorge spontanea la domanda: se, per ipotesi, si apre la crisi a Frosinone città, il PD andrà secondo le direttive di Scalia in soccorso dell'amministrazione di centrodestra del sindaco Ottaviani? Alcune cose è bene saperle prima, almeno si sceglie con ponderatezza da che parte stare.»

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Gavioli voglioso di risotto ma sempre più vicinio a Bruxelles

risotto mantovana 350-260di Fausta Insognata Dumano - In questo avventuroso viaggio in bici per raggiungere il parlamento europeo, dove Stefano Gavioli consegnerà la petizione per riconoscere il diritto al lavoro anche per quei cinquantenni rottamati e troppo giovani per la pensione.
Procediamo e non ci stiamo facendo mancare nulla....gomma bucata e due camere d'aria inservibili....Abbiamo sperimentato che sistemare la gomma è come vivere in un romanzo per la difficoltà di comprendersi con la lingua.
In Francia .....Stefano scopre che ha nostalgia di un risotto alla mantovana, dei tortelli alla zucca, eppure siamo nella patria della Nouvelle Cuisine...... Sarà che sta andando avanti a pizza e panini, ma una leggenda narra che appena chiude gli occhi sogna il risotto mantovano. le batterie Ricaricare del computer sembra un' impresa oceanica, per fortuna che il cellulare consente di comunicare su Facebook.
La sua bacheca è la ''succursale''di unoetre.it ci sono tutti gli articoli che abbiamo pubblicato, sorride alla vista di 10, 100, 1000 Gavioli. Lui, ancora non ha realizzato che la sua impresa è singolare, che è destinata ad entrare nella storia.....''ti ricordi quello che da Mantova parti con la bici per andare al Parlamento europeo???"
Domani lunedì mattina una troupe de L'Altra Mantova partirà per testimoniare l'arrivo a Bruxelles, in parlamento. Chissà chi troverà ?? Ah il mio sogno nel suo zainetto arriverà in parlamento e i sogni raccolti da Stefano saranno pubblicati in una antologia

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Ti decreto precario per sempre

Il lavoro prima di tuttodi Piergiovanni Alleva - C'è da essere indi­gnati, cer­ta­mente e anzi­tutto, per il con­te­nuto dell'annunziato Decreto che pre­ca­rizza defi­ni­ti­va­mente il mer­cato del lavoro.La riforma del con­tratto di lavoro a ter­mine e di appren­di­stato che Mat­teo Renzi ha annun­ciato, come unica misura con­creta e imme­diata in mezzo allo scop­piet­tio dei suoi annunci di riforma, pre­clude per il futuro l'accesso ad un lavoro sta­bile a tutti i lavo­ra­tori gio­vani e adulti. Ma indi­gna­zione anche per il modo asso­lu­ta­mente pas­sivo con cui le forze poli­ti­che "di sini­stra" e le orga­niz­za­zioni sin­da­cali hanno accolto la noti­zia, anche per­ché pro­ba­bil­mente clo­ro­for­miz­zate dall'annunzio di una non disprez­za­bile "man­cia" elar­gita ai lavo­ra­tori sotto forma di sgra­vio Irpef.
Salvo gli oppor­tuni appro­fon­di­menti, la sostanza è comun­que chia­ris­sima e ine­qui­vo­ca­bile. Si vuole intro­durre la pos­si­bi­lità di sti­pula di un con­tratto di lavoro a ter­mine senza indi­ca­zione di alcuna cau­sale con durata lun­ghis­sima, fino a tre anni.

Si dirà, ipo­cri­ta­mente, che que­sto vale solo per il "primo con­tratto" a ter­mine tra lo stesso datore di lavoro e il lavo­ra­tore, ma l'ipocrisia è evi­dente, per­ché a ben guar­dare, il primo con­tratto a ter­mine acau­sale sarà anche l'ultimo, in quanto dopo i 36 mesi di lavoro scat­te­rebbe la regola legale, già esi­stente, secondo la quale con­ti­nuando la pre­sta­zione di lavoro il con­tratto si tra­sforma a tempo indeterminato.

Quale è, allora, la for­mula sem­pli­cis­sima che il Decreto offre e sug­ge­ri­sce al datore? Tenere il lavo­ra­tore con con­tratto acau­sale e alla sca­denza sosti­tuirlo. Dal punto di vista del lavo­ra­tore signi­fica cer­care ogni tre anni un diverso datore di lavoro, e ciò all'infinito, con­ce­dendo a Dio la dignità, e ras­se­gnan­dosi ad una totale sot­to­mis­sione a ricatti di ogni tipo, spe­rando di essere con­fer­mato a tempo inde­ter­mi­nato una volta o l'altra.

È evi­dente che così, lo stesso datore di lavoro nel suo com­plesso diven­terà una sorta di favola non tra­du­ci­bile in realtà. Rispondo subito ad una pre­ve­di­bile obie­zione: si dirà che però, secondo la bozza del Decreto, i lavo­ra­tori a con­tratto a ter­mine acau­sale non potranno supe­rare il 20% dell'occupazione azien­dale: si tratta comun­que di una per­cen­tuale assai alta (attual­mente i con­tratti pre­ve­dono il 10–15%), ed è evi­dente che quella "fascia" del 20% fun­zio­nerà come una sorta di anello esterno all'azienda, nella quale fini­ranno impri­gio­nati i nuovi assunti e dal quale usci­ranno solo per entrare in ana­logo anello di altra azienda.

Per i gio­vani e per i disoc­cu­pati, dun­que, vi è un solo futuro: restare per sem­pre pre­cari trien­nali, ora presso una azienda, ora presso un'altra, ma la stessa sorte attende i lavo­ra­tori già sta­bili i quali magari si sen­ti­ranno grati a Renzi per quella man­cia eco­no­mica nel caso doves­sero per qual­siasi ragione per­dere quel posto di lavoro.

Va poi aggiunto che il rispetto effet­tivo della per­cen­tuale mas­sima di occu­pati a ter­mine su un orga­nico è di dif­fi­cile moni­to­rag­gio: come si farà a sapere se l'azienda alfa di 100 dipen­denti o con 100 dipen­denti ha già col­mato la suo quota di 20 lavo­ra­tori a ter­mine? I dati già ci sareb­bero presso i Cen­tri per l'impiego, ma sono riser­vati. Occor­re­rebbe isti­tuire, presso i Cen­tri per l'impiego, una ana­grafe pub­blica dei rap­porti di lavoro per otte­nere l'indispensabile tra­spa­renza: sarebbe una dimo­stra­zione minima di one­stà da parte del governo e dell'azienda, ma dob­biamo con­fes­sare tutto il nostro scetticismo.

Resta da con­si­de­rare la con­for­mità di que­sto decreto alla nor­ma­tiva euro­pea in tema di con­tratto a ter­mine. Il peri­colo di abuso che la nor­ma­tiva Ue con­nette alla ripe­ti­zione di brevi con­tratti a ter­mine, è tutto con­den­sato nella pre­vi­sione di un lungo con­tratto a ter­mine acau­sale , dopo il quale, se il datore con­sen­tisse di con­ti­nuare la pre­sta­zione vi sarebbe la tra­sfor­ma­zione a tempo inde­ter­mi­nato, ma poi­ché non la con­sen­tirà, vi sarà una con­di­zione di disoc­cu­pa­zione e sot­toc­cu­pa­zione, per­ché il pros­simo datore di lavoro si com­por­terà nello stesso modo.

Il prin­ci­pio euro­peo che la bozza del Decreto con vistosa ipo­cri­sia ripete, per il quale la forma nor­male del con­tratto di lavoro è quella a tempo inde­ter­mi­nato, viene così non solo aggi­rato e vio­lato, ma ridotto ad una bur­letta e que­sto potrà essere fatto valere di fronte alla Corte di Giu­sti­zia Euro­pea. Per for­tuna, nel nostro paese fra il tanto dif­fuso con­for­mi­smo anche tra le forze poli­ti­che e sin­da­cali, esi­ste la coscienza cri­tica dei sin­goli ope­ra­tori indipendenti.

Resta da esa­mi­nare lo scem­pio del con­tratto di appren­di­stato che viene bana­liz­zato, eli­mi­nando qual­siasi severo con­trollo sulla effet­ti­vità della for­ma­zione pro­fes­sio­nale ed eli­mi­nando altresì quella ele­men­tare regola anti­frode per la quale non pote­vano essere con­clusi nuovi con­tratti di appren­di­stato dal datore di lavoro che non avesse con­fer­mato a tempo inde­ter­mi­nato i pre­ce­denti appren­di­sti. È evi­dente che una regola di que­sto genere andrebbe intro­dotta anche per la pos­si­bile sti­pula di con­tratti a ter­mine ed, invece, la volontà di eli­mi­narla ove già esi­ste, e cioè nell'apprendistato, dimo­stra quali sono le vere inten­zioni del governo di Mat­teo Renzi.

fonte, il Manifesto

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Ceti medi sempre più poveri

cetimedi indifficoltàdi Roberto Giannetti - Non è più sufficiente la politica dei piccoli passi e/o quella delle piccole idee per un paese che ha bisogno di rialzarsi,non regge più, cosi si allunga l'agonia dei più deboli, la sofferenza di altri e la forbice tra ricchi e poveri si allarga senza preparare la ripresa. Chi dice che vede una luce avvicinarsi sotto il tulnel, rischia di prendere un frontale con un tir che ha i fari accesi.
C'era una volta... il Ricco che aveva bisogno del Povero, quest'ultimo era necessario per produrre ricchezza e quindi economia e quindi consumi. Così,in questo modo si è costruita una classe media che, operando nel tempo, ha fatto si che di poveri ce ne fossero sempre meno. Si è costruita cosi la classe media, quella che fa girare l'economia, quella che lavora, produce e che consuma. Questo sistema, con tutti i suoi limiti e con tutte le contraddizioni dei tempi, ha comunque portato l'Italia verso forme più civili e a dar forza al paese per poter reggere il passo di altri paesi occidentali più avanzati producendo speranze e perché no anche passioni nei cittadini.
Oggi non è più così... Il Ricco non ha più bisogno del lavoro del Povero, non ha più bisogno di produrre economia per produrre ricchezza, perché essa, i ricchi, la fanno facendo girare la finanza (vera o falsa che sia) condizionando il e i paesi a proprio piacimento.
Tante analisi, tante piccole idee, tante discussioni non stanno producendo semplici soluzioni, perché semplice non lo è e lo scenario dove ci si muove è complesso. Le competenze e la mediocrità di una classe politica a cui "abbiamo permesso di emergere" sono ormai inadeguate. La stessa classe dirigente dei settori pubblici, partecipati e sindacali, lasciano poco sperare perché adeguati ormai alla confusione che spinge al ribasso.
Non si fa eccezione di mediocrità neanche su molti settori del privato, operanti nella domanda interna, in quanto il livello di interscambio non richiede esigenze tali da dimostrare professionalità rimanendo nella provincialità dei servizi. ( Spesso la domanda viene evasa arrangiandosi tra compari, conoscenti, amici e parenti)
La confusione oggi nel paese è evidente e i governi, sia a livello centrale che di territori, annaspano nel trovare strade per iniziare il cammino giusto. La classe dirigente va riformata e ricercata nelle migliori risorse che il paese può mettere a disposizione. E di queste ce ne sono! Il paese le contiene! Basta dare la possibilità di operare.
Non c'è molto tempo per evitare che esse prendono il volo per altri paesi, occorre intervenire per incentivarle e investirci sopra con serio coraggio. Ormai da tempo l'esercizio primario dell'industria rimasta aperta in Italia, è sempre più quello della ricerca di soldi per far quadrare il bilancio di fine anno, indipendentemente da come e da dove essi arrivano. Migliorare il prodotto, ricercare nuove produzioni o investire sull'aggiornamento degli impianti continua a scendere di posto nella graduatoria delle priorità dell'azienda.
In molti settori e in quasi tutto il settore industriale metalmeccanico, sono stati ridotti drasticamente gli investimenti, in particolar modo nei settori più avanzati dove la sfida sull'innovazione doveva far emergere le qualità e l'intelligenza del paese. Le licenze,le certificazioni e le autorizzazioni per la competitività e la partecipazione a nuovi progetti sono sempre più ridotte.
L'utilizzo spietato delle varie leggi e leggine messe a disposizione per lo sviluppo dell'industria dai vari governi, hanno dissanguato le casse senza mai controllarne la congruità con scarso anzi scarsissimo ritorno all'economia del paese. Su questo una grossa riflessione va fatta anche sulla classe industriale Italiana, almeno per quella parte che quando si è trovata ad dover camminare con le proprie gambe e senza aiuto dallo stato,ha dato segno di poca maturità e convinzione.

Ripetutamente, ormai da anni, su scuola e ricerca il tutto è stato rallentato e quindi oggi c'è fame di tutto: di strutture idonee, di macchinari,di laboratori avanzati, di riorganizzazione e di un progetto concreto di studi per un rinnovamento funzionale .
Insistere nell' ignorare questo settore, settore principe di una società che vuol guardare avanti, si rischia di non essere presenti nel futuro e fermarsi destinando il paese alla continua retrocessione.
L'aversi illusi che la società poteva stare meglio solo con l'apparire senza le necessarie capacità di essere competenti e competitivi, si è di fatto ceduto il passo ai più furbi senza merito, spianando la strada agli incompetenti.
La legge di stabilità in corso di approvazione alle camere è molto debole e continua a penalizzare la classe media, anche se si sforza per far emergere qualche tiepido segnale viste le condizioni deficitarie del paese.
Nello stesso tempo è da tenere presente però che così facendo invertire la tendenza è solo un pensiero e potrebbe restare tale.
Il tempo rimasto è insufficiente per elaborare grandi progetti però non si può pensare di non crederci e il paese non può permettere distrazioni velleitarie, come ad esempio chi dice di sospendere oggi la legislatura ed andare al voto... non ce ne sono le condizioni.
Rimettere in moto il motore sociale tocca a questo governo, nel caso rivisto e aggiornato in questa legislatura e tocca altresì al PD come partito di maggioranza in quanto ad oggi non se ne vedono alternative concrete.
Ed allora .... le domande sono: 1) Il PD di Renzi riuscirà a costruire una squadra di nuove energie per far emergere qualità e risorse per una sfida di cambiamento? 2) E Renzi, saprà essere stimolatore di proposte per dare il tempo giusto e le priorità giuste al governo Letta?
Il popolo delle primarie ha dato fiducia a Renzi o se vogliamo ha speso una carta facendolo responsabile di cambiamento, le attese non possono tardare per capire se la carta è quella vincente, pertanto confidiamo sulla speranza che gli investimenti su persone, progetti e cose abbiano la saggezza per un nuovo corso che ci porti fuori dalla crisi attuale.
Roberto Giannetti 21-12-2013

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