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Biodigestori: Il senso dell'omelia del Vesovo Lorenzo Loppa

AMBIENTE 

 Nota di commento al discorso del vescovo nel giorno di San Magno

del Coordinamento ambientale di Anagni
mons. Lorenzo Loppa anagnia 370 minUna nota di commento al discorso del vescovo Loppa nel giorno di San Magno.

A distanza di alcuni giorni, le parole pronunciate dal vescovo di Anagni-Alatri Lorenzo Loppa durante la celebrazione liturgica per la festa del patrono San Magno, a proposito delle diatribe, come le ha definite, riguardanti il progetto di un Biodigestore, approvato dalla Regione, da realizzarsi nel territorio di Anagni, per smaltire 84.000 tonn. di Rifiuti solidi urbani, meritano una riflessione non improvvisata. Men che mai la gazzarra invereconda delle reazioni seguite.
L’ occasione importante, la presenza delle autorità, del sindaco di Anagni e, soprattutto, l’argomento affrontato, certamente non previsto né usuale durante un’omelia, segnano un passaggio molto significativo per l’iter della vicenda alla quale i cittadini guardano con attenzione e preoccupazione crescente.
Come era prevedibile, in molti si sono affrettati a fornire un’esegesi tanto precipitosa, quanto discutibile per le interpretazioni, dai toni spesso volgari che, pur esprimendo libere opinioni, sono apparse smaccatamente funzionali al proprio esclusivo punto di vista.
Nel discorso sono stati affermati alcuni concetti chiave, che il vescovo ha chiamato “parametri di sapienza“ da usare ogniqualvolta è in gioco il bene della/delle comunità. Come in questo caso e in altri analoghi.

Monsignor Loppa ha sottolineato che :
* I rifiuti devono essere smaltiti
* La scelta dei luoghi per questo o impianti simili, non può essere quella di gravare su un solo luogo che raccolga i rifiuti di tutti ma deve risultare dall’ accordo e dal dialogo sociale
* Gruppi di città e di paesi di un determinato territorio dovrebbero assumere, sempre con il dialogo sociale, le decisioni per la salvaguardia dell’ ambiente e delle popolazioni, in una prospettiva non localistica.
* I luoghi prescelti dovrebbero essere dotati delle condizioni che garantiscano la riduzione dell’ impatto ambientale.

Sfuggire alla chiarezza delle parole del vescovo con commenti vergognosamente offensivi può rivelare soltanto una scomposta reazione di debolezza, manifestata da imprudenti affermazioni che giustificano le mega proporzioni dell’ impianto con la necessità di renderlo remunerativo.
Per chi ?

Da ultimo, tra i commenti letti abbiamo appreso, non senza emozione, che tutti noi liberi cittadini di questa provincia, siamo entrati a far parte di una grande comunità che si occupa di assicurarci sviluppo e benessere perché ci accomuna nel privilegio di godere degli effetti benefici di scelte precostituite, calate dall’alto che certo non corrispondono ai “parametri sapienziali“ invocati dal vescovo Loppa, ma piuttosto a quelli di “quisquiliarum propheti in patria nostra. Deo gratias !“

 

IL COORDINAMENTO AMBIENTALE DI ANAGNI
LE ASSOCIAZIONI:
ANAGNI VIVA, RETUVASA, COMITATO RESIDENTI COLLEFERRO,
RAGGIO VERDE, DIRITTO ALLA SALUTE
30 agosto 2021

Il Coordinamento ambientale di Anagni invita gentilmente tutti a contribuire alle spese che il Coordinamento dell'ambiente di Anagni sta sostenendo, già da diverso tempo, per il ricorso al TAR contro la realizzazione del Mega biodigestore.
I contributi possono essere versati sull’ IBAN n. IT 96 X08 344 7429 000000 184 8050 intestato all'Associazione Anagni Viva, presso BancAnagni, con causale : NO al Biodigestore.

 

 

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Il NO deciso al "biodigestore" è senso di appartenenza al territorio

NO BIODIGESTORE ANAGNI

In Consiglio Comunale si difendono le ragioni della collettività e non altro

Coordinamento Associazioni, comitati e liberi cittadine e cittadini di Anagni e della Valle del Sacco
Municipio di Anagni"Il 30 luglio i consiglieri di minoranza del Comune di Sgurgola hanno dato una lezione di politica e democrazia ad amministratori e consiglieri del nostro Comune, soprattutto ai Consiglieri di maggioranza (e a chi rimane nel mezzo) che, ad oggi, rappresentano soltanto loro stessi e non la collettività che ha permesso loro di sedere gli scranni dell'assise consiliare. Il NO deciso all'impianto che si sta costituendo in questo frangente esprime un senso di appartenenza ad un territorio che oggi non può essere più ignorato. Ebbene sì, i Consiglieri di Sgurgola ce lo ricordano, questo territorio è di chi lo vive, non di chi specula sullo sfruttamento dello stesso. Non siamo più disposti a svendere il pubblico a favore dei privati il cui scopo è fare profitto. Né, tantomeno, a cedere porzioni di territorio da risanare perché gravemente compromesso da anni di inquinamento. I cittadini chiedono un'inversione di tendenza reale, uno sviluppo sostenibile che affondi le proprie radici nella vocazione della nostra terra. Quantomeno al fine di restituire ai posteri un territorio sano. I cittadini di Anagni si sono già espressi in tal senso.
È in quest’ottica che il comitato NO al Biodigestore rivolge un appello anche a tutti i consiglieri della Provincia affinché seguano il virtuoso esempio dei colleghi sgurgolani e avanzino in consiglio analoghe richieste di ordine del giorno e proposte di deliberazione sul Biodigestore di Anagni.
Lo faccia innanzitutto chi rappresenta gli anagnini a palazzo da Iseo. E poi tutti gli altri. Perché in Consiglio Comunale non si sostengono le argomentazioni dei privati. In Consiglio Comunale si difendono le ragioni della collettività. 
Qualcuno deve pur ricordarselo!"
NO BIODIGESTORE ANAGNI
Coordinamento Associazioni, comitati e liberi cittadine e cittadini di Anagni e della Valle del Sacco
 
 

 

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Il senso di un futuro per la RAI

I VIDEO DI UNOeTRE.it 

Il Prof. Stefano Balassone risponde alle domande di Valentino Bettinelli

RAI min 1Le domande poste da Valentino Bettinelli e in fondo la registrazione della video intervista svolta in diretta on line

A pochi giorni dall’avvio della discussione in Senato sul ddl di riforma della Rai, previsto per il prossimo 25 maggio, UNOeTRE.it ospita il Prof. Stefano Balassone, professore universitario, docente in materia di comunicazione e linguaggi, e già componente del consiglio di amministrazione Rai dal 1998 al 2002.
Tra le persone che hanno portato in Rai un nuovo metodo comunicativo, definito “Tv verità”. Un periodo florido dal quale nascono trasmissioni come “Quelli che il calcio”, “Avanzi”, “Un giorno in pretura” e “Chi l’ha visto”.

Con il Prof. Balassone vogliamo affrontare le prospettive future per la tv di Stato, anche e soprattutto alla luce delle imminenti novità riformatrici della stessa.
- A tal proposito inizierei con un quesito che riguarda il ruolo che una tv come la Rai può e deve rivestire in un mercato sempre più globale, dove i social network e i contenuti in streaming la fanno sempre più da padroni. Come crede che la Rai possa entrare a pieno titolo nella sfera più alta tra i network internazionali?

- Le ultime vicende relative alle polemiche del post concerto del Primo Maggio hanno riaperto una questione forse mai del tutto chiarita, ovvero quella della libertà di informazione delle tre reti nazionali. Partendo dalla sua esperienza diretta, può fornirci qualche spunto di riflessione sul ruolo che la politica riveste all’interno della gestione della Rai? Non crede che il diritto di informazione dei cittadini, che annualmente pagano il canone, vada garantito con pluralismo e senza interferenze politiche di qualsiasi genere da parte di chi fa servizio pubblico?

- Troppo spesso i contenuti della tv contemporanea sono dettati esclusivamente dai dati di audience e dallo share, a scapito della qualità degli stessi. Non trova opportuno che la televisione pubblica sia la prima a fornire una inversione di tendenza, tornando ad offrire format dalla qualità più alta e, quindi, un servizio maggiore al cittadino?

- Con l’avvento dell’era digitale l’offerta della Rai è cresciuta a livello di canali, ma personalmente trovo che tanti contenuti, soprattutto quelli prettamente culturali e di approfondimento artistico, trovino poco spazio nelle tre reti principali. Le chiedo se è d’accordo con questa mia visione, e se pensa che si possa fare di più anche su questo fronte?

 

 La registrazione della diretta video

 

 

 

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Il senso di un futuro per la RAI

LA TV DI STEFANO BALASSONE

In vista della nomina del nuovo Consiglio di Amministrazione Rai

Stefano Balassone ha contribuito al testo che segue

rai logoSono in corso le procedure di nomina del nuovo Consiglio di Amministrazione Rai. Un semplice adempimento, accompagnato come sempre da varie emozioni sia nell’azienda sia nel mondo che le ruota intorno.

Al di là di questi prossimi momenti, incombe al Parlamento e al Governo la responsabilità di scelte che siano all’altezza della sfida di sistema, tecnologica, di mercato e di impresa che impegna l’intero sistema nazionale delle TLC. In questo ambito, in particolare, l’industria della comunicazione audiovisiva è colpita dalla crisi della tv nazionale, cui internet e social progressivamente sottraggono i ricavi, spingendo gli operatori privati verso nuove strade e dimensioni e mettendo a rischio la stessa presenza pubblica nella radiotelevisione. Per questo è auspicabile, in misura lancinante, che il Parlamento e il Governo non si limitino alle nomine del CdA richieste dalla legge, ma pongano mano a un’iniziativa organica che ridefinisca l’orizzonte della Rai su: 1) Specificità del soggetto pubblico rispetto alla tv commerciale e riequilibrio delle fonti di ricavo; 2) Informazione; 3) Coesione sociale; 4) Rapporto con la produzione nazionale; 5) Governo della RAI.

1 - Funzione del soggetto pubblico

La Rai, terzo gruppo per fatturatoin Italia (dopo Sky-Comcast, globale, e Mediaset italo-spagnola) mischia ricavi per due terzi pubblici (pari ai tre quarti del canone pagato dagli utenti, per il resto distolto dal Governo a favore di altri beneficiari) e per un terzo pubblicitari. Invece BBC-Channel Four, ARD-ZDF, France TV hanno un solo tipo di ricavo. Channel Four, pubblica, ma finanziata solo dalla pubblicità, grazie a questa spinta trasgredisce il mainstream di BBC e privati. Le tv pubbliche di Germania e Francia conferiscono al ricavo pubblicitario un ruolo marginale rispetto ai proventi del canone e delle vendite.

La Rai per contro si trova ad inseguire l’inserzionista pubblicitario, in sé più volatile, e utilizza il canone a compenso del minore affollamento imposto dalla legge. In sostanza, non è supplementare alla tv commerciale, ma non può neppure esserne vera concorrente.

I due antichi fondatori del Duopolio sono coinvolti dalla stessa crisi, ma possono uscirne solo da vie opposte: la Rai puntando sulle risorse pubbliche, a partire da un canone che le venga trasferito per intero; Mediaset in una dimensione internazionale.

2 - Informazione

Il diritto del cittadino ad essere informato è oggi garantito dall’assetto plurale delle imprese e dei mercati radiotelevisivi. Tanto più nella esplosione di fonti e fatti alternativi legata ai social network e all’offerta televisiva internazionale sugli schermi mobili e domestici.

Il ruolo del Servizio Pubblico può e deve concentrarsi nell’assicurare al grande pubblico nazionale un’informazione di qualità per varietà e completezza di formati e prodotti, anche nei canali internazionali. Quest’obbligo incorpora in se stesso il pluralismo culturale e il confronto dei punti di vista e delle voci e implica il superamento dell’attuale “pluralismo” politico-burocratico.

3 - Coesione sociale.

La comunicazione commerciale seleziona e coltiva target, fino all’estremo dei singoli individui contattati a mezzo social media. Il pubblico si frantuma di conseguenza in zolle separate che reciprocamente si voltano le spalle e/o confliggono quotidianamente.

La funzione specifica, complementare e supplementare, del Servizio Pubblico consiste nel rompere il chiuso delle cerchie, calarsi nelle visioni contrapposte e offrire una sorta di traduzione simultanea tra i diversi grumi. È un mestiere in parte nuovo e sconosciuto, reso attuale dall’impronta “separatista” che, a partire dai social, tende a dominare anche nei mass media ed a caratterizzare la vita pubblica nazionale, intellettuale e sociale, prim’ancora che politica. Per contro, la lunga evoluzione della crisi sanitaria e sociale, ha attivato dinamiche psicologiche più sensibili verso una comunicazione mirata oltre ogni discriminazione di razza, genere o cultura, alla reciproca attenzione critica e considerazione.

4 - Produzione Nazionale.

Nel contesto dell’unificazione del mercato audiovisivo continentale guidata dalle nuove piattaforme digitali internazionali, in tutti i maggiori Paesi europei (e nell’ultimo decennio, in qualche misura, anche in Italia) le imprese televisive in mano pubblica fungono da editore/committente strategico per la filiera della produzione nazionale, compensando, grazie alla disponibilità di un canone più o meno rilevante, le angustie strutturali del mercato nazionale e la pressione degli operatori globali sul pubblico nazionale. Il punto sta nel garantire alla produzione nazionale indipendente (di fiction, cinema, cartoon, documentari, format originali) budget di produzione competitivi nei mercati internazionali.

5 - Governo della RAI.

L’esperienza estera, e sopra tutte quella inglese, dimostra che non è utopico conciliare vertici nominati dalla politica con una sostanziale stabilità ed autonomia di conduzione dell’impresa in mano pubblica. Punti essenziali sono la separazione fra le fonti di nomina e le funzioni di controllo e rendicontazione, insieme con l’adozione di banali accorgimenti nella turnazione del “Collegio” cui siano conferiti i poteri proprietari. Funziona altrove, funzionerebbe, volendolo, da noi.

A partire da queste osservazioni ribadiamo la nostra richiesta al Parlamento affinché, superata al meglio l'incombenza delle nomine previste dalla legge, passi alla riforma strutturale del Servizio Pubblico. Contro la fatalità della lottizzazione.

 

Mario ABIS, Chicco AGNESE, p. Giulio ALBANESE, Antonella ANSELMO, Piero BADALONI, Stefano BALASSONE, Antonio BALDASSARRE, Guido BARLOZZETTI, Sergio BELLUCCI, Massimo BERNARDINI, Marcello BERNASSOLA, Antonio BETTANINI, Carlo BRANCALEONE, Angela BUTTIGLIONE, Anna CAMMARANO, Giovanni CAMPEOL, Claudio CAPPON, Paolo CARMIGNANI, Gennaro CARILLO, Salvatore CATALANO, Marco CAUSI, Liliana CAVANI, Pier Luigi CELLI, Enzo CHELI, Innocenzo CIPOLLETTA, Domenico CIRUZZI, Carla COLLICELLI, Licia CONTE, Alberto CONTRI, Massimiliano COSTA, Pier Virgilio DASTOLI, Paolo DE ANDREIS, Paola DE BENEDETTI, Piero DE CHIARA, Francesco DE DOMENICO, Domenico DE MASI, Francesco DE VESCOVI, Vittorio EMILIANI, Adriano FABRIS, Nuccio FAVA, Federico FAZZUOLI, Luciano FLUSSI, Andreas FORMICONI, Claudio FRACASSI, Carlo FRECCERO, Massimo FUSILLO, Piero GAFFURI, Gianpiero GAMALERI, Gloria GIORGIANNI, Giorgio GOBBO, Fabrizia GIULIANI, Fabrizio GIULIANI, Giuseppe GIULIETTI, Giampiero GRAMAGLIA, Alfredo GUARDIANO, Angelo GUGLIELMI, Massimiliano GUSBERTI, Luciano HINNA, Francesca IZZO, Erik LAMBERT, Giancarlo LEONE, Nicolò LIPARI, Raffaele LORUSSO, Andrea LORUSSO CAPUTI, Eugenio LUCREZI, Mario MAFFUCCI, Nino MARAZZITA, Giuseppe MARCHETTI TRICAMO, Simona MARCHINI, Gianfranco MARRONE, Donatella MARTINI, Sonia MARZETTI, Aldo MATERIA, Giacomo MAZZONE, Marco MELE, Andrea MELODIA, Emmanuele MILANO, Sergio MOCCIA, Raffaele MORESE, Massimo MUCCHETTI, Marino NIOLA, Gianluigi PEZZA, Francesco PINTO, Rosanna OLIVA DE CONCILIIS, Otello ONORATO, Matteo PALUMBO, Renato PARASCANDOLO, Antonio PARISELLA, Angelo Maria PETRONI, Sergio PISCITELLO, Pieraugusto POZZI, Massimo PRAMPOLINI, Angela RADESI METRO, Giuseppe RICHERI, Nino RIZZO NERVO, Carlo ROGNONI, Stefano ROLANDO, Patrizio ROSSANO, Francesco SAGNA, Barbara SCARAMUCCI, Bruno SOMALVICO, Michele SORICE, Celestino SPADA, Antonella STEFANUCCI, Giuseppe STRANIERO, Giancarlo TARTAGLIA, Annamaria TESTA, Riccardo TOZZI, Giuseppe VACCA, Pietro Antonio VALENTINO, Anne Sophie VANHOLLEBEKE, Carlo VERNA, Gianluca VERONESI, Vincenzo VITA, Bruno VOGLINO.

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GD Latina: "Il senso delle parole di Zingaretti è il nostro dramma"

PARTITI. PD Latina

Giovani Democratici Federazione Latina

BandieraGD 370 minNel bel mezzo del caos che sta investendo il PD in questi ultimi giorni, tra i pochi sul territorio a squarciare il muro del silenzio ci sono i Giovani Democratici, non mancando di toni duri e marcati.

Si era espresso per primo il Segretario Provinciale Leonardo Majocchi, nella notte di venerdì, con una lunga nota su Facebook, a sostegno del segretario neo-dimissionario Nicola Zingaretti, sottolineando quanto la situazione presente nei territori sia la stessa presente a livello nazionale.

«Il senso delle sue parole è il nostro dramma - ha scritto - È quello che accade spesso, Latina compresa. Se sei poi minoranza di qualcosa (che tu sia giovane, donna, tacciato come “radicale” e altri miti) allora è tutto più complesso e se non “emergi” è anche un po’ colpa tua perché evidentemente non ti adatti alla ferocia di certa politica», invitando poi all’apertura anche localmente di una discussione sincera che ridefinisca modi, linguaggio, paradigmi delle relazioni umane all’interno dei nostri luoghi: c’è bisogno di smuovere il tessuto intimo del nostro agire.

Rincara Stefano Vanzini, ventitreenne già candidato alla Segreteria del PD Latina lo scorso settembre con una proposta di radicale cambiamento (aveva ottenuto il 40% dei consensi), con un’analisi precisa: “Dovevamo rivolgerci ai nuovi esclusi, ad un ceto medio che andava impoverendosi, a una nuova generazione che non vedeva prospettive. Abbiamo abbandonato la capacità di fare politica fuori dalle istituzioni e nel nostro moderatismo siamo pian piano diventati irriconoscibili. La linea politica è diventato un accessorio, basti pensare a una serie di maggioranze inspiegabilmente diverse a livello comunale, provinciale, regionale che spesso risultano da evidenti equilibri di gestione del potere.”

Poi ancora, Gianluca Carbonara, Presidente Provinciale dell’Organizzazione, anch’esso duro sulla diffusa poca attenzione agli iscritti, ma che ricorda: Il nostro modello (quello della Giovanile) è il modello Piazza Grande e lo dimostriamo giorno dopo giorno mettendo al centro della nostra attività politica le diverse fragilità e i diversi mondi con i quali ci rapportiamo, cercando di distogliere l’idea di cricca elitaria e favorire l’inclusione, il dialogo e l’aggregazione.

Conclude, per ora, Maria Gabriella Taboga, candidata coordinatrice al Forum dei Giovani di Latina: “La Torre d’avorio” in cui il PD si è rinchiuso, è crollata su sé stessa. Occorre rilanciare l’idea di Piazza Grande: alla comunità del Partito Democratico, il coraggio di fare di questo tempo uno spazio per ridare la giusta centralità alle persone, per parlare di diritti, per ricordare (o almeno provare a farlo), cosa voglia dire “essere di sinistra”, non è mai mancato.

*Le parole di Zingaretti
Giovani Democratici Federazione Latina <>;

 

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Una “damnatio” a senso unico

 PCI centanni 

Una dimenticanza che pesa nella ricostruzione storica e la falsa non di poco

di Angelino Loffredi
1921 PSI 360 minAscoltando, vedendo e riflettendo sulla trasmissione andata in onda sabato 23 gennaio 2021 su Rai tre, riguardante la costituzione del partito comunista, mi sembra necessario evidenziare una questione che la trasmissione incomprensibilmente ha ignorato, preferendo insistere sulla “martellante“ interferenza dell’inviato dell’Internazionale Comunista, senza mai fare riferimento ai motivi di tale presenza. Avere ignorato tale premessa ha dato alla ricostruzione un senso non veritiero, deviante e sotto certi aspetti manipolatorio.

Anche se sinteticamente debbo far conoscere un fatto importantissimo e che gli autori della trasmissione hanno, come ho già scritto, incomprensibilmente ignorato: in occasione del XVI Congresso del Partito Socialista Italiano tenuto a Bologna dal 5 all’8 ottobre 1919 l’assemblea congressuale votò per acclamazione l’adesione del partito all’Internazionale Comunista, ratificando nello stesso tempo quanto già deliberato dalla Direzione nel mese di marzo, pochi giorni dopo la costituzione della Internazionale stessa. Questa dimenticanza pesa nella ricostruzione storica e la falsa non di poco.

A tale richiesta l’Internazionale, nel suo secondo congresso, del 7 agosto del 1920, risponde che l’adesione è legata al riconoscimento di 21 punti. La presenza al Congresso di Christo Kabakciev , delegato, appunto, dell’Internazionale, non può essere considerata una interferenza o una svista o sottovalutazione del gruppo dirigente socialista ma un atto dovuto, previsto proprio dalla procedura congressuale.

Non intendo dilungarmi sull’illustrazione dei 21 punti perché a me interessa ricordare che di questi la maggioranza del congresso non ne accetta due: il 17°, riguardante il cambio del nome in Partito Comunista d’Italia e il 7°, l’espulsione di Turati e Modigliani. Tutti gli altri 19 vengono accettati.

Per evidenziare come il richiamo della Rivoluzione di ottobre fosse penetrata nell’interno della volontà e dell’agire politico socialista mi preme indicare che la maggioranza congressuale votò anche per l’accettazione del 14° punto che affermava “Ogni partito che desideri entrare nell'Internazionale comunista deve dare appoggio incondizionato alla repubblica sovietica nella sua lotta contro le forze controrivoluzionarie. I partiti comunisti debbono svolgere una propaganda decisa per prevenire ogni invio di armi ai nemici delle repubbliche sovietiche; essi debbono altresì svolgere con ogni mezzo legale o illegale, propaganda tra le truppe mandate a strangolare le repubbliche dei lavoratori”.

Non ho alcuna difficoltà a scrivere che gli autori della trasmissione se ne sono guardati bene dall’approfondire una situazione che ancora oggi ai ricercatori presenta aspetti di eccezionale complessità, preferendo andare direttamente verso la colpevolizzare delle scelte fatte dai comunisti attraverso una scissione che pur tra tanti limiti, toni e valutazioni sbagliate, ha avviato la costruzione di un partito che ha interagito con la storia d’Italia. E che oggi a trenta anni dallo scioglimento ancora viene ricordato e spesso rimpianto. Tutto questo ovviamente non è stato indicato.

Autori che guidati da un anticomunismo edulcorato ma ingannevole se ne sono guardati bene dal precisare che se il 17° congresso socialista non vota per l’espulsione di Turati, sarà quello del 19°, nell’ottobre del 1922, a venti giorni dalla Marcia su Roma, che lo espellerà insieme a Treves, Modigliani e Matteotti ecc.

Più che approfondire, insomma le contraddizioni e il contesto generale in cui il fascismo si afferma si preferisce fare una “damnatio” a senso unico.

Ceccano 24 Gennaio 2021

 

 

 

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Il Presepe e il senso del Natale

Opinioni e Tradizioni

Qual è il senso del Natale?

di Rossana Germani
presepe 390 minIl presepe (o presepio) è una rappresentazione della nascita di Gesù derivata da tradizioni medievali. Il termine deriva dal latino praesaepe, cioè greppia, mangiatoia, composto da prae = innanzi e saepes = recinto, ovvero luogo che ha davanti un recinto.

Recinto, capanna o grotta, stella cometa, laghetto, muschio, pecorelle, i vari personaggi, alcuni classici altri attuali o addirittura automatizzati, lucine colorate, cielo stellato e chi più ne ha più ne mette.
Ogni anno facciamo sfoggio della nostra composizione, sempre più grande, sempre più originale e con almeno un personaggio in più. C'è chi usa ancora le vecchie statuine di nonni o bisnonni, un po' scolorire, scocciate, rotte e incollate, ma dal valore affettivo unico. C'è chi si diletta a farle artigianalmente di cartapesta o di altri materiali modellabili e chi, invece, più sbrigativo, le compra magari di plastica. Ma ognuno fa il suo bel presepio.

Anche l'economia gira intorno al presepio.
Via San Gregorio Armeno nota anche come “via dei presepi" o “via dei pastori" o Vico dei presepi, o ancora, da molti partenopei chiamata San Liquoro, è la strada del centro storico di Napoli celebre per le botteghe artigiane di presepi.
La tradizione presepiale ha origini remote. Tanto tempo fa esisteva un tempio dedicato a Cerere, divinità della terra e della fertilità, dea della nascita e tutrice dei raccolti, alla quale le persone offrivano come ex voto delle statuine di terracotta.
La nascita del presepio napoletano è più recente poiché risale alla fine del settecento e da allora è una grande risorsa per gli artigiani del luogo.

Soprattutto nel periodo natalizio si fa fatica a camminare rigorosamente a piedi nel “Vicariello” tra tutte le persone che ammirano le opere esposte in bella vista sia all'interno che all'esterno su appositi banchetti. Gli artigiani realizzano, ormai durante tutto il corso dell'anno, statuine per i presepi, sia tradizionali che originali. Quelli più eccentrici realizzano statuine con fattezze di personaggi di stringente attualità. Già dall'anno scorso in primo piano, e in svariate forme e dimensioni, spiccavano caricature e riproduzioni fedeli in miniatura dei politici che più si sono distinti in questi ultimi anni in positivo o in negativo a discrezione dell'acquirente, come Salvini, Meloni, Renzi, Di Maio, Conte, ma anche Trump o Papa Francesco oppure altri personaggi noti del mondo calcistico o dello spettacolo. Per molte celebrità è diventato un traguardo ambitissimo apparire su uno dei presepi del Vico. Dunque la caratteristica del presepio napoletano è quella di essere un perfetto connubio tra il sacro e il profano.

Tutto bello, tutta la gioia del Natale viene fuori in questi giorni, ma siamo proprio sicuri che sia questo il senso del Natale?
Proviamo ad immaginare cosa ne penserebbe il protagonista in assoluto, Gesù.
Tutto questo consumismo sfrenato intorno al Natale che nemmeno la paura di un minaccioso e ahinoi letale virus riesce a frenare bene. Pensiamo che gli dispiacerebbe davvero nascere con un po' di anticipo? Se addirittura il Papa ha deciso di anticipare la messa della mezzanotte del 24 alle 19 e 30 credo che nessuno debba più mostrare il suo disappunto a riguardo.

E poi, passare le festività natalizie in grande compagnia pensiamo davvero che sia lo scopo della festa del Natale? E, ancora, pensiamo che diffondere odio sia una filosofia di vita che riconoscerebbe giusta?

E proviamo a pensare a cosa vorrebbe che facessimo di fronte ad un barcone in avaria o che sta affondando in mare aperto, pieno zeppo di persone, di uomini, donne e soprattutto bambini.

Mi piace riportare questa parte del Vangelo di Matteo che, al di là della fede o meno, trovo che sia molto significativa e che sia spunto di riflessione per i credenti come per gli atei o per gli agnostici.

«Quando il Figlio dell’uomo verrà nella sua gloria, e tutti gli angeli con lui, siederà sul trono della sua gloria. Davanti a lui verranno radunati tutti i popoli. Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri e porrà le pecore alla sua destra e i capri alla sinistra. Allora il re dirà a quelli che saranno alla sua destra: “Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi”. Allora i giusti gli risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito? Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti?”. E il re risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me»

«Poi - il Figlio dell’uomo - dirà anche a quelli che saranno alla sinistra: “Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli, perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, ero straniero e non mi avete accolto, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato”. Anch’essi allora risponderanno: “Signore, quando ti abbiamo visto affamato o assetato o straniero o nudo o malato o in carcere, e non ti abbiamo servito?”. Allora egli risponderà loro: “In verità io vi dico: tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l’avete fatto a me”»(Mt 25,41-45).

Ma sentiamo anche Carlo Alberto Salustri, poeta noto come Trilussa (un anagramma del suo cognome), noto al pubblico per le sue poesie in romanesco. Ha dedicato una bella poesia al presepe: in questi versi Trilussa dà voce al bambino Gesù, immaginando una sua critica a chi si dedica all’arte di allestire un presepe, di farlo ogni anno sempre più grande e sempre più ricco di personaggi senza però coglierne il vero significato.

“Ve ringrazio de core, brava gente,
pé ‘sti presepi che me preparate,
ma che li fate a fa? Si poi v’odiate,
si de st’amore non capite gnente…

Pé st’amore sò nato e ce sò morto,
da secoli lo spargo dalla croce,
ma la parola mia pare ‘na voce
sperduta ner deserto, senza ascolto.

La gente fa er presepe e nun me sente;
cerca sempre de fallo più sfarzoso,
però cià er core freddo e indifferente
e nun capisce che senza l’amore
è cianfrusaja che nun cià valore”.

Mi auguro che questo Natale sia un'occasione per ritrovare davvero lo spirito natalizio che ci illumini il cammino futuro e che ci faccia guardare il prossimo con amore e fratellanza. In questi ultimi anni sono uscite fuori dagli animi di alcune persone delle frasi come “buon appetito ai pesci" che nessun essere dotato di un minimo di cuore dovrebbe poter pensare.

Auguro a tutti davvero un buon Natale nella speranza che l’umanità faccia un passo avanti verso la pace, l'amore e l'unione tra tutti i popoli e tra tutte le persone senza più alcuna distinzione. Facciamo parte tutti di un grande presepio dove ognuno ha il suo ruolo e dove ogni nuova vita che nasce deve essere una gioia per tutti mentre la fine di ogni vita deve arrecare dispiacere ad ognuno e dove tendere la mano a qualsiasi persona in difficoltà è doveroso e deve essere visto come un atto di amore, di rispetto ma soprattutto di gioia da parte di chi lo compie.

Per quanto mi riguarda, se una mia parola, un mio gesto, un mio sorriso, una mia carezza seppur virtuale in questo momento, abbia portato o porterà sollievo a qualsiasi essere vivente potrò dire di non aver vissuto invano. Buon Natale e buon presepio a tutti.

Pubblicato anche su https://sardinecreative.wordpress.com del 15 dicembre 2020
Rossana Germani fa parte della redazione di CiesseMagazine e per essa cura anche la rubrica di cultura, libri e poesia.

 

 

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Cassino: Che senso ha l'iniziativa per la Civitas Mariae?

“Non agitare ciò che è calmo”,

Cassinomunicipio 350 260“Quieta non movere!”. E’ l’incipit di un saggio motto popolare in lingua latina che può essere tradotto con: “Non agitare ciò che è calmo”, oppure con l’equivalente “non muovere le cose tranquille”.

Lo richiamava, tale motto, a conclusione di un suo scritto nella rubrica “Scampoli”, che curava sul nostro diffuso free press settimanale, “Cassino7”, il già preside del “Carducci”, Peppino Grossi. Un cassinate doc, attaccato (senza voler esagerare, così come un mitile lo è allo scoglio) a questa sua città di cui conosce bene la sua gente, con i suoi pregi e difetti, e da dove non si allontana mai. Un uomo di cultura, saggio, attento alle cose, della cui squisita ed affettuosa amicizia ci gratifichiamo. Quel suo scritto dal titolo: “Tre Santi Patroni e…non bastano”, risale al 27 marzo del 2004. Non proprio a ieri, quindi. Spinti dall’attualità dell’argomento riproposto dai parroci di questa città con la richiesta di proclamare Cassino “Civitas Mariae”, siamo andati a ritrovarlo nel libro “Cassino, ad Agosto, non è brutta”, edito da Francesco Ciolfi. Una raccolta di parte delle pubblicazioni di quella sua fortunata e assai letta rubrica.

Peppino Grossi ricorda che quando Cassino, nel 1995, proclamò suo patrono San Benedetto (“Santo importantissimo per il mondo intero… che l’Europa giustamente lo volle suo patrono”), la città ne aveva già uno, San Germano, un santo forestiero, di origine campana che si fermò secoli fa a Cassino. Verso il quale però i Cassinati non hanno mostrato mai un grande trasporto. “Anzi, poco devotamente - scrive il nostro preside – lo hanno sempre considerato una specie di intruso, l’antesignano di tutti i forestieri che sono capitati e càpitano a Cassino per caso, vi mettono, come si dice, le tende e finiscono, senza meriti particolari, con lo scalzare i nativi del luogo in ogni attività e, paradossalmente, nella considerazione di parecchi degli stessi Cassinati”. Anche per questa ragione, quindi, essi non si sarebbero affatto dispiaciuti quando San Benedetto è stato proclamato patrono di Cassino.

“In effetti, però, a ben vedere – sostenne ancora Grossi – San Germano non è stato mai sostituito ufficialmente; direi che è stato piuttosto affiancato da San Benedetto, per cui, considerato che anche la Madonna dell’Assunta è ritenuta dai Cassinati una protettrice del paese (credo, anzi, che sia la più invocata), Cassino si ritrova oggi con tre protettori”.

“Che dire? Che fare? Affidarsi ad uno solo dei tre?”, si chiedeva in conclusione. E nella sua lungimirante saggezza suggeriva: “Quieta non movere!”. Anche perché nessuno dei tre santi aveva sollevato un qualche conflitto di competenza e, con i tempi che correvano (In Comune si era agli inizi dell’allegra era Scittarelli, che, come anticipammo in un nostro scritto, ci avrebbe lasciato in mutande), rinunciare alla protezione di due dei tre sarebbe stato veramente da stolti. Del resto, tra i fedeli, il tutto procedeva tranquillamente, senza problema alcuno.
Quieta non movere!” equivale anche al “Non stuzzicare il can che dorme”; o, privilegiando il nostro amato gergo popolare, al “Non mettere la mano nel nido di vespe” (italianizzato).

Qui, con quella loro iniziativa, i parroci pare abbiano imprudentemente messo le mani proprio lì, nel nido di vespe. La reazione che c’è stata tra la gente, gli uni contro gli altri come accese tifoserie contrapposte, dà infatti proprio l’idea delle vespe che, stavano belle quiete, tranquille, ma, infastidite, hanno reagito e si son messe a pungere all’impazzata. Ora, per correre ai ripari (ammesso ve ne sia la volontà), occorre rifarsi alla seconda parte di quel motto in lingua latina: “… et paret mota quietare” (“…e piuttosto calma ciò che è agitato”).

Come fare? Questo il problema! Poiché è impossibile si verifichi quel che abbiamo sentito dire da una devota popolana: “Ah, se San Benedetto prendesse una bella mazza…!”, è bene, intanto, che il sindaco e l’amministrazione comunale, colti di sorpresa da tanto inimmaginato clamore anche per via della poca dimestichezza di alcuni di loro con il mondo ecclesiastico, un primo passo lo abbiano fatto concordando con il vescovo una pausa di riflessione e bloccando l’iter della delibera verso il consiglio comunale.
Quanto ai parroci, dovrebbero anzitutto chiedere di togliere dalla circolazione quel fasullo (oltre che ridicolo) sondaggio su chi si preferisca tra San Benedetto e l’Assunta. La Madonna dai Cassinati è considerata una di loro. “Una mamma di famiglia – ebbe a scrivere sempre Peppino Grossi – a Cui si deve rispetto, ma alla Quale, all’occorrenza, bisogna dire il fatto Suo, senza tanti riguardi. I rapporti con Lei i Cassinati li hanno impostati in maniera confidenziale, direi colloquiale. Per questo motivo non è raro il caso in cui Le si rivolgano così. “Maro’, le vi’ che me sì cumbinate?”


La Madonna è anche la più bestemmiata. Ma questo è un altro modo, benché poco ortodosso, di onorarla. “Chi, a Cassino, bestemmierebbe San Cirillo?”, si chiedeva Grossi. Chi ha mai sentito bestemmiare San Benedetto? aggiungiamo noi. C’è bisogno forse del sondaggio per conoscere il sentire degli abitanti di questa città? Per portarci, poi, con il risultato scontato in mano, dove?

Perciò il discorso è un altro: molto più serio e, per certi aspetti, preoccupante. Vorremmo sbagliarci, ma si ha l’impressione che l’obiettivo non sia tanto “Civitas Mariae”, titolo insignito pure a molte città italiane e straniere. Ma l’obiettivo vero di tanta mobilitazione pare sia l’eliminazione del patronato di San Benedetto. Intanto oscurando, ancor più di quanto non si è già fatto, Montecassino e quel connubio tra il Santo e Cassino, allentando il forte legame che unisce la città martire alla comunità benedettina. Non solo. Ma all’Europa e al mondo che sanno, grazie alla radice culturale e spirituale dei benedettini, dove si trovano Cassino e la sua splendida abbazia fatta costruire da San Benedetto. Un’esperienza civile e religiosa unica nella storia della cultura e del cristianesimo occidentale, come altri hanno opportunamente rilevato. Che disperdere, sì, sarebbe davvero imperdonabile.

Mario Costa

 

 

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Il senso della morte di Antonio Megalizzi

antoniomegalizzi corradoformigli 350 260 mindi Valentino Bettinelli - Antonio Megalizzi è l’ennesima vittima di una campagna di terrore che, ancora una volta, costringe la stampa a parlare di morti e feriti gravi. Mondo dell’informazione di cui lo stesso giovane trentino faceva parte.

Martedì 11 dicembre a Strasburgo è in programma una seduta plenaria del Parlamento Europeo e Antonio si trova lì assieme ai colleghi con cui segue il progetto “Europhonica”, una radio che fa informazione sui fatti dell’assise europea.
Quella sera, però, un folle decide di stravolgere la calma della città francese, già colorata dal clima natalizio. Luci, addobbi e mercatini di Natale riempiono le strade. Ma a squarciare il velo di questa festosa atmosfera, i colpi esplosi da chi pretende di depositare una coltre di paura sul suolo europeo. Sono tre le vittime, conteggio al quale si uniscono i tanti feriti; tra questi anche Antonio, raggiunto da un proiettile alla testa. Da subito le condizioni sembrano gravissime, tanto da non poter consentire l’operazione, vista la scomoda e pericolosa posizione della pallottola, proprio alla base del cranio.

Alle prime notizie fanno seguito giorni di attesa spasmodica in Italia. Tutto il Paese spera di ascoltare novità positive dai telegiornali, quando, nel pomeriggio di venerdì 14 dicembre, arriva il triste annuncio della morte del cronista.

“Di nuovo”, il primo pensiero di molti. Altri hanno gridato all’ennesimo “attacco contro le nostre tradizioni cristiane” perpetrato dal barbaro di turno. Altri ancora, forse la maggioranza, hanno avuto un pensiero per una giovane vita umana, strappata con la forza all’affetto dei suoi cari e al dolce calore dei suoi sogni.

Antonio era uno di noi, un giovane italiano mosso dalle sue passioni: informazione, politica, cronaca sul campo. Tra queste una chimera, la grande Europa dell’Unione dei Popoli. Nazioni mosse da uno spirito di cittadinanza collettiva, di rappresentanza sovrastatuale. Il disegno dei Padri Fondatori insomma.
Coltivare un sogno così grande, al giorno d’oggi, risulta anacronistico. A maggior ragione nelle giovani generazioni, cullate da rigurgiti nazionalisti e isolazionisti. Antonio Megalizzi voleva realizzare le sue aspettative, rappresentate appunto da un’Europa finalmente unita e dal raggiungimento del tanto agognato tesserino da giornalista pubblicista.

Disegno Europeo ben chiaro e desiderio di fare il giornalista di professione. Di nuovo il giovane Megalizzi viaggiava in controtendenza con una comunità che intende demonizzare stampa ed Europa, due imputati condannati dallo stesso giudice: la moda dell’ultradestra neofascista.

Antonio è morto, ma il suo sogno continuerà ad alimentare le coscienza di chi vede, come colui che sta scrivendo queste dolorose righe, una luce in fondo al tunnel dell’oscurantismo nazionalista di molti tra i nostri coetanei. Portare avanti questo disegno fortemente democratico è forse un’utopia. Ma oggi questo impegno non si può delegare. Bisogna scegliere da quale parte stare, mettendo in campo tutte le proprie forze.
Antonio Megalizzi era un giovane cittadino italiano come tanti. Ma il suo sacrificio sia da lezione per insegnarci ad essere cittadini europei come pochi, proprio come te, caro Antonio.

 

 

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Martedì 11 dicembre a Strasburgo è in programma una seduta plenaria del Parlamento Europeo e Antonio si trova lì assieme ai colleghi con cui segue il progetto “Europhonica”, una radio che fa informazione sui fatti dell’assise europea.
Quella sera, però, un folle decide di stravolgere la calma della città francese, già colorata dal clima natalizio. Luci, addobbi e mercatini di Natale riempiono le strade. Ma a squarciare il velo di questa festosa atmosfera, i colpi esplosi da chi pretende di depositare una coltre di paura sul suolo europeo. Sono tre le vittime, conteggio al quale si uniscono i tanti feriti; tra questi anche Antonio, raggiunto da un proiettile alla testa. Da subito le condizioni sembrano gravissime, tanto da non poter consentire l’operazione, vista la scomoda e pericolosa posizione della pallottola, proprio alla base del cranio.

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Antonio era uno di noi, un giovane italiano mosso dalle sue passioni: informazione, politica, cronaca sul campo. Tra queste una chimera, la grande Europa dell’Unione dei Popoli. Nazioni mosse da uno spirito di cittadinanza collettiva, di rappresentanza sovrastatuale. Il disegno dei Padri Fondatori insomma.
Coltivare un sogno così grande, al giorno d’oggi, risulta anacronistico. A maggior ragione nelle giovani generazioni, cullate da rigurgiti nazionalisti e isolazionisti. Antonio Megalizzi voleva realizzare le sue aspettative, rappresentate appunto da un’Europa finalmente unita e dal raggiungimento del tanto agognato tesserino da giornalista pubblicista.

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Antonio è morto, ma il suo sogno continuerà ad alimentare le coscienza di chi vede, come colui che sta scrivendo queste dolorose righe, una luce in fondo al tunnel dell’oscurantismo nazionalista di molti tra i nostri coetanei. Portare avanti questo disegno fortemente democratico è forse un’utopia. Ma oggi questo impegno non si può delegare. Bisogna scegliere da quale parte stare, mettendo in campo tutte le proprie forze.
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