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Tortorella: “Questa guerra è una sconfitta per l’Europa e per la sinistra"

 ANALISI&OPINIONI

La guerra e il giudizio su questa sinistra italiana oggi troppo dispersa

Ganni Cuperlo intervista Aldo Tortorella
aldotortorella 350 260Nascere in Italia nel 1926 a modo suo scriveva un destino. Mussolini era al potere da quasi quattro anni, Antonio Gramsci sarebbe stato arrestato ai primi di novembre e l’anno dopo condannato dal Tribunale speciale assieme a Umberto Terracini e Mauro Scoccimarro. Aldo Tortorella che a luglio di anni ne compirà novantasei appartiene a quella generazione lì. Nata sotto il fascismo e che il regime ha combattuto con una scelta di parte o, come avremmo detto una volta, di vita. Non ancora diciottenne era entrato nella Resistenza milanese, arrestato riuscì a fuggire e riprendere la clandestinità. Poi la lunga militanza nel Partito Comunista Italiano (“il più democratico e colto dei partiti comunisti, per questo ritenuto il più pericoloso”, mi dirà durante la conversazione). Tortorella è rimasto un difensore della storia dei comunisti italiani e, insieme, un assertore di una ricostruzione della sinistra a partire dalle fondamenta teoriche.
Viene classificato come “berlingueriano” fosse solo per aver condiviso con quella segreteria durata dodici anni, dal 1972 al 1984, i passaggi fondamentali. Più problematico sul “compromesso storico” era stato lui, da responsabile della politica culturale del Pci, a organizzare il convegno dell’Eliseo, era il 1977, quello dove Berlinguer spiazzando un po’ tutti aveva teorizzato la sua visione dell’austerità. Sarebbero seguite la tragedia di Moro, il preambolo democristiano, la chiusura a sinistra di Craxi sino alla svolta dell’Alternativa democratica dopo il terremoto del 1980 in Irpinia, insomma l’ultimo scorcio, il più discusso, della parabola di quel gruppo dirigente. È particolarmente a questo “ultimo Berlinguer”, con cui ebbe un rapporto di stretta e intesa collaborazione, che si richiama Tortorella. Incontrarlo oggi è anche tutto questo, ma non in chiave di ricordo, meno che mai di rimpianto, piuttosto è il tentativo di capire cosa di quella tradizione si proietti ancora nella sinistra di adesso. E allora non si può che muovere da questi due mesi, gli ultimi, perché hanno cumulato un bagaglio di cronaca già destinata a farsi storia.

Partirei da questa guerra nel cuore del continente. Ci sono decenni dove non accade nulla e settimane in cui si consumano decenni. Così, più o meno, Lenin sulla Rivoluzione d’Ottobre. Tu che giudizio dai di queste settimane? Credi che potranno condizionare il futuro dell’Europa come altri momenti storici sono riusciti a fare?

Aldo Tortorella
Mi pare ovvio che la guerra, sperando possa terminare senza estendersi e generare una catastrofe ancora maggiore, segnerà profondamente la realtà del dopo. A partire dalla Russia. A me sembra che sia assai difficile che il regime russo, colpevole di una aggressione ingiustificabile, ne possa uscire indenne. È dichiarato l’obbiettivo del governo americano di dare un duro colpo alla Russia. Ma già ora l’aggressione e le disumanità che l’hanno accompagnata segnano scacchi evidenti, anche tenendo a parte l’andamento dello scontro bellico: dal rinvigorimento dell’alleanza atlantica alla sua estensione. Tuttavia anche per l’Europa qualcosa può mutare. Un solco profondo è scavato nel rapporto con la Russia. Ma ci sono anche i segni di una qualche ricerca di una sia pur relativa autonomia rispetto agli Stati Uniti: segni, però, molto fragili e molto contrastati. Penso alle differenze di tono in qualche atteggiamento del presidente francese, e a quelle che emersero nell’incontro tra Draghi, informale portavoce europeo, e Biden. Ovviamente sempre nel quadro di un indefettibile legame atlantico considerato una sorta di doveroso viatico per il governare in occidente. Ma può tendere a farsi strada il convincimento che imboccare la via di una permanente contrapposizione tra Europa e Russia è a tutto danno reciproco. Anche se sinora è rimasto isolato il giudizio espresso da Giuliano Amato e confinato in una pagina secondaria dallo stesso giornale che ha pubblicato quell’intervista, giornale che si colloca tra i sostenitori della tendenza convinta che la sola via percorribile sia in un inasprimento della guerra.

Ti riferisci al racconto di Amato quando nel 2000 incontrò un giovane Putin ben disposto a un rapporto di cooperazione e forse inclusione in Europa e al senso di colpa, Amato usa quella formula, per non aver coltivato quell’apertura?
Sì, ma mi riferisco soprattutto al suo giudizio politico, la presa d’atto che questa guerra rappresenta una sconfitta per l’Europa. In queste settimane non l’ho sentito dire abbastanza, ma mi sembra del tutto giusto. Dopo la fine della guerra fredda con la vittoria degli Stati Uniti, la Nato si è comportata con la Russia come se esistesse ancora l’Unione Sovietica mentre quella era l’occasione per aiutare, coltivare, persino inventare, una vera trasformazione democratica che non c’è stata. C’è stata l’instaurazione di un capitalismo selvaggio con vivo compiacimento occidentale e grandi amicizie con Putin. Ora questa guerra potrebbe segnare, ma non ne ho la certezza, uno sforzo di maggiore autonomia dell’Europa nei confronti della potenza egemone. Il problema è che Washington nelle sue componenti politiche come nel complesso della sua dirigenza economica e persino morale, non pare avere alcuna intenzione di praticare una egemonia condivisa. Mi pare che la tesi del millennio americano continui a prevalere e temo che anche quel processo di relativa maggiore autonomia dell’Europa possa non avere la forza per imporsi.

È la tesi della subalternità dell’Europa alla linea giudicata più bellicista di Londra e Washington?
Se sto ai fatti anche su quel piano ho l’impressione che qualcosa si stia muovendo. Da una parte c’è chi teorizza un inasprimento della guerra fino ad una piena sconfitta della Federazione Russa con il pericolo di un’espansione del conflitto oppure con una ulteriore punizione e umiliazione di quel paese che – anche dopo la eventuale caduta del pessimo regime autoritario attuale, dominato da un pugno di oligarchi – sarebbe drammatica per le conseguenze nel tempo. Questa tendenza si scontra con l’altro indirizzo teso a cercare un compromesso accettabile. In questo senso francesi, tedeschi e noi italiani sembriamo relativamente più orientati verso una linea che si differenzia, seppure lievemente, dagli americani. La mia però è forse solo una speranza e non mi azzardo a fare previsioni.

Scusa se torno a quell’intervista di Amato, ma la si può leggere anche come una conferma della doppia morale che abbiamo usato nel non condannare violazioni delle norme democratiche, penso all’annessione della Crimea nel 2014 salvo continuare a comperare gas e petrolio russo e, non contenti, a vendere a Mosca armi nonostante l’embargo. Come se sui valori dell’Occidente si potessero fondare utili compromessi a seconda delle convenienze. Eppure chi era Putin lo si sapeva molto prima dell’invasione dell’Ucraina, almeno dal 2006 quando Anna Politkovskaja viene assassinata il giorno del compleanno dello “zar”.
Tu parli di una doppia morale, ma direi che c’è stato qualcosa di più. Nei paesi che definiamo di liberal-democrazia si è venuta via via spegnendo una dialettica autentica, e quindi anche gli errori che citi non sono stati solamente degli errori. Fu ignorato l’allarme di Schmidt, già cancelliere tedesco, per il colpo di stato (“fino al 1991 tutti abbiamo ritenuto che la Ucraina fosse russa…Sento un clima da 1914”) e persino voci come quelle di William Perry, l’ex segretario alla Difesa di Clinton, non siano state ascoltate nel loro allarme sulle scelte di allargamento a Est dell’Alleanza Atlantica. Tutto ciò, mi pare, è dipeso dal fatto che l’intera dialettica dell’Occidente si è completamente racchiusa dentro un pensiero che non conosce alternativa perché semplicemente non la legittima e questo è il problema che abbiamo davanti adesso. Diventava sospetta qualsiasi obiezione alla tendenza espansiva della potenza americana. Al fondo se osservi la situazione per come si presenta ora in questi paesi, Stati Uniti, Francia e Italia, ad esempio, dobbiamo concludere che siamo stretti tra un pensiero liberaldemocratico esausto (cioè che dimentica le proprie premesse anti oligarchiche) e un pensiero neo-autoritario, quello che comunemente viene chiamato populismo. Questa torsione dipende dal fatto che sono state considerate obsolete sia una alternativa pacifista – cioè propugnatrice del disarmo bilanciato e controllato – sia la prospettiva di un inveramento democratico, intendo una democrazia partecipata, una progressiva attuazione dell’eguaglianza come quella dell’articolo 3 della Costituzione italiana (che non si limita alla pur irrinunciabile ed essenziale eguaglianza formale), cioè l’idea di una libertà solidale. Queste idee sono venute via via decadendo non solo per l’assenza di soggetti in grado di esprimerle, ma perché i gruppi dirigenti, anche della sinistra, sono venuti smarrendo i motivi del loro esserci.

Ti riferisci anche alla tradizione e all’esito storico del Pci?
Pensa alla sorte del gruppo dirigente del comunismo italiano che arrivato al massimo della sua espansione, quando il Psi apre ai comunisti come forza di governo, vede le grandi democrazie liberali negare ogni spazio a quello sbocco. Henry Kissinger definì una partecipazione al governo del Pci come una rottura morale per l’Occidente. Ma quello era a tutti gli effetti, un partito “democratico” con una accettazione politica, quella pratica c’era sempre stata, del Patto Atlantico. Eppure non bastava perché si negava a quel partito la legittimità di coltivare una idea di alternativa non certo improntata al sistema sovietico, ma del tutto interna alla democrazia e coerente con una critica del modello di allora. Per altro era una critica fondata su premesse che successivamente si sono ampiamente realizzate e che hanno dato vita alla situazione attuale giustamente definita come “”post democrazia”. Certo, però, che se era giusto criticare la involuzione della democrazia (accusata di comportare un “eccesso di domande”) non bastava la cultura delle sinistre tradizionali per intendere i processi economici e sociali che intanto maturavano. Parlo degli assetti che il capitalismo globalizzato veniva assumendo. E alle trasformazioni che la rivoluzione scientifica e tecnologica, sino al digitale, ha indotto nelle relazioni umane e nelle coscienze. Questi processi che hanno investito l’economia, la cultura, le forme di protezione delle società, sono stati difficili da comprendere. Le nuove correnti di analisi della realtà (ad esempio il neo femminismo e l’ecologismo) nascevano al di fuori delle sinistre tradizionali. I loro successi alla fine del secolo (quasi tutta l’Europa e gli Stati Uniti avevano, come si sa un governo di centrosinistra) vollero accreditarsi mostrando una superiore capacità di applicare una politica di tipo liberista senza alcuna critica al modello di globalizzazione determinato dal mercato unico dei capitali e, in parte, delle merci. Il che se aiutava la Cina e molti paesi in via di sviluppo (con straordinario arricchimento degli investitori occidentali) impoveriva vasti strati di lavoratori delle metropoli. Vengono di qui il successo dei populisti e il ritorno nazionalistico e dunque anche la involuzione dei due partiti americani. L’uno con il “trumpismo” del “prima l’America”, l’altro con la riproposizione della missione salvifica degli Stati Uniti: “l’America è tornata” di Biden, cioè la ripresa della funzione egemonica degli Stati Uniti nella comunità internazionale. L’idea di una egemonia condivisa non appartiene a questo modo di pensare. L’indubbia vittoria nella guerra fredda ha sollecitato piuttosto la tendenza al dominio fondato sulla forza. Un’Europa unita e alleata alla pari non è mai stata negli auspici. La Brexit è giunta come opportuna. Il legame speciale desiderato dai paesi europei orientali non è certo scoraggiato. E per la Russia sconfitta andava bene un Boris Eltsin che prende il potere cannoneggiando un Parlamento che voleva sfiduciarlo (con 180 morti subito rimossi). Putin è stato la conseguenza di un tale impianto. E il suo bellicoso iper-nazionalismo l’unico modo per cercare un consenso popolare.

Quindi collochi l’errore dell’Europa nella mancata comprensione di quali ricadute avrebbe determinato un’egemonia dell’Occidente incapace di considerare la complessità di quella transizione alla democrazia?
Dico che Putin non lo vezzeggiava solo Berlusconi, o più di recente Le Pen o Salvini. In molti ambienti europei e occidentali si è imposta una logica che, in una certa misura, anche nel Pci aveva avuto seguito: un atteggiamento del tipo “ma che pretendete? Quelli la democrazia non l’hanno mai conosciuta e allora si torna allo zarismo, ma vedrete che questo sarà uno zar buono”. Però non c’è stata solo ignoranza. La accondiscendenza si accompagnava ad ottimi affari. E la rinascita nazionalistica o la tendenza alla esaltazione del potere personale non accadeva solo in Russia ma anche in tanti paesi d’Europa compreso il nostro. Ecco perché dico che non c’è stata solo una doppia morale, c’è stato il trionfo di una morale sbagliata. O, piuttosto, nella finzione della fine delle ideologie, il ritorno all’ideologia del capo salvifico in rapporto diretto con “la massa”. Per questo citavo Amato, perché almeno lui riconosce la radice di quell’errore che, però, non ha rivelato solo scarsa lungimiranza nello sforzo di aiutare una democrazia nascente. Quell’errore è stato la diretta conseguenza di una posizione culturale e politica che ignorava i problemi reali che sono nati dentro le stesse democrazie liberali e che oggi sono il cuore delle nostre post democrazie. Temi spinosi anche per il Pd o le forze della sinistra perché se i gruppi dirigenti accettano lo stato di fatto, le persone che vorresti conquistare semplicemente non ti seguono.

L’ultimo tema forse si collega a un passato meno recente. Sono cento anni dalla nascita di Enrico Berlinguer. Mi è capitato di ricordare quel giudizio che Fortebraccio gli dedicò sull’Unità: “È stato un uomo politico. Vi pare una banalità?”. Sappiamo quanto quella frase sia difficile da ripetere, ma oggi come definiresti un “politico”, quali caratteristiche quella branca del lavoro intellettuale dovrebbe riscoprire e recuperare? Al netto del settimo comandamento che darei per scontato.
Non sono un nostalgico e so quanto nel Pci la vita fosse difficile, vengo da quella storia, ma Fortebraccio, Mario Melloni, aveva ragione. La sua frase era giusta nel senso che presupponeva in quelle due parole, “uomo politico”, degli aggettivi che tutti potevano intuire e comprendere. Voleva dire che si salutava un politico galantuomo, cosa che in effetti Berlinguer era stato e la gente se ne accorgeva, non perché non rubava, ma perché faceva scelte che meditava a lungo, tanto che quando capisce che la sua politica non era più possibile passa a una nuova realtà e immagina un partito adeguato a quella politica. Una sinistra molto diversa da quella del passato, soprattutto nelle sue fondamenta culturali, perché il Pci ma anche il Psi avevano un impianto ancorato ad una critica di un’altra stagione del capitalismo. Alle loro origini, il movimento ecologista e il nuovo femminismo dal Pci furono persino avversati. Ma quel femminismo della differenza aveva compreso come il capitalismo si iscriveva nel patriarcato, e cioè nasceva entro l’idea del maschile come valore assoluto con tutto il carico di violenza che esso comporta. E l’ecologismo scopriva che era la concezione dello sviluppo a determinare una contraddizione con la possibilità stessa della sopravvivenza della specie. Si trattava di letture fondamentali. Quell’imporsi della logica del più forte ha regolato le forme della società e lo ha fatto anche attraverso le guerre imboccando una direzione di marcia verso la propria distruzione con una dose di assoluta incoscienza. Berlinguer era consapevole che stava mutando il paradigma culturale e quanto più il Pci, soprattutto nella ultima fase della sua vita, veniva cercando strade nuove pur senza ignorare le antiche (quelle della “contraddizione di classe”) tanto più era avversato non solo dagli avversari, ma pure dagli altri partiti comunisti. Con una violenta polemica dei sovietici. Tuttavia, anche noi di quella stagione avevamo svolto solo parzialmente una riflessione sul modello capitalistico per come stava cambiando e per come ridisegnava un modello sociale oltre che economico.

Mi fai tornare a mente uno scambio, poteva essere la metà degli anni ’80, tra André Gorz e Claudio Napoleoni che ragionava sui temi che hai appena accennato. In un convegno il primo interruppe Napoleoni chiedendogli “Claudio, dov’è la porta!”, sottinteso “per uscire dal capitalismo”. E la risposta fu: “Non c’è nessuna porta, il problema è distinguere più nettamente tra la società e il mercato”. Più o meno è questo il capitolo a cui ti riferisci?
Il rapporto tra mercato e società è tuttora il punto su cui si scontrano le resistenze a concepire un’alternativa possibile al modello egemone di economia e società. Prendi la lotta all’evasione fiscale. Abbiamo dovuto attendere la Merkel e Macron per dichiararci in conflitto con i paradisi fiscali, ma come si fa a combattere l’evasione in casa nostra senza risalire a una delle maggiori origini del problema? Oppure pensiamo alla sorte dell’appello a un’economia letta dal punto di vista manageriale. I grandi manager sono diventati talora peggio dei “padroni” (che rispondevano con i loro beni). Lavorano con capitale pubblico o diffuso, con stipendi moltiplicati a livelli stellari e se falliscono cascano sempre sul morbido delle loro inverosimili liquidazioni. Il grande economista Piero Sraffa e il suo preferito allievo Garegnani, carissimo amico, vedevano bene la differenza tra mercato e società. Inascoltati a sinistra.

Quindi scorgi principalmente qui la sconfitta culturale della sinistra?
Dico che all’origine del modello capitalistico in cui viviamo ci sono cose semplici come il desiderio, cioè l’individuo per quanto sociale, e la scelta, cioè il bisogno di libertà. Penso sia la premessa per capire che la società è strutturata in forme che muovono sempre dalla vita delle persone. Senza questo non puoi progettare alcuna vera alternativa. Il cuore del problema risiede nell’individuo e in una domanda di soddisfazione dei suoi bisogni. Come rispondere a quella spinta vitale è complicatissimo perché ha appunto a che vedere col come si ricostruisce il legame tra mercato e società. Persino durante il drammatico esperimento sovietico a un certo punto si sono scontrati con la irriducibilità dell’individuo e si inventarono i contratti di lavoro individuali, lo “stakanovista”, l’“uomo nuovo”. Erano espedienti, ma indicavano un tema irrisolto. Il primato della collettività non può nascondere la questione dell’individuo, o se vuoi, della persona. Il digitale in questo è certo un grande progresso anche se era illusoria una sua funzione automaticamente progressiva. Non cessano di contare il modo e i canali con cui ci si arriva, se come individui forniti di una qualche base culturale critica oppure no, e il tema riguarda già ora miliardi di persone mentre persino l’alfabetizzazione è tuttora assai relativa. Ognuno porta nella rete i suoi pregiudizi, la sua cultura o incultura, ecco perché tutto è divenuto così complicato. Ma anche perciò, ripensando alla risposta di Napoleoni, il tema non è la “porta”, che in ogni modo presuppone di voler uscire per andare da qualche parte, ma quale forma di evoluzione della società riteniamo ancora possibile. La cultura del primato della forza è alla lunga disastrosa ma durerà se non si pensa a un’altra prospettiva costruibile. Dinanzi a questa serie di problemi la sinistra, e il suo partito maggiore nel caso nostro, hanno scelto come unica risposta la strada del governo pensando fosse solo dal governo che si poteva condizionare “la realtà”. Ma la realtà va interpretata e deve poter essere criticata. È davvero “realistico” essere “realisti” o non si dovrebbe anche adesso andare alle radici dei conflitti aperti per comprendere se esiste una alternativa possibile?

A proposito di realismo c’è quella sintesi di Bruno De Finetti: “Occorre pensare in termini di utopia perché pensare di risolvere efficacemente i problemi in altro modo è una ridicola utopia”. Allora se ripensi alla storia del Pci e della sinistra venuta dopo, diresti che a lungo abbiamo avuto il “soggetto” senza avere il “governo”, poi a lungo abbiamo avuto il “governo” ma a costo di sacrificare il “soggetto”?
De Finetti era un grande. Comunque a proposito di “soggetto” e “governo” qualunque definizione della situazione italiana, deve fare i conti con noi stessi. Non dico che abbiamo mentito, ma abbiamo fatto finta di vivere in una democrazia se non compiuta, quasi compiuta, mentre non lo era. Nei fatti era sempre una democrazia controllata. Come dici tu avevamo il “soggetto”, ma potevamo avere un soggetto di quel tipo perché ci era negata la partecipazione al potere. Diciamo che avevamo la funzione di una opposizione permanente, e sino a un certo punto abbiamo avuto anche dei buoni risultati, ma ci era preclusa la via del governo. Al più ci era dato il vantaggio di svolgere una opposizione intelligente e capace di indicare vie corrette da seguire, ma fingevamo di essere un’opposizione che al governo poteva aspirare concretamente, il che era impedito. Questo fu chiarissimo dopo il voto del 1976 quando, pure avendo accettato tutte le convenzioni, dovevamo accettare l’idea che a quel modello di società non vi fosse alternativa, al massimo delle correzioni formali. Quella logica è toccata in sorte persino agli ecologisti che miravano a una critica del modello sapendo che un modello diverso non esiste in atto, ma va costruito, e però la replica nei loro confronti è stata, “ma cosa volete, senza fonti fossili come pensate di vivere?”. Quello che voglio dirti è che il soggetto non era senza potere perché non lo avevamo, ma perché non potevamo averlo e quando si è capito questo alcuni, anche da dentro la sinistra, hanno detto facciamola finita. La conferma è che quando il potere finalmente lo abbiamo avuto, fino al Quirinale, il soggetto semplicemente non poteva più esserci perché quello precedente era senza la possibilità di una alternativa e quello che lo ha sostituito rinunciava di suo all’alternativa in cambio dell’esercizio del governo. La domanda è se esiste per un partito che si dica socialista qualcosa di diverso che non sia un miglioramento dello stato sociale. Dei punti su cui il modello attuale dichiari il suo fallimento. Mi guardo attorno e vedo che ci si avvia colpevolmente verso un cambiamento climatico dagli esiti infausti, ma manca la volontà di formulare un programma di svolta o addirittura si pensa sia impossibile immaginarlo, se succede è perché una volta di più non si pensa alla radice di quei problemi e a cosa rende quel modello così forte e allo stesso tempo così fragile.

Posso pensare che stesse qui la ragione della tua opposizione al superamento del Pci?
La mia avversione riguardava il modo che è sostanza. Si voleva un nuovo soggetto senza sapere quale. In realtà si negava il proprio esserci senza indicare il modo di costruire il “nuovo”. Naturalmente, l’opposizione era molto variegata e arrivò, contro il parere di Ingrao e il mio, a comprendere i nostalgici, rispettabili ma diversi. Ma anche tra coloro che si opponevano in nome di un altro mutamento ci furono discussioni. Ti racconto quella tra me e l’indimenticato Cesare Luporini. Lui diceva che il nostro essere comunisti non indicava qualcosa di raggiungibile, ma un orizzonte. Certo, obiettavo, un orizzonte si sposta sempre ma presuppone un oggetto, una cosa, un modello mentale sebbene irraggiungibile. Il mio punto di vista era ed è che la parola comunista deve essere significativa di un punto di vista critico da aggiornare continuamente in modo da produrre anche risultati. Il mio problema era che rinunciare a questo punto di vista e alla critica del modello in cui viviamo (perché senza quella critica non ci può essere sinistra), semplicemente non si costituisce un soggetto capace di indicare una strada nuova per un paese e più in generale per il genere umano. Il comunismo è stata l’unica idea laica, e non laica, di tipo internazionalistico (il “lavoratori di tutto il mondo unitevi”). La domanda è come si ricostruisce un pensiero con quella forza che era anche una debolezza perché universale non lo era dal momento che gran parte dei lavoratori del mondo quel modello di capitalismo se lo sognavano. Nel dire queste cose credo di essere stato poco chiaro anche per i compagni con cui condividevo quella posizione. Oggi però ne ho la conferma quando mi chiedo come fai a fare un partito che fonda il suo consenso solo sul fatto di giudicare una persona migliore di un’altra.

Se alzi lo sguardo all’Europa di questi anni trovi almeno qualche traccia che dal governo abbia sperimentato quello che hai chiamato un impianto alternativo di società?
Ti ho detto di Merkel e Macron sui paradisi fiscali perché da premesse culturali diverse hanno comunque usato un linguaggio che, magari senza volerlo, è stato di critica al modello attuale. Penso anche a qualche esperienza di governo che affronta il modello energetico e le sue regole, è già un segno che cerca di andare alle radici del fenomeno. Non ancora una strategia organica, ma singoli atti che mostrano come anche dal governo si possa agire se si risale all’origine di alcuni guai. Anche su questi terreni si può dimostrare un approccio diverso che non sia solo l’adesione ad una escalation militare, come rischia di avvenire, per affermare un padrone unico del mondo.

Allora chiudiamo da dove siamo partiti, dalla tragedia in corso. Non credo si possa “vincere” una guerra contro una potenza nucleare e so che una tregua e una trattativa sono oggi la sola via percorribile. Lo stesso aiuto militare all’Ucraina doveva e deve servire a fermare l’invasione, non a vincere la guerra sul terreno o dal cielo. Se fossi stato in Parlamento avresti votato per l’invio delle armi a Kiev?
Non so come avrei votato, avrei dovuto esserci. Certo avrei cercato di condizionare quella decisione. Adesso sono rispettosoGianni Cuperlo 390 min della scelta fatta, ma la mia critica riguarda l’ipotesi che sia una scelta incondizionata e in quanto tale pericolosa. L’Ucraina può pensare di vincere la guerra, ma se a pensarlo è il segretario generale della Nato con le armi occidentali il quadro cambia. Quando parlo di condizionamento di quella decisione intendo proprio la domanda se l’Ucraina la si debba aiutare affinché vinca sul campo e Putin sia sconfitto e magari rovesciato o per cercare di evitare il peggio. Sento evocare da più parti la questione della sovranità, ma perché non lo si è sostenuto per la Jugoslavia o per i palestinesi? Ci sono delle concause, è chiaro, e l’aggressore non ha mai ragione, ma in un esame oggettivo e se non vogliamo convivere con una guerra permanente l’unica via è che ognuna delle parti acconsenta a rinunciare a qualcosa.

Siamo proprio alla fine, posso chiederti che giudizio dai dello stato di questa sinistra italiana oggi troppo dispersa e che il partito più grande dovrebbe secondo me provare in ogni modo a riaggregare?
Non voglio dare giudizi, ti dico che quando nel 1999 in aperto dissenso con la decisione di bombardare la Serbia a opera della Nato, io con Beppe Chiarante e altri compagni decidemmo di uscire dai Ds lo facemmo quasi in silenzio, convinti delle nostre ragioni, ma senza invocare una scissione. Lo ricordo perché quando sei parte di una comunità e una posizione diventa insostenibile per te devi parlare per te, non per gli altri. A chi mi diceva che a sinistra c’era una prateria replicavo che se la classe operaia si sposta su Berlusconi e Salvini ci sono dei motivi materiali molto forti. Se vuoi il consenso di una parte della popolazione devi starci dentro. Se accetti di far parte a pieno titolo dell’establishment poi non ti devi stupire se quelli in fondo alla fila non ti credono più.

11 giugno 2022 da primopiano.info

 

 

 

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La sinistra democratica europea e la pregiudiziale anti-Nato

ANALISI, OPINIONI, DIBATTITI

Ma non è ora di liberarsi dagli strascichi “sentimentali” del bipolarismo del XX secolo?

di Fausto Pellecchia
Gregor Gysi, il nuovo presidente della Sinistra europeaQuesta nota, come le altre che seguiranno, è innanzitutto lo sfogo di un malessere e di un disagio crescenti che l’evento tragico dell’aggressione russa all’Ucraina ha innescato lungo il solco della mia antica adesione ideale alla cultura politica della sinistra italiana. Adesione che, se ancora sopravvive nel desolante ingombro di macerie ideologiche che delimitano il campo della sinistra democratica, è unicamente debitrice alla voce e al coraggio di testimoni esemplari che hanno misurato l’ampiezza della crisi.
Una di queste voci è senz’altro quella di Gregor Gysi, l’ultimo presidente del Partito Socialista Unificato nella ex Germania orientale, oggi esponente di spicco della Linke. Nelle prime settimane del conflitto, in un’intervista al giornale conservatore Die Welt, riferendosi alla politica anti-Nato della Linke, Gysi con dirompente spirito autocritico ha dichiarato: «Se fossimo stati noi al governo [e avessimo ottenuto la fuoriuscita della Germania dalla Nato] sarebbe stata una catastrofe»

D’altra parte, dopo le ultime elezioni tedesche (2021), che la Linke potesse entrare in una coalizione di governo era considerato un evento più che probabile. Il candidato della SPD, Olaf Scholz, oggi cancelliere sostenuto da una coalizione con Liberali e Verdi, non ha mai pregiudizialmente escluso l’ipotesi di un’alleanza con la sinistra. Tuttavia, il progetto tramontò all’indomani del voto, poiché la Linke ottenne un risultato elettorale molto deludente. Più recentemente, il tema della maturazione della Linke come possibile forza di governo è stato riproposto in numerose interviste da Gregor Gysi, sullo sfondo della sanguinosa invasione dell’Ucraina intrapresa da Vladimir Putin. Nel contesto sempre più drammatico della guerra, la Linke ha dovuto misurarsi con una serie di dilemmi strategici, gli stessi che hanno stimolato un acceso dibattito anche nella sinitstra italiana (ed europea): quale posizione assumere rispetto all’invasione della Russia? Quali interpretazioni politiche e storiche dare alla guerra di Putin? E infine: è opportuno sostenere l’Ucraina con l’invio di armi?

La questione peraltro è complicata dalle fittissime ed ancora perduranti relazioni politiche, culturali ed economiche con la Russia di Putin. Il principale partito di maggioranza, la SPD, non ha mai fatto mistero della cointeressenza che la lega alla Russia di Putin. Basti pensare che Gerhard Schröder, ex cancelliere socialdemocratico, è da anni membro dei consigli di amministrazione di industrie di stato russe e, più in generale, che tutti i governi tedeschi degli ultimi anni hanno fatto affari con Mosca.
Egualmente vincolante, ma di natura squisitamente politica, è l’interdizione impressa sulla Linke in ragione dei suoi orientamenti di politica estera, che la qualificano come un partito che ha sempre fatto della critica severa alla NATO un punto irrinunciabile del suo programma politico. Del resto, uno dei principali motivi per cui i socialdemocratici e i Verdi non sono riusciti a formare un governo federale con la Linke – anche quando ne avevano i numeri, come nelle elezioni del 2013 – è stato proprio l’incompatibilità dei rispettivi programmi in politica estera.

Lo scoppio della guerra in Ucraina e il dibattito nel Bundestag hanno nuovamente rinfocolato le posizioni fortemente critiche della Linke in rapporto all’alleanza nord-atlantica che hanno funzionato come premessa dell’avvicinamento alla politica di Putin. L’eccitazione della polemica antiatlantica ha sospinto la Linke verso una forma di giustificazione dell’invasione russa all’Ucraina, tanto da indurre Gregor Gysi a prendere posizioni fortemente discordanti da quelle del suo partito.
In una seduta straordinaria del Bundestag sulla invasione dell’Ucraina, la Linke ha esplicitamente criticato il governo, la NATO e le sanzioni economiche che puniscono ingiustamente il popolo russo. Inoltre, nella dichiarazione di opposizione della Linke rispetto alla risoluzione del governo, sostenuta anche dall’Unione europea, non si fa alcun accenno alla situazione problematica del popolo ucraino.

Da qui prende spunto la lettera di durissimo dissenso indirizzata da Gregor Gysi all’attuale dirigenza del suo partito, di cui mi limito a riportare alcuni stralci:
«Vi opponete fermamente – scrive Gysi - all’invio di armi all’Ucraina da parte della Germania, senza tuttavia fare riferimento alla particolare storia della Germania, facendo apparire questa presa di posizione come tipica della sinistra. Questo implicherebbe che la sinistra in Francia, nel Regno Unito così come in altri Paesi dovrebbe escludere l’invio di armi all’Ucraina. Con ciò voi negate all’Ucraina, il diritto di difesa e, indirettamente, proponete una resa incondizionata al suo aggressore. Io sono di un’idea completamente diversa: bisogna sempre concedere ai Paesi aggrediti il diritto all’autodifesa. Naturalmente, questo principio doveva applicarsi anche in Iraq, quando gli Stati Uniti lanciarono un’aggressione illegitimma a quel Paese, contro la quale giustamente insorse la protesta della Linke e di altri movimenti democratici. Analogamente, tutti i Paesi aggrediti da Hitler avevano il diritto a opporsi. Esiste un riconoscimento generale del diritto all’autodifesa dei paesi aggrediti […] Ciò che più mi sconvolge nella vostra dichiarazione è la totale mancanza di empatia verso i morti, i feriti e la sofferenza».

Ma la parte più interessante del messaggio di Gysi concerne l’avversione ideologica alla Nato che connota strutturalmente i programmi delle sinistre europee, e che gli imprevedibili avvenimenti bellici in Ucraina si sono incaricati di smentire, rinnovando il senso di una alleanza che sembrava ormai definitivamente obsoleta e pronta per essere sostituita da altri, più agili e più articolati meccanismi di difesa comune:
«Voi siete soltanto interessati – prosegue Gysi - a salvare la vostra vecchia ideologia. La NATO è il male, gli USA sono il male, il governo federale è il male e con ciò la questione è chiusa. Non dovremmo anche noi riflettere su noi stessi e prendere atto di una certa cesura storica? Naturalmente conosco le violazioni del diritto internazionale della NATO e dei membri della NATO. Ero a Belgrado quando la NATO ha attaccato la Jugoslavia. Il diritto internazionale non fa differenza tra democrazia e dittatura: non esistono buone o cattive guerre, ma soltanto attacchi vietati – e guerre di difesa consentite. Perciò, in base a tale criterio del diritto internazionale, alla NATO non si può addebitare alcun errore che giustificherebbe la guerra della Russia. Per questo motivo, le ragioni storico-ideologiche che la Russia di Putin ha invocato per giustificare l’invasione, non hanno il ruolo che voi le attribuite. Di fatto, Putin ha contraddetto anche la nostra posizione, contraria a un allargamento della NATO a Est, giacché è chiaro che non avrebbe attaccato l’Ucraina se essa fosse stata membro della NATO. Per questo, del resto, anche i governi della Svezia e della Finlandia chiedono con urgenza di diventare membri della NATO. Anche in questo senso, Putin ha provocato una catastrofe. Certamente, può darsi che non si sarebbe arrivati a questa ‘escalation’, se la NATO, dopo il 1990, non avesse accolto le deliberazioni di 14 Stati. Ma ora Putin sta favorendo esattamente il prevalere di un’opinione contraria in più governi europei. Prossimamente discuteremo quale altra politica dopo la fine della guerra fredda, avrebbe potuto evitare una simile ‘escalation’ fino all’attacco della Russia contro l’Ucraina. Ma ora non è il momento di soffermarsi nell’analisi delle distinte posizioni assunte. La Russia deve essere fermata. Il pensiero imperialista di Putin è catastrofico e deve essere coerentemente contrastato»

La parole di Gysi aprono uno squarcio di verità e hanno il merito di mettere in evidenza un limite nell’interpretazione della guerra in corso che, in Italia, Gianni Cuperlo ha definito ‘problema della sinistra con le armi’: “Se quel popolo invoca aiuto anche militare per non soccombere e per spingere l’aggressore a recedere dalla via imboccata, è legittimo garantire quell'aiuto? La risposta di molti, io tra tanti, è sì, quell’aiuto va garantito ... Il punto è che nulla giustifica l’invasione dell’Ucraina, l’uccisione di donne, bambini, ed è su questo che siamo chiamati a misurare il sostegno alla resistenza di un territorio martoriato” (Domani 23.3.2022). Anche Sergio Cofferati si è posto la domanda: «Che sinistra è una sinistra che non è solidale con un popolo aggredito e che non cerca di aiutarlo in tutti i modi? Pensiamo al nostro passato, alla Resistenza: senza gli aiuti, le armi e l’intervento degli altri Paesi non ci saremmo mai liberati dal fascismo e dal nazismo» (Corriere della Sera, 27.3.2022). Il problema, evidentemente, non è la divisa di pacifismo radicale, quanto astratto, né i limiti e la fitta sequenza di errori commessi NATO in altri territori di guerra (del resto l’ingresso dell’Ucraina nella NATO è da anni fuori dalle opzioni possibili), quanto piuttosto comprendere l’eccezionalità dell’invasione russa in Ucraina.

La guerra, per definizione, porta a polarizzazioni e decisioni scomode non solo dal punto di vista strettamente politico ma anche etico-morale. L’invio delle armi all’Ucraina è un tema rispetto al quale qualunque cosa si decida, non sarà mai una decisione completamente soddisfacente. Resterà indelibato comunque un residuo di incertezza e di dubbio.
Conviene, perciò, esaminare partitamente le ragioni della contrarietà dell’invio di armi. Al fondo essa poggia su tre convinzioni politico-strategiche: a) sostenere militarmente l’Ucraina comporta il rischio concreto di una radicalizzazione del conflitto (fino all’uso dell’arsenale nucleare) con un probabile incontrollato allargamento dello scenario di guerra; b) il conflitto in corso non è tanto tra russi e ucraini, ma mostra i lineamenti di una collisione geo-politica tra Stati Uniti e Russia ed, infine, c) il raggiungimento della pace può avvenire esclusivamente tramite il rafforzamento della mediazione politica e diplomatica.

Il limite di questa lettura è che non prende in considerazione un dato storico incontrovertibile. L’invasione russa iniziata il 24 febbraio scorso è già la seconda invasione dell’Ucraina. Nel 2014, la Russia ha invaso e annesso la Crimea e ha tentato, invano, anche l’annessione del Donbass. Allora si decise di avere una linea conciliante, contenuta nei limiti di un confronto diplomatico nei confronti di Putin. Il risultato è stato un nuovo conflitto, una nuova invasione ben più grave e su larga scala. Oltre all’invasione del 2014, non si deve inoltre dimenticare l’invasione dell’Ossezia del Sud e dell’Abcasia in Georgia. Ricollocate nel loro contesto storico, le azioni di Putin delineano pertanto un disegno neoimperiale che, ispirandosi alle nostalgie della “guerra fredda” tra URSS e USA, punta sull’apertura di una “pace calda”, fatta di guerre ibride, combattute per procura. Risulta, dunque tanto più evidente che la Russia di Putin debba essere fermata ora, così come ricorda Gregor Gysi.
Se così non fosse, non solo ci sarebbe da temere per l’ Ucraina dello sterminio di uno stato e di un popolo, ma anche di un inesorabile allargamento del conflitto; non tanto in Polonia, come viene spesso ricordato, quanto piuttosto in Moldavia, dove la Transnistria, una piccola repubblica russa, rivendica la propria indipendenza.
Per questo è assolutamente importante che la sinistra europea porti definitivamente a compimento il lavoro del lutto, superando il riflesso condizionato che le proviene dalle radici bolsceviche dell’URSS dopo il crollo del muro di Berlino.
È difficile per la sinistra stare dalla stessa parte del mainstream. In questi casi, prevale troppo spesso la sensazione di perdere il filo della propria identità storico-ideologica, di sottrarsi alla fedeltà richiesta dalla lotta, giacché coalizzandoci contro un attore dichiaratamente criminale (Putin), si finisce per contribuire a rafforzare il suo nemico, che anch’esso ha spesso assunto le fattezze del “grande delinquente” (Nato), permettendogli di apparire come buono e salvifico.

Dal 1917, questo è stato il caso della sinistra occidentale in rapporto con il blocco internazionale della Russia sovietica. Prima del 1917, la sinistra vedeva l’autocrazia zarista come l’apice della reazione autoritaria, un atteggiamento che ha facilitato la strada ai partiti socialisti dei nemici della Russia favorendo la decisione di impegnarsi nella prima guerra mondiale. Ma fin dalla rivoluzione russa, la sinistra democratica ha sempre mostrato grande cautela nell’unirsi a qualsiasi condanna borghese occidentale dell’URSS, nonostante non abbia risparmiato le sue obiezioni spesso feroci allo stalinismo o alla repressione della democrazia interna dell’Unione sovietica.

Ma non è giunto finalmente il momento di liberarsi da questi strascichi “sentimentali” del bipolarismo del secolo scorso, per prendere atto dei profondi cambiamenti epocali intervenuti nel frattempo, e per rinnovare finalmente gli strumenti dell’analisi politica, in concomitanza con i nuovi assetti socio-economici del secolo XXI? Gysi sostiene che siamo ormai già nell’urgenza di un rinnovamento al limite del tempo massimo consentito. Ed io credo che abbia sostanzialmente ragione.

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Caro Gianni Cuperlo io la sinistra la vorrei così....

ANALISI OPINIONI DIBATTITI

Ucraina, guerre e ... quale sinistra

di Ermisio Mazzocchi
Gianni Cuperlo 390 minCuperlo si è di recente interrogato sul futuro della sinistra e della sua identità in un quadro di avvenimenti drammatici, tra i quali prioritario è quello della guerra russo-ucraina.
Una guerra che condanniamo, di cui è doveroso capire cause e motivazioni e per la quale è necessario che la sinistra avvii una riflessione e indichi i compiti da assolvere.
E' lecito pensare a una sinistra della globalizzazione che rompa e superi le categorie e i confini della sua cultura novecentesca, per rinnovarsi e confrontarsi con il nuovo mondo.

La vera questione che si pone è quella del governo della globalizzazione, la quale a oggi non è chiaro come si potrà gestire e chi dovrà farlo.

E' possibile presupporre che esso possa essere esercitato da un centro di potere strategico, finanziario e informatico, che "determini" gli andamenti dell'economia reale e orienti le coscienze. La logica del mercato senza frontiere ha rimesso in discussione, se non cancellate, le regole e gli strumenti che intervengono nei rapporti tra libertà, democrazia, sovranità politica e identità nazionale.
La crescita dei conflitti sociali e un'espansione delle guerre sono, tra le altre cose, la più evidente conseguenza.

Sostenere chi è aggredito e sottoposto a vessazioni, violenze, distruzione, credo che sia un obbligo morale imperativo, che deve essere perseguito sempre, ovunque e per tutti, senza che ci siano corsie preferenziali che rispondano a logiche di convenienza.
Oggi lo è per l'Ucraina aggredita dalla Russia, ma dovrebbe esserlo allo stesso modo per tutti i paesi devastati dalle guerre.
Ferma condanna della guerra, di chi la provoca, di ogni malvagità, di ogni dittatura e di ogni imperialismo.

La sinistra non può risvegliarsi solo e unicamente per un conflitto deflagrante sul sistema degli equilibri mondiali e drammatico per gli effetti tragici sul popolo ucraino.
Nel mondo ce ne sono molti altri. Si stimano 10 guerre e 869 conflitti presenti nel nostro pianeta, oggi ignorati dai media e anche dai partiti progressisti del nostro paese.
E' necessario che la sinistra riposizioni la sua funzione, che sia in grado di "vedere" i conflitti, i nuovi bisogni e di rigenerarsi per farsi strumento utile alla realizzazione di una comunità dei diritti e della democrazia.

E soprattutto combatta lo sfruttamento e le disuguaglianze, contro un capitalismo vorace e violento.

Una sinistra ripiegata su se stessa, chiusa in un recinto angusto, perde la percezione della realtà del XXI secolo, in cui i parametri di valutazione sono cambiati rispetto a quello precedente. Essa sembra che non abbia la forza di riqualificare i contenuti della sua cultura che va proiettata in uno spazio di giustizia, di democrazia, di diritti, dei principi dell'autodeterminazione, validi ovunque e sempre.

Su questo terreno si misura la prova di una sinistra che rimoduli le sue categorie politiche e sia in grado di affrontare una sfida su un campo inesplorato, disseminato delle sabbie mobili del populismo e contaminato da un sistema finanziario spietato.
Il problema della redistribuzione della ricchezza e del funzionamento dei livelli sociali, ma soprattutto quello della classificazione e del rapporto con le inedite forme organizzative del capitale finanziario, non è stato risolto.

Gli interessi finanziari sono immensi e, in una economia globale, il controllo delle fonti energetiche e alimentari resta fondamentale e prioritario.
Il conflitto russo-ucraino non ha posto solo questioni di relazioni tra gli Stati, ma ha aperto alla necessità di una revisione dei rapporti di tutto il sistema finanziario e l'utilizzo e rifornimento delle materie prime.
Tali mutamenti avrebbero dovuto sollecitare la sinistra a un aggiornamento e adeguamento anche con i conseguenti cambiamenti dei suoi paradigmi politici e culturali e a rispondere in difesa delle garanzie di equità e di giustizia. Essa dovrebbe essere referente di quella parte del mondo più debole, meno protetta dalle violenze ed esclusa dai diritti umani nelle aree di assoluta miseria, Asia e Africa, come in quelle progredite e di maggiore ricchezza, Europa e America del Nord.

Le conflittualità, le contraddizioni, le disuguaglianze molto diffuse e profonde, si potranno eliminare solo se si darà vita a una sinistra motore di ampi schieramenti di forze con progetti alternativi al vecchio modello di sviluppo e avversaria delle nuove forme di iniquità.
Una sinistra che riaffermi i principi di solidarietà deve essere sempre coerente con sé stessa. E non sempre lo è stata. Vedi il dramma dei Curdi, i diritti soppressi in Russia, in Cina, i conflitti interni all'Ucraina, la Catalogna...
Se vuole evitare che compia altri errori deve stare ferma entro un sistema di valori stabili e inflessibili.

La sinistra non può seguire la logica di due pesi e due misure, perché poggia sul fondamento della solidarietà tra i popoli e sull'impegno alla lotta contro lo sfruttamento, le aggressioni di comunità nazionali, le violenze su uomini, donne e bambini.
Se consideriamo giusto sostenere gli aggrediti che combattono contro l'aggressore anche con forniture di armi, dobbiamo ritenere che questo impegno, comprese le sanzioni più dure, debba valere, oltre che per l'Ucraina, anche per quegli altri paesi che, aggrediti, facciano richiesta di aiuti di ogni genere.

Ma non è questa la soluzione ai problemi conflittuali che hanno sempre alla loro base interessi economici di vasta portata, ammantati dai diritti di democrazia e libertà.
Ci sarebbe una escalation senza fine e una guerra senza fine.
Né è dato di pensare che si tratti di conflitti ideologici, come si vorrebbe definire il conflitto russo-ucraino.
Significherebbe commettere un grave peccato di irresponsabilità contro l’umanità abilitando il diritto a provocare guerre capaci di celare le vere ragioni dietro parole d’ordine mistificatorie.

In verità ciò che prevale sono gli interessi economici di portata mondiale e il possesso delle risorse essenziali all'umanità.
Occorrono azioni di pace e la mobilitazione delle coscienze fuori da logiche guerresche.
Questo dovrebbe essere l'obiettivo di una sinistra solidale, pacifista, sostenitrice della cooperazione.

Tutti siamo convinti che si debba esprimere solidarietà a uno Stato aggredito.
La solidarietà deve essere per tutti, ovunque. Oggi e domani.
Gaby Bichoff, vicepresidente del PSE, di recente ha dichiarato: "I ministri UE devono inviare un messaggio forte in cui si chiarisca che a tutti coloro che fuggono dall'Ucraina sia garantita protezione nell'UE.
Le denunce di un diverso trattamento dei rifugiati dell'Ucraina sono sconcertanti.
Ogni rifugiato, a prescindere dalla provenienza o dal colore della pelle, deve poter contare sullo stesso trattamento, la stessa dignità, rispetto e accoglienza, così come sullo stesso livello di aiuto pratico".

Sono affermazioni che la sinistra dovrebbe condividere.
Spesso invece tace e continua a ignorare la sofferenza di quegli oltre 80 milioni di persone che fuggono a causa di persecuzioni, conflitti, violenze, violazioni dei diritti umani (fonte UNACR).
La sinistra dovrebbe mobilitare l'opinione pubblica per sostenere quei paesi che a causa delle guerre hanno necessità di medicinali, di viveri e di altro.
I bambini dello Yemen, dell'Afghanistan, del Congo... hanno bisogno anche essi di assistenza medica e alimentare, di accoglienza.
Ma nessuno si è dichiarato pronto a ospitarli nella propria casa.

E dov'è l'accoglienza di quei diseredati in fuga dai loro paesi, bloccati ai confini Polonia - Bielorussia, confinati in un lager, esposti al freddo e alle intemperie, circondati da filo spinato e minacciati da uomini armati pronti a uccidere?
Forse perché essi sono neri, poveri, sporchi, ignoranti, con vestiti laceri.
Pace e solidarietà richiedono straordinarie iniziative.
Dove sono le grandi manifestazioni per la pace, che si sarebbero dovute fare giorno dopo giorno, incessantemente e per tutti i paesi in guerra? Molti si sono mobilitati. Il Papa, il Dalai Lama, i premi Nobel chiedono insistentemente la pace e esortano tutti a manifestare la loro avversione per la guerra.

La sinistra e per primo il Partito Democratico che pur hanno prodigato il loro impegno per un'azione di solidarietà nei confronti dell'Ucraina, dovrebbero lanciare un "grido" di pace e mobilitare milioni di persone a scendere in piazza per reclamare la pace in tutto il mondo.
Il Partito Democratico dovrebbe sollecitare il PSE a promuovere un "paeceday" da tenersi nello stesso giorno contemporaneamente nelle 27 capitali degli Stati membri dell'UE.
Sarebbe un forte messaggio che potrebbe contribuire alla fine della guerra.

Se persegue queste finalità la sinistra riacquista il suo ruolo di forza protagonista di progresso e di pace.

lì 4 aprile 2022

 

 

 

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Esternazioni a Ceccano: "associare i sostenitori della sinistra ad ex brigatisti"

PRC-SE  CIRCOLO “5 APRILE” CECCANO

Cosa alquanto grave e misera, che non rivela certo uno spessore istituzionale

bandiere rifondazione 360 260Uno peggio dell'altro. Pensavamo che il problema fosse Gizzi ma, a quanto pare, questo malsano modo di usare i social appartiene anche al caro Sindaco Caligiore, come si può facilmente evincere dal post vergognoso e davvero infantile pubblicato sulle sue pagine facebook e Instagram.

Caligiore, sfoggiando un profondo senso dell'istituzione e una lampante capacità di argomentare le sue tesi, ha deciso di rispondere alla questione relativa all'ormai ex assessore Gizzi associando la "sinistra", rea di aver osato condannare il post pro Putin, alle brigate rosse. Ora, sorvoliamo sul contenuto infantile di un simile post, su cui potremmo parlare per giorni, tanta è la natura puerile e la piccolezza del suo contenuto, e soffermiamoci per un attimo sull'aspetto più grave, ovvero il parallelismo tra esponenti di sinistra e brigatisti.

Caro, carissimo Sindaco Caligiore, malgrado lei in un consiglio comunale non abbia esitato nel dire di non sentirsi offeso dall' essere definito "fascista", nessuno si azzarderebbe ad associare lei o i sostenitori della destra ad ex terroristi neri, e lo diciamo malgrado i suoi gusti musicali, visto che ad accompagnamento del suo illuminato post ha scelto di usare un brano del gruppo "270 bis" fondato da Marcello De Angelis, ex militante di terza posizione ( movimento eversivo neofascista che ha visto tra i suoi illustri fondatori Roberto Fiore), e che ha scelto di battezzare il suo gruppo musicale chiamandolo con l'art. 270 bis, norma del codice penale posta a condanna delle associazioni terroristiche ed eversive ( che scivolone!).

Ma, per onestà intellettuale, dobbiamo riconoscerle un merito. Si, caro Sindaco, perché a meno di 4 giorni dalla rimozione di Gizzi lei, con questa esternazione davvero infelice e di basso livello, ci ha fatto rimpiangere l'ex assessore alla cultura rimosso (lo ricordiamo) a seguito delle richieste della Lega, e non esclusivamente per iniziativa spontanea della sua maggioranza.
Forse neanche Gizzi sarebbe arrivato a tanto.

Il suo associare i sostenitori della sinistra ad ex brigatisti è cosa alquanto grave e misera, ed il suo post rivela uno spessore istituzionale che di certo non ci si aspetta da un sindaco. Ci si aspetta, invece, da un rappresentante delle istituzioni una maggiore premura nella cura degli interessi pubblici ed una perizia nel proporre domande per accedere ai finanziamenti pubblici, visto che quelle presentate dalla sua amministrazione continuano ad essere cestinate.
Provi a focalizzarsi su ciò che più dovrebbe competerle, ovvero la cura ed il benessere della comunità ceccanese, e lasci stare le battute sulla sinistra ed i brigatisti che le vengono decisamente male.

 

Ceccano, 2 Aprile 2022
Il circolo “5 Aprile” PRC

 

 

 

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Sinistra. Evitiamo scomuniche

CRONACHE&COMMENTI

Scomunicare spinge fuori dal recinto della sinistra chi esprime dissenso sull’invio delle armi 

di Aldo Pirone
Sergio Cofferati 350 260Sergio Cofferati ha una lunga storia di sinistra ed è un uomo di sinistra. Sostiene che il sostegno all’Ucraina deve avvenire anche con l’invio di armi ai resistenti. Ieri ha dato un’intervista a “il Corriere della sera” e, sul tema in questione, usa un’espressione che non mi è piaciuta. “Che sinistra è – dice - una sinistra che non è solidale con un popolo aggredito e che non cerca di aiutarlo in tutti i modi?”.

Intendiamoci, le domande dell’intervistatrice Maria Teresa Meli erano piuttosto volte a confondere cose diverse tra loro e, soprattutto, a inchiodare una parte della sinistra - “maggioranza degli iscritti all'Anpi, in una parte del Movimento 5Stelle e nella Cgil” elenca - alla “teoria dell'equidistanza tra Ucraina e Russia”. A tale scopo la giornalista atlantista di lorsignori, mette insieme certi inviti agli ucraini ad arrendersi, propri della destra italiana “guicciardiniana” che pensa solo agli affari suoi - quella stessa destra attesista che durante la Resistenza aveva in uggia la lotta partigiana e aspettava solo che gli Alleati arrivassero al più presto per liberarli più che dal nazifascismo da quei pazzi scriteriati di partigiani che con le loro azioni di guerra mettevano in pericolo lasua tranquillità - mette queste cosacce, dicevamo, insieme al dissenso di una parte della sinistra sull’invio di armi agli ucraini.

Una sinistra che non è affatto equidistante tra aggredito e aggressore (Putin), che sostiene gli aiuti umanitari agli ucraini, anche le sanzioni economiche all’aggressore, ma teme che inviare anche armi in Ucraina seppur agli aggrediti, possa essere pericoloso per tanti motivi, rischioso per l’innalzarsi del conflitto a livelli nucleari e, in definitiva, d’ostacolo a una conclusione rapida del conflitto da affidarsi prevalentemente all’azione diplomatica.

Io sul tema la penso come Cofferati, ma ritengo del tutto sbagliati i toni della scomunica che respinge fuori dal recinto della sinistra chi sull’invio delle armi esprime un dissenso e una contrarietà. E, naturalmente, anche il contrario. Userei anche un’altra accortezza: eviterei interviste a Maria Teresa Meli.

Il problema più importante in questo momento, che Cofferati sembra non cogliere, è che ci si batta tutti per l’apertura di una trattativa di pace, per la fine della guerra e, a tale scopo, per una proposta conseguente da parte dell’Europa che tarda a venire. Sulla quale Europa, Cofferati dice cose giuste nel finale dell’intervista.

Le scomuniche reciproche non servono, anzi sono deleterie. Sono la parte negativa, questa sì retaggio del novecento. di una storia della sinistra storica complessivamente positiva, civilizzatrice del capitalismo selvaggio.

Infine una considerazione storica. Cofferati tira in ballo la Resistenza italiana contro il nazifascismo e gli aiuti in armi che ebbe dagli Alleati. Eviterei paragoni un po’ forzati, ma già che ci siamo bisogna ricordare che la Resistenza non fu solo un movimento armato, fu anche civile e perfino religioso. Molti cattolici che vi parteciparono, nascondendo partigiani, ebrei, antifascisti, renitenti ai bandi nazisti o repubblichini, armi e vettovagliamenti per i combattenti o, se donne, facendo le staffette partigiane come la cattolica Lidia Menapace o gli scout dell’organizzazione “Oscar” dediti a far espatriare in Svizzera ebrei, renitenti alla leva e ricercati politici, lo fecero anche perché non volevano imbracciare armi e uccidere.

Il loro idolo oggi sarebbe stato Papa Francesco.

 

 

 

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Il problema è di fronte non alle spalle

 CRONACHE&COMMENTI

 Il problema di “salvare l’Italia” la sinistra ce l’ha di fronte, non alle spalle.

di Aldo Pirone
GoffredoBettini 350 minQualche giorno fa Goffredo Bettini, cui, dice, “non piace il potere” ma “indirizzare gli eventi politici”, ha scritto un lungo articolo di analisi politica su “The Post Internazionale”. Il tema vero è l’elezione del Presidente della Repubblica, l’incipit è la “baruffa” provocata dalla volontà espressa da D’Alema di rientrare nel Pd e dal suo giudizio sul renzismo come malattia del Pd da cui i dem sarebbero guariti come d’incanto. Non intendo addentrarmi nell’articolato ragionamento generale di Bettini, ma cogliere una strana e ricorrente contraddizione-esagerazione riguardo al bilancio da fare sull’involuzione della sinistra post comunista. Dice il king maker del Pd: “La sinistra italiana in larga parte comunista, dopo l'89, non è stata all'altezza della prova tremenda che la fine di un mondo le consegnava. Lo sfaldamento dei partiti di massa e le macerie del muro di Berlino avrebbero comportato la ridefinizione di un nuovo soggetto politico e di una nuova visione critica della società moderna. Su questi due campi non ci sono state elaborazioni sufficienti e neppure azioni conseguenti. Ci si è concentrati, soprattutto, nella conquista del governo”. E, aggiungo, nell’esercizio spregiudicato del potere fine a se stesso. “Questo limitato orizzonte, tuttavia, - prosegue ed è qui la contraddittoria esagerazione - non ha impedito alla sinistra di salvare ripetutamente l'Italia e di conservare un elettorato di una certa consistenza che rischiava di essere spazzato via”.

Ma salvata da che? Dal berlusconismo che con la sua impronta populista ha influenzato la società nel suo insieme, ha spostato nel profondo i rapporti di forza sociali, ribaltato i valori culturali, sdoganato l’indecenza politica e personale? Quel berlusconismo che, tramite il veltronismo plebiscitario prima e il renzismo poi, ha anche pesantemente influenzato l’ultima invenzione politica, il Pd, del gruppo dirigente post comunista? Oppure l’ha salvata dal populismo nazionalista e antieuropeo che prende il 50% del voto operaio, oltre al 40% dell’intero elettorato? L’ha salvata forse dal degrado politico e morale? Dal populismo grillino oppure dal neoliberismo pre Covid? E l’elenco potrebbe continuare a lungo e farsi più dettagliato. Certo poteva sempre andare peggio di così, ma questo è un modo di ragionare astratto volto a mitigare e coprire una sonora disfatta.

Capisco la difesa da parte di Bettini di un gruppo dirigente oggi abbastanza malmesso e disperso impegnato in un passaggio delicato e difficile come l’elezione quirinalizia. Un gruppo che ebbe a suo tempo e in analoghe occasioni un peso ben diverso da quello odierno. Ma non esageriamo con le “salvazioni”. D’altronde nessuno è tanto superficiale da non vedere che lungo una china complessiva di declino sociale, morale, culturale e politico della sinistra vi siano stati in questi lustri anche momenti di soprassalto positivi, come le due vittorie elettorali sul campo di Prodi contro Berlusconi. Il Prodi caduto anzitempo, per altro, per le debolezze e le contraddizioni interne alla sinistra. Oppure – per disgraziate cause di forza maggiore come la pandemia che ha costretto anche l’Europa dei rigoristi ha cambiare musica - la felice eccezione del governo Conte 2 figliato dai fumi alcolici di Salvini al Papeete, ma il bilancio del “trentennio inglorioso” post comunista e del gruppo dirigente figliato dalla svolta della Bolognina, - che Bettini elenca in parte: “Occhetto, Veltroni, Bersani, Anna Finocchiaro, Livia Turco, Fassino (un grande segretario forse non sufficientemente valutato) (sic! N.d.r.) e tanti altri. E poi, Massimo D'Alema…” sentendosene giustamente parte integrante - se non è catastrofico poco ci manca.

È vero, come dice Bettini, che oggi “Sinistra. Rivoluzione. Riformismo. Conservatore. Populista. Ognuno ne dà il significato che vuole. Siamo in mezzo ad una ‘insalata’ di parole, casualmente ordinate, interscambiabili, prive di pregnanza rispetto alla vita concreta”. Ma questo “consumo di senso” è uno dei danni maggiori che il politicismo dei “salvatori dell’Italia” ha prodotto. Ciò è conseguenza del fatto che la sinistra figliata dal Pci – Bettini stesso osservava: “non è stata all'altezza” - ha lasciato il campo della lotta per la trasformazione sociale progressista prendendo le scorciatoie della “politique politicienne”, abbandonando gli ancoraggi sociali in trasformazione (mondo del lavoro) e la critica alla rivoluzione conservatrice neoliberista per darsi ad altro; per esempio al “libro cuore” del buonismo interclassista. Le sue parole, riforme, progressismo, riformismo, rinnovamento, trasformazione sociale ecc. la sinistra le ha lasciate ammalare di significati impropri e gattopardeschi propugnati dalla destra di vario colore e gradazione. Una, poi, cambiamento delle classi dirigenti, l’ha proprio abbandonata.

Bettini dice che risalire la china è problema di lunga lena e che “C’è bisogno di una rivoluzione culturale”. Già, ma in che direzione? Nella direzione, direi, abbandonata nell’89: di un lavoro concreto per ricostruire i rapporti con le periferie sociali e con i lavoratori. Ricercando e promuovendo forze nuove, di età e concezioni politiche, non gravate dai fallimenti di quelle precedenti che siano idealmente motivate e consapevoli delle nuove “antiche” strade che occorre intraprendere. Il problema strategico per la sinistra che c’è - e per quella che, speriamo, verrà – è come e con quale credibilità e da dove si riprende la strada della rivoluzione democratica propugnata dalla nostra Costituzione, nel mondo di oggi non in quello di ieri.

L’involuzione e la regressione in questo “trentennio inglorioso” sono state pesanti. Il punto per una ripartenza è molto arretrato, ma non impossibile

Il problema di “salvare l’Italia” la sinistra ce l’ha di fronte, non alle spalle.

 

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

 

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Orfana di un progetto riformatore: la sinistra

DIRITTI: DIFESA O RINEGOZIAZIONE?

L’adesione incondizionata all’ideologia del compatibilismo

sanità malasanità 350 260Sanità. La riforma 229 è quindi la creatura di una sinistra di governo convinta che l’unico modo per governare il problema della sostenibilità in sanità fosse la rinegoziazione dei diritti,

di Ivan Cavicchi
Ho pensato di scrivere questo articolo per chiarire (non solo a Chiara Giorgi, il manifesto 4. 8. 21) come in realtà sono andate le cose con la legge Bindi del ‘99, ma soprattutto per ribadire in occasione del Pnrr (missione 6) che se oggi, dopo una pandemia, la sinistra sulla sanità non farà autocritica sulle proprie politiche del passato, sarà proprio la sinistra, in questo caso quella del ministro Speranza, a mettere a rischio la sanità pubblica.

Nella recensione al mio libro (“La sinistra e la sanità dalla Bindi a Speranza con in mezzo una pandemia”, Castelvecchi editore) Andrea Capocci (che ringrazio) coglie il cuore del paradosso vale a dire una sinistra di governo che, sulla sanità, dalla riforma del ‘78 in poi, esprime un “pensiero povero” non un pensiero riformatore autentico. E, in sanità per l complessità che rappresenta, chi non ha un pensiero riformatore finisce fatalmente per diventare suo malgrado un contro-riformatore.

L’esempio più calzante di questo paradosso è da una parte la riforma Bindi e dall’altra la politica sanitaria di Speranza, che per molte ragioni ne rappresenta la continuità politica. La riforma Bindi per me è un caso di scuola perché dimostra la tesi centrale del mio libro e cioè il peso del contesto culturale su chi decide in sanità.

La riforma 229 è solo formalmente una creatura politica di Bindi, sostanzialmente è una creatura della sinistra di governo del suo tempo e cioè dell’Emilia Romagna che su quella legge ha interferito pesantemente, della Cgil che ha imposto le sue idee datate, di distretto e di prevenzione, dei tecnocrati di sinistra che con i loro obblighi di appropriatezza hanno creato il fenomeno devastante della “medicina amministrata” , del corporativismo medico di sinistra se pensiamo all’intra-moenia (forma di privatizzazione del lavoro pubblico) , del Pd (al tempo Ds) che sulla sanità era espressione degli amministratori.

La 229 è quindi la creatura di una sinistra di governo convinta che l’unico modo per governare il problema della sostenibilità in sanità fosse la rinegoziazione dei diritti, l’adesione incondizionata all’ideologia del compatibilismo. Bindi subisce il senso comune della sinistra della sua epoca, di stampo neoliberista, dando luogo a quel paradosso che Andrea Capocci riporta puntualmente nella recensione: “per recuperare la deriva neoliberista della sanità, Bindi è stata più neoliberista degli altri”.

Ha ragione Chiara Giorgi nella puntuale ricostruzione storica delle politiche sanitarie del tempo. È vero, Bindi intuisce che dopo l’introduzione, nel ‘92, delle aziende sanitarie, bisogna raddrizzare la barra. E prova a mettere delle pezze, ma senza un vero pensiero riformatore, così finendo fuori strada. Quella sua riforma non impedì i tagli lineari, quindi il postulato compatibilista sulla base del quale era nata, accentuando il processo di privatizzazione, fornendo le basi normative per la nascita del welfare aziendale come sistema parallelo alla sanità pubblica, ma soprattutto avallò malamente quel principio che fin dagli inizi degli anni ‘90 si definì della “contemperazione” tra diritto costituzionale e limite economico che poi altro non è che la subordinazione del diritto alla disponibilità delle risorse.

Quando arriva Renzi con il Jobs act, con l’idea americana del welfare on demand, trova tutto pronto e la 229 perfezionata, con il decreto Turco del 2018, diventa la base per dare più slancio al processo di privatizzazione. Oggi la missione 6 del Pnrr ripropone gli stessi schemi concettuali. Il che fa temere che parte dei 20 mld del Pnrr sulla sanità andranno nelle tasche dei privati. Quindi riflettere sul rapporto tra sinistra e sanità non vuol dire buttare la croce addosso nessuno, ma solo riflettere sui limiti di una sinistra che in sanità non riesce a ragionare come una sinistra mettendo a rischio le nostre conquiste sociali.

 

Segnalato dai lettori. Pubblicato sa ilmanifesto.it il 6.8.2021, 23:59

 

 

 

 

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Ciao, Quarto Trabacchini

RICORDARE QUARTO TRABACCHINI

Una figura rappresentativa della politica e della sinistra viterbese

quarto trabacchini 370 minL'11 giugno 2021 ci lascia Quarto Trabacchini. Siamo stati impegnati, lui ed io, nel PCI del Lazio negli anni che vanno dal 1965 al 1990. Lui a Viterbo ed io a Frosinone. Lo ricordo con affetto e stima e sento dovergli testimoniare questi miei sentimenti parlando di lui in queste pagine di UNOeTRE.it.
Una passione, vera, lo animava per l'attività del Partito Comunista e per far conoscere a tutti la sua politica e per intervenire sempre nei problemi sociali più rilevanti e delicati con le proposte comuniste.
Oggi mi piace e riportare come testimonianza la valutazione che il PD di Viterbo da dei suoi impegni e del suo operato. (Ignazio Mazzoli)

Così ne parla la Federazione del Partito Democratico di Viterbo di Quarto Trabacchini, deceduto nel pomeriggio dell'11 giugno, “Un punto di riferimento in settori cruciali dove in gioco c’era il ruolo dell’Italia”

«Ieri sera ci ha lasciato Quarto Trabacchini. La notizia della sua scomparsa ci addolora e ci rattrista profondamente. Con lui se ne va una delle figure più rappresentative della politica e della sinistra viterbese.

La sua esperienza politica e istituzionale è tutta inscritta dentro la vicenda del Partito Comunista Italiano e delle sue evoluzioni successive fino all’approdo nel Partito Democratico.

Nei primi anni ’70 del secolo scorso fu a lungo segretario provinciale della Federazione giovanile comunista italiana promuovendo la crescita di quella generazione che, successivamente, assunse i ruoli principali di direzione politica del partito. Nel 1980 divenne segretario della Federazione del Pci di Viterbo, succedendo ad Oreste Massolo, e mantenne questo ruolo fino al 1987 e, durante questo mandato, nel 1985, venne eletto consigliere comunale nella città capoluogo.

Dal 1987 al 1994 è stato deputato per due legislature durante le quali ha svolto la sua attività come membro della commissione difesa della camera dei deputati. Successivamente ha proseguito la sua collaborazione con la direzione nazionale del partito sui temi della difesa e della pace, restando un punto di riferimento importante per l’elaborazione delle politiche in settori particolarmente cruciali dove in gioco c’era il ruolo dell’Italia, la coerenza con il dettato costituzionale e l’identità di una moderna forza della sinistra italiana ed europea.

Quarto Trabacchini era un uomo limpido e schietto. Ha fatto con determinazione le sue battaglie senza mai tirarsi indietro ma nel più profondo rispetto verso le idee degli altri e nella convinzione che solo la dimensione collettiva della politica poteva consentire di raggiungere crescita e emancipazione. Poteva sembrare brusco e scontroso, ma la sua era soltanto semplicità e bisogno di essere diretto. Anche perché, ciò che tutti noi ricordiamo e ricorderemo è la sua straordinaria umanità, che emergeva sempre, in ogni circostanza.

E’ con profondo affetto che inviamo le nostre più sentite condoglianze alla famiglia e a tutti coloro che gli hanno voluto bene.

Federazione Partito Democratico Viterbo»

fonte: Tusciaweb.eu

 

 

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Una cosa di sinistra

CRONACHE&COMMENTI

Il Presidente Draghi dovrebbe rileggersi l'Art 3 della Costituzione

di Aldo Pirone
costituzione art 3 390 minGiovedì scorso, finalmente, Letta ha ritirato fuori una proposta sociale di sinistra: la cosiddetta “dote” ai diciottenni del ceto medio basso da finanziare con un prelievo dell’1% sulla tassa di successione per i patrimoni da cinque milioni in su dei più ricchi. L’uscita lettiana ha avuto il merito di separare il grano dall’oglio. Infatti, i difensori di lorsignori si sono subito scagliati contro, da Salvini a Meloni, da FI ai renziani di IV e a quelli, come Marcucci, rimasti nel PD per far da sponda al “Bomba”. A favore tutta la sinistra fino a Fratoianni. Silenti i “grillini” che evidentemente ci stanno almanaccando sopra. Devono ancora capire, se ci riescono, se la proposta di Letta può essere annoverata nella transizione ecologica e nel miglioramento dell’ambiente. Quello sociale certamente.

In altri paesi europei sulla tassazione della successione dei grandi patrimoni sono molto più avanti. Come faceva notare ieri su “La Stampa” Vincenzo Visco questa tassa “era il prelievo preferito del pensiero liberale. Da John Stuart Mill a Luigi Einaudi” perché, aggiunge, “non aveva senso che il nipote imbecille di un nonno intelligente vivesse di rendita”. La proposta di Letta, al di là della modesta entità, ha un pregio: pone il problema della redistribuzione della ricchezza al fine della lotta alle disuguaglianze sociali assai cresciute prima e durante la pandemia. Ed è di fronte a questo problema che gli schieramenti politici si scompongono e si ricompongono lungo discriminanti vere fra destra e sinistra, conservatorismo e progressismo, egoismo di classe e solidarietà sociale. Quando c’è di mezzo la “roba” anche i più serafici dell’establishment giornalistico perdono il loro aplomb “al di sopra delle parti”. Questi liberali, così delicati quando si tratta di coprire evasori, elusori e approfittatori vari del pubblico erario giustificati, secondo loro, da una pressione fiscale troppo alta, da una parte digrignano i denti e dall’altra si travestono da modesti percettori di piccole proprietà, secondo la regola aurea tutta italiana del “chiagni e fotti”. Tra quest’ultimi, per esempio, Marcello Sorgi, dipendente della famiglia Agnelli. Aiutato da una svampita Myrta Merlino nel talk show “L’aria che tira”, dice, querulo, che un’aliquota a partire da un milione di euro è il valore di una “normale casa familiare” in una grande città. “Normale” per lorsignori, evidentemente, perché i lavoratori che producevano per i padroni di Sorgi non ci hanno mai abitato in simili “case popolari”.

A dare la stura ai “Don Gesualdo” nostrani, è stato il Presidente Draghi che ha fatto finta di non capire buttando la palla incendiaria in tribuna, soprattutto quella vip. Rispondendo alla domanda di un giornalista ha mandato in brodo di giuggiole sia la destra becera che quella dei salotti buoni. “Questo è il momento di dare i soldi ai cittadini e non di prenderli – ha ripetuto - perché siamo ancora in un momento di recessione". Manco Letta avesse proposto una tassa simile a quella ottocentesca “sul macinato” che devastò le plebi contadine e operaie. Gli ha risposto a dovere il dem Beppe Provenzano: “Presidente Draghi, la tassa di successione c’è nei paesi più avanzati, la propone il Fondo monetario internazionale. Tassare l’1% più ricco, che eredita milioni di euro o li riceve in dono, non è chiedere: è restituire. Con giustizia”.

Forse il Presidente Draghi dovrebbe rileggersi la Costituzione. Per esempio il comma due dell’art. 3 che Repubblica assegna il compito di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che “limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese”. E, visto che c’è, ripassare a memoria l’art 53 sulla progressività del sistema tributario.
Capirebbe così quel che dovrebbe fare chi si propone di riformare l’Italia. “Con giustizia”.

 

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Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

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Jasmine Cristallo: Pci, sinistra e molto altro

NADEIA DE GASPERIS HA INTERVISTATO JASMINE CRISTALLO

jasminecristallo ViaggiNews.com 390 minJasmine Cristallo, nata a Catanzaro, portavoce del Movimento delle Sardine e referente del movimento “Sardine Calabria” è da sempre attiva in difesa dei diritti civili. Tra le sue battaglie più sentite, quella in difesa del Mezzogiorno. Ha avuto numerose esperienze sul campo nell’ambito della cooperazione e del terzo settore. Nel 2019 ha ideato e coordinato la rivolta dei balconi contro Salvini, ossia la protesta dei drappi appesi ai balconi della città per prendere le distanze dal leader della Lega, una manifestazione che ha avuto risonanza in tutto il Paese.
Dall’intervista che le ho rivolto emerge la necessità di una politica che ribadisca la centralità, la difesa e l’attuazione della Costituzione e dei valori in essa contenuti. Il recente incontro avuto al Nazareno con il neopresidente Letta esprime l’esigenza di portare la sua voce di donna di sinistra, antifascista, meridionale.

Quest’anno celebriamo i cento anni della nascita del PCI. Pensa che Il patrimonio culturale del Partito Comunista Italiano si sarebbe dovuto trasferire nelle nuove formazioni progressiste e di sinistra? È avvenuta questa trasmissione?

«Perché le trasmissioni avvengono è necessario ci siano dei processi che le assecondino. Chi trasmette deve farlo attraverso atti e determinate dinamiche. Forse non si è tenuto abbastanza a quel patrimonio per poterlo tramandare e di certo non può avvenire in automatico come fosse carta carbone. Non è un meccanismo che possa innescarsi senza una partecipazione attiva e concreta da parte di chi abbia voglia di portare avanti quelle istanze. Io, avendo 40 anni, sono erede eretica e ho avuto la possibilità di entrare in contatto con persone che testimoniavano e avevano ancora chiara e limpida quella storia. I giovani ne sono orfani ed è sempre più difficile avere la possibilità di attingere a quella fonte».

La sinistra ha conservato la capacità di leggere i nuovi scenari prodotti dalla globalizzazione? Per quale nuovo panorama politico dobbiamo operare? Quale è la sua ricetta personale per uscire dalla crisi?

«Proprio per loro definizione, essendo ”nuovi”, non hanno potuto maturare quella caratteristica. La “società liquida” che aveva ipotizzato Zygmut Bauman si sta verificando in questa epoca. La sinistra ha perso la capacità di interpretare, di stare nei luoghi a essa deputati, lasciando all’incuria quelli che erano i luoghi della sinistra. Anche da parte degli intellettuali c’era un approccio diverso, penso ad Alberto Arbasino, era un approccio di natura antropologica, che richiedeva di stare in mezzo alle persone, una attenzione all’alterità che si è ridotta ad essere l’approccio di chi sta nelle torri d’avorio, di capitale, mentre nelle periferie viene a mancare una presenza che viene colmata da chi fa propaganda strumentale. Sono stati traditi i valori fondanti della sinistra con l’obiettivo di inseguire politiche neoliberiste finalizzate ad assicurare la sopravvivenza di potentati e non di trasmettere e difendere l’identità».

È possibile oggi attualizzare e rivitalizzare la lezione del PCI, dalle lotte sociali alle rivendicazioni sindacali, a fronte dei cambiamenti sociali e della diversa coscienza politica popolare? E con quali mezzi?

«È un’altra epoca, il PCI ha una storia eccezionale, letteralmente parlando, ha fatto storia e lo ha fatto seriamente. Abbiamo avuto persone del calibro di Gramsci, Togliatti, Berlinguer, che hanno dato lezioni di politica, una eredità importante che nel presente non ha avuto riscontri e ciò che meritava in termini di cura dei saperi e delle attitudini».

Alla luce del recente incontro con il neo-segretario del Pd, Letta, come giudica l’impegno della attuale sinistra verso le questioni di genere? Perché la crisi del PD riguarda tutte le forze democratiche?

«Parlerei di “Centro sinistra” e non di sinistra. Non ho mai fatto mistero di provare stima nei confronti di Letta. Mi rendo conto che il PD, il centro sinistra in genere, ha testimoniato di avere una grave carenza per quanto concerne l’equità di genere. Sono convinta della buona fede di Letta che rileva la assenza di cariche femminili nei ministeri o in quei luoghi che platealmente non vengono affidati alle donne, ma la questione di genere e la sua equità non è una cosa che ci si inventa dalla mattina alla sera. Letta raccoglie una eredità, e non penso che si possa pretendere di mettere ordine dove non c’era. Auspico che costruisca una nuova classe dirigente che abbia caratteristiche idonee ad affrontare seriamente la questione. Non ha senso attribuire incarichi alle donne per mera rivendicazione di genere. Moltissime donne nel tempo hanno testimoniato questa mancanza. In un articolo dedicato a Gramsci, e alla sua attitudine ad affrontare la questione delle donne, Teresa Noce, una delle 21 madri costituenti della Repubblica Italiana, racconta della abitudine di Gramsci di andare a casa di amici e lavare i piatti alla fine della cena.
Anche pensando alla Resistenza, visto che siamo così vicini alla data della sua celebrazione, vorrebbero far passare l’idea farlocca che le donne della Resistenza abbiano avuto solo ruoli di cura o materni. Invece quelle donne hanno ricoperto ruoli politici, attivi».

Lei si definisce una donna di sinistra, antifascista. Tra recrudescenze antisemite, odio sociale, violenza di genere, verso gli immigrati e qualsiasi diversità, per quale nuova società dovremmo lavorare?

«Basterebbe provare ad attuare la Costituzione. Penso alla bellezza dell’ articolo 3 e all’importanza del 27, penso al giustizialismo spinto del nostro Paese, a tutta la prima parte sui diritti e alle integrazioni successive. La Costituzione è antifascista per sua natura e in essa sono insiti tutti gli strumenti per opporsi alla deriva razzista e fascista a cui stiamo assistendo.
La società per cui dovremmo lavorare è innanzitutto unitaria. Sono contraria alla modifica del titolo V. Abbiamo visto con la pandemia l’inasprirsi delle disuguaglianze in ogni campo, dalla scuola, alla sanità. Ciò è intollerabile.
Se penso all’art. 5 e le successive aggiunte di modifica che hanno distrutto il welfare e guardo all’Italia oggi, penso a quel un monumento al welfare voluto da Tina Anselmi, basato su tre pilastri: equità, universalità, uguaglianza. Abbiamo preso quel monumento e lo abbiamo scempiato. Lo hanno fatto governi di centro- sinistra, lo ha fatto l’aziendalizzazione degli ospedali, la perdita della medicina di prevenzione, di prossimità, di prevenzione, quella territoriale, il divario tecnologico che gli studenti hanno vissuto sulla propria pelle durante la pandemia con la didattica a distanza e la difficoltà o l’impossibilità di accesso per alcuni di loro a questa. Il centro-sinistra, per inseguire gli elettori della lega ha modificato il titolo V contro le autonomie differenziate, che non fanno che aumentare le disuguaglianze. La sinistra deve tornare a essere sinistra e occuparsi di tutto ciò che sia battaglia per la civiltà. Solo così si scongiurano rigurgiti fascisti, razzisti, omofobi, ecc.
Lo aveva teorizzato Umberto Eco, che nel suo saggio “il fascismo eterno” ci ammoniva di stare all’erta rispetto ad alcuni sintomi che potevano essere prodromi del fascismo
“il Fascismo può ancora tornare sotto le spoglie più innocenti. Il nostro dovere è di smascherarlo e di puntare l'indice su ognuna delle sue nuove forme - ogni giorno, in ogni parte del mondo." (Umberto Eco)».

 

 

 

 

 

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