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Tempi di guerra per i social

LA TV DI STEFANO BALASSONE

L’attuale ecosistema social è strutturalmente esposto alle incursioni tossiche di chiunque

di Stefano Balassone
social media 350 260 minLeggiamo sul New York Times che il Cremlino pretende che You Tube e Facebook blocchino i post che mostrano la guerra; gli Ucraini chiedono che le compagnie taglino il servizio in Russia; gli Occidentali vogliono che siano bloccati i media statali e la propaganda russa. Il tutto fa sudare dentro le imprese social i “team di sicurezza” che “identificano e rimuovono la disinformazione sponsorizzata dallo Stato”, al punto che per tenere buone le richieste gli staff di Facebook, You Tube e Twitter comunicano costantemente tra di loro e si raccontano le reciproche scoperte.

Guerra e propaganda

I nodi di Google con You Tube, di Twitter e specialmente di Meta con Facebook, e Instagram, vengono al pettine tutti insieme con la guerra, mettendo di fatto in discussione il cuore del loro modello di business che estrae ricavi dalla propaganda di ogni genere, tanto dichiarata quanto anonima. Il tutto al riparo della manleva del ’96, quando Clinton fissò la panzana che i provider sono passivi come un muro e non rispondono di quel che pubblicano gli utenti.

Non stupisce che questa bolla ipocrita scoppi quando la propaganda incrocia la guerra e interviene a decidere chi vive e chi muore, chi insegue e chi scappa sul campo di battaglia, chi cede e chi regge tra i civili.

Di fronte alle richieste degli stati, i social traccheggiano ed eseguono solo l’ordine di tagliare le fonti russe dichiarate e conosciute, come Sputnik e RT (Russia Today), due dei più importanti siti russi di notizie di proprietà dello stato. Ma va notato che gli stessi strateghi preoccupati della propaganda dichiarata emanata dal nemico, nulla hanno chiesto di sostanziale nei confronti del ben più massiccio lavoro di disinformazione che tutte le parti in causa svolgono attraverso utenze mascherate dall’anonimato. Così rendendo chiaro che nel lago dell’anonimo ognuno, a partire dai poteri di qualunque Stato, conduce propaganda ed altri affari.

Responsabilità editoriale

Intanto, strateghi militari a parte, alcuni rinomati esperti americani osservano sarcastici che, le aziende Big Tech vogliono i vantaggi del monopolizzare le comunicazioni nel mondo, ma non la responsabilità di scegliere da quale lato stare, quando la geopolitica lo impone.

C’è chi vorrebbe da Facebook e simili una netta scelta ideale e pratica a favore di diritti umani e democrazia, indipendentemente dalla contingenza della guerra russa. Non solo quindi la censura di qualche orrore estremo, individuato da una schiera di volonterosi impiegati a libro paga, ma una dichiarata linea editoriale e il monitoraggio preventivo dei testi e dei video. Ma la responsabilità editoriale è proprio ciò che i social non possono accettare sia perché la rendono impossibile dietro l’usbergo degli utenti anonimi sia perché un qualsiasi “taglio” editoriale mutilerebbe il carattere universale della piattaforma restringendola al campo delle cerchie di idee, odi e passioni più propense.

Schierarsi o non schierarsi?

Insomma, le Big Tech sono chiamate a scegliere: c’è chi gli chiede di schierarsi contro i regimi autoritari che approfittano delle nostre società aperte per mitragliarci di fandonie, ma la richiesta contraddice la loro intima struttura e condurrebbe allo scoppio della prosperosa bolla ventennale. Finora la politica, più che altro quella della UE, s’è ingegnata a porre vari vincoli e garanzie a tutela di privacy e pratiche commerciali, ma s’è sempre arrestata prima di bucare la bolla con lo spillo più efficace quale sarebbe l’impedire l’utenza anonima fin dalla radice. Se nessuno Stato, per quanto trasparente e democratico, si spinge oltre questo limite la ragione altra non può essere che in quel buio nasconde molta roba.

In questo stallo, e anche in mezzo agli strattoni della guerra, torniamo così al punto che l’attuale ecosistema social è strutturalmente esposto alle incursioni tossiche di chiunque, ed è comunque irriformabile perché i bilanci delle aziende sono quel che sono.

pubblicato su DOMANI 2 marzo 2022

 

 

 

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Gli imbecilli di Umberto Eco

 Social network

 Quella sui social, al lordo dell’imbecillità, è una discussione pubblica di massa, inedita

di Ivano Alteri
socialnetworkloghi 390 minUsava dire Umberto Eco che i social “danno diritto di parola a legioni d’imbecilli”. Come dargli torto? E invece ha proprio torto. O forse ha proprio ragione.

Se consideriamo quella che avviene sui social una discussione pubblica, dobbiamo ammettere che è piuttosto imbecille. Ci sono quelli che non riescono a restare sul punto neanche inchiodati, e di qualsiasi cosa si parli ne hanno sempre un’altra più importante: “e allora Bibbiano?”, “e allora il Pd?”, “e allora il M5S?”, “e allora le Foibe?”; o ancora: “il vaccino anti-covid gratuito, e per le altre malattie?”, “si comprano i banchi con le rotelle, ma le spese delle famiglie?...”. Ci sono quelli che ad ogni piè sospinto intimano agli altri: “svegliatevi!”, dopo aver sproloquiato di argomenti di cui non sanno assolutamente nulla, con frasi strampalate, senza un punto né una virgola, in un delirio molto simile al sonno della ragione. Ci sono quelli per i quali “il covid non c’è”, però “ce lo portano gli immigrati”, e poi magari partecipano alla manifestazione contro la “dittatura sanitaria” con la mascherina! E ancora, ci sono quelli che toglierebbero il suffragio universale perché fa votare anche gli imbecilli, autoescludendosi dal suffragio universale. Poi ci sarebbero anche quelli che appongono la faccina che ridacchia su qualsiasi argomento gli capiti a tiro, ma questi bisogna considerarli fuori gara e passare oltre… Insomma, come dare torto a Eco?

E invece ha proprio torto. Quella sui social, al lordo dell’imbecillità, è infatti una discussione pubblica di massa completamente inedita, mai esistita prima nell’intera vicenda umana, dai suoi albori fino ad oggi. Essa, perciò, deve, dovrebbe, essere considerata l’“infanzia” di una discussione pubblica ampiamente partecipata; una discussione, cioè, che non può non essere in un certo senso imbecille, partecipandovi per la prima volta milioni di persone, noi, che nel corso dei secoli e dei millenni sono state tenute accuratamente fuori da ogni discussione pubblica. La discussione, pubblica e privata, ha una propria grammatica e una propria sintassi, che occorre imparare; e per impararle occorre esperienza e tempo. I partiti di massa del Novecento avevano inaugurato quell’ampia partecipazione, anche se gli eredi di quegli stessi partiti hanno provveduto a stroncarla in nome di partiti leggeri, liquidi, gassosi, plasmatici, ossia utili esclusivamente alle carriere degli aspiranti leader e seguaci. Ma s’imporrà di nuovo. Solo chi abbia una visione elitaria, escludente, discriminatoria della vita, quindi, può dare dell’imbecille a quella discussione e a chi vi partecipa, senza dire a sua volta un’imbecillità. Come dare ragione ad Eco?

E invece Eco aveva proprio ragione; perché, in realtà, egli non ha mai affermato quello che a noi sembra di aver capito. Infatti, il contesto in cui ha pronunciato quella frase attribuisce ad essa un significato del tutto diverso da quello che viene percepito isolandola: la sua non era un’invettiva contro i social e la partecipazione di moltissimi alla discussione pubblica, ma la descrizione di un fenomeno in divenire, in cui gli imbecilli, già presenti in natura e non creati dai social, perderebbero progressivamente la loro carica distruttiva, lasciando il campo ad una buona discussione, larga e vera.

Quella che segue è la frase esatta di Eco (fonte Repubblica, qui il video: https://www.repubblica.it/le-storie/2019/01/05/news/umberto_eco_i_social_gli_imbecilli_e_cosa_disse_veramente_quel_giorno-215761508/#gallery-slider=116600861): «Il fenomeno twitter permette alla gente di essere in contatto con gli altri, e benché abbia una natura leggermente onanistica ed escluda la gente da tanti contatti faccia a faccia crea però un fenomeno anche positivo. Pensiamo a cose che succedono in Cina, o Erdogan… in Turchia vi è stato anche un movimento d’opinione… Qualcuno ha detto che se ci fosse stata internet ai tempi di Hitler i campi di sterminio non sarebbero stati possibili, perché la notizia si sarebbe diffusa viralmente. Ma d’altro canto, dà diritto di parola a legioni d’imbecilli; i quali prima parlavano solo al bar, dopo due-tre bicchieri di rosso, e quindi non danneggiavano la società… gente che di solito veniva messa a tacere dai compagni: ‘ma tas ti stùpid..’; e che adesso, invece, ha lo stesso diritto di parola di un premio nobel; e uno non sa se sta parlando un premio nobel o… Quanto alla invasione degli imbecilli, io credo che dopo un poco si crei una sindrome di scetticismo: la gente non crederà più a quello che gli dice twitter. All’inizio, grande entusiasmo; ma a poco a poco si dirà ‘chi l’ha detto?’, ‘twitter’, ‘quindi tutte balle!’».

Insomma, Eco non ci diceva di tacere, ma d’imparare a non essere, e a riconoscere gli, imbecilli; e che la discussione sui social sembra imbecille solo perché è molto giovane. È piccola, quindi, ma crescerà.

Frosinone 3 ottobre 2020

 

 

 

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Mi piace, ma non Condivido e quando Condivido?

Social network e manifestazione delle opinioni

social 350 260“CONDIVIDO MA... NON CONDIVIDO!”, è un atteggiamento social molto diffuso ma troppo poco considerato. Perché anche quando si appone un like su un articolo poi, molto spesso, non lo si condivide con altri? Pubblicando frequentemente i miei e gli altri articoli di unoetre.it su facebook, constato sempre che il numero dei like è di molto superiore al numero delle condivisioni; anzi, tra le due grandezze non c’è proprio confronto. E allora questa domanda mi sorge spontanea. Ma mi accorgo che le risposte non sono affatto facili da trovare; e quelle che trovo non sono affatto rassicuranti.

Sorvolando sulla possibilità che sia solo per pigrizia, una potrebbe essere che il like, o altra espressione, sia solo un segnale di attenzione per l'amico che lo ha postato, e non di condivisione dei contenuti del suo post. E questo ci può stare.

Ma un'altra ragione, ben più pregnante e forse più frequente, potrebbe essere: condivido solo in parte il contenuto dell'articolo, e quindi non lo condivido con altri per non assumere la responsabilità anche della parte di contenuto che non condivido. E questa meriterebbe invece maggiore attenzione, potendo avere delle conseguenze tanto importanti quanto grottesche.

La prima conseguenza, ovvia, è che non diffondendo la parte del contenuto che non si condivide, non si diffonde neanche quella che si condivide.

La seconda è un po’ più complessa. Una persona dotata di un forte spirito critico difficilmente condivide in pieno un intero articolo; quindi, sulla base di quell’impostazione, su Facebook e altri social condivide molto meno di un’altra che, essendo dotata di uno spirito critico più debole, aderisce più facilmente a ciò che legge, e di conseguenza più facilmente lo diffonde. Ma la persona più selettiva attinge solitamente a fonti molto più attendibili e a notizie di maggior valore rispetto all’altra. Quindi, sulla base di tale constatazione, ci troviamo di fronte al paradosso per cui un’informazione meno selezionata e di minor valore è più diffusa dell’altra più selezionata e di maggior valore.

Se poi allarghiamo lo sguardo, e proviamo ad esportare quella impostazione mentale nell’ambito più generale della vita associata e della politica, arriviamo ad una terza conseguenza che può assumere aspetti terrificanti.

Infatti, se alla locuzione “diffondo soltanto ciò che condivido pienamente” sostituiamo l’altra, “aderisco soltanto a ciò che condivido pienamente”, nessuno aderirà mai a niente! E se è vero, come è vero, che l’organizzazione politica è l’unico mezzo che consente di perseguire e conseguire un fine politico, per esempio l’interesse generale, nessun interesse generale sarà mai perseguibile e conseguibile, poiché alcuna organizzazione politica potrà mai nascere.

Ma non basta. Perché, al contrario, accade invece che si condivida frequentemente sui social ciò che non si condivide affatto nel contenuto, magari solo per dire “ma tu guarda cosa mi tocca leggere!”. Ma intanto lo si diffonde a piene mani. Così, se un tizio traccia una croce uncinata su una lapide (ma la croce non era la firma degli analfabeti?), in poche ore diventa virale sul web, proprio ad opera di chi non condivide il gesto; se invece un altro perde le sue ore a scrivere un ragionamento articolato, che probabilmente sarà condivisibile solo in parte, nessuno lo condivide e nessuno lo legge.

Che dire… un bel risultato!

 

Frosinone 28 giugno 2020

 

 

 

 

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Silvia eTeresa: linciate a colpi di social

Due Donne ed il diritto alle loro opinioni

silviaeteresa 350 mindi Valentino Bettinelli - Silvia Romano e Teresa Bellanova sono due grandi Donne. Due facce diverse di una stessa medaglia, fatta purtroppo di odio, maschilismo, ignoranza e misoginia.
Le due donne, protagoniste degli ultimi giorni, hanno attirato le vibranti critiche di una schiera di tifosi, aizzati da leader ed esponenti di secondo piano dei maggiori partiti sovranisti e reazionari italiani.
Silvia Romano, rea di aver “tradito la tradizione cattolica italiana”, è stata ricoperta di insulti, e si è aperta una discussione inutile e barbara sulla presunta cifra del riscatto pagato per la sua liberazione.
Teresa Bellanova, già ricoperta di improperi per il suo modo di vestire, ritenuto inadeguato, ha subito gli attacchi per la sua commozione durante la conferenza stampa di ieri sera, mentre annunciava la storica svolta per i lavoratori del settore agroalimentare.
Sono due donne diverse Silvia e Teresa. Una, giovane milanese che decide di seguire la strada della cooperazione internazionale, andando in Africa per “aiutarli a casa loro”, come direbbero Salvini, Meloni &Co. L’altra, pugliese, bracciante, con una carriera da sindacalista alle spalle, sempre a tutela dei diritti di chi ha bisogno di lavorare per vivere. Il punto in comune per queste due donne resta, purtroppo, il fuoco incrociato di una società che diventa megafono della becera propaganda di una politica abbrutita, incattivita, e sempre più votata all’odio nei confronti del diverso, o di colei o colui che non appartiene ad uno stereotipo ben definito.
In questo contesto, la rete e i social network diventano una piazza virtuale in cui la veicolazione di tanto odio è molto semplice e, purtroppo, efficace. Il virtuale diventa, dunque, lo specchio rotto di una società reale che fa paura; una società che dimentica il passato, covando cattiveria verso tutto e tutti, in particolar modo se l’avversario di turno è una donna.
A tal proposito è giusto ricordare tre nomi: Sergio Zanotti, Alessandro Sandrini e Luca Tacchetto. Sembrano nomi che non dicono nulla, eppure sono tre italiani liberati dalle loro prigionie nell’ultimo anno. Per loro nessun clamore mediatico; non ci si è chiesti quanto ci fossero costati, o se si fossero o meno convertiti all’Islam. Per Silvia Romano no. Per lei solo critiche, titoli a nove colonne sui “grandi” giornali di apparato dei neo-sovranisti italici, e tanto odio buttato addosso, condito da finte notizie e le solite teorie del complotto.

Anche per Teresa Bellanova non c’è lo stesso trattamento dei colleghi uomini, criticati alla bisogna per i loro interventi, o, giustamente, per le loro posizioni. Per lei, invece, donna carismatica e con coraggio, insulti sessisti e misogini, che hanno come obiettivo il modo di vestire, il trucco oppure l’aspetto fisico.

Silvia e Teresa sono l’emblema di una classe di donne che, probabilmente, spaventa un mondo impostato sullo strapotere maschile. Un mondo ed una società che non guarda alle capacità, ai meriti o anche alle colpe, ma solo alla critica spicciola, meritata in quanto donna. Ne sono esempio le battute sulla canottiera e il mancato reggiseno di Carola Rakete. Il “solito” maglioncino e i capelli ribelli di Giovanna Botteri. Ora tocca al velo di Silvia Romano e alla sincera commozione di Teresa Bellanova.

Per secoli alle donne è stato imposto un costume predeterminato, per poi essere messe al rogo, come streghe. Oggi, per fortuna, queste barbarie fisiche non sono più consentite, ma quando smetteremo di perpetrarle a parole?

Come avrebbero detto le nostre nonne, “ferisce più la lingua che la spada”. Smettiamola, dunque, con questi atteggiamenti da medioevo ai tempi dei social. È davvero giunto il momento di elevare il livello sociale del nostro tempo, garantendo lo spazio dovuto a donne che hanno le capacità ed il coraggio di assumere decisioni che molti uomini non riuscirebbero nemmeno a mettere in cantiere.

Oggi più che mai l’Italia e la Società contemporanea hanno bisogno di essere sostantivi femminili, per avere una vera e decisa Rinascita. Una vera e decisa Ripartenza.

 

 

 

Modulo nuovo di Autocertificazione per ottemperare alle disposizioni dell'emergenza coronavirus da SCARICARE, STAMPARE e COMPILARE

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ANPI: come usare i social

anpi BANDIERA 350 260 minANPI

Dall'Ufficio Stampa dell'ANPI
Buon giorno,

La presente per invitare tutti ad una riflessione sul modo di comunicare sui social per evitare l'involontario propagandare di immagini e messaggi razzisti, sessisti e quant'altro prodotti dai fascisti.

Se i fascisti espongono striscioni, manifesti o scrivono sui muri, o forniscono alle agenzie di stampa foto ad hoc, è per pubblicizzare la loro esistenza e il loro "pensiero" e farlo arrivare a più persone possibili. Moltissimi articoli di giornali e riviste, anche quando nel contenuto scritto dell'articolo si depreca il fascismo, appongono fotografie di bandiere, stemmi, simboli, scritte, militanti in atteggiamenti marziali che appaiono invece esaltarlo. Anche in molti comunicati delle sezioni ANPI succede questo.

E' una vera strategia comunicativa di un'efficacia formidabile: la rete è inondata di immagini nazifasciste che vivono di vita propria, avulse dai contenuti di comunicati ed articoli.

In una pagina web, sui social, ovunque, le parole scritte vengono accompagnate da immagini proprio perché queste hanno un'efficacia comunicativa immediata e capace di attrarre l'attenzione, mentre la maggioranza delle persone legge le parole scritte solo parzialmente e di sfuggita.

Quindi, porre la massima attenzione a non cadere nel tranello quando si linkano articoli e, peggio, quando si fanno comunicati.

Stefano Bonifazi ufficio stampa ANPI provinciale di Roma.

 

 

ANPI e Social Network

 

 

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E' evidente: c'è una strategia dell'odio organizzata e finanziata

social 350 mindi Elisabetta Magnani - Ieri su RiEnergia abbiamo pubblicato questa interessante intervista a Romano Prodi sulla povertà energetica in Africa. Lo abbiamo intervistato per il ruolo che ricopre all'interno dell'ONU proprio nel continente africano.

Come sempre accade quando intervistiamo Prodi, il post è stato invaso da commenti denigranti e vergognosi contro di lui, gli africani e i comunisti. (sono stati cancellati ma ne seguiranno altri). Ora, ognuno può pensarla come vuole, ma ormai è evidente che c'è una strategia dell'odio social organizzata e finanziata contro le idee, le politiche e i personaggi che in qualche modo sono riconducibili alla sinistra.

Che sia finanziata dai russi, da Trump o che sia tutto made in italy (mi dicono che Salvini spenda migliaia di euro al giorno su facebook) poco importa. Importa rendersi conto che qua si sta combattendo ad armi impari. E che fare politica a sinistra è diventato un mezzo martirio. Basta andare a vedere la bacheca di Delrio, della Boschi, di Gentiloni. Politici con cui si può essere in disaccordo ma che io non ho mai visto mancare di rispetto a nessuno.

Gente che qualsiasi cosa scrive viene sommersa da centinaia di commenti volgari e rabbiosi (senza che Facebook muova un dito). Ve lo dico ora che l'Emilia Romagna è tra le regioni meglio amministrate d'Europa, che Bologna è ancora la patria dell'integrazione e della cultura. Ve lo dico ora in tempi non sospetti: il nemico che ci troviamo di fronte è forte, è ricco, senza scrupoli e soprattutto gioca sporco.

Ricordiamocelo ogni volta che troviamo il pelo nell'uovo, che giochiamo a fare i radical chic della "sinistra è un'altra roba", o che ci uniamo ai cori contro il PD o contro i centri sociali diventando parte di quella retorica costruita ad hoc da chi vuole pulirsi il culo con i nostri valori. Ricordiamocelo e siamo consapevoli di questo. Perché è un attimo che il vento gira e finiamo come a Piacenza, con i fondi per la cultura ridotti a zero, o come a Ferrara, con lo striscione per Regeni coperto dalle bandiere della Lega.

 

 

 

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Anagni. L'amministrazione dei social

città3.zero minDobbiamo nuovamente spiegare al consigliere Ambrosetti la differenza tra lavori programmati e lavori di somma urgenza. Nei giorni scorsi, a causa delle violente precipitazioni, un tratto della strada Anagni-Acuto si è allagata arrecando nuovamente disagi rilevanti agli abitanti. In somma urgenza il Comune è corso ai ripari facendo dei “lavori di scavo per rifacimento delle cunette di scolo laterali a margine stradale” a suddetta via.

Il consigliere Ambrosetti, non nuovo ad atteggiamenti del genere, in un commento sui social, riferendosi all’accaduto, afferma “l’intervento lo avevamo programmato già da prima che tu (riferendosi al consigliere Fioramonti) ti avventurassi in questo nuovo ruolo di operatore-free lance.” Come “programmato”? Se nell’Ordinanza, datata 19 novembre e quindi successiva all’avverso evento meteorologico, c’è scritto a seguito delle “violente precipitazioni” dov’è la programmazione? Forse erano lavori programmati alle prime “violente precipitazioni”? Il consigliere ambrosetti è dunque anche è un esperto meteorologo e conosce con largo anticipo quando ci saranno “violente precipitazioni”? Ma i lavori programmati non devono essere fatti per tutelare l’incolumità delle persone e non post “fattaccio”?

Quindi consigliere Ambrosetti, ci siamo resi conto che confondi la differenza tra programmazione e urgenza. Se sono lavori programmati si fanno prima, in questo caso nei mesi in cui ci sono poche precipitazioni, se invece sono di somma urgenza è perché bisogna farli immediatamente per riparare i danni ad esempio di un nubifragio come in questo caso. Visto che non vuoi ascoltarci magari qualcuno della tua compagine politica può spiegartelo. Nel frattempo rimani sui social, nel mondo delle favole dove tutto va bene, noi continueremo a segnalare tutte le cose che non vanno in questa città.

 

 

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La Ministra Bellanova chi è? - 1

TeresaBellanova bluelettrico mindi Antonella Necci - La ministra dell'agricoltura, Teresa Bellanova, sta spopolando sui social, stavolta, a differenza di Matteo Salvini, non per invettive e sparate anti stato sociale, ma per le sue doti di simpatia, umanità e senso dell'umorismo che sono insolite e sono solo di chi nella vita ne ha viste tante.

Il suo abito blu elettrico indossato per il giuramento davanti al Presidente della Repubblica non è passato inosservato. Così come non passò inosservato il tallier pantalone, del medesimo colore, di Maria Elena Boschi, nel medesimo contesto.
In questo caso, però, la crudeltà social non ha messo in rilievo le belle forme della Boschi, ma ha argomentato sulla poca grazia, a loro dire, della Bellanova.
La qual ministra non solo ha risposto per le rime via Twitter, ma ha anche postato, ieri, un'altra mise tutt'altro che sobria. Colore e pois alla ricerca del consenso che, nemmeno a dirlo, è arrivato forte e chiaro.

Una vera influencer, verrebbe da dire. Pronta per le prossime sfilate di Roma, Milano e Parigi, dove davvero creerebbe scompiglio e rivoluzione. Una su mille, come direbbe Gianni Morandi, ce l'ha fatta a squarciare l'impermeabile facciata di ipocrisia.

Da quando è iniziato a circolare il suo nome come possibile ministra del prossimo governo, e in particolare da quando ha giurato giovedì 5 settembre, come ministra dell’Agricoltura, Teresa Bellanova è stata molto criticata da giornali, commentatori ed elettori di destra e centrodestra, perché la ritengono di non essere all’altezza del ruolo che le è stato assegnato poiché il suo unico titolo di studio è una licenza media.

L’intero Partito Democratico e molti altri esponenti politici, sui giornali e sui social network, l’hanno difesa: Bellanova infatti è una politica di grande esperienza, fa parte del Parlamento da oltre dieci anni, è stata sottosegretaria e viceministra gestendo crisi industriali molto complesse e ha ricoperto importanti incarichi di partito. Ma soprattutto è stata per decenni una forte sindacalista del settore agricolo e tessile, e ha lottato a lungo contro il caporalato; oggi ha posizioni più liberali che in passato e considerate più vicine alle preoccupazioni delle aziende.

Teresa Bellanova è nata a Ceglie Messapica, in provincia di Brindisi, il 17 agosto del 1958. Quando aveva 14 anni, appena concluse le scuole medie (fino agli anni Novanta la scuola era obbligatoria solo per 8 anni) iniziò a lavorare come bracciante agricola. All’epoca la sua città era nota come una delle “capitali del caporalato” pugliese e Bellanova divenne una delle migliaia di giovani donne che per pochi soldi lavoravano nei campi che circondavano la città, dove si coltivavano olivi, viti e mandorli.

Le condizioni di lavoro erano terribili, paragonabili a quelle che in quelle stesse zone affrontano oggi migliaia di lavoratori soprattutto stranieri. Bellanova entrò presto nel sindacato e a soli 15 anni divenne capolega della federazione dei braccianti della CGIL nella Camera del lavoro della sua città; un incarico piuttosto importante a livello locale. Nota per il suo temperamento combattivo, Bellanova ha raccontato di come all’epoca le lotte dei braccianti fossero una questione in cui bisognava davvero “sporcarsi le mani”, come si dice: per esempio organizzando blocchi stradali prima dell’alba per fermare i furgoni dei caporali pieni di donne condotte al lavoro.

Bellanova fece una rapida carriera nel sindacato e a 20 anni divenne coordinatrice regionale delle donne della Federbraccianti, lavorando nella provincia di Bari e poi in quella di Lecce. Dopo quasi 30 anni trascorsi nel sindacato agricolo, nel 1996 diviene dirigente del sindacato degli operai tessili (la FILTEA) e nel 2000 entrò nella segreteria nazionale con la delega al Mezzogiorno.

Nel 2006 venne notata da Massimo D’Alema, molto legato alla Puglia, e per la prima volta la candidò alle elezioni politiche. Bellanova entrò in Parlamento da deputata dei Democratici di Sinistra e, dopo la caduta del governo di Romano Prodi, venne ricandidata alle elezioni del 2008. Nel frattempo era nato il Partito Democratico e Bellanova fu indicata da D’Alema tra i cento “saggi” chiamati a scrivere il nuovo statuto del partito. Al congresso del 2009, che arrivò dopo le dimissioni del primo segretario del PD Walter Veltroni, Bellanova sostenne Pier Luigi Bersani. Entrata in politica nazionale, Bellanova continuò a occuparsi delle condizioni di vita dei braccianti e dei lavoratori agricoli. Fece parte a lungo della commissione Lavoro e nel 2010 fu una dei principali artefici di un’enorme indagine parlamentare sul caporalato, il lavoro nero e lo sfruttamento della manodopera straniera.

Nel 2012, quando il centrosinistra tenne le sue primarie di coalizione in vista delle elezioni del 2013, Bellanova sostenne Bersani contro il sindaco di Firenze Matteo Renzi e al congresso dell’anno successivo, quello vinto da Renzi, sostenne il candidato della sinistra del partito, Gianni Cuperlo. Quando Renzi fece cadere il governo Letta, Cuperlo la suggerì per la carica di sottosegretaria al ministero del Lavoro e Renzi la accettò. Bellanova, insomma, era una classica esponente della sinistra del partito proveniente dalla CGIL: attenta ai temi del lavoro e ligia alla disciplina di partito.

Proprio in quei mesi, però, Bellanova compì un passaggio importante nella sua carriera. Nell’estate del 2015 la sinistra del partito si rifiutò di votare la fiducia sulla nuova legge elettorale Italicum voluta da Matteo Renzi, rischiando di mettere in pericolo l’intera maggioranza di governo. In protesta contro la minoranza, un gruppo guidato dal ministro dell’Agricoltura Maurizio Martina se ne distaccò e fondò una nuova corrente, “Sinistra è cambiamento”, con lo scopo di appoggiare la maggioranza del partito guidata da Renzi. Bellanova lasciò la corrente dei “dissidenti” del PD e divenne la responsabile per la Puglia della nuova corrente di Martina.

Il suo spostamento fu anche politico. In quel periodo Bellanova divenne una delle più strenue sostenitrici del Jobs Act e della riforma dell’articolo 18, cambiando posizione rispetto a quando, quasi 15 anni prima, aveva lottato da sindacalista CGIL contro la sua abolizione da parte del governo Berlusconi. Per queste ragioni, da allora Bellanova è accusata da molti a sinistra di essere una traditrice della causa sindacale.

Quando l’allora presidente del Consiglio Renzi la invitò alla Leopolda del 2015, Bellanova tenne uno degli interventi più applauditi della manifestazione, sostenendo come i tempi fossero cambiati rispetto al passato, parlando delle ragioni della flessibilità sul lavoro e difendendo l’operato del governo. Ma non mancò di ricordare i temi a lei cari, come la lotta al caporalato e allo sfruttamento. Il suo discorso iniziò con il racconto di quando, durante le sue lotte a favore dei braccianti negli anni Settanta, un gruppo di caporali infastiditi per le sue lotte venne a minacciarla fin dentro la Camera del lavoro armati di pistole.
Irruenta e appassionata, Bellanova è divenuta famosa per i suoi discorsi coinvolgenti nel corso degli incontri e alle manifestazioni di partito.

Alla Leopolda del 2016, durante la campagna per il referendum costituzionale, rimproverò il suo vecchio alleato politico Pier Luigi Bersani, schierato per il no, con un’invettiva diventata famosa nei circoli di partito: «Il combinato disposto? Ma parla come mangi!».
La rottura definitiva con il suo passato, almeno da un punto di vista simbolico, è avvenuta alle ultime elezioni, quando Bellanova si è candidata in Puglia nello stesso collegio di Massimo D’Alema, che 12 anni prima la aveva candidata per la prima volta proprio in Puglia (persero entrambi contro Barbara Lezzi del Movimento 5 Stelle, ma Bellanova raccolse cinque volte i voti di D’Alema).

Prima di essere nominata ministra questa settimana, l’incarico più importante ricoperto da Bellanova era stato quello di viceministra dello Sviluppo economico, ruolo in cui fu nominata da Matteo Renzi nel gennaio 2016 e che la portò ad affrontare personalmente numerose vertenze industriali, durante le quali non lesinò critiche ai suoi ex colleghi sindacalisti quando adottavano posizioni che giudicava troppo intransigenti e lontane dalla realtà.

Negli ultimi anni, poi, è divenuta famosa nel partito la sua rivalità con l’ex segretario Martina. Martina e Bellanova avevano lasciato insieme la minoranza del partito nel 2015, ma mentre Martina mantenne un profilo più indipendente, Bellanova si schierò con Renzi. Quando Martina divenne segretario “reggente”, in seguito alle dimissioni di Renzi dopo le elezioni del 2018, i renziani chiesero che a Bellanova fosse assegnata la posizione di vicesegretaria, ma Martina si rifiutò.

Nei giorni precedenti al giuramento del secondo governo Conte, Martina (arrivato secondo all’ultimo congresso di partito) era da molti considerato il candidato più probabile per diventare il nuovo ministro dell’Agricoltura (carica che aveva già ricoperto nei governi Renzi e Gentiloni).
Alla fine però è stata scelta Bellanova. Molti l’hanno considerata una piccola vittoria nelle guerre intestine di partito, ma per Bellanova è stato anche il coronamento di una carriera che era cominciata proprio nell’agricoltura, e dal livello più umile e sfruttato.

Quindi ora in bocca al lupo, cara Ministra, che di certo saprà capire e fare meglio di chiunque altro nella risoluzione dei problemi legati al suo ministero. Con buona pace di tutti, Lei è di sicuro una personalità che può fare la differenza e dare a questo Conte Bis l'incipit del cambiamento.

6 settembre 2019

 

 

 

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Social network e etica del risentimento

social media 350 260 mindi Fausto Pellecchia da L’Inchiesta del 10 agosto 2017 - Frequentando i social network, attraverso il piccolo “campione” di contatti che si è scelto di condividere, si ha l’impressione (o l’illusione) di tastare quotidianamente il polso politico-culturale del paese. E’ questo il principale motivo di interesse che mi spinge a visitare le pagine di FB. Ma la soddisfazione che ne ricava la mia quasi compulsiva curiosità è almeno pari al disappunto e all’irritazione determinati da alcuni, troppi, interventi che non esiterei a definire propriamente “volgari”.
Se “per carità di patria” si escludono i post esplicitamente orientati in chiave xenofoba e razzista, o ispirati da ideologie neo-fasciste, quelli più nocivi per il mio fisiologico metabolismo politico sono indubbiamente di due tipi.

Un primo tipo di irritazione

Il primo, il più diffuso, è dettato dal risentimento anti-politico nel quale si esprime un certo populismo di maniera. In questi post, ci si compiace dell’opposizione intransigente tra “noi” (cioè il POPOLO, che è naturalmente sempre innocente, quando non è ingannato, frustrato, deluso, tartassato e oppresso dalla trama dei poteri) e “loro” (i POLITICI, i manager, i banchieri ecc., tutti insieme riuniti nel clan degli sfruttatori, con stipendi e vitalizi d’oro, autentici parassiti incollati ai loro privilegi e ad una endemica corruzione).
In essi risulta sistematicamente rimosso un piccolo particolare, che non viene mai interrogato: non sarà forse l’indifferenza e la passiva condiscendenza che domina ampiamente gli stessi strati popolari a permettere e a favorire l’arroganza dei potenti? In una celebre opera - non proprio recente (scritta nel 1549) - Discorso sulla servitù volontaria, l’autore, Étienne de La Boétie, sostiene che qualunque tiranno detiene il potere fintanto che i suoi sudditi glielo concedono.
La libertà originaria che l'uomo detiene per natura sarebbe stata abbandonata dalla società, che una volta corrotta dall'abitudine, avrebbe poi preferito la servitù del cortigiano alla condizione dell'uomo libero.

 

Che cosa avrebbe aggiunto il povero La Boétie se si fosse trovato ad analizzare le nostre democrazie liberali, in cui formalmente non ci sono più “cortigiani”, ma soltanto liberi cittadini che eleggono i loro rappresentanti?
In verità, c’è una considerazione trans-politica di Walter Benjamin che si spinge ben oltre questa apparente contraddizione e ne esplora il versante complementare. Benjamin vi analizza l’irresistibile fascino che il pubblico prova per la figura del violento, del delinquente e dell’assassino. È il luogo in cui vibra il suo desiderio di essere invaso e avvinto da queste figure per lasciar agire i suoi istinti distruttivi. Questa attrazione non ha tanto a che vedere con l’adesione o la condivisione emotiva verso le sue azioni, bensì esprime l’identificazione empatica suscitata da chiunque possa dimostrare, con un gesto, la potenzialità, che appartiene a ciascuno, di abbattere e sovvertire il sistema, la sua razionalità e il suo diritto. Il carisma politico del sovrano “legibus solutus” trova il suo antecedente e il suo correlato sociale nella figura del “grande delinquente”.
Benjamin osserva, infatti, che quando la violenza non è nelle mani del potere e del diritto di volta in volta vigenti, «rappresenta per esso una minaccia, non a causa dei fini che essa persegue, ma della sua semplice esistenza al di fuori del diritto.
La stessa supposizione può essere suggerita, in forma più concreta, dal pensiero di quante volte già la figura del ‘grande delinquente’, per quanto bassi potessero essere i suoi fini, ha riscosso la segreta ammirazione del popolo. Ciò non può accadere per le sue azioni, ma solo per la violenza di cui esse testimoniano. Qui, pertanto, la violenza che il diritto vigente cerca di togliere al singolo in tutti i campi della prassi, insorge davvero minacciosa, e suscita, pur nella sua sconfitta, la simpatia della folla contro il diritto.» (W.Benjamin, Per la critica della violenza).
Quanto più, quindi, la vita quotidiana serba forme di rancore e di ostilità verso i sistemi di potere, tanto più i magazzini dell’immaginario moltiplicano figure anomiche di distruttori, pirati, invasori o tele-populisti, con i quali “il popolo” finisce per identificarsi istintivamente. Non sarà questa la radice rimossa della nostra soggezione volontaria ai personaggi politici che rappresentano il nostro lato “peggiore”? Il risentimento diffuso nei confronti del ceto politico non sarà forse il contraccolpo sentimentale dell’invidia per la loro condizione irresponsabile o “meta-giuridica”?

Un secondo tipo di irritazione

Il secondo tipo di irritazione proviene dai post che si ispirano al cinismo blasé dei cosiddetti “complottisti”, dai partigiani del “sospetto universale”. Ovunque e su chiunque essi fiutano, senza bisogno di prove e di documenti, l’aria della colpa, dell’avidità e dell’ambizione, sottesa anche agli atti apparentemente più nobili e disinteressati. Vi si coglie un malcelato compiacimento distruttivo nel rovesciare gli “idoli” della virtù capovolgendoli in cinici esemplari dell’egoismo, solo perché apparirebbe troppo ingenuo supporre che esista davvero l’integrità morale e la coerenza ideale. Qui, forse, la figura filosoficamente paradigmatica è essere rappresentata da Il nipote di Rameau, il protagonista del dialogo satirico di Denis Diderot. E’ il paradigma dell’ anti-eroe: musicista fallito, discendente dal celebre compositore e teorico del barocco musicale, Jean-Philippe Rameau, Jean-François è un impostore di talento, un parassita che sopravvive esibendosi nel proprio colorito linguaggio, sospeso tra adulazione e maldicenza, nei salotti della borghesia parigina.
Agli occhi del suo illuminato interlocutore, quest’individuo spregevole appare come un misto di sublime delirio e di ruvido buonsenso, di abiezione e di franchezza, di ignominia e di tagliente intelligenza. Egli è in fondo la cattiva coscienza della società parigina di metà Settecento: colui che ha il coraggio o la spudoratezza di confessare ciò che tutti pensano, o meglio, di esibire per mestiere, come satiro e pantomimo, ciò che egli “proiettivamente” ritiene che tutti facciano nella vita reale.
Hegel ne fece il tipo della coscienza venale e il campione del linguaggio dell’adulazione. Gli attuali nipotini del “nipote di Rameau” celebrano, attraverso una sistematica maldicenza, il fondamento della loro singolarità, costituito da un superiore cinismo che non si lascia illudere dalle luci della ribalta, qualunque sia il personaggio che ne viene illuminato.
Qui il risentimento si colora di egotismo a buon mercato; diviene culto narcisistico della propria personalità, eccezionalmente al riparo dalle brutture inconfessate e dal fango che avvolge l’intero universo politico.
Speriamo, dunque, pur continuando a frequentare i social network, di rimanere il più possibile immuni dagli pseudo-valori nei quali Nietzsche coglieva il condensato genealogico dell’”etica del risentimento”.

 
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