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Il tentativo del "pensiero unico" è nemico della pace

COMMENTI

L’iniziativa dell’Onu per arrivare alla pace non deve fallire

di Alfiero Grandi
Guterres António Manuel de Oliveira Guterres 390 minÈ evidente il tentativo, in parte riuscito, di creare una sorta di pensiero unico: o con Putin o contro. Una semplificazione binaria che prelude alla coppia amico/nemico. In realtà la situazione ha una complessità non riducibile a questa coppia di opposti, sia nelle ragioni che hanno portato alla guerra che nell’individuare le soluzioni possibili. Con slittamenti successivi nella guerra in Ucraina siamo arrivati ad una situazione pericolosa, che rischia in ogni momento di prendere la mano ai vari protagonisti e di sfociare in un nuovo spaventoso conflitto mondiale e di mantenere in particolare la popolazione ucraina, che sta subendo le conseguenze tremende dell’aggressione russa, ancora nella condizione di vittima delle distruzioni e dei massacri.

La questione centrale era e resta trovare il modo di arrivare ad un cessate il fuoco prima possibile e avviare una trattativa. Obiettivo che le parti in campo a partire da Putin non sono disponibili in questo momento a realizzare. È proprio questa la forza dirompente dell’obiettivo di tregua e di conseguenti trattative di pace. Cessare il fuoco con l’obiettivo di portare soccorso alle persone, di alleviare da subito le pene tremende a cui sono sottoposte, deve essere l’obiettivo principale e la premessa per una trattativa, certamente difficile, per cercare di arrivare ad una pace stabile.

Ci sono alternative?

Le alternative sono altre vittime, altre distruzioni, un progressivo logoramento sociale ed economico dell’Ucraina, della Russia, dei paesi impegnati nel sostegno militare e nelle sanzioni, soprattutto quelli europei, un prolungamento della guerra, semprebandiera ONU 250 min con il rischio in ogni momento di deragliare verso un conflitto mondiale.

Un’alternativa è il rilancio del riarmo convenzionale e nucleare in un clima che rischia di essere peggiore della guerra fredda. Questa è certamente la responsabilità più grave di Putin che ha innescato con l’aggressione all’Ucraina una deriva reazionaria e guerrafondaia nel mondo tra le peggiori dalla seconda guerra mondiale, tanto che sullo sfondo ha fatto comparire la possibilità dell’uso delle armi nucleari. Una tragedia contemporanea.

Anche le trattative tra i contendenti fin qui sono servite a ben poco. Non poteva essere diversamente. Se una tregua, la pace stessa sono possibili debbono passare da un accordo e difficilmente questo può essere il risultato diretto tra i protagonisti del conflitto, perdipiù condizionati negativamente dai lutti della guerra e protagonisti di una guerra mediatica a livelli sconosciuti in precedenza.

Non basta indicare personalità autorevoli, non basta che stati si autocandidino per una mediazione di pace, occorre individuare la sede migliore e conquistare un reale consenso, ottenendo la disponibilità dei protagonisti.

È chiaro che se l’obiettivo è, come ha detto il titolare del Pentagono a Kiev, ottenere un annichilimento della Russia, l’obiettivo non è fare cessare la guerra prima possibile, ma farla durare a lungo, sostenendo con armi sempre più potenti l’Ucraina. Eppure sappiamo quanto peso abbiano avuto sentimenti di frustrazione nelle avventure politiche e militari in passato. Non a caso anche nel motivare l’invasione dell’Ucraina sono state portate ragioni di questo tipo.

È stata derisa per troppo tempo e con faciloneria la proposta di mettere in campo l’Onu come sede per affrontare la crisi Ucraina e trovare una soluzione immediata per cessare le ostilità, soccorrere le popolazioni, arrivare ad un vero negoziato di pace. Ovviamente c’è ostilità verso il ruolo dell’Onu da parte della Russia che ha aggredito l’Ucraina, forte del suo diritto di veto. Anche l’Ucraina ne ha sbeffeggiato il ruolo chiedendosi se non era preferibile sciogliere l’Onu per inutilità, sia pure come battuta polemica.

È da molto tempo che le grandi potenze – e quelle medie – hanno trovato conveniente indebolire la sede Onu, decidendo unilateralmente su guerra o pace, arrivando perfino a strangolarne il finanziamento, come hanno fatto gli Usa.

Quando l’Onu ha discusso brevemente sull’Ucraina è stata in realtà una passerella della propaganda dei protagonisti. Di più, l’assemblea è stata usata per escludere la Russia dal Consiglio per i diritti umani, anziché utilizzarla per tentare in ogni modo di aprire un difficilissimo quanto indispensabile confronto tra i protagonisti della guerra e i soggetti a vario titolo coinvolti. Eppure Luigi Ferrajoli aveva lanciato una proposta forte: convocare l’assemblea generale dell’Onu in modo permanente sulla guerra in Ucraina, per cercare in ogni modo di arrivare al cessate il fuoco e di avviare una trattativa per trovare una soluzione di pace. Ovviamente il presupposto è che i membri dell’Onu mettano avanti a tutto l’obiettivo di fermare la guerra.bandiera ONU 250 min

L’Onu non ha truppe sue, non è una super potenza ma rappresenta una forza quando gli stati membri, a partire dai più importanti, mettono le sorti del pianeta e dell’umanità avanti a tutto, avanti ai loro interessi immediati.

Il segretario generale dell’Onu Guterres andrà ad incontrare Putin e Zelensky per sondare la possibilità di arrivare almeno ad una tregua. Bene, è un’iniziativa necessaria, ma fa impressione il silenzio, la solitudine, perfino i rimbrotti che accompagnano questa iniziativa. Se le iniziative riguardano le armi gli applausi si sprecano, se si parla di pace è il contrario. È un grave errore che non sia venuto un immediato, corale, forte incoraggiamento a sostegno di questa iniziativa, che è destinata a fallire se le potenze più importanti del pianeta non daranno il loro contributo. Per ora la Russia insiste nell’aggressione, gli Usa si sbracciano a inviare armi sempre più letali a sostegno dell’Ucraina, come Gran Bretagna e Europa, e non risulta incoraggino questa iniziativa, l’Ucraina ha rimbrottato il segretario generale. La Cina si tiene lontana come è ben indicato da quanto detto con un apologo Xi a Biden: chi mette il sonaglio al collo della tigre ha il compito di toglierlo. Altre potenze più o meno importanti tentano una mediazione per loro troppo impegnativa o si tengono lontane da un impegno per mettere fine alla guerra in Ucraina.

Perché l’Onu è importante?

Perché potrebbe internazionalizzare la soluzione della guerra in Ucraina e quindi tutti i paesi del pianeta potrebbero contribuire, poco o tanto, ad affrontare e risolvere con maggiore oggettività questa gravissima e rischiosa crisi. Nella consapevolezza che se questa guerra non viene fermata è forte il rischio di un’escalation militare, che potrebbe coinvolgere direttamente le grandi potenze militari, con tutte le conseguenze del caso, ben rappresentate dalla frase del manifesto degli intellettuali del 1954, ricordata da papa Francesco: l’umanità è al bivio tra autodistruzione o distruzione delle soluzioni militari.

L’Onu è l’unica sede internazionale esistente, frutto del sogno dei vincitori della 2° guerra mondiale contro il nazifascismo per costruire un mondo senza più guerre terrificanti. La sua crisi è frutto della deriva di grandi potenze che, immemori della scelta iniziale, hanno voluto decidere unilateralmente della guerra e della pace, lasciando lutti, instabilità. Non uno dei conflitti importanti nel mondo si è risolto con una nuova stabilità. Vogliamo fare l’elenco, dall’Afghanistan, allo Yemen, alla Libia, delle guerre irrisolte? dei guasti tremendi per la vita delle persone e le enormi distruzioni? Il mondo è sempre meno aperto, meno globale.

Solo alcuni mesi fa il sogno era cooperare a livello mondiale per salvare la vita sul pianeta di fronte alla crisi climatica, al rischio di estinzione dell’umanità stessa. Oggi una parte dell’umanità sta agendo in modo da prefigurare il rischio della sua estinzione attraverso una guerra distruttiva, se dovesse andare fuori controllo lo scontro in Ucraina. Macron ha detto che l’Europa deve non solo sostenere gli Ucraini contro l’invasione russa ma anche lavorare per interrompere le ostilità e impegnarsi nella trattativa per la pace, ha prefigurato un ruolo autonomo dell’UE per arrivare alla pace.bandiera ONU 250 min

L’iniziativa di Guterres non deve fallire.

La sede Onu è la migliore possibile per tentare di superare questa crisi, la più grave da decenni, la più foriera di sviluppi imprevisti e drammatici. La grandi (e medie) potenze hanno il dovere di sostenere questa iniziativa dell’Onu. L’idea che i contendenti possano arrivare alla pace direttamente, senza una mediazione è campata in aria, che la mediazione possano farla paesi volenterosi più o meno con interessi in campo è destituita di fondamento, come si è visto.

Resta la sede Onu per sbloccare la situazione, ma ha bisogno di avere le potenze mondiali a sostegno della sua iniziativa, mentre oggi troppi lavorano contro. Per questo occorre fare crescere un largo, forte movimento per la pace, con l’obiettivo di impedire che le grandi potenze continuino a decidere unilateralmente e vengano spinte a favorire trattative e mediazione.

Per questo occorre fare crescere il sostegno al rappresentante dell’Onu, combattendo scetticismi e perfino dileggio, che hanno l’unico scopo di fare fallire questa iniziativa e continuare la guerra e la via delle forniture di armi.

 

united nations 700 min

26 Aprile 2022
Alfiero Grandi su www.jobsnews.it

 

 

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Intercettazioni e il nuovo tentativo di regolamentazione

di Elia Fiorillo - IntercIntercettazioniettazioni, nuove norme: sarà la volta buona? Il tema ciclicamente ritorna. Il confronto sul canovaccio ministeriale comincia con i diversi attori coinvolti eppoi s’interrompe, scivolando nel dimenticatoio. I dissensi sono diversi. E la materia è di quelle delicate: “intercettazioni”.

Non conviene alla politica andare avanti con forzature. Troppo pericoloso. Le categorie interessate sono quelle, diciamo così, potenti. Magistratura, in prima fila, poi ci sono i giornalisti che in materia vogliono mano libera nel pubblicare tutto quello che riescono a raccogliere. Meglio, allora, lasciare le cose come stanno. Eppure, una regolamentazione della tematica è necessaria ed opportuna, per evitare, tra l’altro, la “messa in croce” di tanti poveri cristi che trovano sui media il loro nome “intercettato”, anche se non hanno commesso reati.

Emblematico, nel 2007, il caso “vallettopoli”. Il mercimonio tra la comparsata televisiva di una bella ragazza speranzosa di successo e i “costi impropri” che fu costretta a pagare per quella presenza alla tivvù. Comunque, al di là della discutibilità e moralità di certi comportamenti, ci si trova difronte a soggetti da tutelare nella loro privacy. Cosa che allora non avvenne per quanto riguarda la pubblicazione integrale dei testi delle intercettazioni telefoniche dove, senza alcuna restrizione, venivano dati nomi e cognomi delle vittime, con particolari strettamente personali.

Nel 2009 altro caso significativo. E’ Francesco Rutelli, allora presidente del Comitato parlamentare sulla sicurezza, a denunciarlo. Anche gangli sensibili dello Stato, preposti alla sicurezza, furono ”attenzionati”. Gli fece eco Silvio Berlusconi, allora presidente del Consiglio, che parlò del ”più grande scandalo dello Stato” che stava per uscire. E’ bene precisare che non ci si trovava difronte a vere e proprie intercettazioni, ma all’acquisizione del traffico telefonico tra vari soggetti: magistrati, agenti segreti, parlamentari, sindacalisti, imprenditori. Queste relazioni telefoniche facevano ben comprendere non solo le relazioni interpersonali, ma anche i contatti, nel caso dei servizi segreti, che dovevano assolutamente rimanere top secret. Per i parlamentari poi la ”tracciabilità” delle telefonate andava autorizzata dal Parlamento.

Allora tutto partiva da intercettazioni “legali”, legittimamente autorizzate da un magistrato che affidava ad un perito di fiducia il compito d’indagare. Il magistrato era l’ex pubblico ministero di Catanzaro, oggi sindaco di Napoli, Luigi De Magistris, e il consulente era Gioacchino Genchi.

Ci provò anche il IV governo Berlusconi a regolamentare le “intercettazioni”. Il ddl relativo al provvedimento divenne un vero e proprio feticcio. Una norma che scontentava un po’ tutti - giornalisti, magistrati, forze dell’ordine - ma che trovava una difesa ad oltranza da parte dell’esecutivo che lo vedeva come una legge simbolo. Qualcosa d’immodificabile. Non perché aggiustamenti dettati dal buon senso fossero devastanti per l’impianto stesso della normativa e per la sua efficacia operativa, anzi. Ma perché, per i governanti dell’epoca, un tal modo di agire rappresentava un’abdicazione alle forze dissenzienti interne al Pdl - a partire dall’allora presidente della Camera Fini -, che ipotizzano emendamenti migliorativi in sintonia con le richieste che venivano dall’opinione pubblica. Che un giudice monocratico, ad esempio, potesse infliggere, anche se in prima istanza, un ergastolo e per converso c’era bisogno di tre giudici per definire un’intercettazione era qualcosa di anormale sul piano proprio dell’equilibrio democratico.

E veniamo ai giorni nostri. Il ministro della Giustizia Orlando ci vuole provare a chiudere il cerchio. Tra i 95 commi dell’articolo unico della riforma del processo penale le intercettazioni sono previste ai commi 84 e 85. E c’è la delega al governo per disciplinare la materia. Gli interessi in gioco, al solito, sono tanti e tutti di rilevanza costituzionale. C’è la privacy dei cittadini, l’esigenza di giustizia che la magistratura deve garantire e, non ultimo, il diritto all’informazione rivendicato dai giornalisti. Già le polemiche imperversano. Tra l’altro il provvedimento di Orlando prevede di riportare “solo il contenuto” delle intercettazioni, senza usare frasi virgolettate nei provvedimenti dei magistrati. E’ il punto più contestato del testo da cui Orlando ha già preso le distanze.

Prossimamente, in una riunione congiunta, dovrebbero confrontarsi sull’articolato lo stesso ministro insieme ai capi delle maggiori procure italiane (Greco, Spataro, Creazzo, Pignatone, Melillo, Lo Voi), le Camere penali, noti giuristi. Ci dovrebbe essere anche la Federazione della Stampa Italiana, che però non si sa se accetterà il confronto.

“Fusse che fusse la vorta bbona”, ripeteva Nino Manfredi in un tormentone degli anni ‘60. Dopo vent’anni di “sussurri e grida” sarebbe proprio il caso di chiudere la partita.


12 settembre 2017

 
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Renzi, Scalfari e un tentativo di appropriazione indebita

di Paolo Ciofbollo altiero spinelli 350 260i - Le scoperte di Scalfari - è cosa nota - hanno sempre una caratteristica tipicamente scalfariana: devono comunque fare colpo. In altre parole, o sono epocali o non sono. Anche di recente il padre fondatore della libera stampa, cioè di Repubblica, l’ha fatta grossa. Ha scoperto, niente po’ po’ di meno, che Renzi avrebbe impugnato «la bandiera europea di Spinelli». Roba da fare invidia a Cristoforo Colombo, ma di cui il combattente per l’«Europa libera e unita» certamente non sarebbe orgoglioso.

Fino a domenica 28 febbraio 2016 il fondatore credeva «che Renzi fosse andato inutilmente a Ventotene», e adesso «invece - sono parole sue - il messaggio contenuto nel Manifesto firmato da Spinelli, Rossi e Colorni è stato, almeno così sembra, fatto proprio da Renzi». Ma è davvero così? Sembra, o è il contrario di quel che sembra? Analizziamo i fatti.
 
La visita del capo del governo sull’isola dove Spinelli fu recluso durante il fascismo è stata soprattutto un’operazione d’immagine, e anche un tentativo maldestro di appropriazione indebita. Discorso vuoto, privo di riflessione storica e di progetti per l’avvenire; stanziamento di 80 milioni di euro per il restauro del carcere; annuncio di un «progetto culturale» in vista del 31 agosto 2017 per «ospitare a Ventotene e Santo Stefano il centenario di Altiero Spinelli. Questo - sottolinea Renzi - sarà il nostro modo per affermare l’ideale dell’Unione Europea». Non ha importanza se Altiero Spinelli, nulla sapendo delle intenzioni di Renzi, ha avuto il difetto di nascere il 31 agosto del 1907.
 
Dopo tali precedenti Scalfari ha avuto però la forza di annunciare che lo statista di Rignano sarebbe il portabandiera del Manifesto di Ventotene. Con la motivazione che nella lettera di nove pagine (lo sforzo deve essere stato titanico) spedita dal governo ai tecnoburocrati dell’Unione si sostiene che c’è bisogno di una visione europea di lungo periodo, e di «un ministro delle Finanze dell’Eurozona che persegua una comune politica fiscale». Ma non, ovviamente, di una comune tutela del diritto al lavoro e dei diritti sociali. Comunque, a questo punto è chiaro ciò che ha detto e scritto il presunto continuatore di Spinelli, prima e dopo la scoperta favolosa del fondatore della libera stampa.
 

Cosa c’è scritto nel Manifesto di Ventotene per un’Europa libera e unita?

Resta però un problema. Cosa c’è scritto nel Manifesto di Ventotene per un’Europa libera e unita? Andiamo a vedere. «La rivoluzione europea - vi si legge – dovrà essere socialista, cioè dovrà proporsi l’emancipazione delle classi lavoratrici». Di conseguenza occorre sciogliere il nodo della «proprietà privata», che «deve essere abolita, limitata, corretta, estesa caso per caso, non dogmaticamente in linea di principio». Un’impostazione di grande interesse, che ritroviamo nella Costituzione repubblicana soprattutto per iniziativa di Togliatti e Basso.
 
Si tratta di un’esigenza che nasce dal fatto che «il diritto di proprietà e il diritto di successione hanno permesso di accumulare nelle mani di pochi privilegiati ricchezze che converrà distribuire [...] per eliminare i ceti parassitari e per dare ai lavoratori gli strumenti di produzione di cui abbisognano». E d’altra parte ciò è necessario anche «per dare alla vita politica una consolidata impronta di libertà, impregnata di un forte senso di solidarietà sociale. Su queste basi, le libertà politiche potranno veramente avere un contenuto concreto, e non solo formale».
 
Questo sta scritto, tra l’altro, nel Manifesto di Ventotene. Cosa c’entri lo statista di Rignano, che predica e pratica il contrario, è un mistero che neanche le inesauribili virtù conoscitive di Scalfari riescono a svelare. Mentre ormai dovrebbe essere chiaro che la santificazione di Altiero Spinelli allo scopo di disinnescare la portata rivoluzionaria del suo pensiero è una pratica ricorrente che non cancella un clamoroso dato di fatto, sistematicamente occultato e manipolato: l’Europa di Maastricht e dei trattati è l’opposto dell’Europa tratteggiata nel Manifesto di Ventotene, per la quale il suo autore ha lottato da parlamentare europeo eletto nelle file del Pci.
 
Nella triste circostanza della morte di Berlinguer durante la campagna elettorale per le elezioni europee del 1984, Spinelli osservava: «Senza la forza del Pci non avrei potuto condurre la mia battaglia europeista». Ma - aggiungeva - si è trattato solo di un primo passo e se il progetto per l’Europa unita verrà affidato ai mercanteggiamenti tra i governi avremo alla fine la liquidazione del progetto, come poi in sostanza è avvenuto. D’altra parte, a Berlinguer era chiaro che «l’Europa dei popoli e dei lavoratori è l’unica Europa possibile», e per questo si adoperava in tutti i modi affinché il movimento operaio si facesse «forza propulsiva e dirigente di un’Europa comunitaria democratica, progressista e pacifica, che muove in direzione del socialismo».
 

E oggi il Vecchio Continente è un campo di battaglia

Così non è stato, dopo la sua morte prematura. E oggi il Vecchio Continente è un campo di battaglia, nel quale si combattono senza esclusione di colpi le grandi corporations, gli “investitori istituzionali”, i fondi speculativi e gli Stati nazionali sempre più in posizione subalterna. Una lotta tutta interna al grande capitale, nella quale il capitalismo tedesco dominante, privilegiato con l’euro da un tasso di cambio più favorevole rispetto al vecchio marco, conquista i mercati esterni e detta le sue condizioni secondo la logica inesorabile del profitto. L’Unione Europea, che avrebbe dovuto rappresentare l’espressione più alta della cooperazione e della solidarietà, si caratterizza invece come un’area conflittuale, instabile e rissosa sull’orlo di una crisi irreversibile.
 
Uno stato delle cose determinato non già dall’eccesso di spesa pubblica e dalla sovrabbondanza di diritti sociali da ridimensionare, come insegnano il pensiero unico liberista e J. P. Morgan. Bensì, dalla impossibilità di governare il conflitto tra capitale e lavoro, tra profitto e salario, tra sfruttatori e sfruttati nello spazio europeo ed extraeuropeo, se non al prezzo del dominio assoluto del capitale sul lavoro, della cancellazione delle conquiste storiche del movimento operaio, della liquidazione dei partiti politici dei lavoratori e dei subalterni. E quindi, della trasformazione della democrazia in oligarchia per effetto della concentrazione enorme di ricchezza.
 
I conflitti armati si moltiplicano ai confini dell’Europa, e la guerra (per ora) senza bocche da fuoco chiamata competitività, in regime di cambi fissi e regolata da trattati che trasformano i bilanci pubblici in fattori di stabilizzazione del capitale privato, si combatte oggi a colpi di svalorizzazione del lavoro, con conseguenze distruttive sulla vita delle persone e dell’intero pianeta. Come ha notato Martin Wolf, «il perno del mercantilismo europeo è oggi la deflazione salariale competitiva che rimpiazza la svalutazione dei tassi di cambio del passato».
 
Ma proprio nel dominio assoluto del capitale sul lavoro, perfettamente coerente con l’impianto dell’Unione che alla centralità del lavoro antepone la centralità dell’impresa, sta la ragione di fondo di una crisi di sistema, di cui la crescita inusitata delle disuguaglianze è la manifestazione più vistosa e costante. Un contesto denso di incognite, nel quale la linea di Renzi non è orientata a rovesciare l’impianto dell’Europa di Maastricht per costruire l’Europa dei popoli e dei lavoratori secondo i principi del Manifesto di Ventotene. Bensì di impugnare il Manifesto di Ventotene per rafforzare in Italia il potere del capitale sul lavoro sotto la bandiera del liberismo.
 

E’ esattamente la realtà del conflitto di classe

Il suo obiettivo è una feroce modernizzazione capitalistica da far pagare ai lavoratori, ai pensionati e ai risparmiatori, a tutti coloro, uomini e donne, che per vivere devono vendere la propria forza-lavoro. Nel tentativo di dare vita a un’oligarchia di nuovo conio da collocare stabilmente dentro i processi di globalizzazione finanziaria, traendo forza dal fallimento delle vecchie classi dirigenti e cercando nuovi spazi in Europa e nel mondo. Un’operazione che toglie diritti e li trasforma in bonus, cioè in graziose concessioni del moderno sovrano e dei nuovi padroni. E che nel combinato disposto della controriforma costituzionale (eufemisticamente denominata riforma del Senato) e della nuova legge elettorale trova il suo passaggio di fase decisivo.
 
Emerge a questo punto una questione ineludibile, perlopiù trascurata anche da chi generosamente lotta per difendere una Costituzione che fonda la Repubblica sul lavoro e non sul capitale. Come è possibile garantire i diritti costituzionali, ridotti a fantasmi evanescenti, in particolare i diritti sociali, ma anche i diritti politici e civili, se i titolari di tali diritti, i lavoratori e le lavoratrici del nostro tempo, sono sopraffatti ed esclusi, senza rappresentanza politica e senza rappresentazione culturale e mediatica?
 
L’impegno prioritario è sconfiggere le scelte di Renzi con i referendum, ma contemporaneamente occorre trovare una risposta convincente a questo interrogativo. La fantastica scoperta di Scalfari non serve, essendo soltanto un nonsense. Molto più utile, invece, è la scoperta (vera) di un liberal americano come Robert Reich, che dall’analisi della crisi è pervenuto secondo Paul Krugman a questa conclusione: «Reich spiegava la disuguaglianza soprattutto come un problema tecnico [...]. Oggi [...] di fatto Reich invoca una guerra di classe o, se volete, una ribellione dei lavoratori contro la guerra di classe silenziosa che l’oligarchia sta facendo da anni».
 
E’ esattamente la realtà del conflitto di classe. E da questa realtà dovrebbero muovere tutti coloro che si sentono impegnati nella costruzione di una nuova soggettività politica a sinistra con caratteristiche popolari e di massa, in alternativa al partito di Renzi e allo stato delle cose presente. Care compagne e cari compagni, senza una moderna analisi di classe, e del conflitto tra le classi, sarà difficile partire. E ancora più difficile andare lontano.
 
fonte, www.paolociofi.it
 
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Un ruolo ai giornali per un tentativo corale di fermare il declino

Ilaria Alpidi Stefano Di Scanno - L'Inchiesta-Quotidiano risponde a Mazzoli. Un ruolo ai giornali per un tentativo corale di fermare il declino. Il tema del lavoro e quello non meno attuale del sistema di welfare italiano costituiscono spesso argomento di dibattito all'interno di una redazione piccola, ma di indiscutibile vivacità polemica, come quella de L'inchiesta-quotidiano. Siamo del resto una cooperativa giornalistica che si confronta drammaticamente con la crisi e tenta di sopravvivere alla flessione di lettori nelle edicole ed all'indebolimento della pubblicità. Proseguiamo comunque la nostra attività grazie ad un gruppo di imprenditori-inserzionisti ai quali va la nostra piena riconoscenza. Ma come giornalisti siamo oggi una delle riprove della svalorizzazione del lavoro intellettuale, ridotto a salutare come una conquista anche il semplice saldo di ogni singola mensilità.
Non è certo, quindi, una testata come la nostra - che vive in prima linea le questioni connesse alla recessione ed alcalo occupazionale - a poter fare scelte di oscuramento o, peggio, travisamento rispetto ad una realtà fatta di senza lavoro e povertà in dimensioni tali che da lustri non si ricordavano nelle nostre città e nei nostri paesi. Il problema - per il quale qualche rappresentante dei lavoratori di lungo corso (e scarsa dimestichezza col sudore in fabbrica) continua a tacciare di antisindacalismo strisciante alcuni commenti del "Diario settimanale" - è che il tipo di approccio al tema delle garanzie e delle tutele cambia se chi - come chi scrive - non appartiene al mondo dei privilegiati e dei tutelati e ritiene prima di tutto necessario rispalmare le garanzie e le tutele - ancora economicamente sostenibili per il Paese - fra tutti i lavoratori, del settore pubblico e di quello privato. Magari cominciando, prima ancora di questa operazione, dall'assicurare un sistema di welfare che sollevi dall'abbrutimento e dal baratro dell'annichilimento esistenziale, i poveri e i disoccupati.
Ecco perché l'urgenza dell'articolo 18, le agitazioni a tutela dei premi di produzione delle grandi aziende, i salari accessori dei dipendenti pubblici, visti dal nostro punto di osservazione, appaiono lontani e sfocati. Perché in primo piano restano nella nostra agenda giornalistica disoccupazione e povertà, seguite a ruota dalle crisi industriali e dai piani di sviluppo territoriali.
L'inchiesta-Quotidiano, quindi, è pronta a fare la sua parte nella "Vertenza frusinate" lanciata da Ignazio Mazzoli, esponente storico della sinistra provinciale che ci onora ormai da tempo della sua collaborazione, nella sicurezza che i "veri" Ultimi debbano essere messi in cima alle scalette di priorità della politica che voglia uscire dalla logica dei comunicati stampa autoreferenziali, dell'imprenditoria che intenda riappropriarsi della funzione sociale delle aziende, del sindacalismo che sia davvero in cerca non dell'autoconservazione ma di una rinnovata credibilità. Le uniche cose concrete da cui ripartire sono l'Accordo di Programma Frosinone-Anagni che va recuperato e rigenerato e il Piano di sviluppo strategico Sora - Atina - Cassino che va riempito di contenuti e sostenuto. Imprese, lavoratori istituzioni, sindacali e sistema dell'informazione devono far blocco comune. Perché la crisi che attraversiamo come territorio impone convergenze che si traducano in corresponsabilità in caso di insuccessi. Per questo L'inchiesta-Quotidiano non farà mancare il suo apporto.

24 febbraio 2015; pubblicato su L'Inchiesta del 26 febbraio 2015

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Un patetico tentativo di personificazione

pd inpiazza 225di Rosalia Mattone - Il PD locale assiste ad un patetico tentativo di personificazione, il politico quale imprenditore di se stesso gestisce autonomamente la propria condotta di rappresentante avendo come riferimento non il partito ma la sua persona (i suoi interessi).
Quello che spesso si dimentica è che il partito è di tutti i militanti ed iscritti, che in molti passaggi cruciali si sono visti "delegittimati" dall'essere considerati tali. Tanto per rinfrescare la memoria è bene ricordare l'entrata in giunta del Pd come scelta indiscussa e non condivisa con il partito, decisa nelle consuete stanze tra i soliti noti.

Un atteggiamento consolidato e difficile da scardinare nonostante gli sforzi di riportare il partito ad avere la funzione per il quale è nato. Siamo sempre al punto di partenza, la forza la fanno i numeri e i numeri sono le tessere. Tesseramento avvenuto con metodi discutibili e poco trasparenti tanto da causare l'annullamento del congresso locale, svolto attuando un'odiosa forzatura, all'interno di un contesto provinciale caratterizzato dalle medesime peculiarità.

Le forzature non fanno bene al partito, l'esclusività ad arrogarsi una scelta in nome di tutti non fa bene al partito, l'idea di poter far tutto ed il contrario di tutto non fa bene al partito. Siamo sicuri si parli ancora di bene del partito? Quel che è certo non si parla di politica.

Non si vede un progetto per il paese, non si condividono le scelte, non si palesano le linee guida, non si accenna alla progettualità di qualsivoglia argomento. Non ho mai avuto il piacere di sapere per bocca di un nostro rappresentante cosa fa il mio partito all'interno dell'attuale giunta.

Le notizie sporadiche lette sui quotidiani rendono ancor più chiara l'idea che non vi è inclusione in questo partito, ma solo un costante obiettivo: escludere gli altri per rafforzare se stessi. Parlare di congresso unitario senza gettarne le basi e con tali premesse diventa impossibile, insensato e quantomeno ridicolo.

Se vogliamo che il Pd torni ad essere una risorsa per il paese, un'occasione per poter realizzare il bene e l'interesse comune dobbiamo cambiare rotta. Sta faticosamente e tra mille resistenze emergendo una linea alternativa nel PD ceccanese, il cui obbiettivo non può e non deve ridursi alla "guerra santa" contro i vecchi apparati.

La scommessa è restituire un ruolo dignitoso al circolo locale ed agli organismi che lo compongono, all'insegna dell'inclusione e della condivisione, e perché no anche del rinnovamento.

Esserne capaci sarà la sfida più grande.

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