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Ucraina. Le teste è meglio contarle

CRONACHE&COMMENTI

I risultati delle votazioni sarebbero più moderati e pacifisti delle grida nazionalistiche

di Aldo Pirone
ZELENSKY PUTIN FANPAGE 400 minPer sedersi al tavolo delle trattative bisogna essere in due, anzi indue: Zelensky e Putin. Più qualche altro che dovrebbe dare il suo convinto consenso: Biden, Xi Jinping, l'Unione europea. L'autocrate russo non ne ha nessuna voglia come rilevava "il manifesto" di mercoledì scorso con il suo titolo di prima pagina "Niet a tutto". Il Presidente ucraino, dal canto suo, è piuttosto oscillante sottoposto a varie pressioni e condizionamenti esterni. La misura di questa svogliatezza c'è l'hanno date le reazioni al piano di pace italiano. Oltremodo negativa quella russa, assai guardinga quella ucraina. L'ipotesi più ottimistica è che Putin prima di sedersi al tavolo voglia segnare sul piano militare, dopo la caduta di Mariupol, una qualche vittoria nel Donbass e nel corridoio sud da spacciare per vittoria dell' "operazione militare speciale" all'opinione pubblica russa imbonita dal regime e alla cerchia dei suoi critici dentro e fuori il Cremlino. Zelensky, al contrario, è da una parte illuso dagli angloamericani, che gli forniscono le armi e gli apparati militari più efficaci, e pressato dai falchi nazionalisti interni per una vittoria contro l'orso russo.

Nel mio articolo del 30 marzo avevo già paventato, essendoci stati in tutti i conflitti, il manifestarsi di falchi e colombe nell'uno e nell'altro campo, soprattutto quando in gioco ci sono porzioni di territorio nazionale contese. I falchi sono già all'opera. Vedremo come si manifesteranno nel momento clou di un'eventuale e seria trattativa per il cessate il fuoco e per un accordo di pace. La road map proposta dall'Italia e oggi rifiutata potrebbe allora venire utile.

La questione più complicata da risolvere sarà lo status dei territori a maggioranza russofona: Crimea e Donbass. Putin, che vola per ora tra i falchi, ha la necessità di non perdere la faccia, ma anche Zelensky - il diritto internazionale milita tutto a suo favore - non può rinunciare a cuor leggero ai confini dell'Ucraina antecedenti al 2014. Già si sentono le grida di tradimento che l'ala destra del nazionalismo ucraino è pronta a riversargli contro.

Finora la questione è stata trattata con la forza militare, in particolare con l'aggressione scatenata da Putin il 23 febbraio scorso. La guerra le teste le taglia, i corpi li maciulla e massacra senza distinzioni fra civili - donne, vecchi e bambini - e militari. E se invece di "decapitarle", come ebbe a dire De Gasperi in tutt'altra situazione, quelle teste si contassero? In altre parole: se le popolazioni interessate al contenzioso etnico fossero loro a decidere dove stare? Sarebbe questo una specie di uovo di Colombo per sminare i nazionalismi guerrafondai dell'una e dell'altra parte.

È vero, Putin ha già celebrato il suo referendum in Crimea e probabilmente ne vorrebbe fare di simili in Donbass o in altri luoghi che spera di conquistare - per ora quelli occupati li sta russificando completamente - ma qui si tratterebbe di fare consultazioni serie gestite da organismi internazionali - per esempio l'Onu o altri concordati fra le parti in causa - che ne garantiscano l'effettivo svolgimento al riparo da interferenze di parte. Inoltre, oggetto delle consultazioni dovrebbero essere almeno tre soluzioni: l'annessione alla Russia, l'indipendenza in stati o in uno stato autonomo, il massimo di autonomia possibile dentro i confini dell'Ucraina con le garanzie internazionali necessarie e con la prospettiva di poter usufruire anche loro degli aiuti europei e occidentali per la ricostruzione delle proprie città e villaggi.

Al tempo stesso, una volta acquisito il risultato referendario, gli ucraini tutti, profughi compresi, dovranno decidere, sempre tramite referendum, se accettare il l'intero accordo di compromesso raggiunto o rifiutarlo e continuare la guerra da soli, senza gli aiuti da parte dell'Europa per la ricostruzione dell'Ucraina. Zelensky aveva già accennato che sarebbero stati gli ucraini ad approvare o meno un eventuale accordo di pace con apposito referendum. Una posizione saggia se dovrà scontrarsi con il nazionalismo di destra.

È mia impressione che i risultati delle consultazioni sarebbero assai più moderati e pacifisti delle grida nazionalistiche. Si dice che Putin non accetterà mai una simile strada. E perché? Non è, tra le altre cose, in aiuto dei fratelli russi sottoposti a "genocidio" nel Donbass che ha mosso i suoi carri armati, i suoi missili, i suoi aerei e le sue navi? In Crimea non li ha già fatti votare nel 2014? Non ha già riconosciuto le repubbliche di Donetsk e Lugansk? Di che avrebbe paura? Non ritiene i russofoni capaci di "denazificarsi" con il voto? Dovrà spiegarlo ai russofoni di Ucraina, ai russi bianchi della Bielorussia e ai "grandi russi" e alle altre minoranze nazionali della sua immensa Federazione da cui preleva ogni giorno i giovani di leva per mandarli a morire nell' "operazione militare speciale".

Anche Zelensky dovrà dare una qualche spiegazione agli ucraini e a tutta l'opinione pubblica occidentale ed europea se dovesse rifiutare di "contare" le teste. E anche il nazionalismo ucraino di destra non sarebbe contento di questa prospettiva.

Le teste è meglio contarle che romperle.

 

 

 

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Il piano di pace italiano per la guerra Russia vs Ucraina

COMMENTI

Che fare? Il piano Italiano o aspettare che la guerra si fermi "spontaneamente"?

di Mario Boffo*
PianodiPace Italia.Tgcom24 MedisatInfinity 400 minSecondo notizie stampa, il piano di pace italiano per l’Ucraina presentato al Segretario Generale delle Nazioni Unite non piacerebbe all’Unione Europea, avrebbe suscitato l’opposizione di Kiev, ma sarebbe allo studio a Mosca. Le motivazioni riportate sono nel senso che a Bruxelles la proposta sarebbe considerata un’iniziativa di politica interna per placare le polemiche sull’invio delle armi, e per il Presidente ucraino i tempi non sono maturi, come avrebbe detto Zelensky a Draghi. Il quale, sempre secondo le succitate notizie, non intenderebbe insistere sul progetto. Il fatto che per ora solo la Russia stia valutando il piano, viene presentato, senza dirlo apertamente, come elemento critico.

In realtà, il piano italiano, pur incidendo in una situazione molto complessa, e pur segnalando per ora semplicemente una rotta destinata comunque al negoziato e agli inevitabili intoppi e compromessi, è la prima cosa sensata che sia stata avanzata dall’inizio della guerra. Malgrado quello che pensa Bruxelles, sono convinto che il piano non nasca affatto dalle segreterie dei partiti per ragioni di politica interna: ho lasciato il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale da circa sei anni, e non so nulla dei processi interni; ma sono stato in diplomazia per quasi quarant’anni; almeno intuitivamente, l’iniziativa mi sembra proprio che abbia il marchio della Farnesina.

In sintesi, il piano, consegnato a Guterres e illustrato ai Ministri degli Esteri del G7 e del Quint (USA, Gran Bretagna, Germania, Francia, Italia) prevede quattro punti. Preferisco usare l’espressione “quattro punti”, piuttosto che “quattro fasi”, o “quattro passi”, per i motivi che spiegherò più avanti. Il primo punto prevede il cessate il fuoco, da negoziare ovviamente mentre ancora si combatte; esso dovrebbe essere affidato a meccanismi di supervisione e accompagnato dalla smilitarizzazione del fronte. Il secondo punto consiste in un negoziato multilaterale sul futuro status internazionale dell’Ucraina, che dovrebbe contemplare per Kiev una neutralità internazionalmente garantita, concordata in una conferenza di pace e che non ostacoli l’eventuale adesione del Paese all’Unione Europea. Il terzo punto riguarda la definizione di un accordo bilaterale tra Russia e Ucraina, anch’esso internazionalmente garantito, sulla Crimea e sul Donbass, che dovrebbe contemplare temi quali la piena sovranità ucraina, l’autogoverno delle regioni critiche, i diritti linguistici e culturali, la libera circolazione di persone, beni, capitali e servizi, la tutela del patrimonio storico. Il quarto punto propone un accordo multilaterale sulla pace e la sicurezza in Europa, nel contesto dell’OSCE e della Politica di Vicinato dell’Unione europea, con un riassetto degli equilibri internazionali, a partire dal rapporto tra Unione Europea e Mosca; l’accordo dovrebbe contemplare la definizione di una stabilità strategica, il disarmo e il controllo degli armamenti, la prevenzione dei conflitti e misure di rafforzamento della fiducia. Il progressivo ritiro delle truppe russe dall’Ucraina e la progressiva levata delle sanzioni, farebbero da corollario al programma.

Se ho preferito parlare di “punti”, e non di “fasi” o “passi”, è perché mi sembra più interessante sottolineare gli aspetti olistici del pacchetto (benché la loro applicazione si articolerà inevitabilmente in una successione temporale) piuttosto che considerarlo un’elencazione di risultati fra loro propedeutici. L’aspetto più accattivante del piano, infatti, è che esso mette insieme gli aspetti tattici (cessate il fuoco, status dell’Ucraina, situazione delle aree contese) e quelli strategici (accordo sulla pace e sicurezza in Europa).

Lasciando infatti da parte una serie di ovvietà (c’è un invasore e un invaso, Putin è un dittatore, è meglio la democrazia, gli errori passati non giustificano la guerra… eccetera, eccetera), e sintetizzando al massimo gli accadimenti degli ultimi trent’anni, potremmo concludere quanto segue: la Russia si “arrese” alla fine della guerra fredda, sciogliendo l’Unione Sovietica e il Patto di Varsavia; Mosca propose l’istituzione di una “casa comune europea”; l’idea di una nuova architettura di sicurezza in Europa fu scartata dalla NATO; l’Alleanza dette il via a successive ondate di allargamento; i fori di consultazione e cooperazione offerti alla Russia come lenitivo non funzionarono perché ritenuti da Mosca poco consistenti a fronte della realtà e della sostanza dell’allargamento (per una trattazione più estesa, vedasi il mio articolo Ucraina. Le guerre si potrebbero sempre evitare, anche se non sempre succede). La Russia, quindi, nel timore che l’espansione della NATO potesse giungere alle proprie frontiere, ha avviato “operazioni militari” in vari Paesi un tempo parte dell’URSS, fra cui l’Ucraina. In definitiva, per carità, con tutti i torti del mondo per le modalità utilizzate, ma con qualche ragione per l’obiettivo di non sentirsi emarginata dalla sicurezza europea, Mosca è intervenuta su Paesi confinanti con la Russia per evitare che anche questi finissero prima o poi, di diritto o di fatto, nell’orbita dell’Alleanza Atlantica, come membri di diritto o semplicemente come sue postazioni avanzate. Considerato quanto sopra, si dovrebbe evincere che la Russia ha attaccato (tatticamente) l’Ucraina perché non ha potuto conseguire l’obiettivo strategico di una condivisa architettura di sicurezza in Europa entro la quale avere un ruolo paritario rispetto a Unione Europea e NATO.

La valenza “olistica” e omnicomprensiva dell’iniziativa italiana (pur nell’inevitabile successione dei momenti) permette di prospettare alla Russia l’obiettivo strategico di un accordo multilaterale sulla sicurezza in Europa, e credo che questo permetterebbe di ammorbidire le posizioni di Mosca sugli obiettivi tattici. In sostanza, Mosca potrebbe essere meno intransigente sulla sistemazione dell’Ucraina se potesse vedere possibile sin da ora il conseguimento di una “casa comune” in Europa. Se invece i quattro punti dovessero essere considerati propedeutici e successivi, il senso dell’iniziativa perderebbe slancio: perseguire il cessate il fuoco (primo punto) prima di negoziare lo status dell’Ucraina (secondo punto) e quello delle regioni contese (terzo punto), senza aprire contemporaneamente e subito la strada all’accordo sulla sicurezza in Europa, indurrebbe le forze in campo a inasprire i combattimenti per arrivare più forti ai vari negoziati successivi; prospettare il pacchetto come offerta complessiva, e i vari punti come contestuali e collegati, permetterebbe un avanzamento verso la pace comunque complesso, comunque soggetto alle inevitabili tempistiche, ma certo più coerente e decifrabile.

Se si comprende la rigidità di Zelensky, che insieme al suo ispiratore d’oltre oceano desidera l’indebolimento (destabilizzazione?) della Russia, meno si comprende l’asserita contrarietà di Bruxelles, la quale elabora ipotesi di piccolo cabotaggio piuttosto che guardare alle possibilità di un’iniziativa che ha almeno il merito di essere stata avanzata e di provare a guardare lontano. Meglio farebbe l’Unione Europea a sostenere l’iniziativa italiana, pur con tutti i necessari caveat, se non altro per manifestare un briciolo di autonomia e di consapevolezza collettiva. Forse l’Italia potrebbe lavorare con i partner europei, e in particolare con la Francia e la Germania, per realizzare una maggior coesione attorno al proprio piano, e renderlo più forte, anche come punto di differenziazione e di interlocuzione con gli Stati Uniti.

Autorevoli commentatori televisivi italiani affermano essi stessi che il piano italiano è “lodevole”, ma sostanzialmente irrealistico, perché non corrisponde alla situazione sul terreno. Certo, non è applicabile fra mezz’ora, e l’ho spiegato più sopra. Ma le alternative quali sarebbero? La sconfitta della Russia, che aprirebbe un buco nero nella stabilità europea e aggraverebbe il rischio nucleare? La sconfitta dell’Ucraina, con maggiori guadagni territoriali per Mosca? L’intervento diretto della NATO?
Oppure aspettare che la guerra si fermi spontaneamente per esaurimento delle forze o che si definiscano con le armi le posizioni sul terreno? A quel punto si sarà probabilmente costretti a riconoscere il Donbass alla Russia e la neutralità dell’Ucraina. Cioè le stesse cose che si possono almeno sostenere e negoziare subito; però dopo altre migliaia di morti e con rischi crescenti di escalation.

25/05/2022
da Il piano di pace italiano per l’Ucraina – Transform! Italia (transform-italia.it)
https://transform-italia.it/il-piano-di-pace-italiano-per-lucraina/

 

dott. MarioBoffo 400 min*Mario Boffo. Ambasciatore esperto con una comprovata storia di lavoro nel mondo degli affari e nel settore degli affari internazionali. Competente in Relazioni Internazionali, Strategia Aziendale, Analisi delle Politiche, Inglese, Organizzazioni Internazionali e Italiano. Forte professionista della comunità e dei servizi sociali con un Master in Scienze Politiche e Governo presso l'Università degli Studi di Napoli "Federico II".

 

 

 

 

 

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Ucraina. Finalmente una proposta di pace

CRONACHE&COMMENTI

Purtroppo la nostra stampa non ne coglie l'importanza

di Aldo Pirone
ukraine war 390 minLa notizia di ieri riguardante la guerra in Ucraina non sono le comunicazioni di Draghi al Parlamento, è il piano di pace presentato dall'Italia, per voce del ministro degli esteri Di Maio, al segretario generale dell'Onu Gutierres. Il provincialismo della nostra stampa e la diffusa cialtroneria giornalistica che vi alligna, oggi non ne coglie l'importanza. I giornali, da quelli pacifisti a quelli con l'elmetto atlantico sempre bel calzato in testa, salvo rare eccezioni, stamane preferiscono concentrarsi sulle beghe di casa, sui balneari, sull'ultimatum di Draghi ai partiti di destra ecc.

Eppure molti, soprattutto nel fronte pacifista europeista e anti oltranzista pro Nato, hanno auspicato e sollecitato nelle settimane scorse che l'Europa e l'Italia tirassero fuori una qualche proposta in grado di fornire un contributo diplomatico per la cessazione del fuoco e per l'avvio a breve e a più lungo termine di un processo di pace. Un contributo che si distinguesse dall'atlantismo anglo americano orientato non tanto alla salvaguardia dell'Ucraina dall'aggressione di Putin ma, più che altro, ad approfittarne sul piano geopolitico per mettere giudizio all'autocrate russo fino a farlo sloggiare dal Cremlino.

Anche chi ha aborrito l'invio di armi italiane ai resistenti ucraini con le più diverse motivazioni - alcune francamente strampalate - ma tutte con l'intenzione di avvicinare la pace e di non travalicare la Costituzione rendendoci cobelligeranti, dovrebbe essere contento del piano dell'Italia.

In che consiste la proposta Draghi-Di Maio?

Per quel che se ne sa, esso poggia su quattro punti: 1) il cessate il fuoco e “congelamento” provvisorio della situazione militare sul campo. 2) La convocazione di una conferenza di pace cui sarebbe affidato il compito di sancire e garantire per l’Ucraina uno status di neutralità che verrebbe dichiarata “pienamente compatibile” con una futura adesione all’Unione europea. 3) Un accordo bilaterale Mosca-Kiev sulle questioni territoriali che dovrebbe tendere al riconoscimento della sovranità ucraina sulle aree contese (Crimea e Donbass), ma con una loro totale autonomia garantita internazionalmente. 4) Nuova Conferenza europea sulla sicurezza modello Helsinki del 1975 per garantire la sicurezza reciproca di tutti i partecipanti, il disarmo dell’area europea, il controllo degli armamenti, la mediazione delle controversie, la prevenzione dei conflitti e le misure di rafforzamento della fiducia reciproca.

Oggetto di trattativa anche il ritiro delle truppe russe dai territori occupati, con l’obiettivo di riportare la situazione al 24 febbraio 2022 prima dell'aggressione di Putin. Questo ritiro sarebbe progressivo, così come progressiva sarebbe la revoca graduale delle sanzioni occidentali alla Russia. A garantire questo impegno diplomatico sarebbe il Gruppo Internazionale di Facilitazione. L’Italia propone che ne facciano parte Paesi e organizzazioni internazionali, in particolare Onu e Ue. Non c'è una lista completa delle capitali che sarebbero coinvolte, ma si parte dagli Stati che già alcune settimane fa erano considerati adatti allo scopo: Francia, Germania, Italia, Turchia, Stati Uniti, Cina, Canada, Regno Unito, Polonia, Israele.

È evidente che il piano italiano contrasta con l'attuale linea di Zelensky che, smentendo affermazioni precedenti, sembra oggi dire che ogni trattativa con i russi può iniziare solo dopo il loro ritiro sulle posizioni precedenti al 24 febbraio. Probabilmente della proposta non saranno contenti gli inglesi e gli oltranzisti atlantici. Staremo a vedere che sviluppi avrà, ma oggi chi si batte per la pace subito in Ucraina e per fermare l'aggressione di Putin ha almeno qualcosa di serio cui riferirsi se non altro come elemento di discussione e di azione.

Gutierres ha manifestato "molto interesse" soprattutto per il primo punto del piano Draghi-Di Maio. Da Francia e Germania, che probabilmente già sapevano della cosa in fieri perché ne erano state informate al G7, dovrebbe arrivare un esplicito sostegno viste le loro posizioni fin qui manifestate. Interesse è stato espresso dalla Turchia ma, quel che più conta, il portavoce di Putin, Peskov, ha detto che pur non conoscendo i dettagli del piano italiano, tuttavia "La partecipazione di tutti coloro che possono contribuire alla soluzione della situazione in Ucraina è accolta favorevolmente. Nessuno rifiuta tali sforzi sinceri”. Non è molto, ma, vista la situazione, non è neanche una chiusura.

Quella c'è solo da parte dei giornali italiani tramite l'oscuramento.

 

malacoda 75

Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

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La pace in 4 tappe. E' italiana la prima e unica proposta

19 maggio 2022. Sul tavolo dell'Onu arriva il piano del governo italiano. Primo e unico per ora

di Tommaso Ciriaco - ©repubblica.it
DiMaio Guterres 390 minIl ministro degli Affari Esteri Luigi Di Maio e il Segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres (ansa)
Il documento. Nella proposta presentata da Di Maio a Guterres una vigilanza internazionale
ROMA - È il piano italiano per la pace. Un documento elaborato alla Farnesina, in stretto coordinamento con Palazzo Chigi. L'ha presentato ieri a New York il ministro Luigi Di Maio durante un colloquio con il segretario generale dell'Onu Antonio Guterres. Alcuni contenuti della bozza sono stati anticipati agli sherpa del G7 e del gruppo Quint. Prevedono un percorso in quattro tappe, sotto la supervisione di un Gruppo internazionale di Facilitazione (GIF): il cessate il fuoco, la possibile neutralità dell'Ucraina, le questioni territoriali - in particolare Crimea e Donbass - e un nuovo patto di sicurezza europea e internazionale. Ad ogni singolo passaggio, andrà testata la lealtà agli impegni assunti dalle parti, in modo da poter procedere allo step successivo. Ecco come è nata la svolta diplomatica di Roma e i dettagli del contenuto del piano, che Repubblica è in grado di anticipare.

Tutto nasce dalla volontà politica di costruire durante il conflitto le condizioni per fermare le armi. "Se è vero che la guerra è il fallimento della diplomazia - ha spiegato durante i lavori preparatori Di Maio ai tecnici della Farnesina - è anche vero che è la diplomazia a poter mettere fine alle guerre. Tutte prima o poi finiscono e bisogna farsi trovare pronti con dei piani per il dopo-guerra". Un approccio che risponde alla filosofia della Farnesina, sintetizzata da Di Maio nelle ultime ore: sanzioni, sostegno alla legittima difesa ucraina e assistenza finanziaria e umanitaria a Kiev. Ma anche impegno per costruire la pace.

Dunque, questi i dettagli della proposta diplomatica consegnata ieri dal ministro a Guterres durante la missione al Palazzo di Vetro e anticipata a grandi linee ai diplomatici dei ministeri degli Esteri del G7 e del Quint (Usa, Gran Bretagna, Germania, Francia, Italia) dai tecnici che seguono il dossier, in particolare il segretario generale della Farnesina, Ettore Sequi, e il direttore degli affari politici, Pasquale Ferrara. Il primo passo prevede il cessate il fuoco, da negoziare mentre si combatte. È un elemento fondamentale, perché è irrealistico immaginare che una tregua si realizzi da sola o che sia la precondizione per trattare. Il cessate il fuoco andrebbe accompagnato, nella proposta italiana, da meccanismi di supervisione e dalla smilitarizzazione della linea del fronte, per discutere i nodi aperti e preparare il terreno a una cessazione definitiva delle ostilità. È il passaggio più complesso, vista la situazione sul terreno. Se realizzata, aprirebbe uno spazio di pace rilevante.

Il passo successivo - il secondo - ruota attorno al negoziato multilaterale sul futuro status internazionale dell'Ucraina. E in particolare sull'eventuale condizione di neutralità di Kiev, assicurata da una "garanzia" politica internazionale. La sede in cui discutere questa neutralità sarebbe una conferenza di pace. A tutela degli ucraini, la condizione è che questo status sia pienamente compatibile con l'intenzione del Paese di diventare membro della Ue. Aspetto decisivo, visto che l'adesione porta con sé impegni e clausole che andrebbero modulati in sull'eccezionalità dell'ingresso.

Il terzo punto, il più "caldo" sotto il profilo diplomatico, riguarda la definizione dell'accordo bilaterale tra Russia e Ucraina sulle questioni territoriali, sempre previa mediazione internazionale. Centrali sono ovviamente Crimea e Donbass. Nel patto, suggerisce il piano, andrebbero risolte le controversie sui confini internazionalmente riconosciuti, il nodo della sovranità, del controllo del territorio, le disposizioni legislative e costituzionali di queste aree, le misure politiche di autogoverno. E inclusi i diritti linguistici e culturali, la libera circolazione di persone, beni, capitali e servizi, la conservazione del patrimonio storico e alcune clausole di revisione a tempo. L'elenco dei temi lascia intendere la cornice: un'autonomia praticamente totale delle aree contese e una gestione della sicurezza autonoma. Ma il richiamo ai confini riconosciuti a livello internazionale lascia supporre l'intenzione di non mettere in discussione la sovranità di Kiev sull'intero territorio nazionale.

Infine la quarta tappa. Si propone un nuovo accordo multilaterale sulla pace e la sicurezza in Europa, nel contesto dell'Osce e della Politica di Vicinato dell'Unione europea. Di fatto, un riassetto degli equilibri internazionali, a partire dal rapporto tra Unione europea e Mosca. In questo quadro, vengono elencati una serie di priorità da definire: la stabilità strategica, il disarmo e il controllo degli armamenti, la prevenzione dei conflitti e le misure di rafforzamento della fiducia. Oggetto di mediazione, inoltre, anche la definizione di un delicatissimo aspetto postbellico: il ritiro delle truppe russe dai territori occupati. L'obiettivo è quello di riportarle quantomeno allo status quo ante il 24 febbraio 2022, data dell'invasione ordinata da Putin. Questo ritiro sarebbe progressivo, così come progressiva sarebbe la possibile revoca condizionata, parziale, graduale, proporzionale delle sanzioni nei confronti della Russia.

A gestire questa gigantesca mole di impegno diplomatico è il GIF, il Gruppo Internazionale di Facilitazione. L'Italia propone che ne facciano parte Paesi e organizzazioni internazionali, in particolare Onu e Ue. Non è definita una lista completa delle capitali che sarebbero coinvolte, perché l'idea è avanzare una proposta emendabile. Ma si parte dagli Stati che già alcune settimane fa erano considerati "arruolabili" allo scopo: Francia, Germania, Italia, Turchia, Stati Uniti, Cina, Canada, Regno Unito, Polonia, Israele. "Il GIF - è scritto in uno dei passaggi del documento illustrato da Di Maio a New York - favorirebbe attività di monitoraggio, il dispiegamento di contingenti di pace e l'istituzione di missioni di osservatori al fine di assicurare l'attuazione delle varie intese raggiunte dalle Parti con l'assistenza ed il sostegno internazionali". Tra gli altri compiti di questa unità di contatto c'è il coordinamento multilaterale per gli aiuti e per il sostegno alla ricostruzione attraverso "una Conferenza di donatori".

L'obiettivo di Roma, ha spiegato Di Maio a Guterres, è individuare "una soluzione giusta, equa, concordata tra le parti, basata sull'indipendenza e l'integrità territoriale dell'Ucraina". E questo perché "uno dei limiti dei tentativi esperiti sinora è che essi, pur essendo importanti, sono iniziative isolate". Meglio mobilitare diversi "partner internazionali in modo coordinato". Si vedrà quanto la proposta italiana riuscirà a camminare sulle proprie gambe. Di certo, serve a posizionare Roma nella partita diplomatica. "L'Italia - sintetizza il ministro - spinge per una soluzione di pace, e l'Ue deve svolgere un ruolo di primo piano. Draghi su questo è stato netto: vogliamo che l'Ue scelga di essere protagonista".

 

 

 

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Tra latrati di guerra e intenzioni di pace

 CROPNACHE&COMMENTI

“La sicurezza europea dovrebbe essere nelle mani degli europei stessi“

di Aldo Pirone
MacronPapa Francesco aveva detto che forse a innescare ancor più l’ira di Putin e la sua vergognosa aggressione all’Ucraina - guerra pericolosa per la pace in Europa -, era stato anche l’ “l’abbaiare della Nato alla porta della Russia”. In altri termini, l’espansione sconsiderata a est dell’organizzazione militare dell’Alleanza atlantica negli ultimi due decenni. Non aveva torto. A confermare quella considerazione del Papa sono arrivate, l’altro ieri, le parole di Jens Stoltenberg, il laburista norvegese segretario generale della Nato, che si è precipitato a fare il controcanto al tentativo di Zelensky di avviare una trattativa di pace con Putin dicendosi disposto a mettere sul piatto anche la rinuncia alla Crimea. Stoltenberg ha subito gelato Zelensky: “L'annessione illegale della Crimea – ha latrato - non sarà mai accettata dai membri della Nato”.

Per poi aggiungere, bontà sua, che “Saranno però il governo e il popolo ucraino a decidere in maniera sovrana su una possibile soluzione di pace”. Una grande ipocrisia. Poteva starsene zitto per incoraggiare il Presidente dell’Ucraina nella sua apertura, ha preferito politicamente dare una mano a Putin.

A seguire, domenica scorsa, c’è stata la riunione del G7 (Stati Uniti, Gran Bretagna, Germania, Francia, Italia, Giappone). A tenere banco la questione delle forniture energetiche di gas e petrolio dalla Russia. Per ciò che riguarda la guerra, nel silenzio dei tre paesi europei che ne fanno parte, la dichiarazione finale recita: “Il presidente Putin non deve vincere questa guerra contro l’Ucraina”. Senza, per altro, precisare che cosa significhi “Putin non deve vincere” perché su questo, fra alcuni paesi fondatori dell’Europa e angloamericani, le idee e gli obiettivi sono diversi. Il presidente ucraino Zelensky, che ha partecipato al vertice, ha detto che l’obiettivo è che i russi si ritirino da tutta l’Ucraina. Bruciava ancora la randellata assestatagli da Stoltenberg.

Ieri Putin, in occasione della parata della “vittoria” in ricordo della sconfitta imposta al nazifascismo, ha fatto un discorso sottotono, quasi difensivo, sebbene sempre propagandistico e nazionalista. Ha parlato della “operazione militare speciale” come di un atto preventivo per difendere la Russia dall’aggressione Nato che si stava preparando. Ha paragonato l’aggressione all’Ucraina alla “Grande guerra patriottica” contro il nazifascismo. Dimenticandosi che quella vittoria non fu solo russa, ma sovietica. Nell’Armata rossa combatterono tutti i popoli sovietici: uzbeki, kirghisi, tagichi, georgiani, armeni, lituani, estoni, lettoni, yakuzi, bielorussi, ucraini e tante altre nazionalità di cui quella russa fu certamente preponderante, ma non la sola. Alla difesa di Mosca, e alla decisiva vittoria di Stalingrado, per esempio, concorsero in modo determinante i siberiani dell’estremo oriente sovietico. Piegare, per utilità del momento, quel contributo di sangue, oltre 26 milioni di morti, al nazionalismo “grande russo” d’ispirazione zarista è vergognoso e disonorevole per l’esercito russo che ancora porta le insegne della Rivoluzione socialista d’ottobre che fu fatta per liberare i popoli non per opprimerli. Ma, a parte la solita balorda propaganda, Putin non ha fatto quel che si temeva: una dichiarazione di guerra all’Ucraina.

A rialzare le chances di chi nell’Ue vuole una soluzione politica della guerra, è stato Macron che, da Presidente di turno dell’Ue, ha parlato nel pomeriggio all’europarlamento di Strasburgo concludendo la Conferenza sul futuro dell’Europa. “Non dobbiamo cedere alla tentazione dei revanscismi. Domani avremo una pace da costruire” e “dovremo farlo con Ucraina e Russia attorno al tavolo. Ma questo non si farà né con l’esclusione reciproca, e nemmeno con l’umiliazione”. “Non siamo in guerra contro la Russia, - ha precisato - lavoriamo per la preservazione dell’integrità dell’Ucraina, per la pace nel nostro continente. Ma sta soloscholz xi jinping 390 min all’Ucraina definire i termini dei negoziati con la Russia. Il nostro dovere è essere al suo fianco per ottenere un cessate il fuoco”.

Agli angloamericani saranno fischiate le orecchie.
Infine è arrivato l’incoraggiamento della Cina. In un colloquio videotelefonico con il cancelliere tedesco Sholz, il Presidente Xi Jinping ha spronato l’Europa: “La parte europea dovrebbe mostrare la sua responsabilità storica e saggezza politica, concentrarsi sulla pace a lungo termine dell’Europa e cercare di risolvere il problema in modo responsabile”. “La sicurezza europea dovrebbe essere nelle mani degli europei stessi“.

Eh già.

 

 

 

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Solo armi per l’Ucraina?

 CRONACHE&COMMENTI

 La guerra in Ucraina si addentra in una spirale perversa

di Aldo Pirone
ucraina militari 390 minPiù giorni passano e più la guerra in Ucraina si addentra in una spirale perversa segnata dall'escalation di parole, minacce e clangore di armi. Tuttavia bisogna sforzarsi di cogliere ogni elemento che possa portare l'aggressore al tavolo delle trattative prendendo spunto da quanto dice di volere. In questo c'è un interesse dell'Europa che però non riesce a esprimerlo attraverso un'iniziativa politica e una proposta di accordo, o, almeno, il disegno di una sua cornice possibile, distinguendosi dall'interesse americano dominante nella Nato a far logorare Putin nell'avventura e nell'aggressione da lui iniziate.

A dividere potenzialmente l'Europa, almeno la sua parte più occidentale, dall'America di Biden e dalla Gran Bretagna di Boris Johnson, divenuta più zelante del re, è, come ormai assodato, un interesse strategico e geopolitico diverso. La prima è vitalmente interessata alla conclusione della guerra, gli angloamericani a prolungarla. E questo si riflette sull'obiettivo strategico. L'Europa dovrebbe voler battere l'aggressore senza umiliarlo, costringendolo a un compromesso per lui e per la Russia, potenza nucleare, accettabile, che salvaguardi l'indipendenza e la sovranità dell'Ucraina; gli angloamericani, invece, dicono a gran voce di voler dare una lezione a Putin tale da scalzarlo dal trono autocratico su cui è seduto. Senza curarsi più di tanto che così facendo e dicendo rinsaldano ancor più attorno a lui il consenso di cui gode tra i russi, e non solo perché sono disinformati dal regime illiberale, il che è vero, ma anche perché è molto vivo tra loro il senso dell'accerchiamento fin dai primi anni dell’Urss che l'espansione sconsiderata della Nato a est degli ultimi vent'anni non ha fatto che rinfocolare.

Ma vediamo i fatti più rilevanti di questa settimana che sta per concludersi.

Martedì Guterres incontra Putin al Cremlino. Non è un successo. L'autocrate dice che l' "operazione speciale" non può che concludersi con l'acquisizione della Crimea e del Donbass. Non parla di corridoio sud. Naturalmente di Putin non ci si può fidare, le bugie e la menzogna sono insite nella dirigenza russa anche quando era sovietica. Berlinguer diceva che i dirigenti comunisti russi mentivano sempre, anche quando non ne avevano la necessità, così come l'agricoltura non funzionava e le caramelle si attaccavano alla carta. Erano le tre leggi del socialismo reale. Tuttavia Putin ha detto che Donbass e Crimea, sono i suoi obiettivi. Non ha neanche sollevato la neutralità dell'Ucraina. Intanto si parta da quel che ha detto. Zelensky disse che di Donbass e di Crimea si poteva discutere. Certo Putin non può pretendere che l’accettazione dell’annessione di Donbass e Crimea sia la precondizione per iniziare la trattativa con Zelensky o per un immediato cessate il fuoco.

Lo stesso giorno gli Stati Uniti convocano ben 40 paesi a Ramstein in Germania. Non solo paesi della Nato ma anche alleati extra: Giordania, Israele, Liberia, Marocco, Kenya e Tunisia, Svezia, Finlandia, Australia, Nuova Zelanda. Tutti a bordo per indebolire Mosca. Non esce dal raduno una volontà di pace e di trattativa ma solo di propaganda al suono di più armi all'Ucraina fino alla vittoria che spazzi Putin e umili la Russia. Per ricambiare Putin bombarda Kiev con due missili mentre c’è il segretario generale dell’Onu Antonio Guterres in visita da Zelensky. La guerra sta diventando sempre più una sfida fra Usa e Russia, l’Europa sta in mezzo e ne è sempre più schiacciata. L'altro ieri Biden ha annuciato un maxi stanziamento di ben 33 miliardi di dollari di cui 20 solo di armi moderne e sofisticate.

E l'Italia?

Il giorno dopo Ramstein il Presidente Mattarella parla al Consiglio d'Europa. I suoi toni, i suoi richiami alla Conferenza per la sicurezza dell’Europa del 1975 a Helsinki – “Bisogna prospettare una sede internazionale che restituisca un quadro di dignità a sicurezza e cooperazione, sul modello della Conferenza di Helsinki del 1975. Si tratta di affermare con forza il rifiuto di una politica basata su sfere di influenza, proclamando invece la parità di diritti e l’uguaglianza per popoli e persone” - le sue indicazioni di un mondo fondato sul multilateralismo e sulla cooperazione sono diverse e opposte a quelli uscite da Ramstein. “Dialogo, - dice - non prove di forza tra grandi potenze che devono comprendere di essere sempre meno tali”. Non c’è nelle sue parole giustificazione per l’aggressione di Putin o una qualche ritrosia a sostenere la resistenza dell’Ucraina in tutti i modi, ma non c’è l’oltranzismo atlantico di tanti epigoni con l’elmetto di casa nostra. Costoro, sui giornali atlantici, mostrano un certo imbarazzo a darne notizia e a commentarlo. Potremmo dire che Mattarella dà la cornice politica a quella che dovrebbe essere la posizione del governo italiano in questa fase della guerra e anche la piattaforma su cui dovrebbe muoversi l’Unione europea. Non a caso il discorso è a 46 membri del Consiglio, praticamente a tutta l’Europa, salvo la Russia.

Draghi non potrà non tenerne conto quando dovrà presentarsi, al più presto, in Parlamento a riferire qual è la posizione dell’Italia in questo momento. Prima di andare a Washington da Biden e a Kiev da Zelensky; non dopo.

La posizione è solo di mandare armi alla cieca senza obiettivi diplomatici di trattativa e di pace?

Il leader dei pentastellati Giuseppe Conte ha sollevato la questione in modo esplicito. Altri nella maggioranza e nelle forze politiche che ne fanno parte hanno espresso disagio. Nel Pd anche Delrio dice che “è il momento di dare forza alla politica e alla diplomazia, non alla forza delle armi”. E tanti altri con lui.

Non hanno torto.

 

 

 

 

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Con convinzione dalla parte della PACE

GUERRA RUSSIA vs UCRAINA

Pretendere il cessate il fuoco è un diritto dell'umanità

di Ignazio Mazzoli
marcia perugiassisi 390 min“FERMATEVI”, gridava lo striscione di apertura della marcia per la Pace Perugia-Assisi che il 25 aprile di quest’anno ha visto coinvolte decine di migliaia di persone.
Questa iniziativa non è stata fatta conoscere con la necessaria ampia diffusione che tutt’ora merita. Forse perché invitava Russi e Ucraini, insieme, a far tacere le armi, anziché invitare a proseguire “sine die” la guerra? Fino a che... e fino a quando…?

È l’ultimo dei tanti episodi che motivano il malcontento verso l’informazione italiana. Malcontento e disillusione soprattutto di quella maggioranza del popolo italiano che non vuole l’invio di armi anche italiane all’Ucraina con la certa convinzione che questo sostegno è motore di un pericoloso e ingovernabile allargamento del conflitto, che al contrario, politica e diplomazia hanno il dovere di far cessare.
Ora, anche fra gli operatori dell’informazione si sollevano potenti voci di dissenso verso la mancanza di informazioni complete su un conflitto che alcuni giudicano inevitabile e sacrosanto. È questa narrazione televisiva estenuante, a senso unico, di decine di ore al giorno, come avveniva per il covid, ma che in quel caso era motivata dal dover indicare indispensabili condotte di vita corrette, a tutela della salute di ognuno di noi.

Oggi c’è al contrario la diffusione di un dogmatismo per convincerci della bontà delle decisioni governative e della maggioranzaok triincee GettyImages 350 min che sostiene l’esecutivo e che induce molti, troppi operatori a svillaneggiare tutti coloro che non lo condividono, siano essi intellettuali, giornalisti e politici dubbiosi. Emblematiche sono alcune interviste a cui è stato sottoposto il Presidente del M5S Giuseppe Conte che è sembrato, più che un intervistato davanti a giornalisti, un malfattore davanti a poliziotti aguzzini che pretendevano una confessione di reità.

E' avvenuto a “di Martedì” con Giovanni Floris a proposito della necessità di impedire l’aumento in bilancio al 2% delle spese per la Nato in tempi troppo brevi, e più recentemente si è ripetuto con Corrado Formigli che a "Piazza Pulita" di giovedì 28 aprile pretendeva da Conte un atto di fede sull’opportunità dell’invio di armi all’Ucraina anche a fronte dell’apertura di una nuova fase della guerra che oramai si caratterizza per un escalation di cui è difficile pronosticare e prevedere esiti, durata e dimensioni delle forze in campo. E' solo un esempio, ma se ne potrebbero fare ben altri. Insomma, gli interlocutori, che hanno dubbi e contestano le scelte del governo Draghi, vengono incalzati anche con brutalità e sberleffi, cosa che a chi condivide quelle scelte, non avviene.

I Paesi Nato, convocati in una base USA a Ramstein in Germania, si sono riuniti per concordare cosa? L’allargamento della guerra contro lo “Zar” costi quel che costi? Subito dopo Biden chiede al Congresso USA altri 33 miliardi di dollari in aiuti di cui oltre 20 in armi, non solo ma pretende anche contributi dagli alleati. Una somma “proporzionale” a quella stanziata dagli american. Un incubo ci assale. Che guerra ci si deve preparare ad affrontare? E noi che rispondiamo? Consentiamo che altri, gli stati Uniti di Biden decidano per noi? Ma L'Unione europea dov'è?

A questo punto sì, che la cosa ci riguarda tutti quanti molto da vicino, e non soltanto perché le condizioni iniziali dell’intervento italiano furono decise in un contesto totalmente diverso da quello odierno. Alla luce, plumbea, degli ultimi annunci, infatti, non è più accettabile che il nostro Paese proceda come se niente fosse senza interpellare immediatamente il Parlamento. Draghi deve confrontarsi con il Parlamento e i partiti tutti si devono passare la mano sulla coscienza per riconsiderare le loro decisioni.

Ci sono insomma due fronti che la grande informazione di regime si preoccupa di coprire: a) convincere noi italiani che la guerra è giusta e inevitabile; b) bacchettare ogni forza politica che possa far tremare la maggioranza che sostiene Draghi.

Riflettiamo su questo, che mi sembra un vero e proprio misfatto a danno delle opinioni maggioritarie del nostro popolo e del dettato della nostra Costituzione. Il suo articolo 11 stabilisce che “L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali…” la forza del verbo ripudiare è stata più volte ripresa e sottolineata sin dal 24 febbraio, anche se non sempre capìta, ma qui voglio richiamare l’altra affermazione di ripudio: ”come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali” che mi pare assolutamente calzante alla drammatica circostanza che stiamo vivendo e, non va trascurato come fanno i nostri governanti che sembrano soprattutto impegnati ad allinearsi aglitrincee scavate nei giardini di kiev 600 min alleati nordamericani.

Una seconda Helsinki per lavorare concretamente per la Pace

È un conflitto spietato quello che c'è e quello che alcuni profilano è anche peggiore. Urge aprire la strada per il cessate il fuoco e richiede urgentemente la convocazione di una Conferenza di pace internazionale che liberi l’UE e il mondo tutto dalla volontà bellicista dei due contendenti e obblighi loro e i propri alleati a scegliere la via della trattativa con tutte le conseguenze che comporta per i belligeranti. Qui non c’è niente da vincere, c’è solo morte e distruzione (di macerie ce ne sono già troppe). Se si continua così c’è il rischio di una guerra combattuta anche con armi nucleari che comporterebbe la fine del pianeta. Le armi devono tacere per fare posto alle trattative. Impegnarsi a trovare una soluzione negoziale è l'una vera e concreta solidarietà da dare agli ucraini in modo da far cessare stragi e distruzioni spaventose.

In molti, saggiamente, hanno chiesto una nuova Helsinki analoga a quella che si svolse nel 1975. Bene. È un modello da replicare immediatamente impegnando subito grandi potenze: Cina, USA, Russia India e paesi interessati. A parere di molti questo sarebbe un compito che l’UE potrebbe e dovrebbe affrontare dando un giusto e utile contributo, in questa necessaria direzione, con autonomo spirito d'iniziativa che fino ad ora è mancato. Riuscirà a trovarlo?

Una conferenza di tal genere saprebbe pure rispondere alle esigenze di definizione di un nuovo, condiviso, ordine mondiale, che senza mortificare nessuno riesca ad assicurare una pace più stabile e anche meno conflitti locali.

Basta con i luoghi comuni e con gli anatemi. Qui è in gioco la vita di tutti noi. Possiamo aspettare che si decidano Zelensky e Putin? Non bastano i danni che già stiamo subendo e di cui parla così poco la nostra informazione?
Si avvelena il clima chiamando “putiniani” tutti quelli che vogliono discutere e invitare a riflettere sul fatto che stiamo precipitando senza controllo nel baratro di una guerra senza fine.

Aggressore e aggredito, oggi, non vogliono ugualmente la pace, sperando che prolungando la guerra uno vincerà sull’altro e ignorando che nessuno avrà questo premio, ma al contrario raccoglieranno macerie inestricabili, assurde custodi di corpi massacrati in una desolazione senza speranza.

Il tema di come arrivare alla Pace deve diventare centrale e senza alternativesolo la pace 390 min

Abbiamo sentito riecheggiare in queste giornate più volte il reganiano anatema, rivolto oggi a Putin: “Impero del male (in inglese: Evil empire)" che il Presidente degli Stati Uniti Ronald Reagan, pronunciò l'8 marzo 1983 destinandolo all'Unione Sovietica allora guidata da Michail Gorbačëv, ma poi i due s’incontrarono e si parlarono, svolgendo un Summit dal 29 maggio al 3 giugno 1988.

Quanto è cambiato da allora! L’Urss non c’è più. Non c’è più traccia dell’eredità della Rivoluzione d’ottobre. Eltsin e Putin l’hanno relegata in un dimenticatoio e già questo non giustifica più nostalgie di vecchi comunisti e tanto meno millantare spauracchi di guerra di valori. Il capitalismo è negli Usa e nella Federazione Russa. Gli oligarchi (anche con nomi diversi) spadroneggiano dovunque. Chi sente il bisogno ineliminabile di una nuova società più giusta, senza sopraffazioni di diritti e mortificanti diseguaglianze, guardi avanti, continui nelle mutate condizioni a lavorare per conquistarla con studio e volontà di battaglie democratiche.

Qui non c’è una guerra di civiltà da combattere, c’è una civiltà superiore da conquistare ancora con la democrazia e nella Pace. "Il naufragio di civiltà minaccia tutti", ammonisce Papa Francesco il 3 aprile. "Questa è una guerra sacrilega" aggiunge avvisando "L'Unione europea [perché] sia responsabile, [dicendo] no a torbidi accordi". Ancora il Papa il 13 aprile, spiega: “[la] pace ottenuta con forza è solo [un] intervallo tra guerre”.

Perché non si parla di cosa succede a noi? Piuttosto

“Gli eventi scioccanti in Ucraina stanno avendo enormi impatti negativi sull’economia mondiale” e “ci vorrà del tempo per valutare il costo umano, morale ed economico della guerra”. Lo ha detto il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, nel suo intervento al Development Committee della Banca Mondiale e del Fondo monetario internazionale.

Basterebbe questo da solo a farci scegliere la via della Pace. – “La guerra tra Russia e Ucraina sta provocando un’onda anomala di rincari su rincari dei prezzi all’interno del mercato internazionale che continuano a crescere a dismisura, si è scatenata una tempesta perfetta tra l’aumento dell’energia e l’aumento delle materie prime che farà ricadere sulle tasche dei consumatori un sostanziale aumento dei beni di prima necessità, come pasta e pane, oltre alla benzina che è arrivata a superare i 2 euro.” Gli italiani già provati dalla crisi economica provocata dalla pandemia non possono sostenere quest’ulteriore impennata di prezzi.

L'inflazione di oggi allarga la povertà assoluta e falcidia i redditi da lavoro. È già prossima al 6% e richiede misure di sostegno a chi è in difficoltà economiche e a tutti i redditi da lavoro. Il governo saprà intervenire respingendo tutte le ostilità degli imprenditori o se si preferisce dei “padroni”?

Costoro, nei fatti, certo non sono i più disponibile alle scelte di Draghi. Qualche dato: dopo 7 settimane di guerra, solo il 19% degli Stati del mondo ha deciso di rispondere all’invasione dell’Ucraina imponendo sanzioni economiche alla Russia. In questa classifica “negativa” sorprendono per il “non disimpegno” dalla Russia, la Francia (68%) e l’Italia (64%) che si trovano sul podio con percentuali di molto vicine a quelle cinesi, e nettamente più elevate rispetto a quelle tedesche (46%).

Quando capita di sentire “tutto il mondo condanna”, ecco non è tanto vero, le cose non stanno proprio così.

Scrive l’ISPI (Istituto per gli studi di Politica Internazionale https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/tutti-i-buchi-delle-sanzioni-alla-russia-34533) che, solo un terzo delle sanzioni economiche imposte nella storia ha raggiunto i suoi obiettivi. In particolare, l'efficacia delle sanzioni dipende dal fatto che siano non solo forti, ma anche imposte all’unisono da gran parte delle nazioni e delle imprese del mondo, in modo da ridurre la possibilità di scappatoie e partite di giro.

Ecco una piccola prova concreta in un elenco, incompleto certo, di imprese italiane che eludono le sanzioni? Restano in Russia: Buzzi Unichem, Calzedonia, Campari, Cremonini Group, De Cecco, Delonghi, Geox, Intesa Sanpaolo, Menarini Group, UniCredit, Zegna Group. Stanno prendendo tempo Barilla e Maire Tecnimont. Riducono operazioni Enel, Ferrero, Pirelli. Sospendono l’attività: Ferrari, Iveco, Leonardo, Moncler, Prada. Si ritirano Assicurazioni Generali, Eni, Ferragamo e Yoox. E chissà quante altre. (dati ISPI).

Con convinta decisione, chi vuole, continui a servire la causa della Pace senza timidezze né imbarazzi e trovi altri servitori impegnati e generosi, scoprirà orecchie e coscienze attente.
Con buona pace di tutti gli indiavolati guerrafondai.

 

 marcia perugiassisi 650 min

 aggiornato il 2 maggio 2022 alle ore 14,56

 

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Il tentativo del "pensiero unico" è nemico della pace

COMMENTI

L’iniziativa dell’Onu per arrivare alla pace non deve fallire

di Alfiero Grandi
Guterres António Manuel de Oliveira Guterres 390 minÈ evidente il tentativo, in parte riuscito, di creare una sorta di pensiero unico: o con Putin o contro. Una semplificazione binaria che prelude alla coppia amico/nemico. In realtà la situazione ha una complessità non riducibile a questa coppia di opposti, sia nelle ragioni che hanno portato alla guerra che nell’individuare le soluzioni possibili. Con slittamenti successivi nella guerra in Ucraina siamo arrivati ad una situazione pericolosa, che rischia in ogni momento di prendere la mano ai vari protagonisti e di sfociare in un nuovo spaventoso conflitto mondiale e di mantenere in particolare la popolazione ucraina, che sta subendo le conseguenze tremende dell’aggressione russa, ancora nella condizione di vittima delle distruzioni e dei massacri.

La questione centrale era e resta trovare il modo di arrivare ad un cessate il fuoco prima possibile e avviare una trattativa. Obiettivo che le parti in campo a partire da Putin non sono disponibili in questo momento a realizzare. È proprio questa la forza dirompente dell’obiettivo di tregua e di conseguenti trattative di pace. Cessare il fuoco con l’obiettivo di portare soccorso alle persone, di alleviare da subito le pene tremende a cui sono sottoposte, deve essere l’obiettivo principale e la premessa per una trattativa, certamente difficile, per cercare di arrivare ad una pace stabile.

Ci sono alternative?

Le alternative sono altre vittime, altre distruzioni, un progressivo logoramento sociale ed economico dell’Ucraina, della Russia, dei paesi impegnati nel sostegno militare e nelle sanzioni, soprattutto quelli europei, un prolungamento della guerra, semprebandiera ONU 250 min con il rischio in ogni momento di deragliare verso un conflitto mondiale.

Un’alternativa è il rilancio del riarmo convenzionale e nucleare in un clima che rischia di essere peggiore della guerra fredda. Questa è certamente la responsabilità più grave di Putin che ha innescato con l’aggressione all’Ucraina una deriva reazionaria e guerrafondaia nel mondo tra le peggiori dalla seconda guerra mondiale, tanto che sullo sfondo ha fatto comparire la possibilità dell’uso delle armi nucleari. Una tragedia contemporanea.

Anche le trattative tra i contendenti fin qui sono servite a ben poco. Non poteva essere diversamente. Se una tregua, la pace stessa sono possibili debbono passare da un accordo e difficilmente questo può essere il risultato diretto tra i protagonisti del conflitto, perdipiù condizionati negativamente dai lutti della guerra e protagonisti di una guerra mediatica a livelli sconosciuti in precedenza.

Non basta indicare personalità autorevoli, non basta che stati si autocandidino per una mediazione di pace, occorre individuare la sede migliore e conquistare un reale consenso, ottenendo la disponibilità dei protagonisti.

È chiaro che se l’obiettivo è, come ha detto il titolare del Pentagono a Kiev, ottenere un annichilimento della Russia, l’obiettivo non è fare cessare la guerra prima possibile, ma farla durare a lungo, sostenendo con armi sempre più potenti l’Ucraina. Eppure sappiamo quanto peso abbiano avuto sentimenti di frustrazione nelle avventure politiche e militari in passato. Non a caso anche nel motivare l’invasione dell’Ucraina sono state portate ragioni di questo tipo.

È stata derisa per troppo tempo e con faciloneria la proposta di mettere in campo l’Onu come sede per affrontare la crisi Ucraina e trovare una soluzione immediata per cessare le ostilità, soccorrere le popolazioni, arrivare ad un vero negoziato di pace. Ovviamente c’è ostilità verso il ruolo dell’Onu da parte della Russia che ha aggredito l’Ucraina, forte del suo diritto di veto. Anche l’Ucraina ne ha sbeffeggiato il ruolo chiedendosi se non era preferibile sciogliere l’Onu per inutilità, sia pure come battuta polemica.

È da molto tempo che le grandi potenze – e quelle medie – hanno trovato conveniente indebolire la sede Onu, decidendo unilateralmente su guerra o pace, arrivando perfino a strangolarne il finanziamento, come hanno fatto gli Usa.

Quando l’Onu ha discusso brevemente sull’Ucraina è stata in realtà una passerella della propaganda dei protagonisti. Di più, l’assemblea è stata usata per escludere la Russia dal Consiglio per i diritti umani, anziché utilizzarla per tentare in ogni modo di aprire un difficilissimo quanto indispensabile confronto tra i protagonisti della guerra e i soggetti a vario titolo coinvolti. Eppure Luigi Ferrajoli aveva lanciato una proposta forte: convocare l’assemblea generale dell’Onu in modo permanente sulla guerra in Ucraina, per cercare in ogni modo di arrivare al cessate il fuoco e di avviare una trattativa per trovare una soluzione di pace. Ovviamente il presupposto è che i membri dell’Onu mettano avanti a tutto l’obiettivo di fermare la guerra.bandiera ONU 250 min

L’Onu non ha truppe sue, non è una super potenza ma rappresenta una forza quando gli stati membri, a partire dai più importanti, mettono le sorti del pianeta e dell’umanità avanti a tutto, avanti ai loro interessi immediati.

Il segretario generale dell’Onu Guterres andrà ad incontrare Putin e Zelensky per sondare la possibilità di arrivare almeno ad una tregua. Bene, è un’iniziativa necessaria, ma fa impressione il silenzio, la solitudine, perfino i rimbrotti che accompagnano questa iniziativa. Se le iniziative riguardano le armi gli applausi si sprecano, se si parla di pace è il contrario. È un grave errore che non sia venuto un immediato, corale, forte incoraggiamento a sostegno di questa iniziativa, che è destinata a fallire se le potenze più importanti del pianeta non daranno il loro contributo. Per ora la Russia insiste nell’aggressione, gli Usa si sbracciano a inviare armi sempre più letali a sostegno dell’Ucraina, come Gran Bretagna e Europa, e non risulta incoraggino questa iniziativa, l’Ucraina ha rimbrottato il segretario generale. La Cina si tiene lontana come è ben indicato da quanto detto con un apologo Xi a Biden: chi mette il sonaglio al collo della tigre ha il compito di toglierlo. Altre potenze più o meno importanti tentano una mediazione per loro troppo impegnativa o si tengono lontane da un impegno per mettere fine alla guerra in Ucraina.

Perché l’Onu è importante?

Perché potrebbe internazionalizzare la soluzione della guerra in Ucraina e quindi tutti i paesi del pianeta potrebbero contribuire, poco o tanto, ad affrontare e risolvere con maggiore oggettività questa gravissima e rischiosa crisi. Nella consapevolezza che se questa guerra non viene fermata è forte il rischio di un’escalation militare, che potrebbe coinvolgere direttamente le grandi potenze militari, con tutte le conseguenze del caso, ben rappresentate dalla frase del manifesto degli intellettuali del 1954, ricordata da papa Francesco: l’umanità è al bivio tra autodistruzione o distruzione delle soluzioni militari.

L’Onu è l’unica sede internazionale esistente, frutto del sogno dei vincitori della 2° guerra mondiale contro il nazifascismo per costruire un mondo senza più guerre terrificanti. La sua crisi è frutto della deriva di grandi potenze che, immemori della scelta iniziale, hanno voluto decidere unilateralmente della guerra e della pace, lasciando lutti, instabilità. Non uno dei conflitti importanti nel mondo si è risolto con una nuova stabilità. Vogliamo fare l’elenco, dall’Afghanistan, allo Yemen, alla Libia, delle guerre irrisolte? dei guasti tremendi per la vita delle persone e le enormi distruzioni? Il mondo è sempre meno aperto, meno globale.

Solo alcuni mesi fa il sogno era cooperare a livello mondiale per salvare la vita sul pianeta di fronte alla crisi climatica, al rischio di estinzione dell’umanità stessa. Oggi una parte dell’umanità sta agendo in modo da prefigurare il rischio della sua estinzione attraverso una guerra distruttiva, se dovesse andare fuori controllo lo scontro in Ucraina. Macron ha detto che l’Europa deve non solo sostenere gli Ucraini contro l’invasione russa ma anche lavorare per interrompere le ostilità e impegnarsi nella trattativa per la pace, ha prefigurato un ruolo autonomo dell’UE per arrivare alla pace.bandiera ONU 250 min

L’iniziativa di Guterres non deve fallire.

La sede Onu è la migliore possibile per tentare di superare questa crisi, la più grave da decenni, la più foriera di sviluppi imprevisti e drammatici. La grandi (e medie) potenze hanno il dovere di sostenere questa iniziativa dell’Onu. L’idea che i contendenti possano arrivare alla pace direttamente, senza una mediazione è campata in aria, che la mediazione possano farla paesi volenterosi più o meno con interessi in campo è destituita di fondamento, come si è visto.

Resta la sede Onu per sbloccare la situazione, ma ha bisogno di avere le potenze mondiali a sostegno della sua iniziativa, mentre oggi troppi lavorano contro. Per questo occorre fare crescere un largo, forte movimento per la pace, con l’obiettivo di impedire che le grandi potenze continuino a decidere unilateralmente e vengano spinte a favorire trattative e mediazione.

Per questo occorre fare crescere il sostegno al rappresentante dell’Onu, combattendo scetticismi e perfino dileggio, che hanno l’unico scopo di fare fallire questa iniziativa e continuare la guerra e la via delle forniture di armi.

 

united nations 700 min

26 Aprile 2022
Alfiero Grandi su www.jobsnews.it

 

 

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Ideologie di guerra: denazificare l’Ucraina?

 GUERRA RUSSIA-UCRAINA

 Qui non è in gioco uno scontro ideologico ma geopolitico

di Fausto Pellecchia
trincee nel Dobass 390 minNella “selva oscura” della disinformatia che ricopre l’invasione russa dell’Ucraina, accanto alle notizie frammentarie delle agenzie di stampa e dei reporter inviati al fronte, prolifica un inestricabile intreccio di fake news, manipolazioni propagandistiche e utopistici appelli per un immediato “cessate il fuoco” e per l’avvio dei negoziati, puntualmente disattesi e rigettati dallo zar del Cremlino. In questo clima di impenetrabili mistificazioni che dilaniano le già disiecta membra della sinistra italiana , croce e delizia dei “complessisti” nostrani, si innalza il vociare confuso degli intellettuali che si autoproclamano “pacifisti ad oltranza” il cui esasperato “problematicismo” viene spacciato come feconda, superiore equidistanza dalla narrazione corrente, a sostegno di una cultura del dubbio e dell’interrogazione critica rivolta alle dogmatiche certezze del cosiddetto pensiero unico.

Ora è del tutto evidente che tutti noi vogliamo la pace, ma gli appelli astratti alla pace non bastano: la “pace” non è più un termine che ci permetta di tracciare una linea di divisione essenziale. Resta infatti aperta la questione delle condizioni che rendano fin d’ora possibile una trattativa negoziale tra le parti in conflitto in grado di preparare nel prossimo futuro una pace duratura. È facile obiettare, infatti, che la “pace” di cui si fa parola come obiettivo ideale universale ha conosciuto nel ‘900 accezioni semantiche spesso discordanti e contraddittorie. È certo innegabile che gli eserciti occupanti desiderano sinceramente la pacificazione dei conflitti sul territorio che è stato militarlmente (e illegittimamente) occupato. Ad esempio, Israele vuole la pace in Cisgiordania, la Russia è in “missione speciale” per la pace in Ucraina. Giustamente, Etienne Balibar ha affermato in maniera volutamente brutale e provocatoria: “Il pacifismo non è un’opzione”. Nei primi decenni del sec. XX, Lenin pensava ancora che una grande guerra avrebbe potuto creare le condizioni di una rivoluzione; a distanza di un secolo, al contrio, abbiamo bisogno di una specie di rivoluzione per impedire la prosecuzione della guerra. Bisogna prevenire l’apocalisse di nuova Grande guerra , ma il solo mezzo per pervenirvi passa attraverso una mobilitazione totale contro la finta “pace” di oggi, che non può non incoraggiare guerre locali disseminate nelle zone “calde” del pianeta. Tanto per citare un dato significativo: dopo la caduta dell’URSS, Cuba ha proclamato un “Periodo speciale in tempo di pace”, nel quale si recensiscono le eventuali condizioni delle guerre locali (fredde o calde che siano) in un tempo di pace. Ed è forse questa l’espressione che vorremmo impiegare oggi: siamo sul punto di entrare in un periodo specialissimo del tempo di pace, che si presenta come una prosecuzione della guerra fredda nella forma di una “pace calda”, cioè di una guerra ibrida permanente.

Un dato ci pare tuttavia innegabile: certo: fino alla guerra attualmente in corso, la grande maggioranza delle persone in UcrainaUcraina guerra 390 min era bilingue, passava disinvoltamente dal russo all’ucraino e viceversa. L’invasione russa ha favorito non solo il ricompattarsi sul piano politico dell’Europa occidentale, ma ha altresì ridato uno slancio formidabile a ciò che la Russia rifiuta, cioè all’esistenza di una identità ucraina radicalmente distinta dall’identità russa. È la prosecuzione del processo di “ucrainizzazione” represso fin dal 1920, all’epoca della costruzione dell’URSS, e che ritorna un secolo dopo, questa volta con una differente connotazione politica.

È in questo snodo epocale che si inserisce la “vexata quaestio” della nazificazione dell’identità ucraina che la Federazione Russa ha assunto come comodo alibi per giustificare l’invasione militare, presentandola come una operazione militare di denazificazione, perfettamente omologa all’ “esportazione della democrazia” come finalità perseguita dagli USA e dagli Stati europei per giustificare gli interventi in Kossovo, in Afghanistan, in Iraq, Libia ecc.
Certamente, non si può sottacere che alcune azioni compiute dai governi ucraini e da alcuni Stati baltici nel corso degli ultimi decenni sono addebitabili all’insorgenza dell’ideologia nazista: esemplare è stata la riabilitazione di molti collaborazionisti (nelle liquidazioni di massa di ebrei e di prigionieri russi), celebrati come eroi tutelari della resistenza anticomunista. Il neonazismo di alcune formazioni ucraine, infatti, ha avuto, innanzitutto e per lo più, un significato reattivo, presentandosi come viatico simbolico dell’emancipazione politica dell’Ucraina dal dominio dell’Unione Sovietica, e successivamente, dopo la caduta dell’URSS, come veicolo dell’identità nazionale ucraina in funzione antirussa.

Per evitare un fatale fraintendimento, questi trascorsi non implicano nessun tipo di relativismo assolutorio dell’invasione russa, l’olimpica equidistanza sancita dall’adagio populista “nessuno ha le mani pulite…”. La Russia ha compiuto un atto orribile e inimmaginabile: ha brutalmente attaccato un paese indipendente, macchiandosi di crimini di guerra contro la popolazione civile. Questa è la verità dalla quale, salvo ipocriti scivolamenti ideologici, non è possibile né lecito discostarsi.
Nella sua brillante analisi degli imbrogli delle rivoluzioni europee moderne che sono poi sfociate nello stalinismo, il filosofo Jean-Claude Milner insiste sul fossato radicale che divide l’esattezza (= la verità fattuale, la precisione dei fatti) e la Verità (la Causa per la quale ci impegniamo) : “Quando si ammette la radicale differenza tra esattezza e verità, resta una sola massima etica: non contrapporle mai. Non fare mai dell’inesattezza e della mistificazione il mezzo privilegiato degli effetti di verità. Il che equivale a non trasformare mai questi effetti in sottoprodotti della menzogna. Non fare mai del reale (e della sua indistricabile “complessità”) uno strumento di conquista della realtà”.

Molti analisti fanno risalire quello che sta accadendo in Ucraina in queste ore alle proteste antirusse e pro-Europa di piazza Maidan del 2014. In quella piazza erano presenti anche non pochi esponenti di forze di estrema destra, se non espressamente neonaziste. Che ruolo hanno svolto allora queste forze?
In verità, con la rivolta di Maidan, il panorama del nazismo ucraino si è alquanto frastagliato. Tradizionalmente la formazioneok triincee GettyImages 350 min egemone in quest’area politica è il partito neonazista Svoboda, la formazione più antica, fondata nel 1991 quando si chiamava Partito Socialnazionalista d’Ucraina. È però a partire dal 2004, quando ha assunto la denominazione Svoboda, che ha iniziato a rafforzarsi. Il suo logo è una runa utilizzata dalle SS come mostrina militare (il gancio di Lupo), che è anche un simbolo del neofascismo e neonazismo a livello mondiale, spesso utilizzato in Italia per esempio da Forza Nuova e da Casa Pound. Il loro primo exploit avviene nelle elezioni parlamentari del 2012. Si tratta del periodo in cui si consolida la virata verso la Russia dell’Ucraina con Yanukovich che ha avuto un ruolo di primo piano dal 2002 ed è diventato presidente dell’Ucraina dal 2010 al 2014: una sorta di eterno leader di grande fedeltà putiniana. Risale a quel periodo, per esempio, l’accordo di Kharkov che concedeva ai russi delle basi navali, come quella di Sebastopoli. È qui che inizia la forte polemica antirussa, perché si aveva la sensazione di un paese quasi occupato dai russi. Svoboda cavalcò l’opposizione a Yanukovic auspicandone anche più volte l’impeachment e chiedendo per esempio di chiudere le basi navali russe aperte con l’accordo di Kharkov. Nel 2012 questa campagna antirussa molto brutale fruttò il 10,4% dei voti con 38 deputati. A Maidan poi faranno la parte del leone, tanto è vero che dopo la rivolta diventano in breve tempo una delle forze a sostegno del governo provvisorio, ottenendo dunque un riconoscimento politico da parte del post-Maidan. Stiamo parlando di un partito autoritario, neonazista, omofobo, xenofobo, che sostiene il diritto di portare le armi, chiede l’abolizione dell’aborto ecc..

Già a partire dal 2010, i dirigenti di Svoboda compiono una radicale svolta ideologica, diventando sostenitori dell’entrata dell’Ucraina nella NATO, in funzione naturalmente antirussa. Ed è canalizando questo diffuso sentimento antirusso che si rafforzano e riescono ad entrare nel governo provvisorio. Ma si tratta di una bolla destinata a sgonfiarsi presto. Poroshenko li caccia via rapidamente e questo rappresenta la fine di Svoboda che alle elezioni del 2019 si colloca appena al 2,15% dei suffragi ottenendo un solo deputato, il loro leader Oleh Jaroslavovyč Tjahnybok. Anche se è ancora presente in alcuni parlamenti regionali ed è piuttosto radicata in un quartiere di Kiev, stiamo dunque parlando di un partito oggi molto piccolo, che però è stato molto abile a capitalizzare il sentimento antirusso grandemente diffuso in Ucraina.

Il rapido tramonto politico di Svoboda è stato in seguito surrogato dalla nascita della formazione paramilitare e neonazista di Pravy Sektor. Si tratta di milizie informali, tollerate se non addirittura sfruttate dall’esercito ucraino per contenere i separatisti, piuttosto ben equipaggiate (da chi non è dato sapere…) e che ricevono rinforzi anche da combattenti neonazisti provenienti dal resto d’Europa. Un ruolo centrale nel ventaglio delle milizie informali, impegnate nella resistenza ucraina all’invasione russa, è occupato dal famigerato battaglione Azov, la cui composizione è costituita da gruppi volontari provenienti da partiti e movimenti politici legati all'estrema destra ucraina e integrati da volontari d'ispirazione nazifascista e neonazista provenienti anche da diversi paesi europei tra cui Italia, Francia, Spagna e Svezia. che si sta accreditando come una delle principali forze della resistenza ucraina all’invasione russa.

La Russia, intervenendo attraverso i suoi accoliti in Bosnia e in Kosovo e Lavrov una volta ha detto che l'unica soluzione definitiva sarebbe smilitarizzare tutta l'Europa, e dopo provvederebbe la Russia a mantenere la pace con interventi umanitari occasionali. Teorie del genere abbondano nella stampa russa: Dmitrij Evstafiev, commentatore e opinionista politico, ha dichiarato in un'intervista a un giornale croato: "È nata una nuova Russia che vi dice senza mezzi termini che nolaltra verita di Odessa non incidente ma stragen percepisce voi, l'Europa, come un partner. La Russia ha tre partner: Stati Uniti, Cina e India. Voi per noi siete un trofeo da dividere fra noi e gli americani. Non avete ancora capito questa cosa, ma ci stiamo avvicinando". Dal canto suo, Dugin, il filosofo di corte di Putin, ha ancorato questa posizione a una curiosa versione del relativismo storicista: "Il postmodernismo dimostra che ogni cosiddetta verità dipende dal crederci oppure no. Noi crediamo in quello che facciamo, crediamo in quello che diciamo. E questo è l'unico modo di definire la realtà. Abbiamo la nostra verità russa specifica, che voi dovete accettare. Se gli Stati Uniti non vogliono dare il via a una guerra, devono riconoscere che non sono più un padrone unico". E con la situazione in Siria e in Ucraina, la Russia dice: "No, non siete più voi che comandate. Questa è la questione di chi governa il mondo. Solo la guerra può realmente decidere".

D’altra parte, i gruppi neonazisti superstiti, dopo la svolta atlantista ed europeista, per quanto solo strumentale in chiave antirussa, si allonanano sempre più dalle altre forze di estrema destra europee. Infatti, tutte le forze che erano state loro alleate fino ad allora – da Fiamma Tricolore e Fratelli d’Italia a Forza Nuova, passando per il British National Party e al Partido Nacional Renovador portoghese – erano tutti fortemente anti-Nato e, a partire più o meno dal 2014, filo-Putin. È in quel momento, infatti, che si crea questa nuova famiglia sovranista europea affascinata da Putin, che va da Salvini a Le Pen. Non si tratta però di un fascino puramente ideologico: dietro ci sono anche precisi interessi: basti pensare all’associazione filoleghista di Amicizia Italia Russia fatta da imprenditori lombardi o ai chiacchierati legami di Salvini con il mondo russo o ancora all’enorme fideiussione che, è emerso, ha avuto Le Pen per ben due campagne presidenziali da parte di finanziarie russe. Per non parlare nel 2019 dello scandalo che ha coinvolto il sovranista austriaco Christian Strache e alcuni oligarchi russi, costatogli la fine della sua avventura di governo.

Perciò, nonostante la svolta ideologica, alla luce dell’invasione dell’Ucraina - che naturalmente rinfocola i sentimenti antirussi della popolazione- queste formazioni non possono realisticamente aspirare a ricoprire un ruolo di primo piano come ai tempi del Maidan. È sufficiente tener conto della forte disparità delle forze in campo: un conto è scontrarsi sulle barricate con la polizia a Maidan o anche con le milizie filorusse nel Donbass, tutt’altra cosa è affrontare l’esercito russo, la sua artiglieria pesante, la sua aviazione e le sue dotazioni missilistiche.
Del resto, formazioni e gruppi neonazisti si sono radicati anche in Russia, a partiree dalla regione del Donbass, come il battaglione mercenario “Wagner” che affianca l’esercito russo e come è testimoniato dalle teorie xenofobe sulla necessità di una pulizia etnica, preparata dai sogni pericolosi dei poeti e dei pensatori (nel caso della Russsia, dai libri del teorico nazionalista Alexandre
nuevo orden pax mundi 390 minDouguine e i film di Nikita Mikhalkov.

Perciò niente di meno attendibile di ciò che la retorica ideologica di Putin rivendica come la principale motivazione per giustificare l’ invasione: quella di voler “denazificare” l’Ucraina con metodi che appaiono contigui al medesimo ceppo ideologico nazi-fascista, in chiave imperial-nazionalista. La sublimazione di questa nuova “grande guerra patriottica”. Nel discorso di Putin l’epoca zarista, l’Unione sovietica e la sua coatta pacificazione autocratica si uniscono nella grande narrazione storica del secolare imperialismo russo.

Ma questo disegno egemone non ha alcun rapporto con la pretesa “denazificazione” dell’Ucraina, che non è affatto nazificata, pur avendo certamente una presenza di forze neonaziste. Qui non è in gioco uno scontro ideologico ma geopolitico. Del resto, chi potrebbe legittimamente invocare un’operazione di “defascistizzazione” dell’Italia dove le forze di estrema destra, alimentate e protette da partiti come Fratelli d’Italia e la Lega (che riscuotono oltre il 40% dei consensi)? Resta peraltro inevasa la domanda fondamentale: che cosa spinge i paesi dell’ex patto di Varsavia, insieme ai paesi di antica neutralità come la Svizzera, la Finlandia, la Svezia a chiedere l’ingresso nella Nato, se non il terrore di essere assorbiti nell’orbita della Federazione russa, sacrificando la loro indipendenza e la loro costituzione liberal-democratica?

 

 

 

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Progrom, Ucraina, Polonia

STORIA

Una pagina della Storia all’insegna della efferatezza, tenuta in disparte e che oggi affiora grazie alla rete

di Michele Santulli
Marc Chagall Ebreo errante IlSecoloXIX 390 minPogrom è una parola russa che significa, si legge in rete, violenta sollevazione popolare, massacri, saccheggi,   da parte di una maggioranza contro una minoranza, con l’inerzia, non sempre, delle autorità. L’odio verso gli Ebrei risale agli inizi della storia e alle crociate e così le persecuzioni: la colpa imputata era la Crocifissione di Cristo; nei secoli successivi in tutta Europa subentrarono altre motivazioni e nuovi pretesti: soldi, invidia, il diverso, ecc. Basta sovente un gaglioffo insolvente che eccita e aizza la gente. Mostruose le persecuzioni e le prevaricazioni nel 1400 e 1500  in Spagna, i più feroci e spietati:  escogitarono tutti i mezzi  per ‘purificare il sangue spagnolo’ dalla presenza giudea  e da quella araba, un totale  di almeno ottocentomila soggetti,  una fetta sostanziale della economia e della cultura nazionali, da secoli,  perfettamente integrati nella società: eppure  spietatamente perseguitati e scacciati dal paese, tutti. Alla medesima epoca, con a capo il monaco domenicano Torquemada, assurto a simbolo di atrocità ed empietà, entrò in  attività la famigerata  inquisizione,  dovunque nell’Europa cattolica. Nei medesimi anni impiantarono  i cosiddetti ghetti dove venivano costretti gli Ebrei, nei quartieri più degradati delle città.  Un secolo più tardi sotto Luigi XIV il cosiddetto Re Sole, altre persecuzioni e massacri contro Ebrei e altre minoranze religiose, nel segno questa volta di ‘un re, una patria, una religione’. Perciò continue fughe nei luoghi meno fondamentalisti: Anversa, Amsterdam, Francoforte sul Meno, Colonia, Duesseldorf e poi in grande numero verso l’Europa orientale. Fu nei paesi dell’Est Europa che dal 1450 e poi continuamente, avvenne la diaspora, cioè la fuga dai persecutori: i più ‘ospitali’ furono la Polonia poi divenuta in gran parte Russia, la Ungheria, la Romania, anche la Bulgaria e poi gli Stati Uniti: qui le confessioni religiose erano varie, non solo cattolicesimo.

Ma pure in questa parte d’Europa non ci fu  pace per gli Ebrei  e le persecuzioni si comincia a chiamarle  pogrom, erano frequenti, centinaia, di solito di lieve entità, per i pretesti più vari. Il primo, rilevante, fu l’assalto al ghetto di Francoforte sul Meno: una folla incattivita e invelenita, debitrice di soldi verso gli Ebrei, capeggiata da un pregiudicato anche lui debitore, assalì gli Ebrei, smantellarono le attività e li costrinsero alla fuga, così distrussero o recuperarono tutte le obbligazioni firmate o i pegni dati a garanzia. Era l’agosto del 1614, poi molte altre sollevazioni ovunque nella Germania pur se limitate a pochi individui, poi più nulla fino al Nazismo. Terribilmente sanguinosi invece si registrano pogroms  già agli inizi del 1600  in  Polonia e in Ucraina, russa, dove furono massacrate e seviziate  centomila persone, la maggioranza Ebrei, pari a un terzo delle presenze nei due paesi

Data fatale è marzo 1883, l’assassinio dello Zar  di Russia, di cui falsamente fu incolpata una comunità ebraica, che diede inizio ai pogroms veri e propri in Russia ed esattamente in Ucraina per i motivi più disparati, soprattutto per soldi. Altre violenze in Slovacchia e Moldavia. E’ nel corso del 1900 che si verifica l’apocalisse della comunità ebraica, soprattutto  in Polonia e nella Ucraina russa.

Durante la guerra civile russa, dopo ottobre il 1917,  si contarono migliaia di pogrom come si legge in rete, in prevalenza da parte di  nazionalisti ucraini:  uccisi tra 50.000 e 200.000 ebrei, si contarono, circa 200.000 feriti o mutilati, migliaia di donne violentate, circa 50.000 vedove: un aspetto terribile e esecrabile fu: circa  300.000 bimbi  orfani!! Il grande pittore Chagall raccontava con commozione e terrore della sua esperienza giovanile di insegnante presso quegli orfanotrofi.

Nel marzo 1920 a Tetiiv, piccolo centro dell’Ucraina centrale,  nel corso di un pogrom durato 10 giorni, i nazionalisti  diedero fuoco ad una sinagoga affollata, uccidendo almeno 1.100 persone. La cronaca registra che dal 1917 al 1920 in Ucraina si ebbero circa 60.000 vittime. Prima della II guerra mondiale a Leopoli, oggi Ucraina, abitata da polacchi e ucraini,  maggioranza cattolica,  vivevano circa 200.000 ebrei: nel 1944 quando vi entrarono i russi liberatori, solo 200/300 vivi!  

A Odessa, anche Ucraina, sul Mar Nero, dove già negli anni precedenti numerose sollevazioni avevano devastato i quartieri ebraici, il 22-24 ottobre del 1941 e giorni successivi i rumeni in prevalenza con la partecipazione dei locali fucilano o bruciano migliaia e migliaia di inermi ebrei, le strade della bella città grondarono sangue: una città, Odessa, con un’impronta culturalmente ebraica, alla stregua di Vienna e di Berlino, con quasi 200 mila ebrei:  quando  i russi il 10 aprile 1944 liberarono  la città dai nazisti e compagni, trovarono, scrive la cronaca, solo 703 ebrei vivi!  

Ancora agli inizi della II Guerra Mondiale anche nella Polonia cattolica circa 250.000 ebrei furono vittime in vari pogroms!

In realtà la Polonia e la Ucraina russa evidenziavano le comunità ebraiche più numerose, perfettamente integrate nella popolazione.

Il 10 luglio del 1941 almeno 340 ebrei polacchi, tra uomini, donne e bambini, furono assassinati nel pogrom di Jedwabne in Polonia: la popolazione polacca  pretestuosamente massacrò e poi bruciò vivi una quantità di ebrei, dicono 340, in realtà, scrivono i ricercatori, almeno duemila, per odio contro il diverso.

Vicino a Kiev, Ucraina, si trova Babij Jar,  un enorme burrone, più di una Rupe Tarpea romana, molto più delle  Fosse Ardeatine: qui tra il 29 e il 30 settembre 1941 furono gettati i corpi di 33.771 ebrei, da nazisti  con la partecipazione di reparti ausiliari ucraini. Migliaia di persone, tra cui donne, bambini e anziani, furono condotte e uccise a Babij Jar anche nelle settimane e nei mesi successivi,  assassinate a sangue freddo altre minoranze. Gli ebrei di Kiev sterminati furono catturati in retate, dopo le denunce della popolazione locale. Alla fine della carneficina, si contarono duecentomila morti, metà dei quali a Babij Jar.

Nel 1946 e 1947, a guerra finita, gli ebrei scampati ai campi di concentramento trovarono  morte violenta che li aspettava in Ungheria e in Slovacchia, particolarmente odioso l’eccidio di Kielce del luglio 1946, in Polonia, dove la popolazione massacrò e bruciò vivi nelle abitazioni qualche migliaia di Ebrei, per impossessarsi dei beni, non solo per odio.   

Gli ebrei tutti abbandonarono la Polonia: in Ucraina oggi della ricca e colta e industriosa comunità originaria di qualche milione, si contano circa quattromila Ebrei! Tutti sterminati! Con la nascita dello Stato ebraico nel 1948, si calcola che almeno 250.000 Ebrei sfuggiti alle carneficine dei pogroms, abbiano abbandonato l’Europa orientale e tornati nella “terra promessa”.

 

 

 

 

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