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"Sinfonia di una vita" di Agata Garofali

LIBRI

Intervista rilasciata ad Angelino Loffredi

sinfonia di una vita 356 minAbbiamo incontrato Agata Garofali a Ceccano, alla presentazione del suo ultimo libro, il romanzo dal titolo “Sinfonia di una vita” e gentilmente l’autrice ha risposto ad alcune nostre domande. .

Il sottotitolo del romanzo parla di un uomo, chi è questo Agostino John Sinadino?
E’ un poeta ancora sconosciuto in Italia che vive tra la fine dell’Ottocento e la metà del Novecento. E’ il figlio di una danzatrice italiana e di un banchiere greco egiziano che, avendo capitali in Inghilterra, partecipa come investitore alla realizzazione del Canale di Suez. Sinadino nasce al Cairo e in gioventù conduce un’esistenza dorata, conosce e frequenta le menti più interessanti e creative del suo tempo, poeti come Ungaretti, D’Annunzio, Marinetti, musicisti e cantanti di successo.

Perché un romanzo per parlare della vita di Sinadino?
Avrei potuto, come nei miei precedenti scritti, realizzare uno studio storico, una biografia di Sinadino, invece ho voluto sperimentare una nuova tipologia di scritto, ho voluto far parlare direttamente il poeta dandogli il ruolo di protagonista della sua vita anche nel romanzo. Più che il personaggio di cultura, mi ha interessato conoscere l’uomo, quello di tutti i giorni, l’amico, il parente, il marito, l’uomo singolare, il cosmopolita e incompreso che vive una vita talmente atipica e particolare da sembrare essa stessa un romanzo. Ho fatto in modo che pensasse, ricordasse, rivivesse, dal suo punto di vista, tutta la sua esistenza, scoprendo le esagerazioni da una parte e le sue insicurezze dall’altra.

Qual è il motivo che l’ha portata a scrivere su questo personaggio?
Perché il romanzo parla di un poeta che ha a che fare con la nostra cittadina, infatti ha sposato una splendida ragazza ceccanese e ha vissuto a Ceccano, con lei, per ben 6 lunghi anni nel primo decennio del secolo passato. Ho voluto prima di tutto divulgare la vicenda di Sinadino, sconosciuto ai più, e far riemergere un pezzo di storia ceccanese completamente dimenticata. Così, riportando alla luce le orme di Sinadino e di sua moglie Angela prendono vita altri personaggi esistiti e vicende realmente avvenute a Ceccano. Ma questa strana coppia non ha radici, viaggerà moltissimo in Europa, in America e in Egitto. Non aggiungo altro e auguro a tutti buona lettura!

“Sinfonia di una vita”. Perché questo titolo?
Il poeta ama la musica e la musica lo ha accompagnato durante tutta la sua esistenza. Così ho immaginato la sua vita come lo spartito musicale di una sinfonia che, dal Preludio giunge al Finale, passando attraverso vari movimenti musicali Lo stesso disegno della copertina prende in esame gli elementi caratterizzanti la vita del protagonista: la musica, la poesia e i viaggi. Nel romanzo trovano posto anche alcune poesie dedicate alla moglie tanto amata, sono vibranti di emozioni, palpitanti di musicalità e racchiudono in sé tutti gli elementi del futuro Decadentismo europeo.

Questo romanzo non è la prima pubblicazione, quando ha cominciato a scrivere?
Non saprei dire, o direi da sempre perché sin da bambina scrivevo, mi piaceva fermare sulla carta i miei pensieri, quasi riuscivo ad esprimermi meglio per iscritto che verbalmente. Mi sono laureata alla Sapienza in Lettere Moderne e successivamente ho iniziato la carriera di insegnante negli istituti secondari superiori. Intanto continuavo a scrivere tesine, racconti, testi teatrali su argomenti storici e d’attualità. La mia prima pubblicazione dal titolo “Un gendarme del Papa al tempo di Garibaldi” risale al 2012, in concomitanza con i festeggiamenti per i 150 anni dell’Unità d’Italia. E’ una ricerca storica che vuole far conoscere alle nuove generazioni le mille difficoltà affrontate dagli uomini umili, provenienti da luoghi e storie diverse, per diventare italiani. Nel 2018, con il collega Vittorio Ricci ho pubblicato “La Vergine del Fiume” che illustra dal punto di vista storico, artistico e culturale il millenario Santuario ceccanese di Santa Maria del Fiume e, nel 2019, il supplemento al libro “Breve storia della devozione mariana a Ceccano”.

Ha già in cantiere altri lavori?
Ad Agosto sarà pubblicata da una casa editrice romana un’ antologia di scritti dal titolo “Ciociari per sempre” che contiene anche un mio racconto ambientato a Ceccano. Inoltre il drammatico momento che stiamo vivendo mi ha portato a ripensare agli eventi della seconda guerra mondiale che mio padre visse in prima persona in Nord Africa. Sto facendo ricerche sui suoi anni di prigionia in Inghilterra prima di rientrare in Italia nel 1946.

 

*Agata Garofali, laureata in "Lettere moderne" ha insegnato presso l'Istituto Tecnico Economico di Ceccano, dove vive. Ha scritto anche Oltre a "Sinfonia di una vita. Agostino John Sinadino" ha scritto "Un gendarme del papa al tempo di Garibaldi" , "La Vergine del Fiume. Il Santuario di Santa Maria del Fiume in Ceccano tra storia, arte e culto popolare" e “Breve storia della devozione mariana a Ceccano”.

 

 

 

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Il più alto disprezzo dei russi per la vita umana e l’indotta fascinazione oscura della guerra

UCRAINA

Non dobbiamo indulgere nella contemplazione delle immagini cruente

L’analisi di STEFANO RIZZO, americanista
Ucraina guerra 390 minLe guerre moderne non mirano a sconfiggere la potenza militare dell’avversario ma hanno l’obiettivo di fiaccare la volontà di combattere della popolazione e di conseguenza del governo, al fine di creare le condizioni più vantaggiose per quando verrà la pace. È in quest’ottica che si spiegano le atrocità e l’alto numero di morti tra la popolazione civile aggredita e quella militare dell’aggressore. Nella guerra cecena il rapporto tra militari russi e civili uccisi fu di 1 a 10; in Afghanistan in 10 anni di guerra (1979-1989) 14.500 soldati russi uccisi e 1.000.000 di civili afgani. Anche le tecnologie militari più sofisticate (“bombe intelligenti”) ci dicono che una guerra “umana”, se mai guerra umana è esistita, non è più possibile

IN UNA RECENTE trasmissione televisiva il geopolitico Lucio Caracciolo, a proposito della strage di civili a Bucha ha dichiarato: «Non conosco i fatti, anche se ovviamente i morti sono morti, ma non sono sorpreso. Nelle guerre combattute nelle città queste cose succedono». No, non dobbiamo stupirci. Le guerre contemporanee non sono come le guerre industriali di un tempo (fino alla seconda guerra mondiale), in cui i contendenti erano principalmente eserciti con il loro apparato di supporto industriale. Sono guerre tra il popolo e contro il popolo non per sconfiggere la potenza militare dell’avversario, ma per fiaccare la volontà di combattere della popolazione e quindi del governo. Non si cerca in questo modo di ottenere una vittoria decisiva sul campo (nello stile delle guerre napoleoniche), ma le condizioni migliori per la pace, quando verrà.

Per questo le guerre contemporanee, come spiegano gli specialisti (ad es. M. Kaldor, New and Old Wars, 2012) producono molti più morti tra i civili del paese aggredito che tra i militari del paese aggressore. In Afghanistan gli Stati Uniti e i loro alleati in venti anni persero 3500 soldati e uccisero almeno 45.000 civili; in Iraq i morti militari della coalizione furono 4800 mentre si calcola che persero la vita almeno 100.000 civili. Ovviamente questo non vale solo per gli americani. I russi in Afghanistan nei dieci anni di guerra dal 1979 al 1989 persero 14.500 soldati e si stima uccisero 1.000.000 di civili afgani; nelle guerre cecene (1994-2000) il rapporto tra militari russi e civili uccisi fu di 1 a 10 (3800 russi contro 36.000 civili ceceni). Nelle guerre di Israele contro Gaza tra il 2008 e il 2014 sono morti almeno 80 soldati israeliani e circa 4000 civili palestinesi; nella guerra civile in Yemen l’Arabia Saudita e i suoi alleati hanno perso almeno 3500 militari contro circa 25.000 yemeniti civili.
La guerra di aggressione contro l’Ucraina sembra essere un’eccezione. Non ci sono ancora dati certi e tantomeno definitivi, ma sembrerebbe che le perdite di militari russi abbiano superato quelle dei civili ucraini (10.000 a 7.000 secondo stime del governo ucraino e degli Stati Uniti), ma molto ancora resta da sapere e soprattutto si teme che se la guerra proseguirà la situazione della popolazione non potrà che peggiorare.

Anche per quel che riguarda la distruzione delle città, sempre limitandoci all’ultimo ventennio, troviamo precedenti altrettanto agghiaccianti nei centri urbani del Medio Oriente e del Caucaso di quelli attuali in Ucraina: nelle varie battaglie di Falluja (2004-2016) ci sarebbero state 3000 vittime civili uccise o giustiziate successivamente ai combattimenti; in un’altra grande città irachena, Mosul, nei combattimenti di americani contro iracheni prima e di americani e iracheni contro l’Isis poi sono stati uccisi almeno 10.000 civili; ad Aleppo, bombardata dai Russi alleati del governo di Bashar al-Assad, i civili uccisi tra il 2012 e il 2016 sono stati circa 50.000; a Grozny tra il 1994 e il 2000 le vittime civili sono state almeno 25.000 e la città, al pari delle altre citate, è stata completamente rasa al suolo.

Uno schema di funzionamento di una cluster bomb (bomba a grappolo), non propio un’arma chirurgica, che causa indiscriminatamente vittime tra civili e soldati
In tutti questi conflitti sono state usate anche munizioni che dovrebbero essere messe al bando perché uccidono indiscriminatamente civili e militari, come le bombe iperbariche, le bunker-buster, che hanno la potenza di una piccola atomica, e le bombe a frammentazione (cluster bombs), e non sarebbe una novità se fossero state usate anche in Ucraina, come denunciato da vari osservatori. Quanto alle cluster bombs, sono state vietate da una convenzione internazionale, cui tuttavia né la Russia, né l’Ucraina, né gli Stati Uniti hanno aderito.
Anche l’impiego dei droni armati in questo conflitto non costituisce una novità. Questi piccoli aerei teleguidati vennero considerati un’arma “umana” perché, a differenza di una bomba o di un missile, potevano uccidere con precisione, “chirurgicamente”, il nemico senza provocare “danni collaterali” (eufemismo per indicare i morti civili). Tuttavia, uno studio del londinese Bureau of Investigative Journalism ha calcolato che nei 14.000 attacchi con droni condotti dagli Stati Uniti a partire dal 2004 sono stati uccisi almeno 2000 civili inermi, tra cui circa 400 bambini (l’ultimo agghiacciante episodio è dell’agosto 2021 a Kabul con 10 civili uccisi, tra cui 7 bambini).

La tecnologia della forza armata nella nostra epoca non solo ha prodotto un aumento delle vittime civili rispetto a quelle militari in un rapporto di (almeno) 10 a 1, ma ha trasformato i conflitti in guerre asimmetriche in cui piccoli gruppi armati dotati di grande mobilità possono sconfiggere o infliggere grandi danni ad un nemico molto più potente. È quanto sta succedendo in Ucraina. Un singolo missile a spalla stinger può abbattere un caccia bombardiere in volo, un uomo armato con un missile javelin può distruggere un carro armato, un attacco cibernetico può paralizzare un’intera catena di comando e l’apparato logistico.

La conseguenza di ciò tuttavia è che non riuscendo a impegnare il nemico in una battaglia campale, per cercare di vincere l’aggressore deve combattere nei centri abitati, tra la gente e contro la gente, conquistando il territorio palmo a palmo e distruggendo tutto ciò che trova sulla sua strada. È la nuova tecnologia che ci dice che una guerra “umana”, se mai guerra umana è esistita, non è più possibile. Ed è per questo che ogni guerra va impedita, in ogni modo, prima che scoppi; e quando è scoppiata va fermata con le trattative perché una vittoria per nessuna delle due parti è possibile senza provocare anche l’immane sofferenza della popolazione civile.

Ha quindi ragione Caracciolo: non dobbiamo stupirci della violenza e della crudeltà mostrata dai russi nei confronti della popolazione ucraina. Certo dobbiamo indignarci e l’indignazione deve servire a motivarci nel chiedere, come popolazioni, come stati europei e come opinione pubblica mondiale, la cessazione delle ostilità, nella consapevolezza che questa guerra, per quanto orribile, nella sua furia distruttrice nei confronti delle persone e delle cose non fa che ripetere quelle che l’hanno preceduta.

Quello che non dobbiamo fare è indulgere nella contemplazione delle immagini cruente che i media a stampa e televisivi ci propongono anzi ci invitano a guardare, ad “avere il coraggio di guardare”. Come in un film dell’orrore, come in un thriller splatter si genera un bisogno di “consumare” la violenza rappresentata, che certo induce un nobile sentimento di compassione e di solidarietà, ma alimenta al contempo una oscura fascinazione nei confronti della violenza, come se ci trovassimo di fronte a qualcosa di mostruoso, di inarrivabile, di disumano, un terrificante incubo infantile. Ma non è così. In Ucraina si sta consumando l’ennesimo scatenamento della violenza armata, frutto dell’ambizione, del rancore, del disprezzo per la vita umana, del desiderio di prevalere e dell’orgoglio di resistere che da sempre anima i popoli e chi li guida. In questo consiste la tragedia. © RIPRODUZIONE RISERVATA

fonte, Italialiabera.online 12 Aprile 2022

 

 

 

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Costi di vita quotidiana: E’ urgente intervenire

ECONOMIA E CRISI

Solo il governo non avverte che la situazione sociale sta diventando esplosiva

di Angelino Loffredi
bollette 390 minDati ufficiosi ci hanno fatto sapere che almeno 15.000 utenti non sono stati in grado di pagare le ultime bollette riguardanti le forniture di gas e luce.

A vecchie e precarie situazioni precedenti il Covid 19 ora si aggiungono le nuove dovute alle Sanzioni verso la Russia che stanno dimostrando di essere un boomerag anche verso chi le esercita. Stanno sotto gli occhi di tutti infatti l’aumento del prezzo del frumento, dei fertilizzanti, delle materie prime e più in generale la crescita dell’inflazione. Anche lo stesso PIL, tanto esaltato dal governo, in questi mesi dimostra di ridursi.
Un ulteriore aggravamento avverrà quanto si dovrà pagare l’acquisto di armi, e non mi riferisco ai trentotto miliardi previsti per gli anni futuri ma ai venticinque impegnati (e segretati) per il 2021.

Solo il governo non avverte che la situazione sociale sta diventando esplosiva. Non bastano interventi tampone o qualche pannicello caldo perché servono misure straordinarie per rispondere a una situazione straordinaria. L’80 per cento degli italiani comincia ad avere difficoltà molto serie nel pagamento dei mutui e delle bollette. Tante infatti sono le famiglie che vivono con un reddito lordo sotto i 30.000 euro l’anno. È arrivato il momento di fermare la spesa per la corsa al riarmo, anche perchè non esistono Stati che ci minacciano, e nello stesso tempo ridurre l’evasione fiscale e creare un contributo di solidarietà. La situazione è straordinaria. L’elastico dell’ingiustizia sociale si è allungato troppo e sta per spezzarsi e prima che sia troppo tardi servono misure straordinarie. Ieri il segretario della CGIL Landini ha detto che non si tratta tanto di parlare di patrimoniale o di misure fiscali analoghe, il Governo ha il dovere piuttosto di decidere “contributi di solidarietà straordinari" da parte di chi ha di più, proprio perché "non siamo in una situazione normale. Far finta che questa situazione non esista vuol dire continuare a prendere a schiaffi la maggioranza del Paese”.

Il segretario generale ha parlato anche della necessità di decidere subito forti investimenti nelle energie rinnovabili. “Ci troviamo in questa situazione con una completa dipendenza dal gas russo perché non sono state fatte le scelte giuste negli ultimi anni. E non è vera l’obiezione che per passare alle rinnovabili ci vorrebbero troppi anni. Ci sono studi di fattibilità delle imprese del settore che parlano di un range temporale di tre anni per la transizione. È questione di volontà politica”.
Considerazioni condivisibili ma non bisogna perdere tempo. E’ urgente infatti intervenire.

Ceccano 7 Aprile 2022

 

 

 

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Qualità della vita con lavoro e servizi civili territoriali

PNRR, LAVORO, RIPRESA

Italia oggi e Lazio oggi

di Donato Galeone*
coppotelli 27nov21 Roma SSApostoli 380 minSe le città e provincie del Nord Italia nel 2021 – anche con i fondi del PNRR – hanno già innestato una marcia in più, il Lazio con Roma e le sue provincie, scivolano verso il Mezzogiorno.

Se in questo scenario territoriale italiano il ”nodo è strutturale” - come osserva Enrico Coppotelli, Segretario Generale della CISL Lazio - non dovrebbe destare meraviglia se anche, nel 2021, le città del Nord scalano la qualità della vita e le province del Lazio indietreggiano (recente classifica socioeconomica territoriale del quotidiano Italia Oggi).
Si constata e si rileva che sia nella legge di bilancio quanto nelle missioni del PNRR non emergono adeguati interventi cogenti strutturali - certi e programmati - a sostegno delle attività produttive territoriali, del potere di acquisto di beni e servizi dei lavoratori e pensionati travolti dai cambiamenti avviati con la transizione energetica, ecologica e digitale.
Il Governo sui cambiamenti - con il PNRR 2021/2026 integrato dalle leggi di bilancio - se disponibile all'apertura di confronti con le parti sociali non potrà non partire, sia dalla riforma strutturale delle pensioni e della fiscalità da ridurre a lavoratori e pensionati, che dal lavoro e la occupazione verso il pieno impiego nel contesto complessivo dello sviluppo socioeconomico programmato da realizzare in tempi certi.

Per la CGIL,CISL,UIL i confronti con il Governo ad ogni livello istituzionale non devono intendersi e configurarsi quali atti formali di “convocazione per essere informati di quello che è stato deciso perché, il sindacato dei lavoratori, non è solo ascoltatore e neppure informatore ma chiede al Governo, innanzitutto, una sterzata su pensioni e fisco con la ripartizione degli 8 miliardi in modo più favorevole ai lavoratori dipendenti e pensionati  Landini (CGIL) e Coppotelli (CISL) il 27 novembre in Piazza Santi Apostoli di Roma.

Così come nella stessa manifestazione regionale Lazio di fine novembre - all'interno della mobilitazione nazionale promossa dalla CGIL,CISL,UIL - sono state date le risposte già conosciute dal Governo, ribadendo, che la “manovra di bilancio è tanto insoddisfacente quanto inadeguata” oltre che “sconcertata” rispetto alle precedenti intese “concertate” mediante il “protocollo sulla sicurezza nei luoghi di lavoro” e il “patto sulla innovazione del lavoro pubblico e la coesione sociale”.
Quelle due intese nazionali definite - responsabilmente articolate nelle dimensioni regionali e locali - avevano avviato una metodologia di condivisione che significava “confronto sia nei contenuti programmatici che negli obiettivi da raggiungere” comprendendo tanto le riforme che le sei missioni traguardate al 2021-2026, cofinanziate dai fondi europei ed elencate nel Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR).
Sono punti essenziali in partenza che vanno condivisi con il Governo, Regioni e Comuni nel nuovo sistema delle imprese verso il “rilancio produttivo strutturale e programmato che creano posti di lavoro” - reinvestendo - parte dei profitti aziendali anche nelle aree produttive del frusinate e laziali.
E le risorse pubbliche - certamente - non potranno non essere destinate alle imprese attratte e rilanciate nelle aree produttive ecologicamente attrezzate territoriali nell'ambito di adeguati piani regolatori, sia nel contesto del “Piano di Sviluppo Strategico Regionale“ che mediante il sostegno attivo e operativo del “Consorzio Unico di Sviluppo Industriale” promosso dalla Regione Lazio.

Anche da questi orientamenti - se condivisi - appare possibile che le innovazioni tecnologiche e l'occupazione sono e saranno due “componenti trainanti” in senso oggettivo e soggettivo: la prima, l'impresa, che comprende l'insieme di tutti gli strumenti, indispensabili, con i quali le persone si servono per intraprendere le attività produttive e la seconda, soggettiva, che coinvolge l'agire dell'uomo che è persona con la dignità del suo lavoro.
Ed è in questa direzione e visione duale - della “impresa innovata e del lavoro dignitoso” - che necessita collocare territorialmente sia la ripresa che la crescita delle aree produttive bonificate, ecologicamente attrezzate nel frusinate e Lazio, superando la concezione imprenditoriale unicamente profittevole, ma percorrendo, invece, la strada di uno visibile e stabile sviluppo riqualificato locale, umano e sociale, mediante riconosciuti e programmati investimenti privati e pubblici in reti di filiere tra settori produttivi territoriali.

La scelta della Regione Lazio – pur lenta nelle fasi attuative – deliberata nell'ottobre 2018 già avviava l'iter amministrativo per la istituzione della Zona Logistica Semplificata (ZLS) relativamente alle aree portuali e retro portuali, verso le aree interne, di Civitavecchia, Fiumicino e Gaeta che - mediante la elaborazione fondamentale di un “Piano di Sviluppo Str27nov21 Cgil Cisl Uil a p.zza SSApostoli Romaminategico Regionale” sopra richiamato - nella individuazione delle misure concrete di semplificazione amministrativa e logistica - non potrà non orientare l'attrazione degli investimenti curando, nel contempo, la riduzione degli impatti ambientali e favorendo la crescita economica e dell'occupazione sia nelle aree portuali che retro portuali dell'intero territorio laziale.

Vendere auto nel mondo non riducendo posti di lavoro e salario

 Anche quel territorio laziale lungo l'Autostrada Roma-Napoli e orizzontale verso l'interno del frusinate e basso Lazio necessita di essere osservato e rilanciato in posti di lavoro - non solo a mio avviso - considerando urgente una articolata e ristrutturata diversificazione produttiva intersettoriale e di sviluppo programmato oltre la presenza delle imprenditorialità multinazionali territoriali prevalenti, nell'area di Anagni con la espansione produttiva della farmaceutica e Cassino, con una realtà produttiva dell'automobile, estesa su circa 240 ettari di terreno agricolo acquisito negli anni'70 dalla Fiat e, da fine gennaio 2014, trasferito nella holding FCA (Fiat e Chrysler).

Un assetto societario, peraltro, nuovo di “capitalismo finanziario itinerante”- scrivevo su questo giornale sette anni fa - rispetto alle società imprenditoriali multinazionali, in quanto, non aveva uno Stato di riferimento ma una pluralità di attività produttive e di filiali in vari Stati a fini competitivi in un mercato mondiale.
Osservavo e scrivevo già nel 2013 – nella previsione della fusione Fiat-Chrysler – che la realtà produttiva FCA, coinvolgendo anche il basso Lazio nella complessa ed estesa operatività dei vari siti produttivi nel mondo, riproponeva – subito – la massima conoscenza del legame funzionale diversificato e innovativo delle produzioni locali metalmeccaniche indotte “oltre l'automobile” e nella componentistica manifatturiera elettronica ed informatica.

Fermavo - già otto anni fa - l'attenzione prioritaria anche alla cresciuta qualificata della componente lavoro nella dignità delle persone e alla qualità di prodotto innovativo e diversificato nei modelli prodotti della multinazionale FCA in Italia ed a Cassino.
Osservo oggi in FCA ex FIAT denominata STELLANTIS - pur nella crisi settoriale dell'automobile - una dichiarata tendenza a valorizzare, essenzialmente e soltanto, la competitività mondiale del mercato mirando unicamente su il “come e dove” può essere venduta l'automobile con profitto massimo, quantificando il guadagno imprenditoriale degli azionisti e sottovalutando la funzione sociale dell'impresa produttiva e del lavoro da quantificare, contrattare e partecipare.

Anche dal Corriere della Sera (8 ottobre 2021) abbiamo conosciuto rapidamente e in sintesi la “nuova strategia” della multinazionale STELLANTIS che, tramite il Ceo Carlos Tavares, si confermavano gli investimenti fino al 2026 e si annunciava un lancio all'anno di Alfa Romeo e Lancia mentre il Suv Tonale si dovrà produrre a partire dal 2022 “migliorando la gestione dei costi e producendo auto che hanno clienti”. Nello specifico dei modelli Lancia previsto, dal 2026, la produzione sarà soltanto di auto elettriche e la nuova Delta, solo elettrica, da vendere partendo dall'Italia e andando nei Paesi dove si vendono auto elettriche.
Appare chiaro che la sfida settoriale dell'automobile - ieri di FCA e oggi di STELLANTIS - è prevalentemente “merceologica/consumistica” che impone un controllo innovativo della produzione riducendo posti e ore di lavoro mediante ridottissime retribuzioni in busta paga e perdita di salario congiunto alla occupazione ridotta - dai 4.500 del 2019 a 3.650 e con esuberi annunciati di 600 unità a Cassino.

Urge - quindi - è stato ripetuto anche il 27 novembre in Piazza Santi Apostoli - affrontare la questione produttiva e occupazionale del Lazio meridionale nella dimensione regionale e di politica industriale nazionale superando sia le incertezze che le vaghe dichiarazioni di STELLANTIS sulla “vita delle fabbriche che non cambia” pur in presenza di un disagio e controllo sui processi produttivi e logistici che riducono senza alternative, goccia a goccia, i livelli occupazionali dagli anni '70 con FIAT, poi con FCA e oggi con STELLANTIS, costringendo i lavoratori a soggiornare più in casa che a lavoro, in assenza di futura rioccupazione manifatturiera locale che va promossa e programmata subito, salvaguardando le persone e le famiglie con un “reddito di sostegno”.

* già Segretario provinciale di Frosinone e regionale CISL Lazio

 

 

 

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Genitori tarantini alla UE: "sia a favore della vita"

ASSOCIAZIONE GENITORI TARANTINI

Genitori Tarantini chiedono a UE che ponga il proprio peso politico a favore della vita

cinziazaninelli 390 minEgregio Commissario Virginijus Sinkevičius,

desideriamo ringraziare la Presidente von der Leyen, il Vicepresidente esecutivo Timmermans e Lei per la risposta alla nostra lettera.

In riferimento a quanto da voi dichiarato, non intravediamo impegni da parte del Governo italiano tali da rassicurare la Commissione europea circa la bontà della linea assunta per la salvaguardia del benessere psico-fisico dei tarantini e la salubrità dell’ambiente.
Vogliamo ricordare che lo stabilimento tarantino, pure al minimo della produzione, resta il maggiore emettitore di CO2 d’Italia. Dichiarare, quindi, che possa tornare a 6 milioni di tonnellate di acciaio prodotto “a caldo” è per noi inaccettabile, anche tenendo conto del fatto che si sta discutendo da anni di emergenza climatica e della fine dell’uso del carbone entro il 2050 (data davvero lontana, se ci è consentito dirlo, che ci fa pensare alla mancanza del coraggio di prendere decisioni “giuste” verso problematiche “ingiuste”).

Non leggiamo, nella lettera di risposta da Voi inviata, alcun accenno a una preventiva valutazione del danno sanitario e ambientale per una produzione a caldo lanciata verso i 6 milioni di tonnellate.
La Magistratura italiana ha, sì, prodotto prove inconfutabili di colpe riferibili ad una precedente gestione, ma da quei giorni ad oggi nulla è cambiato, nonostante l’intervento dei Commissari governativi, prima, della multinazionale ArcelorMittal, dopo, e dall’attuale gestione mista Stato-privati, con interventi economici di oltre un miliardo di euro da parte del soggetto pubblico.

Omettiamo questa volta di inviare ulteriore documentazione fotografica, immaginando Voi già sappiate che la situazione non è cambiata per niente, per chiedere di puntare la Vostra attenzione su uno studio, da poco pubblicato sulla prestigiosa rivista scientifica “Environmental Research”, che ci presenta dati altamente drammatici, a cominciare da un eccesso di mortalità nei tre quartieri tarantini più vicini all’insediamento industriale (1.060 morti in più rispetto all’atteso, negli ultimi 10 anni).
Lo stesso studio, condotto dalla SIMA (Società Italiana di Medicina Ambientale) con il supporto dell’Università di Bari e la collaborazione del Comune di Taranto, riporta un dato altamente allarmante, insopportabile per la Comunità europea. Tale dato si riferisce all’aspettativa di vita che, esclusi gli ultimi due anni di pandemia mondiale, dal 1945 in tutto il mondo è sempre andata crescendo. A Taranto, negli ultimi 10 anni, in controtendenza, questa aspettativa di vita è andata diminuendo!

Il dato davvero inaccettabile, però, è nel confronto dell’aspettativa di vita tra uomini e donne (che si attesta mediamente intorno ai 3 anni di differenza a favore delle donne).
In una realtà territoriale piccola come Taranto, tra un uomo del quartiere Paolo VI (prossimo all’acciaieria) e una donna del quartiere Talsano (lontano dall’acciaieria) la differenza di aspettativa di vita arriva a 12-13 anni, a favore di quest’ultima: una cosa inumana!

Riteniamo importantissimo che la Commissione che Voi rappresentate si faccia carico di questa emergenza assolutamente non procrastinabile e ponga il proprio peso politico a favore della vita, della salute e dell’ambiente, diritti inalienabili di ogni cittadino europeo. Compresi i tarantini.

Grazie.
Distinti saluti.
Associazione Genitori tarantini - ets

 

 

 

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Un giovane difronte alla vita di Angelo Compagnoni

 PROTAGONISTI

 Noi giovani dobbiamo conoscere, studiare e approfondire la storia di quest’uomo

di Jacopo Nannini
Incontro col Presidente Pertini 390 minIn un Paese come il nostro, dove culture millenarie sono indissolubilmente legate alle tradizioni e storie locali, ogni terra detiene un suo personaggio granitico e ben saldo nella memoria di tutti.

Classe 1921, segretario della Federterra nel 1948, nel ‘51 della Camera del Lavoro di Frosinone, nel ‘52 consigliere provinciale fino a salire a Montecitorio alle elezioni politiche del 1953. Queste pochissime date non possono di certo riassumere gli incarichi e le battaglie di Angelino Compagnoni, per decenni in prima fila nella arida terra politica della Ciociaria.

Non si può comprimere nello scritto tutto ciò che è stato per la nostra provincia il senatore ceccanese, uomo che di giorno portava tra gli scranni di Montecitorio e Palazzo Madama le rivendicazioni di una popolazione fortemente provata dalla miseria e dalla fame, pronto a mettersi tra loro in canotta per difenderli da ogni rappresaglia padronale perché la saggezza e il coraggio della cultura contadina da cui viene, sono stati il lume più accecante della sua estenuante e lunghissima difesa degli ultimi, tra gli ultimi e per gli ultimi.

Può essere iconica del suo indissolubile legame con la sua terra e la sua gente una esperienza del senatore, riportata in uno storico articolo di Giorgina Levi sul “Calendario del Popolo“ dell’ottobre del 1983:
«Andavo a fare il giro quasi sempre nelle campagne con il tascapane pieno di propaganda, una bicicletta, e andai un giorno in un comune vicino al mio. E dovevo raggiungere dei contadini che stavano sulla montagna. Trovai un giovane proprio all’inizio della montagna che mi accompagnò. A mezza strada c’era un contadino, che credo avesse allora settant’anni dall’aspetto, e invece era molto più giovane. Credo che ne avesse quarantacinque, cinquanta al massimo. Gli dissi se voleva accettare la propaganda del mio partito. Lui mi rispose “Quale partito?”. E come me lo diceva in termini piuttosto bruschi, io genericamente risposi che si trattava del partito dei lavoratori, per vedere intanto quali erano le sue reazioni. E lui mi disse “Perché? Tu lavori?”. “Certo”, gli risposi, “che lavoro. Faccio la propaganda per il mio partito, però quando non faccio la propaganda io lavoro come lavori tu”. “E allora se lavori prendi la zappa e fammi vedere cosa sei capace di fare” mi rispose. E siccome lui stava solcando il terreno con la zappa per seminare il granturco e aveva fatto dei solchi con molte gobbe, io approfittai senz’altro dell’occasione per raddrizzarci il solco. E il contadino rimase talmente convinto ed entusiasta che io me ne intendevo per quel tipo di lavoro, che abbandonò tutto e venne con me a fare il giro per la montagna che durò fra l’altro per alcuni giorni».

Poiché Angelo Compagnoni, nella medesima intervista, ritiene il suo partito “uno strumento indispensabile perché mi ha fatto uscire dallo stato di ignoranza pressoché totale e mi ha dato un certa coscienza”, vogliamo che a raccontare la lunghissima vita politica del Senatore siano compagni di partito, uomini e donne* che ha incontrato nel suo percorso, giovani e anziani affascinati da una storia vera che incanta come la più bella delle fiabe.

Angelo Compagnoni avrebbe spento quest’anno 100 candeline, ma non per questo la sua appartenenza generazionale ad un passato politico che sembra lontanissimo ha confinato la sua storia e la sua attività ai suoi coetanei e a uomini che hanno con lui condiviso fianco a fianco decenni di battaglie.

A testimonianza dell’impeto e del profondo solco scavato dalla lotta politica di Angelo Compagnoni, del suo testamento politico aperto ne traggono benefici e sFERENTINO 1962 mintupendi spunti anche generazioni che mai hanno conosciuto il senatore di Ceccano. Neanche la cecità che consumava e appannava Compagnoni è riuscita a mozzare la lungimiranza e il quotidiano impegno nel diffondere i valori di libertà ed uguaglianza, facendo apparire orbi tantissimi politici di oggi dotati apparentemente di un’ottima vista.
Proprio per ascoltare cosa è stato ed è Compagnoni per tanti giovani, io, 20enne e segretario dei Giovani Socialisti di Frosinone, per ovvie ragioni anagrafiche non ho mai avuto l’onore di condividere con il senatore Compagnoni le battaglie politiche dei suoi anni da parlamentare e dirigente di partito. Ciononostante non posso confinare il mio pensiero su un gigante della nostra terra ai soli racconti dei più grandi o a ciò che si può apprendere da numerose interviste, carteggi, libri, resoconti parlamentari della interminabile attività di Angelo Compagnoni, bensì debbo ricordare l’indelebile momento delle esequie del senatore. Ormai Tre anni fa, nemmeno diciottenne, accompagnai mia madre (che nella sua militanza nella FGCI e poi nel PDS conobbe il senatore) a Ceccano al funerale pubblico in una piazza gremita di persone di ogni età.
Nei bellissimi ricordi di compagni e amici del senatore che si susseguirono notai un filo rosso che legava i racconti, inusuale per un momento dove la tristezza per la dipartita dell’ultimo dei grandi uomini di una politica sacra soffocava tutti. Dietro la voce commossa si poteva benissimo scorgere, anche in uomini e donne di età avanzata, un impeto di lotta e un grande sforzo nel proiettare nel futuro ad ogni costo i valori che condivisero in un passato con Compagnoni. Forse è proprio questo il più grande lascito testamentario di Angelo Compagnoni: essere consapevoli della profondità delle radici che ci legano ad un passato glorioso ma non per custodirne le ceneri, ma per essere ogni giorno combattenti per la difesa di quegli ultimi sostanzialmente esclusi dalla democrazia. Il suo più importante dono eterno è proprio questo spirito di costante slancio per compiere passi avanti per chi ancora attende l’attuazione della Costituzione, per ogni giovane che si sente parte di una delle decine di sensibilità della sinistra.

Quel giorno, al funerale del senatore, fui ad un tratto avvicinato da ex dirigente del PCI frusinate, che mi fece cenno di appropinquarmi verso il microfono per dare un ultimo saluto a nome degli studenti che allora rappresentavo come coordinatore provinciale della Rete.

Fui colto da un brivido difficilmente rimovibile dalla memoria e iniziai a parlare non senza fatica in gola, davanti a tanti uomini e donne che avevano rappresentato la seconda famiglia di Angelo Compagnoni.
Oltre al mio personale ricordo e soggettiva emozione ritengo che dobbiamo raccogliere quanto ci ha lasciato il senatore, quell’uomo che viaggiava sui treni tra la gente per raggiungere Montecitorio ben sessant’anni prima che diventasse moda sfoggiare ipocriti e artificiali bagni di umiltà. Perché Angelo Compagnoni ci ha insegnato il peso della responsabilità che si porta quando si rappresentano uomini e donne affamati e in lacrime per le loro sorti, ci ha fatto capire che quella canotta che portava mentre difendeva con il proprio corpo i contadini dalle repressioni padronali non era il feticcio di una politica oggi costretta ad apparire pCon Nenni e Togliatti a Cassino nel 1954 350 minopolare con un offensivo e classista francescanesimo da battaglia, bensì il segno della fatica e del sudore di essere uomo che mai ha tradito i valori di uguaglianza e di libertà che sin da giovane lo hanno mosso.

Oggi abbiamo bisogno noi giovani di conoscere, di studiare e approfondire la storia di quest’uomo, perché siamo costantemente anestetizzati da una politica che ha abdicato alla sua missione di rappresentare le istanze sociali e i bisogni di alcune categorie della società pretendendo solo di mascherarsi dietro vuote parole e illudere di voler rappresentare tutti e non chi davvero ne ha bisogno. Noi giovani dobbiamo attingere alla eterna fonte di un uomo che con gli strumenti di oggi sembra poter essere esistito soltanto nel capolavoro “Baaria” di Giuseppe Tornatore, invece è testimonianza umana e vera di come il coraggio e la passione ideale di alcuni uomini hanno reso passo dopo passo questa Italia un paese più giusto e affrancato da certi soprusi.
Senza cercare eroi e miti altrove, a Ceccano c’è stato un uomo che ha speso il lungo ed estenuante cammino della sua vita personale e politica per non tradire mai quei contadini, quegli operai, quei disoccupati che sapeva difendere da gran signore sia in canotta che in abito da sera.
Mi permetto di dirlo, a Ceccano abbiamo avuto un nostro Giuseppe di Vittorio che si chiamava Angelo Compagnoni. Un uomo che ci ha insegnato, anche lui, a non levare il cappello davanti al padrone incarnando ogni giorno la solo apparente contraddizione di essere un utopista concreto.
Frosinone 18 sett. 2021

*Jacopo Nannini – Segretario dei Giovani Socialisti di Frosinone

 

 

 

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“Una vita per cambiare”

 LIBRI PRESENTATI DA UNOeTRE.it

Fulvio si rende conto che l'uomo ha il dovere di mettersi in gioco...

di Rossana Germani
una vita per cambiare 390 minUn libro arricchisce e opera un cambiamento nel lettore, sempre e comunque, al di là del tipo di lettura. Certo, molto dipende dal libro scelto, anche se credo che ogni libro vada letto, perché ogni autore può lasciarci qualcosa di positivo dentro, accrescendo il nostro bagaglio, non solo culturale, ma, soprattutto, ci apre al mondo fornendoci una visione più ampia e più aperta su ogni cosa.

Ci sono alcuni libri che assolvono più di altri questo compito sia perché contengono valori importanti sia perché l'autore riesce con la scrittura a materializzare ogni evento, facendo uscire dal libro e gravitare intorno al lettore tutti quei principi e valori che senza quella lettura sarebbero forse rimasti in uno stato di quiescenza.

Qualche giorno fa sono stata alla presentazione di un libro che mi ha lasciato molto dentro e, lo stesso evento, organizzato in un paesino di montagna non molto facile da raggiungere, a circa 900 metri di altitudine, isolato da tutto e molto suggestivo, ha contribuito a rendere efficace, incisiva e formativa quell'ora, o poco più, di lezione da parte di tutti coloro che sono intervenuti alla presentazione come giornalisti o professori universitari e soprattutto l'autore.

Ermisio Mazzocchi è attualmente cultore presso l’università di Cassino e del Lazio meridionale della materia per l'insegnamento di Storia delle dottrine politiche, di storia della comunicazione politica, di Pensiero politico e questione femminile. In precedenza ha ricoperto rilevanti incarichi politici, dunque, come poteva scrivere un semplice romanzo? Questo infatti non è un romanzo come ce ne sono molti con una storia interessante del protagonista avulsa dalla realtà che ci circonda e che ha un inizio e una fine. No, questo romanzo, il primo romanzo di Ermisio Mazzocchi, è cresciuto e si è amalgamato con la realtà, con la nostra realtà, in quest'Italia che ha dovuto subire tutti i crimini di guerra, il terrorismo con le grandi stragi come quella della stazione di Bologna, tutti gli attentati allo Stato (Moro, Falcone, Borsellino, Livatino, solo per citarne alcuni) e le infiltrazioni mafiose. Ma è anche l'Italia dei partigiani, della Costituzione e dei grandi uomini come Berlinguer, la cui morte verrà sentita anche dagli avversari politici. È l’Italia delle conquiste dei diritti, anche quelli delle donne. Ed è in questo scenario di fondo e di contorno, seppur leggero, che cresce la storia di Fulvio, il protagonista, insieme alla sua Giulia, colei che per prima ha cominciato ad aprirgli gli occhi e ad inculcargli il tarlo del dovere inteso come partecipazione più attiva alla vita collettiva.

Il protagonista ci impiega “una vita per cambiare”, come riporta il titolo del libro. Da uomo dedito al lavoro, prima, e anche alla famiglia, poi, Fulvio si rende conto, man mano che passa il tempo, grazie agli incontri e alle discussioni con gli altri personaggi, che l'uomo ha il dovere di adoperarsi, dare il suo contributo partecipativo, di mettersi in gioco, di agire e fare tutto ciò che è nelle sue possibilità e capacità, per cercare di migliorare la società in cui vive; il cambiamento personale che va ad incidere e a contribuire al cambiamento collettivo. Fulvio, pur dotato di una positiva volontà, non riusciva ad aprirsi alle necessità sociali e all'impegno civile. È solo grazie al dialogo e al confronto, con gli altri personaggi che Fulvio riesce a completarsi e a essere partecipante attivo del cambiamento. “Sentiva che ciò che gli era intorno e gli era apparso estraneo fino ad allora faceva parte del suo mondo. Non poteva rimanere inerte di fronte agli avvenimenti che riguardavano la vita ed il futuro di tutti. Sentiva che qualcosa andava fatto con urgenza. Era arrivato il momento di agire".

Nonostante il grande tema trattato, l'autore è stato capace di rendere il libro scorrevole, piacevole e a tratti “piccante” (vi sono descritte anche scene erotiche). C’è dentro la vita completa dei protagonisti: dalla loro crescita attraverso l'impegno con lo studio, al lavoro, alla famiglia ma anche alle relazioni esterne e all'impegno politico. È un romanzo che lascia qualcosa dentro.

Come Giulia ha fatto un gran lavoro, lentamente e senza forzature, che ha portato al cambiamento del suo Fulvio, così il romanzo, nella sua completezza, con tutti i dialoghi costruttivi contenuti, grazie a tutti i personaggi, ognuno ricoprente un ruolo importante, riesce ad operare un cambiamento in noi. Con me ci è riuscito: dopo averlo letto mi sento ancora più coinvolta nelle vicende che mi circondano, perché, come fa intendere l'autore, l'uomo da solo non ha ragione di esistere. Noi siamo il risultato di incontri, relazioni, connessioni e, soprattutto, partecipazione alla vita pubblica, collettiva. Tutti possono operare un cambiamento in noi come noi in ognuno delle persone con cui riusciamo ad interagire.

“Una vita per cambiare” ci accompagna in questo cammino, sempre in salita, verso il progresso dell'uomo che ha come obbiettivo il raggiungimento di quegli ideali di fratellanza, solidarietà, uguaglianza e rispetto reciproco che nelle epoche precedenti erano un'utopia e che qualcuno ultimamente sta cercando di frenare. Ecco, questo libro ci invita ad unirci per togliere quel freno e cercare di riprendere il cammino per il cambiamento, verso una vita migliore per tutti.

 

Rossana Germani fa parte anche della redazione di CiesseMagazine e per essa cura la rubrica di cultura, libri e poesia. Questa recensione è anche su CiesseMagazine

 

 

 

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Si rivalutano le case in campagna e la vita nei piccoli centri

 Ambiente e Residenza

 Sembrerebbe una situazione perfetta per rilanciare il Frusinate

di Umberto Zimarri*
GreenItalia360a minLe recenti ricerche di mercato nel settore immobiliare evidenziano una tendenza chiara: gli italiani stanno rivalutando le case in campagna e la vita nei piccoli centri. Secondo uno studio del portale “Idealista” si può “interpretare questo calo diffuso delle ricerche in città rispetto alla provincia come il segnale di un trend che sta per iniziare. Nei prossimi mesi questa tendenza potrebbe consolidarsi e aumentare in virtù del fatto che molte aziende aderiranno in massa alla modalità smart working come condizione permanente. I dati mostrano che durante la quarantena, molti italiani hanno capito che vivono in una casa che non gli piace e che preferirebbero vivere in aree lontane dai grandi centri urbani in cambio di case indipendenti, più spaziose, con giardini e terrazze”.

Per una provincia come quella di Frosinone, fatta da piccoli centri, sembrerebbe una situazione perfetta per rilanciare finalmente questi territori. Sembrerebbe ma non è. Ad oggi le sfide, e quindi le opportunità, non riusciamo a coglierle, basti pensare a quello che stanno vivendo gli studenti e le famiglie dei piccoli centri per arrivare negli istituti scolastici. Parliamo di uno dei diritti fondamentali di ogni ragazza/o. Non ci stiamo arrampicando nel particolare ma nell’essenziale. La base per il loro e nostro futuro.

Prendiamo, ad esempio, alla situazione che si sta verificando nel circondario di Pontecorvo. L’ordinanza prefettizia prevede due turni di ingresso: il primo alle ore 8:00, il secondo alle ore 10:00. Il primo arrivo disponibile per i ragazzi dei comuni di Aquino, Castrocielo, Esperia, Pico, Roccasecca, Ceprano e San Giovanni Incarico, è ben oltre il suono della campanella. Ancora più paradossale e grave, è la situazione per la seconda fascia di ingressi. L’unico trasporto disponibile è quello del turno precedente con un unico e pessimo risultato: il rischio di contagio sui mezzi pubblici resta invariato perché tutti sono costretti a prendere lo stesso mezzo pubblico. Queste situazioni si stanno verificando in tutti i centri della Provincia diventando insostenibili soprattutto nei piccoli paesi che già presentano, nella normalità, evidenti carenze strutturali nella mobilità giornaliera. Potenziare immediatamente il trasporto, facendo appello anche a compagnie private, non è un’opzione, è un’urgenza. Ripensare la mobilità è una delle chiavi di accesso al terzo millennio: si chiamano servizi e ne siamo carenti.

Alle numerose richieste di potenziamento del servizio, da parte dei Presidi, fin ora c’è stato un rimpallo delle responsabilità traUmbertoZimarri 350 min Regione ed azienda che non ha portato a nulla. Come troppo spesso accade, le decisioni presi dai Ministeri ricadono sui territori senza la necessaria riflessione e concertazione. La testa non può dimenticare dove sono i piedi, ma troppo spesso accade. A pagarne le spese sono le famiglie ed i ragazzi, ancora una volta, come sempre: genitori che quando riescono fanno i salti mortali per accompagnare/ riprendere i figli a scuola, ragazzi costretti ad ore al freddo, pensiamo alle temperature dell’area nord della Provincia in queste settimane, prima di entrare in classe.

Per quanto ci riguarda continueremo quotidianamente a sollevare questa problematica fin quando non sarà risolta definitivamente. I nostri spazi di comunicazione sono a disposizione delle studentesse e degli studenti, dei genitori, dei presidi e degli insegnanti che vogliono sollevare la problematica e proporre proposte.

*Umberto Zimarri – Ufficio di Presidenza Green Italia
Green Italia Provincia di Frosinone

 

 

 

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Garantire il diritto alla vita sempre e ovunque

 Associazioni

 Un appello in video dei Genitori Tarantini al Presidente Giuseppe Conte

manifesto genitori tarantini 370 min

Massimo Castellana portavoce dell'Associazione "Genitori tarantini" ha inviato un messaggio augurale al Presidente del Consiglio dei Ministri, Giuseppe Conte, chiedendogli: "faccia qualcosa di concreto pe rla salute dei Tarantini".

E' ancora un appello per un’emergenza sanitaria che sembra non avere fine a Taranto. Stiamo parlando di un problema che affligge la comunità tarantina da molto e molto tempo: l’inquinamento causato dall’Ilva che causa tanti, troppi morti anche fra i bambini.
Le piccole vittime vivevano nei quartieri presso quello stabilimento che da molti bambini è stato soprannominato “il grande mostro”.

Lo Stato deve saper trovare soluzioni che non costringano a dover scegliere nella drammatica alternativa fra diritto alla vita o diritto al lavoro. Ascoltiamo l'appello e condividiamolo, facendolo conoscere.

 

Il video appello di Massimo Castellana

 

 

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Le “combinazioni” che ti cambiano la vita

 Ricordi di vita

 Chi mi “cambiò la vita” fu un sindacalista della Cisl, Mario Ciriaco

di Elia Fiorillo
torre annunziata 360 minHo avuto sempre la “passione” per lo scrivere. Francamente non so quale sia stato il “fiammifero” che ha acceso questo trasporto. Direi una cosa naturale, essendo “figlio unico di madre vedova”, e non avendo avuto esempi da seguire. Fin da ragazzo mi piaceva elaborare. A scuola in italiano avevo il massimo dei voti. In matematica… lasciamo perdere.


Quando frequentavo l’oratorio salesiano avevo predisposto un ciclostilato, che io chiamavo “giornalino”, in cui raccontavo gli eventi, i “fatti del giorno”, a partire dai risultati dei vari tornei di calcio che si svolgevano da quelle parti.

Correva l’anno 1968 quando mi iscrissi all’università. Ebbi, allora, tramite la mia “fidanzata” dell’epoca, la possibilità di conoscere un giornalista che da poco tempo pubblicava un mensile, “La voce della provincia”, che raccontava la vita di una realtà complessa com’era allora la città di Torre Annunziata. E fu così, per combinazione, che cominciai a scrivere. Ricordo ancora il titolo del primo “pezzo” pubblicato sulla “Voce”: “Il caro funebre”. Niente di funesto, solo la storia di quanto super-costava un funerale. Essendoci pochissime strutture per il trasporto dei cadaveri al cimitero, si può ben immaginare gli alti costi. Allora il trasporto avveniva con mastodontici cavalli che tiravano un’enorme urna di cristallo dov’era ben visibile la cassa con il feretro. I cavalli che tiravano il carro funebre potevano essere sei o otto. Tutto dipendeva dalle disponibilità degli eredi del “de cuius”.

Non mi limitavo solo a scrivere articoli, a correggere bozze in tipografia, ma una volta stampato il giornale portavo anche le copie ai vari distributori che non si trovavano solo a Torre, ma anche nelle città vicine. Partivo da casa mia circa verso le sette del mattino, con una vecchia cinquecento scassata del proprietario del giornale, e facevo il giro anche nei comuni vicini per distribuire “La Voce” fresca di stampa. Premetto che in termini economici non ci guadagnavo una sola lira, ma la passione è passione!

Una delle mie speranze, quando collaboravo con la “Voce”, era di diventare “giornalista pubblicista”. C’era bisogno di un certo numero di articoli “retribuiti” per diventare pubblicista. Il numero di articoli l’avevo raggiunto. Per la retribuzione, pur non avendo preso una lira, la prassi voleva che il direttore del giornale predisponesse una dichiarazione in cui si diceva che tu avevi avuto pochi spiccioli a “pezzo”. Tutto qui.

Insomma, dopo tanta fatica, il mio sogno si stava per coronare, ma poi tutto saltò per aria. Il motivo non lo ricordo, ma litigai con il direttore-proprietario del giornale. Che delusione! Il tanto atteso tesserino da “pubblicista” me lo potevo scordare.

Allora collaboravo saltuariamente con il giornale della Curia napoletana: “Nuova stagione”. E così, intensificando la collaborazione, con l’aiuto del direttore Luigi Maria Pignatiello, nato il 16 febbraio 1925 ed ordinato sacerdote a soli 22 anni, riuscii a diventare “giornalista pubblicista”.

Le “combinazioni” a volte sono il sale della vita. Te la possono modificare in un batter d’occhi.

Nella metà degli anni settanta, finito il servizio militare negli «assaltatori», anche se figlio unico di madre vedova, tornai a lavorare in Regione Campania, a Palazzo Reale. Posto incantevole in tutti i sensi. Io avevo l’ufficio che affacciava su Piazza del Plebiscito. Se eri per un attimo pensieroso o triste bastava che guardassi quell’immenso “ben di Dio” che tutto passava. Lì, a Palazzo Reale, per un’altra combinazione conobbi un personaggio all’apparenza bisbetico. Anzi, faceva tutto per farsi considerare tale, probabilmente perché era una persona molto dolce e legata ai suoi affetti. Ma essendo il vice segretario nazionale del Sindacato dei giornalisti, a suo avviso, doveva apparire “tosto ed irremovibile”.

La conoscenza con Mimmo Castellano non solo mi ha dato un esempio da seguire, ma anche la possibilità di fare esperienze per me inimmaginabili: sono stato Consigliere nazionale dell’Ordine dei giornalisti e del Sindacato. Momenti indimenticabili, anche quando per diverse ragioni, troppo lunghe da elencare, si sono trascinate dietro amarezze infinite.

Ma chi più di altri mi “cambiò la vita” fu un sindacalista della Cisl, Mario Ciriaco. Lo incontrai ad un Campo scuola. Capendo la mia passione per il sindacato m’invitò a collaborare con la Cisl Campania. Siamo alla metà degli anni settanta. Accettai la collaborazione e mi ritrovai a fare esperienze bellissime ed indimenticabili a favore dei lavoratori. E per tutta la vita sono rimasto in questa splendida organizzazione.

 

 

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