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Due vite diverse, due tragedie che si sono intrecciate

 9 MAGGIO

 Due vite che ci hanno segnato in modo indelebile

di Valentino Bettinelli
Moro Impastato 390 minDue vite diverse, due facce di un Paese in grande subbuglio, due tragedie che si sono intrecciate nello stesso giorno e che hanno lasciato un segno indelebile nella coscienza di tutti gli italiani.

Il 9 maggio 1978 è stata una data fatidica per la Storia del nostro Paese: la mattina di quel giorno infatti, all'interno di una Renault 4 rossa parcheggiata in Via Caetani a Roma, le forze di polizia ritrovavano il corpo senza vita di Aldo Moro, rapito 55 giorni prima dal gruppo terroristico delle Brigate Rosse (BR).

Ma non era ancora finita, purtroppo. Qualche ora prima infatti, nella notte tra l'8 ed il 9 maggio, perdeva la vita anche il giornalista Peppino Impastato, nome molto meno noto al grande pubblico, ma che proprio dal momento della sua tragica fine divenne uno dei simboli nella lotta contro le mafie. Il trentenne di Cinisi denunciava in particolar modo l’operato di “zu Tano”, al secolo Gaetano Badalamenti, boss di Cosa Nostra, che viveva a soli Cento Passi dalla casa di Peppino.

Impastato era un attivista siciliano, militante comunista di Democrazia Proletaria, che fu tra i primi a mettere in evidenza il sistema tentacolare del crimine organizzato palermitano. Attraverso le frequenze della sua “Radio Aut” denunciava quotidianamente le malefatte della mafia siciliana.

Proprio per questa "grave colpa" gli uomini di Cosa Nostra decisero di rapirlo, ammazzarlo e di mettere in piedi una messinscena per gettare discredito sulla sua persona. Il corpo di Peppino, o quello che ne rimaneva, fu infatti imbottito di tritolo dai suoi assassini per far pensare ad un attacco terroristico suicida. Solo dopo anni il lavoro instancabile della madre di Peppino, Felicia, e del fratello Giovanni, fece venire a galla la verità.

Da quel giorno i nomi di Aldo Moro e Peppino Impastato continuano ad essere ricordati affinché il loro sacrificio non sia stato vano. Roma e Cinisi sono state il centro di una delle notti più buie dello Stato Italiano.

Aldo e Peppino. Peppino ed Aldo. Due vittime di un sistema corrotto e malato.
Aldo Moro, vittima di uno Stato legato al concetto di democrazia bloccata e dunque scomodo per le sue visioni. L’assassinio di Moro ha impedito il compimento della linea di cambiamento perseguita dallo stesso statista. Lentamente il popolo è stato allontanato dalla politica e, con questa, dalla comprensione e dalla gestione degli interessi del Paese.
Peppino Impastato, ucciso dalla mafia e dal sistema di clientele e corruzione che ebbe il coraggio di denunciare, senza remore né timori di sorta. Un delitto su cui per troppi anni è sceso il velo del discredito. Un nuovo caso Feltrinelli, con Impastato fatto passare per terrorista. Peppino era scomodo e irriverente, militante testardo e geniale attivista. In quella Cinisi di quasi mezzo secolo fa, piccola provincia omertosa di Palermo, Peppino lottava e parlava ben oltre i limiti che voleva imporgli Cosa Nostra.

Ma oggi ricordiamo Aldo Moro e Peppino Impastato, ed assieme a loro tutte le vittime del terrorismo e delle mafie, per far sì che il ricordo diventi messaggio. Che la celebrazione della memoria diventi azione nel presente ed impegno per il futuro. Impegno di compiere un lavoro culturale all’interno di una società dove clientela, malaffare e derive antidemocratiche sono purtroppo ben presenti. Come ANPI vogliamo assumere l’impegno di non far fermare la nostra azione al ricordo, ma vogliamo essere uno strumento di traino per la società, soprattutto per le più giovani generazioni, affinché le vite violate di Aldo Moro, di Peppino Impastato e tutti i martiri dello Stato, del terrorismo e delle mafie, non siano state spese invano.
“I mafiosi hanno commesso un errore perché mettendolo a tacere, hanno amplificato la sua voce” - diceva Giovanni, il fratello di Peppino Impastato. Oggi noi vogliamo essere quell’amplificatore sociale e politico che permetta alle voci di Impastato e Moro di continuare a diffondere i loro messaggi nella società.
Perché il terrorismo non torni a buttare odio, morti e distruzione sociale e perché ancora oggi vogliamo affermare, sempre con più forza, che la mafia era, è e sarà sempre una grande montagna di merda.

Valentino Bettinelli, Presidente Sezione ANPI Ceccano

 

 

 

 

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Trattare e salvare vite umane, preservare la sovranità ucraina

UCRAINA E RUSSIA

L’analisi di Stefano Rizzo, americanista* pubblicata già su italialibera.online**

Già prima dell’inizio del conflitto Putin aveva indicato le richieste minime della Russia: neutralità dell’Ucraina (fuori dall’Alleanza atlantica), smilitarizzazione (senza armamenti offensivi forniti dagli Stati Uniti), annessione della Crimea e autonomia delle zone russofone del Donbass. Per l’Ucraina c’era e c’è l’obiettivo irrinunciabile di preservare la propria sovranità e indipendenza. L’ingresso nella Nato, nell’Unione europea e nel “campo occidentale”, non sembra ugualmente vitale e sembra sia attualmente oggetto di negoziato assieme alla cessione alla Russia di alcune parti del territorio ucraino (la Crimea, forse il Donbass). Per il bene primario di salvare vite umane, è importante che le trattative si concludano rapidamente con un compromesso accettabile per tutte le parti, che non comporti (o non porti a) un cambiamento di regime in Russia. Per Putin sarà in ogni caso una sconfitta di cui pagherà nel tempo le conseguenze. Per piegarlo ora al tavolo delle trattative è essenziale che non sia anche la sua rovina

di Stefano Rizzo
trincee nel Dobass 390 minCOME FINIRÀ QUESTA guerra? La prima cosa da tenere a mente è che, nonostante gli orrori sotto i nostri occhi, non è una guerra diversa da altre che l’hanno preceduta e, purtroppo, che verranno. La differenza sta nel fatto che è una guerra vicina a noi e che per questo ci riempie di angoscia come altre guerre non hanno fatto. È una guerra tra eserciti, uno più forte e uno più debole, ma è soprattutto una guerra tra il popolo e contro il popolo, in cui le vittime non sono soltanto soldati ma civili e le distruzioni non riguardano solo il potenziale bellico ma le infrastrutture e le abitazioni civili.

L’invasione da parte di un esercito più forte contro uno più debole, che conseguentemente rifiuta battaglie campali e combatte con azioni di retrovia, con azioni di guerriglia infligge perdite all’attaccante e ne mina il morale [credit Getty Image]
Il primo conflitto di questo tipo, come ricordano i manuali di storia militare, fu la guerra peninsulare (1807-1814) seguita all’invasione napoleonica della penisola iberica. Sconfitti gli spagnoli, Napoleone si trovò a combattere contro l’esercito portoghese (di molto inferiore alle sue armate) assistito dagli inglesi del duca di Wellington, ma soprattutto contro la popolazione civile che si ribellò contro gli occupanti e li attaccò con azioni di guerriglia. La conseguenza fu la spietata repressione dei francesi contro il popolo spagnolo con fucilazioni e villaggi incendiati (“gli orrori della guerra” di Goya); i francesi però alla fine furono costretti a ritirarsi.
Quello fu il primo esempio di un nuovo tipo di conflitto, ma il modello di guerra industriale rimase dominante fino alle due guerre mondiali del ‘900 e alla guerra di Corea (1950-1953). Da allora il modello è diventato quello della guerra tra il popolo e contro il popolo che si sviluppa secondo uno schema consolidato: invasione da parte di un esercito più forte contro uno più debole, che conseguentemente rifiuta battaglie campali e combatte con azioni di retrovia; resistenza della popolazione che con azioni di guerriglia infligge perdite all’attaccante e ne mina il morale, cioè la voglia di combattere; e infine ritirata dell’esercito invasore.
Questa guerra finirà secondo questo modello, come quella peninsulare, come la guerra del Vietnam, come le guerre afgane, la guerra irachena, i tanti conflitti coloniali? I russi, impantanati e bersagliati da molti lati con perdite crescenti, continueranno ad infliggere sofferenze alla popolazione civile, ma poi finiranno per ritirarsi? Si tornerà così alla situazione quo ante, con una Russia indebolita e umiliata e una Ucraina distrutta ma vittoriosa?

Una guerra in cui uno dei due contendenti disponga di una grande forza militare ma in cui la popolazione non ha la volontà di combattere (o l’aveva e poi non l’ha più), non può essere vinta
Allo stato è difficile dirlo perché è difficile valutare la forza dei due contendenti. Secondo Clausewitz la guerra è un atto di violenza il cui scopo è di costringere l’avversario a piegarsi alla nostra volontà (La Guerra, libro I, cap. I). È quello che stanno facendo i russi. Ma ottenere il risultato auspicato (l’obbiettivo strategico) dipende dalla forza che i due contendenti riescono a mettere in campo. Non si tratta solo di forza militare, ma (come dice Clausewitz) di una “trinità” in cui i tre componenti sono strettamente legati e interagiscono tra di loro: la forza militare, la volontà politica, la volontà popolare. Una guerra in cui uno dei due contendenti disponga di una grande forza militare ma in cui la popolazione non ha la volontà di combattere (o l’aveva e poi non l’ha più), o il governo, per qualsivoglia motivo, ritiene che l’obbiettivo strategico non sia più fondamentale, non può essere vinta. A risolverla non sarà più lo scontro delle armi, ma lo scontro delle opposte volontà. Così gli americani in Vietnam, iok triincee GettyImages 350 min russi prima e gli americani poi in Afghanistan, abbandonarono il conflitto quando non furono più sostenuti dalla volontà di combattere della propria popolazione (e a cascata del proprio governo); mentre la volontà della popolazione e del governo avversario rimaneva alta.

Le guerre tra e contro il popolo, a differenza delle guerre industriali tra eserciti, non si risolvono quasi mai in una decisiva vittoria di una delle due parti. Sono guerre non per la vittoria ma per il negoziato
La conseguenza di questo intreccio di fattori, tutti imponderabili, è che le guerre tra e contro il popolo, a differenza delle guerre industriali tra eserciti, non si risolvono quasi mai in una decisiva vittoria di una delle due parti. Si risolvono, ad un certo punto (quando entrambi i contendenti prendono atto della situazione di stallo), in una trattativa. Sono guerre non per la vittoria ma per il negoziato, in cui i combattimenti continuano di pari passo con le trattative finché entrambi i contendenti non ritengano di avere raggiunto un vantaggio marginale e allora la trattativa si conclude. Ad esempio, in Vietnam le trattative tra Stati Uniti e Vietnam del Nord iniziarono nel 1968 e andarono avanti per cinque anni prima che cessassero le ostilità e gli americani decidessero di ritirarsi. Anche in Afghanistan i negoziati, prima segreti poi palesi, tra Stati Uniti e insorti talebani sono andati avanti per anni prima che si arrivasse al ritiro dei soldati americani e dei loro alleati. È quello che sta succedendo oggi in Ucraina, sperando che l’intero processo duri di meno.

La rinuncia dell’Ucraina all’ingresso nella Nato, nell’Unione europea e in genere nel “campo occidentale”, stando alle recenti dichiarazioni del presidente Zelensky, non sembra un obiettivo strategico vitale e può favorire lo sblocco della trattativa
Naturalmente la possibilità di un esito delle trattative accettabile per tutte le parti dipende dagli obbiettivi strategici con cui è stata iniziata la guerra e con cui l’aggredito ha risposto. Per l’Ucraina c’era e c’è un obbiettivo irrinunciabile: preservare la propria sovranità e indipendenza, cioè il requisito fondamentale dell’esistenza di uno stato. L’altro obbiettivo strategico — l’ingresso nella Nato, nell’Unione europea e in genere nel “campo occidentale” — almeno a giudicare dalle recenti dichiarazioni del presidente Zelensky, non sembra ugualmente vitale e sembra sia attualmente oggetto di negoziato assieme alla cessione alla Russia di alcune parti del territorio ucraino (la Crimea, forse il Donbass). Su questa base l’Ucraina potrebbe concludere un accordo in tempi relativamente brevi, come del resto ha annunciato il suo capo delegazione.
Più complicato è valutare la posizione russa. Già prima dell’inizio del conflitto Vladimir Putin aveva indicato le richieste minime della Russia adducendo motivi di sicurezza nazionale. Per questo chiedeva la neutralità dell’Ucraina (che cioè non entrasse nell’Alleanza atlantica), la sua smilitarizzazione (che cioè non disponesse di armamenti offensivi forniti dagli Stati Uniti), l’annessione della Crimea e l’autonomia delle zone russofone del Donbass. Ma con il passare delle settimane le richieste russe sono sembrate allargarsi ad obbiettivi più ampi (anche se non dichiarati) come la cessione di una striscia di territorio a sud, che congiungerebbe il Donbass alla Crimea fino ad Odessa per collegarsi alla repubblica (non riconosciuta) di Transnistria al confine con la Moldavia. Di più, sono stati ricordati scritti e posizioni dello stesso Putin che indicherebbero la volontà di “ricostituire l’ex impero russo” impossessandosi, dopo l’Ucraina, della Moldavia e della Georgia, e forse spingendo le sue mire fino ai paesi del Baltico un tempo parte dell’Unione sovietica.

Si preparano le trincee scavate nei giardini di Kiev. Per l’Ucraina c’era e c’è un obiettivo irrinunciabile: preservare la propria sovranità e indipendenza, cioè il requisito fondamentale dell’esistenza di uno stato.
Se così fosse, se cioè non si trattasse soltanto di propaganda, sarebbero obbiettivi inaccettabili per l’Ucraina e per la comunità internazionale. Va da sé che l’aggressione contro uno dei Paesi baltici, che sono parte della Nato, scatenerebbe automaticamente una guerra di ben più vasta portata di quella in corso, una guerra mondiale, forse atomica. Non sembra probabile quindi che Putin voglia spingersi a tanto e che pertanto i suoi obbiettivi strategici non siano troppo lontani da quelli dell’Ucraina rendendo così possibile il raggiungimento di un accordo.
Non è probabile, ma è una terrificante possibilità. Il fatto che non sia probabile è basato su un assioma (fondante ma indimostrabile) delle relazioni internazionali: e cioè che gli stati siano soggetti razionali che perseguono razionalmente i propri interessi. Chiaramente non è nell’interesse di Putin e tantomeno della Russia scatenare una guerra più ampia con obbiettivi strategici irrealistici, almeno finché i suoi interessi coincidono con quelli della Russia. Ma se si separassero, se cioè si trovasse di fronte alla possibilità di un colpo di stato interno, non è dato sapere cosa farebbe per mantenersi al potere. Allora l’assioma della razionalità sarebbe messo in discussione.

Per questo, per sventare questo pericolo, e non solo per il bene primario di salvare vite umane, è importante che le trattative si concludano rapidamente con un compromesso accettabile per tutte le parti, che non comporti (o non porti a) un cambiamento di regime in Russia. Per Putin sarà in ogni caso una sconfitta di cui pagherà nel tempo le conseguenze. Per piegarlo ora al tavolo delle trattative è essenziale che non sia anche la sua rovina.

 

trincee scavate nei giardini di kiev 600 min

Le foto di corredo di questo articolo sono tratte da Italialibera.online

 

StefanoRizzo2CFotodiOlivieroToscani 200 min*Stefano Rizzo
Giornalista, docente universitario, romanziere, ha insegnato relazioni internazionali all’Università la Sapienza di Roma. Ha collaborato con svariate testate a stampa e online scrivendo prevalentemente di politica e istituzioni degli Stati Uniti. E’ autore di svariati volumi di politica internazionale: Ascesa e caduta del bushismo (Ediesse, 2006), La svolta americana (Ediesse, 2008), Teorie e pratiche delle relazioni internazionali (Nuova Cultura,2009), Le rivoluzioni della dignità (Ediesse, 2012), The Changing Faces of Populism (Feps, 2013). Ha pubblicato quattro volumi di narrativa; l’ultimo è Melencolia (Mincione, 2017)

 

 

 

 

**© RIPRODUZIONE RISERVATA di https://italialibera.online che ne ha autorizzato la pubblicazione

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Covid 19. Lanuvio, RSA: 5 vite spezzate e 7 a rischio

Partiti. PCI

Lanuvio/Castelli romani: esiti del depauperamento sanità territoriale

villadeidiamanti RSA Lanuvio 350 minPCI: vicini ai familiari colpiti dalla tragedia. Denuncia forte contro depauperamento sanità territoriale.
“Cinque vite spezzate e altre 7 a rischio sono una tragedia tremenda. Gli aspetti penali, e i conti morali con il proprio agire, li conosceremo meglio, ovviamente, col tempo necessario ad accertare, ricostruire, imputare.

Tuttavia, quello che appare chiaro nelle notizie che possiamo apprendere a caldo dai media locali, regionali e nazionali, offre il seguente schema: una RSA, Villa dei Diamanti di Lanuvio (RM), potremmo dire l’ennesima, si ritrova al centro dell’attenzione perché ha presenti tutti gli ospiti e i sanitari con infezione da Covid-19, in attesa di trasferimento ad un centro Covid. Nella stessa struttura hanno trovato la morte cinque ospiti e sono ricoverati in gravi condizioni ora presso altre strutture ospedaliere, altri cinque ospiti e due operatori sanitari. – queste le prime dichiarazioni di Andrea Sonaglioni segretario della Federazione PCI Castelli romani -. Incidente agli impianti? Cattiva manutenzione?

Sicuramente la gestione di questo tipo di strutture, proprio perché di iniziativa privata non sono improntate all’eccellenza nei controlli e nelle applicazioni delle salvaguardie strutturali. La Magistratura farà il proprio corso. Ma, qui ai Castelli romani, così nella Regione Lazio e nell’intera penisola, questa è riconferma che la sanità territoriale pubblica è l’unica certezza di un sostegno vero, concreto, serio, per la salute dei cittadini. Siano essi bisognosi di medicina d’urgenza, di assistenza a maliBandiera pci 350 260 cronicizzati, così come alla semplice assistenza sanitaria in degenza che, come dimostrano le rare strutture pubbliche presenti qui in Regione Lazio, sono sempre risultate senza fenomeni Covid - o a bassissima incidenza in questo periodo epidemico – e senza rischi letali causati da cattiva gestione o cattiva assistenza.

La nostra vicinanza ai familiari, sia quelli colpiti da lutto che gli altri in apprensione per la salute dei propri cari, è totale e senza remora alcuna. Ci preme però chiedere proprio in questo drammatico frangente che ognuno, amministratori locali, dirigenti della sanità, controllori e quindi amministratori pubblici delle Asl e della Regione Lazio, siano all’altezza della gravità. Questi eventi li indirizzi a perseguire, senza mezze misure, ormai ad una inversione totale di marcia proprio sulle politiche sanitarie. Occorre che il pubblico prevalga ad ogni livello. Occorre che le politiche sanitarie siano improntate sulla territorialità. – conclude Andrea Sonaglioni - Per questo abbiamo offerto disponibilità a confronto con Regione Lazio, per questo siamo determinati nella battaglia per il ritorno alla sanità pubblica diffusa territorialmente.”.

16 gennaio 2021

 

 

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Vite spezzate

Pensieri e commenti dedicati

Per i colpiti a morte di questi ultimi anni a partire da Serena Mollicone e dal giovane ciociaro Emanuele Morganti, che è morto come Willy davanti a tanti presenti che non hanno allertato le forze dell'ordine. Il più giovane e tristemente noto caso di Ferrara con Federico AldrovandiAldo Bianzino arrestato nel 2007 in umbria per qualche piantina e tornato in una bara a casa, il figlio rimasto solo ancora cerca la verità; Giuseppe Uva fermato perché ubriaco e massacrato in caserma a Varese. E' chiaro che pestare di botte i fermati è quasi la pratica, se non si parla anche di questo non se ne esce.

Serena Galella dedica questo suo scritto a loro, di cui ricorda sempre le tristi storie.

Wiily e Sefano 350 minScrivo per necessità, spero mi aiuti a mandare giù il nodo allo stomaco che da ieri sera mi toglie il respiro.
Ho, finalmente, avuto l’occasione di vedere il film sulla tragica storia di Stefano Cucchi e della sua famiglia. Una famiglia normale della vita reale, non di quelle delle pubblicità. Mi riferisco a chi vive sopra ogni cosa e non conosce oppure ha dimenticato la realtà di noi “sudditi” perché ha perso il senso delle cose reali, avendo privilegi, alti stipendi e ogni tipo di agevolazioni.
Parlo dei nostri politici, tutti i nostri fantastici politici di ogni colore e bandiera.

In questi giorni tutti i media, la stampa ed i social sono concentrati sulla tragica fine dell'ennesimo giovane, Willy Monteiro Duarte, ucciso senza pietà. Ci si indigna per la morte di un ragazzo la cui unica responsabilità è stata quella di difendere un amico dai “bulli” che da anni imperversavano nella zona seminando terrore in quanti avevano la sventura di incontrarli. Tante denunce, nessun risultato.
Analizzando le modalità che hanno spezzato queste due giovani vite scopriamo, amaramente, che sono le stesse, solo che i bulli Stefano li ha trovati in una caserma dei carabinieri.
Questo fa ancora più paura.

Per strada possiamo cercare di evitarli, a meno che non siamo proprio noi l'oggetto delle loro attenzioni, ma in stato di fermo cautelare dentro una caserma non hai scampo, e Stefano non ne ha avuto. Non li ha neanche denunciati per paura di ritorsioni più pesanti e ha trovato la morte in una settimana. La sua agonia è stata lunghissima e dolorosissima. Ho dovuto farmi forza per continuare a vedere il film, un senso di nausea fortissimo per tutta la visione e oltre.

Penso ai genitori, quelli di Willy che non vedranno più il suo sorriso e quelli che si sono consumati in 10 anni di processi e dolore, quelli di Stefano Cucchi.
Due famiglie normali, di lavoratori, di gente che vive del proprio sudore e cerca di trasmettere questi valori ai propri figli.

Stefano era tossicodipendente e a fatica stava cercando di uscire da quel tunnel.
Willy era un lavoratore giovanissimo, studiava e lavorava, ma aveva un colore di pelle differente da quello dei suoi assassini.
Sono colpe? La detenzione di droghe è un reato nel nostro Paese, un Paese bigotto e ignorante che ancora non regola le droghe, lasciando alle mafie di corrompere i ragazzini (spesso minori utilizzati per spacciare), uccidere e muovere il business più remunerativo di tutti. Mafie e criminalità organizzata vedrebbero azzerati i loro profitti e la violenza che ne consegue se a governare la distribuzione della droga fosse lo Stato.

Ma quale Stato? Lo stesso che ha lasciato ammazzare magistrati, giudici, giornalisti e chiunque abbia tentato di combattere le mafie? Dov’è lo Stato?
Assistiamo attoniti davanti a tanta violenza, che si è insinuata ovunque tra i giovani, che si esprime a calci in faccia e pugni fino ad uccidere o con le parole. Tanta violenza gratuita anche in chi commenta e scrive sui social e non fa meno male. Anche quel tipo di violenza andrebbe regolamentata da una legge.
E invece litigano, l’unica cosa che sono capaci a fare è litigare. Mai un contenuto nei loro proclami, mai sostanza, mai una soluzione ad un problema. Da anni assistiamo impotenti a questo teatrino volgare e infinito. Il vuoto chiamato il cambiamento.

Lo stesso vuoto di queste vite spezzate, un vuoto che viene riempito dalla violenza, da falsi valori.
Ogni nuova figura politica ha detto e dice di rappresentare e volere il cambiamento. Ma quale? Nessuno. Nessuna forza politica lo vuole, perché in questo delirio restano tutti comodi nelle loro poltrone e con i loro intoccabili privilegi, non si assumono la responsabilità di cambiare nulla e lasciano che avvengono atrocità simili dentro e fuori dalle istituzioni.

Ancora due processi attendono la famiglia Cucchi, il più importante dovrà stabilire le responsabilità di chi ha coperto il pestaggio dentro la caserma romana prima, durante e dopo la morte di Stefano e per oltre 9 anni, addossando ad altri corpi dello stato (quello penitenziario), a medici e infermieri, responsabilità che non avevano pur di coprire l’accaduto. E questo la dice lunga.

Le responsabilità vengono coperte per proteggere i “bulli” che la sera dell'arresto di Stefano Cucchi non erano neanche in servizio, per non agire verso il gruppetto che spargeva terrore ad Artena, Colleferro e dintorni e mettere sullo stesso piano di responsabilità gli autori materiali dell’accaduto.

E gli autori morali? Lo sappiamo bene tutti chi sono: quelli che continuano a dire tutto e il contrario di tutto anche nell'arco di poche ore, senza serietà e onestà; quelli che usano gli uomini e le donne in fuga dalla fame, dalla guerra e dalle persecuzioni per mero tornaconto elettorale. E lo fanno quotidianamente. Quelli che non danno più valore alla politica fatta per gli altri e per il bene comune bensì per se stessi, ma anche quelli che hanno un’esagerata mania di protagonismo e pur di apparire farebbero qualsiasi cosa. E questi sono ovunque.

Se ne trovano moltissimi tra giornalisti, opinionisti e scrittori da social. Ebbene sì, abbiamo anche tanti leoni da tastiera.
Cambiare le leggi fatte dal precedente governo sulla sicurezza doveva essere il primo passo, quella sarebbe stata un’azione politica di cambiamento.
Trattare la questione immigrazione come si dovrebbe e tentare di trasformare in risorsa il problema (vedi Mimmo Lucano) è politica e non dire chiudiamo, cacciamo, rimandiamo … dove? Questo è non affrontare, è respingere un problema che tornerà all’infinito perché non si può fermare.
Fare una benedetta legge per controllare l’uso e il consumo di droga tra i giovani e meno giovani (che fanno uso di tanta cocaina, conseguenza diretta di tanta violenza) è fare politica e vero cambiamento.Ilaria e carabiniere 350 min
Dare dignità a chi è nato, ha studiato e vive da sempre in Italia è politica.
Quando avremo un politico in grado di affrontare questi temi fondamentali avremmo un paese migliore.

Oggi il bel paese è finito e anche la politica.
L'odio e la violenza sono la conseguenza di quello che ascoltiamo, vediamo e siamo costretti a subire quotidianamente e si sono insinuati nel profondo della società, anche dove non ci aspetteremmo mai.

 

 

Serena Galella scrive su CiesseMagazine e questo articolo sarà pubblicato anche su quella testata

 

 

 

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