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Michele Santulli

Michele Santulli

Progrom, Ucraina, Polonia

STORIA

Una pagina della Storia all’insegna della efferatezza, tenuta in disparte e che oggi affiora grazie alla rete

di Michele Santulli
Marc Chagall Ebreo errante IlSecoloXIX 390 minPogrom è una parola russa che significa, si legge in rete, violenta sollevazione popolare, massacri, saccheggi,   da parte di una maggioranza contro una minoranza, con l’inerzia, non sempre, delle autorità. L’odio verso gli Ebrei risale agli inizi della storia e alle crociate e così le persecuzioni: la colpa imputata era la Crocifissione di Cristo; nei secoli successivi in tutta Europa subentrarono altre motivazioni e nuovi pretesti: soldi, invidia, il diverso, ecc. Basta sovente un gaglioffo insolvente che eccita e aizza la gente. Mostruose le persecuzioni e le prevaricazioni nel 1400 e 1500  in Spagna, i più feroci e spietati:  escogitarono tutti i mezzi  per ‘purificare il sangue spagnolo’ dalla presenza giudea  e da quella araba, un totale  di almeno ottocentomila soggetti,  una fetta sostanziale della economia e della cultura nazionali, da secoli,  perfettamente integrati nella società: eppure  spietatamente perseguitati e scacciati dal paese, tutti. Alla medesima epoca, con a capo il monaco domenicano Torquemada, assurto a simbolo di atrocità ed empietà, entrò in  attività la famigerata  inquisizione,  dovunque nell’Europa cattolica. Nei medesimi anni impiantarono  i cosiddetti ghetti dove venivano costretti gli Ebrei, nei quartieri più degradati delle città.  Un secolo più tardi sotto Luigi XIV il cosiddetto Re Sole, altre persecuzioni e massacri contro Ebrei e altre minoranze religiose, nel segno questa volta di ‘un re, una patria, una religione’. Perciò continue fughe nei luoghi meno fondamentalisti: Anversa, Amsterdam, Francoforte sul Meno, Colonia, Duesseldorf e poi in grande numero verso l’Europa orientale. Fu nei paesi dell’Est Europa che dal 1450 e poi continuamente, avvenne la diaspora, cioè la fuga dai persecutori: i più ‘ospitali’ furono la Polonia poi divenuta in gran parte Russia, la Ungheria, la Romania, anche la Bulgaria e poi gli Stati Uniti: qui le confessioni religiose erano varie, non solo cattolicesimo.

Ma pure in questa parte d’Europa non ci fu  pace per gli Ebrei  e le persecuzioni si comincia a chiamarle  pogrom, erano frequenti, centinaia, di solito di lieve entità, per i pretesti più vari. Il primo, rilevante, fu l’assalto al ghetto di Francoforte sul Meno: una folla incattivita e invelenita, debitrice di soldi verso gli Ebrei, capeggiata da un pregiudicato anche lui debitore, assalì gli Ebrei, smantellarono le attività e li costrinsero alla fuga, così distrussero o recuperarono tutte le obbligazioni firmate o i pegni dati a garanzia. Era l’agosto del 1614, poi molte altre sollevazioni ovunque nella Germania pur se limitate a pochi individui, poi più nulla fino al Nazismo. Terribilmente sanguinosi invece si registrano pogroms  già agli inizi del 1600  in  Polonia e in Ucraina, russa, dove furono massacrate e seviziate  centomila persone, la maggioranza Ebrei, pari a un terzo delle presenze nei due paesi

Data fatale è marzo 1883, l’assassinio dello Zar  di Russia, di cui falsamente fu incolpata una comunità ebraica, che diede inizio ai pogroms veri e propri in Russia ed esattamente in Ucraina per i motivi più disparati, soprattutto per soldi. Altre violenze in Slovacchia e Moldavia. E’ nel corso del 1900 che si verifica l’apocalisse della comunità ebraica, soprattutto  in Polonia e nella Ucraina russa.

Durante la guerra civile russa, dopo ottobre il 1917,  si contarono migliaia di pogrom come si legge in rete, in prevalenza da parte di  nazionalisti ucraini:  uccisi tra 50.000 e 200.000 ebrei, si contarono, circa 200.000 feriti o mutilati, migliaia di donne violentate, circa 50.000 vedove: un aspetto terribile e esecrabile fu: circa  300.000 bimbi  orfani!! Il grande pittore Chagall raccontava con commozione e terrore della sua esperienza giovanile di insegnante presso quegli orfanotrofi.

Nel marzo 1920 a Tetiiv, piccolo centro dell’Ucraina centrale,  nel corso di un pogrom durato 10 giorni, i nazionalisti  diedero fuoco ad una sinagoga affollata, uccidendo almeno 1.100 persone. La cronaca registra che dal 1917 al 1920 in Ucraina si ebbero circa 60.000 vittime. Prima della II guerra mondiale a Leopoli, oggi Ucraina, abitata da polacchi e ucraini,  maggioranza cattolica,  vivevano circa 200.000 ebrei: nel 1944 quando vi entrarono i russi liberatori, solo 200/300 vivi!  

A Odessa, anche Ucraina, sul Mar Nero, dove già negli anni precedenti numerose sollevazioni avevano devastato i quartieri ebraici, il 22-24 ottobre del 1941 e giorni successivi i rumeni in prevalenza con la partecipazione dei locali fucilano o bruciano migliaia e migliaia di inermi ebrei, le strade della bella città grondarono sangue: una città, Odessa, con un’impronta culturalmente ebraica, alla stregua di Vienna e di Berlino, con quasi 200 mila ebrei:  quando  i russi il 10 aprile 1944 liberarono  la città dai nazisti e compagni, trovarono, scrive la cronaca, solo 703 ebrei vivi!  

Ancora agli inizi della II Guerra Mondiale anche nella Polonia cattolica circa 250.000 ebrei furono vittime in vari pogroms!

In realtà la Polonia e la Ucraina russa evidenziavano le comunità ebraiche più numerose, perfettamente integrate nella popolazione.

Il 10 luglio del 1941 almeno 340 ebrei polacchi, tra uomini, donne e bambini, furono assassinati nel pogrom di Jedwabne in Polonia: la popolazione polacca  pretestuosamente massacrò e poi bruciò vivi una quantità di ebrei, dicono 340, in realtà, scrivono i ricercatori, almeno duemila, per odio contro il diverso.

Vicino a Kiev, Ucraina, si trova Babij Jar,  un enorme burrone, più di una Rupe Tarpea romana, molto più delle  Fosse Ardeatine: qui tra il 29 e il 30 settembre 1941 furono gettati i corpi di 33.771 ebrei, da nazisti  con la partecipazione di reparti ausiliari ucraini. Migliaia di persone, tra cui donne, bambini e anziani, furono condotte e uccise a Babij Jar anche nelle settimane e nei mesi successivi,  assassinate a sangue freddo altre minoranze. Gli ebrei di Kiev sterminati furono catturati in retate, dopo le denunce della popolazione locale. Alla fine della carneficina, si contarono duecentomila morti, metà dei quali a Babij Jar.

Nel 1946 e 1947, a guerra finita, gli ebrei scampati ai campi di concentramento trovarono  morte violenta che li aspettava in Ungheria e in Slovacchia, particolarmente odioso l’eccidio di Kielce del luglio 1946, in Polonia, dove la popolazione massacrò e bruciò vivi nelle abitazioni qualche migliaia di Ebrei, per impossessarsi dei beni, non solo per odio.   

Gli ebrei tutti abbandonarono la Polonia: in Ucraina oggi della ricca e colta e industriosa comunità originaria di qualche milione, si contano circa quattromila Ebrei! Tutti sterminati! Con la nascita dello Stato ebraico nel 1948, si calcola che almeno 250.000 Ebrei sfuggiti alle carneficine dei pogroms, abbiano abbandonato l’Europa orientale e tornati nella “terra promessa”.

 

 

 

 

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Pier Paolo Pasolini, centenario

CULTURA. ARTISTI

Urtò e anche spaventò la classe politica e il potere

di Michele SantulliPasolini scritticorsari 350 min
Ricordo, con mio figlio sulle spalle, in mezzo a grande folla, a Campo dé Fiori, allorché in un freddo pomeriggio di novembre del 1975 Alberto Moravia, a Roma, diede palese sfogo al suo dolore per l’ignominia dell’assassinio di Pier Paolo Pasolini: “i poeti sono materiale raro, ne affiora uno ogni secolo”: i presenti commossi e addolorati, il grande scrittore in visibile turbamento, ai piedi del monumento di Giordano Bruno. Quale fatale coincidenza: Giordano Bruno e Pier Paolo Pasolini, due autentici e genuini martiri della libertà e del libero pensiero, due miti e umili e dolci creature, messi a morte dalla violenza ed arroganza e fondamentalismo del potere, non uso alla convivenza con la qualità non comune di siffatti personaggi, infastidito anzi mortalmente ostile alle loro parole e attestazioni. Infatti PPP fu vittima non del miserabile giovincello che era con lui bensì come ripetutamente affermato e sostenuto pur se non provato né tantomeno approfondito e indagato, del potere occulto di quel momento storico sulla scena del Paese, potere intriso di viltà e di ipocrisia e, nel complesso, di bieca ignoranza. Anche Giordano Bruno, secoli prima, arso vivo dalle gerarchie perché non aveva voluto rinnegare le proprie idee e pensieri di fronte all’arroganza delittuosa e pochezza morale nonché ferocia del potere clericale imperante.

Non vogliamo ricordare di Pier Paolo Pasolini il suo impegno di poeta o quello di significativo e rivoluzionario cineasta, di artista pittore, di indagatore e protettore dei deboli delle borgate romane, o quello di giornalista e divulgatore e nemmeno della sua figura di poeta e di grande scrittore o della sua professione di fede per Marx e per Cristo: il suo contributo impagabile va individuato e messo in evidenza nell’impegno civile costante a favore della società dei deboli. I grandi nemici invisibili e perciò ancora più micidiali, sono il capitalismo e la globalizzazione che non tenuti sotto intelligente e severo controllo dal potere politico, hanno devastato e stanno continuando a devastare la società dovunque nel mondo, rendendo l’uomo schiavo, solo un consumatore di beni quasi tutti inutili, preda e succube completo del mercato e in generale, ecco la disgrazia, non dispone di antidoti e di difese culturali e morali atti a tutelarlo e perciò progressivamente subisce le conseguenze che il capitalismo mondiale persegue e ambisce: precarietà, paghe basse, delocalizzazioni, cementificazione selvaggia e criminale del Paese, la corruzione generalizzata, privilegi inauditi di certe categorie, la proletarizzazione della comunità, al fine di ingrassare le proprie attività e accrescere i profitti.

Ed è in tale specifico contesto di autentico pur se non consapevole vero e proprio ‘genocidio’ dell’uomo da parte del sistema capitalistico e finanziario che Pier Paolo Pasolini spiattella e appalesa i soli veri colpevoli imperdonabili del disastro sociale cui si è pervenuti essendo venuti meno o non effettivi, i rimedi e le difese che al contrario sarebbero stati obbligati istituzionalmente a fornire la scuola prima di tutti e la televisione e poi la classe politica specificatamente democristiana, “il nulla ideologico mafioso”, detentrice da sempre del potPasolini LETTERE LUTERANE 300 minere e, non per ultima, la più ‘pericolosa’ e micidiale di tutti, la giustizia/ingiustizia che condanna i deboli e protegge i potenti.

Nessuno prima di lui e dopo di lui ha avuto il coraggio civile e la libertà assoluta di coscienza, sulla propria pelle e a proprie spese, di evidenziare senza mezzi termini lo stato dei fatti dell’Italia, mettendone in luce ripetutamente i tanti mali: tale suo impegno solitario è stato possibile portarlo alla conoscenza del pubblico italiano grazie alla sensibilità e disponibilità di alcuni giornali, specie il Corriere della Sera dell’epoca e il Mondo. E’ vero, altri sensibili scrittori e giornalisti non hanno fatto mancare le loro denunce, come Antonio Cederna in particolare con riferimento agli abusi edilizi, ma nessuno con la forza e la costanza e soprattutto la profondità e la chiarezza storica di Pier Paolo Pasolini. Il concetto chiarificatore come nessun altro, atto a descrivere il consumismo e i suoi effetti deleteri, si chiama “omologazione antropologica”, espressione scientifica da lui coniata, non consente di aggiungere niente altro al già espresso concetto di “genocidio” della gente: la società si è uniformata al basso, si è ‘borghesizzata’ perché anche la borghesia ha perso il suo spazio tradizionale: ora bassi e alti si incontrano, sono ‘omologhi’!

La scuola diventa produttiva di realtà sociale generalizzata e costruttiva, se guarda in faccia gli scolari seduti sui banchi e ne interpreta uno per uno, i sogni e le necessità vere e non solo e esclusivamente ‘t’amo pio bove’. La televisione come strutturata, vuota, formale, tutta apparenza, parolaia, retorica e patetica, falsa, è solo veleno continuo per la comunità, perciò va eliminata, finché non si rigenera.

L’analisi della società italiana è stata portata avanti col massimo approfondimento e coraggio e in merito ricordo in particolare, per gli interessati, due libri che contengono i suoi famosi editoriali “Lettere luterane” e “Scritti corsari”: sono questi interventi giornalistici che qui hanno la preponderanza, ma peso concettuale e insegnamenti di gran lunga superiori sono da rinvenire nei suoi romanzi, nei suoi films, e ancora di più nei suoi libri di poesie.

Quanto in particolare, a mio avviso, urtò e anche spaventò la classe politica e il potere furono gli ultimi suoi interventi sulla stampa allorché iniziò a proporre anzi a propugnare che il ‘palazzo’ -altra sua espressione per indicare il potere- venisse messo sotto pubblico processo, che un ‘processo’ agli uomini politici dell’epoca, citati per nomi, venisse celebrato davanti agli italiani. Qui ci arrestiamo, nella commemorazione.

 

 

 

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Pubblicato in Arti e Cultura

Ivan Morozov un grande collezionista

 ARTE: MOSTRE E COLLEZIONI

Fondazione Vuitton, Bois de Boulogne, Parigi, fino al 22 febbraio

di Michele Santulli
Rodin A. Lelmettaia1887 M.Rodin Parigi 350 minNel verde del Bois de Boulogne di Parigi, in una struttura museale all’avanguardia progettata dall’Arch.Frank O. Gehry, lo stesso del museo eccezionale Guggenheim di Bilbao in Spagna, sta avendo luogo la esposizione delle opere raccolte dal collezionista russo Ivan Morozov (1871-1921): apparteneva a potente e facoltosa famiglia di imprenditori tessili di Mosca e lo distingueva una accentuata predilezione per la pittura. Iniziò a raccogliere i dipinti dei contemporanei russi già affermati quali Chagall, Malevitch, Larionov, Lebedev… per poi in occasione di un viaggio a Parigi, innamorarsi letteralmente dei pittori impressionisti e postimpressionisti: nell’arco di dieci anni fino al 1914 raccolse circa 250 opere tra le quali 17 Cézanne inauditi, 11 inimmaginabili Matisse, 6 Monet, 6 Renoir con un ritratto di donna tra i più significativi di questo massimo artista e poi tele degli altri impressionisti Sisley, Pissarro, Signac... un insieme di circa 700 opere tra impressionisti e russi. Naturalmente all’avvento di Lenin e del fatale Ottobre 1918 tutto fu confiscato dal nuovo Stato che si stava costituendo: le opere d’arte successivamente ripartite tra i tre musei principali e cioè la Galleria Tretyakov e il Museo Pushkin di Mosca e il Museo dell’Hermitage di San Pietroburgo. E’ la prima volta che una selezione di duecento tra tele e sculture viene esposta in Europa: la Fondazione Louis Vuitton, promotrice, fa capo a uno degli uomini più facoltosi della Francia, Bernard Arnault; questa medesima istituzione anni fa ospitò, anche per la prima volta, la altrettanto celebrata collezione di un contemporaneo di Morozov, Sergei Schukin (1854-1936), anche allora il successo fu clamoroso, si contarono 1,2 milioni di visitatori paganti, in circa cinque mesi da ottobre 2016 al marzo 2017.

Quell’epoca si distinse anche per la presenza di grandi collezionisti, un pò dovunqueRODIN scultura 350 min in verità, furono però quegli americani a rappresentare una pagina a sé stante della civiltà occidentali: è al loro interesse, non solo per i soldi, ma anche per la cultura e l’arte, che si deve la nascita dei più grandi e famosi musei e pinacoteche americani: dei nomi sono ormai destinati alla memoria imperitura come le loro opere d’arte: Mellon, Frick, Morgan, Rockfeller, Whithney, Getty, Guggenheim… e donne inaudite come Isabella Stewart Gardner, Louisine Havemeyer, Gertrude e Sarah Stein, le sorelle Etta e Claribel Cone che misero assieme circa, si dice, cinquecento opere tra tele e disegni e incisioni di Matisse, oggi gloria del Museo d’Arte di Baltimora e, vicino a noi, due donne anche impareggiabili, per libertà di pensiero e intuito artistico: Ileana Sonnabend e Peggy Guggenheim.

Ma tornando alla collezione Morozov, credo di poter sostenere che i due menzionati cultori russi assieme all’americano dr Albert Barnes (1872-1951) rappresentano nella Storia dell’arte sicuramente quelli più bramosi e quasi assetati, basti richiamare alla memoria che il dr Barnes, il maggiore, mise assieme quantità incredibili quali basti pensare a 181 tele di Renoir suo artista preferito, 70 tele di Cézanne e 25 di Matisse, senza citare i 150 di Soutine…. Auguro di poter offrire alla conoscenza dei lettori una breve silloge di questi benefattori artistici della umanità.

E tra le opere esposte a Parigi di Ivan Morozov ci soffermiamo in special modo su alcune di esse in quanto collegate alle modelle e modelli ciociari. Si ammira di Matisse la superba immagine di Rosa Arpino, dal corpo seducente e rigoglioso che l’artista intorno al 1905/6 ritrasse in più disegni e tele, tra cui quel capolavoro ‘La joie de vivre’ elemento orgoglioso della collezione del citato dr Barnes. In esposizione due sculture celeberrime di Rodin note in tutto il mondo: l’Eva e il Bacio. Per l’Eva, in grandezza naturale, nel 1884 e non prima, posò sulla pedana Maria Antonia Bruzzese in realtà Apruzzese, che offrì all’artista e agli allievi in studio la immagine del suo corpo in fiore, reso letteralmente immortale dall’estro e dalla passione dell’artista. Un baronetto scozzese allievo scultore, impalmò Maria Antonia e involò in una immensa casa di campagna nel verde della Contea di Perth, oggi ancora sul posto. L’altra opera, in bronzo, è il ‘Bacio’ per il quale modelli furono Maria Antonia e il compaesano Cesidio Pignatelli, il cui corpo apollineo Rodin immortalò in un’altra scultura anche essa appannaggio della umanità e cioè il San Giovanni Battista. AltraMATISSEH 350 min opera inimmaginabile e inaudita non presente in questa mostra e esposta in quella a lui dedicata più sopra ricordata, è un’opera di Cézanne acquistata da Sergei Schukin: ‘Mardi Gras’ (‘Martedì Grasso’) nel Museo Pushkin di Mosca che illustra due adolescenti: un Arlecchino e un Pierrot. Illustrando i modelli e le modelle ciociari della collezione Morozov, mi è sembrato illogico non illustrare questo dipinto inaudito, ambito da entrambi i collezionisti: secondo le ricerche del più accreditato studioso di Cézanne, il Pierrot può essere Michelangelo de Rosa mentre l’Arlecchino è il figlio Paul dell’artista: conosciamo Michelangelo, anche lui originario della Valcomino, questa benedetta scheggia di terra infissa quale costola nell’attuale Molise, perché posò, ma in costume ciociaro, per quattro oli e due acquerelli anche di Cézanne : “Il ragazzo dal panciotto rosso”. A chi vuol saperne di più: “MODELLE E MODELLI CIOCIARI A ROMA PARIGI E LONDRA NEL 1800-1900”.

Naturalmente nel catalogo della mostra parigina si trova di tutto fuorché i nomi di quelli che hanno dato corpo e anima alle opere citate, i modelli e le modelle: è una delle maledizioni che perseguitano la Ciociaria e anche la Storia dell’Arte, la insensibilità e la scarsa ricerca degli studiosi in gioco, su tale pagina gloriosa e imprescindibile dell’arte, anche negli errori grossolani riscontrabili in questa esposizione: uno in particolare il nome ‘Jeanne’ per Rosa Arpino e l’Eva di Rodin ancora fissata al 1881, senza menzionare l’oscuramento di Maria Antonia e di Cesidio Pignatelli!
Naturalmente è superfluo non consigliare caldamente la visita di tale esposizione unica.

 

 

 

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Pubblicato in Arti e Cultura

Donne italiane a Parigi

 

 

di Michele Santulli
MariaBrignole Sale de Ferrari 350 minFrancia e Italia sono sorelle effettive, carnali dunque: un libro sarebbe a malapena sufficiente a dimostrarlo e a ricordarlo: è solamente la pochezza e la modestia intellettuali dei rispettivi uomini di governo che non di rado portano a sminuire e perfino, talvolta, a dimenticare un immenso patrimonio comune e tale realtà della storia che affratella i due Paesi, da epoca immemorabile. Basti per esempio ricordare che il Piemonte, il colonizzatore dell’Italia, era una delle province della Francia, non solo come cultura e lingua e amministrazione: Cavour, il re Vitt.Em.II e tutta la borghesia piemontese hanno parlato francese fino alla prime decadi del 1900.

Parigi dal 1855 circa fino alla seconda guerra mondiale, in verità anche e ancora oggi, fu la città europea più ambita e più visitata, un autentico palcoscenico della umanità: artisti, finanzieri e industriali, monarchi e regine, diplomatici e politici, attori e attrici e scrittori del mondo intero, tutti ambivano ad andare a Parigi: le ragioni sono molteplici e quelle che maggiormente attiravano era un manifesto senso di libertà, di apertura intellettuale e di cultura, di tolleranza, manifestazioni fieristiche, innovazioni artistiche e, non ultimo, joie de vivre e divertimenti. E qui vogliamo gettare uno sguardo, pur se breve e ridotto, alla presenza di donne italiane in questo mondo sfavillante della cosiddetta Belle Epoque.

Maria Brignole Sale de Ferrari è quella che forse più di tutte ha lasciato tracce visibili, ancora oggi: apparteneva a famiglia nobile genovese del massimo rango e numerose sono le tracce cospicue presenti a Genova e dintorni: Palazzo Rosso, Palazzo Bianco, Ospedale Galliera. E a Parigi, sua patria effettiva, il suo salotto alla Rue de Varenne 57, al Palazzo Matignon, oggi sede governativa francese, era il primo di Parigi per il livello culturale e sociale e la ricercatezza: gli Orléans, nello specifico, la vecchia casa regnante, era particolarmente presente. Oggi a Parigi la sua presenza è testimoniata appunto dal Palazzo Matignon, dal Palazzo Galliera, al suo nome, sede museale ricercata; a Meudon, sobborgo parigino, ancora oggi è presente l’orfanotrofio e la casa per anziani da lei istituiti, come pure a Clamart, sobborgo di Parigi, altra casa di riposo per vecchi.

A Versailles, a Villa Romaine, risiedeva l’ultimo rampollo della secolare famiglia papale dei Caetani: aveva sposato Marguerite, americana, artista e donna di lettere: il suo salotto settimanale ricercato e ambito, donna dai multiformi interessi ed iniziative. La figlia Leila ne seguì le orme: l’Oasi di Ninfa a Sermoneta, uno dei feudi Caetani, è gioiello naturalistico e opera impagabile di Leila e della madre.
Donna che diede a Parigi un contributo inaudito di eccentricità e di originalità e soprattutto di eleganza e di ricercatezza fino a pervenire alla estrosità e stravaganza, fu la Marchesa Luisa Casati Stampa: non era insolito vederla con un serpente boa attorno al collo o con un leopardo al guinzaglio.

Altra donna eccezionale fu Anna Letizia Pecci detta Mimì, della famiglia ciociara di Carpineto, coniugata con un banchiere ebreo americano che in occasione del matrimonio acquistò una magnifica villa settecentesca alla Rue Babylone 32 che grazie a Mimì divenne, negli anni venti-trenta del Novecento, uno dei luoghi di ricevimento più ambiti dalla cultura e nobiltà parigina: oggi il complesso è proprietà dello Stato Francese e divenuto sede di uffici della Presidenza, a significarne il prestigio.

La Principessa Ruspoli di Roma fu anche ospite lungamente a Parigi e altra donna di rilievo fu la nobildonna Marchesa Carcano Landolfo, che si distinse in special modo per la sua passione per l’arte: quando la sua collezione andò dispersa alla sua morte, le giornate d’asta furono un avvenimento, tanto che un quadro in particolare intitolato Salomè e di cui modella fu una ciociarella, raggiunse il prezzo più elevato mai pagato fino allora per un’opera d’arte cioè 480.000 Franchi, quando all’epoca i quadri di Van Gogh o di Modigliani costavano ancora massimo 300 Franchi: in quegli anni il giovane Picasso vendette per 75 Franchi!! un capolavoro del suo periodo rosa, La ragazza nuda che vende fiori, andato a ruba recentemente ad un’asta per oltre cento milioni di dollari. Altra donna affascinante che letteralmente conquistò la società del suo tempo fu la stilista e costumista romana Elsa Schiaparelli nel periodo tra la prima e la seconda guerra mondiale che con Coco Chanel rivoluzionarono la moda mondiale. Tante altre le donne italiane a Parigi nel periodo della terza repubblica, dopo il 1870: tra queste non vanno dimenticate quelle che diedero una impronta ineguagliabile alla pittura e alla scultura e cioè le modelle ciociare. In tempi più vicini la presenza di donne italiane è sempre attuale a Parigi: la cantante celebre Caterina Valente, poi Carla Bruni attrice e moglie presidenziale, una studiosa e politica Maria Antonietta Macciocchi, insignita della Legion d’Onore, e poi Chiara Mastroianni, figlia di Marcello e non poche altre.

Una pagina qui solo accennata e che il curioso e interessato può sicuramente, con suo gradimento, ampliare ed approfondire in rete. Altro nel libro:”ORGOGLIO CIOCIARO/Ciociaria Pride”.

 

OrgoglioCiociaro 650 min

 

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Pubblicato in da Ricordare

Gli zampognari, Natale e la televisione

 CRONACHE, COSTUME, CULTURA

Ciociaria “quel grande e solenne Paese…..così ignorato e così calunniato”. (G. Carducci)

di Michele Santulli
Strutt AJ Zampognari acq.475x32 priv. 350 minEppure queste umili creature che letteralmente tutta l’Italia conosce e ricorda, note altresì in molte città europee, parte integrante del folklore natalizio, ricordate e tramandate nella letteratura sin dalla fine del 1700, senza citare le opere pittoriche realizzate dagli artisti europei e rinvenibili in tanti musei del mondo, ebbene queste creature oggi vengono ricordate e riproposte quasi sempre nei modi più superficiali e approssimativi. Non ci riferiamo agli improvvisati protagonisti e suonatori che probabilmente hanno difficoltà a rinvenire gli abiti di una volta o a riproporli oppure addirittura non li conoscono nei dettagli e perciò eseguono le loro ‘novene’ ovunque abbigliati molto sommariamente dal punto di vista della verità folklorica; il rimbrotto va rivolto invece a quelle istituzioni, quali la televisione, sia pubblica sia privata, che avrebbero tutti i mezzi idonei
-scientifici e finanziari nonché promozionali ed informativi- per conoscere a priori quanto vanno a proporre al pubblico, invece il risultato sono immagini distorte e perfino grossolane: si offrono al pubblico esemplari di zampognari che come cappello hanno un ‘borsalino’! e come scarpe le sneakers cioè quelle di plastica e gomma ormai indossate da tutti! Si vedono perfino ragazze in costume col rossetto sulle labbra o con gli occhiali da sole e perfino con mutandoni femminili che nulla hanno a che vedere col costume ciociaro, vale a dire la distorsione folklorica e soprattutto anche sociale, completa e totale! A Natale il programma Striscia la Notizia di solito molto attento e accurato e perfino rigoroso nelle sue esibizioni, ha presentato una coppia di zampognari che della tradizione folklorica e documentaria tramandata dagli artisti dell’ottocento, molto poco avevano a ricordo! Il cappello era, ripeto, addirittura un ‘borsalino’ o qualcosa del genere, le cioce complete di arzigogolati ‘becchi’ o punte arrotolate ignote ai poveri braccianti ciociari originari, camicie raffinate e eleganti certamente non di canapa, inverosimili in tali personaggi, senza parlare di guarnizioni vistose in ottone, pantaloni al di sopra dei ginocchi ma con ginocchiere, decorate in aggiunta, con fiocchi ecc. tutto folkloricamente e storicamente fuori dal contesto; e qui ci arrestiamo. In un’altra seduta televisiva, della Rai questa volta -I soliti ignoti- qualche settimana prima, mostrarono un ‘ciociaro’ anche qui totalmente fuori della realtà: si immagini un cosiddetto ‘lazzarone’ napoletano quale illustrato nel folklore dell’epoca o un uomo di fatica in generale, con la camicia rossa a quadretti e il fazzoletto attorno al collo, barba incolta e un cappellino in testa, senza citare la espressione che nulla aveva della modestia ed umiltà e della fatica di un ciociaro autentico. Anche in questo caso una immagine totalmente fuorviante e falsa: in effetti il solo contrassegno distintivo del costume presentato erano le calzature che,RomakoA. Alledicola 47x37 priv. 350 min pure, a seguito delle stringhe orrendamente avvolte e il tipo di cuoio delle medesime e la generale presentazione, ne risultava la copia vile e triviale delle cioce ‘classiche ed eleganti’ di cui parlò Gregorovius già verso il 1850 e che la pittura del secolo documenta.
Innumerevoli purtroppo sono gli episodi e i resoconti analoghi che si riscontrano nella stampa e nei media in genere: parrebbe che persista la volontà ad oscurare ed emarginare questa regione ai piedi di Roma, come al tempo dei guitti e dei cafoni di Pinelli.

Ripetutamente abbiamo attirato l’attenzione su quanto sistematicamente lacunoso e improvvisato, certamente insignificante, generico e stereotipo si offre all’attenzione dello spettatore sia alla televisione sia negli altri media nazionali le rare volte che presentano la Ciociaria: si fa di tutto, volenti o nolenti, per sminuire e anche degradare e altresì, curioso, che si continui ad ignorare che, nel rispetto della Storia, questa è la regione più antica del Paese, quella sul cui suolo si sono verificate le prime contingenze e vicende della storia nazionale: è la terra che ha dato i natali a Roma e alla cui grandezza, successivamente, coi propri figli, ha dato il proprio contributo fondamentale. E’ prima di tutto e solamente da questa terra di Ciociaria che è partito il messaggio di civiltà e di cultura che ha imbevuto di sé e fecondato l’Europa tutta, all’insegna del precetto: ora, labora et lege, cioè oltre alla devozione e alla pietà, la valorizzazione per la prima volta nella umanità del lavoro umano, la prima volta altresì il valore e il ruolo della cultura e della istruzione quali strumenti sicuri per conseguire libertà di pensiero e progresso. È in questa terra che sono stati stampati i primi libri, qui scritte e pronunciate le prime parole in volgare italiano, qui promossi e incoraggiati San Francesco e San Domenico e Sant’Antonio, qui anche inventati gli ‘eretici’, qui anche l’odio contro gli ebrei, qui anche i massacri dei dissidenti, qui nati il ghetto e la Inquisizione e qui il cesarepapismo, ma qui diffuso anche il messaggio di S.Tommaso d’Aquino.

Sempre attuali, a gratificazione dei denigratori e analoghi e dei disinformati, le parole di Giosué Carducci: la Ciociaria “quel grande e solenne Paese…..così ignorato e così calunniato”.

Pubblicato in Cronache&Commenti

Van Gogh e i platani capitozzati

PITTORI. NATURA E AMBIENTE

“Ogni accettata … apriva 'na ferita e, pel dolore, er tronco lagrimava”

di Michele Santulli
VanGogh PollardWillowsArles 450 minNon si crede eppure ripetutamente il sommo artista ha parlato e soprattutto dipinto i platani capitozzati e da lui chiamati proprio così, con disprezzo, capitozzati, già alla sua epoca: pollard. Si sa che VG è stato essenzialmente il pittore della natura: i fiori, i campi di grano, gli oliveti, i cipressi, il firmamento, i girasoli, gli iris per cui il suo rapporto con i campi e i monti era molto sentito. I due anni trascorsi a Parigi gli avevano alienato completamente l’esperienza della vita cittadina coi suoi frastuoni, gli uomini, la confusione e furono pretesto per andarsene e realizzarsi altrove, assieme a sentimenti autentici di cambiamento e di nuove ispirazioni. Trovarsi nell’assolata e profumata Provenza fu per lui una nuova vita e una felice scoperta. Il rapporto con le montagne, gli alberi, i fiori divenne una componente della esistenza e in più lettere espresse in particolare il suo amore per gli alberi: nessun artista ha dipinto cipressi e salici o platani e olivi in tanta quantità e con così grande maestria e devozione: guardando certe sue opere si direbbe che i cipressi specialmente e gli olivi parlino e giubilino con lui, laddove i salici e i platani ischeletriti a causa della capitozzatura gemono e singhiozzano. Certe immagini sono quasi antropomorfe, danno l’idea di uomini mutilati, in pianto! Perciò la capitozzatura delle chiome e dei rami che più volte ci mostra nei suoi quadri e praticata alla sua epoca in certe zone è una manifesta accusa agli autori dello scempio, a significarne disapprovazione e rimbrotto. La capitozzatura è ancor oggi praticata in certe parti dell’Italia primitiva e rozza: qui, di conseguenza, si è persa la conoscenza della fisionomia dell’albero coi rami e le foglie! Il bambino che non ha altre esperienze, è così che vede e vive un albero: capitozzato! Solo tronchi e rametti che spuntano fuori.
Non si è ancora compreso che tale erronea potatura spesso porta all’essiccazione della pianta, a parte lo spettacolo contro natura che offrirà per sempre. A parte anche gli uccelli rimasti senza casa.
Si ricordi come Giacomo Balla vedeva gli alberi di Villa Borghese: “I tronchi cantano” oppure Augusto Jandolo che descrive i colpi micidiali: “Ogni accettata … apriva 'na ferita e, pel dolore, er tronco lagrimava”. E lo stesso Augusto Sindici che percepiva i “singhiozzi e pianti” dell’albero sotto l’accetta.
Oggi che una parte della umanità sta ampliando i propri orizzonti, comincia a maturare la presa di coscienza che abbattere un albero o ammazzare un agnelluccio o un vitello o un porchetto per poi divorarlo è, anche se incredibile, il massimo della colpa e anche una forma di suicidio perché gli animali e gli alberi sono come l’aria, l’acqua, l’ambiente, beni supremi, che non si proteggono e preservano da soli!

Pubblicato in Arti e Cultura

A Cassino, nel segno della Bellezza

 

Un museo d’arte, la bellezza, a Cassino

di Michele Santulli
montecassinoNell’anteguerra i rapporti e le interrelazioni tra il Sacro Monte e Cassino erano di natura quasi familiare, tante le contingenze e le situazioni che li tenevano uniti e legati e anche i pellegrini e i visitatori che da ogni dove visitavano l’Abbazia, non mancavano sovente di fermarsi e soggiornare in città. E’ la distruzione nefasta della guerra che ha avuto come risultato la contrazione di tali vincoli come pure gli anni che hanno tenuti occupati i monaci nella ricostruzione e ristrutturazione della loro Casa e, in aggiunta, una persistente contrazione delle vocazioni religiose. Gli avvenimenti traumatici verificatisi nella vita dell’Abbazia nei recenti anni, pur provocando veri e propri sconvolgimenti istituzionali vecchi di secoli, non hanno in sostanza arrecato nocumento al flusso dei pellegrini e visitatori che è rimasto, ed è ancora oggi, costante e sensibile: centinaia di migliaia sono le presenze ogni anno sulle sacre balze.

Sono anni, e oggi più che mai, che la città di Cassino assiste impotente e anche incapace, alle migliaia di persone che salgono a Montecassino e poi ripartono senza mettere piede in città! Quante potenzialità sciupate! Né in città, nel corso degli anni, si è imposto un qualche strutturato organo associazionistico che fosse di stimolo e appoggio alle autorità comunali, occupate in ben altre incombenze. E dunque qualche sindaco più sensibile a tale situazione si è trovato di fronte al dilemma vero e proprio di come invogliare i visitatori di Montecassino ad arrestarsi anche in città. Oggi di fronte alle nuove situazioni e anche alla sopravvenuta importanza del commercio e del ruolo economico della città, maggiormente è sentito il ruolo benefico che tale presenza è suscettibile di apportare.

Non vogliamo ricordare qualche tentativo di attrazione, per esempio i cinquantanni trascorsi per restaurare la Rocca Janula col risultato di richiamo e di attrazione, in realtà, sotto gli occhi di tutti, pari a zero, né tanto meno le a dir poco originali soluzioni ventilate da qualche passata amministrazione di chiudere la strada per Montecassino e bloccare tutti gli autobus in città e impiantare una bella funivia in partenza dalla villa comunale. Certo è che a Cassino, dopo ottanta anni dalla distruzione, nulla è presente e disponibile che possa stimolare un forestiero a mettervi piede, oltre che, forse, per curiosità commerciale. In effetti non si è compresa una realtà banale ed elementare, la sola valida ed attiva, sempre e dovunque, e cioè che la gente si muove per godere, per gratificarsi, anche per istruirsi e possibilmente arricchirsi spiritualmente. Sono disponibili a Cassino tali richiami ed attrattori? Ma qui ci arrestiamo.

Che cosa invoglia e gratifica i visitatori di Montecassino e allo stesso tempo ravviva la volontà e il piacere di tornarvi ancora? Generalmente non le messe o i rosari o le funzioni che di norma hanno luogo in ore non turistiche: ciò che sicuramente affascina e abbacina la gran parte è, nelle parole di San Benedetto, la Bellezza della Casa di Dio! tutto quanto avvolge e circonda: i marmi, le opere d’arte, le sculture, gli affreschi, i legni intagliati, il museo, l’architettura, l’atmosfera impagabile che si respira, la immersione nella Storia e nella Devozione…è quello che seduce. La Bellezza, dunque!

Ed ecco una idea a disposizione della attuale amministrazione che pare essere sensibile e partecipe alla messa in opera di iniziative e proposte e progetti tali da rendere Cassino se non proprio seducente ed allettante, almeno motivo di richiamo e di attrazione. Un Museo d’Arte! La Bellezza di San Benedetto! Il punto di riferimento che invoglia e richiama, sempre. E Cassino volendo ha davanti a sé veramente una possibilità unica, perfino connaturata ai luoghi: infatti il soggetto pittorico più conosciuto al mondo e più presente nei musei e pinacoteche, più celebrato e più illustrato anche dai massimi artisti tra la fine del 1700 e gli inizi del 1900, è stato il povero contadino, il pifferaro, lo zampognaro, la contadinella, il pecoraio, il brigante, vale a dire la umanità che viveva nelle campagne del Cassinate fino alla Valcomino, all’epoca Regno di Napoli: e queste creature nelle loro sgargianti vestiture e quei calzari così strani ai piedi quando non scalzi, furono per la quantità di artisti stranieri uno spettacolo affascinante tanto che pur essendo gli ultimi della scala sociale, divennero i protagonisti dell’arte pittorica europea! Gli ultimi divenuti i primi! Una vera apoteosi. Tanto che oggi è difficile entrare in un museo o galleria del pianeta e non rinvenirvi appeso almeno un quadro con uno di questi personaggi! Quindi un mondo conosciuto e sperimentato, una fonte consolidata di sicuro appetibile richiamo!

E Cassino è la porta di accesso a tale mondo. Se si eccettua il preziosissimo museo d’arte religiosa di Montecassino, si deve prendere atto con umiliazione che tutta la provincia di Frosinone ha il privilegio di essere la sola sprovvista in Italia di una pur se modesta pinacoteca d’arte: e Cassino, città ormai distintiva in tutta la regione a Sud di Roma e orgogliosamente proiettata verso il futuro, condivide purtroppo fino ad oggi tale vergognosa realtà e affronto alla Cultura e alla Civiltà e, sia detto, al Turismo: pur tuttavia l’atmosfera attuale induce a ritenere che le donne e uomini sugli scranni della pubblica Amministrazione abbiano la volontà di gettare le basi idonee a cancellare tale motivo di disdoro a vantaggio del prestigio della città e dei suoi abitanti e ottenere allo stesso tempo che i visitatori di Montecassino trovino, finalmente, plausibile e gratificante motivo per arrestarsi in città, nel segno della Bellezza, del Museo d’Arte!

 

 

 

 

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Vertiginosi giri di soldi?

OPINIONI

"Gli italici epuloni". Riceviamo e pubblichiamo

di Michele Santulli
soldi girano vorticosamente La Libertà 370 minLa lettura di certi libri e anche qualche rara notizia alla televisione oggi più che mai riportano di enormi quantità di soldi che passano di mano vertiginosamente, non le poche decine di Euro all’usciere ministeriale ma borse e valigette piene che vanno nelle mani di politici o di alti burocrati e funzionari cioè nella mani di quelli che, già lautamente mantenuti dai cittadini, dovrebbero provvederne al bene comune.

La vicenda gloriosa di ‘Mani pulite’ svelò per la prima volta gli enormi interessi, già da anni, dietro soprattutto ai rapporti malavitosi tra imprese di ogni genere e partiti politici e uomini dello Stato all’ombra delle numerose logge massoniche e delle convivenze tra mafia e uomini dello Stato, specialmente giudici e procuratori, ancora più preciso: uomini politici, degli affari sporchi dei quali mai nessuno parlava, sia nella stampa sia nella televisione. A conclusione della parentesi giudiziaria, l’andazzo terribile ebbe una pausa ma poi riprese fino ad assurgere ai livelli di oggi in cui lo Stato cioè i cittadini, sono diventati la enorme mangiatoia incustodita in cui tutti attingono voracemente, appezzentendo la comunità, come il gigantesco debito pubblico denuncia. Ormai non c’è operazione pubblica di una qualsiasi amministrazione statale che non soggiaccia, o che non si realizzi, all’insegna della corruzione, cioè della tangente e del bustone. Cifre enormi che scorrono, gran parte delle quali valica le Alpi e trova rifugio in banche estere o in investimenti immobiliari o azionari. La televisione trasmette canzonette e amenità e incontri parlatori in quantità, mai affronta e illumina su tali nefaste realtà: la stampa, mantenuta dai sussidi dello Stato dei cittadini, è anche essa muta e ignara di quanto avviene: insomma tutti collusi e coinvolti: complicità, tengo famiglia, paura per i privilegi goduti: le rare eccezioni, pur presenti, confermano la terribile situazione.…Tutto si è aggravato: c’era qualche speranza, si diceva in molti, coi 5 stelle, ma come si è visto, tutti si sono rivelati loro nemici, dall’inizio, giornali e giornalisti, televisioni, i media, certe categorie professionali…tutti ostili: hanno tutti paura, timori fortissimi che si possano toccare i propri abusivi privilegi e sinecure, i propri intrallazzi: in effetti i 5 stelle sono gli unici a lottare e a volere chiaramente certe iniziative ma radicali e non palliative, a vantaggio vero della comunità e della democrazia!

E dove vanno queste quantità enormi di soldi che da anni e anni escono dall’Italia sempre più indebitata? Ecco perché, come scriveva già Pasolini, la televisione e i suoi rimestatori a tutti i livelli sono i maggiori colpevoli, perché volutamente e scientemente tengono all’oscuro gli Italiani di certi fatti, rendendosi complici consapevoli di ladri e evasori.

Si vada nel Canton Ticino, in Svizzera e chiedendo e guardandosi attorno si scoprirà che quasi tutta la regione in verità è in gran parte in mano di Italiani, con le loro ville o appartamenti o palazzi: e quanti italiani grazie a stipendi e a pensioni da pascià vi si sono perfino ritirati e si godono la vita, spensierati e beati. E’ difficile trovare un imprenditore lombardo, anche quello più piccolo, che non abbia il suo pied-à-terre a Lugano o paesi vicini. Naturalmente non si parli delle banche che, in questo Cantone, ancora oggi gestiscono in massima parte solo soldi di italiani. Il bello viene se si va in certe cittadine famose quali Gstaad, St.Moritz, Davos, Crans-Montana: se si entra nei ristoranti o nei caffè in certi periodi dell’anno, si parla solo italiano! E che ville in giro! Infatti qui il livello è del top del capitalismo o della professione. La stessa visione italianizzata si nota sulle rive del lago di Ginevra.

Se poi si va in Francia in Costa Azzurra già a partire da Montecarlo e Mentone e andando giù a Nizza, Antibes... le molte se non la prevalenza delle ville, solo nomi italiani. E così in Provenza… Il bello ci attende a Parigi dove, si dice, da anni la percentuale più alta di compravendita di appartamenti avviene al nome di italiani e questa volta non tanto Lombardi o Piemontesi ma di tutta l’Italia, specie centro-sud. Mai senti i rappresentanti locali della Televisione italiana informare su queste realtà: mai! Solo sui gilets gialli. E se lasci Parigi, città sempre affascinante e ammaliatrice e superi la Manica, a Londra hai anche qui una ricca rappresentanza di italici epuloni che da anni comprano appartamenti soprattutto e palazzi. E qui ci arrestiamo senza andare oltre, nei Caraibi e nei Tropici o a New York o all’Est perché ci si spaventerebbe nel costatare che tanti soldi escano di soppiatto dall’Italia, soldi al nero, frutto di evasione e di latrocini: a noi restano ponti e viadotti e piloni e gallerie da manutenere e gestire e una cementificazione orribile che ha sfigurato per sempre il Paese.

 

 

 

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“Yude”! io sono ebreo!

STORIA E OPINIONI

La radice dell’antisemitismo? La paura!

di Michele Santulli
yude arpino luglio 2020 370 minEntrando ad Arpino da Sora-Isola sull’imponente muro di cemento che accoglie il visitatore, colpisce una grossa e variopinta scritta presente già da parecchi mesi: “YUDE”. E’ il termine di cui la Germania Nazista fu riempita: “Giudeo”, “Ebreo”, la stessa scritta che a partire dal 1938 apparirà pure sui muri italiani, la medesima che appare anche oggi in certi luoghi del globo, non solo Arpino.

Sorprende che ancora debbano essere in giro dei deboli di mente che bevono a certi bicchieri, gente pericolosa: in una società democratica tali soggetti non dovrebbero muoversi a piede libero.
Pochi ricorderanno il Presidente Kennedy che in piena guerra fredda dichiarava il 28 giugno 1963 allorché in visita a Berlino Ovest divisa in quattro settori: “Ich bin ein Berliner!” “Sono un Berlinese!” Entusiasta la reazione sia dei berlinesi sia del mondo in generale a tale pubblica dichiarazione del Presidente americano che si identificava con il tedesco di Berlino, dopo la guerra mondiale, a significare la sua comprensione e volontà collaboarativa.

“Io sono un ebreo” questa è la analoga dichiarazione perfino confessione che ognuno di noi dovrebbe essere così sensibile da pronunciare, quando il caso, a dimostrazione della propria libertà ed indipendenza di pensiero. Ma perché tanto odio da sempre e dovunque, dove più dove meno, verso questo popolo, il popolo eletto della Bibbia? Eppure non si sentirà mai che un ebreo abbia usato violenza verso qualcuno, nella storia della umanità, mai hanno reagito avverso le cattiverie e prepotenze: hanno solo subito e patito e enormemente sofferto. Rassegnati da sempre, preparati dentro di loro alla brutalità e alla angheria e al sopruso! Rassegnazione.

Incredibile, senza nessuna colpa apparente, se non la loro presenza, come tutti i cittadini di uno stato qualsiasi, a esercitare i propri mestieri e professioni: è vero, appartati, diversi e dispersi, ”ebrei in casa ma cittadini fuori”, sempre ospiti e stranieri, sempre erranti: fedeli alla propria religione, quella di Mosé, e alla propria nazionalità, la terra promessa, agognata mai calpestata, e che sognano invece e sempre nelle loro preghiere, il ritorno a Sionne, a Gerusalemme, ritorno che non si realizza per la maggior parte, perché sin dall’inizio, dall’esilio babilonese, successivo alla distruzione del primo tempio di Gerusalemme nel 587 a.C., la loro natura, la loro struttura dell’anima comune a tutti, li spinge e li obbliga all’esilio, alla diaspora, alla trasmigrazione permanente, le valige sempre pronte davanti alla porta, perché è nella diaspora, nella fuga eterna, che si sentono liberi e realizzati e fedeli alla loro identità, a quel principio fondamentale, a quella ‘scatola chiusa’, che si nasconde dentro ad ognuno di essi. Le sofferenze, gli abusi, le umiliazioni, lo scherno e lo sberleffo, è il prezzo che sono pronti, rassegnati e preparati, a pagare, anche oggi che da pochi anni, dal 1948, avrebbero, non tutti, realmente e finalmente una patria e una terra, la terra del latte e del miele della Bibbia, la terra promessa. Ma perché, dicevamo, tanto odio verso questa umanità inerme e indifesa?

I più feroci, se si possono fare distinzioni, sono stati i cattolici a Roma prima di tutto e poi in altre parti d’Italia e d’Europa, sin dal Medioevo: sono essi che hanno inventato, e diffuso, il ghetto e le inquisizioni e le efferate conversioni forzate e i marchi visibili da portare addosso, le famigerate rotelle gialle già dal 1100; ferocissimi gli spagnoli, cultori della purezza del sangue e della religione e della razza, che nel 1500 scacciarono tutti gli Arabi prima e poi centinaia di migliaia di Ebrei; saltando gli altri secoli, ancora più feroci i Polacchi, e non solo, che trucidarono migliaia di poveri ebrei addirittura nel dopoguerra allorché liberati dai campi di sterminio, tornarono ai paesi di origine! Una pagina nefanda della umanità, dopo l’olocausto nazista scientifico di quell’uomo ‘non-uomo’ che fu Hitler. E’ dentro di noi, gente normale, che ad un certo punto, per ragioni di fantasia e di immaginazione e di patologia pazzoide e criminale, si insinuano sentimenti e meccanismi di odio verso l’Ebreo che poi si diffondono, fantasie fatali e folli, senza appigli e motivazioni, solo meccanismi patologici, tutto, incredibile, sostanzialmente virtuale, fantasioso!

Oppressi e offesi, indicati come esseri inferiori, fatti oggetto di oltraggio quasi sempre da una feccia di umanità criminale, essi reagiscono, per sopravvivere, con la laboriosità e l’impegno massimi, per cui, pur se nicchia irrilevante numericamente, si distingue, dovunque nel mondo, in tutto quello che intraprende: i maggiori filosofi e scienziati, scrittori, i massimi direttori di orchestra e pianisti e violinisti, medici tra i quali famosissimi i dentisti, i più grandi finanzieri e banchieri, i più grandi mercanti d’arte, imprenditori e artigiani…sono tutti ebrei. Ma non è l’invidia al cospetto di tali successi mondiali a scatenare le mene assurde antisemite, a risvegliare le fantasie omicide e folli quasi sempre della feccia e, sostanzialmente, nemmeno l’Islamismo e il Cristianesimo: quale dunque la radice dell’odio? Migliaia di libri sono stati scritti e sceverati per interpretare e capire tali radici, la conclusione ultima alla quale si è pervenuti è: la paura! La radice dell’antisemitismo.

Non dunque motivazioni religiose o politiche o economiche o sociali: la paura! E di che cosa? Del diverso, dell’altro, anche se simile a noi, come effettivamente è!

 

 

 

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Pubblicato in 1900 italiano e altro

Pandemia, genocidio e Coluche

 CRONACHE&COMMENTI

 Una esperienza eccezionale della umanità questa che stiamo vivendo

di Michele Santulli
Coluche PicMix 370 minE’ una esperienza eccezionale della umanità questa che stiamo vivendo! E affianco a tanti problemi connessi dei quali ci accorgeremo man mano che la situazione sanitaria migliorerà, c’è da costatare una realtà nuova e anche questa eccezionale e cioè gli Stati che ora intervengono in forza a lenire e a sostenere: mai si era verificato a quanto assistiamo oggi, mai gli Stati e gli organismi internazionali sono intervenuti così massicciamente come ora. In siffatta congestione di iniziative volte al sollievo e al ristoro, si evidenziano in maniera perfino truce e turpe due aspetti: la emarginazione, una ghettizzazione vera e propria, nei confronti della morte incombente sugli anziani e sui vecchi a favore di certe categorie e cioè giudici, avvocati, professori ecc. che per nulla e per niente meritano o valgono trattamenti privilegiati rispetto ai vecchi.

Ho detto turpe e truce ma si può aggiungere, a buona ragione, criminale e addirittura genocidio: ignorare la posizione prioritaria della vaccinazione a favore degli anziani, è equivalso a dichiararne la morte certa a favore, in questo caso, di altre ben pasciute categorie: a dir poco terrificante che giudici e avvocati, operatori di Giustizia, abbiano accettato la iniziativa come se dovuta. E tale stato di fatto è un tratto delinquenziale analogo alla famosa dichiarazione che la vaccinazione debba tener conto del pil cioè della moneta, analoga anche a quella proclamata da un pagliaccio urlatore che la precedenza alla vaccinazione spetti ai ceti produttivi!! Nelle nazioni confinanti non si assiste a tale delittuosa situazione quale quella italiana in quanto la urgenza e il ruolo primario della vaccinazione viene riconosciuta normalmente e aprioristicamente alle categorie più esposte: da noi, indifferenti, cinici, egoisti, avviene il contrario: il risultato è che in questi Paesi i decessi sono di gran lunga inferiori.

Centodieci- centoventimila morti di quasi soli vecchi, è un genocidio, un nuovo olocausto! E tutti coloro che volutamente o no, hanno operato con questi risultati tragici dovrebbero non vergognarsi, che è nulla e niente, ma comportarsi come sogliono fare certi uomini in certi casi! Quanto deve però, nella sostanza, perfino atterrire è che i cosiddetti cittadini cioè gli Italiani, se ne stiano, e siano stati fino ad oggi, con le mani in mano, alla finestra a guardare oppure, i fortunati, ai Caraibi o ai Tropici. E ci si chiede: ma dove sono la quantità enorme di associazioni, sodalizi, sindacati e analoghi? E questa è la fortuna vera sia dei delinquenti e sia soprattutto degli incapaci e incompetenti. Deve anche imbarazzare il fatto che il capo dello Stato, sempre così sensibile e partecipe, abbia assistito alla italica shoah senza prendere alcuna iniziativa!

Altro aspetto che pure deve atterrire è il seguente fatto: lo Stato e le sue istituzioni è ormai un anno pieno che investono cifre iperboliche al di là di un debito pubblico pauroso, cifre che a epidemia superata si presenteranno all’incasso. Eppure in siffatta grave emergenza mai si è parlato di intervenire nei confronti dei fortunati e dei privilegiati, di quelli cioè che godono di pensioni e stipendi e benefici vari da nababbi, anche in regime di covid: sarebbe stato non solo obbligatorio ma perfino giusto pretendere, soprattutto in un paese appezzentito quale il nostro, che tali fortunati nazionali di ogni categoria e contesto fossero stati obbligati d’imperio a rinunciare a una parte proporzionale dei loro emolumenti a favore della maggioranza sofferente: zero e niente e quindi oggi più che mai si assiste a situazioni che ci riportano agli epuloni di Gesù. La medesima indifferenza si riscontra verso le società del gas, dell’acqua, dell’elettricità, ecc. ai quali imporre l’immediato abbassamento delle tariffe, già ora le più esose d’Europa. Nulla anche ora. E dire che tra di loro vi sono categorie di fortunati dipendenti ai quali si riconoscono, pare, sedici mensilità di emolumenti!

Anche in questi casi di occasioni, fino ad oggi, miseramente perse, la lezione ci viene da un vicino, da Papa Francesco, che, a seguito di una loro contingenza ha abbassato gli stipendi di tutti i dipendenti, a partire dai cardinali, d’imperio!
Ho voluto ricordare Coluche († 1986), caro ai francesi come la Rivoluzione, come la Marsigliese, come la Semeuse perché fu il personaggio pubblico che una cinquantina di anni fa aprì gli occhi verso i cosiddetti ‘barboni’, i ‘clochards’ di Parigi, cioè gli ultimi della società e con alcuni amici e a spese proprie, inventarono letteralmente i ‘Ristoranti del cuore’, i ‘Restos du Coeur’ di cui abbiamo scritto in qualche passata nota. E qui mi arresto e invito i lettori a corroborarsi l’anima e lo spirito, andando in rete e leggere la storia dei ‘Restos du Coeur’ che oggi in regime di pandemia, stanno vivendo un momento ancora più eccezionale in fatto di solidarietà e di soccorso agli sfortunati. Sono qualcosa come la nostra benemerita Comunità di S.Egidio, ma di livello nazionale e pubblico.

 

 

 

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