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Angelino Loffredi

Angelino Loffredi

Angelino Loffredi: nato il 2 Luglio 1941 è collaboratore di Edicolaciociara.it dal 2000. Diplomato presso l'Istituto Superiore di Educazione Fisica del L'Aquila, è stato dirigente del Pci fino al suo scioglimento con i seguenti impegni nelle Istituzioni: Consigliere Provinciale dal 1970 al 1981, consigliere comunale a Ceccano dal 1970 al 1993, Sindaco di Ceccano dal 1981 al 1985.

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Ceccano. Luciano Natalizi compie 90 anni

CECCANO. PROTAGONISTI

 Luciano, i più cordiali auguri di compleanno

di Angelino Loffredi
LucianoNatalizi 400 minSe si entra nella sede dello SPI CGIL di Ceccano si incontra una persona che immediatamente con i suoi modi garbati si mette a disposizione. Egli risponde a tutte le domande, telefona per informarsi ed usa tutte le accortezze per eliminare all’interlocutore ogni imbarazzo per metterlo e proprio agio.
Si muove con agilità ed energia ma non è un giovane, infatt, oggi, 13 giugno, festeggia il novantesimo anno di età.

Si chiama Luciano Natalizi e siamo amici dal 1969, da quando cioè stabilimmo, attraverso il PCI, un’intesa per trasformare la “sua” Colle Leo, allora una sperduta ed isolata contrada di Ceccano, priva di servizi fondamentali, in una diversa realtà dotata di tutti gli strumenti per vivere civilmente.

Da quel giorno la vita di Natalizi, il PCI, la battaglia per i servizi rappresentarono la stessa cosa. E’ attorno a queste idee, a questo impegno quotidiano che si costruisce il nostro rapporto personale e politico.
Siamo stati insieme nel Consiglio Comunale di Ceccano dal 1970 al 1994. Sono gli anni in cui quella realtà cambia fisonomia. Le lotte continue ed incalzanti riguardanti la necessità di ottenere strade asfaltate, il rifornimento idrico in ogni abitazione, il rafforzamento della linea elettrica, la raccolta della Nettezza Urbana, lo scuola bus, il nuovo edificio scolastico, la metanizzazione non solo producono risultati ma costituiscono anche un esempio, un incentivo alla lotta valida per tutte le realtà cittadine.

Sono gli anni in cui più si strappavano conquiste, più cresceva l’influenza del PCI e più aumentava il prestigio personale di Natalizi e più Colle Leo diventava una riferimento politico da imitare.
Nel 1973 la Cellula che dal 1971 organizza le Feste dell’Unità, divenne Sezione. La mitica sezione HO CHI MINH aumenta annualmente il numero dei tesserati ed organizza dibattiti ed importanti momenti di confronto.
In un contesto caratterizzato da grandi impegni non va dimenticato che Natalizi è stato un pendolare, lavora nel Hotel Parco dei Principi a Roma, si alza la mattina alle quattro e ritorna la sera alle sei e sul suo posto di lavoro porta il sindacato e fa notevolmente migliorare la condizione di lavoro di tutti i dipendenti.

Da quando non è consigliere comunale lavora per il sindacato dei pensionati. Lavoro che svolge con lo stesso impegno e la stessa serietà.

Novanta anni! Certo, se si tirano le somme della propria esistenza gli va riconosciuta una vita di apprezzamenti diffusi, grandi successi ed eccezionali soddisfazione, accompagnati anche da qualche rammarico e più di qualche delusione. Natalizi, alle persone più care, con tristezza riconosce che Colle Leo non è più la stessa perché per seguire le mode della modernità, del riformismo, della ricerca del capo e di tutti i moderatismi anche questa contrada è in disarmo, diventata come le altre, inerme, priva di un progetto politico e di ogni aspirazione di miglioramento. Anche a Colle Leo il compagno riconosce che non si organizza la protesta e si è in balìa della rassegnazione. Pur tuttavia, anche in questa palude priva di lotte e di conflitti sociali Luciano Natalizi rimane ancora la persona più stimata ed apprezzata della contrada ed alla quale tutti, ancora oggi, riservano calorosi saluti e conservano stima.

Ed io all’amico, al compagno con cui ho vissuto i migliori anni della mia vita invio i più cordiali auguri di compleanno.

Ceccano 13 Giugno 2022

 

 

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Pubblicato in da Ceccano

Ceccano. Ignoranza e vandalismo contro targhe ricordo

 CECCANO VUOLE RICORDARE

Riflettere e condannare chi non rispetta il dolore delle famiglie colpite dalla gierra

di Angelino Loffredi
Targasfergiata 370 minNella notte fra il 3 e 4 giugno alcuni vandali ed irresponsabili hanno distrutto le lapidi che fra via Pisciarello e via San Pietro, in Ceccano ricordavano il bombardamento angloamericano del 3 novembre 1943 durante il quale persero la vita 18 persone. Ero sindaco quando il 3 novembre del 1983, a quaranta anni da quel triste evento insieme con l’Arciprete Don Antonio Piroli, attorniati da tanti cittadini, collocammo la prima pietra ricordo di quello che dovrebbe diventare IL GIARDINO DELLA MEMORIA.

Lucia Fabi ed il sottoscritto nel libro IL DOLORE DELLA MEMORIA hanno ricostruito quanto avvenne in quella mattinata. L’atto vandalico è un motivo in più per riproporlo, per ricordare, riflettere e condannare chi non rispetta il dolore di quelle famiglie colpite e della nostra città che non vuol dimenticare.

«L’arciprete di Ceccano, don Giustino Meniconzi in una lettera scritta al vescovo di Ferentino alcuni giorni dopo ne indica l’ora: 10,15. Gli aerei per tre lunghissime ondate buttano il loro carico di morte accanendosi su una popolazione inerme ed impreparata. Secondo il sacerdote le bombe sganciate sono venti. L’area colpita prevalentemente è quello riguardante Borgo Pisciarello, la zona di S. Pietro e l’allora Piazza Emanuele, ora Piazza 25 luglio. In questa parte di Ceccano vengono distrutte molte case, alcune delle quali situate proprio a ridosso della chiesa, che, al termine delle incursioni risulterà avere la sagrestia completamente distrutta insieme ad una casetta attigua intestata alla prebenda parrocchiale. La chiesa di S. Pietro rimane in piedi ma presenta molte lesioni ed è pericolante. Altre distruzioni avvengono sul Ponte della Ferrovia e in via Cappella, dove viene colpito il giovane Antonio Carnevale di 22 anni. Trasportato con una sedia in Ospedale per le gravi ferite, morirà poco dopo. Sempre secondo don Giustino Meniconzi, due bombe cadono vicino al palazzo Berardi e alla ferrovia, un’altra dietro il manicomio sulla via Marano.

Un allucinante spettacolo si presenta alla vista dei primi soccorritori: case completamente rase al suolo, edifici sventrati, macerie fumanti e pareti mitragliate. Stranamente questa tragica situazione non sollecita nei presenti azioni di solidarietà, ma incute solo terrore e desiderio di fuga, come se improvvisamente si fosse aperto un profondo baratro nella crudele realtà. Grida di dolore e panico si mescolano alle invocazioni dei feriti ai quali solo pochi volontari cercano di prestare le prime cure. A poco serve il coraggioso conforto portato da due sacerdoti: don Alvaro Pietrantoni e don Getulio Sarandrea prontamente usciti dalla chiesa di S. Giovanni, ai quali si aggiungono alcuni padri passionisti della Badia di Ceccano. Presso Borgo Pisciarello, un vecchio nucleo abitato, costruito a pochi passi dalla cintura urbana, entro un piccolissimo lembo di terra di pochi metri quadrati, vengono distrutte le famiglie Maura e Cristofanilli.

In questa direzione si muovono due giovani generosi per portare soccorso: Ermete Ricci e Amedeo De Sanctis che aiutano il povero Alessandro Cristofanilli a tirare fuori dalle macerie i resti della figlia Rosa, di due nipoti, tutti ormai deceduti e di suo figlio Mario di sette anni, gravemente ustionato. Il dolore per la perdita della sorella, dei nipoti (Giovanni e Giacinto Maura) e la vista dell'altro nipote Luigi ancora vivo, ma quasi irriconoscibile per le ferite, lo prostrano profondamente. Egli comunque cerca disperatamente con il bimbo in braccio di dirigersi verso l'ospedale. Il percorso lungo via Pisciarello si snoda su una salita ripida e difficoltosa. Va avanti per duecento metri circa, fino a quando arriva Dario Santodonato a sollevarlo da questa dolorosa fatica. Costui a passi velocissimi supera la piazza e, attraverso via Villanza, arriva in ospedale. Ma qui, sia Dario Santodonato per Luigi che per gli altri feriti che stanno arrivando, le cure saranno scarse perché gran parte del personale al momento dell’esplosioni delle bombe, si è allontanato. Il piccolo Luigi morirà dopo tre giorni fra atroci sofferenze. Quel giorno la città è sottoposta a due bombardamenti e un mitragliamento. La conferma arriva da queste testimonianze di Livio Malizia “Quando arrivai alla Capocroce il cuore di mio padre ancora batteva ma il suo corpo era tutto sventrato. Con un mio amico lo appoggiammo su una scala e lo portammo all’interno della chiesa di S. Antonio. Mentre eravamo lì tornarono di nuovo gli aerei e questa volta iniziarono a mitragliare“.

Non molto diverso è il racconto di Giuseppina Bruni: “Mia madre scendeva da Ceccano verso via Marano, incontra uno zio all’altezza del ponte sulla ferrovia, il ponte dei Francesi, e gli chiese dove andava, lui gli rispose che voleva vedere cosa era stato distrutto dal bombardamento. Ma proprio sul ponte lo mitragliarono, era Angelo Strangolagalli . Sempre don Meniconzi scrive che i malati gravi ricoverati presso l’ospedale civile vengono portati a Veroli. Le suore di carità, non strettamente necessarie al funzionamento dello stesso, sono trasferite presso la Badia . Natalino Di Molfetta ricorda ancora che subito dopo il mitragliamento, quando per aria c’era ancora fumo e polvere, con i suoi amici si diresse verso la Piazza. Arrivati qui trovarono alcune persone morte e un asino completamente dilaniato. Quelle immagini e la mancanza di altre persone infusero loro tanta paura da spingerli a ritornare alle loro case. Usciti di nuovo nel pomeriggio, ricorda di aver visto lungo via Magenta delle persone che su barelle e scale portavano i morti avvolti in lenzuoli nella chiesetta di S. Antonio (Madonna de Loco). Complessivamente i morti in seguito al bombardamento saranno diciotto: la cifra più elevata raggiunta a Ceccano in una sola giornata di guerra.

Il giorno successivo, lo scenario si presenta ancora più desolante:così infatti lo descrive Checco Carlini “parecchi cadaveri sono raccolti presso la chiesetta non sono nemmeno chiusi nelle bare ma posti sul pavimento a mostrare le mutilazioni, i vestiti intrisi di sangue e le membra martoriate". Forse perché la popolazione è rimasta terrorizzata ed esterrefatta da una crudeltà tanto inaspettata, poche sono le persone presenti al rito funebre officiato da don Vincenzo Misserville. Al termine dello stesso, Checco Carlini e Filippo Misserville, preceduti dal sacerdote con il crocifisso ben proteso in alto, portano al Cimitero su di una barella i resti delle vittime. Una scena che si ripeterà più volte in quanto i due, rimasti soli, mossi da umana pietà, avranno l'ingrato compito di raccogliere, a mani nude, i resti dei corpi mutilati.

Indichiamo le persone che persero la vita in seguito alle bombe del 3 novembre 1943: Anna Cristofanilli 27 anni, Carlo Cristofanilli 1 anno, Maria Cristofanilli 4 anni, Maria Rosa Cristofanilli 54 anni, Giacinto Maura 3 anni, Giuseppe Cristofanilli 58 anni, Giovanna Maura 1 anno, Carmine Cristofanilli 8 anni, Anna Pacchiarelli 26 anni, Giovanni Malizia 68 anni, Anna Guerrucci 33 anni, Luigi Lorenzo Gazzaneo 73 anni, Antonio Carnevali 22 anni, Angelo Strangolagalli 70 anni, Geltrude Carlini 18 anni, Antonio Masi 21 anni, Luigi Rizzo 14 anni, Luigi Maura 7 anni.»

 

 

 

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Pubblicato in da Ceccano

"Sinfonia di una vita" di Agata Garofali

LIBRI

Intervista rilasciata ad Angelino Loffredi

sinfonia di una vita 356 minAbbiamo incontrato Agata Garofali a Ceccano, alla presentazione del suo ultimo libro, il romanzo dal titolo “Sinfonia di una vita” e gentilmente l’autrice ha risposto ad alcune nostre domande. .

Il sottotitolo del romanzo parla di un uomo, chi è questo Agostino John Sinadino?
E’ un poeta ancora sconosciuto in Italia che vive tra la fine dell’Ottocento e la metà del Novecento. E’ il figlio di una danzatrice italiana e di un banchiere greco egiziano che, avendo capitali in Inghilterra, partecipa come investitore alla realizzazione del Canale di Suez. Sinadino nasce al Cairo e in gioventù conduce un’esistenza dorata, conosce e frequenta le menti più interessanti e creative del suo tempo, poeti come Ungaretti, D’Annunzio, Marinetti, musicisti e cantanti di successo.

Perché un romanzo per parlare della vita di Sinadino?
Avrei potuto, come nei miei precedenti scritti, realizzare uno studio storico, una biografia di Sinadino, invece ho voluto sperimentare una nuova tipologia di scritto, ho voluto far parlare direttamente il poeta dandogli il ruolo di protagonista della sua vita anche nel romanzo. Più che il personaggio di cultura, mi ha interessato conoscere l’uomo, quello di tutti i giorni, l’amico, il parente, il marito, l’uomo singolare, il cosmopolita e incompreso che vive una vita talmente atipica e particolare da sembrare essa stessa un romanzo. Ho fatto in modo che pensasse, ricordasse, rivivesse, dal suo punto di vista, tutta la sua esistenza, scoprendo le esagerazioni da una parte e le sue insicurezze dall’altra.

Qual è il motivo che l’ha portata a scrivere su questo personaggio?
Perché il romanzo parla di un poeta che ha a che fare con la nostra cittadina, infatti ha sposato una splendida ragazza ceccanese e ha vissuto a Ceccano, con lei, per ben 6 lunghi anni nel primo decennio del secolo passato. Ho voluto prima di tutto divulgare la vicenda di Sinadino, sconosciuto ai più, e far riemergere un pezzo di storia ceccanese completamente dimenticata. Così, riportando alla luce le orme di Sinadino e di sua moglie Angela prendono vita altri personaggi esistiti e vicende realmente avvenute a Ceccano. Ma questa strana coppia non ha radici, viaggerà moltissimo in Europa, in America e in Egitto. Non aggiungo altro e auguro a tutti buona lettura!

“Sinfonia di una vita”. Perché questo titolo?
Il poeta ama la musica e la musica lo ha accompagnato durante tutta la sua esistenza. Così ho immaginato la sua vita come lo spartito musicale di una sinfonia che, dal Preludio giunge al Finale, passando attraverso vari movimenti musicali Lo stesso disegno della copertina prende in esame gli elementi caratterizzanti la vita del protagonista: la musica, la poesia e i viaggi. Nel romanzo trovano posto anche alcune poesie dedicate alla moglie tanto amata, sono vibranti di emozioni, palpitanti di musicalità e racchiudono in sé tutti gli elementi del futuro Decadentismo europeo.

Questo romanzo non è la prima pubblicazione, quando ha cominciato a scrivere?
Non saprei dire, o direi da sempre perché sin da bambina scrivevo, mi piaceva fermare sulla carta i miei pensieri, quasi riuscivo ad esprimermi meglio per iscritto che verbalmente. Mi sono laureata alla Sapienza in Lettere Moderne e successivamente ho iniziato la carriera di insegnante negli istituti secondari superiori. Intanto continuavo a scrivere tesine, racconti, testi teatrali su argomenti storici e d’attualità. La mia prima pubblicazione dal titolo “Un gendarme del Papa al tempo di Garibaldi” risale al 2012, in concomitanza con i festeggiamenti per i 150 anni dell’Unità d’Italia. E’ una ricerca storica che vuole far conoscere alle nuove generazioni le mille difficoltà affrontate dagli uomini umili, provenienti da luoghi e storie diverse, per diventare italiani. Nel 2018, con il collega Vittorio Ricci ho pubblicato “La Vergine del Fiume” che illustra dal punto di vista storico, artistico e culturale il millenario Santuario ceccanese di Santa Maria del Fiume e, nel 2019, il supplemento al libro “Breve storia della devozione mariana a Ceccano”.

Ha già in cantiere altri lavori?
Ad Agosto sarà pubblicata da una casa editrice romana un’ antologia di scritti dal titolo “Ciociari per sempre” che contiene anche un mio racconto ambientato a Ceccano. Inoltre il drammatico momento che stiamo vivendo mi ha portato a ripensare agli eventi della seconda guerra mondiale che mio padre visse in prima persona in Nord Africa. Sto facendo ricerche sui suoi anni di prigionia in Inghilterra prima di rientrare in Italia nel 1946.

 

*Agata Garofali, laureata in "Lettere moderne" ha insegnato presso l'Istituto Tecnico Economico di Ceccano, dove vive. Ha scritto anche Oltre a "Sinfonia di una vita. Agostino John Sinadino" ha scritto "Un gendarme del papa al tempo di Garibaldi" , "La Vergine del Fiume. Il Santuario di Santa Maria del Fiume in Ceccano tra storia, arte e culto popolare" e “Breve storia della devozione mariana a Ceccano”.

 

 

 

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I padroni ringraziano la pandemia

CRISI COVID: PER POCHI UNA PACCHIA

 Sono aumentati i super profitti. I salari sono rimasti fermi. Aumentano i poveri

di Angelino Loffredi
Piantagione di euro prestiti 400 InPixio minSi allargano le differenze tra ricchi e poveri della Terra e sempre di più crescono le disuguaglianze. Non mi riferisco a quelle determinate dalle Sanzioni verso la Russia e dalla guerra in corso in Ucraina e nel DonBass, i cui dati sono ancora provvisori, ma a situazioni legate solamente alla Pandemia COVID 19.

Tale Pandemia, infatti, ha fatto registrare profitti record ad aziende energetiche, farmaceutiche e alimentari.
Ricordate quanta retorica, quanto sciocco ottimismo veniva propagato su canali pubblici televisivi pubblici e privati ?
Andrà tutto bene! Usciremo meglio di prima!
Guai ad avere in quel periodo qualche dubbio o a sollevare qualche perplessità. Si veniva passati per catastrofisti. Dati inconfutabili ora rilevano che negli ultimi 2 anni i miliardari che controllano grandi imprese in settori energetico, alimentare e farmaceutico hanno visto crescere i loro patrimoni al ritmo di 950 milioni di euro ogni 2 giorni. Insomma la ricchezza dei super ricchi è cresciuta del 13,9 % del PIL mondiale.
Tali sintetiche cifre sono state riportate qualche giorno fa attraverso un particolare Rapporto preparato da Oxfam, organizzazione mondiale no profit, non in una iniziativa di forze antagoniste ma addirittura in un Forum di capitalisti, mi riferisco a quello di Davos.

Nello stesso si sottolinea come mentre la spirale della povertà estrema rischia di inghiottire 1 milione di persone ogni giorno e mezzo nel 2022, i super ricchi che controllano le grandi imprese nei settori alimentare, dell’energia e farmaceutici continuano ad accrescere le proprie fortune.

Qualche dati significativo ci dice che oggi, 2.668 miliardari possiedono una ricchezza pari a 12.700 miliardi di dollari, con un incremento pandemico, in termini reali, di 3.780 miliardi di dollari.
A trainare tali ricchezze sono stati appunto i profitti record delle imprese nei settori caratterizzati da un forte monopolio, come quello energetico, alimentare e farmaceutico. Le grandi multinazionali energetiche BP, Shell, Total Energies, Exxon e Chevron fanno 2.600 dollari di profitto al secondo..

Nel settore alimentare la pandemia ha creato 62 nuovi miliardari. Insieme ad altre tre imprese, la famiglia Cargill controlla il 70% del mercato agricolo mondiale, e ha realizzato l’anno scorso il più grande profitto nella sua storia (5 miliardi di dollari di utile netto).

Anche nel settore farmaceutico, i cui profitti sono stati spinti alle stelle dalla pandemia, ci sono ben 40 miliardari in più. Grazie al vaccino, imprese come Moderna e Pfizer hanno realizzato 1.000 dollari di profitti al secondo. C’è qualcosa in più, ancora più significativo, il Rapporto Oxfam ricorda che le stesse sebbene abbiano usufruito di ingenti risorse pubbliche per la ricerca, hanno fatto pagare ai governi le dosi fino a 24 volte in più rispetto al costo di produzione stimato.

Ma la questione più drammatica e dolente riguarda il fatto che sono aumentati i super profitti mentre i salari sono rimasti fermi, esposti a un aumento esorbitante del costo della vita. A fronte di tali dati nasce quasi automatica la richiesta ai tutti i governi in carica di tassare immediatamente gli extraprofitti.

A conferma di tale preoccupante situazioni mi sembra necessario chiudere questa Nota riportando quanto affermato da Gabriela Buscher, direttrice esecutiva di Oxfam International
“I miliardari a Davos potranno brindare all’incredibile impulso che le loro fortune hanno ricevuto grazie alla pandemia e all’aumento dei prezzi dei generi alimentari e dell’energia, ma allo stesso tempo decenni di progressi nella lotta alla povertà estrema rischiano di essere vanificati con milioni di persone lasciati senza mezzi per poter semplicemente sopravvivere”.
“La marcata concentrazione della ricchezza – e di potere economico – nelle mani di pochi è il risultato di politiche di lungo corso, di decenni di liberalizzazioni e deregolamentazione della finanza e del mercato del lavoro, di anni in cui le regole del gioco sono state fortemente condizionate da interessi particolari a detrimento della maggioranza dei cittadini”

Ceccano 24 Maggio 2022

La guerra, le sanzioni e l'invenduto "made in Italy"

CRONACHE&COMMENTI

 Un allarme che arriva dai produttori italiani

di Angelino Loffredi
Vini importanti 390 minIn questo periodo ho scritto ed affermato con convinzione che le sanzioni non hanno mai fatto cadere i governi colpiti ma anzi li hanno sempre rafforzati, avvicinati al popolo e tenuti in carica. Con una distinguo, mentre prima, nei decenni passati, l’economie erano nazionali e quindi il paese colpito lo era economicamente ma non dal punto di vista politico, ora invece con l’estensione della economia globalizzata e per la inevitabile interdipendenza bisogna mettere nel conto che anche i paesi sanzionatori potrebbero risultare colpiti e notevolmente danneggiati.

Ritorno quindi a riporre l’attenzione sulla necessità di conoscere concretamente i risultati delle sanzioni occidentali verso la Russia e le conseguenti ripercussioni..
Ricordate con quanta sicurezza si prevedeva, attraverso le stesse, l’inevitabile, rapido tracollo della economia russa? Tutto accompagnato da conseguenti sanguinose ribellioni popolari e dalla fine di Putin attraverso una congiura di palazzo. Qualche giornale statunitense proprio in questi giorni ha scritto che la popolarità di Putin nel suo paese è addirittura aumentata.

Indubbiamente la situazione in quel paese non deve essere buona, certamente le difficoltà saranno enormi. Anche io mi pongo la domanda: fino a quando?. Certamente non fino a domani. Nello stesso tempo rifletto anche sul fatto che gli occidentali sono arrivati al sesto pacchetto di sanzioni. Sei, non uno .Provvedimento che riconosce che finora risultati concreti non sono stati ottenuti. Ancora non vedo un’attenzione necessaria ad esaminare le ripercussioni che stanno determinando non solo in Russia ma anche da noi in Italia, nell’interno delle nostre famiglie, nel nostro tenore di vita. Qualche settimana scrivevo di economia di guerra, https://www.loffredi.it/l-economia-di-guerra-.html una prospettiva che poteva sembrare azzardata ma che ora purtroppo rimane ancora più realistica e minacciosa. Non scrivo della questione riguardanti il gas ed il petrolio, del pagamento in rubli e nemmeno delle risorse sostitutive all’energia russa, perché è sotto gli occhi di tutti la babilonia di discussioni e provvedimenti italiani ed europei..

Conosciamo con grande insistenza informativa delle confische delle proprietà degli Oligarchi russi,effettuate in Italia. Per Oligarchi intendo coloro che rapinarono, attraverso le privatizzazioni volute da Elsin e Putin le ricchezze pubbliche ex sovietiche. E vero sono contento quanto vengono colpiti i profittatori del Regime Putiniano ma nello stesso tempo, concretamente, chiedo: chi pagherà anzi chi sta pagando per la conservazione e la manutenzioni di tali proprietà ?
Avverto subito chi mi sta seguendo che non sono in grado di fare una descrizione dettagliata dell’accaduto ma provo ad evidenziare e divulgare solo quel poco che si riesce a conoscere.

Mi ha colpito notevolmente infatti venire a conoscenza, attraverso uno studio non dei Putiniani di casa nostra ma dellamadeinitaly benidilusso 390 min Coltivatori Diretti, che tra i prodotti alimentari “Fatti in Italia” più venduti in Russia ci sono i prodotti come vino e spumanti per un valore attorno ai 150 milioni di euro, il caffè per 80 milioni di euro, l’olio di oliva per 32 milioni di euro e la pasta per 27 milioni di euro. Le sanzioni ci hanno fatto ricordare che l’Italia è il primo Paese fornitore di vino in Russia, con una quota di mercato di circa il 30%, davanti a Francia e Spagna, ed ha registrato nel 2021 un boom della domanda di spumanti a partire da Prosecco e Asti. Inoltre abbiamo anche denominazioni apprezzate ma ora danneggiate dalle sanzioni quali anche i vini Dop toscani, siciliani, piemontesi e veneti, oltre che salumi , Parmigiano Reggiano, Grana Padano, Prosciutto di Parma e San Daniele.
E’ a rischio anche il nostro tartufo, sempre più apprezzato dai russi, per un valore di ben 30,2 milioni di euro.

Gli effetti delle sanzioni, volute dal Governo Draghi, rischiano dunque di cancellare completamente il “Fatto in Italia” dai mercati, dai ristoranti, dai salotti privati russi. Ecco perché seguito a preferire che in Ucraina si ipotizzino e realizzino corridori umanitari, tregue, compromessi, iniziative diplomatiche promosse da un’ Europa indipendente a cessioni di armi e a sanzioni boomerang.

Ceccano 3 Maggio 2022
Pubblicato in Cronache&Commenti

25 aprile 2022 a Ripi

25 APRILE

7 martiri ripani e le stragi dimenticate. Intervento di Angelino Loffredi

settemartiriripi 350 260Inizio questo intervento, evitando fraintentimenti e prevenendo equivoci affermando con convinzione che mi trovo d’accordo con le posizioni assunte in questo periodo dall’ANPI e dal suo presidente. Tali prese di posizione costituiscono la conferma di una linea che viene da lontano, è la riproposizione di importante soggettività, quando altre organizzazioni oscillano, sono incerte e assorbite dall’industria delle armi.

L’ANPI come sempre mostra indipendenza di giudizio e di essere in grado di confrontarsi con altre posizioni. L’attacco all’ANPI è stato sempre ricorrente ma ora è diventato maggiormente violento ed addirittura insultante. Ed ingannevole, se pensiamo che ci stanno storici improvvisati che pretendono di mettere sullo stesso piano la Resistenza italiana con la difesa dell’esercito ucraino nei confronti dell’invasione russa. Da questo punto di vista mi trovo perfettamente d’accordo con Ermisio Mazzocchi, autorevole dirigente del PD ciociaro, ricercatore, storico affermato, un intellettuale che è stato in grado di coniugare lealtà verso il suo partito e ed indipendenza culturale. Mazzocchi, infatti qualche giorno fa ha scritto un articolo per il giornale elettronico UNOeTRE.it affermando con molta nettezza che “Quella della Resistenza italiana è una storia irripetibile, unica, non traducibile in una diversa realtà”.

Mazzocchi ai nuovi interessati diffamatori dell’ANPI vuole dire: studiate, studiate, studiate. Amici, cittadini di Ripi, per tanti anni, quando si ricordavano le vicende resistenziali, la narrazione riguardava solamente gli episodi di lotta armata fra i nazifascisti ed i combattenti inquadrati nel Comitato di Liberazione Nazionale. Si trattò di un limite, certamente, ma costituirono un’attenzione ed un impegno necessari, sicuramente difensivo, per salvaguardare tale esperienza quando, dopo il 18 aprile 1948, le forze governative, attraverso indotte iniziative giudiziarie, per tanti anni provarono a “processare” la Resistenza. Successivamente, in particolar modo dopo la pubblicazione del libro di Alessandro Natta, già segretario del PCI ”L’altra Resistenza”, vennero aperti nuovi orizzonti di ricerca ed approfondimento riguardanti il sacrificio e la detenzione nei Campi di concentramento in Germania e Polonia di oltre 600.000 militari che non vollero aderire alla Repubblica Sociale italiana, obbediente agli ordini di Hitler.

Oggi qui a Ripi non intendo ricordare ed approfondire queste esperienze ma aprire invece uno spiraglio di osservazione attorno ad un tema presente in ogni realtà del nostro territorio, ma purtroppo poco conosciuto e che con il tempo rischia di essere completamente dimenticato: mi riferisco alle uccisioni nazifasciste di civili, che non avevano niente a che fare con la guerra, con l’attività resistenziale e che persero la vita per difendere i propri beni dalla rapina tedesca.

Nel libro “Il dolore della memoria” pubblicato nel 2016 insieme a Lucia Fabi abbiamo provato ad avviare tale ricostruzione ed i risultati sono stati orribili e sorprendenti. Tanto da rovesciare e mettere in discussione il mito del soldato tedesco ritenuto, spesso fra le nostre popolazioni, buono, affidabile e comprensivo. Anche se non è stato possibile minuziosamente enumerare le tante requisizioni, le rapine di generi alimentari, di foraggio, di attrezzi agricoli o di quelli artigianali, di prodotti di varia natura, né a contabilizzare il numero dei rastrellamenti, la depredazione degli impianti industriali e militari avvenuti in Ciociaria, i dati ricavati, pur frammentati e provvisori, risultano essere non solo terribili e crudeli ma quantitativamente inimmaginabili.

Questa sera, sommariamente, provo ad indicarli. L’esercito nazista infatti oltre ai due massacri effettuati nel comune di Vallerotonda, ai due di Vallemaio a quelli di Patrica, Boville Ernica, Viticuso, Piglio, Colle Carino (contrada in territorio di Arpino, Sant’Andrea del Garigliano, ed alle 17 fucilazioni effettuate fuori dal Forte di Paliano compie oltre duecento uccisioni di civili inermi, spesso contadini che avevano il solo torto di difendere il loro bestiame. Secondo altri ricercatori, come il professor Tommaso Baris, il numero sale addirittura a 334 vittime.

Cosa succede a Ripi? A Ripi i nazisti uccidono 7 persone. Un numero di assassinati superato solo dal secondo massacro di Vallerotonda (quarantaquattro), quello del 28 dicembre 1943. Questo è quanto trovato e che certamente merita di ulteriori arricchimenti e precisazioni in quanto sono consapevole che esistono ulteriori notizie per completare e definire il fatto che questa sera provo a ricordare.

Tutto inizia dopo le ore 20,00 del 25 febbraio 1944 quando due soldati croati appartenenti ad una batteria incorporata nell’esercito germanico si recano nella casa di Antonio Cervini per obbligare il genero, Angelo Recine, a portare a spalla una pecora fino al loro presidio. Avendo il Recine rifiutato di trasportare l’animale, uno dei soldati tenta di colpirlo con la baionetta, costringendo così il suocero ad intervenire in sua difesa. Nella conseguente colluttazione, il militare aggressore, viene prima ferito e poi condotto dai due contadini nella casa di Domenico Porretta. Subito sopraggiungono, chiamati dall’altro militare, una ventina di soldati in assetto di guerra che, picchiate le donne presenti, si recano in casa Porretta. I tedeschi prendono prima in consegna il Cervini e il Recine, poi passando di casa in casa prelevano anche altri contadini che nulla hanno a che fare con l’accaduto: Angelo Passelli, Arcangelo Imperioli (venditore della pecora) e suo fratello Giovanni, il figlio di questi Domenico e Pietro Cervini che abitava nell’ultima casa colonica della contrada.

Tutti, durante la notte del 26, vengono condotti a Vallicella, località distante 3 chilometri dalle loro abitazioni. Sono costretti a scavare la fossa nella quale, dopo essere stati mitragliati vengono gettati e seppelliti. Gli arrestati nella notte del 25 febbraio, in verità, furono nove perché fra questi oltre ai sette fucilati, c’erano anche Amerigo Imperioli, quattordicenne, rilasciato dopo essere stato selvaggiamente picchiato e il padre Luigi, il quale con la complicità del buio riuscì a fuggire e salvarsi pur essendo stato oggetto di una scarica di fucile mitragliatore. L’altro dato che merita essere ricordato riguarda il fatto che I familiari non seppero niente di tale assassinio, tanto che per diverso tempo continuarono una disperata ricerca. Solo nel successivo 23 aprile i cadaveri furono ritrovati da alcuni contadini mentre dissodavano un terreno. Raccontarono che padre e figlio furono trovati abbracciati. Vano era stato l’impegno delle stesse autorità collaborazioniste: podestà, GNR e Carabinieri, tenute dai tedeschi all’oscuro dell’accaduto.

Nel novembre del 1944 con una specifica delibera l’amministrazione comunale di Ripi intitolò ai sette caduti la Piazza Sette Martiri. Credo sia importante conoscere i nominativi del sindaco e degli assessori che deliberarono tale scelta in quel novembre del 1944.

Sconcertante nello stesso tempo, è il fatto che in tante realtà comunali, di tanta crudeltà dell’esercito nazista, troviamo poche tracce: una lapide, una via, una targa che ricordi i massacri e gli assassini di tanti cittadini di questo territorio. Sembra che queste tragiche storie non siano mai esistite e prevale la sensazione di vivere in una comunità senza radici e senza storia. Per alcuni aspetti tale rimozione ha riguardato anche la stessa Resistenza la quale, pur con i limiti entro cui ha operato nella provincia, trovandosi di fronte una forte presenza militare tedesca, non è stata approfondita e valorizzata adeguatamente. Non è stata esaminata nei suoi aspetti volti a conoscere le cause di tali limiti ed il ruolo che, pur in tale proibitivo contesto, è riuscita ad avere.

Non dimentichiamo che durante l’inverno e la primavera del 1944 in Ciociaria rispetto al resto d’Italia è concentrato il maggior numero di soldati tedeschi. Per quanto riguarda l’attenzione verso le uccisioni naziste credo che un particolare riconoscimento vada rivolto agli amministratori del comune di Paliano. Il sindaco Enrico Giannetti, infatti sin dal giugno 1944 recupera i resti dei fucilati dai tedeschi in località Le Mole, dando una degna sepoltura nel cimitero cittadino. Due anni dopo, sempre nella località Le Mole, viene eretta una piccola cappella con un sacello su cui vengono riportati i nomi dei fucilati. Nel 1976, inoltre, sindaco Ignazio Mazzoli, nel centro della città viene eretto il Monumento ai 17 Martiri, in esecuzione di una delibera riguardante la realizzazione del Monumento ai caduti di Paliano approvata negli anni precedenti dall’amministrazione diretta da Adriano Coccarelli. Merita di essere precisato che l’indicazione 17 Martiri non è riferita solo ai cittadini di Paliano ma a tutti coloro che vennero uccisi nel territorio cittadino e in momenti diversi. Il Monumento infatti vuole ricordare 5 cittadini di Paliano ucciso alle Fosse Ardeatine, 5 di Piglio, 3 di Castro dei Volsci, 2 di Ceprano, 1 di Alatri e 1 di Messina.

Prima di terminare credo sia opportuno rilevare che gli avvenimenti accaduti, hanno messo a nudo una verità che a lungo è stata celata e talvolta mistificata, mi riferisco al mito del tedesco buono. I fatti riportati infatti denunciano una realtà completamente diversa, considerando che si sono verificati, fortunatamente pochi, anche tentativi di violenza e di stupro. Si sono avuti una lunga serie di singoli omicidi che non avevano alcuna motivazione militare, anche quando non esisteva alcuna attività partigiana. Ad analizzare bene ci accorgiamo che tali gratuite uccisioni non rappresentavano un contrasto o una difesa ma avevano una funzione “preventiva“.

Sono d’accordo con Tommaso Baris quando scrive che i tedeschi colpivano e uccidevano per affermare un dominio sulle cose e sulle persone. L’uccisione era la loro brutale risposta al fatto di non sentirsi sostenuti dalla popolazione. Alcuni fatti lo confermano. Ci sono 2.000 prigionieri alleati fuggiti dai campi di prigionia nei territori circostanti che vengono ospitati o aiutati a passare il fronte dai contadini. Su 6.960 cittadini preventivati per il lavoro obbligatorio, addetti a sostenere i tedeschi nella costruzione della linea Gustav o di altre opere difensive, solo 765 si rendono disponibili. Su 8.000 iscritti alla leva, tra i nati nel 1923, nel 1924 e nei primi mesi del 1925, il famigerato Bando Graziani, solo 400 aderiscono all’esercito della Repubblica Sociale Italiana e 100 alla Guardia Nazionale Repubblicana. Per qualche mese i fascisti nella nostra provincia non riescono a trovare un Questore. I dati dunque sono eloquenti per dimostrare che gran parte dei cittadini ciociari viveva per aspettare la fine della guerra e delle tante privazioni.

Sul comportamento dei nazisti incidevano inoltre altri fattori: il disprezzo verso gli stessi Italiani, secondo loro considerate persone in qualche modo inferiori, come gli slavi, gli ebrei, i rom. Incideva in particolar modo l’ostilità verso una popolazione che si sottraeva allo scontro ed era quindi sospettata di simpatizzare con gli alleati. Ecco perché attorno a tali situazioni la ricerca deve estendersi ulteriormente, essere sostenuta. Le popolazioni ciociare dopo un lungo periodo di rimozione (ricordare le terribili esperienze è sempre doloroso), è necessario che avviino un’opera di scavo, di continua ricerca per approfondire ulteriormente e far conoscere.

L’Anpi infatti è attiva anche in questo settore.

 

 

 

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Le ombre del processo di industrializzazione in Ciociaria

INDUSTRIALIZZAZIONE - VICENDE

Intervento al convegno di Supino del 23 Aprile 2022

di Angelino Loffredi
ExVideocolorSe iniziamo il giro partendo dall’estremità posta in territorio di Anagni per una ricognizione sullo stato esistente nell’interno del territorio dell’ASI, stando attenti a non cadere in buche e voragini che continuamente ci minacciano, incontreremo una lunga teoria di stabilimenti inattivi, un paesaggio spettrale dominato dal color ruggine. Se si chiede “Che ne è stato dell’industrializzazione esplosa alla fine degli anni sessanta e per tutti gli anni settanta”? La prima naturale risposta è: un fallimento
Sono consapevole che è una risposta troppo facile e semplice. Ritengo anche che una iniziativa come questa merita di più, preferisco pertanto riflettere sulla complessità di tale industrializzazione, sull’insieme del processo, sulle speranze che alimentò, guardare alle forze che lo guidarono, a chi si oppose e più in generale ai rapporti di forza fra le diverse visioni in campo.

Per avviare una serena e produttiva discussione allora da dove bisogna partire? Credo che un tema sovrasti tutti gli altri: l’apertura del Casello autostradale che collega Frosinone con Roma e con Capua, nel giugno del 1962. È questa realizzazione che apre la pagina dell’industrializzazione nella nostra provincia. All’indomani di questa opera nascono nuove idee, sollecitate da una continua ricerca sulle vocazioni produttive del nostro territorio.

E’ l’undici ottobre del 1963 quando si insedia l’assemblea del Consorzio per il Nucleo di Industrializzazione della Valle del Sacco. Nasce cosi lo strumento che porterà avanti operativamente la politica industriale della nostra zona.
Al Consorzio aderiscono i Comuni di Frosinone, Ceccano, Ferentino, Veroli, Patrica, Supino e l’Amministrazione Provinciale di Frosinone. Ne fanno parte con i propri rappresentanti anche la Camera di Commercio e l’ISVEIMER.
L’idea del Consorzio è dell’ingegnere Armando Vona, Sindaco di Frosinone. Proprio perché ne è l’ideatore e il principale animatore ne diventa, nell’aprile del 1964, il primo Presidente.
Il territorio interessato al processo di industrializzazione, in quel momento, è di 400 ettari. E un’area compresa in larghezza fra l’autostrada del Sole e il fiume Sacco ed in lunghezza fra il bosco Faito di Ceccano e le sorgenti di Mola dei Frati, presso il confine di Ferentino. È dunque un’entità geografica omogenea.

È una giornata memorabile, perché rappresenta il crocevia fra due epoche.
Le epoche di riferimento sono quelle caratterizzate dalle grandi lotte contadine, aventi al centro il superamento dei vari contratti agrari, di colonia e contro il Patto Verolano e per la proprietà della terra a chi la lavora. Sono periodi che vanno dalla fine della seconda guerra mondiale, attraversano gli anni 50 e arrivano fino all’approvazione delle leggi 327 del 1963 e della legge 607 del 1966 riguardanti appunto l’affrancazione delle terre. Sono lotte ed iniziative portate avanti con continuità, con grande spirito unitario, che coinvolgono anche le Istituzioni (Convegno promosso dalla Provincia di Frosinone, nel giugno del 1960).
Da una memoria elaborata dall’Alleanza contadini predisposta all’indomani dell’approvazione della legge 607 risulta che in provincia di Frosinone la superficie interessata a questo trasferimento era così ripartita: 40.000 ettari condotti in enfiteusi, 10.000 a colonia perpetua, 16.0000 condotti a colonia migliorataria ultratrentennale.
In questo periodo esiste una dualità di iniziative fra l’Alleanza Contadini ed il PCI. Sono lotte che ai protagonisti creano una coscienza di classe, determinano la formazione di nuclei dirigenti, oltre che l’aumento di voti al PCI nelle elezioni politiche del 1963 e del 1968. Merita di essere ricordato inoltre che è Angelo Compagnoni l’animatore e l’organizzatore di tali lotte, oltre che l’anello di congiunzione fra l’Alleanza Contadini e il PCI.
È importante sapere anche che l’estensione ed il radicamento del movimento non contribuì ad accrescere solo l’influenza di tali organizzazioni, ma anche il peso di Gerardo Gaibisso e della Coltivatori diretti nell’interno della stessa Democrazia Cristiana.

L’altra epoca è quella della nascente industrializzazione di cui stiamo discutendo.

L’aspetto deludente da rilevare riguarda il fatto che le due epoche non ebbero momenti di connessione. A tale riguardo esistono importanti aspetti da evidenziare. Il primo riguarda la mancanza di una nuova e adeguata politica agraria all’indomani della legge 607 del 1966. Nel periodo successivo le organizzazioni contadine furono impegnate solamente al passaggio della proprietà della terra dai concedenti ai contadini. Fu un periodo di grandi soddisfazioni ma i fatti successivi hanno dimostrato che non bastava diventare proprietari della terra. Tale conquista non doveva essere considerata un punto di arrivo, il terminale di una gloriosa storia, ma doveva invece precostituire l’avvio di una seconda fase. Era necessario mantenere attivo il movimento, dotarlo di una nuova elaborazione che avesse forza e volontà per chiedere un’adeguata politica agraria, mi riferisco ad interventi per moderne attrezzature, concimi, mangimi, oltre che individuare forme di cooperazione, una politica di trasformazione dei prodotti (industrializzare l’agricoltura) commercializzazione dei prodotti stessi, stabilire rapporti con le Istituzioni, mantenere e sollecitare iniziative dei partiti di riferimento.
Purtroppo tutto questo non avvenne.
L’affrancazione non portò ad una crescita, ad uno sviluppo della produzione agricola nel territorio, non pose le basi per un ulteriore sviluppo.
Ma l’aspetto più sconcertante è che non abbiamo a disposizione dati significativi riguardanti l’ammontare complessivo della superficie affrancata nel Frusinate ed in Italia, il numero dei contadini coinvolti e l’entità dei miglioramenti apportati successivamente nelle culture affrancate.

Io non le ho trovate! Metto nel conto che questo potrebbe essere un limite dalla mia ricerca ma anche lo stesso Angelo Compagnoni nel suo libro "Il Riscatto", pubblicato nel 1997, dopo 30 anni dalle leggi riguardanti l’affrancazione, riporta con un grande efficacia documentale le vicende, le lotte, i dibattiti accaduti nel periodo 1944-1966 ma non evidenzia momenti, dati statistici e sviluppi successivi.
Come dobbiamo considerare questo limite? Certamente con un occhio critico o autocritico.
Senza assumere ora atteggiamenti certamente facili, con il senno del poi, sottolineo che se ci fu un limite, e certamente ci fu, non riguardò solamente le iniziative dell’Alleanza Contadini e del PCI ma anche quelle della Coltivatori Diretti ed in particolare modo delle Istituzioni e dei partiti di governo.
Più che cercare facili bersagli da colpevolizzare mi sembra molto più importante evidenziare che tale mancata seconda fase si determina nel 1967-1968-1969 proprio nel momento in cui il processo d’industrializzazione è in pieno decollo.

Proseguo nella descrizione del succedersi degli avvenimenti: con il Decreto del Presidente della Repubblica del 5 maggio 1969 veniva riconosciuta la trasformazione da Nucleo ad Area. L’importanza non era dovuta al cambiamento della denominazione ma a qualcosa di più corposo e sostanziale. Non riguardava più, infatti, solamente l’iniziale adesione di 6 Amministrazioni comunali, ma la presenza di 36 Comuni, con tutto quello che di nuovo questo allargamento rappresentava.
Gran parte della Provincia oramai era coinvolta da questo grande fenomeno. Il 1969 mantiene, come l’anno precedente, il ritmo elevato degli insediamenti industriali ma in particolar modo è da ricordare come l’anno in cui si viene a sapere che la Fiat ha intenzione di creare un nuovo stabilimento nel Cassinate. Notizie imprecise, è vero, ma che anticipano un evento che sarà dirompente. Merita ancora di essere precisato che nell’interno di quello che oramai si deve chiamare «ex nucleo» la situazione alla fine del 1969 è la seguente: 25 industrie in funzione che occupano 6.000 addetti. Ma è ancora più significativo riportare che 17 industrie sono in costruzione con una previsione di occupazione di 1.500 addetti. Inoltre, sono programmate 52 industrie per altre 7.000 unità lavorative.

E’ il momento delle grandi attese e delle speranze. Si afferma il mito dell’industrializzazione, della modernità. E’ un pensiero vincente che non trova oppositori e nemmeno si evidenzia qualche dubbio.
Anche nella nostra provincia si manifesta quello che viene chiamato autunno caldo. Proseguiva la stagione della battaglia contro le gabbie salariale e per le pensioni. È un fenomeno che rompe la narcotizzazione perche spesso avvengono scioperi e si costituiscono Commissioni interne. Nel gennaio 1970 a Frosinone il PCI tiene la prima Conferenza operaia per esaminare la situazione scaturita dalle nuove realtà e stabilire nuovi contatti. Nel marzo del 1970 a ridosso dell’arrivo della FIAT la federazione del PCI di Frosinone organizza una iniziativa a Cassino. E’ una delle prime risposte ad una situazione che vede una crescita disordinata, senza regole non influenzata dal movimento operaio e dalle proposte del PCI. A giugno si tengono le elezioni per i Consigli Regionali a statuto ordinario.
Senza entrare nel merito di tutti questi passaggi ed avvenimenti una sintesi può essere rilevata. Nel momento stesso in cui il movimento contadino non mostra segnali di presenza e proposta, la crescita industriale è eccezionale. Tale situazione sarà determinante negli avvenimenti successivi
.
Velocemente intendo evidenziare quanto avveniva nell’interno del PCI. All’indomani dell’elezione a segretario di Ignazio Mazzoli il 9 gennaio 1971fca 350 min vengono presi provvedimenti organizzativi riguardanti l’Alleanza contadini, la CGIL e per lo stesso partito. Con nettezza il nuovo segretario pone l’obbiettivo che il partito dovrà essere un partito di operai e non più di contadini ma più in generale costituisce il tentativo per fronteggiare il mito dell’industrialismo e lo strapotere democristiano nella politica delle assunzioni. Sempre nel 1971 il PCI tiene Conferenze operaie ad Isola del Liri per esaminare la condizione dei cartai e in autunno con ad Anagni con Fernando di Giulio. A Ceccano si avvia una politica per la difesa dell’ambiente contro le porcilaie e per il risanamento del Sacco. Lo strumento è costituito dalla Tenda Rossa.

L’attenzione verso l’industrializzazione e il rapporto che il partito comunista deve tenere con essa, dunque, diventano continui e centrali. Questo è il periodo in cui viene realizzato il rafforzamento di quello che veniva chiamato Tessuto Democratico: CNA, Confesercenti, Lega delle Cooperative, ARCI. Viene posto inoltre l’obiettivo della creazione di organizzazioni di partito nell’interno dei posti di lavoro e con il passare del tempo si ottengono anche dei risultati (Fiat, Videocolor, Enel ecc). In questi anni per il PCI diventano chiari i limiti, ma sono anche sempre più crescenti i momenti di presenza, di proposta e legame con i cittadini

La linea del PCI sosteneva la necessità di saldare l'industrializzazione allo sviluppo dell'agricoltura. Questo obiettivo in quel periodo faceva parte della linea politica ma non fu vincente anche perché come è stato indicato non esisteva un movimento contadino che spingesse in tale direzione.
Infine c’è da ricordare che come strumento decisivo per la realizzazione delle infrastrutture nell’interno dell’Area venne creata la SAIF, una società a capitale maggioritario dell’Area industriale stessa. La Saif non faceva gare d’appalto per realizzare le opere. Le faceva direttamente. Francesco Battista, presidente del dell’Area Industriale era presidente anche della Saif. Il controllore era anche controllato. Se si considera che nell’interno dell’assemblea generale dell’ASI la DC aveva la maggioranza si può immaginare la mancanza di trasparenza e l’inesistenza di un confronto.

La politica dell’industrializzazione non ebbe mai una sede istituzionale, non ci fu mai un luogo dove decidere. Era nel Direttivo dell’ASI che si decideva. Un Direttivo nel quale tutte le forze del centro sinistra esclusero la partecipazione della componente comunista.
Le posizioni dunque si confrontavano, raramente, solo nelle piazze. Un momento di vero e proprio confronto lo avemmo solo in Consiglio Provinciale nella seduta del 3 maggio 1973. L’ordine del giorno era impegnativo "Assetto territoriale regionale e provinciale ed i problemi ad esso connessi". In tale seduta, legata anche all’approvazione del Piano Regolatore dell’Area Industriale da parte della Regione Lazio, noi del PCI sostenevamo d’accordo con il PSI, il PRI e la Regione Lazio, la riduzione di 1.000 ettari da destinare all’industria a favore dell’agricoltura e di interventi ad essa collegati. In quella occasione non ci limitammo solo a questo perché ponemmo la necessità che lo sviluppo industriale non avesse una linea verticale ma anche orizzontale supportato da assetti viari che dal Tirreno arrivassero all’Adriatico, a cominciare dalla realizzazione della Sora-Frosinone. Chiedevamo interventi per modernizzare l’agricoltura con una moderna politica di trasformazione e conservazione dei prodotti e la realizzazione del Mercato ortofrutticolo a Fondi. Volevamo l’istituzione delle Università di Cassino, Tor Vergata e della Tuscia. La nascita di comparto elettronico sulla Tiburtina. Il potenziamento dell’ospedale di Cassino. Inoltre con forza chiedevamo di scongiurare l’inurbamento attorno a Piedimonte San Germano, richiesto dalla Fiat. Al contrario noi chiedevamo la realizzazione di Case Popolari nei paesi da dove venivano gli operai, a cominciare dalla Valle di Comino e una politica per il trasporto pubblico attraverso la realizzazione di un Consorzio regionale.

Termino questa breve spero utile illustrazione ricordando che l’assassinio di Moro nel maggio 1978 riportò indietro gli assetti politici. Ma questa è un’altra, più inquietante storia.

 

Il video della presentazione

 

 

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Meno armi più scuola

CRONACHE&COMMENTI

Contrastare l’aumento delle spese militari, anche perché nessuno ci minaccia

di Angelino Loffredi
no spese militari 390 minNon passa giorno senza essere sempre più convinto che le scelte del governo Draghi nei confronti della guerra ucraina siano sbagliate e dannosissime per noi Italiani. Da un’annunciata volontà a volere la pace si è passato ad una incomprensibile e autolesionistica corsa verso il riarmo. Risucchiato dalle richieste statunitensi il governo infatti ha deciso di aumentare le spese militari fino al 2% del PIL. Nello stesso va anche precisato che solo 10 su 26 Stati aderenti alla Nato hanno accettato tale impegno. Si tratta di un incremento complessivo di circa 13 miliardi di euro rispetto alle già alte spese previste nel 2021. Inizialmente la crescita di tale spesa doveva avvenire entro il 2024 ma l’opposizione del Movimento 5 Stelle, fortunatamente, ha fatto slittare la scadenza al 2028.

Alle grandi manifestazioni a sostegno della pace, il governo e la maggioranza che lo sostiene hanno risposto con un linguaggio e con iniziative che evocano invece una guerra infinita, facendo sparire dal dibattito politico termini quali “tregua” e “compromesso” abbandonando altresì ogni iniziativa diplomatica tendente a mettere in attività l’Onu, la stessa EU o altri stati disposti a svolgere un ruolo positivo per fermare la guerra.

Nello stesso tempo sono ugualmente convinto sia necessario seguire attentamente, direi quotidianamente, le ripercussioni che la politica delle sanzioni e l’aumento delle spese militari determinano nella vita reale dei cittadini. Insomma nella loro quotidianità.
Va rilevato pertanto che se aumentano le spese militari come indicato, conseguentemente diminuiscono gli interventi a favore dell’Istruzione. La diminuzione nel prossimo quadriennio, infatti sarà di 7,5 miliardi di euro.
Con nettezza questa previsione è riportata nel Documento Economia e Finanza ( DEF). La spesa per l’Istruzione negli anni 2022-2025 infatti scende dal 4 al 3,5%

Tale scelta suicida fortunatamente è stata contestata dal Francesco Sinopoli, segretario generale Flc/Cgil, il quale ha dichiarato .
"In questo modo ci allontaniamo ancora di più dalla media Ocse. Dopo due anni di pandemia, quando è diventato chiaro a tutti quanto sia fondamentale per il Paese il nostro sistema d'istruzione, dopo tanta retorica e pochissime risorse per affrontare l'emergenza, si torna esattamente alla stessa logica ragionieristica dei tagli degli ultimi venti anni".
Ricordo che il nevralgico mondo della scuola era stato già penalizzato nel 2008 quando si mandarono a casa ben 130.000 lavoratori, con un taglio alle risorse da cui la scuola pubblica si deve ancora risollevare e che gli attuali investimenti del Pnrr non riescono a risarcire.
Nel settore Istruzione è a rischio anche la tenuta degli stipendi di cui si ipotizza la riduzione fino al 2025.
Sempre il segretario Sinopoli a proposito di tale pericolo afferma che si tratta di “Una vera e propria beffa per una categoria di lavoratrici e lavoratori che già soffre di una disparità rilevante rispetto ai colleghi europei e agli altri lavoratori pubblici a parità di titolo di studio e che fatica, con salari già depressi, a recuperare potere d'acquisto di fronte di all'inflazione sempre più elevata".

Sono d’accordo con l’impegno del sindacato per contrastare l’aumento delle spese militari, anche perché nessuno ci minaccia, e per sostenere gli investimenti per l’Istruzione. In un contesto di aggravamento della condizione sociale l’aumento delle spese militari non può essere considerata una priorità
Se vogliamo immaginare un mondo diverso è necessario ripartire investendo concretamente in Istruzione e Ricerca.

Ceccano 13 Aprile 2022

 

 

 

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Costi di vita quotidiana: E’ urgente intervenire

ECONOMIA E CRISI

Solo il governo non avverte che la situazione sociale sta diventando esplosiva

di Angelino Loffredi
bollette 390 minDati ufficiosi ci hanno fatto sapere che almeno 15.000 utenti non sono stati in grado di pagare le ultime bollette riguardanti le forniture di gas e luce.

A vecchie e precarie situazioni precedenti il Covid 19 ora si aggiungono le nuove dovute alle Sanzioni verso la Russia che stanno dimostrando di essere un boomerag anche verso chi le esercita. Stanno sotto gli occhi di tutti infatti l’aumento del prezzo del frumento, dei fertilizzanti, delle materie prime e più in generale la crescita dell’inflazione. Anche lo stesso PIL, tanto esaltato dal governo, in questi mesi dimostra di ridursi.
Un ulteriore aggravamento avverrà quanto si dovrà pagare l’acquisto di armi, e non mi riferisco ai trentotto miliardi previsti per gli anni futuri ma ai venticinque impegnati (e segretati) per il 2021.

Solo il governo non avverte che la situazione sociale sta diventando esplosiva. Non bastano interventi tampone o qualche pannicello caldo perché servono misure straordinarie per rispondere a una situazione straordinaria. L’80 per cento degli italiani comincia ad avere difficoltà molto serie nel pagamento dei mutui e delle bollette. Tante infatti sono le famiglie che vivono con un reddito lordo sotto i 30.000 euro l’anno. È arrivato il momento di fermare la spesa per la corsa al riarmo, anche perchè non esistono Stati che ci minacciano, e nello stesso tempo ridurre l’evasione fiscale e creare un contributo di solidarietà. La situazione è straordinaria. L’elastico dell’ingiustizia sociale si è allungato troppo e sta per spezzarsi e prima che sia troppo tardi servono misure straordinarie. Ieri il segretario della CGIL Landini ha detto che non si tratta tanto di parlare di patrimoniale o di misure fiscali analoghe, il Governo ha il dovere piuttosto di decidere “contributi di solidarietà straordinari" da parte di chi ha di più, proprio perché "non siamo in una situazione normale. Far finta che questa situazione non esista vuol dire continuare a prendere a schiaffi la maggioranza del Paese”.

Il segretario generale ha parlato anche della necessità di decidere subito forti investimenti nelle energie rinnovabili. “Ci troviamo in questa situazione con una completa dipendenza dal gas russo perché non sono state fatte le scelte giuste negli ultimi anni. E non è vera l’obiezione che per passare alle rinnovabili ci vorrebbero troppi anni. Ci sono studi di fattibilità delle imprese del settore che parlano di un range temporale di tre anni per la transizione. È questione di volontà politica”.
Considerazioni condivisibili ma non bisogna perdere tempo. E’ urgente infatti intervenire.

Ceccano 7 Aprile 2022

 

 

 

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8 marzo: un giorno di rivendicazioni e di lotte

 GIORNATA INTERNAZIONALE DELLE DONNE

 

di Angelino Loffredi
8 Marzo 390 min8 marzo. Questa data erroneamente viene chiamata Festa della donna. E’ un persistente e deviante tentativo per rendere festaiola e consumistica un giorno che deve essere di rivendicazioni e di lotte, a cominciare da quella per il lavoro. Originariamente e per tanto tempo ed anche oggi merita di essere chiamata "Giornata Internazionale della donna". Oggi deve esserlo più di ieri se leggiamo e comprendiamo gli inequivocabili dati forniti dalla Fondazione Di Vittorio.

Secondo la ricerca dal 2008 al 2021 il tasso di occupazione femminile è cresciuto in Italia soltanto del 2,6% (dal 47,3 al 49,9%). Quello di disoccupazione è aumentato di 2,5% (dal 7,9 al 10,4%). Il tasso di inattività femminile si attesta oggi al 44,2%, superando quello maschile in Italia del 18,5% e quello femminile medio dell’Eurozona del 14%. Il salario medio lordo annuo delle donne si attesta a 16,3 mila euro, con un differenziale di genere che le penalizza nella misura del 31,7%.

Numeri davvero impietosi. C’è anche da rilevare che il Covid ha aggravato una situazione già grave perché nella pandemia sono state le donne a pagare il prezzo più alto in termini di occupazione. E’ pertanto necessaria una concreta politica economica e sociale per migliorare la condizione occupazionale e salariale delle donne.

Un’altra terribile verità riguarda la qualità del lavoro delle donne.
La ricerca della Fondazione Di Vittorio evidenzia che la ripresa occupazionale registrata nel 2021, pur avendo aspetti quantitativamente positivi rileva anche un altro dato, quello riguardante la penalizzazione delle donne più giovani, con figli piccoli. Inoltre, quando le donne lavorano, lavorano in condizioni peggiori rispetto agli uomini
Tutto ciò è causato da una persistente arretratezza culturale esistente nel nostro paese costruita su un modello sociale che assegna alle donne un ruolo fondato su stereotipi quali il lavoro di cura, sostanzialmente gratuiti.

Due infatti sono ancora oggi le questioni che non si riescono a sradicare: il lavoro femminile considerato aggiuntivo rispetto a quello maschile e l’altro riguardante le imprese che continuano a scaricare sulle lavoratrici il “rischio” della maternità.
E’ in Italia infatti che il lavoro di accudimento dei figli grava ancora quasi esclusivamente sulle donne, riguarda pochissimo gli uomini, quasi per nulla la società.

 

8 Marzo650 min

Ceccano 8 Marzo 2022

 

 

 

 

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Pubblicato in Forum Lina Paniccia
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