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Stefano Balassone

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Cara RAI, approfondire non è correre dietro alla notizia del momento

 

II deficit d’approfondimento della Rai è un problema di struttura

di Stefano Balassone
rai logoDi questi tempi ogni televisione allestisce i palinsesti dell’autunno per presentarli agli investitori pubblicitari. Ma, a quanto riferiscono le cronache, Orfeo, direttore dell’approfondimento informativo, ha mancato di formulare le attesissime proposte. E così, giusto ieri, ha perso l’incarico e forse avvierà qualche reclamo giudiziario, ma intanto s’è tolto dalle spalle una grana praticamente irrisolvibile. Perché il deficit d’approfondimento della Rai è un problema di struttura diffusa dell’azienda che non si risolve con la speranza di scoprire chissà quale genialata di programma. Perché in tv nulla s’inventa e tutto dipende dalle condizioni di contorno.

Le risorse umane
Le risorse umane della Rai non sono peggiori o migliori di quelle di Mediaset o La7, ma sono concentrate alla guardia di un bidone: il sistema delle molteplici edizioni delle multiple Testate, compresa l’All News riposta nel canale 48. L’informazione è la zona della Rai dove le colleganze politiche hanno sedimentato in tanti anni i propri cari, invero numerosi. Sebbene la BBC, che ha più giornalisti della Rai, trasmetta giornalmente solo un pugno di notiziari e per il resto faccia rubriche che approfondiscono costume, scienza e politica, per non dire delle emissioni rivolte a tutto il mondo.

Ma, a parte tutte le cose di sostanza strutturale, può essere anche peggio, e cioè che Orfeo, brillante figlio del sistema, non creda possibile un approfondimento diverso da quello che si “sparge” (contraddizione lessicale mica male) fra i titolari corazzati di fasce orarie e di rubriche. Che scambiano l’approfondire col correre dietro alla notizia del momento, col contorno stanco di maschere da chiacchiera e allungandosi d’orario per portare a casa il pomeriggio e la serata.

Immaginiamo che dato il clamore di un Orfeo ributtato nell’Inferno, i vertici aziendali cercheranno di sfoderare qualche formato e di inventarsi qualche nuova conduzione. Sarà un modo per tamponare lo smacco e l’emergenza, ma c’è da star sicuri che si tratterà di un sasso che affonderà nella disattenzione generale senza spruzzi. Perché quanto all’informazione, l’unico format che sveglierebbe l’apatia dell’audience sarebbe la rivoluzione della Rai contro se stessa, con canali interi che mutano d’aspetto e altri che scompaiono, scioperi terribili e lotte senza sangue in vista di qualcosa che somigli a una Riforma sostanziale.

Rai e Parlamento
Purtroppo è molto improbabile che accada (lo diciamo da ottimisti) perché l’editore della Rai è il Parlamento, che (si veda la corrente bozza di “principi” della Commissione Parlamentare in materia di Contratto di Servizio) per natura riproduce il garantismo assembleare. Tanto prezioso per la democrazia rappresentativa, quanto mortale se pretende di “dirigere” un’azienda, anzi che limitarsi al suo dovere: deliberarne il fine e l’esistenza insieme con i finanziamenti necessari.

Gli incontri della commissione Parlamentare con l’Amministratore Delegato della Rai, disponibili in streaming sul canale parlamentare, sono un momento di culto per quelli come noi che s’angosciano sulle ragioni del ritardo produttivo dell’Italia. L’Uno, l’Amministratore, prospetta dati, situazioni e prospettive a seconda delle condizioni che il Parlamento si risolverà a creare. Dall’altra parte scena muta, querimonie, minacce ellittiche e tempo perso con le diatribe fra un parlamentare offeso e un noto conduttore. Scommettiamo ad occhi chiusi che quanto prima ci sarà una nuova convocazione per sviscerare fino in fondo il perché e il percome della degradazione di un Direttore accusato di renitenza sul campo di battaglia. Forse la scamperemo fino al 12 di giugno o forse neppure i comizi elettorali riusciranno ad evitarci il tritume delle indignazioni pelose e delle chiacchiere

Né c’è da sperare che Draghi metta tutta la sua forza, finché dura, per avviare la Riforma sostanziale della Rai, senza la quale qualsiasi Amministratore corre corre e suda, come il topolino nella ruota. Perché c’è sempre qualcosa d’altro a cui pensare, un Salvini da accalappiare, un Conte da stoppare. E quello che il Governo alla fin fine pretende dalla Rai è che sappia stare buona, che continui a sfibrarsi e che se deve proprio suicidarsi, proceda lentamente.

su DOMANI del 2 giugno 2022

 

 

 

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Servo e Padrone

 LA TV DI STEFANO BALASSONE

Saziare il cliente da renderlo del tutto dipendente

di Stefano Balassone
internet salvatorearanzulla 390 minUsiamo Internet per sapere della guerra e per avere la pizza a domicilio. Per chi non sia edicolante o cameriere in pizzeria, questo è il lato chiaro, comodo e conveniente della Rete. Nel lato oscuro si nasconde, invece, la tensione perenne fra il Servo e il Padrone, ma stavolta dall’esito scontato perché il servitore è, nientepopodimeno, che l’intelligenza in Rete, capace di antivedere i sogni e i bisogni del Cliente e di saziarlo talmente a puntino da renderlo del tutto dipendente.

Progresso e Dipendenza

Come avviene, a quanto si sospetta, coi videogiochi on line, che si offrono come passatempo e si trasformano in vincoli e prigione per chi senza saziarsi ci si sfianca. Il dramma traspare dalle grida delle madri con i figli incollati alla consolle e perduti per la scuola, così come dai lamenti di chi perde le fortune nelle tante Las Vegas della Rete (sui siti di social news americani se ne racconta di continuo). Mentre l’aneddotica dei casi miserevoli dilaga, emergono sussulti organizzati di panico morale e s’avanza, leggero e inconsistente come sempre, il confronto fra apocalittici e integrati. I primi che enfatizzano quanto la Rete ci fa perdere creando nel contempo pericoli di conio sempre nuovo; gli altri che, infatuati di futuro, mettono nel conto qualche vittima, a pro’ del trionfo della tecnica e della trendy-fiducia nel Progresso.

Diagnosi

Evitando queste altezze e restando rasoterra, un dato di fatto pare certo: esiste una qualche relazione fra i videogiochi in rete e il cosiddetto “gaming disorder” (inteso come disordine mentale del giocatore compulsivo). Ma constatare una coincidenza non significa spiegarla, tant’è che la causa di quel disordine mentale sembra ancora alquanto oscura.

Tant’è che l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha aggiunto di recente al suo Manuale di diagnostica il “gaming disorder”, corredato da una lista (dichiarata peraltro provvisoria) dei sintomi del male, tra cui gli immancabili compagni di ogni dipendenza: la “dedizione al vizio” (con l’abbandono degli altri passatempi) e il “nascondimento” del medesimo (a partire dal tempo e dal denaro dedicato) perfino mentendo a genitori, compagni o terapisti. Quanto alla ricerca delle cause, si constata che il giocare compulsivo s’accompagna sempre allo stato depressivo, ma senza le evidenze capaci di decidere se la dipendenza dal gaming on line sia causa oppure effetto della depressione.

Ossessione ed Astensione

Mentre la Scienza cerca il bandolo del gaming disorder, la politica e il business ne scrutano le paure pronte a cavalcarle. Negli USA se ne parla nei sermoni e i candidati al Congresso se ne disputano a vicenda la bandiera; in Italia, conoscendo i nostri polli, c’è da temere l’istituzione dell’ennesimo Garante, i comunicati di associazioni pasticcione, le iniziative dei Procuratori da proscenio. La Cina si è, da parte sua, portata avanti col lavoro passando al proibizionismo con jucio (non per nulla l’industria dei video games è un vanto dell’Impero) che permette il gioco per tre ore settimanali nel week end. Quanto al business già s’affollano dovunque i guaritori e le cliniche che garantiscono la cura del gaming disorder, attraverso le terapie già collaudate per le dipendenze da sesso, alcool e droga.

Propp & Algoritmo
Al di là degli opportunismi del momento, il gaming disorder pare comunque l’anticamera di questioni che cresceranno insieme con l’espansione delle “vite in metaverso” perché i metaversi, siano di Zuckerberg o dei concorrenti, arruoleranno i loro praticanti proprio a partire dall’offerta del gaming. Nulla più della struttura del game on line è adatto infatti a “fidelizzare” la base degli utenti (il gaming disorder stesso è in fondo una fidelizzazione uscita fuori dai binari) grazie alla convergenza di due forze: il racconto che, come spiegano Propp e successori, è una struttura costante al di là del variare delle trame e trova risonanze non meno costanti e strutturali nei cuori e nella menti degli umani; la sorveglianza degli algoritmi su ogni azione e reazione che compiamo, dalla ricerca, al like, fino a tempi e contenuti delle scelte attivate entro un videogioco.

Quanto alla forza del racconto, ogni gioco è una favola che si svolge nel tempo e dice della pulsione a misurarsi con la vita prova dietro prova (fosse anche abbattere un mostro o scoprire l’antro del tesoro). Una iniziazione inarrestabile e continua agli occhi nostri e a quelli del branco che ci giudica, che diventa una specie di ordalia quando la posta in gioco è costituita dalla vita stessa (come raccontato da Squid Game) perché si rischia il denaro a dispetto del timore della fame. Così ogni sfida, accolta o rifiutata, innesca un episodio del racconto di noi stessi, si fonde con la vita offre il desto ai ricavi di chi spaccia in rete sfide a profusione.

Gaming su misura e polli da spennare

Lo specifico potere della Rete sta nel profilare. Dunque può mirare al gaming differenziato su misura e per consolidare, al di là d’ogni strattone il legame dell’utente con questa o quella piattaforma. “Differenziare” è infatti, come si sa, la parola magica delle piattaforme, all’opposto di chi fabbrica prodotti in serie “uguali per uguali”. E così, le sfide dei games non solo nascono diverse per le tipologie di base (i giochi d’azzardo o di abilità, i giochi di cura o gli sparatutto, e così via) dirette agli uni o agli altri, ma possono incorporare e gestire la coda lunga delle variazioni di concetti e di passioni e le stesse soggettività sensoriali cnel distinguere forma da forma, colore da colore, suon da suono e, in un probabile domani, profumo da profumo, sapore da sapore, contatto da contatto. Così, nel mentre che ti serve, l’Algoritmo “impara”, a colpi di statistiche chi sei e alimenta di suggestioni il reparto narratori, che può dilatare “just in time”, l’assortimento di personaggi e situazioni da introdurre nel nostro schema di gioco preferito. A patto di pagare.

Così il modello di business che si fa pagare il coinvolgimento in film serie, show o documentari, fa pariglia con quello dell’engagement (la massimizzazione del tempo e delle azioni svolte in Rete) sul quale campa ogni piattaforma. Tanto che le compagnie esperte di narrazione (Disney, Warner e così via) vorranno assorbire le competenze algoritmiche per farsi il proprio metaverso di racconti on demand e videogiochi immersivi derivati, oppure alleandosi strutturalmente con qualcuno (converrà tenere d’occhio in questa prospettiva, le mosse prossime di Twitter, se Musk giunge in porto con l’acquisto) che possiede un social, ma scarseggia di competenza del narrare.

Resta, come l’ombra di uno spettro, un dubbio che non si può evitare di pensare: che tanta potenza narrativa ed algoritmica sia mobilitata per beffarci, come accade con le tre tavolette sopra il tavolino. Per cui – mentre azzardiamo una giocata, o s’accumulano punteggi sparando ai mostri dello spazio, stiamo magari investendo tempo e soldi sulle orme di un Destino taroccato su misura dall’Algoritmo, come fa il Baro rispetto ai polli da spennare.

 

 

 

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La "sorveglianza" è ineluttabile

TV E WEB DI STEFANO BALASSONE

Lasciamo i nostri byte sequestrati dai server d’oltre oceano e non ne garantiamo la disponibilità piena per la libera ricerca

di Stefano Balassone
5g 370 minInternet è l’unico, efficace e permanente osservatorio di della vita associata sotto ogni prospettiva perché supporta, senza farsi percepire, miliardi di funzioni quotidiane come spedire lettere, “portarsi” un film a casa, smuovere il conto in banca, lavorare per l’ufficio senza lasciare il domicilio. La possibilità di fare tutte queste cose, e un’infinità di altre ancora, senza passare dall’Ufficio delle Poste o dal negozio, affascina i solipsisti, fondamentalisti della disintermediazione, che detestano di rivolgersi a qualcuno e sognano di fare a meno di chiunque.

Ma, fuori dal sogno, Internet è la più organica, diffusa e profonda “intermediazione” che sia mai esistita perché, se il sistema è detto Rete, il protagonista del servizio è, piuttosto, il “Centralino” che connette le persone a quanto vogliono.

Il Centralino è peraltro la inaggirabile funzione che ipso facto conduce alla possibilità, o meglio alla ineluttabilità dello spiare. Negli anni ‘20 la signorina con le cuffie sui capelli alla maschietta era in grado non solo di connetterti, ma anche di dedurre dai tuoi contatti l’evidenza di alcune relazioni; oggi l’Algoritmo che smista le richieste è il terzo funzionale ad ogni connessione digitale e coglie non solo le relazioni dei soggetti tra di loro o la propensione a specifiche materie, ma “legge” costantemente i testi che si muovono, come se ai suoi tempi la signorina con le cuffie oltre a infilare lo spinotto fosse restata ad ascoltare. È grazie all’accumulo di questa conoscenza che le imprese che gestiscono la Rete affinano senza posa l’algoritmo per conoscere sempre più a fondo sia quello che pensiamo sia il nostro stesso modo di pensare.

Da qui discende l’assortimento degli orrori da parte dello Stato e del Denaro. Il Potere dello Stato è esemplificato dal caso cinese, autentico e raccontato dal New York Times, della giovane Chen che, all’estero per studiare, si rendeva anonima e chattava solidale con Hong Kong, quand’ecco che una notte i genitori la chiamano dopo cinque ore di polizieschi ammonimenti a badare maggiormente alla figlia scapestrata. Il Potere del Denaro è quello dei miliardari di Cambridge Analytica che nel 2015 s’erano procurati da Facebook, come e quanto non è chiaro, i dati di decine di milioni di utenti per forzargli la mano alle elezioni americane.

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La capillarità del comunicare

Tuttavia, fatto lo sconto degli orrori, Internet è nato per restare, insieme con la conseguente “sorveglianza” perché, dopo lo sviluppo degli smartphone, è divenuta la forma di comunicazione più capillare che si possa immaginare. La capillarità che spalanca la via ai social grazie alla propensione umana al dirsi e darsi e nel contempo crea le condizioni strutturali per i cataloghi on line e il just in time globale, che stanno alla produzione di merci almeno quanto l’aratro al coltivare.

Just in time vuol dire “giusto in tempo”, ma anche “al tempo giusto” e per la produzione delle merci significa realizzarle solo quando i clienti sono assicurati. Quando la cosa riesce, non serve accumulare scorte e costruire magazzini, si risparmia un monte di quattrini e si scansa il rischio mortale dell’invenduto e del naufragio delle imprese.

La capillarità di internet pare fatta apposta per sventare questi rischi sostanzialmente in due maniere: con gli avvisi pubblicitari su misura riguardo a merci mirate a uno specifico profilo se non addirittura a singoli individui; con i “campionari consortili” esposti in rete, relativi agli articoli ad alta diffusione e basso prezzo che, forti dell’efficacia dei grandi numeri, inventariano le scelte, colgono i trend dell’immediato futuro e danno le dritte alle manifatture distribuendo ricavi e sforzo produttivo.

Con Internet in sostanza, comunicare e produrre si confondono dando luogo a due rilevanti conseguenze. La prima è la messa a terra della astratta idea di perfetta concorrenza, che postula produttori numerosi e trasparenti di fronte a una folla di clienti potenziali, competenti e liberi di scegliere. Ma quest’idea, se giunge a terra grazie alla capillarità globale di una Rete sempre attiva, cancella il rischio delle imprese, ovvero l’unico fattore che, alla fin fine, legittimi la remunerazione del capitalista agli occhi delle masse. Il fatto è oggettivo e ci limitiamo a evidenziarlo, tralasciando per ora di fantasticare su quanto e come possa intervenire nelle narrazioni fra politica ed elettori.

 

Politica e Ricerca sociale

La conseguenza seconda, non per importanza, della capillarità di internet è che i movimenti “sorvegliati” in rete riguardano e rappresentano tutte le dimensioni della società dall’A alla Z. Un esito formidabile, a cui però siamo arrivati guardando tutto con l’occhio del commercio e accecando nel contempo le capacità cognitive della Politica e della filosofia sociale ridotte al ruolo di utenti più o meno intelligenti come, nel suo torbido, è dimostrato dalla stessa eccezionalità della forzatura attuata da Cambridge Analytica.

Così per la Politica Internet è quel miracolo tecnico e maldestro che fa di sicuro tante cose interessanti, ma ha anche accelerato l’evaporazione delle “classi” novecentesche e privato i Partiti della polpa. Dopo di che le loro sigle fanno quel che possono latrando con le Bestie e tirando a cavalcare, sostanzialmente a naso, i movimenti della Rete. Per questo vediamo la leadership di idee rimpiazzata dai leader usa e getta mentre non percepiamo la presenza di un uso della Rete a fini cognitivi, invece che banalmente diffusivi.

Simile alla Politica ci pare al momento la posizione della “filosofia sociale” e non per caso giacché, se la Politica è a secco di visioni, la responsabilità sta a monte, nelle mancate elaborazioni intellettuali che dovrebbero fornire le sponde adeguate per l’azione.

Ma qui casca il vero asino di questa storia. Per un uso cognitivo della Rete volto ad analizzare i comportamenti sociali e coglierne le “regole” servono infatti non i dati (pochi e raccolti con fatica) di ricerche estemporanee, ma quelli perennemente rinfrescati del metamondo chiuso nei server delle Big Tech americane. È ovvio che Google, Facebook, Amazon, Netflix e compagnia si tengano stretto questo ben di Dio e che lo condividano semmai (lo diamo per scontato) con i poteri concittadini dell’FBI e della CIA, anche quando sono generati dall’azione di utenti non americani.

Ma possono la Politica e la Ricerca sociale italiane (lo stesso vale con ogni probabilità per spagnoli, tedeschi francesi e tutti gli europei fino a comprendere gli inglesi), fare la parte dei gattini ciechi, in stato di minorità perenne rispetto al mondo interno e, sul piano dei rapporti di potenza, rispetto agli Usa che invece hanno sotto gli occhi l’intero panorama? È sopportabile che, mentre discipliniamo con ogni cura la materia degli archivi per non sottrarre documenti alla riflessione degli storici, lasciamo i nostri byte sequestrati dai server d’oltre oceano e non ne garantiamo la disponibilità piena per la libera ricerca? Esiste, infine, un altro modo per riuscire di rendere adulta la Politica, se non mettere a fuoco nei fondamenti e nelle variazioni giornaliere, la visione di noi stessi, rimbalzando senza posa fra una adeguata empiria e la relativa riflessione?

 

fonte: "DOMANI" del 20 aprile 2022

 

 

 

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La tartaruga europea batte l'Achille americano

REGILE E SOCIAL WEB

Fine del Selvaggio West nell’informazione web a beneficio delle democrazie

di Stefano Balassone
BigTech 390 minMentre la Nato si consolida e i giri di valzer europei con Russia e Cina finiscono in archivio, la dialettica fra Europa e USA continua la sua strada. Ci fu, come ricordiamo, l’epico scontro sui diesel furbetti dei tedeschi, seguito dal movimentismo doganale dell’epoca trumpiana. Ci sarà da spartirsi il crescente mercato delle armi, con quel 2 per cento del PIL che piace a molti, nonché da litigare sul prezzo del petrolio americano dopo che quello russo sia finito fuori scena. Si litigherà di sicuro sulla disciplina delle Big Tech dove la situazione di fatto è la più estrema.

La UE non ha social, ma legifera

Sono americane infatti le Big Tech che possiedono le piattaforme social usate in tutto il mondo, a parte la Cina che ha del suo, mentre di piattaforme europee non c’è neppure l’ombra. Eppure è solo la UE che disegna le regole al settore. Su una sponda dell’Atlantico Repubblicani e Democratici passano il tempo ad audire qualche whistle blower degli affari di Zuckerberg per arrivare a scoprire l’acqua calda, ma nessuno ha proposto una legge federale che sfidi le autoregolate prassi dei Big Tech. Così la tartaruga Europa dà le piste all’Achille americano sebbene le lobby premano sia a Washington che a Bruxelles. Evidentemente essere severi con le compagnie straniere è meno complicato che con quelle nate in patria che assicurano dividendi ai tuoi investitori e salari ai tuoi elettori.

Da qui le intemerate della Chamber of Progress in Washington, una sigla che odora di lobbysmo che accusa le regole europee di non volare ad alta quota, ma di prendere di mira uno specifico è così innovativo settore tecnico “minacciando i posti di lavoro non solo nella Silicon Valley “ della California liberale, ma in “città intere come Pittsburg a Birmingham” abitate dai più trumpiani dei blue collars.

Sta di fatto che nel 2018 la UE ha partorito la General Data Protection Regulation, in sigla GDPR che pone restrizioni al drenaggio e alla rivendita dei dati personali, e ha fatto da modello a leggi analoghe in giro per il mondo. E ora, dopo soli quattro anni, che per la burocrazia europea sono un battito di ciglia, arriva il Digital Markets Act, in sigla DMA, che si applica ai gatekeeper, cioè ai cinque grandi (Google, Meta, Apple, Amazon, Microsoft) che agiscono come il Ghino di Tacco della Rete.

Le nuove regole: no ai monopoli e sì alla concorrenza

Ad esempio: per aprire il blocco del mercato, Apple e Google, padroni dei sistemi IOS e Android, dovranno renderli compatibili con altri store on line oltre che l’Apple e il Google store; i fornitori di contenuti a pagamento (dal meteo alle news, dalla musica ai videogiochi) potranno farsi pagare direttamente, senza passare dalla piattaforma e dal pizzo esoso (30 per cento) che pretende; Amazon non potrà usare i dati di chi gli dà i prodotti in vendita per rimpiazzarli con prodotti della casa; le piattaforme di messaggistica, a partire da WhatsApp non potranno restare come sistemi chiusi, ma comunicare tra di loro così come avviene tra gli utenti che si chiamano anche se pagano il servizio a differenti compagnie; Google non potrà mischiare i dati di You Tube con quelli del motore di ricerca, di Gmail e di Googlemap per profilare l’utente come a nessun altro riuscirebbe, con il che salta il modello di business dei “servizi interconnessi” (fra posta, stores, social e hardware) che intrappola l’utente e chiude gli spazi a ogni concorrente che miri a farsi sotto (roba vecchia, e sempre perniciosa, pronta a imbarbarire la politica come insegna il nostro televisivo modello di Duopolio).

Per i trasgressori ovviamente c’è la multa fino, per chi ci riprova, al 20 per cento del fatturato globale, il che vuol dire per quei colossi rimetterci decine di miliardi.

Per i Big Tech è la fine della pacchia, dice in sostanza Margrethe Vestager, vice presidente della Commissione europea, quando annuncia che “ora debbono rispettare un insieme ben definito di obbligazioni e regole”. Sperando in bene, perché i soldi in ballo sono tanti e molti verranno impiegati per spedire queste normative su di un binario morto con le cause e con le proteste dei fans più ingenui che aspirano soltanto ai Metaversi. Per non dire dei patti nella Nato.

Il terzo passo: la responsabilità editoriale dei social

Come non bastasse, una volta affisso il GDPR, che rende l’utente proprietario dei suoi dati, e il DMA che separa il mercato dagli interessi dei techno monopoli, la UE pare giunta perfino al terzo passo decisivo riguardo alla responsabilità (quale, quanta e come) delle piattaforme rispetto ai contenuti che veicolano.

Le voci raccolte sulla stampa americana dicono che la UE stia per imporre una maggiore disciplina dei comportamenti degli utenti. Cosa si intenda è tutto da scoprire, dettaglio per dettaglio.

Ma le intenzioni sono fiere se Thierry Breton, anch’egli commissario della UE, vede “la fine del Selvaggio West negli spazi dell’informazione a beneficio delle democrazie”.

 

su "DOMANI" del 26 marzo 2022

 

 

 

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Tempi di guerra per i social

LA TV DI STEFANO BALASSONE

L’attuale ecosistema social è strutturalmente esposto alle incursioni tossiche di chiunque

di Stefano Balassone
social media 350 260 minLeggiamo sul New York Times che il Cremlino pretende che You Tube e Facebook blocchino i post che mostrano la guerra; gli Ucraini chiedono che le compagnie taglino il servizio in Russia; gli Occidentali vogliono che siano bloccati i media statali e la propaganda russa. Il tutto fa sudare dentro le imprese social i “team di sicurezza” che “identificano e rimuovono la disinformazione sponsorizzata dallo Stato”, al punto che per tenere buone le richieste gli staff di Facebook, You Tube e Twitter comunicano costantemente tra di loro e si raccontano le reciproche scoperte.

Guerra e propaganda

I nodi di Google con You Tube, di Twitter e specialmente di Meta con Facebook, e Instagram, vengono al pettine tutti insieme con la guerra, mettendo di fatto in discussione il cuore del loro modello di business che estrae ricavi dalla propaganda di ogni genere, tanto dichiarata quanto anonima. Il tutto al riparo della manleva del ’96, quando Clinton fissò la panzana che i provider sono passivi come un muro e non rispondono di quel che pubblicano gli utenti.

Non stupisce che questa bolla ipocrita scoppi quando la propaganda incrocia la guerra e interviene a decidere chi vive e chi muore, chi insegue e chi scappa sul campo di battaglia, chi cede e chi regge tra i civili.

Di fronte alle richieste degli stati, i social traccheggiano ed eseguono solo l’ordine di tagliare le fonti russe dichiarate e conosciute, come Sputnik e RT (Russia Today), due dei più importanti siti russi di notizie di proprietà dello stato. Ma va notato che gli stessi strateghi preoccupati della propaganda dichiarata emanata dal nemico, nulla hanno chiesto di sostanziale nei confronti del ben più massiccio lavoro di disinformazione che tutte le parti in causa svolgono attraverso utenze mascherate dall’anonimato. Così rendendo chiaro che nel lago dell’anonimo ognuno, a partire dai poteri di qualunque Stato, conduce propaganda ed altri affari.

Responsabilità editoriale

Intanto, strateghi militari a parte, alcuni rinomati esperti americani osservano sarcastici che, le aziende Big Tech vogliono i vantaggi del monopolizzare le comunicazioni nel mondo, ma non la responsabilità di scegliere da quale lato stare, quando la geopolitica lo impone.

C’è chi vorrebbe da Facebook e simili una netta scelta ideale e pratica a favore di diritti umani e democrazia, indipendentemente dalla contingenza della guerra russa. Non solo quindi la censura di qualche orrore estremo, individuato da una schiera di volonterosi impiegati a libro paga, ma una dichiarata linea editoriale e il monitoraggio preventivo dei testi e dei video. Ma la responsabilità editoriale è proprio ciò che i social non possono accettare sia perché la rendono impossibile dietro l’usbergo degli utenti anonimi sia perché un qualsiasi “taglio” editoriale mutilerebbe il carattere universale della piattaforma restringendola al campo delle cerchie di idee, odi e passioni più propense.

Schierarsi o non schierarsi?

Insomma, le Big Tech sono chiamate a scegliere: c’è chi gli chiede di schierarsi contro i regimi autoritari che approfittano delle nostre società aperte per mitragliarci di fandonie, ma la richiesta contraddice la loro intima struttura e condurrebbe allo scoppio della prosperosa bolla ventennale. Finora la politica, più che altro quella della UE, s’è ingegnata a porre vari vincoli e garanzie a tutela di privacy e pratiche commerciali, ma s’è sempre arrestata prima di bucare la bolla con lo spillo più efficace quale sarebbe l’impedire l’utenza anonima fin dalla radice. Se nessuno Stato, per quanto trasparente e democratico, si spinge oltre questo limite la ragione altra non può essere che in quel buio nasconde molta roba.

In questo stallo, e anche in mezzo agli strattoni della guerra, torniamo così al punto che l’attuale ecosistema social è strutturalmente esposto alle incursioni tossiche di chiunque, ed è comunque irriformabile perché i bilanci delle aziende sono quel che sono.

pubblicato su DOMANI 2 marzo 2022

 

 

 

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La RAI e il suo "Editore"

LA TV DI STEFANO BALASSONE

 Per la Rai l’editore non è di garanzia, bensì è a carico

di Stefano Balassone
rai logoLa “crisi dei Partiti” si esibisce nitida negli streaming delle audizioni dei vertici Rai presso la Commissione di Indirizzo e Vigilanza istituita nel 1975 quando la lottizzazione degli incarichi fu allargata dall’area di Governo all’intero Parlamento.

Quelle audizioni non sono tornei di filosofia dei media, ma occasioni in cui ogni parlamentare prende le parti della fazione a lui più vicina nell’azienda oppure sbandiera le velleità o le irritazioni di questa o quella tribù degli elettori. Un lavoro umile, ammettiamolo, tanto che dubitiamo che quel gruppo di distinti geometri, avvocati e professori giunti a sedere in Parlamento e in Commissione trovi appagante passare il tempo in questo modo. Che tuttavia è tutto quel che resta finché la politica non è a favore di progetto, ma progetto di favore.

Di tanto in tanto echeggia in quell’aula, è successo spesso anche nell’audizione dell’8 gennaio, l’affermazione che il Parlamento sia l’“Editore” della Rai, anche se non c’è nessuna legge che lo scriva. Ma anche prendendo per buona una tale autoaffermazione, si tratta di capire se il Parlamento sia Editore tiranno o di garanzia. Finora ha coinciso serenamente con il primo, ma da quando i nuovi vertici, pur scappellandosi ossequienti, hanno cominciato a mettere qualche puntino sulle i, stanno sprizzando le scintille.

Puntini e scintille

“Mettere i puntini sulle i” consiste, come è emerso nello streaming, nell’attenersi alle responsabilità fissate per ciascuno dalle leggi, invece che confonderle nella consociazione generale. Un puntino molto grosso è, ad esempio, escludere di redigere un bilancio di previsione basato sul passivo così da accontentare ogni richiesta, salvo lasciarla, in vista della chiusura dei conti veri, a bocca asciutta. Frana in questo modo il mercato delle promesse, s’afflosciano le conquiste di bandiera destinate al lancio stampa del momento, tutti vengono costretti al tavolo dei conti e sol per questo l’azienda si trova a spostare il baricentro delle decisioni al proprio interno. Un puntone enorme, posto dritto sopra il cuore della Rai, è ovviamente applicare anche agli spazi informativi il calcolo del rapporto fra costi e benefici, perché affrontare questo campo con la logica e non per la fazione (o la corporazione) provoca sfracelli nella cordialità dilagante dei rapporti che corrono fra parlamentari e redattori (ma non è diverso quanto ai fremiti e alle attese del campo fornitori o delle star amiche di famiglia).

Abbiamo perfino udito un senatore sibilare: “se la Rai non fa quello che indichiamo, noi l’Editore potremmo perdere sul serio la pazienza” Si riferiva il nostro (come tutti gli altri intervenuti meno un paio) non al lanciarsi con ogni forza e priorità verso le praterie digitalizzate, ma al mantenimento della edizione notturna dei TGR, che costa molto, rende nulla e blocca risorse di valore. E comunque questo minacciatore era in fondo in fondo un gentiluomo col torto di conoscere la legge solo ad orecchio o per sentito dire, oppure secondo il wishful thinking di tanti come lui.

Infatti sono partiti di punto in bianco una serie di siluri anti Report, nella persona di Sigrido Ranucci a seguire una lettera anonima che narrava di molestie sessuali di cui l’audit Rai non ha trovato (riferito dall’AD) alcun riscontro.

In altri termini accade che la Rai l’editore non l’abbia di garanzia, bensì a carico.

 

pubblicato su "DOMANI" del 9 febbraio 2022

 

 

 

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La tv tradizionale fra decadenza e condensazione

LA TV DI STEFANO BALASSONE

Il lungo declino degli ascolti di Rai e Mediaset. Le cause

di Stefano Balassone
rai mediasetLa tv ad accesso libero di Rai1, Canale5 e compagnia minore, passata l’onda della reclusione casalinga del 2020, hanno trovato nell’ultimo autunno un pubblico ristretto del 4%. Uno snellimento che se fosse nel campo del vestiario segnalerebbe lo scalare di una taglia. I dati di primavera ci diranno se il dimagramento è destinato a continuare, anche considerando che diverse sono le vie che allontanano uno spettatore dalla televisione.

I perché delle variazioni d’ascolto

Per prima l’esistenza di un’offerta a pagamento che tra Sky, Netflix e Prime aggancia i suoi clienti a racconti seriali, sfide sportive e documentari. Accade così che milioni di persone diano una sbirciata ai titoli dei TG, ammesso che le anticipazioni social non abbiano già provveduto alla bisogna, e poi si tuffino in tutt’altre storie.

Il secondo fattore di distrazione dalla tv domestica è costituito, non da oggi, dalle cifre dell’economia. Se i soldi girano è automatico che molti li spendano per la serata in pizzeria piuttosto che per starsene rinserrati in casa. Se, come pare, l’autunno del 2021 ha visto la ripresa decollare, le cifre dell’auditel ne danno la conferma.

Il terzo fattore, più lento nell’agire, è la “qualità” di ciò che vien trasmesso dalla tv tradizionale. Al di là dei punteggi della critica televisiva, la tv di regola viene vista perché esiste e non grazie a quello che trasmette, così come la luce in casa viene accesa quand’è buio e non per l’urgenza di qualcosa di preciso da osservare. Tuttavia è difficile negare che i palinsesti di Rai, di Mediaset e degli altri siano ormai una somma di titoli stantii che contano su cerchie di fedeli destinate ad assottigliarsi. Da questo punto di vista il problema della qualità pare gonfio e alle soglie d’uno scoppio. Se cerchiamo la ragione di tanta implacabile ripetitività a base di format annosi raccattati nel mercato dobbiamo guardare non ai singoli titoli e alle inerzie di chi ne cava uno stipendio, ma alla struttura stessa del sistema televisivo “tradizionale”. Da tempo immemorabile (che coincide con l’era Berlusconi) quello italiano si basa su un eccesso, divenuto ormai pulviscolo, di canali che hanno svolto, e ancora tentano di svolgere, il compito di saturare i principali target del mercato dell’ascolto: casalinghe, disoccupati e anziani che usano la tv per compagnia (fino ed oltre le sei ore al giorno) sovra popolando gli “spettatori medi” e la guerra degli share. A questi s’aggiunge, solo quand’è sera, il resto del Paese, ma senza incidere davvero sui canoni di gradimento dei programmi e dei canali. È interessante che da qualche mese proprio le legioni di questi pubblici fedeli mostrino sostanziose diserzioni, segnalando l’usura dell’abitudine a tante micro offerte tutte uguali. La voglia di novità, in sostanza, sembra farsi sotto, anche nei confronti del video domestico, il più inerziale dei consumi.

Ma se è ovvio che la qualità di un’offerta sia funzione inversa della dispersione della stessa e anche scontato che il pulviscolo resista a farsi condensare perché dietro ogni frammento c’è un autoralità minore che tira a campare intrecciata all’astuto fornitore estero di creatività surgelata dentro un format col bollino del mercato.

Serve lo spariglio strutturale

La morale del ragionamento è che la tv tradizionale italiana, a partire da Rai e Mediaset, sia destinata a contemplare il suo declino a meno che non sparigli il gioco attraverso una ristrutturazione radicale basata sulla conquista dell’economia di scala. Mediaset ci punta, com’è chiaro, facendosi europea e trasferendo in Olanda la sede societaria. Ma ancora ci sfugge cosa potrà davvero combinare, perché europea è già l’origine del grosso di quello che trasmette e se volesse invece trasformarsi essa stessa in produttore dovrebbe non cambiare casa ma dare un taglio alla sua congerie di canali.

La Rai dal canto proprio non pare avere altre strade se non condensarsi, e rapidamente, per aumentare in rilevanza e farsi irrinunciabile sotto due profili: l’esattezza e approfondimento dell’informazione, rispetto al continuare a somministrare le braci spente delle multiple Testate; lo scavo e l’uso dell’epos territoriale e nazionale come fonte di autocoscienza e di spettacolo, non solo nella fiction – dove spinta dalla concorrenza qualcosa già si vede – ma nella sterminata prateria che a partire dalle ore del mattino si stende fino a sera.

Se a Cavallo e Biscione riuscisse tutto questo, sarebbe garantita a entrambi la capacità di cavarsela, spettatore più, spettatore meno, nel mondo delle piattaforme che li incalzano e dei tanti nuovi modi che s’annunciano nel campo delle news e dello spasso. In caso contrario lo spettacolo è comunque assicurato, ma sarà quello del tramonto.

fonte, "DOMANI" 27 dicembre 2021

 

 

 

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A proposito di Vigilanza Rai

VIGILANZA RAI

Un esempio di rapporto fra i mestieranti della politica e le cose.

di Stefano Balassone
rai logoIl 7 dicembre la Commissione parlamentare di Vigilanza sulla Rai (da qui in poi CoPaVigile) o meglio il Presidente Alberto Barachini di Forza Italia, “su concorde valutazione dei rappresentanti dei Gruppi” ha perso un’occasione preziosa per tacere quando ha col cipiglio più severo ha ri-convocato l’amministratore delegato della Rai Carlo Fuortes per un confronto, finalmente, “leale e serio”. Come se le audizioni intercorse di recente fossero state un tutto di manipolazioni e inganni.

La lettera

L’episodio è in sé minore, ma se analizzato con pazienza vale un intero corso di lezioni circa il rapporto fra i mestieranti della politica e le cose.

Al di là delle chiacchiere a contorno, la missiva della CoPaVigile rispecchia, citandoli alla lettera, i timori e le proteste dei giornalisti e tecnici Rai turbati dalla notizia, resa pubblica proprio dalla Rai nel corso dell’ultima audizione, che l’edizione notturna dei TGR verrà abolita a causa del pessimo rapporto fra la spesa e il valore dell’impresa (ne abbiamo scritto su queste pagine, il 27 di novembre). Dormiente sul momento, la CoPaVigile al rumore del subbuglio si è lestamente rovesciata nel contrario sicché la chiameremo piuttosto CoPaSpecchio di turbolenze della corrente vita interna dell’azienda pubblica.

Molestie e contenziosi

Non per caso la medesima missiva chiede “costanti e tempestivi aggiornamenti sulle recenti istruttorie avviate dalla Direzione Internal Auditing aventi ad oggetto alcune presunte molestie”. Non solo, la commissione si riserva di chiamare a deporre “la responsabile della stessa Direzione”. La lettera chiede, inoltre, un “aggiornamento sullo stato dei contenziosi legali in corso fra la Rai ed artisti e cantanti”. Con questo la CoPaSpecchio entra in gara coi tabloid e il reporting da faldone.

Strano modo di svolgere la nobile funzione di Editore della azienda media pubblica che la Legge di Riforma del 1976 volle fosse affidata al Parlamento. Un modo addirittura folle nei confronti di un’azienda, che è in se stessa cosa seria e avrebbe semmai bisogno di un Editore Pubblico capace di dialogare sugli standard di qualità dell’informazione, sull’incisività della produzione nazionale, sulla spinta al soft power globale del Paese.

Il punto è che una CoPaVigile ridotta a CoPaSpecchio rovescia la realtà e non genera pensiero.

 

su DOMANI, 11 dicembre 2021

 

 

 

 

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La Rai "Costa Concordia" e i primi scogli

 VICENDA RAI

Faccenda seria: la navigazione strategica è messa a repentaglio da scogli micidiali

di Stefano Balassone
rai logoLa vicenda Rai è una faccenda seria dove la navigazione strategica è messa a repentaglio da scogli micidiali. Ed è un peccato che solo qualche intimo segua i report dei nuovi vertici alla Commissione Parlamentare di Vigilanza sull’azienda di cui il Parlamento è in effetti l’Editore. Ne emerge la necessità di una Riforma radicale dei ricavi, dell’offerta editoriale, e dell’organizzazione della Rai.

Riassumendo in breve, la Rai, che rastrella (canone, pubblicità e introiti vari) attorno ai due miliardi e mezzo di euro, è giunta a cumulare un debito di 523,4 milioni per compensare il passivo del decennio. Questo “tirare a campare morendo lentamente” è arrivato all’ultima stazione perché il debito oltre l’attuale non può crescere. Per riconquistare margini d’azione esistono solo due vie: l’aumento dei ricavi; il ripensamento dell’offerta insieme con l’organizzazione ad essa collegata. Su entrambi i fronti son dolori.

Per le forze politiche qualsiasi dirottamento di risorse verso la Rai apre una tregenda di polemiche e ricatti perché da anni il populismo di mezza tacca ci s’ingrassa, ma anche perché i cosiddetti riformisti hanno lasciato scorrere invano ogni scadenza e, semmai, hanno pescato di nascosto nel borsellino del canone per farsi quadrare i conti altrove.

Il corpo aziendale

Ma non è meno lancinante per la vita interna dell’azienda un mutamento editoriale e, dunque, organizzativo che invece che sommare come d’uso il nuovo al vecchio (strada sbarrata dal limite del debito) si attui riconvertendo l’esistente. In questo caso l’azienda intera vede vacillare il vecchio perimetro spaziale e temporale ed entra in sofferenza diffusa e molecolare a seguito di ferite a orgogli di mestiere e a carriere inerziali che paiono svanire, i contraccolpi di “altri” orari di lavoro che turbano assestati equilibri fra la casa e la famiglia, fino ai mutui e agli studi dei figli finanziati dall’ampia opportunità di straordinari festivi e notturni più remunerativi.

Questo universo di nicchie definite da vantaggi correnti o da disagi paventati non è un connotato della Rai, ma di qualsiasi corpo aziendale di qualche dimensione. Quindi non torna conto di menarne scandalo da fuori, ma di comprendere che un corpo aziendale messo alle strette del bilancio, non è materia molle pronta ad assumere ogni forma, ma un insieme duro di paure capaci di farsi becchine degli stessi che le provano. Come è palesemente accaduto in Alitalia.

La questione dei TGR notturni

Assume risalto in questo senso la questione, in sé minore, della cancellazione dell’edizione notturna del TGR deliberata dagli amministratori della Rai a partire, se non andiamo errati, dal prossimo 9 gennaio. Il motivo, esposto ai Parlamentari, è che l’audience a quell’ora è quantitativamente marginale, e che qualsiasi emergenza locale trova risuono nella striscia notturna che prolunga e conclude il palinsesto del canale. Circostanze ed argomenti ai quali, stando al merito, è palesemente irragionevole contrapporsi.

Quale che sia l’azienda, tuttavia la fisiologia della resistenza al cambiamento, anche il più scontato e circoscritto, non ha a che fare con la logica formale, ma con la condizione esistenziale nell’immediato e in prospettiva delle persone interessate anche quando non rischiano il posto di lavoro. Quel che rileva è: che quella ventina e passa di TGR di 5 minuti cadauno, diramati contemporaneamente nel pieno della notte, sono comunque traguardi di azione individuale di giornalisti, tecnici, impiegati delle Sedi Rai; che in quegli spazi “minori” si accomodano interessi e ceto politico locale restii a smarrire certezze di visibilità per quanto minime.

La concretezza di questi interessi si sta puntualmente manifestando attraverso prese di posizione politiche e sindacali basate essenzialmente sul rilancio. Sicché i mondi che da lustri fanno orecchie da mercante a chi manifestava dolore per l’assurda, inflazionata, disfunzionale e suicida pletora dei TG Rai, ora reclamano che la riforma dei medesimi sia governata dal tutto o niente. Il tutto in avvenire, il niente nel presente. Un inchino alla astuzia miope e alla retorica che richiama quello famoso della Costa Concordia, all’isola del Giglio.

da "DOMANI 27 nov '21

 

 

 

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C'è un buco nella Rete: la responsabilità del social-editore

 RESPONSABILITA' NEL WEB

 Le responsabilità de il Communication Decency Act (Usa) del 1996

di Stefano Balassone
social 350 minLa pioggia d’odio e di parole senza senso che viene sparsa sul globo a mezzo social sembra sia colpa di una norma USA, il Communication Decency Act del 1996, sezione 230 riportato in calce, che per spianare la strada al novello business di Internet assimilò gli organizzatori di servizi interattivi (i Google, Facebook e compagnia dell’oggi) all’edicolante dietro l’angolo che ospita i giornali, ma non risponde del loro contenuto (ecco il testo originale: ”No provider or user of an interactive computer service shall be treated as the publisher or speaker of any information provided by another information content provider”).

Irresponsabilità editoriale?
Col che si dava il via alla bizzarra situazione per cui, dove la stampa, la tv e i mass media hanno un Editore responsabile, in internet c’è un buco e quindi i social trasportano di tutto, raccolgono miliardi e vivono sereni fra gattini, complottismi, ricette, spogliarelli, cure alternative. I governanti USA gli hanno retto il sacco perché tutti quei soldi si fanno rispettare e anche perché attraverso i mezzi delle company osservano e indagano ogni sussurro nell’intero mondo.

Ma si sa che quando c’è di mezzo la salute è un’altra cosa e così di recente due senatori USA (Klobuchar e Lujàn) vogliono una legge che sospenda la manleva del 1996 limitatamente al campo della disinformazione sanitaria, al fine di costringere i social a trasformarsene in censori. Subito molti hanno obiettato che il problema è vero, ma il rimedio pare pessimo perché crea una pericolosa eccezione alla libertà d’espressione sancita nel Primo Emendamento. Ovviamente anche noi in Europa dobbiamo chiederci se, come e quanto sia consigliabile risvegliare le voglie di censura.

Un approccio diverso potrebbe consistere nel guardare al senso letterale delle parole di quella legge del 1996 e chiedersi se davvero essa tolga dalle spalle dei social ogni responsabilità su quanto gira in rete. È ovvio che questo valga per i post rispetto ai quali il social si limiti alla fornitura del servizio tecnico previsto. Ma da nessuna parte è scritto, per quanto ne sappiamo, che la norma riguardi anche le azioni in cui ci mettono del loro selezionando, influenzando e dopando in vari modi il testo postato da un utente.

Il che è noto avviene aggiungendo enfasi grafiche, pompaggio di notifiche, rilanci mirati e ripetuti e per la stessa esistenza dei bottoni like/dislike (tanto che YouTube ha appena annunciato di aver eliminato l’esposizione dei dati del secondo perché più vulnerabili ad azioni ostili strumentali).

Il culmine del protagonismo del social ovviamente coincide con la scelta fior da fiore dei post che all’algoritmo paiono i più adatti a stimolare traffico e ricavi. Per questo, d’altra parte, gli utenti più scaltriti tengono conto fin dall’origine dei criteri di scelta impostati nell’algoritmo della casa. E quindi, che a quest’intera dinamica si guardi ex post, quando l’algoritmo seleziona il “meglio” nella massa oppure ex ante, quando palesa quello che gli piace, ai nostri occhi compare molto chiara un’autentica “direzione editoriale”, ovvero il massimo ruolo concepibile nella catena di attività e scelte che conduce a un contenuto.

Detto in altro modo, se è vero che le company social non “scrivono” come facciamo noi, di sicuro “soprascrivono” i testi nostri in vari modi non sempre né a casaccio, ma quando gli fa comodo. Nulla di nuovo sotto il sole, perché lo fa perfino Giordano su Rete 4, quando prende la parola del popolo e la incastra in un racconto tutto suo.

Ovviamente è proprio questo racconto soprascritto a mezzo d’algoritmo, il contenuto che più genera trend, subbugli e sedizioni. E dunque, senza mettere a repentaglio il Primo emendamento col ricorso a leggi d’emergenza, i senatori americani potrebbero limitarsi a constatare che la “responsabilità editoriale” dei social già esiste e attende solo di essere evocata.

Quanto all’utente qualunque i casi sono due: 1) opera a viso aperto e si espone alla responsabilità per quel che dice; 2) oppure è una iena da tastiera che opera da anonimo e in questo caso la responsabilità è comunque del social che ne accetta all’iscrizione.

Il piglio della UE
Se gli USA mostrano reticenze a rimettere ordine nell’anarchia monopolistica corrente, perché nel bene e nel male è cosa loro, la UE, mostra un piglio più deciso e, a quanto si sussurra, lavora propria per la messa a punto del criterio della Responsabilità editoriale. Lo spazio logico, fattuale e politico per riuscirci esiste. Con l’auspicio che non si risolva tutto con la creazione di qualche Comitato di controllo e si tratti invece dell’affermazione di un principio che dia fondamento alle eventuali azioni giudiziaria di cittadini che si ritengano danneggiati dai contenuti promossi dai provider della Rete. Sistemata così la responsabilità circa la comunicazione in Rete moltiplicata con metodo industriale, gli utenti comuni, che parlano alle proprie cerchie, potranno essere lasciati ai loro sfoghi.

 

Su "DOMANI" del 15 novembre 2021
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