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Roberto De Rosa

Roberto De Rosa

Roberto De Rosa è un giovane laureato in lettere presso l'Università degli studi di Cassino e del Lazio Meridionale, vive a Venafro, un piccolo borgo molisano, e al momento procede i propri studi in filologia moderna. É appassionato di politica, musica, fotografia e arte. Cinefilo e amante degli animali. Inguaribile curioso di tutto ciò che lo circonda e cattura la sua attenzione.

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Vaccinazioni covid 19: c'è chi fa come gli pare

 

La Neuromed è Covid free, mentre il resto dei molisani attende onestamente il proprio turno

di Roberto De Rosa
Neuromed PozzilliL’istituto di ricovero e cura a carattere scientifico vaccina tutti, anche giornalisti e giardinieri.
Nella situazione d’emergenza in cui si trova il Paese in questo momento alle prese con la campagna vaccinale, che ha incontrato non pochi ostacoli e difficoltà, c’è chi pensa a fare il furbetto e a “saltare la fila”. È il caso accaduto in Molise, su cui ha fatto luce qualche giorno fa la trasmissione televisiva in onda su La7 “Piazza Pulita”, condotta da Corrado Formigli grazie all’inchiesta dell’inviata Micaela Farrocco.

Dagli scienziati ai giardinieri, passando per i giornalisti della TV locale fino ai collaboratori esterni, l’istituto di ricovero e cura a carattere scientifico, Neuromed, ha provveduto a vaccinare tutti, mentre solo un 80enne su tre, in Italia, ha ricevuto le dosi di vaccino contro il Covid. Il polo, situato a Pozzilli, un piccolo comune in provincia d’Isernia, appartiene all’europarlamentare Aldo Patriciello, che si trova al suo quarto mandato di fila, deputato di Forza Italia, anche lui ovviamente immunizzato. Come emerge dall’inchiesta, anche le altre società, come la Innomed, la Multimed, che gravitano attorno all’istituto, hanno goduto delle vaccinazioni, tutte sempre di proprietà dell’europarlamentare di Forza Italia. Parliamo circa di 900 dosi richieste alla regione, che proprio nelle ultime settimane ha riscontrato un tale incremento di nuovi contagiati e un estremo collasso delle risorse ospedaliere da essere dichiarata zona rossa. La maggior parte dei dipendenti della struttura non rientrano affatto all’interno di quelle categorie e liste di cui necessitano urgentemente del vaccino, anzi molti di loro non frequentano in alcun modo l’ambiente ospedaliero, ed inoltre sono piuttosto giovani, alcuni addirittura giovanissimi. Il servizio mostra anche gli anziani che abitano il paesino e le zone limitrofe, alcuni visibilmente in gravi condizioni di salute, che invece attendono speranzosi da mesi il proprio turno.

Chi avrebbe dovuto controllare la lista inviata dall’istituto, come Michele Colitti, componente della cabina di regia che si occupa della programmazione vaccinale in Molise, dichiara: “Non posso mettermi a controllare nome per nome e vedere il lavoro che fanno all’interno delle strutture sanitarie”. Lo stesso proprietario, il citato Aldo Patriciello, fugacemente intervistato nel corso del reportage, ha cercato con non poche gaffe di sottrarsi alle proprie incombenze di quanto avvenuto. Sembrerebbe, dunque, non esserci un responsabile, per questo motivo Nicola Fratoianni, deputato di Sinistra Italiana, ha sollecitato la Ministra Gelmini, che tanto si è adirata contro i furbetti dei vaccini, di fare una telefonata al menzionato europarlamentare del suo stesso partito.

In ogni caso, aggiunge Fratoianni, egli stesso presenterà in Parlamento un’interrogazione al governo con cui fare una certa chiarezza sulla vicenda.

Nicola Fratoianni: #cèchidiceNO

Croneche&Commenti

Fratoianni dalla parte dell’opposizione dice no al governo Draghi

fratoianni minFratoianni, deputato di Sinistra Italiana, ha atteso la nomina dei ministri per decidere definitivamente di schierarsi dalla parte dell’opposizione contro un governo che sembra aver cercato semplicemente di accontentare tutti i partiti pur di ottenere la fiducia.

Il deputato di Sinistra Italiana apre il suo intervento alla camera con un chiaro no al governo Draghi, sottolineando che la sua non è una decisione individuale ma sorretta quasi da parte di tutto il partito. Per Nicola Fratoianni la caduta del governo Conte è stato un vero e proprio omicidio politico premeditato finalizzato ad impedire, all’ormai ex Presidente del Consiglio, di gestire la somma di 209 miliardi del Recovery Plan che aveva conquistato dopo una lunga battaglia in Europa.

Fratoianni, inoltre accusa il governo Draghi di essere tutto il contrario di tutto: per lui non possono certamente coesistere transizione ecologica e trivellazioni petrolifere, non possono stare insieme gli interessi della Confidustria di Bonomi che vuole sbloccare i licenziamenti, con gli interessi dei lavoratori e delle lavoratrici, e neanche pensare ad un generale abbassamento delle tasse senza ritenere necessaria un’imposta patrimoniale sulle grandissime ricchezze per redistribuire il denaro.
“Da domani faremo opposizione, pronti a dire sì ogni volta che sarà possibile, pronti a dire no ogni volta che sarà necessario” così il deputato di Sinistra Italiana conclude il suo intervento alla Camera.

Un’opposizione è dunque reale e possibile nonostante l’ampio consenso che il neo Presidente del Consiglio Draghi è riuscito ad ottenere. Un governo tecnico incaricato per gestire le imminenti emergenze, ma che poi è divenuto un governo politico a tutti gli effetti, un colpo di Stato vero e proprio che, a seguito della nomina dei vari ministri tra i quali Renato Brunetta, Mara Carfagna e la Gelmini, sembra aver riportato le lancette del Paese a più di quindici anni fa.

Un’opposizione che però non può essere lasciata unicamente nelle mani di una destra regressiva condotta da Giorgia Meloni, ma che deve ospitare visioni opposte tra loro per mantenere viva un’alternativa valida ed efficiente che altrimenti sarebbe stata sommersa da un’inevitabile accettazione del governo Draghi.

 

 

 

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Pubblicato in Cronache&Cronache

Matteo Renzi, l'Arabia Saudita e il “revolving door politics”

Cronache&Commenti

“revolving door politics” un commistione tra il mondo politico e il mondo privato

di Roberto De Rosa
Renzi in ArabiaSaudita minMatteo Renzi, l’uomo del momento che ha innescato la crisi di governo e lo ha sostanzialmente fatto cadere a seguito delle dimissioni del presidente Conte, qualche giorno fa si trovava a Riad, capitale nonché primo polo finanziario dell'Arabia Saudita.

A quanto pare Renzi era a Riad come consulente, e non in veste istituzionale, ad una conferenza organizzata da un particolare organismo: il "Future Investment Initiative" controllato dal fondo sovrano saudita. Un evento con oltre 150 leader mondiali per riflettere insieme su come affrontare le sfide del 2021, ma che in sostanza punta al tentativo del regime, guidato dal principe ereditiere "Mohammed bin Salman", di riscattarsi a livello nazionale in quanto accusato di violare i diritti umani sia in patria che all’estero. Il governo saudita, infatti, si è macchiato di gravi avvenimenti quali la disastrosa gestione della guerra in Yemen, con bombardamenti ai danni della popolazione civile, e l'omicidio nell’ambasciata saudita in Turchia del giornalista Jamal Kashoggi, critico del principe ereditiere.

Questo genere di convegni, dunque, altro non fanno che rilanciare un’immagine diversa del governo saudita all’estero e di tante altre aziende e multinazionali che vi partecipano. Ad esempio, pare che il governo saudita abbia deciso di abbandonare il petrolio, che ha reso di fatto ricca la famiglia reale, e di mirare invece alle energie rinnovabili. Il “revolving door” è un’espressione inglese che aiuta a comprendere bene cosa avviene in questi determinati contesti. Il “revolving door” sono quelle porte girevoli che spesso si trovano all’entrata degli alberghi da cui si entra da una parte per poi uscire essenzialmente dalla stessa parte.

Esiste un “revolving door politics” legato alla commistione tra il mondo politico e il mondo privato e più che altro aziendale. InRenzi solo il solito insopportabile Renzi 390 min pratica le grandi multinazionali hanno ovviamente degli interessi lobbistici e cercano in qualche modo di incentivare la politica a legiferare favorendo i propri interessi e il modo migliore per farlo è coinvolgere ex leader politici, ex ministri ed ex parlamentari a rientrare in gioco, con le loro competenze politiche, nel mondo privato o aziendale ed esortarli ad occuparsi di partecipare a conferenze e congressi. Questo fenomeno è ovviamente oggetto di critica e di dibattito, tant’è che in alcune nazioni è stato quasi normalizzato per non creare eccessivo scalpore.

Matteo Renzi però non è un ex politico, ed è stato scoperto essere membro dell’advisory board* del Future Investment Initiative Institute. Se partecipasse a tutti i board previsti guadagnerebbe ben 80mila dollari l’anno. Se si pensa agli ultimi due anni tra stipendio di parlamentare e consulenze in Europa, Cina, Medio Oriente e Stati Uniti d’America, il segretario del partito liberale Italia Viva avrebbe guadagnato quasi due milioni di euro. In poche parole, si viene pagati per la propria presenza in base al prestigio di cui si gode ma soprattutto per il peso politico che si è ancora in grado di esercitare.

Il peso politico di Renzi è estremamente rilevante, in quanto non si tratta di un parlamentare qualsiasi, ma un membro della Commissione Difesa che si occupa in generale della difesa nazionale e leader di un partito che sembrerebbe ora essere l’ago della bilancia del panorama politico italiano.

L’intera questione non è di fatto illegale, nonostante si tratti in breve di una subdola strategia di mercato da milioni e milioni di euro, ma è indubbiamente morale. Negoziare e trattare realtà complesse, come ad esempio quelle dell’Arabia Saudita o di altri paesi, magari anche nel fiducioso tentativo di plasmarle, fa parte del sistema economico e politico. Ma un conto è farlo nel nome del proprio paese e un altro e farlo a proprio nome andando a coltivare rapporti privati e personali e soprattutto il proprio conto in banca.

*membro consultivo

 

 

 

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Pubblicato in Cronache&Cronache

Chi erano gli IMI e l’importanza del loro coraggio politico

Il Giorno della Memoria

L’esperienza degli IMI, la loro audacia e intrepidezza manifestò un’autentica presa di coscienza

di Roberto de Rosa
internati militari italiani 370 minIl 27 gennaio 1945 le truppe sovietiche scoprirono a poca distanza da Cracovia, una città polacca, il campo di concentramento di Auschwitz, liberando coloro che erano riusciti a sopravvivere. La stessa scoperta del campo, ma soprattutto i racconti e le testimonianze dei prigionieri donarono per la prima volta al mondo un’idea della terribile atrocità del genocidio nazifascista.

L’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 1° novembre 2005 dichiarò ufficialmente il 27 gennaio Giornata Internazionale della Commemorazione in memoria delle vittime dell’Olocausto. Probabilmente una delle pagine più buie della storia dell’umanità di cui il ricordo è ancora oggigiorno di estrema importanza non solo per il rispetto nei confronti delle vittime, ma anche per trarne significativi insegnamenti rivolti maggiormente ai più giovani.

Tra il 1933 e il 1945 la Germania nazista fece largo uso dei lager, termine tedesco che indica i campi di concentramento divenuti successivamente campi di sterminio in cui ebrei, zingari e dissidenti politici venivano sistematicamente uccisi. A seguito dell’armistizio di Cassibile del 3 settembre 1943, con il quale l’Italia firmò la resa incondizionata agli Alleati e allo stesso tempo il disimpegno dall’alleanza con la Germania nazista dando inizio alla campagna d’Italia e della Resistenza nella guerra di liberazione italiana contro il nazifascismo, molti furono i soldati italiani ad essere deportati nei raccapriccianti campi di sterminio.

Gli IMI, gli internati militari italiani, così vennero denominati dalle autorità tedesche, furono i soldati italiani che vennero catturati e deportati subito dopo la proclamazione dell’armistizio che sancì sostanzialmente la fine dell’alleanza tra l’Italia e la Germania nazista. I tedeschi imprigionarono migliaia e migliaia di militari italiani che ormai dopo la rottura dell’alleanza vennero considerati dei veri e propri traditori. Nei lager le condizioni di vita e di lavoro erano durissime, gli internati venivano sottoposti a estenuanti orari di lavoro che mettevano a dura prova la resistenza fisica dei prigionieri a cui a fronte di un così intenso impegno lavorativo non corrispondeva affatto un’alimentazione adeguata. La vita quotidiana di coloro che erano rinchiusi all’interno dei campi di concentramento era scandita da continue ispezioni e punizioni di carattere corporale che spesso provocavano lesioni mortali.

Nessun trattamento speciale venne riservato agli IMI, i soldati italiani subirono le stesse atrocità riservate al resto dei deportati, poiché se dapprima vennero considerati come prigionieri di guerra, fu Hitler stesso a intervenire affinché lo stato giuridico dei militari italiani passasse ad essere quello di veri e propri internati.

Nel momento in cui i soldati e ufficiali italiani venivano catturati, venivano posti davanti a una scelta: continuare a combattere tra le file dell’esercito tedesco oppure essere inviatiBundesarchiv Bild 183 J30385 Italienische Kriegsinternierte werden Zivilarbeiter 350b min nei campi di detenzione nazisti. Soltanto alcuni, spinti dalla disperazione e dalla fame, decisero di accettare l’offerta mentre la maggior parte scelsero coraggiosamente la strada che avrebbe spalancato loro le porte dei lager.

Il rifiuto e la resistenza alla guerra bramata dai tedeschi e dai fascisti non si esplicò dunque unicamente in quella che noi conosciamo essere la storia della lotta armata partigiana, ma al tempo si appurò anche attraverso un’altra forma di resistenza, passiva, ideologica che concorreva con altrettanta efficienza all’indebolimento della presa nazifascista. Fu un momento in cui il prigioniero affermava paradossalmente la sua superiorità, seppure morale, una situazione unica nel panorama politico italiano.

L’esperienza degli IMI, la loro audacia e intrepidezza manifestò un’autentica presa di coscienza, dettata non solo da un’evidente sconfitta militare, ma soprattutto dalla volontà di riappropriarsi del proprio destino e rifiutare il sistema di valori nazista e fascista. La riscoperta di una moralità individuale e collettiva degli IMI, il loro sacrificio, contribuì concretamente al successo della guerra di liberazione e alla politicizzazione delle bande partigiane.

 

 

 

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Pubblicato in 1900 italiano e altro

Da ex commercialista a ricco rider (?)

Cronache&Commenti

Da ex commercialista a ricco rider, la dubbia storia di Emiliano Zappalà

di Roberto De Rosa
Rider food delivery 370 minQualche giorno fa sulla Stampa, noto quotidiano italiano, la scrittrice, giornalista e conduttrice televisiva Antonella Boralevi ha pubblicato un articolo riguardante la storia di un certo Emiliano Zappalà intitolato “Da commercialista a rider felice”. L’articolo ha poi subito delle modifiche dopo la sua pubblicazione, tant’è che lo stesso titolo riporta un asterisco che a fondo pagina ci fornisce altri dati diversi da quelli che invece sono stati scritti all’interno della storia.

La storia “originale” riportata sull’articolo narra comunque che Emiliano Zappalà, 35enne, aveva aperto uno studio di commercialista, ma la situazione d’emergenza legata alle vicende del coronavirus l’ha costretto a chiudere. L’uomo però, invece di richiedere il reddito di cittadinanza e farsi aiutare dallo Stato, ha deciso di rimettersi in gioco lavorando come rider, ovvero il fattorino addetto alla consegna a domicilio di cibo. Uno dei pochi settori che non è stato affatto colpito dal difficile contesto che stiamo vivendo, ma che anzi ha registrato un esponenziale aumento del proprio business, considerando che molti di noi non potendo recarsi in pub e ristoranti poiché chiusi decidono di ordinare qualcosa da mangiare a domicilio. Secondo l’articolo, Emiliano Zappalà avrebbe rilasciato già un’intervista al Messaggero, altra testata giornalistica di fama nazionale, a cui racconta la sua esperienza come rider di Deliveroo, famosa compagnia di consegna di cibo in rete, affermando di fare ogni giorno circa 100 chilometri in bicicletta, con una borsa sulle spalle per consegnare pizze e quant’altro, ma che soprattutto guadagna dai 2000 ai 4000 euro netti al mese. Praticamente uno stipendio da manager. L’autrice cerca di trarre poi da questa storia una sorta di lezione etica e di dignità.AntonellaBoralevi 360 min

Ora, prima che prendiate in mano il telefono per cercare di fissare al più presto possibile un colloquio di lavoro con la compagnia Deliveroo, è doveroso dire che la storia è sostanzialmente falsa. E la stessa testata giornalistica ha dovuto inserire successivamente alla fine dell’articolo le vere informazioni riguardante il protagonista della storia, la sua età, il suo vero lavoro precedente, ma soprattutto il reale guadagno del suo attuale lavoro come rider. Prima di tutto Emiliano Zappalà, si chiama Emanuele, e non ha 35 anni ma 37. Inoltre questo fantomatico uomo non aveva aperto uno studio di commercialista, bensì era un semplice tirocinante e non fa davvero 100 chilometri al giorno, tra l’altro sarebbe alquanto impensabile che potesse percorrere delle distanze così lunghe. Ma principalmente non guadagna fino a 4000 mila euro netti al mese, poiché viene riportato che statisticamente sembrerebbe che un rider in media guadagnerebbe circa 839 euro al mese, ovvero circa 7,50 euro lordi l’ora.

Oltre a mettersi in guardia da articoli acchiappa click pieni di cifre stravaganti e storie incredibili, è importante riflettere anche sull’intenzione dell’autrice Antonella Boralevi, ovvero quella di elogiare in qualche modo coloro che invece di accettare il reddito di cittadinanza, si adoperano per rimettersi in careggiata autonomamente. Nulla da obiettare riguardo le sue buone intenzioni, nell’incentivare le persone alla forza di volontà, se solo non fosse per il fatto che pur di portare avanti le proprie opinioni, che possiamo comunque definire nobili, Antonella Boralevi decide di raccontare una storia praticamente falsa.

Questa notizia è l’esempio lampante non solo delle fake news a cui sembra non esserci un modo per poterle contrastare, dal momento che la Stampa, quarto quotidiano italiano per diffusione, le riporta o addirittura le produce tranquillamente, ma ci fa rendere conto di quanto siano i concetti, e i pensieri non accompagnati dai fatti reali ad abbindolare le persone. Un po’ come spesso succede in politica. Appare dunque facile inventare storie, distorcere la realtà dei fatti piuttosto che dargli il giusto peso, per poter diffondere il proprio punto di vista, privo di riscontri reali, efficacemente. Il tentativo della Stampa di romanticizzare lo sfruttamento e la precarietà di questi settori lavorativi ha alzato un grosso polverone, suscitando numerose accuse contro il giornale.

 

 

 

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