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Quali sono gli "ostacoli" nella scuola italiana?

Museo della Scuola pubblica460 minL'Opinione di Daniela Mastracci - Un sostantivo risuona nella mente leggendo le “presentazioni” delle scuole cui la stampa sta dando molto risalto in questi giorni (i cosiddetti Rav, rapporto di autovalutazione caricato su “Scuola in chiaro” sito del Miur): il sostantivo “ostacolo”
Sembra che il disagio socio-economico, la disabilità, la non nativa appartenenza al tessuto nazionale-sociale-economico-linguistico-culturale (alunni migranti), sembra che questi tre elementi siano di OSTACOLO. A che cosa? ostacolo all’apprendimento; alla socializzazione in classe; ostacolo economico ad attività dispendiose, come stage all’estero, viaggi di istruzione ed altro.
Il metro di valutazione dello svantaggio socio-economico, psico-fisico, linguistico-culturale è che siano “ostacolo”. I meno ricchi, o più poveri, disabili e migranti sono di ostacolo, abbassano gli standard che le scuole invece vantano come migliori. Voglio ricordare da subito che l'Italia ha leggi sulla inclusività dal 1977, leggi che hanno abrogato le classi speciali, differenziate, leggi che, con queste manie di "eccellenze", di “migliore offerta formativa”, misurata sulla assenza di disabili, stiamo calpestando. Se ciò che conta è l’eccellenza, raggiunta perché non ci sono ostacoli del tipo detto, allora dobbiamo riconoscere che la pseudo cultura del merito e della premialità, dell’eccellenza e del successo formativo, ci sta rendendo classisti, o sta disvelando un classismo mai superato. Ci spinge verso l'opposto dei valori di solidarietà, di inclusione, di interazione, di reciprocità, di riconoscimento, che sono i valori della Costituzione. Ci spinge verso l'individualismo più cieco e egoista.

Andiamo a rileggere l’articolo 3 della Costituzione:
“Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.
E` compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese.”
Forse è vero che l’inveramento di senso necessita una forte, chiara, netta contraddizione
Tutte le parole delle autovalutazioni contraddicono l’articolo 3 (e il 34: “la scuola è aperta a tutti”), ovvero mettono in luce il senso dell’articolo 3, lo fanno prepotentemente emergere come in controluce. Ecco, la “Scuola in chiaro” accende la luce a disvelare appieno il senso dell’articolo 3. Il problema è che quel senso emerge mediante parole che lo stanno negando, lo stanno infrangendo, nella costituzione materiale, cioè, stiamo vivendo il contrario di quanto i costituenti hanno scritto 70 anni fa.

La costituzione materiale, cioè come noi italiani stiamo al mondo, quali visioni del mondo abbiamo nelle nostre pratiche quotidiane, nei nostri modi di vivere. Forse non pronunciamo parole classiste, forse anzi ci riteniamo democratici fino in fondo, forse trasudiamo politically correct, ma cosa stiamo diventando davvero lo dicono le cose che facciamo, dove mandiamo i nostri figli a scuola. Ora le scuole forse inconsapevolmente lo hanno tirato fuori, lo hanno detto. Ovvero se lo hanno scritto è perché ritengono di avere lettori interessati: quella popolazione cui importa che gli elementi in questione non ci siano, in ordine al mantenimento dello status quo di classi sociali medio-alte, separate, diverse, non mescolate

Lo scrive il liceo Doria di Genova «Il contesto socio- economico e culturale complessivamente di medio- alto livello e l’assenza di gruppi di studenti con caratteristiche particolari dal punto di vista della provenienza culturale (come, ad esempio, nomadi o studenti di zone particolarmente svantaggiate) costituiscono un background favorevole alla collaborazione e al dialogo tra scuola e famiglia. ..”
Perché il dialogo fra scuola e famiglia sarebbe favorito? Perché la “domanda” delle famiglie è evidentemente congrua con l’ “offerta” di una scuola che assicuri tali caratteristiche. Dopo tutto «Il contributo economico delle famiglie sostiene adeguatamente l’ampliamento dell’offerta formativa», ovvero la scuola, dovendo reggersi sopra il “contributo volontario” delle famiglie, non può che andare incontro alle loro “esigenze” di mercato. Allora anziché promuovere inclusione e superamento degli ostacoli alla piena uguaglianza, laddove le famiglie vogliono mantenere le differenze, non scalfire il loro status, ecco che la scuola deve rispondere adeguandosi: il cliente ha sempre ragione, non è così?

Anche al Visconti, «dove la maggior parte delle risorse economiche proviene dai privati, in primis le famiglie» si sarà prodotta la stessa adeguazione. Ma è un risultato della politica che sta dimostrando di avere una visione del mondo classista: nel senso di non promuovere l’emancipazione piena di chi provenga per nascita da situazioni di svantaggio. Ed è anche il risultato del taglio indiscriminato dei finanziamenti alla Scuola Pubblica: la mancanza di risorse statali obbliga le scuole a cercare il contributo delle famiglie, a farsi “acquistare”.
Insomma la responsabilità non sta da una parte sola: le scuole si sono piegate a quel tipo di visione del mondo, per cui le differenze sono “ostacolo”, giustificandola addirittura come assicurazione di migliore qualità dell’apprendimento; ma è la pratica politica che ha prodotto la condizione di possibilità di tali tipi di analisi del territorio, del tipo di studente, della migliore offerta formativa, misurata sulla omogeneità dei gruppi classe. Basta pensare alla modulistica in generale che insiste tanto sull’individuare il “corpo estraneo”, quello che non sta nella media, l’elemento di disturbo. L’insistenza mappatoria, classificatoria delle differenze sembra preludere al ritorno a classi differenziate: cosa sono altrimenti le cosiddette “classi aperte”, dove si fanno confluire gli alunni tra loro omogenei per progressione degli apprendimenti, separando di fatto i più meritevoli dai meno meritevoli, che vengono messi insieme in classi che definire “speciali” è forse troppo?

Insomma è l’intero sistema che è viziato di competitività feroce. Viziato di meritocrazia fasulla, perché deve essere costruita ad hoc, eliminando ciò che viene a priori concepito come altro dalla meritocrazia stessa.
Un sistema viziato di esclusione sociale. Ma questo sistema affonda le sue radici oltre il Rav: è dalla legge sull'Autonomia scolastica che le scuole gareggiano fra di loro, in un crescendo di competizione, di rapporto qualità-prezzo. Dove la cultura ridotta a merce.
Per questo è necessario invertire la torsione classista e recuperare i valori della nostra Costituzione. E’ necessario perché il vulnus non sta in questo o quel liceo, ma sta nella “cultura” dell’eccellenza che spinge nella direzione opposta rispetto ai valori della nostra Costituzione. Allora per invertire tale torsione classista è necessario abrogare le leggi che, dalla Autonomia in avanti, hanno prodotto la scuola domanda-offerta.
E’ per questo che ci vuole la Scuola della Costituzione. Ci vuole la Lip Per la Scuola della Costituzione.

Il link alla Lip Scuola della Costituzione  http://lipscuola.it/blog/per-la-scuola-della-costituzione-legge-di-iniziativa-popolare/

 
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Pubblicato in Daniela Mastracci
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