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Ricordo di Antonio Gramsci

RICORDARE

Oggi, anniversario della morte di un grande italiano: Antonio Gramsci

di Aldo Pirone
AntonioGramsci 9dic2017 350 260Ottantacinque anni fa moriva Antonio Gramsci, consumato e distrutto dalla persecuzione fascista che lo aveva ristretto al confino, al carcere e in clinica per il resto della sua vita di comunista e rivoluzionario. Il valore penetrante del suo pensiero è sempre stato riconosciuto da amici e nemici. “Bisogna impedire a quel cervello di funzionare per almeno vent’anni” dichiarò il p.m. fascista Ingrò durante il ‘‘Processone’’ del maggio 1928 in cui Gramsci fu condannato a vent’anni di reclusione insieme a buona parte del gruppo dirigente dell’allora PC d’I. Tuttavia i fascisti commisero l’errore di lasciargli i libri, le riviste, i giornali e la libertà di scrivere pur tra sofferenze fisiche indicibili. E quel cervello continuò a funzionare trasfondendo le sue riflessioni e le sue curiosità in quella miniera di note che sono i suoi “Quaderni del carcere” e nelle commoventi lettere alla famiglia, alla moglie Julca e a figli Giuliano e Delio. Il pensiero di Gramsci, non a caso, continua a essere studiato in tutto il mondo anche dopo la caduta del comunismo.

È assodato che Togliatti era a conoscenza del contenuto dei “Quaderni” già prima dello scoppio della seconda guerra mondiale. E quelle note di Gramsci lo aiutarono notevolmente ad affinare la politica democratica che mise a fondamento del “partito nuovo”, della Costituzione e del processo di rivoluzione democratica dentro cui si svilupparono la Resistenza e la Guerra di liberazione nazionale. Del resto ciò che li univa, già prima che Gramsci cadesse nelle mani del nemico, era la cultura storicista marxista che insieme avevano posto alla base della formazione del nuovo gruppo dirigente del Partito comunista originato dal gruppo dell’Ordine Nuovo torinese.

L’ultimo messaggio di Gramsci al partito, pochi giorni prima di morire, fu di linea politica. “il Fronte popolare in Italia – mandò a dire – è l’Assemblea costituente”. Era una vecchia parola d’ordine che i comunisti italiani avevano assunto nella seconda metà degli anni ’20: Assemblea costituente repubblicana sulla base dei comitati operai e contadini, diceva. Che dopo la riscoperta della democrazia al VII Congresso dell’Internazionale comunista e nel frangente dei Fronti popolari in Francia e in Spagna, dov’era in corso la guerra civile contro i franchisti, dispiegava il suo contenuto democratico.

Perché la ricordo? Perché l’Assemblea costituente fu il punto di caduta unitario e nazionale, nel contesto storico mutato della seconda guerra mondiale e della Resistenza, su cui nacque la nuova Italia repubblicana. Il 2 giugno insieme al referendum che diede la vittoria alla Repubblica, gli italiani votarono anche l’Assemblea costituente che fu repubblicana e che ci diede la Costituzione progressista. Il percorso, come sappiamo, non fu lineare, anzi, fu accidentato pieno di insidie e trabocchetti, anche durante i lavori dell’Assemblea costituente, e prima durante tutta la Resistenza e la Guerra di liberazione nazionale. Certo, l’Assemblea del ’46 non era fondata sui “comitati operai e contadini” e neanche sui Cln che avevano diretto la lotta partigiana e popolare contro il nazifascismo. Era però permeata dai partiti di massa antifascisti e dallo spirito resistenziale e antifascista che resistette anche alle rotture più drammatiche e verticali fra le forze popolari e alla cacciata dal governo di socialisti e comunisti.

Oggi, nell’anniversario della morte di un grande italiano quale fu Antonio Gramsci, mi piace ricordare quella sua intuizione politica perché essa poi si avverò nella sostanza e ci ha dato quella Costituzione per la cui realizzazione ancora oggi si combatte.

 

 

 

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