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Quando nacque la Repubblica

STORIA ITALIANA

La conquistammo a fatica, come la Costituzione del resto. Ma fu il primo tangibile risultato istituzionale della rivoluzione democratica. Nel mio ultimo libro "I cinque anni che scovolsero l'Italia. La rivoluzione democratica 1943/1948" ho così descritto quei giorni convulsi.

di Aldo Pirone

Il re di maggio.

festa repubblica 400 minI risultati delle elezioni amministrative e il pronunciamento per la repubblica degli iscritti della Dc, hanno gettato nello sconforto il luogotenente e gli ambienti della Corte. I monarchici non trovano gli appigli politici necessari per allontanare quello che considerano l’amaro calice della sconfitta. Hanno puntato sulla crisi di governo, ma le sinistre non ci sono cascate preferendo ingoiare molti rospi. Umberto dice in giro, anche al ministro liberale Cattani, che il referendum non si può fare senza il ritorno di tutti i prigionieri e senza che le popolazioni della Venezia Giulia occupata da Tito e dagli angloamericani possano votare. Con sua sorpresa, Cattani gli risponde che invece bisogna votare al più presto per non lasciare il Paese nell “incertezza giuridica”. I Savoia non hanno di queste preoccupazioni patriottiche. Per loro l’importante è continuare a rimanere in sella, anche in condominio col Cln. Per aumentare le chance elettorali e anche come ultimo tentativo di mettere in crisi il governo, i Savoia, padre e figlio, rompono unilateralmente la tregua istituzionale.

Il 9 maggio Vittorio Emanuele abdica in favore di Umberto che diviene re. È l’ennesima, ma non ultima, fellonia dei Savoia. La reazione e lo sdegno delle sinistre e di tutti i repubblicani sono fortissimi. In tutta Italia, nelle città come nei paesi, si svolgono grandi manifestazioni popolari che danno la spinta finale alla campagna elettorale per cacciare la monarchia. De Gasperi, dal canto suo, cerca di attutire il colpo monarchico sminuendone il significato. Il suo obiettivo, in previsione di una possibile vittoria repubblicana, è che tutto si svolga con un passaggio di poteri tranquillo e con i crismi della continuità statale. Quattro giorni dopo, un gruppo di esponenti monarchici si rivolge all’ammiraglio Stone per chiedergli ufficialmente il rinvio della consultazione popolare. Ma anche lui risponde picche. Iniziano a circolare voci su possibili colpi di Stato di militari fedelissimi dei Savoia. Ma non si concretizza nulla.

Non c’è niente da fare, la monarchia sabauda deve presentarsi al giudizio popolare che lei stessa ha richiesto e di cui ora ha paura. La campagna elettorale prosegue appassionata, ma senza incidenti fino a venerdì 31 maggio. Umberto lancia un estremo appello agli italiani in cui gioca una carta disperata: promette, se la monarchia vincerà, di ripetere il referendum a conclusione dei lavori dell’Assemblea costituente quando ci sarà la Costituzione. Sabato 1° giugno sarebbe giornata di silenzio elettorale, a romperlo è Pio XII che approfittando del suo onomastico, e non soggiacendo alla legge italiana, interviene abbastanza esplicitamente a favore della monarchia e della Dc. Con toni da Torquemada dice agli elettori che la scelta dell’indomani è fra la «salda rocca del cristianesimo, sul riconoscimento di un Dio personale» e la «onnipotenza di uno Stato materialista, senza ideale ultraterreno, senza religione e senza Dio». È solo l’antipasto del ’48. Ma moltissimi cattolici che hanno visto all’opera i Savoia, prima con Mussolini e poi con la fuga dell’8 settembre, si regoleranno diversamente. Almeno nel referendum.

È Repubblica.

Il 2 giugno il meteo dice che l’Italia è divisa. Tempo incerto con temporali al Centro-nord e primo caldo africano nel Sud. Anche le urne riveleranno un paese diviso lungo la stessa linea di demarcazione. Fin dal primo mattino la rivoluzione democratica prende forma davanti ai seggi. Lunghe file di uomini e di donne aspettano pazienti di dire la loro sul futuro dell’Italia. Per le donne, che fra gli aventi diritto al voto sopravanzano gli uomini di un milione, è la prima volta in una votazione politica nazionale. La partecipazione è enorme; quasi il 90% dei cittadini va alle urne. Lo scrutinio inizia il pomeriggio del 3, perché si è votato anche il lunedì mattina. I primi risultati referendari arrivano dal Sud e dicono monarchia. Al Viminale c’è il ministro dell’Interno, il socialista Romita, a dirigere la macchina elettorale. Nella notte la monarchia è avanti, tanto che la mattina presto del 4 De Gasperi comunica al ministro della Real casa Falcone Lucifero che si prospetta una loro vittoria. Poi l’andamento si rovescia, arriva la valanga repubblicana del Centro-nord e nel pomeriggio del giorno successivo Romita annuncia il risultato: è Repubblica. Ma l’Italia è spaccata. Da metà Lazio in su la vittoria repubblicana è schiacciante. Viceversa, nel Sud e nelle isole, è la monarchia a prevalere nettamente.

L’ultima fellonia.

Il re sembra accogliere il verdetto come aveva promesso e si prepara a partire per l’esilio. Sennonché ci ripensa. Un gruppo di giuristi padovani ha fatto osservare che il decreto elettorale luogotenenziale n. 98 assegna la vittoria all’opzione espressa dalla «maggioranza degli elettori votanti». Perciò i monarchici vogliono far entrare nel conto anche le schede nulle e bianche di cui ancora non c’è un dato definitivo. Alla fine saranno un milione e mezzo e anche volendole surrettiziamente conteggiare nel quorum, non muterebbero il risultato finale. Lo renderebbero solo più risicato e soggetto a richieste di riconteggi con querelle e recriminazioni infinite da parte monarchica. A dar man forte alla resistenza savoiarda ci si mette anche la Corte di cassazione chiamata a proclamare il risultato definitivo. Il 10 giugno il presidente Pagano legge i voti che hanno preso repubblica e monarchia, non dà il numero di quelli non validi e rimette a un’udienza successiva il giudizio finale.

L’ostinato e capzioso rifiuto di Umberto di prendere atto del risultato, scatena nel Paese manifestazioni contrapposte: antimonarchiche e antirepubblicane. A Roma, il pomeriggio dell’11, Romita celebra la vittoria della Repubblica con un grandioso comizio a piazza del Popolo. A Napoli, invece, si contano sette morti e molti feriti tra la folla di monarchici che assalta la federazione del Pci in via Medina, colpevole di aver esposto il tricolore senza la “ranocchia”, come viene sprezzantemente chiamato dai repubblicani lo stemma sabaudo. La Cgil mobilita i lavoratori a sostegno del governo. De Gasperi, intanto, fa la spola con il Quirinale cercando di convincere con le buone il re ad accettare il responso delle urne. È un lavoro estenuante, con momenti drammatici. In uno di questi, a Falcone Lucifero che inveisce contro di lui, De Gasperi risponde irato: «E sta bene: domattina o verrà lei a trovare me a Regina Coeli o verrò io a trovare lei».

Alla fine, di fronte a un rifiuto che si fa via via più pervicace, cui si aggiunge l’intenzione di volere la ripetizione del referendum, nella notte fra il 12 e 13 il governo decide di far assumere a De Gasperi le funzioni di capo dello Stato ope legis, riducendo il re a semplice cittadino. A far decidere anche i titubanti è un “tintinnar di sciabole” golpista che si sente in alcuni ambienti militari monarchici, avvisaglia della guerra civile. Il governo è compatto nel fronteggiare il monarca. Le posizioni più lucide e intransigenti le ha Togliatti, ma anche il liberale Cattani, pur sostenendo le ragioni del re, non si oppone alle prese di posizione e alle decisioni governative. A propendere, invece, per le ragioni della Corona sono, in via personale, l’ammiraglio Stone e l’ambasciatore inglese Noel Charles.

Il 13 Umberto II cede e nel pomeriggio vola da Ciampino verso Cascais in Portogallo. Se ne va irato, lanciando un proclama incendiario al Paese in cui accusa il governo di avere «in spregio alle leggi [...] compiuto un gesto rivoluzionario, assumendo, con atto unilaterale e arbitrario, poteri che non gli spettano». De Gasperi, a nome del governo, respinge nella ricostruzione umbertina «quanto di fazioso e mendace» c’è, affermando che il regno dei Savoia «si conclude con una pagina indegna». La fellonia di Umberto l’ha privato del cordiale scambio di saluti che, all’atto della partenza, aveva immaginato di fare con il monarca.

 

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Aldo Pirone, redattore di malacoda.it

 

 

 

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